Mai cosa simile fu fatta, Musica, XX Dinastia

OBOI E ASTUCCIO

Oboi: Giunco; lunghezza 38cm, 44cm, 45 cm, 48 cm.
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6258
Astuccio porta oboi: legno dipinto, diametro 5,5 cm, lunghezza 70 cm
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6278

La musica e la danza avevano un ruolo importante nella vita sociale degli Egizi per allietare non solamente di momenti di svago, ma anche e sopratutto le cerimonie religiose.

Dai contesti archeologici, soprattutto del Nuovo Regno, sono venuti alla luce numerosi strumenti musicali la cui esistenza è dimostrata anche dalle scene figurate riprodotte sulle pareti delle tombe.

Arpe, lire, sistri, liuti, tamburelli, crotali, Oboi, flauti producevano la più svariata gamma di suoni e accompagnavano l’esecuzione di danze ritmate.

All’originaria collezione Drovetti apparteneva questa serie di oboi in giunco, composti da due parti a incastro una delle quali è fornita di un diverso numero di fori: da tre a otto.

Le quattro esili canne erano custodite all’interno di un contenitore cilindrico che è stato decorato con cura su tutta la superficie esterna.

Fregi a motivi geometrici si alternano a bande con ornamenti vegetali policrome in un fitto susseguirsi di piccoli disegni.

Nella parte centrale del l’astuccio è riprodotta una scena di danza c’è si snoda intorno al perimetro.

Alcuni danzatori, probabilmente nubiani, ballano in mezzo a un papireto eseguendo il ritmo cadenzato di un tamburello suonato da un loro compagno.

Le esili figure stilizzate degli uomini danno realisticamente il senso dei loro passi di danza.

Fonte

  • I grandi musei : il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
  • Museo Egizio di Torino
Musica, Vita quotidiana

UN CROTALO A TORINO

Di Livio Secco

Vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/11/05/crotalo-con-cartiglio/

L’argomento musica è molto particolare in Egittologia, poiché sebbene alcuni strumenti ci siano pervenuti, non si può dire altrettanto della relativa documentazione, né tantomeno delle relative notazioni musicali. Alcuni ricercatori hanno tentato, anche con qualche risultato, di venirne a capo, ma in generale, come argomento, è piuttosto mancante.

In ogni caso, relativamente ai crotali, mostro la diapositiva con la quale ne descrivo la funzionalità.


DIAPO 1: In Egitto i primi strumenti musicali risalgono al periodo preistorico. Infatti già durante l’epoca di Naqada II (Gerzeano, 3650-3000 a.C.) compaiono cimbali (una sorta di piccoli piatti metallici), crotali (due legni che si battono tra loro), crotali dotati di cimbali alle stesse due estremità, campanelle, sonagli, clappers (sviluppo dei crotali e assimilabili alle nacchere) e le prime forme di sistro. Per estensione aggiungiamo anche il canto e il battito delle mani. Un vaso di el-Amra mostra due uomini che battendo due crotali danno il ritmo ad una danzatrice che si esibisce probabilmente durante un rito liturgico.
Clappers o nacchere: esemplari di clappers sono stati repertati in molte tombe dell’Antico Regno. Sono perlopiù a forma di avambracci terminanti con le mani proprio perché il loro funzionamento è riconducibile al loro battito, ma con un volume più forte e una prestazione più prolungata perché non indolenzisce gli arti. È uno strumento che si evolve dai crotali. Sono fatti in avorio, osso, legno oppure in metallo. Spesso sono bucati e questo dimostra che erano allacciati tra di loro. Sono uno strumento prevalentemente femminile e venivano utilizzati in coppia, un paio per mano. Il loro impiego li vedeva utilizzati sia durante gli eventi profani che sacri.
Sono tra gli strumenti musicali più antichi e traevano origine dai riti propiziatori per un abbondante raccolto.
Nelle immagini: vaso di el Amra, in ceramica verniciata, EA35502, 3300 a.C., British Museum Londra. Clappers del Nuovo Regno, XVIII dinastia, Amarna, 1353-1336 a.C., 21 cm, avorio di ippopotamo, Metropolitan di New York.

Ho anche approfittato della situazione per la traduzione della brevissima iscrizione.

La conferenza, come al solito, è diventata il Quaderno di Egittologia 46: MELODIE PER IL RE – La musica nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624181/melodie-per-il-re/

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A life-size representation of King Tutankhamun.

