Harem Faraonico

UN TRADIZIONALE TRIBUTO DELLA NUBIA AL FARAONE

Di Luisa Bovitutti

Concludo mostrandovi un originale dono che i sudditi nubiani erano soliti riservare al Faraone nel periodo compreso tra il regno di Hatshepsut e quello di Tutankhamon, raffigurati nella tomba di Amenhotep Huy ed altresì nelle sepolture tebane TT93 di Qenamon e TT65 di Nebamon-Imyseba sempre nell’ambito della rappresentazione del tributo nubiano, ed in quelle amarniane di Meryre II e di Huya, nella scena dell’omaggio ad Akhenaton in occasione del suo XII anno di regno.

La presentazione del tributo nubiano a Tutankhamon da parte di Huy, dietro il quale si trovano in basso il modellino grande, e sul registro sopra di esso i due modellini più piccoli. Disegno di Lepsius.
La scena nella tomba di Amenhotep Huy così come appare oggi.

Si tratta di modellini in oro del paesaggio di Wawat, che simboleggiano la ricchezza della Nubia e la piena vivificante del Nilo che da quella terra proviene, posati su basamenti o vassoi riccamente decorati.

Questi rilievi parietali sono piuttosto deteriorati ed i colori risultano scuriti da uno strato di vernice; fortunatamente gli archeologi che ebbero occasione di visitarle realizzarono dei disegni che ci permettono di avere un’idea della bellezza dell’oggetto originale.

Tomba di Kenamun: un modellino destinato al sovrano.
Disegno di Nina De Garis Davies

Tra i tributi nubiani raffigurati nella tomba di Huy figurano tre modellini, ben disegnati da Lepsius, a colori: nel più grande il paesaggio è disseminato da numerose palme sulle quali si arrampicano scimmie e babbuini per raggiungere i datteri; a terra svariati nubiani, alcuni liberi, altri incatenati. Due giraffe trattenute da due servi tramite una corda si allungano verso i frutti per poterli mangiare. Al centro, sopra una specie di cesto di pelle bovina, sorge una costruzione piramidale, forse una capanna, circondata da trofei.

Particolare del modellino più grande

La base del modellino è ornata da pelli di grossi felini e da placche rettangolari (forse stoffe) ornate da dischi d’oro; vi sono altresì incisi i cartigli di Tutankhamon, che sono stati erasi, e due nubiani schiena contro schiena, incatenati.

Tomba di Huya: l’omaggio ad Akhenaton per il XII anno di regno. Disegno di Norman De Garis Davies. Il modellino è nel primo registro in alto, poco a destra della metà della scena
Particolare della scena nella tomba di Huya, ad Amarna: il modellino è raffigurato sul registro in alto, a sinistra.
Tomba di Meryra II ad Amarna. Disegno di Norman De Garis Davies. L’immagine è poco leggibile, ma credo che il modellino sia nell’angolo a destra in alto. Si accettano altre proposte!

FONTI:

Harem Faraonico

HEKANEFER, L’ULTIMO GLORIOSO FIGLIO DEL KAP

Di Luisa Bovitutti

Il tramonto dell’istituzione durante i regni di Akhenaton e Tutankhamon.

Per rinforzare il potere centrale anche Akhenaton cercò di rinnovare i quadri dell’amministrazione dello Stato come avevano fatto i suoi predecessori e di liberarsi di funzionari che occupavano posizioni di prestigio non in virtù dei propri meriti ma grazie alle doti dimostrate decenni prima da un antenato, i quali furono sostituiti con giovani forse altrettanto incapaci ma che erano entrati nelle grazie del re e che venivano ricompensati più per la loro fedeltà che per le doti dimostrate e per i servizi effettivamente prestati allo Stato.

Naturalmente così facendo costui allontanò dalle stanze del potere famiglie antiche ed influenti, alienandosi il loro favore senza rendersi conto che avrebbero invece potuto sostenerlo nella sua opera di rinnovamento globale.

Viste le modalità di scelta dei collaboratori privilegiate dal sovrano, il kap perse progressivamente la sua importanza e scomparve del tutto dopo il periodo amarniano, tant’è che non v’è prova della sua sopravvivenza sotto Ay ed Horemheb.

In effetti tra i figli del kap del periodo si distinse in modo notevole solo il nubiano Heqanefer, il quale, dopo essersi completamente egittizzato attraverso il suo percorso educativo a corte con Akhenaton o addirittura con Amenhotep III, fu nominato governatore di Gerusalemme e in seguito, con Tutankhamon, venne inviato come governatore del suo paese di origine con il titolo di “Principe di Miam”, l’odierna Aniba, città fortificata posta a sud della prima cataratta e capitale delle province della Bassa Nubia.

Per garantirsi il controllo sulla regione recentemente conquistata, infatti, i Faraoni nominavano in qualità di governatori membri dell’élite locale di provata fedeltà, giunti in Egitto da piccoli come ostaggi o per decisione dei loro lungimiranti genitori ed educati nel kap faraonico, che venivano accettati più facilmente dai loro connazionali dei quali conoscevano bene la cultura e le usanze.

Il rango di Hekanefer era particolarmente elevato, in quanto vice di Amenhotep detto Huy, figlio del re di Kush e vicerè di Nubia che lo fece rappresentare nella sua tomba tebana (TT40), e rivestì numerosi altri titoli, emersi dalle iscrizioni rinvenute sulle pareti della sua tomba molto danneggiata.

Oltre ad essere Principe di Miam Figlio del kap, infatti, egli fu anche Ufficiale capo dei trasporti fluvialiPortatore della sedia pieghevole (o forse della faretra) del signore delle due terre che implicava compiti cerimoniali nel servizio reale e Fabbricante di sandali del re, che sottolinea la sua sottomissione al sovrano oppure che Miam era il fornitore ufficiale delle calzature del re.

La tomba, scavata alla destra di altre due in un’imponente formazione rocciosa, è sita a Toshka, in Nubia, una località molto importante fin dall’Antico regno in quanto era il capolinea del fiume e quindi l’ultimo centro di approvvigionamento lungo il tragitto verso le cave di diorite, ametista e corniola che si trovavano nel deserto.

Cartina della Nubia con l’indicazione di Aniba e di Toskha

Essa era stata segnalata fin dal 1819 dallo studioso francese Jean-Nicholas Huyot, visitata nel 1843 da Lepsius e poi da Weigall, il quale individuò sull’ingresso il graffito visibile solo con la luce radente che raffigurava Heqanefer nella posa e con l’abbigliamento del funzionario tebano ed il suo nome in geroglifico, ma venne liberata dalle macerie ed indagata solo a far tempo dal 1961, dal team del Penn Museum e dell’Università di Yale capeggiato dal prof. William Kelly Simpson, che scoprì altre quattro raffigurazioni del defunto.

La formazione rocciosa a Toshka che ospita le tre tombe del Nuovo Regno: si notano chiaramente gli ingressi a sinistra ed al centro; all’estrema destra l’ingresso di quella di Hekanefer, semicrollato.

La tomba riproduce in scala ridotta quella tebana di Amenhotep Huy, ed entrambe risalgono all’epoca di Tutankhamon; all’esterno di essa, a sinistra dell’ingresso, si trova una nicchia danneggiata che contiene i resti di due statue sedute scolpite nella roccia; sopra di esso, vicino alla sommità della formazione rocciosa, vi è un’altra nicchia nella quale vi sono una stele con sommità rotonda e, ai lati, una stele rettangolare.

La pianta della tomba di Hekanefer

Originariamente la sezione di facciata sopra la porta era scolpita con testi che continuavano a destra ed a sinistra e sopra di essi, al centro, con l’immagine di Osiride e di una tavola per le offerte, ai cui lati si trovavano due figure del principe.

L’interno della tomba è costituito da una prima camera rettangolare con pareti fortemente curve che immette in una seconda camera con quattro pilastri, all’interno della quale un pozzo conduce agli appartamenti funerari.

Il pozzo posto nella sala a colonne che dà ingresso agli appartamenti funerari

Questi ultimi sono costituiti da una camera con pilastri grezzi, il cui pavimento è stato abbassato, lasciando solo un ripiano nel quale è stato scavato un altro pozzo all’interno del quale si trova una piccola nicchia destinata ad ospitare il sarcofago o il corredo funerario.

Il pozzo che dà ingresso alla camera sepolcrale

L’ipogeo era già stata saccheggiato e devastato nell’antichità, ma gli archeologi riuscirono comunque a recuperare una quantità di cocci che permisero di ricostruire alcuni vasi, diversi ushabti con tratti tipicamente egizi (uno di maiolica, la metà superiore di un altro di calcare dipinto e tre di pietra verde grigiastra, due dei quali, i più belli, recavano inciso “Heka-nefer, Principe di Miam”), porzioni di un pettorale in pietra tenera con disegni floreali e il testo dello scarabeo del cuore, un frammento di un terminale di collare in pietra a forma di testa di falco, un terminale di arredo in rame a forma di capitello a fascio di papiro e frammenti di una coppa di alabastro.

Due degli ushabti di Hekanefer

I frammenti di collare e di pettorale

Le immagini in bianco e nero risalgono al 1962 e furono scattate dal team che esplorò la tomba.

LA RAPPRESENTAZIONE DI HEKANEFER NELLA TOMBA TT40

Nella tomba tebana di Amenhotep Huy vicerè di Nubia durante il regno di Tutankhamon (TT40) vi è un’altra certa rappresentazione di Hekanefer, l’unico dei molti personaggi ivi dipinti indicato per nome oltre al defunto ed al re.

L’immagine del principe di Miam si trova all’interno della coloratissima e suggestiva scena visibile appena entrati nella tomba, sul lato sud della parete ovest del salone trasversale, che mostra Huy che presenta al sovrano i tributi della Nubia, portati dai dignitari locali; sul lato nord della medesima parete si trova invece l’arrivo dei tributi asiatici.

Riproduzione completa della parete del tributo nubiano. Il personaggio grande è Huy.

Questi tributi erano costituiti in parte dalle imposte che i paesi sottomessi avevano il dovere di versare all’amministrazione egizia, in parte da doni che venivano offerti al Faraone in cambio del “soffio vitale”, che consentiva la sopravvivenza degli uomini e della sua opera di mantenimento della Ma’at.

La delegazione, capeggiata da Hui, era giunta a Tebe navigando lungo il Nilo a bordo di navi sontuose, seguita da chiatte cariche di prodotti preziosi ed esotici; i principi vengono ricevuti a palazzo e li presentano a Tutankhamon, il quale, soddisfatto, riconferma Huy nel suo incarico, premiandolo con numerose collane d’oro: “Oro sul collo e sulle braccia, ancora e ancora, un numero straordinario di volte”.

Tutankhamon in trono, sotto il baldacchino: questa immagine è tratta dallo speculare rilievo del tributo asiatico, molto meglio conservato quanto a questo personaggio.

La raffigurazione dell’omaggio dei nubiani occupa i tre registri superiori della scena: i principi provengono dalla Bassa Nubia (Wawat – primo registro in alto) e dall’Alta Nubia (Kush – secondo e terzo registro), guidano la processione dei servi che portano i tributi e si prostrano dinanzi al Faraone e ad Hui che, nella sua qualità di “portatore di ventaglio alla destra del re”, li accoglie reggendo un grande ventaglio cerimoniale.

La prima e più importante delegazione è quella di Wawat ed è capeggiata proprio da Heqanefer, principe di Miam, che controllava la regione di Wadi Allaqi, principale fonte di oro del paese.

Hekanefer è il principe prostrato davanti ai tributi, ad Hui ed al sovrano (che non si vedono; dietro di lui altri dignitari in ginocchio ed in piedi ed una principessa

Quest’ultimo ha pelle nera e labbra carnose e sebbene fosse completamente egittizzato grazie all’educazione ricevuta a corte, indossa sopra gli abiti leggeri e pieghettati di foggia egizia gli elementi distintivi del costume tradizionale del suo paese, che lo assimilano al modello tradizionale di straniero nubiano: due piume di struzzo infilate in una parrucca di corti ricci scuri trattenute da una fascia bianca sulla fronte, una pelliccia di leopardo sulla schiena, bracciali d’avorio ai polsi, uno stretto girocollo di perline, fasce e cinture di cuoio.

La delegazione, composta da altri notabili e dai figli dei principi della Bassa Nubia, raffigurati come egizi di status elevato, si inchina davanti al Faraone e fa atto di sottomissione: “Omaggio a te, Re d’Egitto, figlio dei Nove Archi! Concedici il respiro che tu dai e fai che possiamo vivere a tuo piacimento”, quindi gli presenta prodotti tipici della sua terra, parte dei quali i servi hanno già deposto davanti al baldacchino del sovrano (oro sotto forma di sacchetti di polvere e di grandi anelli e vassoi contenenti corniola, ematite e diaspro rosso).

Dietro i principi sfila una principessa nubiana elegantemente abbigliata in stile egizio, la cui parte superiore è ormai scomparsa; ella è seguita dai “figli dei principi di tutte le terre” che hanno tratti ed abiti egizi ed indossano un modius d’oro sopra le parrucche; due di loro portano la treccia dell’infanzia sul lato della testa, quindi sono ancora bambini.

Una seconda principessa, forse destinata all’harem di Tut, accompagnata da altri nobili del suo paese li segue a bordo di un carro dotato di parasole, trainato da due buoi senza corna riccamente bardati e governati da un giovane servo; ella ha la pelle nera e indossa gioielli africani bianchi e dorati ed un abito in stile egizio.

Seguono il primo gruppo di offerenti alcuni portatori di oro ed una principessa su di un carro trainato da buoi e condotto da un ragazzo.

Dietro di loro si snoda la sfilata dei portatori di tributi, che reggono vassoi carichi di pesanti anelli e sacchi di polvere d’oro, pelli di felini esotici e code di giraffa, zanne d’avorio, scudi, archi e frecce, mobili in legno pregiato, ebano, un carro, un santuario dorato, buoi grassi destinati al sacrificio che rappresentano gli stessi nubiani nemici dell’Egitto (come si desume dalla presenza di teste tra le lunghe corna decorate e del geroglifico della mano sulla loro punta, che li assimila ad un uomo), ed una giraffa nubiana (priva di macchie e più piccola di quelle comunemente diffuse in Africa).

Particolare dei buoi, con teste di nubiani tra le corna che terminano con delle mani, per completare l’assimilazione tra l’animale ed il nemico sconfitto.

Seguono cinque giovani nubiani con le mani legate ed una corda al collo, che indossano un perizoma di pelle da cui pende una coda, destinati probabilmente a servire il sovrano o l’esercito egizio.