This carved wooden statue, smoothed with gesso and then painted, is a life-size representation of the king.

Carter recorded that the figure was beneath one of the large ceremonial chariots in the southern end of the Antechamber.

The arms have intentionally been severed to just below the bicep, and the body extends to just below the hips.

Tutankhamun wears a simple white garment and a flat-topped crown with protecting uraeus, similar to a crown that Nefertiti often uses.

His ears are pierced, and his skin is painted a reddish brown in the convention typical for representing males.

Although Carter had suggested that the figure may have been a mannequin, similar to a clothes-dummy, which would hold the garments and jewelry of the king, it is difficult to find parallel pieces.

Other scholars have pointed out that this torso and several statues from the Middle Kingdom, which are somewhat similar in appearance, may all be related to the rebirth or resurrection of the king in association with his identification with the god Osiris.

In the tombs of the Old Kingdom, there are also busts similar to this one.

They are heads or torsos sculpted to look as if they were emerging from the floor or the wall.

They appear to be images of the ka (the corporeal twin and essential nature of the deceased) coming up from the burial chamber and entering the offering chapel through or near the false door, the place where offerings to the deceased could be made.

Because of these parallels it is likely that this enigmatic statue has a funerary, rather than a domestic purpose.

Egyptian Museum Cairo

Mai cosa simile fu fatta, XX Dinastia

CROTALO CON CARTIGLIO

Avorio, Lunghezza 20 cm
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6921

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Uno degli strumenti musicali più diffusi nell’antico Egitto era il crotalo, la cui origine si può probabilmente far risalire alla lontana epoca Predinastica.

I crotali nella loro forma più semplice sono costituiti da bastoncini, diritti o ricurvi, fabbricati con legno,osso o avorio, che in genere venivano accoppiati affinché, con la loro percussione reciproca, producessero un suono simile al battito delle mani.

Il loro uso è attestato soprattutto come accompagnamento ritmato di danze rituali e cerimonie funebri.

In particolare la presenza del volto della dea Hathor su alcuni esemplari induce a pensare che essi fossero connessi al culto di questa divinità, di cui è noto il legame con la musica e la danza.

Nel Nuovo Regno divennero particolarmente frequenti i crotali a forma di braccio, con evidente riferimento alloro tipo di suono che doveva imitare il battere delle mani.

Questo esemplare in avorio di raffinata fattura proviene da un contesto regale, come dimostra la presenza del cartiglio contenente il nome della “sposa divina” Ahmose: una principessa o regina non identificata.

Con il titolo di “sposa divina” (Hemet netjer), rappresentato dai tre segni geroglifici posti al di sopra del cartiglio, si indicavano tradizionalmente le donne appartenenti alla famiglia reale, dimostrazione della natura divina che veniva riconosciuta al sovrano e ai suoi congiunti.

Vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/11/06/un-crotalo-a-torino/

Il crotalo riproduce un braccio ricurvo sul cui polso sono i tagliate sottili linee che imitano un bracciale.

La mano affusolata è caratterizzata da lunghe ed esili dita le cui unghie sono state incise con particolare realismo.

Fonte

I grandi musei : Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

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Ostraca of Limestone

Ostraca, or drawings and inscription on stone, of which the museum possesses a very large collection mostly from the Tombs of the kings at Thebes.

While the workmen were cutting the royal tombs, which sometimes penetrate the rock for more than 100 metres, the artisans who were out on duty amused themselves by collecting fragments of limestone at the entrance to the underground chambers, on which they drow pictures to suit their fancy, or inscribed poetry of their composition.

Places where limestone was broken up, either in making buildings or in destroying them, provided abundant writing material, as small pieces smooth on one side provided a good writing surface and were easily portable for writing exercises, which had not been moved, quite large pieces were often used. The great majority of limestone ostraca comes from Thebes.

Egyptian Museum Cairo

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Offering to the Buchis bull

This stela is dedicated by Ptolemy V to the bull Buchis, sacred to the war god Montu.

The central register shows Buchis with a gilded body and a sun disc with two plumes between his horns.

The king, dressed according to pharaonic custom, offers the bull the symbol of fields to ensure a prosperous agricultural season.

The god Montu flies over the bull in the form of a falcon.

The site of Armant in Upper Egypt, where this stela was discovered, includes a stone- built temple dedicated to the god Montu.

The catacombs where the sacred Buchis bulls were buried were in use for over 600 years from the Late Period to the Greco- Roman Period.

Ptolemy V, 205-180 BC Armant, Limestone

Egyptian Museum Cairo

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Detail of the Ka Statue of Tutankhamun.

For more details, please see:

https://laciviltaegizia.org/2023/02/28/le-statue-del-ka-di-tutankhamon/

This is one of two statues that stood guarding the entrance of the burial chamber.

The king is wearing the khat headdress and is shown with black skin, the colour of Nile mud that flooded and gave it fertility every year.

Black signified resurrection and the continuity of life.

18th dynasty, from the tomb of Tutankhamun – KV62·

Egyptian Museum, Cairo

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Double statue of Amenemhat III reused by Psusennes I

These two figures, each wearing a heavy, braided wig and a broad beard with parallel stripes, bear offerings of fish, birds and aquatic plants.

They represent the pharaoh Amenemhat III in the form of the Nile god Hapi, bringer of food and life. The statue associates the reigning King with fertility and abundance.

12th Dynasty, reign of Amenemhat III (about 1859-1813 BC: reused in the 21st Dynasty in the reign of Psusennes (about 1039-991 BC) Tanis/San el Hagar.

The inscriptions engraved on front and back were added later, in the time of Psusennes I.

In the 21st Dynasty, Psusennes I had the monument transported to Tanis, his new capital and the burial place of the kings of that period.

Grey granite JE 18221 – Egyptian Museum Cairo

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE MERENPTAH

Di Piero Cargnino

Il Grande faraone se ne è andato, il trono passa dunque al suo fedele figlio Merenptah. Tredicesimo nell’ordine di discendenza, figlio della Grande Sposa Reale Isinofret, Merenptah, il cui nome di Horo era “Kha Nekhet Hajm-maat”, quando salì al trono era già anziano, avendo superato i 60 anni di età, ed il suo regno non dovette durare più di 9 anni.

La sua Grande Sposa Reale fu Isinofret II, omonima della madre. Formato e plasmato alla scuola del padre, Merenptah non fu in grado di imprimere il suo carattere alla politica dell’Egitto e continuò sulla strada di Ramses II, Dopo l’accordo stipulato con il regno di Hatti, la politica egizia marciò per proprio conto senza curarsi troppo di ciò che accadeva in Asia dove stavano prendendo piede gli assiri che iniziarono a premere contro l’impero ittita. Non sappiamo se gli ittiti chiesero aiuto agli egiziani, come era stato previsto dal trattato, sappiamo però che Merenptah non si mosse in loro aiuto quando l’esercito assiro di Tukulti-Ninurta attaccò l’esercito ittita sbaragliandolo.

Nel medio oriente crebbe l’instabilità e di conseguenza diminuì l’influenza egizia in quell’area. Alcuni signori locali iniziarono a dare segni di insofferenza nei confronti degli egiziani ed allora, ma solo in questo caso durante tutto il suo regno, Merenptah ordinò una spedizione in Canaan per riportare sotto il controllo dell’Egitto questi popoli. La spedizione non è documentata alla maniera di Ramses pertanto quello che sappiamo è che l’esito fu ovviamente a favore dell’esercito egiziano.

Quel poco che si conosce di questa spedizione in parte ci proviene dalla cosiddetta “Stele di Merenptah”.

Si tratta di una stele di basalto nero rinvenuta da Flinders Petrie nel 1896 a Tebe presso il tempio funerario di Merenptah ed oggi custodita presso il Museo Egizio del Cairo. Venne fatta erigere dal faraone Amenhotep III e cita l’esito di una sua vittoria militare contro i Libi e i Mashuash nella Libia avvenuta nel “Quinto anno, terzo mese di shemu, terzo giorno”. Venne in seguito riutilizzata da Merenptah che fece incidere le ultime righe dove raccontò l’esito vittorioso della sua spedizione militare condotta verso la terra di Canaan.

Nell’elenco delle popolazioni sconfitte nella spedizione viene citata tra gli altri “Ysrir” che molti vogliono leggere Israele. Le poche righe recitano testualmente:

Molti studiosi si sono tuffati con grande interesse per cercare di interpretare queste ultime tre righe della stele, principalmente per sostenere che il vocabolo “Ysrir” andrebbe interpretato come “Israele”, cosa che costituirebbe un evento storico unico in quanto sarebbe la prima volta che Israele viene citata in una fonte storica e non solo biblica.