Conclude la processione del primo registro un gruppo di cinque nubiani legati e di due donne con i loro bambini, probabilmente destinati a restare in Egitto per servire il Faraone.

Il registro è completato da due donne, una dietro l’altra; la prima è nera e di marcati lineamenti negroidi, seno pendulo ed addome sporgente, la seconda si vede appena e si distingue dall’altra per il colore della pelle più rossiccio. Ognuna di loro ha per mano un bambino e la prima ne ha un altro in una cesta di pelle bovina che porta sulla schiena.

Il registro inferiore ripropone la stessa struttura del primo: i principi, offrono i doni al Faraone (pietre dure su vassoi e polvere d’oro in un sacchetto) e gli rendono omaggio, seguiti da portatori di altri doni, in questo caso oro in anelli.
Concludono la seconda processione altri portatori di tributi: pelli pregiate, oro, una giraffa viva, code di giraffa (usate come scaccia-mosche) e buoi grassi destinati al sacrificio.

Tra i doni destinati al Faraone si trovano tre manufatti straordinari, molto in voga tra il regno di Hatshepsut e quello di Tutankhamon, purtroppo ora deteriorati e sopravvissuti solo grazie ai disegni degli studiosi che visitarono la tomba: si tratta di tavoli riccamente decorati sui quali è posato un modellino in oro del paesaggio di Wawat, che rappresenta la ricchezza della Nubia e la piena vivificante del Nilo che proviene dal sud.

IPOTESI SULLE DIVERSE RAPPRESENTAZIONI DI HEKANEFER NELLA PROPRIA TOMBA DI TOSHKA ED IN QUELLA TEBANA DI HUY

Georg Steindorff nel 1937 fu il primo ad ipotizzare che l’Hekanefer della tomba tebana e quello nominato nei testi di Toshka copiati da Lepsius e Weigall fossero in realtà lo stesso individuo; nonostante ciò, solo in seguito agli scavi del 1961 si giunse a riconoscere che la struttura investigata da Simpson era la tomba del principe e non un santuario o un cenotafio.

Particolare della tomba di Amenhotep Hui: Hekanefer capeggia la delegazione di Wawat, prostrandosi davanti ad Huy ed a Tutankhamon.

Gli egittologi tuttavia si sono chiesti per quale motivo qui egli si sia fatto ritrarre con le sembianze e l’abbigliamento di un funzionario egizio (sono venute alla luce cinque scene, gravemente compromesse, delle quali ho trovato un’unica scadente immagine) mentre nella TT40 a Tebe viene rappresentato come un nubiano.

Particolare della tomba di Hekanefer a Toshka, dove appare come un egizio, con la pelle chiara, mentre rende omaggio ad una divinità.

Analoga dicotomia si riscontra nella tomba dell’altro figlio del kap Djehutyhotep detto Paitsy, sita a Debeira Est, che fu governatore della Bassa Nubia sotto Hatshepsut e Thutmosis III (come prima di lui suo padre Ruiu e dopo di lui il fratello Amenemhat) e come tale portava di diritto il titolo di principe di Tehkhet.

Pur essendo sicuramente nubiano, si fece rappresentare sulle pareti della sua sepoltura con la fisionomia egizia convenzionale (egli stesso con la pelle di colore rossiccio e la moglie con la pelle gialla), come si può notare dai dipinti superstiti della sua tomba, trasferita integralmente al Museo Nazionale del Sudan a Khartoum in quanto la zona dove essa sorgeva sarebbe stata coperta dalle acque del lago Nasser.

Particolare della tomba di Djiehutyhotep: il dignitario e la moglie appaiono con abiti e fattezze egizie pur essendo nubiani.

Il professore californiano Stuart Smith, esperto dei rapporti tra Antico Egitto e Nubia, riprendendo la teoria formulata dall’egittologo barese Antonio Loprieno, professore all’Università di Basilea, ha sottolineato che la cerimonia della presentazione dei tributi, detta “presentazione di Inu” era un evento carico di significato, attraverso il quale gli egizi e gli stranieri sottomessi (simboli del caos) riconoscevano il potere e l’autorità del sovrano che manteneva la Ma’at, gli rendevano pubblicamente omaggio e gli offrivano doni in cambio del soffio vitale.

In questo contesto i principi vassalli, indipendentemente dal ruolo rivestito nell’amministrazione coloniale e dall’eventuale residuo legame con la madre patria, dovevano impersonare i nubiani vinti dal Faraone, e come tali si presentavano in ossequio al protocollo cerimoniale.

Tale interpretazione troverebbe riscontro in una lettera del primo periodo Ramesside che descrive il ruolo scenico attribuito ai nubiani e agli altri stranieri nell’ambito della cerimonia: “Fate attenzione! Pensate al giorno in cui verrà inviato l’Inu e sarete portati alla presenza (del re) sotto la finestra (delle apparizioni), i Nobili ai lati di fronte a sua Maestà, i principi e gli inviati di ogni paese straniero in piedi, che guardano il tributo…Gli alti popoli Terek nelle loro vesti di cuoio, con ventagli d’oro, acconciature alte e piumate, i lori gioielli d’avorio, e numerosi nubiani di ogni tipo”.

Gli studiosi americani Colleen Manassa e John Darnell, l’ungherese LászlóTörök e più recentemente l’olandese Willem Paul van Pelt hanno escluso la completa egittizzazione dei principi nubiani educati alla corte del Faraone: essi sostengono che indossare il loro costume tipico nel corso della processione dei tributari implicava l’orgogliosa affermazione delle proprie origini etniche ed il non completo asservimento ai conquistatori, che i loro connazionali non avrebbero gradito.

Sembra peraltro improbabile che nell’ambito di una cerimonia egizia rigidamente formale i partecipanti potessero scegliere cosa indossare e soprattutto sottolineare la propria identità nazionale di fronte al sovrano che aveva annesso all’Egitto la loro terra e che interveniva con la forza a reprimere le loro aspirazioni autonomiste.

Dal museo Egizio di Torino, due coppie di arcieri, dalla tomba di Iti e Neferu, I’ periodo intermedio, Gebelein.

Nelle proprie tombe, invece, costruite secondo il modello egizio, i principi potevano liberamente descriversi per quello che erano diventati, ossia uomini di potere inseriti ad alto livello nell’amministrazione coloniale, scegliendo come Hekanefer e Djehutyhotep di enfatizzare la propria completa integrazione nella società che li aveva educati, oppure rivendicando le proprie origini mantenendo alcuni tratti tipici della loro etnia, come ad esempio il colore della pelle e, in alcuni casi, i tratti del viso.

Stele in calcare dipinto dell’arciere mercenario nubiano Nenu, che lo rappresenta con sua moglie egizia Sekhathor, i suoi figli, un servitore ed i suoi cani da caccia. I tre uomini e la figlia indossano costumi nubiani, la moglie un bianco abito di foggia egizia. Dal MFA di Boston.

E’ il caso dei mercenari nubiani stabilitisi a Gebelein ed a sud di Tebe nel primo periodo intermedio, che servirono i principi tebani, che si fecero raffigurare nelle stele con lineamenti egizi ed abiti nubiani, e di Mahierpri, il figlio del kap che nel libro dei morti trovato nella sua tomba appare con l’abito e l’atteggiamento di un ufficiale egizio ma con la pelle nera, un’acconciatura a strettissimi ricci scuri, bracciali d’avorio ed un girocollo di perline, normalmente associati al prototipo dello straniero nubiano (troverete maggiori informazioni su questo principe e sulla sua tomba nel nostro sito, a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/19/maiherpri-figlio-del-kap/

FONTI:

Harem Faraonico

‘APER-EL, UN SEMITA FIGLIO DEL KAP, VISIR E PADRE DEL DIO?

Di Luisa Bovitutti

‘Aper-El così come appare ritratto nella sua tomba

‘Aper-El, conosciuto anche come Aperia raggiunse le vette del potere verso la seconda metà della XVIII dinastia e servì prima Amenhotep III, che crebbe con lui nel kap, ed in seguito suo figlio Akhenaton.

Egli riuscì a non farsi coinvolgere appieno dalla riforma atoniana, in quanto probabilmente visse ed operò a Menfi, che era rimasta la capitale amministrativa del regno.

Pianta della tomba di ‘Aper-El

Nella sua tomba, infatti, e sugli oggetti in essa contenuti, sono incisi i cartigli dei due sovrani e l’unico indizio del mutamento religioso in atto si individua nell’iscrizione sul sarcofago del figlio Amenhotep (Amon è soddisfatto), che lo definisce con il diminutivo di Hui per evitare, utilizzando il nome teoforo, di nominare il dio decaduto.

Non è stata trovata menzione dei suoi genitori e degli altri componenti della sua famiglia d’origine, per cui non è possibile stabilire se fosse un immigrato o figlio di immigrati, il rampollo di un notabile straniero allevato nel kap, o più semplicemente un egizio al quale i genitori avevano dato un nome esotico; è comunque certo che crebbe, visse e prosperò nelle Due Terre e che era completamente egittizzato, come si desume dalla sua tomba e dal suo corredo funerario.

Rilievo tombale che raffigura un sacerdote che offre un fiore di loto ad ‘Aper-El.

Egli ottenne un’infinita serie di titoli, iscritti sulle pareti della sua tomba e sugli oggetti trovati al suo interno, uniche fonti di conoscenza della sua vita: il più importante di essi era “visir” ma come Yuya ed Ay era anche “padre del dio”, ossia consigliere anziano che aveva conosciuto il Faraone da bambino ed aveva contribuito ad educarlo, “generale dei cavalli”, cioè dei carri, “capo dell’intero paese”“figlio del kap” ed “ambasciatore del re”.

La trascrizione del testo rinvenuto sulla parete della tomba di ‘Aper-El effettuata da Petrie al momento del suo ingresso.

Nella cappella della tomba si trova traccia di altri due titoli non ben conservati, la cui lettura completa non è certa.

Il primo è “direttore dei padri e delle madri adottivi dei figli del re”, che indica che ‘Aper El era responsabile dei nobili incaricati di crescere e di educare i principi e le principesse; il secondo, leggibile solo in parte, recita “primo servitore di Aton in…” e dimostrerebbe che forse già con Amenhotep III, aveva un legame con il culto di Aton, consolidatosi poi con l’avvento al trono di Akhenaton.

Frammento del sarcofago recante il nome di ‘Aper-El (qui scritto Aperia)

Egli morì a circa 50 – 60 anni e fu seppellito a Sakkara, in una tomba scavata nella scarpata a sud-ovest della piramide di Teti, conosciuta in epoca faraonica come la “scarpata di “Ankhtawy” ed oggi nota come Bubasteion, in quanto gli ipogei del Nuovo regno che ivi si trovavano sono stati successivamente utilizzati dai sacerdoti di Bastet come catacombe per i gatti mummificati che i pellegrini portavano al santuario della dea.

Quel che rimane di uno dei sarcofagi di ‘Aper-El

LA TOMBA ED IL CORREDO FUNERARIO

‘APER-EL ERA GIUSEPPE, FIGLIO DI GIACOBBE, VENDUTO COME SCHIAVO DAI FRATELLI?

La tomba di ‘Aper-El è identificata come Bub. I.1 (I indica che si trova al livello superiore degli ipogei del Bubasteion, 1 perché è la prima di una serie sullo stesso lato) ed egli vi fu inumato con sua moglie Uriai e con uno dei suoi figli, probabilmente il maggiore, chiamato Hui (come già visto diminutivo di Amenhotep, nome non più utilizzato in epoca amarniana perché conteneva il riferimento al dio Amon) e morto a circa 35 anni, attorno al 10 anno del regno di Akhenaton: così come il padre, egli ricoprì le più alte funzioni militari, prima come “scriba delle reclute” e “generale dei carri” ed infine quale “generale in capo”; in campo civile ottenne il titolo di “direttore di tutte le opere degli dei”.

Il sarcofago antropoide esterno di Uriai ed un particolare del viso

Da un rilievo tombale deturpato della tomba si apprende che ‘Aper-El ebbe almeno altri due figli, raffigurati mentre eseguono rituali davanti al padre; uno di essi si chiamava Seny (forse diminutivo di Sennefer) ed era inserito nell’amministrazione statale, come si deduce dai titoli attribuitigli; un altro di nome Hatiay era un sommo sacerdote di Nefertum.

L’ipogeo, uno dei pochi di epoca amarniana rinvenuti a Sakkara, era stato individuato nel 1881 dall’archeologo britannico William Flinders Petrie, che copiò un testo visibile nelle parti accessibili della cappella (livello 0), ma fu dimenticato fino al 1976, quando il dott. Zivie, direttore della Missione Archeologica Francese del Bubasteion (MAFB) cominciò ad esplorarlo, a liberarlo dai detriti ed a realizzare le opere di consolidamento e di restauro, iniziate nel 1980 insieme all’Organizzazione delle Antichità Egizie, oggi Consiglio Supremo delle Antichità Egiziane.

Esso è ampio e profondo, con quattro livelli che corrispondono alla cappella (livello 0) e agli appartamenti funerari (livelli MENO 1, MENO 2, MENO 3); dall’ultimo di essi si accede alla camera sepolcrale venuta alla luce nel 1987, il cui ingresso recava ancora i resti del sigillo ufficiale della necropoli (lo sciacallo con nove prigionieri, come nella tomba di Tutankhamon), segno che era stata saccheggiata nell’antichità e poi risigillata ma che da allora non aveva più subito intrusioni.

Il desolante spettacolo che si presentò all’apertura della camera sepolcrale

La tomba in origine era almeno in parte decorata, ma nel corso dei secoli ha subito gravi danni, sia per le devastazioni compiute dai ladri, sia per i numerosi crolli dovuti alle infiltrazioni di acqua provenienti dall’altopiano sovrastante, che hanno richiesto notevoli opere di intervento per rendere sicure le camere sotterranee ed il lavoro degli archeologi.

Uno dei sarcofagi di Lady Uriai e un intarsio raffigurante Nut, su uno dei suoi sarcofagi.

Nella camera funeraria furono effettivamente rinvenuti i resti del visir, di sua moglie e di Hui, ridotti ormai a scheletri per la profanazione dei saccheggiatori e per l’umidità; essi sono stati riconosciuti con certezza grazie allo studio delle ossa, dei frammenti dei sarcofagi e degli oggetti inscritti associati a ciascuna sepoltura; la loro morte è da collocarsi più o meno nello stesso periodo, atteso che i sarcofagi ed il corredo funerario presentano tutti le medesime caratteristiche.