Va detto che il nome Ysrir non è scritto nella forma che servirebbe ad individuare un regno, cioè con tre montagne stilizzate ma semplicemente con un uomo e una donna che starebbero ad indicare una popolazione di natura nomade. A questo punto però non dobbiamo dimenticare un problema, l’invasione egiziana di Canaan da parte di Merneptah risalirebbe al tempo in cui gli israeliani erano “governati” dai Giudici e durante questo periodo la Bibbia non fa alcun cenno ad improbabili invasioni e distruzioni a causa dell’esercito egiziano. I sostenitori della tesi che si tratti di Israele sono talmente sicuri che stavolta non si curano del fatto che la Bibbia non citi un evento così disastroso per il popolo.

Dobbiamo dire a questo proposito che durante il periodo dei Giudici Israele in quanto tale non esisteva e fin dalla morte di Giosuè il popolo si era allontanato dal loro dio:

Al che significa che chiamarli “ebrei”, nel senso di seguaci del dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, è del tutto fuori contesto. Non solo ma qui c’è una contraddizione biblica, il libro dei Giudici non parla mai del fatto che il popolo di Israele, quello uscito dall’Egitto con Mosè prima e poi seguendo Giosuè, invase Canaan distruggendo le città con battaglie tipo Gerico, dal libro dei Giudici apprendiamo che la popolazione di Israele entrò in Canaan attraverso un’infiltrazione graduale e pacifica, almeno nella fase iniziale (Libro dei Giudici – A.Alt, M. Noth). La Bibbia si perde in racconti confusi, cita Debora, Gedeone, poi altri giudici, indi l’episodio di Sansone terminando il racconto con:

Scavi archeologici documentano la nascita, intorno al 1200, di numerosi (circa 250) insediamenti di piccole comunità quasi del tutto insignificanti tra le quali probabilmente anche quelle di Israele. La cultura di questi insediamenti non si differenzia per nulla da quella cananea per cui risulta pressoché impossibile distinguere quale fosse ebrea e quale cananea.

Pensare che con il vocabolo Ysrir gli egizi intendessero un insieme disomogeneo di comunità locali, o che Israele, al tempo del faraone Merenptah, fosse già abbastanza forte da combattere contro l’Egitto, al pari delle altre entità politiche menzionate nell’iscrizione a me pare quanto meno arduo ed arbitrario. Personalmente non credo che il vocabolo Ysrir voglia dire Israele ma lascio che ad interpretarlo siano gli studiosi che ne sanno più di me. Per correttezza ed equità io ho citato la stele come “Stele di Merenptah” e non come “Stele di Israele” o, come vogliono gli egiziani “Stele della Vittoria”.

Finora abbiamo parlato della spedizione in terra di Canaan dove Merenptah ha sbaragliato parecchi popoli addirittura elencandoceli nelle tre righe aggiunte alla stele che fece erigere  Amenhotep III per vantare le sue vittorie. Trovo alquanto strano che un faraone, che di vittorie ne conseguì parecchie, anziché farsi fare una sua stele per evidenziare la sua gloria, abbia sfruttato quella di un altro faraone aggiungendoci solo poche righe. Misteri dell’antico Egitto.

Ma tornando a Merenptah dobbiamo riconoscere che l’evento militare di maggiore importanza fu quello combattuto tra il quinto ed il sesto anno di regno in difesa del Basso Egitto, a Perire nel Delta occidentale, dove ad attaccare l’esercito egiziano fu la cosiddetta confederazione “dei Nove Archi”, un’insieme di vari popoli, libici alleati con i Popoli del Mare. Composta da tribù libiche, Libu, Kehek, Mashuash alle quali si erano unite cinque stirpi appartenenti ai Popoli del mare: Akawasha (Achei), Lukka (Lici), Tursha (Tirreni ?) Sheklesh (Siculi ?) e Danuna (forse i Danai omerici) e, con molta probabilità anche gli Shardana (Sardi ?). Questo insieme di predoni e saccheggiatori aveva invaso quella regione e la teneva con il terrore tanto che la popolazione l’aveva 

All’inizio le sorti della guerra furono incerte, gli invasori conquistarono le oasi giungendo fino al Fayyum e da qui posero l’assedio a Menfi. L’esito della battaglia alla fine fu favorevole all’esercito egiziano che sconfisse ed allontanò gli aggressori. Mertenptah questa volta non si limita alle tre righe della sua stele di cui abbiamo parlato sopra ma racconta la battaglia in altre parti, nella cosiddetta “Grande Iscrizione di Karnak”. L’iscrizione, che si trova sulla parete tra il VI ed il VII pilone del Primo cortile del Grande Tempio di Amon, costituisce una importante documentazione delle campagne di Merenptah contro i Popoli del Mare.

Purtroppo l’impietosità del tempo ha eroso circa un terzo del contenuto ma si intuisce che doveva descrivere nei particolari la vittoria ed il suo ritorno con bottino e prigionieri. Visto l’età già avanzata del sovrano c’è da dubitare che Merenptah abbia partecipato di persona alla battaglia. La battaglia viene descritta anche sull’obelisco del Cairo e sulla stele di Atribis dove si trova una specie di riassunto dell’iscrizione di Karnak oltre alla già citata “Stele di Merenptah”. Secondo le iscrizioni la battaglia contro la confederazione “dei Nove Archi” si risolse in sole sei ore durante le quali vennero uccisi oltre 6000 soldati e 9000 vennero fatti prigionieri, (Qualcosa da suo padre deve pure aver preso).

Per quanto riguarda la sua attività edilizia non si perse d’animo, quello che non costruì lo usurpò ai suoi predecessori, mentre, dal punto di vista religioso risolse un’annosa questione che si protraeva fin dall’epoca di Akhenaton, quella di  restituire, dopo più di un secolo, al primo profeta di Amon del clero tebano, il titolo di “capo dei Profeti di tutti gli dei dell’Alto e Basso Egitto”. Questo fu purtroppo un guaio in quanto sarà una delle cause principali dello smembramento dello stato unitario al termine del Nuovo Regno.

Poi anche per Merenptah giunse il tempo di salire ai Campi di Iaru cosa che avvenne, secondo l’egittologo tedesco Jurgen Von Beckerath, il giorno corrispondente all’attuale 2 maggio del 1203 a.C. Merenptah fu sepolto in quella che oggi identifichiamo come KV8, anch’essa nota fin dall’antichità venne visitata, mappata, come quella di Ramses II, scavata da diversi egittologi tra cui Haward Carter nel 1905 che la chiuse con un cancello in ferro per proteggerla, dotandola anche di illuminazione elettrica.

Durante la sua permanenza Carter rinvenne i resti dei sarcofagi, parte dei vasi canopici e un ostraka che mostrava la sequenza dei sarcofagi.

Nella tomba di Merenptah possiamo notare una planimetria un po’ complessa, in un certo senso rispetta la linearità di quelle della XIX dinastia mantenendo un andamento abbastanza lineare che però risente ancora delle strutture contorte della XVIII anticipando nel contempo quelle rettilinee della XX.

L’ingresso avviene attraverso tre corridoi discendenti lineari che immettono in una anticamera dalla quale si accede ad un’altra camera laterale dedicata a Ramses II. Segue un altro corridoio, sempre discendente, che immette in un vestibolo nel quale si trova il coperchio del sarcofago più esterno, si tratta di un monolite lungo oltre 4 metri ed in origine doveva essere alto più di 2 metri.

Da qui, attraverso un ulteriore corridoio discendente, si accede alla camera funeraria decorata il cui soffitto a volta presenta una decorazione astronomica ed è sorretto da otto pilastri.

All’interno, in posizione trasversale, si trova il coperchio del sarcofago più interno in granito rosa. Lo trovò Haward Carter nel 1904, si trovava capovolto assieme ad un quinto dei pezzi che componevano l’intera struttura. Il coperchio è massiccio e rappresenta il re in forma di mummia, sia questo che quello più esterno erano decorati con capitoli del “Libro delle Porte e dell’Amduat”.

Ma non era finita così, esisteva un terzo sarcofago in granito rosso, con coperchio rappresentante Merenptah mummiforme, che venne asportato durante la XXI dinastia per essere usato dal faraone Psusennes I a Tanis, oltre ad un quarto sarcofago in alabastro oggi ridotto in rovina.

Le pareti sono interamente decorate con scene tratte dal “Libro delle Porte”, dalle “Litanie di Ra” e dal “Libro dell’Amduat”, è inoltre rappresentato lo stesso Merenptah al cospetto di Ra-Horakhti. I corridoi sono anch’essi decorati con scene tratte dal “Libro dei Morti” con la scena principale dell’apertura della bocca e degli occhi. Nella camera funeraria spiccano scene del “Libro delle Porte” e del “Libro delle Caverne”. Nel vestibolo compare il dio Osiride che indossa un pettorale con inciso il nome del sovrano, simbolo questo dell’identificazione del re con il dio dei morti.