Il manichino porta-parrucche

Stranamente essi sono assimilabili più a quelli “tradizionali” rinvenuti nella tomba KV46 di Yuya e Tuia, suoceri di Amenhotep III, che a quelli amarniani: ogni defunto era stato sepolto in tre sarcofagi antropoidi di legno, incastrati l’uno nell’altro e poi custoditi molto probabilmente in un altro di forma rettangolare; alcuni di essi erano dorati e quelli interni erano riccamente decorati con intarsi di pasta vitrea.

Intarsio raffigurante Nut, su uno dei sarcofagi di Hui

Tra i manufatti più importanti scoperti nella tomba ci sono i vasi canopi in pietra, un contenitore d’avorio per cosmetici a forma di pesce (tilapia nilotica), un supporto in legno stuccato per parrucca raffigurante la testa di una giovane donna con grandi orecchini, due cubiti votivi, uno in scisto e l’altro in legno che menziona ‘Aper-El come “i due occhi del re”, orecchini, anelli, frammenti di collare o pettorale con un complesso disegno di perline e pendenti in pietre dure ed oro (questi ultimi a forma di segno nefer), frammenti di fasce d’oro rinvenuti intorno agli omeri del visir, alcune fasce circolari d’oro ed un diadema ben conservato, certamente appartenente al corredo della sua mummia, due intarsi in vetro raffiguranti la dea Nut, che costituivano ornamento del coperchio del sarcofago interno della moglie di ‘Aper El e di Hui.

Il cucchiaio per cosmetici in avorio a forma di tilapia nilotica

Inizialmente i manufatti presero diverse destinazioni (i canopi di Uriai ad Alessandria d’Egitto, gli oggetti ed i gioielli, completi o frammentari, dei quali non sono riuscita a trovare belle immagini illustrative, al Museo egizio del Cairo) per essere poi concentrati nel Museo Imhotep a Saqqara, attualmente chiuso al pubblico per motivi imprecisati.

Uno dei vasi canopi ritrovati nella tomba ed uno dei coperchi

Sembra incredibile che non siano emerse ulteriori tracce di ‘Aper-El, che aveva svolto un ruolo importante al fianco di Amenhotep III e che aveva goduto della fiducia di Akhenaton nonostante le mutate circostanze politiche e religiose.

Frammento di collare costituito da un tessuto di perline, decorazioni in oro a forma di segno nefer e pendenti forse in pietre dure.

L’ipotesi di alcuni studiosi e dello stesso Zivie, allo stato tuttavia priva di riscontro, è che egli potrebbe essere stato conosciuto con un altro nome, un diminutivo o un soprannome, con il quale è stato ricordato altrove, come spesso accadeva in Egitto per i funzionari del Nuovo Regno, in particolare durante il periodo di Amarna.

In ogni caso ‘Aper El è un personaggio che intriga: ha un nome semitico, riferito al dio El; è talmente ricco da potersi permettere un corredo funerario analogo a quello dei suoceri del Faraone; è il titolare dell’unica tomba del periodo amarniano rinvenuta nella necropoli menfita; è così potente da essere il numero due del regno, dopo il Faraone; ha legami strettissimi con il palazzo.

E’ quindi comprensibile che alcuni abbiano voluto identificarlo nel biblico Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, giunto schiavo in Egitto e diventato poi Visir del Faraone dopo averne interpretato in maniera corretta gli strani sogni; così come Giuseppe, il semita ‘Aper-El avrebbe conquistato la stima del suo re (Amenhotep III) che gli affidò l’educazione del futuro Amenhotep IV, diventandone poi il fidato consigliere ed indirizzandolo verso il monoteismo.

Lo schiavo Giuseppe, condotto davanti al Faraone, interpreta il suo strano sogno e gli spiega che le sette vacche grasse divorate da sette vacche magre e le sette spighe rigonfie mangiate da sette spighe vuote indicavano che l’Egitto avrebbe conosciuto sette anni di grande abbondanza ai quali avrebbero fatto seguito sette anni di carestia, e suggerisce al Faraone di fare scorta di grano da utilizzare durante la carestia. Il Faraone si fida di Giuseppe e lo nomina visir, incaricandolo di gestire l’accantonamento delle provviste. Questo dipinto è opera di Raffaello e si trova a Roma nelle stanze Vaticane.

Lo stesso prof. Zivie sottolinea che l’ipotesi “ignora le realtà storiche: la religione di Akhenaton non è esattamente monoteista ed è per molti versi sorprendentemente diversa dal monoteismo biblico, che a sua volta è il risultato di un lungo processo che si materializza solo molto più tardi al tempo dei profeti”.

IN AGGIORNAMENTO

FONTI:

Harem Faraonico

IL FIGLIO DEL KAP HOREMHEB E LA SUA TOMBA

Di Luisa Bovitutti

Horemheb con la moglie e la principessina figlia di Thutmosis IV affidata alle sue cure

Horemheb figlio di Iside iniziò la sua carriera come semplice scriba sotto Amenhotep II, poi il suo successore Thutmosis IV, con il quale aveva frequentato il kap, gli attribuì titoli ed incarichi prestigiosi e remunerativi. Grazie al successo conseguito potè permettersi una tomba mirabilmente decorata proprio sulla cima della collina di Sheikh Abd el-Gurna, la TT78, visitata fin dalla prima metà del 1800 dai più importanti egittologi dell’epoca, ripulita e restaurata nel primi anni del 1900.

Horemheb ricevette ventidue titoli onorifici (Principe e ConteFamiliare del ReGrande Confidente del Signore delle Due TerreConfidente PreferitoAmato dal Dio PerfettoVicino ad HorusVicino al signore del palazzoPortatore di ventaglio alla destra del reVero scriba del re che lo amaCompagno del Signore delle due terre, Compagno del portatore della forza, Gli occhi del re attraverso la terrae ventuno attinenti le mansioni effettivamente espletate.

I suoi titoli si trovano nella sala trasversale della tomba: egli scalò i vari gradi delle gerarchie militari fino a diventare Responsabile per il reclutamento e l’organizzazione delle truppe“, che gli dava il controllo su tutti i soldati e gli ufficiali attivi.

In ambito civile era delegato a ricevere i tributi dai paesi stranieri ed in qualità di Sorvegliante del bestiame e di Sorvegliante degli uccelli e dei pesci esercitava il controllo sulle caccia, la pesca e sui possedimenti reali; Thutmose IV gli affidò anche l’educazione di sua figlia Amenemipet che nella tomba viene raffigurata seduta sulle sue ginocchia.

Con Amenhotep III ricevette anche i titoli religiosi di Sorvegliante dei campi di AmonSorvegliante del bestiame di AmonColui che si occupa delle costruzioni di Amon.

La sua tomba ha la pianta a T rovesciata tipica dell’epoca ma ha una galleria aggiuntiva, che inizia nell’angolo nord-ovest della cappella e che conduce al complesso sotterraneo non iscritto che termina con la camera sepolcrale; essa si affacciava su di un cortile oggi praticamente scomparso per la presenza di parecchi detriti.

La parte inferiore della facciata era scolpita nella roccia ricoperta da un rivestimento di limo del Nilo; quella superiore era in mattoni e sul bordo era decorata con una fila di coni funerari recanti il nome del defunto.

Ricostruzione della facciata; in origine l’ingresso era contrassegnato dagli stipiti della porta, ora scomparsi; sul lato superiore c’era la decorazione costituita da una serie di coni funerari.
Uno dei coni funerari

Solo la sala trasversale e quella longitudinale sono state decorate secondo uno schema analogo a quello già visto nella tomba di Userhat: nella stanza trasversale Horemheb viene rappresentato da vivo mentre fa offerte agli dei, porta doni al sovrano, controlla la distribuzione delle razioni alle reclute e banchetta festoso; in quella longitudinale sono illustrati i riti funebri destinati a garantirgli la vita ultraterrena e per la prima volta in una tomba si trova rappresentato il giudizio di Osiride.

Le raffigurazioni di Horemheb, della moglie Atjuia cantante di Amon a Karnak, della madre e del fratello maggiore sono state intenzionalmente scalpellate, salvo tre di esse, forse perché prive di nome e di testo.

Il soffitto della tomba, rimasto incompiuto

Non si tratta tuttavia di damnatio memoriae conseguente ad un deteriorarsi del rapporto con il sovrano, in quanto la tomba fu effettivamente utilizzata per Horemheb; i danni sono quindi certamente successivi alla sua morte, e sarebbero ascrivibili alla mano di nemici personali che volevano precludere l’Aldilà a lui ed alla sua famiglia.

Gli sfregi ai geroglifici indicanti il nome del dio Amon risalgono all’epoca amarniana, altri vennero inferti dai successivi usurpatori della tomba, dai cristiani copti e dai tombaroli.

Nel corso dell’ultimo secolo le pitture parietali si sono ulteriormente deteriorate, ma grazie alla documentazione realizzata in passato è ancora oggi possibile conoscere il loro aspetto originario.

LA SALA TRASVERSALE DELLA TOMBA

LE SCENE DELLE OFFERTE E DEI BANCHETTI

La scena del banchetto così come ricostruita.
Nel registro centrale Horemheb e sua madre ricevono offerte da Atjuia e da un’altra donna dietro la quale stanno le due liutiste e la ballerina; nei due sottoregistri gli ospiti e sotto di loro delle giare.
Nel registro in basso, da destra, il gruppo dei musicisti con il ragazzo che offre da bere, dei servi portatori di offerte, due macellai, lo scriba sorvegliante e un uomo di porta un mazzo di fiori di loto.
Nel registro superiore ciò che resta della scena che rappresenta Horemheb ed Atjuia che banchettano.

Analogamente alla tomba di Userhat, sui due lati corti della sala si trovavano una stele (a destra) ed una falsa porta (a sinistra) oggi distrutte; le scene sulla parete interna a destra ed a sinistra dell’ingresso, gravemente deteriorate, raffigurano Horemheb e la moglie che fanno offerte agli dei, seguiti da file di servi che portano uccelli, uova, pagnotte, mazzi di papiro e tori.

Alle due estremità della stessa parete si trova la rappresentazione di un banchetto festivo al quale prendono parte Horemheb, sua madre Iside, sua moglie Atjuia, un’altra donna, musicisti e ballerine e molti ospiti, tutti elegantemente vestiti, ingioiellati e con un cono di profumo sulla testa.

Gli ospiti sono praticamente scomparsi nella scena di destra, mentre in quella di sinistra si notano i servi che portano da bere a cinque ufficiali dell’esercito seduti su sgabelli pieghevoli; sotto di essi grandi giare tutte decorate ed il testo relativo al canto dell’arpista.

In particolare la parte destra della parete mostrava Horemheb e sua madre (oggi completamente scalpellati) a cui le due mogli del defunto, raffigurate molto più piccole, offrono coppe con bordi decorati ed un vasetto dorato, probabilmente un unguentario o un portaprofumo.

Sopra la prima donna, verosimilmente Atjuia, moglie principale, c’è il seguente testo: 

Per il tuo Ka! Trascorri una vacanza nella tua bella casa dell’eternità, che sarà tua per tutta l’eternità. Il tuo viso è rivolto ad Amon-Re, il tuo Signore, che ti ama! Dalla mano di tua moglie, la padrona [….], verità della voce.

La donna dietro di lei dice: 

“Ricevi queste corone, questi oli pregiati, affinché ti accompagnino in questo giorno di festa, possa tu essere ricevuto da questo dio perfetto della Tebe occidentale (Osiride). Tua moglie [… ] verità della voce.

C’è poi un gruppo di musicisti, composto da due liutisti, un arpista e da cantanti che danno il ritmo. Nonostante il danno, si nota che il volto della prima donna, stranamente, è raffigurato di fronte (freccia verde nell’immagine); esse indossano abiti attillati lunghi fino ai piedi e trasparenti dalla vita in giù; come si è detto, dei numerosi ospiti, posti sul registro superiore, non è rimasta praticamente traccia.

Ecco la suonatrice di liuto rappresentata frontalmente

Speculare a questa scena se ne trovava un’altra molto simile, che conosciamo solo grazie ad una ricostruzione: il registro inferiore raffigurava un arpista seduto e molto grande, un liutista in piedi ed un cantante cieco che applaudiva dando il ritmo. Dietro di lui, un altro cantante si abbassava per accarezzare un servo che gli offriva e da bere una fiaschetta e reggeva tre bastoni; ai suoi piedi una testa bovina destinata alle offerte.

Il cantante cieco che batte le mani dando il ritmo ai suonatori in una delle due scene del banchetto

Alla sinistra dei musici, un servo portava la testa e la zampa di un bue, seguito da un altro con due ceste contenenti altri pezzi di carne, che si girava a guardare dietro di sé, verso due macellai al lavoro sotto gli occhi di un funzionario e diceva loro quanto stava scritto nel testo: Lo scriba Nebnefer mi dice: voi macellai, muovetevi a tagliare i pezzi, ma voi discutete invece di lavorare.

All’estrema sinistra, un servitore chiudeva la scena portando un grande mazzo di fiori di loto.

Nel registro intermedio c’era la rappresentazione di Horemheb con la principessina sulle ginocchia (allegata al precedente post) e sua madre, nella quale i volti erano stati risparmiati dalla mano dell’uomo; essi purtroppo si sono poi deteriorati per l’azione del tempo.

Davanti alla coppia sono ancora appena visibili Atjuia ed un’altra donna che offrono ad Horemheb due grandi coppe d’oro, una delle quali piena di un materiale bianco; dietro di loro due ragazze che suonano liuti a manico lungo e si muovono al ritmo della musica così come la ballerina quasi piegata in due.

Atjuia ed un’altra donna (a sinistra) fanno offerte ad Horemheb e a sua madre Iside (vedi sopra); dietro di loro due suonatrici di liuto ed una ballerina scatenata.

A destra dei musicisti, il registro è diviso in due sottoregistri: in quello superiore si vedono cinque alti ufficiali dell’esercito seduti su sedili pieghevoli; due servi offrono loro da bere; il piccolo sottoregistro inferiore presenta grandi giare decorate ed il testo del canto dell’arpista raffigurato sotto.

Il modesto frammento rimasto di Horemheb ed Atjuia che banchettano

Il registro superiore, che raffigurava Horemheb ed Atjuia al banchetto con i loro ospiti è quasi completamente scomparso.

I DONI AL FARAONE

Ai lati del passaggio che conduceva alla sala longitudinale vi erano due rappresentazioni speculari di Thutmose IV, un tempo complete, ora assai deteriorate: rimangono solo pochi frammenti.