La mummia di Merenptah venne scoperta nel 1898, si trovava all’interno della tomba di Amenhotep II (KV35), esaminata nel 1907 da G. Elliot Smith la mummia si presentava come quella di un uomo anziano sui 70 anni, alto circa 1 metro e 74 centimetri, in vita dovette soffrire di artrite ed arteriosclerosi; particolare interessante è privo dei testicoli.

Nei primi anni del ‘900 alcuni radiologi statunitensi annunciarono di aver riscontrato tracce di sale sul corpo della mummia, (bella scoperta, l’elemento essenziale per la mummificazione era il natron). Subito iniziò a diffondersi la notizia che Merenptah fosse il faraone dell’Esodo che morì annegato travolto dalle acque del Mar Rosso mentre inseguiva Mosè e gli ebrei. Inutile aggiungere che il corpo del faraone non presentava segni di annegamento. Se poi, a scanso di equivoci, ci mettiamo pure che coloro che sostengono che Merenptah fu il faraone dell’Esodo, sono magari gli stessi che credono che nella “Stele di Merenptah” il vocabolo “Ysrir” voglia dire Israele, io mi taccio!

Fonti e bibliografia: 

  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alfred Heuss e atr., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

RAMSES II – IL DECLINO E LA MORTE

Di Piero Cargnino

Ma gli anni passavano anche per il sovrano, tranquilli ed in pace, anche se intorno al suo trentunesimo anno di regno ebbe modo di preoccuparsi a causa del verificarsi di un forte terremoto nella regione tebana e in Nubia, le scosse causarono il crollo di parte di una statua del faraone assiso nella facciata del suo tempio di Abu Simbel, la cosa sicuramente creò sgomento e dispiacere anche perché la riparazione del danno apparve subito molto ardua, avrebbe implicato un enorme lavoro, sempre che fosse stato possibile. Probabilmente non lo fu quindi venne deciso di lasciare il tutto come era. Alcuni danni minori invece furono discretamente riparati ma il suo torso e la sua testa rimasero per sempre a terra dove giacciono ancora oggi.

Ramses II compì settant’anni nel quarantaseiesimo anno del proprio regno, vista la breve aspettativa di vita degli antichi Egizi significa che si erano già avvicendate quasi due generazioni dall’epoca della battaglia di Qadesh ed il popolo non la ricordava neanche più. Ma il vecchio faraone resisteva, ai cinquant’anni di regno ritenne che fosse il caso di aggiungere qualche epiteto a quelli già numerosi che vantava, in onore del dio sole Ra si autonominò “Dio Signore di Eliopoli”, l’antica Iunu, centro del culto di Ra. Ora Ramses II si volle identificare con lo stesso Ra legandosi sempre più al dio, per questo aggiunse anche l’epiteto di “Grande Anima di Ra-Horakhti”.

Ormai circondato dall’aura di splendore divino che si era venuta a creare attorno a lui:

Gli anni che passavano e che logoravano il fisico del faraone non intaccarono mai la situazione politica esistente e la burocrazia continuava a funzionare all’ombra del sovrano, l’esatto contrario di ciò che era successo mille anni prima con il faraone centenario Pepi II (vedi Papiro di Ipuwer). Era un”epoca in cui abbondavano politici di grande valore (come servirebbe oggi) scusate la postilla.

Come abbiamo già accennato Ramses II non andava tanto per il sottile riguardo alla celebrazione delle feste dei giubilei, “heb-Sed” (come d’altronde altri sovrani prima di lui) infatti ne celebrò ben quattordici. Con il fisico che si ritrovava possiamo pensare che fino ad una certa età non fu per lui difficile superare le lunghe e complesse liturgie richieste ma dopo i sessant’anni la cosa dovette essere un po’ più complessa per lui, si dice che soffrisse di “devastanti forme di arteriosclerosi” e di una dolorosa forma di “spondiloartrite anchilosante”, debilitazioni che, nonostante la dura fibra del sovrano, che lo rendeva ostinato e orgoglioso, difficilmente gli permisero di affrontare da solo tutti i vari riti, certamente fu aiutato in modo particolare dal devoto, ed ormai anch’egli maturo, figlio Merenptah.

Secondo l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt, una delle più autorevoli partecipanti al restauro della mummia di Ramses II, gli ultimi anni di vita videro il faraone afflitto dalle diverse patologie ed in uno stato pressoché vegetativo:

Dovette godere fino all’ultimo del rispetto e dell’affetto da parte della sua grande famiglia, Non si ha notizia di complotti di corte tra i famigliari per accaparrarsi la successione al trono, tutti coloro che avrebbero potuto avanzare pretese gli premorirono pertanto Ramses aveva già provveduto almeno dieci anni prima della sua morte a nominare principe ereditario il suo tredicesimo figlio Merenptah, nato da Isinofret, che fu sempre vicino al padre particolarmente nei momenti finali del suo regno, svolse in pratica le funzioni di reggente.

Alla morte di Ramses II gli successe al trono come sovrano dell’Alto e Basso Egitto. All’età di 93 anni, dopo 67 anni di regno, il vecchio faraone salpò sulla barca solare di Ra e questo onore oltre che a donargli gloria gli dava anche la sicurezza nel periglioso viaggio attraverso l’Occidente, verso la Duat per raggiungere i Campi Iaru.

Per la sua dipartita Ramses II, il Grande, scelse la città che aveva creato lui stesso, Pi-Ramses. Scrive l’egittologo britannico Kennet Kitchen:

Non esistono descrizioni delle circostanze inerenti la morte del sovrano, la notizia era talmente grave per tutto il popolo egizio che bisognava diffonderla prima possibile, messaggeri risalirono il Nilo in piena rischiando non poco per portare la notizia fino a Tebe. Tra il popolo si diffuse la desolazione, la maggior parte degli egizi non aveva  conosciuto altri sovrani all’infuori di Ramses II. Seguirono i rituali settanta giorni prescritti dopo di che ebbero inizio le cerimonie preparatorie per la mummificazione. Qui riscontriamo un episodio curioso, dopo essere imbalsamato il cuore venne posto in modo sbagliato, dalla parte destra. Ultimati i vari riti la mummia di Ramses II venne trasportata sulla barca regale del figlio Merenptah, scortata da un’enorme flotta lungo il Nilo fino a Tebe, nell’Alto Egitto. Giunti nella Valle dei Re il corteo, dopo il rito “dell’apertura della bocca”, eseguito dallo stesso Merenptah, il corpo del sovrano venne deposto nei sarcofagi, che dovettero essere preziosissimi, nella tomba KV7. Io sono sicuro che di li a poco in cielo si accese una grande e luminosa stella accanto a quella di Nefertari.

Ultimata l’imbalsamazione il corpo del Grande Ramses II venne posto nei suoi sarcofagi e trasportato nella Valle dei Re dove lo attendeva la sua tomba. Possiamo immaginare il corteo che lo accompagnò, pianti e disperazione tra la gente e chissà quante prefiche che si strappavano i capelli e gli abiti e si cospargevano il capo di cenere. C’è da credere che la disperazione del popolo sia stata sincera, accentuata ancor più dalla credenza diffusa che il mondo sarebbe finito con la morte del Grande Faraone. Non credo di aver esagerato nella descrizione, viene spontaneo credere che dopo 67 anni sul trono a governare con magnanimità il suo popolo, questo gli avrà tributato tutti gli onori più che meritati.

La tomba di Ramses II era conosciuta fin dall’antichità ancorché intasata dai detriti che si erano accumulati in così tanti anni durante i quali, per di più, deve aver subito almeno dieci alluvioni, come risulta dai rilievi stratigrafici. Il risultato fu un notevole rigonfiamento delle pareti con il conseguente distacco di gran parte delle decorazioni parietali, infatti quando nel 1828 Ippolito Rossellini la visitò con la spedizione franco-toscana espresse la convinzione che la tomba non fosse mai stata completamente terminata. In precedenza la tomba fu individuata e mappata dal vescovo anglicano, viaggiatore e antropologo Richard Pococke nel 1737/38, fu poi nuovamente visitata dagli studiosi al seguito della spedizione di Napoleone nel 1799. Ma fu solo nel 1844, con Karl Richrd Lepsius che iniziarono i primi scavi che proseguirono poi con Harry Burton nel 1913/14.

Nel 1938 Charles Maystre effettuò una serie di rilievi epigrafici. Passaro quarant’anni finché venne nuovamente scavata nel 1978 dal Brooklyn Museum e nel 1993 venne inserita nel Theban Mapping Projet che provvide a scavarla ulteriormente fino al 2002 con Christian Leblanc.