In quella di destra il re sedeva sotto un baldacchino su di un trono con le gambe a forma di zampa leonina, tra le quali c’era il sema tawy, simbolo dell’Egitto unificato; davanti al sovrano si trovavano due flabelliferi ed Horemheb, che gli presentava una grande composizione floreale. Dietro il re c’era una dea protettrice.

Ricostruzione della scena nella quale Horemheb offre al Faraone una composizione di fiori e frutta, ora praticamente scomparsa tranne quel frammento nella prossima immagine.
Il frammento residuo della scena delle offerte al Faraone, che permette di apprezzarne la vividezza dei colori e i magnifici particolari.

Dietro ad Horemheb, sul più basso dei tre registri, sopravvive l’immagine dei suoi fratelli che rendono omaggio al sovrano: tutti portano composizioni floreali; il primo di essi, la cui immagine ed il cui nome vennero scalpellati dai suoi nemici, anche delle anatre; il secondo, Amenemhat, Comandante delle truppe nubiane di Sua Maestà, reca un arco con delle anatre appese; il terzo, chiamato Amenhotep, offre frutta ed un bue, ornato di ghirlande floreali.

I tre fratelli di Horemheb, il primo dei quali è stato scalpellato; rimane solo l’imponente composizione di fiori ed anatre che deve offrire al sovrano.
Il terzo fratello di Horemheb che porta con sé legato con una corda un bovino grasso riccamente ornato

Essi sono probabilmente di origine nubiana, in quanto indossano i grandi orecchini ad anello e hanno la testa rasata e treccine che dalla sommità della testa cadono sulla spalla.

Dietro di loro, un uomo tiene per le orecchie una lepre e porta un cesto pieno di uova e piume di struzzo; accanto a lui c’è uno stambecco con lunghe corna ricurve.

L’ultimo componente della sfilata di offerenti.

L’ISPEZIONE DEI CAVALLI E L’OMAGGIO DEI PAESI TRIBUTARI

Davanti al baldacchino del Faraone, protetto dalle sue Guardie del corpo che reggono grandi scudi, troviamo quattro sottoregistri.

Le Guardie del corpo di Thutmosis IV, immagine tratta dall’archivio fotografico del Museo Egizio di Torino

Il primo dall’alto è solo parzialmente intatto e mostra Horemheb, responsabile delle scuderie reali, che passa in rassegna i cavalli del sovrano, che i servi fanno sfilare in gruppi di quattro; essi sono di diversi colori e sono ornati da magnifici pennacchi di piume.

I cavalli sfilano davanti ad Horemheb

Il secondo, quasi completamente scomparso, raffigurava Horemheb che ispezionava gli archi e le spade e destinate ad equipaggiare l’esercito.

Il terzo mostra una delegazione di dodici uomini che portano brocche e vasi decorati; essa è capeggiata da due dignitari che si prostrano davanti al sovrano ed è preceduta da un trombettiere.

I siriani portano i tributi ad Horemheb e rendono omaggio alla superiorità egizia.

Si tratta di siriani, così come si deduce dalla corta barba appuntita di alcuni di loro e dal tipico abbigliamento, costituito da una gonna lunga fino ai piedi, talvolta bicolore, avvolta più volte intorno ai fianchi.

Particolare della scena con gli offerenti siriani: si notino i capelli rasati e la barbetta bionda

Il quarto registro mostra l’omaggio dei nubiani: due “malvagi principi di Kush, del vile paese di Kush”, inginocchiati a terra, rendono onore ad Horemheb ed al re e sono seguiti da servi che indossano pelli di pantera e da donne che tengono per mano dei bambini e portano i più piccoli in una cesta rivestita di pelle bovina che tengono sospesa sulla schiena con una cintura alla fronte, come già abbiamo visto nella tomba di Sobekhotep.

Le donne nubiane forse destinate a restare in Egitto come serve, portano con sé i loro bambini.

Esse hanno capelli scuri e cortissimi, collane e grandi orecchini a cerchio in argento; sono a seno scoperto ed indossano gonne lunghe, talvolta maculate, probabilmente di pelle; la loro carnagione è rossastra (colore che gli Egizi riservavano agli uomini), così come quella di alcuni bambini, mentre altri sono neri (ormai grigi, perché il pigmento è sbiadito).

Il quinto registro mostra sulla metà di sinistra due gruppi di ballerini nubiani che danzano mentre un collega dà loro il ritmo; essi hanno tutti la testa rasata, tranne tre ciocche di capelli.

Un ballerino nubiano, con la sua strana acconciatura a ciuffetti, danza per il Faraone.

L’ultima scena del corteo, solo in parte completata, mostra dei pastori che guidano una piccola mandria di bovini.

La piccola mandria che chiude la sfilata degli offerenti nubiani

LA SALA LONGITUDINALE DELLA TOMBA

IL PELLEGRINAGGIO AD ABYDOS

Al centro della parete ovest della stanza trasversale, che come si è visto rappresenta scene della vita terrena, si apre l’ingresso alla stanza longitudinale che conduce alla cappella dotata di pilastri, che è un specchio dell’aldilà; il passaggio funge da mezzo di comunicazione tra i due mondi, ed è spesso in questa zona della tomba che viene rappresentato il corteo funebre.

Già si è detto descrivendo l’ultima dimora di Userhat il significato assunto dalla rappresentazione tombale del pellegrinaggio ad Abydos; qui essa si trova sulla parete sud, ed occupa il più basso dei quattro registri lunghi quattro metri nei quali è suddivisa; la scena venne copiata da Wilkinson, e da allora si è deteriorata in più punti.

Il viaggio verso la località sacra si trova sulla destra della parete ed è ora scomparso: la nave funeraria veniva trainata a destinazione da tre rimorchiatori con le vele ammainate perché seguivano il corso della corrente; quello di ritorno sulla sinistra, discretamente conservato (vedi le immagini sotto allegate) perché le vele sono spiegate e i rematori si affaticano ai remi.

I tre rimorchiatori che fanno vela verso Abydos trainando la barca funeraria

Nel Medio Regno essa trasportava effettivamente la mummia; con la XVIII dinastia le spoglie del defunto vennero sostituite da due statue assise all’interno di un naos, ben visibile nel disegno di Wilkinson.

I rimorchiatori sono dotati di una cabina sul cui tetto si nota una specie di fagotto misterioso, avvolto da una stoffa a strisce; alcuni ritengono che possa essere un tekenu, ma tale ipotesi è poco attendibile perché non risulta che esso venisse portato in pellegrinaggio.
A destra, un sacerdote sem attende la processione ad Abydos e compie riti al tavolo delle offerte; dietro di lui delle prefiche accovacciate a terra manifestano il loro dolore. Quest’ultima splendida scena è rimasta a livello di disegno appena schizzato in rosso e si è fortunatamente salvata.

Le prefiche manifestano il loro dolore mentre davanto a loro il sacerdote compie riti bruciando incenso con l’incensiere e fa libagioni con un vaso hemset
L’incensiere analogo a quello utilizzato dal sacerdote (per ulteriori notizie sull’incensiere si veda qui: https://laciviltaegizia.org/?s=incensiere)

Il vaso hemset in oro trovato nella tomba di Psusennes I a Tanis, ora al Cairo (per ulteriori notizie sul tesoro di Tanis si veda a questo link: https://laciviltaegizia.org/loro-di-tanis/).

Il viaggio di ritorno è rappresentato sulla sinistra: i tre rimorchiatori (occorre guardare con attenzione, sono uno dietro l’altro, praticamente sovrapposti) navigano verso Tebe, sospinti dal vento che gonfia le vele e dalle vogate dei rematori appena visibili sotto coperta; il fagotto è ancora sul tetto della cabina e a prua della piccola barca funeraria un marinaio tende con le braccia un grande pezzo di stoffa bianca, il cui significato è tuttora oscuro.

A sinistra dei rimorchiatori, sulla riva, un sacerdote lettore, riconoscibile per la fascia trasversale che porta sul petto, aspetta la processione facendo libagioni e bruciando incenso davanti ad una tavola per le offerte.

IL CORTEO FUNEBRE

I tre registri posti sopra quello dedicato al pellegrinaggio ad Abydos sono dedicati al corteo funebre, che inizia nel secondo registro dal basso, sopra l’immagine del sacerdote che accoglie la barca funeraria al ritorno a Tebe e si snoda verso l’alto.

Esso è costituito da numerosi servi, che trasportano tutto ciò di cui Horemheb potrà avere bisogno nella vita ultraterrena: cibo, bevande, unguenti, ventagli, gioielli, armi, arredi domestici, carri, cavalli, oggetti di uso funerario; non è verosimile che tutti questi beni siano stati effettivamente collocati nella tomba, ma come si è più volte sottolineato, per gli Egizi l’immagine era magicamente idonea a sostituirli ed il defunto poteva beneficiarne come se avessero realmente fatto parte del suo corredo funebre.

Nel secondo registro, preceduta da portatori di offerte, si nota la cassa canopica, coperta da un panno a quadretti rossi e bianchi ed adagiata su di una slitta portata a spalla dagli uomini; la sua collocazione nel corredo funerario è singolare, in quanto normalmente veniva raffigurata prima o dopo il Tekenu, che compare invece nel primo registro in alto.

La seguono servi con grandi collari, con una lunga collana d’oro alla cui estremità c’era uno scarabeo decorato con il cartiglio di Amenhotep III, ora scomparso, con vassoi contenenti ushabti, un uccello Ba dalla testa umana, unguentari, frecce ed una specie di mazza con una lama. Un grande ventaglio ed una collana che termina con un ciondolo a forma di cuore pendono dall’incavo del braccio di due di loro.

Uno dei portatori che regge un vassoio con la statuetta dell’uccello Ba con testa umana ed un pettorale con il ciondolo con la forma dell’amuleto del cuore.

Il primo registro è il meglio conservato, ma negli ultimi decenni sono andati perduti la parte finale della processione ed il catafalco dove riposa la mummia, riprodotti nei disegni risalenti nel tempo.

Sulla destra ci sono sette uomini che portano su di una spalla un giogo alle cui estremità sono appesi un vaso heset e due contenitori bianchi dai quali escono elementi vegetali; questi oggetti rituali sono chiamati “Giardini di Osiride“, per analogia con gli “Osiride vegetanti”, stampi con la forma del dio in cui venivano seminati l’orzo o il grano, simboli di resurrezione.

Le prefiche manifestano il loro dolore; davanti a loro i portatori dei “giardini di Osiride” e dei vasi per le libagioni.

Dietro questo gruppo si trovano le prefiche con le braccia alzate in segno di disperazione; una di loro guarda dietro di sè e sembra rendere omaggio al catafalco del defunto che viene trasportato dietro di lei così come il Tekenu, raffigurato come una forma rannicchiata ed avvolta dalla pelle di un animale grigio, posta su di una slitta trainata da quattro uomini (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2022/07/31/a-rite-of-passage/).

I servi trascinano il tekenu che precede il sacerdote sem ed il catafalco con la mummia di Horemheb

La processione è guidata da un sacerdote sem che indossa la tradizionale pelle maculata e tiene in mano un incensiere ed un vaso per eseguire i riti funebri; egli è accompagnato da due servi, uno dei quali porta una situla per le libagioni di latte.

Il sacerdote sem con un vaso hemset, preceduto da due assistenti che portano un incensiere ed una situla, oltre ad un mazzo azzurro non identificato

Quattro bovini e sette sacerdoti lettori tirano la slitta sulla quale è collocata la barca che sostiene il catafalco che protegge il sarcofago di Horemheb (come si è detto la scena è oggi praticamente scomparsa), mentre due partecipanti alla triste cerimonia guardano verso di esso ed alzano le mani in segno di dolore.

La slitta con il catafalco viene trainata da uomini e buoi.

La processione è conclusa dai colleghi o amici del defunto, certamente personaggi spicco, riconoscibili per l’abbigliamento e per il bastone simbolo del potere loro conferito.

IL GIUDIZIO DI OSIRIDE

L’immagine della psicostasia è l’ultima sulla sinistra della sala longitudinale, immersa nell’oscurità; il Tribunale divino, per secoli dipinto solo sui Libri dei Morti pervenutici su papiro, dalla XVIII dinastia entra a far parte sporadicamente dell’iconografia tombale (si trova anche nella TT69 appartenuta a Menna), per scomparire nel periodo amarniano e tornare ampiamente in auge con i ramessidi, circa cento anni più tardi.

La psicostasia

Il processo inizia con la presentazione del defunto, la cui immagine è stata scalpellata; egli recita una formula parzialmente derivata dal Libro dei morti, affinchè il suo cuore gli permetta di accedere all’Aldilà (a proposito del significato attribuito dagli Egizi al cuore, si veda il nostro sito al seguente link sul nostro sito: https://laciviltaegizia.org/2021/05/15/ib-il-cuore/)

Osiride sotto il suo baldacchino e gli altri componenti il tribunale divino davanti a lui: dal basso verso l’alto: tre componenti dell’Enneade, i quattro figli di Horus, i Faraoni rappresentati dai loro cartigli. Si notino il gonnellino del dio reso in modo molto singolare e la ricchezza delle offerte poste davanti a lui.

Giunto alla presenza del Tribunale divino, composto (dal basso verso l’alto) dall’Enneade, dai quattro Figli di Horus e da Amenhotep III, Thutmose IV, Amenhotep II e Thutmose III, rappresentati dai loro cartigli, Horemheb recita una requisitoria in proprio favore (si tratta delle 17 colonne di geroglifici confuse con le immagini): eccone un estratto, da Osirisnet.com:

Ho seguito il dio perfetto, il signore delle Due Terre, Aa-kheperu-Re (Amenhotep II), dotato di vita. E suo figlio che ama, il Signore delle corone Men-kheperu-Re (Tuthmosis IV), dotato di vita, e suo figlio che ama, il signore delle terre straniere Neb-Maat-Re, il figlio di Re, Amen-hotep-heqa-Uaset (Amenhotep-signore-di-Tebe, cioè Amenhotep III), che Amon ama. La sua parola non è mai stata criticata, il suo popolo non è mai stato ingannato a causa sua. Non c’è stata ingiustizia, nessuno si è lamentato”. E gli dei devono ora rallegrarsi di questa nuova recluta!” Possa il vostro cuore gioire, signori dell’eternità, spiriti della necropoli. Ecco, sono venuto dalla terra dei vivi per unirmi a voi nella terra delle ombre. Sono uno di voi.”

Successivamente Horus, inginocchiato, procede a valutare Horemheb: sulla bilancia si trovano il suo cuore e la piuma della dea Maat, che assiste alle operazioni e tiene nella mano destra uno scettro uas e nella sinistra il segno ankh; di fronte a lei, dall’altro lato della bilancia, il dio Thoth in funzione di sacerdote lettore (indicata dalla fascia sul petto) tiene nella mano sinistra la sua tavolozza da scriba e si appresta a prendere nota dell’esito della pesatura.

I due piatti della bilancia sono in perfetto equilibrio: questo significa che nel corso della sua vita Horemheb si è attenuto ai precetti di Maat e merita la vita ultraterrena.

Alla scena assiste Osiride sotto il suo baldacchino, raffigurato come un Faraone: il dio, la cui pelle era in origine di un azzurro intenso, è rappresentato frontalmente con le braccia incrociate sul petto, tiene tra le mani il flagello e lo scettro simboli del potere regale ed indossa una corona inconsueta, che associa l’Atef a due cobra eretti ed a dischi solari e che si appoggia su un paio di corna di montone intrecciate.

Sopra la scena della psicostasia vi è la raffigurazione dei beni facenti parte del corredo funerario.
Gli oggetti sono realizzati soprattutto in oro, argento e pasta vitrea: nell’immagine si notano vasi per libagioni, due incensieri, due tavole d’offerta, due brocche, una statuina Ba, due pettorali con il pendente a forma di scarabeo ed uno con il pendente a forma di fiore di loto, un pettorale d’oro raffigurante Horus con le ali spiegate, un collare costituito da cinque dischi piatti d’oro, interpretati come altrettante onorificenze (“l’oro del valore”), un collare composto da due file di perle in oro e vari bracciali.
Ad essi sono state aggiunte insegne reali che simboleggiano il potere attribuito ad Horemheb: uno scettro heqa, un flagello, un segno ankh, uno scettro Uas, un gonnellino reale, una maschera funeraria, una corona del Basso Egitto e una dell’Alto Egitto ed una mummia.

CACCIA E PESCA NELLA PALUDE

La parete a destra della stanza longitudinale, proprio di fronte alla rappresentazione del corteo funebre, era decorata con la scena del rito dell’apertura della bocca, oggi praticamente scomparsa così come quella successiva di offerta.

Ancora discretamente conservato invece è il grande murale che si estende all’estremità occidentale del muro, di fronte al giudizio di Osiride, che raffigura il defunto che caccia e pesca nella palude.

La scena nel suo complesso

Le due scene sono aderenti all’iconografia tradizionale, in auge fin dall’Antico Regno, e sono delimitate a destra ed a sinistra e divise al centro da boschetti di papiri; in entrambe il defunto, di dimensioni eroiche, è in piedi su di una barca di papiro che galleggia sul Nilo accompagnato dalla moglie (oggi molto rovinata) che si tiene alla sua gamba destra e dal figlio, ancora ragazzino in quanto ha ancora la treccia dell’infanzia.

Il boschetto di papiri che delimita la parte sinistra del murale. Molte anatre spiccano il volo, un airone è appollaiato su di un ombrello di papiro, sotto di lui una farfalla e un nido nel quale ci sono due uova e un uccello che sta covando. Sulla barca è collocato un seggiolino pieghevole per Horemheb, il cui corpo è scomparso (nella realtà è improbabile che il seggiolino potesse stare sull’instabile e leggero natante…).

La caccia nella palude. Sulla destra Horemheb, la cui figura è stata scalpellata, tiene in mano le due anatre starnazzanti e fa alzare in volo le prede. Davanti a lui suo figlio che gliele indica . Sulla sinistra si osservano le due tilapie infilzate con l’arpione: guardate come le squame e le pinne sono state disegnate con cura.

Nell’immagine a sinistra Horemheb trafigge con un arpione biforcuto due grossi pesci (evidentemente tilapie) che nuotano in una specie di stagno verticale che rappresenta le acque libere oltre la riva paludosa del fiume; in quella a destra sta per scagliare il bastone da lancio, mentre con l’altra mano tiene per le zampe due anatre vive che starnazzano e che sono utilizzate come richiamo; in effetti poco oltre un gruppo di anatre spaventate si alza in volo dalla macchia di papiri e tre di loro sono già state colpite al collo con dei bastoni da lancio.

Queste macchie di papiro sono piene di vita e il pittore ha rappresentato varie specie di uccelli e insetti.

Una cavalletta
Un airone, sapientemente tracciato dal pittore utilizzando solo l’azzurro e senza neppure tracciare i contorni.

Come già si è detto descrivendo la tomba di Userhat, è probabile che questi dipinti parietali relativi alla caccia ed alla pesca assumano un significato simbolico: le prede che vivono in ambienti non dominati dall’uomo rappresentano le forze del caos e devono essere abbattute perché Ma’at abbia il sopravvento ed il defunto possa entrare nell’Aldilà garantendosi la possibilità di rinascita.

I SERVI CHE CACCIANO E PESCANO NELLA PALUDE – I PELLICANI E LE ANATRE

Proprio sotto al murale che raffigura Horemheb che caccia e pesca nella palude vi è un registro sul medesimo tema, nel quale però i protagonisti sono dei servi che si avvalgono di reti.

Sulla destra compare la scena della cattura della selvaggina con la rete esagonale: essa è stata tesa sulla vegetazione acquatica tra due boschetti di papiro e su di essa si sono incautamente posati numerosi volatili di varie specie; ad un segnale del capo cacciatore nascosto nei pressi (si tratta dell’uomo accovacciato sotto i geroglifici, accanto ai pellicani, il cui nome ed il cui grado – “il più alto dei cacciatori, Ptahmes”- ) sono scritti accanto a lui insieme all’esortazione ai compagni appostati a distanza: “Stai attento, tira forte, vigorosamente, sono nascosto da steli di papiro quando volano uccelli puri“) che l’avrebbero chiusa in verticale, tirando l’estremità della lunga corda che era assicurata ad essa (come esattamente funzionasse questo meccanismo ancora non è chiaro) ed intrappolando i volatili che sarebbero stati recuperati ancora vivi.

La caccia con la rete esagonale.

Sulla sinistra del registro vi era la scena della pesca con la rete, oggi quasi del tutto scomparsa ma fortunatamente disegnata dai primi visitatori della tomba quando ancora era intatta.

La parte di parete con la raffigurazione della pesca con la rete andata distrutta.

L’immagine è divisa in due da linee verticali d’acqua; sulla destra vi è la rete che ha intrappolato numerosi pesci ben riconoscibili (tilapie, mormore, synodonti – una specie di pesci gatto -) e che viene tirata in secco da tre uomini (e da altri due, ora scomparsi); a sinistra si trovava l’immagine della barca sulla quale venivano essiccati al sole i pesci dopo averli eviscerati.

I tre pescatori tirano la rete che catturato moltissimi pesci; i triangolini bianchi ai bordi della rete sono dei galleggianti.

Tra le due scene descritte si inseriscono due registri: uno raffigura cinque pellicani bianchi (Pelecanus onocrotalus) e quattro grandi ceste di uova riparate dal sole da uno strato d’erba, l’altro delle anatre adulte e due cestini di giunco ​​intrecciato che contengono dei pulcini e delle uova.

I due registri con i pellicani, le anatre, le uova ed i pulcini; sulla destra Ptahmes e sulla sinistra i tre cacciatori che al suo segnale devono tirare la corda per chiudere la rete.

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FONTI:

https://www.osirisnet.net/…/horemheb78/e_horemheb78_01.htm

http://artehistoriaegipto.blogspot.com/…/capitulo-52…

Harem Faraonico

SOBEKHOTEP, FIGLIO DEL KAP E MINISTRO DEL TESORO DI THUTMOSIS IV

Di Luisa Bovitutti

IL TRIBUTO DEI NUBIANI

Offerenti nubiani di vari beni pregiati

Sobekhotep fu un importante funzionario originario del Delta del Nilo, compagno del kap di Thutmosis IV trasferitosi a Tebe probabilmente per esplicita richiesta del sovrano, così come molti altri appartenenti ai ruoli più alti della Pubblica Amministrazione.

Egli era il figlio di Min, ministro del tesoro (“sorvegliante del sigillo”) durante il regno di Thutmose III, e sua madre fu Meryt, Nutrice della figlia del sovrano principessa Tiya nonchè Sovrintendente dell’harem di Sobek di Shedty.

Sobekhotep era stato inizialmente sindaco della regione di Fayyum, ereditando il titolo dal suocero, poi succedette al padre nel suo prestigiosissimo incarico.

Egli fu seppellito nella TT63, sita nella necropoli tebana all’estremità nord della collina di Sheikh Abdel Qurna, dove, come si è già detto, fino al regno di Amenhotep III trovarono l’estremo riposo gli alti funzionari del Faraone.

La sepoltura ha la tipica forma a “T” rovesciata caratteristica dell’epoca ed anche la decorazione rispecchia le tematiche classiche delle tombe dei nobili del periodo: essa è parecchio danneggiata ma i colori dei frammenti delle pitture rimasti sono ancora brillanti.

Nel corridoio di accesso compaiono Sobekhotep e la moglie con un figlio e una donna che suona il sistro, nell’anticamera il defunto è rappresentato in adorazione di Anubi, mentre guida dei soldati in marcia, accanto a Thutmosi IV assiso in trono, con il Supervisore ai sigilli Menna e mentre ispeziona alcuni granai; sono presenti anche resti di testi relativi alle ispezioni degli incensi e delle giare (forse di vino).

In quest’area sono stati asportati gli spettacolari dipinti che verranno di seguito illustrati.

Fotografia scattata alla tomba da un team di archeologi tedeschi che documenta la recente spoliazione delle pareti e la provenienza illegale del frammento acquistato dai collezionisti privati.

All’anticamera segue il corridoio perpendicolare al primo sulle cui pareti sono presenti testi sacri ed i dipinti relativi alla processione funebre ed al pellegrinaggio ad Abydos, alla lavorazione della terra ed all’innalzamento di un obelisco; il defunto e la moglie, che suona il sistro, sono raffigurati dinanzi ad Anubi e ad Osiride ed altresì in un giardino nei pressi di un laghetto, con alberi e divinità femminili. L’ultima scena del corridoio rappresenta il figlio della coppia, Paser, che fa offerte ai genitori ed alla principessa Tiya.

Un breve corridoio trasversale dà ingresso alla camera funeraria, ora privi di decorazioni che erano ancora presenti in ampie aree quando Harry Burton del Metropolitan Museum of Art fotografò la tomba tra il 1926 e il 1940 e che erano scomparse quando essa fu studiata e pubblicata nei primi anni ’80.

Sei frammenti della decorazione parietale della sepoltura si trovano al British Museum, cinque dei quali donati nel 1869 dal deputato Henry Danby Seymour, il quale riferì che erano stati prelevati intorno al 1844, quando Lepsius effettuò la sua spedizione in Egitto (1842 – 45); uno, invece, fu venduto al museo nel 1852 da J.W. Wild, un disegnatore al seguito dello studioso tedesco, il quale, secondo un’abitudine del suo tempo, probabilmente lo prese come souvenir insieme ad un altro, ceduto dalla sua famiglia al Metropolitan Museum di New York nel 1926.

Un settimo frammento si trovava in una collezione privata tedesca, della quale era entrato a far parte dopo essere stato fatto uscire illegalmente dall’Egitto nel 1986; i proprietari, resisi conto della situazione, lo hanno spontaneamente restituito ed ora si trova al Cairo, presso il Museo Egizio.

Frammento appartenente alla collezione privata di Ursula e Karl Heinz Preuss, restituito all’Egitto.

I frammenti n. 1852,0223.3 (numero del museo EA922) e 1869,1025.5 (numero del museo EA37991) facevano parte del registro superiore della scena, e mostrano i tributi della Nubia che Sobekhotep riceve per conto del suo re.

Il primo di essi (Altezza max 74 cm., Larghezza max 61 cm.) mostra quattro uomini in piedi dalla pelle scura, nera o marrone (il curatore del British afferma che tale variazione potrebbe rappresentare diversi tipi di pelle, ma potrebbe anche essere finalizzata a far risaltare maggiormente le singole figure dello stesso sesso, come si è notato in altre pitture egizie).

Essi indossano le vesti tipiche del loro paese, ossia gonnellini di pelle maculata, uno dei quali ha ancora la coda, un ciondolo al collo ed orecchini; in fila dietro di loro c’era probabilmente un altro offerente andato perduto, i cui doni destinati al sovrano (sembrerebbero giavellotti) sono ancora visibili all’estrema destra.

Il primo personaggio regge un piatto con oggetti blu ed ha una catena di grandi anelli d’oro sull’altro braccio; il secondo porta pezzi di avorio o di ebano sulla spalla, oggetti non individuabili nella mano sinistra (forse code di giraffa); il terzo tiene nella mano destra una pelle di leopardo e con la sinistra regge un vassoio con blocchi grezzi di diaspro rosso; una scimmietta è appollaiata dietro la sua testa ed un babbuino si trova ai suoi piedi.

La pelle di leopardo ed il babbuino

Il frammento 1869,1025.5 (Altezza max 71 cm., larghezza max 96,50 cm.) raffigura altri nubiani che si prostrano davanti all’Autorità dell’Egitto e che offrono vassoi carichi di pepite e polvere d’oro e pesanti catene formate da larghi anelli.

Offerenti nubiani di oro

IL TRIBUTO DEGLI ASIATICI

Il frammento più grande, registrato in entrata con il numero 1869,1025,4 e con il numero del museo EA922 misura in altezza 122 cm. ed in larghezza 150 cm. (129 cm. la zona dipinta); esso raffigura degli asiatici (probabilmente Siriani, riconoscibili per le tipiche barbe corte ed a punta, le lunghe tuniche ornate da file di perline ed il nastro che trattiene i capelli di media lunghezza) che portano i tributi a Sobekhotep, il quale li riceve per conto del sovrano.

A sinistra di entrambi i registri compaiono diversi vasi preziosi facenti parte dei tributi e due coppie di uomini che si inchinano per rendere omaggio al Ministro del tesoro e quindi al re.

Dietro di essi una fila di servi in piedi trasportano altri vasi, molti dei quali sono realizzati in oro e pietre semipreziose; uno di loro tiene per mano una bambina, forse destinata a vivere o a servire a corte, mentre un altro porta una zanna di elefante con il bordo decorato in oro.

L’altro frammento della scena del tributo, registrato in entrata al n. 1852,0223.1 e con il numero del museo EA37987, misura in lunghezza 60 cm. ed in larghezza 58,50 cm.; nell’angolo in basso a sinistra si notano le ruote di un carro, ed al centro campeggiano due cavalli, uno sauro ed uno bianco, le cui redini sono legate al carro o, forse, sono tenute da un personaggio ora scomparso. A destra, un asiatico regge con il braccio destro un vassoio che contiene vasellame bianco e sopra la spalla sinistra un oggetto non ben percepibile, forse un vaso blu. L’ultima figura a destra è un uomo con un bimbo piccolo nella mano sinistra e un vaso azzurro nella destra.