La planimetria della tomba si presenta assai complessa, nella descrizione mi limiterò all’indispensabile rimandando i più esigenti alle foto planimetriche che seguono. L’ingresso presenta due rampe di scale che danno su un breve corridoio dal quale una terza scalinata porta ad un altro corridoio che sbuca in un’anticamera ed in una sala a pilastri, su un lato della stessa, attraverso una breve scalinata si accede ad un’altra sala con quattro pilastri. Attraverso altri due corridoi assiali si giunge in una stanza che conduce alla camera sepolcrale, anche questa sorretta da quattro pilastri quadrangolari.

Ai lati, in modo non simmetrico, si trovano quattro stanzette. Sugli angoli di fondo della camera sepolcrale due accessi immettono in altre due camere sorrette da due pilastri ciascuna, da una di queste si accede ad una terza identica, tramite un vestibolo.

La tomba, senza dubbio una fra le più grandi della Valle dei Re, si estende per quasi 900 metri quadrati e, come detto sopra, nonostante le alluvioni subite che hanno prodotto parecchi danni alle decorazioni parietali che si sono frammischiate con i vari strati di detriti, molte di esse sono ancora visibili. Nella Camera funeraria si possono ancora ammirare capitoli del “Libro delle Porte”, le pareti delle scale e dei corridoi presentano capitoli dell’ “Amduat”, delle “Litanie di Ra” e del “Libro della vacca celeste” compreso nei “Libri dei Cieli”. Nell’anticamera sono rappresentati molti capitoli del “Libro dei Morti” nei quali compare la cerimonia dell’ “Apertura della bocca”.

La tomba, oggi identificata con la sigla KV7 subì numerosi saccheggi già fin dall’antichità, solo pochi anni dopo la morte del sovrano e quello che doveva essere un imponente corredo funebre venne asportato e disperso fra i molti saccheggiatori. Nel “Papiro dello sciopero”, redatto sotto Ramses III, viene già citato un tentativo di intrusione da parte dei ladri. Fu solo durante la XXI dinastia che venne deciso di trasferire la mummia di Ramses II nella tomba KV17 dove giaceva suo padre Seti I. In seguito, sempre durante la XXI dinastia, l’Egitto si trovò ad attraversare un periodo di turbolenze politico-sociali durante il quale abbondavano i saccheggi alle tombe reali. Per contrastare questo fenomeno venne deciso di effettuare verifiche periodiche al fine di dissuadere i saccheggiatori.

Per poter seguire al meglio la situazione si ritenne opportuno riunire le mummie in una grande tomba più facile da controllare. Allo scopo venne scelta la tomba del Primo Profeta di Amon, Pinedjem II e di sua moglie Neskhons (secondo alcuni la tomba sarebbe in realtà appartenuta alla regina Inhapi, forse una moglie di Ahmose I). La tomba è la DB320 a Deir el-Bahari (la famosa cachette o Royal cache) dove vennero trasferite le mummie di oltre cinquanta faraoni tra i più famosi, tra questi anche le mummie di Seti I e Ramses II che vennero rinvenute nel 1881.

La mummia di Ramses II al Museo Egizio del Cairo

La mummia venne trasferita in seguito al Museo Egizio del Cairo dove era conservata in un’apposita sala con le altre mummie. Negli anni ’70 gli egittologi del Museo del Cairo si accorsero che la mummia si stava rapidamente deteriorando a causa della lunga esposizione in vetrine non sigillate, soggetta quindi all’aria, all’umidità e ai parassiti, pericolose minacce per un corpo disseccato preservatosi per millenni grazie all’avvolgimento in bende e al clima secco del deserto. Per correre ai ripari era necessario intervenire con apposite apparecchiature, cosa che era possibile solo se la mummia veniva trasferita a Parigi. All’inizio la cosa parve complicata ma, su sollecitazione di numerosi egittologi, tra cui Christiane Desroches Noblecourt, venne raggiunto un accordo tra il Presidente della Repubblica francese Giscard d’Estaing ed il suo omologo egiziano Anwar al-Sadat per trasportare la mummia a Parigi con un aereo militare. Da notare che, rispettosamente, all’arrivo a Parigi venne organizzata una processione funebre, dedicata alla mummia del faraone, alla quale vennero riservati gli onori militari come ad un Capo di Stato straniero.

Fonti e bibliografia: 

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  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
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  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
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  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999