I PORTATORI DI OFFERTE

Il frammento di sinistra, registrato al numero 1869,1025.1 e recante il numero del museo EA919 è lungo 67 cm e largo 71; esso era collocato a destra della falsa porta dipinta sulla parete meridionale dell’anticamera della cappella sepolcrale e rappresenta due uomini vestiti con gonnellini bianchi e tuniche trasparenti che portano offerte floreali, anatre, un vassoio con pane ed altri beni non riconoscibili ed un sacchetto contenente palline blu, forse frutti, per Sobekhotep. Le offerte venivano deposte soprattutto davanti alla falsa porta, attraverso la quale il ka del defunto poteva entrare nel mondo dei viventi ed usufruirne.

Anche quando esse erano semplicemente dipinte, avevano il magico potere di sostituire quelle vere qualora per un motivo qualsiasi i parenti avessero cessato di portarle nella tomba dei propri cari (sulla falsa porta e sulla sua funzione vedi sul nostro sito a questo link https://laciviltaegizia.org/…/la-falsa-porta-lingresso…/)

Anche il frammento di destra, custodito al MET di New York, rappresenta portatori di offerte; esso giunse al museo nel 1930 (Fondo Rogers), con il numero di accesso 30.2.1

GLI ORAFI ED IL PERSONAGGIO CON I BAMBINI NEL CESTO

In qualità di Ministro del tesoro Sobekhotep aveva il compito di supervisionare la produzione degli oggetti preziosi per i templi o per il sovrano: il frammento n. 1869,1025.2, numero del museo EA920 (Altezza max 66 cm., larghezza max 79 cm.) costituito da due registri, rappresenta degli orafi al lavoro.

Nei due registri si vedono le fasi della preparazione delle perline di varia forma, che vengono forate con l’aiuto di trapani quadrupli o tripli, lucidate ed infilate in lunghi cordini per poi essere utilizzate come elemento ornamentale in oggetti più elaborati.

L’artigiano nel registro inferiore, infatti, le sta infilando per ottenere il grande collare che tiene in grembo, ed accanto a lui si nota uno scrigno pronto per essere decorato; subito a destra un uomo tiene un pezzo di metallo in un braciere ed alimenta le fiamme con un soffietto tubolare.

In entrambi i registri si notano oggetti in metallo prezioso, alcuni già completati, altri da finire: un grande vaso lotiforme per libagioni, sopra il quale se ne trovano due piccoli, piatti, un altro baule, un sistro ed altri collari da completare aggiungendo file di perline.

Nell a seconda immagine, l’unica che ho trovato relativa a scene ancora in situ, si nota un personaggio straniero (almeno da quanto si può ipotizzare dal gonnellino maculato, probabilmente di pelle), che tiene sulle spalle un cesto reggendolo con una fascia sulla fronte, all’interno del quale ci sono quattro bimbi con gli occhioni sgranati. Accanto a lui un bambino di sesso indefinibile.

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FONTI :

Harem Faraonico

I REGNI DI THUTMOSIS IV ED AMENHOTEP III

Di Luisa Bovitutti

Rilievo raffigurante Thutmosis IV (i cui cartigli sono visibili sopra di lui) – Tempio di Karnak

Thutmosis IV e Amenhotep III avevano ereditato un apparato burocratico ed un esercito efficienti ed affidabili, guidati ormai da personaggi capaci e fedeli alla dinastia regnante, i cui antenati, grazie a Thutmosis III, avevano accumulato notevoli ricchezze come compenso per le attività pubbliche da loro svolte, con i tributi che provenivano dai paesi sottomessi e con i bottini raccolti nelle campagne militari.

Testa colossale di Amenhotep III, da Sheikh el-Gurna, ora al museo del Cairo

Visto che gli incarichi burocratici e militari tendevano a tramandarsi di padre in figlio, così come si evince dalle biografie di alcuni funzionari, si consolidarono tra le famiglie più potenti vicine al sovrano alleanze che davano solidità al trono, per cui il kap perse progressivamente di importanza, essendo tramontata la necessità di rinnovare la classe dirigente e di fidelizzarne i componenti.

Il kap probabilmente continuò ad ospitare i principi stranieri per garantirne la completa egittizzazione, in quanto in quel periodo si conoscono soprattutto cadetti non egizi: tra loro Resh, la cui madre era detta “l’Orientale” e del quale sono rimaste pochissime tracce; Aperel o Aperia, un nobile che servì Amenhotep III e divenne poi visir di Akhenaton, il cui nome non egizio indica la sua provenienza esotica ed i fratelli nubiani Djehutihotep detto Paitsi (che era il suo nome di origine) ed Amenemhat, i quali, dopo aver prestato servizio nell’amministrazione del loro paese, divennero governatori di Wawat.

La statua cubo del nubiano figlio del kap Amenemhat, fratello di Djehutihotep detto Paitsi, anch’egli cresciuto nel kap -, ora al Sudan National Museum di Khartoum

Tra gli egizi troviamo Sobekhotep (TT63), compagno del kap di Thutmosis IV, che ereditò dal padre Min il titolo di sovrintendente al tesoro e dal suocero quello di sindaco di El-Fayum, trasferendolo al figlio Paser (anch’egli figlio del kap di Amenhotep III, che rimase in carica almeno fino agli ultimi anni del regno di quest’ultimo.

Dalla tomba del figlio del kap Paser, un dipinto raffigurante una falsa porta ed ai lati scene di riti funerari

Tjenuna e Horemheb furono gli uomini di fiducia di Thutmosis IV; Menkheper divenne scriba reale della casa dei figli reali, mentre Ptahemhat divenne Supervisore dei lavori nel dominio di Amón e Portatore dello Stendardo del Signore delle Due Terre.

Amenhotep III con la madre Mutemuia, dalla tomba di Anen, cognato del re in quanto fratello della regina Tije. Copia di Nina de Garis Davies, ora al MET di New York

Deve il proprio successo al ruolo rivestito nel kap anche Heqarneheh, tutore di Amenhotep III e figlio di Heqaresu, a sua volta precettore del piccolo Amenhotep II, il quale evidenzia nel suo sepolcro il servizio privato ad alto livello prestato al sovrano e la posizione privilegiata goduta a corte dalla sua famiglia anche nel corso della generazione precedente.

Testa di Thutmosis IV, ora al Museo di Monaco di Baviera

Nei prossimi post si parlerà di alcuni tra questi eminenti personaggi, evidenziando le tracce che hanno lasciato di sè nella terra d’Egitto..

Harem Faraonico

IL FIGLIO DEL KAP USERHAT

Di Luisa Bovitutti

Il figlio e le due figlie di Userhat (erase dai monaci copti, che potevano essere indotti in tentazione dai loro corpi aggraziati) che fanno offerte al padre ed alla madre, vestiti elegantemente e con un grande collare ; sotto la sedia di Mutnofret ci sono il suo specchio hathorico raffinato con la sua custodia a forma di cesto ed una scimmietta (forse l’animale domestico della donna), mentre sotto la sedia di Userhat c’è il suo astuccio con il materiale scrittorio. Le due figlie della coppia offrono al Ka del defunto un calice di vino ed un collare (il testo, infatti, recita: “Per il tuo Ka! Fai un giorno felice nel tuo bel luogo dell’eternità” e le braccia di una di loro ancora visibili sono disposte a rappresentare il ka). Dietro le ragazze si trova il figlio che porta un grande mazzo di fiori

Le uniche notizie sul figlio del kap Userhat si desumono dalle iscrizioni nella sua tomba; egli apparteneva probabilmente ad una buona famiglia ma non al gotha della nobiltà egizia, in quanto la sua ultima dimora, contraddistinta dalla sigla TT 56, si trova ai piedi della collina di Sheikh Abd el-Qurna, nella zona della necropoli riservata ai funzionari statali della classe medio alta, mentre i membri dell’alta aristocrazia, come ad esempio Kenamun, venivano sepolti più in alto, verso nord est, in vista di Deir el-Bahari.

La pianta della tomba

Egli dovette probabilmente il suo successo al fatto di essere stato educato nel kap di Amenhotep II, e per questo motivo il sovrano stesso o il suo successore Thutmose IV gli consentirono di avvalersi degli artigiani reali per la realizzazione della sua tomba, che pur non essendo stata completata ed avendo subito danni in alcune aree, presenta decorazioni pregevoli ed in ottimo stato anche se nel corso dell’epoca amarniana il nome di Amon e di Mut vennero in più punti scalpellati e solo in parte ripristinati dopo la restaurazione degli antichi culti e successivamente, i monaci copti lasciarono traccia del loro passaggio disegnando croci, scritte e strani omini.

La moglie di Userhat si chiamava Mutnofret e portava il titolo di “ornamento reale” per cui probabilmente era stata concubina del sovrano che l’aveva poi concessa in sposa al suo ex compagno di scuola (si trattava di un grande onore per entrambi i coniugi); la coppia ebbe due figlie, Henut-neferet, Signora di Corte, amata dal suo Signore, Lodata dal Buon Dio (ovvero il re), e Nebet-tawy.

Rilievo dell’architrave con l’immagine della moglie di Userhat che fa offerte floreali agli dei.

Nelle decorazioni parietali, affiancato in un’occasione dalle sorelle, viene anche menzionato un figlio maschio (“tuo figlio, che tu ami, il prete wab di Ptah”) ma non vi è traccia del nome.

La tomba di Userhat era nota fin dalla prima metà del XIX secolo, perché venne visitata da Lepsius e da Wilkinson, che copiò alcune iscrizioni; essa venne aperta nell’inverno del 1903-04 dal chimico ed archeologo britannico Robert Mond e fu restaurata più volte nel corso degli anni senza tuttavia che si tenesse traccia dei lavori effettuati; solo nel 1986 Christine Beinlich-Seeber e Abdel Ghaffar Schedid ne produssero una pubblicazione completa.

Essa è scavata nella roccia ed ha la forma tipica delle tombe della XVIII Dinastia; somiglia quindi ad un’abitazione, con un cortile aperto, un ampio ingresso, un corridoio e due stanze poste a forma di “T” rovesciata dove i congiunti portavano le offerte al defunto; le camere sepolcrali invece erano accessibili da uno o più pozzi ma sigillate e prive di decorazione.

Rilievo dell’architrave con l’immagine della moglie di Userhat che fa offerte floreali agli dei.

Fu edificata probabilmente a cavallo tra il regno di Amenhotep II, del quale presenta le caratteristiche stilistiche ed architettoniche, e quello di Thutmosis IV (il cui cartiglio è stato rinvenuto su di un mattone trovato in loco), per i dettagli dei gioielli e dell’abbigliamento e per il carattere delle scene, tipiche delle tombe tebane successive.

Alla metà della XVIII Dinastia, infatti, la decorazione di una tomba civile prevedeva scene di vita del defunto nella parte trasversale (il transetto), ed immagini relative alle esequie, alle offerte ed al passaggio nell’aldilà nel corridoio perpendicolare, e quella di Userhat non si discosta sotto questo profilo dalla tradizione.

L’ingresso della struttura è posto nella parete rocciosa dell’estremità meridionale del cortile ed è incorniciato da piedritti e da un’architrave scolpiti nella pietra naturale; sui primi sono incise formule di offerta ad Amon-Re, Re-Horakhty e Osiride, Anubi e Hathor mentre l’architrave raffigura Userhat e sua moglie davanti ad Osiride.

LA TOMBA: il transetto o anticamera

Entriamo ora nella tomba: per orientarvi meglio nella collocazione delle pitture, fate riferimento alla numerazione della piantina

La pianta della tomba con le indicazioni numeriche che consentono di meglio collocare le varie scene (Disegno: ©semataui.de/Klaus Adams basato su P&M)

Due gradini tagliati nella roccia conducono ad un transetto posto un metro sotto il livello del cortile, che mostra davanti ai due muretti di fondo due pozzi funerari rappresentati in pianta come dei quadrati con una X al centro.

I soffitti sono coloratissimi, mentre nelle immagini il nero si è ormai sbiadito e predominano il rosa ed il sabbia. Tutte le pareti sono sormontate da un fregio kheker, ad eccezione della parete posteriore della seconda camera. Una striscia non decorata separa le scene dal suolo.

Il soffitto dell’anticamera

Sulla parete nord, subito a sinistra dell’ingresso: si vedono Userhat, la moglie Mutnefert ed una figlia che fanno offerte a Osiride e ad Hathor, padrona dell’Occidente (2); di seguito tre registri mostrano la conta e la marchiatura del bestiame e altri due rappresentano Userhat che supervisiona la registrazione dei raccolti e la distribuzione del pane ai soldati (3).

Sulla parete a destra dell’ingresso i mandriani ispezionano i bovini e li “rovesciano” per marchiarli. La didascalia geroglifica di questa immagine recita: “Portando tutte le cose buone da questi mandriani allo scriba reale, vice araldo, Userhat”. Anche qui il pigmento nero è scomparso.
Mentre la truppa aspetta di ricevere il pane, gli ufficiali pranzano: essi hanno davanti a sé numerose pagnotte, e brocche contenenti vino e birra; un ragazzino li serve e li profuma.

Il lato corto del transetto a sinistra dell’ingresso (4) mostra l’immagine tradizionale di una falsa porta dipinta. Sopra di essa, due scene: a sinistra Userhat offre mazzi di fiori al suo superiore Iamunedjeh ed a sua moglie, a destra ad un’altra coppia non identificata. Ai lati della falsa porta vi sono scene che rappresentano il defunto che riceve offerte e viene purificato con l’acqua lustrale.

Il lato corto di sinistra dell’anticamera, che è decorato con l’immagine di una falsa porta, dipinta di rosso per imitare il pregiatissimo granito, circondata da scene di offerta
La parte superiore del lato corto dell’anticamera mostra una coppia di probabili parenti di Userhat seduti davanti a tavole d’offerta e a destra il loro figlio, in qualità di sacerdote sem, che esegue le offerte e le purificazioni tipiche del “Rituale dell’apertura della bocca”. Alla coppia viene presentato il “mazzo di fiori di Amon”, un’offerta che tradizionalmente veniva portata nelle tombe dei defunti in occasione della Bella festa della valle.

Sulla sinistra della parete sud, in faccia all’ingresso, quasi completamente distrutta, troviamo la rappresentazione della “Bella festa della valle” (5), che veniva celebrata fin dal Medio Regno e che era la più importante tra le feste dedicata agli Antenati, molto simile alla nostra ricorrenza del 2 novembre (ne parlerò in un post di prossima pubblicazione) .

Gli Egizi ritenevano che in questa cerimonia non solo i vivi ma anche i defunti facessero offerte ad Amon, ed infatti Userhat è rappresentato su ciascun lato dell’ingresso della sua tomba mentre fa libagioni e depone su di un braciere un’offerta alla statua del dio nascosta nel naos collocato sulla barca sacra che veniva portata in processione da Karnak a Deir el-Bahari.

Un’altra immagine mostra Userhat (forse già defunto) insieme alla moglie Mutnofret mentre riceve offerte dai figli (si tratta dell’immagine già proposta).

Dietro il figlio ci sono tre registri, il primo dei quali (dall’alto) mostra le due figlie della coppia, le cui immagini sono state vittime della censura copta, sedute davanti ad un tavolo di offerte che ricevono una coppa di vino da una ragazzina; anche qui, sotto la loro sedia c’è una scimmietta che sta mangiando una noce di cocco che ha rubato da un cesto davanti a sé.

La scimmietta golosa, chiaramente un animale di compagnia perché è legata alla gamba della sedia delle sue padroncine

Nel registro sottostante si vedono un gruppo di quattro musicisti, un suonatore di arpa ed un altro gruppo di tre musiciste parzialmente cancellate; la prima suona un flauto doppio mentre le altre due battono il tempo con le mani.

Gli ospiti sono rappresentati sotto di loro: tre donne, sedute a terra su di una stuoia, tendono le mani verso la mensa delle offerte; un’ancella ha una boccetta di olio profumato per ungere i commensali.

Dietro, a sinistra dei due sottoregistri inferiori e dopo un’ampia area danneggiata trovano posto gli ospiti maschi, seduti su alti sgabelli sotto una vite, simbolo di Osiride, e davanti a tavole di offerte.

Una lunga fila di servi, carichi di offerte, si dirige verso il secondo gruppo di invitati.

Sulla parete nord subito a destra dell’ingresso (6) il muro è diviso in due parti: una rappresenta Userhat che assolve ai suoi doveri nell’esercito (immagine piuttosto rara), l’altra è l’omaggio del defunto ad Amenhotep II (7).

Userhat, con i capelli stranamente rossi, offre una composizione di papiri, grappoli d’uva e mandragore ad Amenhotep II
Amenhotep II sotto il suo baldacchino riceve le offerte di Userhat

La parte dedicata all’esercito mostra l’immagine di due ambienti, separati da porte, che suggeriscono la presenza di un magazzino circondato da un recinto. A sinistra è rappresentato l’esterno, mentre a destra l’interno.

Userhat doveva provvedere alle razioni per le truppe, che erano costituite da derrate alimentari e beni di prima necessità; i tre registri superiori di sinistra mostrano i soldati con un sacco vuoto in mano che si portano al magazzino per ricevere il compenso; davanti all’ingresso ci sono due ufficiali, uno dei quali potrebbe essere Userhat, poiché due uomini si prostrano davanti a lui.

I soldati, controllati da due supervisori con un abbigliamento più elaborato e con una verga in mano, si mettevano in fila per per ritirare il loro compenso; essi hanno in mano i sacchi per portare con sè il pane e quant’altro ricevuto; due di essi si inchinano davanti ad un personaggio di rango elevato, probabilmente lo stesso Userhat.

I due registri inferiori di destra mostrano gli addetti che portano all’esterno i pani da distribuire, controllati da un supervisore armato di frusta, mentre i quattro registri superiori di destra mostrano degli ufficiali che mangiano.

Gli addetti al magazzino sotto il controllo del supervisore portano all’esterno le pagnotte da distribuire alla truppa
La scena della distribuzione del pane nel suo complesso

I due registri inferiori di sinistra mostrano due barbieri che tagliano i capelli a due soldati chinati in avanti; quello di sinistra ha la parte inferiore della gamba sinistra atrofizzata; gli altri uomini, seduti a terra o su di una sedia aspettano il loro turno; due di essi si sono sistemati a riposare sotto un grande albero.

I soldati dal barbiere: il secondo personaggio da sinistra in basso è quello con la gamba menomata.

La parte dedicata all’omaggio di Userhat ad Amenhotep II mostra il defunto con una parrucca curiosamente rossa (forse perché il nero originale è andato perduto o forse perché davvero aveva i capelli di quel colore) e che porta doni al re ancora vivente, che sta seduto su di un trono sotto un’edicola.

Questi doni (egli tiene in mano una composizione di mandragore e di grappoli d’uva e ha deposto sul tavolo di fronte al Faraone fiori di loto ed un tralcio di vite carico di grappoli) simboleggiano le opere compiute nella sua vita terrena affinchè il sovrano possa apprezzarle ed intercedere perchè egli possa entrare nell’aldilà.

Su ogni lato del baldacchino vi sono due composizioni floreali di tre steli di papiro intorno ai quali sono legate corolle di fiori.

Sul lato corto del transetto a destra dell’ingresso (si trova una stele dipinta, ai due lati della quale compaiono tre registri: a sinistra portatori di offerte, flabelliferi e soldati, a destra uomini che portano rami ed offerte

il lato corto di destra dell’anticamera, danneggiato dalla creazione di una finestra, è decorato con una stele circondata da diverse scene di offerta.

Nella parte superiore della stele è raffigurato un disco solare alato con raffigurazioni di Osiride.

La stele del lato corto di destra dell’anticamera mostra Userhat che fa offerte a Osiride, sormontato da un disco solare alato al quale si attorcigliano due urei.

Sul pavimento si trova una piccola nicchia protetta da rete metallica all’interno della quale si trovano stampi per il pane in argilla che potrebbero essere appartenuti allo stesso Userhat.

Sulla destra della parete sud, in faccia all’ingresso (9, 10, 11) Userhat, rappresentato di grandi dimensioni, insieme alla moglie fa offerte ad Osiride: nei registri superiori compaiono quattro supporti (o forse bracieri) separati da quattro lattughe, sui quali vi sono un’anatra, dei pani e dell’uva. Cosce di bovini, un intero vitello, pollame, pane, verdure, ceste di frutta e mazzi di fiori sono collocati in un unico cumulo.

I due sottoregistri, in alto, contengono vasi e recipienti di varie forme per vino ed olio; Userhat in persona offre due bracieri, sui quali sono deposti un’anatra e del pane; davanti a lui un servo porta un piedistallo sul quale sono forse rappresentati trucioli di legno di incenso (una montagnetta di un materiale giallo).

Il resto della parete, fino alla parete ovest, è suddiviso in tre registri: in quello superiore tre sacerdoti wab avanzano verso la coppia della scena precedente con mazzi di fiori.
L’altra parte del registro appartiene ad una scena autonoma. Un sacerdote sem, gravemente martellato, purifica le offerte poste su un tavolino basso davanti a sé: oltre ai beni consueti e a due grandi vasi vi è anche un oggetto a forma di doppia falce, di cui non si conosce la natura.
I destinatari dell’offerta sono due uomini seduti su sedie basse appoggiate su una stuoia, sotto le quali c’è il materiale da scriba; forse sono parenti o colleghi di Userhat.
Il registro intermedio è di difficile interpretazione perchè manca il testo descrittivo: a destra vi sono due uomini con dei fiori in mano. Di fronte a loro cinque donne sedute e quattro in piedi. Tre di esse tengono un ragazzino sulle ginocchia: sono probabilmente le istitutrici dei figli di Userhat. L’ultima persona, a sinistra, è un piccolo servitore.

Il registro inferiore è interrotto da un’ampia area completamente distrutta e mostra servi che portano varie offerte, tra le quali un vitello, una capra o una piccola antilope, un’anatra.

A destra una coppia è seduta davanti a una tavola di offerte: forse sono i genitori di Userhat; alla loro sinistra ci sono tre persone seguite da un’altra coppia, forse lo stesso Userhat e sua moglie, ed altri personaggi dall’aspetto aristocratico, ma in assenza di testi, l’identità di questi personaggi resta misteriosa.
A sinistra solo un uomo, forse il defunto, siede davanti al tavolo delle offerte, su uno sgabello pieghevole. Dalla parte opposta del tavolo si vedono, adagiati su stuoie, vari cesti, anfore, ceste di pani e un’anatra.

Dietro di lui stanno un uomo ed un giovane, identificato dalla sua ciocca laterale, ed altri partecipanti alla festa, sia adulti che bambini, in processione. Tutti tengono la mano destra sulla spalla sinistra in segno di rispetto.

LE SCENE DI CACCIA E DI PRODUZIONE DEL VINO

La porta tra l’anticamera ed il corridoio che conduce alla cappella (12) è sormontata da una cornice a cavetto sul lato d’ingresso, dipinta a fasce verdi, azzurre, bianche e rosse, che poggia su una modanatura a toro.

L’architrave mostra due scene speculari, divise da una scritta augurale per Userhat: “Tutta la protezione, la vita, la stabilità, il potere, la salute […]”.

Ognuna di esse lo mostra in piedi all’estremità esterna, mentre con le mani alzate rende omaggio ad Osiride e ad Anubi, seduti davanti ad un tavolo di offerte.

I montanti sono decorati con tre colonne verticali di geroglifici in rilievo su fondo giallo, che chiariscono che tutte le offerte agli dei sono state fatte dal sovrano a beneficio del ka di Userhat.

La parete nord (la piccola parete laterale, a sinistra ed a destra entrando, nn. 13 e 16), comprende quattro registri sovrapposti le cui immagini costituiscono la prima parte di quelle che compaiono sulle lunghe pareti seguenti (est ed ovest).

Nel registro superiore e nei due registri centrali della parete nord a sinistra, compaiono degli uomini; alcuni studiosi li ritengono la scorta di Amenhotep II, mentre i tre del registro superiore che tengono in mano bastoni, faretra e arco e sono probabilmente servi che seguono il carro di Userhat.

Il registro più basso presenta tre figure femminili che completano la scena di offerta posta al di sotto della scena del carro.

Nel registro superiore della parete nord a destra si vedono cinque uomini che camminano sotto una costruzione nella quale ci sono diversi vasi; nel registro centrale due file di donne avanzano per unirsi alla processione sul lungo muro ovest. Una scena con giare è rappresentata anche nel registro inferiore.

La parete est (parete lunga a sinistra) è divisa in due registri; quello superiore è caratterizzato da scene di caccia con il carro nel deserto e di caccia e pesca nelle paludi.

La prima scena che si incontra sulla sinistra entrando (14) è quella che raffigura Userhat che caccia nel deserto, caratterizzato da rada vegetazione e dai colori marroni e bruni dominanti; egli è in piedi su un carro leggero analogo a quello di Kenamun, trainato da due cavalli in corsa, ha le redini avvolte intorno alla vita per avere le mani libere (nella realtà alla guida ci sarebbe stato un auriga), e sta per scoccare una freccia verso la sua preda; sulla schiena porta una faretra e sul carro si nota la custodia per i giavellotti, vuota.

Userhat sul suo carro, che insegue e abbatte gli animali del deserto che fuggono disordinatamente, calpestando i loro simili a terra, feriti o già morti.

Davanti a lui un gruppo eterogeneo di animali selvatici sta fuggendo disordinatamente in preda al panico dando un’impressione di grande caos: a terra vi sono già delle prede abbattute; le gazzelle, alcune delle quali sono già state colpite, scappano in tutte le direzioni. Sotto i cavalli sono rappresentate due lepri ferite e due iene in fuga; una di esse, già raggiunta dalle frecce, si gira, perdendo sangue dalla bocca aperta; una volpe ferita si nasconde in un cespuglio.

Le iene e le lepri che fuggono quasi calpestate dagli zoccoli dei cavalli. La iena in basso è colpita a morte, e sta cadendo a terra, con il sangue che le esce dalla bocca; anche la lepre davanti a lei è stata raggiunta da una freccia.
La volpe morente cerca riparo nella misera vegetazione del deserto

Le scene della caccia e della pesca nella palude, anch’esse tipiche delle decorazioni tombali dall’Antico Regno fino ad Amenhotep II, sono solitamente speculari e separate in verticale da un’increspatura dell’acqua; il defunto naviga sul fiume nel quale nuotano varie specie di pesci ed è in piedi a gambe divaricate su di una barca di steli di papiro, nell’atto di scagliare un bastone da lancio o una fiocina, con la posizione tipica del sovrano che abbatte i nemici.

La scena della caccia nella palude con il bastone da lancio e con la fiocina. La fiocina è stata analizzata da Livio Secco, esperto oplologo, che ha spiegato che si tratta di uno strumento in legno che la proporzione con l’egizio stabilisce tra i due metri e i due e mezzo. E’ sottile e leggero. Un’arma più pesante avrebbe anche reso instabile il natante in seguito allo sbilanciamento del lancio. Peraltro è evidente che essa non è destinata ad essere lanciata. Userhat usa la mano destra come propulsore e la sinistra per indirizzare con precisione il colpo. Non è necessario nessun sistema di recupero perché Userhat appunto non lancerà mai il suo attrezzo con il rischio di perderlo o spezzarlo. Il legno è stato appositamente fessurato per ottenere le due punte, che sono poi state lavorate a fuoco per renderle dure in modo da non spezzarsi al primo impatto con il fondo del fiume. Alla base della divaricazione c’è una fasciatura in corda o tessuto per rendere la divaricazione con un valore preferito dal possessore. E’ possibile che fosse mobile e non fissa in modo da rendere la fiocina bipunta adattabile alla preda da pescare.

Nella tomba di Userhat il defunto, che si trova con la moglie e una delle figlie, mantiene l’atteggiamento tradizionale, ma il fiume è stato reso come una fascia orizzontale blu priva delle solite linee ondulate che rappresentano la corrente e le due scene sono una dietro l’altra, separate da una macchia di papiri (15).

Nella scena della caccia, in alto, a sinistra, si nota un po’ confusamente, un nido con due uccellini minacciati da un predatore, il cui peso piega lo stelo di papiro su cui si arrampica. Tre anatre volano sopra la macchia di papiri, mentre una quarta, colpita da un bastone da lancio, crolla a testa in giù.

La scena della pesca con la fiocina è del tutto simile a quella precedente: Userhat trafigge due pesci e un piccolo stormo di anatre spaventate si alza in volo e si dirige verso il cacciatore; l’increspatura dell’acqua di fronte alla barca rappresenta il fiume aperto, oltre la sponda paludosa .

Molti egittologi ritengono che questi dipinti parietali relativi alla caccia (anche quella all’ippopotamo, tema ricorrente nelle tombe dell’Antico regno) assumano un significato simbolico: queste prede, che vivono in ambienti non dominati dall’uomo, rappresentano le forze del caos e devono essere abbattuti perché Ma’at abbia il sopravvento ed il defunto possa entrare nell’Aldilà garantendosi la possibilità di rinascita.

I copti hanno aggiunto a queste scene degli animali molto strani, che alcuni interpretano come gatti; in realtà pare siano creature infernali (soprattutto quello sulla prima barca), aggiunte per contribuire a debellare le entità ostili rinforzando il valore apotropaico della scena.

La prima scena del registro inferiore deve essere letta da destra a sinistra, per cui partendo dal centro della parete.

Essa rappresenta la caccia agli uccelli nella palude tipica dell’Antico Regno, realizzata con una rete esagonale. Lo stagno verdastro (che in realtà rappresenta un’ampia distesa d’acqua) e la rete azzurra gettata su di esso sono mostrati in verticale ed i canneti sulle sue sponde sono rappresentati da poche piante; l’area è ricca di uccelli che volano nel cielo o si sono posati sulla rete.

La caccia con la rete alle anatre nelle aree paludose in riva al Nilo

Tre cacciatori sono nascosti nel canneto a sinistra e reggono la fune che permetterà loro di chiudere la trappola e di catturare i volatili; l’ultimo di loro si volta a guardare cosa sta accadendo alle sue spalle, dove ad Userhat ed a sua moglie viene offerto il bottino della pesca.

A sinistra si assiste alla presentazione al defunto ed alla moglie delle anatre catturate vive con la rete, come si apprende dal testo di accompagnamento; la coppia è assisa su di un’ampia sedia dall’alto schienale sotto la quale ci sono due vasi di forma diversa; davanti a loro c’è un grande tavolo pieno di offerte e due uomini presentano anatre e mazzi di papiro; altre tre anatre stanno su di un tavolino.

A destra della macchia di papiri si estendono immagini relative alla produzione del vino, associato al sangue di Osiride, ucciso e fatto a pezzi dal fratello Seth: i due piccoli sottoregistri sovrapposti, piuttosto danneggiati, mostrano i contadini che vendemmiano e ripongono i grappoli in ceste di vimini, quindi dei servi che pigiano l’uva in un grande tino aggrappandosi a funi decorate con fiori.

La vendemmia (a sinistra), l’uva raccolta nei cesti (al centro in alto), la pigiatura e il riempimento delle giare con il vino nuovo (al centro in basso).

Due uomini portano piccoli vasi con il vino che probabilmente viene travasato in una delle tre file di giare molto più grandi. In alto è inginocchiato uno scriba che prende nota del quantitativo d’uva lavorato, dal quale dovrà essere ricavata un giusta quantità di vino.

La descritta sequenza si completa con una rovinata immagine di Userhat che rende omaggio ad un’anonima dea serpente e con una piccola scena di pesca con una rete a strascico.

LE SCENE DELLA PROCESSIONE FUNEBRE E DEL PELLEGRINAGGIO AD ABYDOS

La parete ovest (parete lunga a destra) è divisa in vari registri: quelli superiori illustrano la processione funebre, quello inferiore il pellegrinaggio fluviale ad Abydos.

L’immagine della testa della processione, ora distrutta, si trovava all’estremità sinistra del registro superiore e rappresentava il sarcofago in piedi nel cortile della tomba durante il rito dell’apertura della bocca eseguito da un sacerdote sem assistito da un prete lettore (solo questi ultimi sono sopravvissuti ai millenni).

La cerimonia dell’apertura della bocca: il sacerdote sem (che indossa la pelle di leopardo) ha davanti a sè tutta la strumentazione necessaria per il compimento del rito; dietro di lui un sacerdote comune e le tre prefiche accovacciate.

Dietro di loro, incompiute, ci sono le prefiche, tre delle quali, accovacciate, con la mano sinistra si spargono della polvere sulla testa in segno di dolore e di lutto (17).

Il corteo funebre (18), che rappresenta un momento distinto e cronologicamente antecedente al rito descritto perché comprende ancora la slitta che traina la barca sacra sulla quale c’è un catafalco con il sarcofago e la mummia di Userhat, si sviluppa lungo il sentiero che conduceva alla sepoltura, da sinistra a destra lungo il registro superiore per poi proseguire da sinistra a destra lungo quello sottostante e, come già detto, sulla parete nord; sopra la processione e lungo il cammino si notano le piccole costruzioni che venivano costruite per deporvi le offerte.

Una parte del corteo funebre con i portatori di offerte; sopra e sotto gli uomini si notano le stazioni costruite lungo il cammino per deporre delle offerte; I servi portano offerte con un bilanciere, due bovini ed altri servi trascinano la slitta che sorregge tutto l’apparato contenente i resti mortali di Userhat.
I servi che trascinano la slitta sulla quale è posta la barca che ospita il catafalco all’interno del quale c’era il sarcofago con la mummia di Userhat, seguito da amici e parenti addolorati; nel registro inferiore un altro catafalco contenente i vasi canopi, e ancora sotto portatori di offerte e partecipanti al rito funebre.
Il gruppo completo delle prefiche, posto dietro i sacerdoti.

I servi raffigurati nel registro intermedio portano il ricco corredo funerario, nel quale si trovano anche un cavallo ed un carro smontato; le giare e le anfore all’estrema destra del registro forse erano una riserva di bevande per i partecipanti al corteo.

I portatori di offerte con il cavallo ed il carro smontato

Nel registro inferiore è dipinto il pellegrinaggio ad Abydos; già si è detto che raffigurare nella tomba questa forma di devozione equivaleva ad averla effettuata in vita e quindi ad acquisirne i meriti; qui è la mummia di Userhat, deposta nel sarcofago collocato su di un catafalco bianco ad essere rappresentata mentre raggiunge la sacra località con una barca, scortata da altre quattro imbarcazioni, due davanti e due dietro.

La barca centrale, più piccola, ospita il catafalco di Userhat

Le navi hanno cabine di legno decorate sui lati sulle quali stanno seduti dei passeggeri, e a prua, sopra una piattaforma, circondata da tavole, stanno l’addetto allo scandaglio ed il pilota che segnala al timoniere collocato a poppa le sue istruzioni.

La barca posta alla sinistra di quella di Userhat, con i vogatori intenti a remare, e sulla prua l’addetto allo scandaglio (che non si vede più) ed il pilota.
Le due barche poste alla destra di quella di Userhat, dalla polena a forma di testa leonina, del tutto sconosciuta in altre rappresentazioni.

La barca posta dietro quella con il defunto mostra i rematori in azione, il che conferma (oltre all’assenza di una vela) che sta scendendo il Nilo contro corrente da Tebe verso Abydos (18).

La parete sud (19) presenta al centro una nicchia contenente i resti delle statue della coppia, completamente distrutte nel corso dei secoli; sopravvivono solo il busto di Mutneferet e la sua mano sinistra che tiene un bouquet di fiori.

FONTI relative a tutti i post su Userhat e la sua tomba:

Harem Faraonico

KENAMUN, IL FRATELLO DI LATTE DI AMENHOTEP II

Di Luisa Bovitutti

Dalla tomba di Kenamun, riproduzione dell’immagine di Amenhotep II da piccolo, raffigurato come se già fosse Faraone, in braccio alla sua nutrice, la madre di Kenamun. L’autore fu Norman de Garis Davies; notate che a proteggere il piccolo non c’è l’avvoltoio Nekhbet, ma una semplice anatra, sintomatica del fatto che non era ancora salito al trono

Kenamun fu il figlio del kap che raggiunse le più alte vette del potere, come si desume dai numerosi titoli conferitigli dal sovrano e dal programma decorativo della sua tomba, sulle cui pareti egli fece incidere la sua autobiografia, nella quale racconta di avere seguito il sovrano “nella terra del vile Retenu, senza abbandonare il Signore delle Due Terre sul campo di battaglia, nell’ora di respingere le migliaia”.

Immagine originale del piccolo Amenhotep II in braccio alla nutrice, nella tomba di Kenamun, molto deteriorata

Come si è già detto, egli era il fratello di latte di Amenhotep II (così come si desume dalle stele 11578 e 11593 conservate al Louvre) il quale, salito al trono a diciotto anni di età, lo definì “grande di favori nel kap” e lo elevò a Grande intendente di Perunefer (il porto di Menfi oppure, secondo l’archeologo austriaco Manfred Bietak, la città fortificata sorta sulle rovine di Avaris, base commmerciale e militare dalla quale partivano le spedizioni verso il Levante), quindi a Gran Maggiordomo, a Sindaco di Tebe e responsabile dei granai del tempio di Karnak, conferendogli complessivamente circa centocinquanta titoli, segno di grande apprezzamento anche se, probabilmente, non corrispondevano ad altrettanti incarichi concreti. Egli era comunque il braccio destro del re, l’eminenza grigia di corte, l’amministratore dei possedimenti reali, “gli occhi e le orecchie del sovrano”, ossia colui che doveva vigilare per percepire e sventare ogni pericolo per il trono ed il suo occupante. Kenamun raggiunse anche un alto grado nell’esercito: le iscrizioni su monumenti ed oggetti lo ricordano infatti come aiutante di campo del Faraone, comandante delle truppe, capo di fortezza, capo dei paesi stranieri del nord e in tale veste combatté a fianco del suo re, il quale in più occasioni lo ricompensò per il valore dimostrato e gli concesse una porzione della montagna sacra di Sheikh abd el-Qurna, nella Valle dei nobili, per edificarvi una tomba per sé e per la moglie Tadedetes (TT93).

Riproduzione dell’immagine precedente, nella quale si nota parte del corteo che porta offerte al sovrano: la zona tratteggiata è stata ricostruita, perché erasa, in quanto rappresentava Kenamun all’apice del suo potere quale portatore di flabello alla destra del re ed un altro dignitario che aprivano il corteo. Anche Kenamun doveva essere di poco maggiore d’età rispetto ad Amenhotep, ma viene rappresentato come un adulto.

Egli morì tra i venticinque ed i trent’anni, prima dell’avvento al trono di Thutmosi IV che non è mai citato nella sua sepoltura, ed è stato vittima di damnatio memoriae: nella sua tomba, infatti, la sua figura, i suoi titoli ed il suo nome sono stati erasi ovunque (il nome è sopravvissuto in soli tre casi, almeno in base agli scavi condotti fino ad oggi), e la stessa sorte hanno subito tutti i suoi familiari; i danni al nome di Amon estranei ai suoi titoli ed al suo nome e quelli alle raffigurazioni del sacerdote sem sono stati invece attribuiti alla furia iconoclasta dell’epoca amarniana.

Una nicchia nella tomba di Kenamun nella quale si nota chiaramente che le figure che rendevano omaggio agli dei Osiride ed Anubi sono state volutamente cancellate

E’ difficile stabilire quali siano state le ragioni della rovina di Kenamun: vista la sua giovane età al momento della morte, può essere che abbia ceduto alle lusinghe del potere per tramare contro il Faraone, oppure, più probabilmente, che sia caduto in disgrazia a causa degli intrighi di personaggi di corte invidiosi del suo successo, e che sia stato giustiziato o costretto a suicidarsi; è anche possibile che questi stessi nemici abbiano voluto cancellarne la memoria dopo la morte prematura, profanando la sua tomba.

Analoga sorte ha subito la Stele CG 34034 rinvenuta presso il terzo pilone del tempio di Karnak e custodita al Cairo, che raffigura scene di offerta: nel registro centrale un personaggio che rende omaggio a Thutmosis III, identificato dall’archeologo statunitense Charles Van Siclen in Kenamun, è stato eraso, e delle due linee verticali di testo quella contenente il nome dell’offerente è stata scalpellata. Il nome e le raffigurazioni del fratello di latte di Amenhotep II sono tuttavia sopravvissuti su coni funerari, su numerosi ushabti (rinvenuti a centinaia in luoghi diversi dell’Egitto con la scritta “accordato in segno del favore del re”), sul suo sarcofago custodito al museo di Firenze, (n. Inventario 9477), su di una statua cubo rinvenuta probabilmente ad Assiut e su di una statua proveniente dal tempio di Mut a Karnak (n. 935).

La stele CG 344034 presenta tre registri. Nella lunetta in alto è scolpito il disco solare alato. Al centro del primo registro è raffigurato il dio Amon, in piedi, che guarda verso destra; dietro di lui sono presenti Amenhotep I e la madre Ahmose Nefertari divinizzati. Di fronte a loro sopravvive la parte inferiore di una figura maschile offerente. A sinistra del secondo registro Thutmosi III, seduto, guarda verso destra, e di fronte a lui c’è una linea di testo verticale. Al centro, di fronte al sovrano, in atto di offerta, è presente una figura maschile, erasa, attribuita a Kenamun. Di fronte ad essa sono presenti due linee di testo geroglifico verticali, una delle quali conteneva il nome di Kenamun ed è stata scalpellata. Del terzo registro si conserva parte di una linea orizzontale di testo con i cartigli di Amenhotep I ed Ahmose Nefertari.

LA STRANA STORIA DELLA SUA MUMMIA

Nel 1829 il prof. Ippolito Rosellini, che insegnava Lingue Orientali all’Università di Pisa, tornò in patria dopo avere partecipato con Champollion alla prima missione della storia condotta in Egitto e Nubia, finanziata dal Granduca di Toscana Leopoldo II e da Carlo X di Francia, e portò con sé una collezione di antichità, ora esposte al Museo Egizio di Firenze.

Tra di esse si trovavano 11 mummie, (termine con cui l’egittologo designava un corpo avvolto nelle sue bende inserito nel suo sarcofago antropoide in legno) sette delle quali sono ancora oggi a Firenze, tre sono andate distrutte, e l’undicesima, che nella lista trasmessa dall’egittologo a Leopoldo II viene definita “Mummia in cassa tinta di nero e geroglifici tracciati di giallo. Il corpo intatto nelle sue fasce”, scomparve fin dal suo arrivo a Livorno da Alessandria d’Egitto e di essa non si seppe più nulla fino al 2012, quando fu ritrovata ed identificata dalla prof. Marilina Betrò, egittologa dell’Università di Pisa, che nel 2008 iniziò a studiare il materiale inedito di Rosellini e la sua collezione.

Il corpo, ridotto ad uno scheletro, si trovava nel magazzino del Museo di Storia Naturale di Calci, vicino a Pisa, conservato all’interno di una scatola di cartone; il teschio, appartenente ad un giovane di 25 – 30 anni, reca un’iscrizione con inchiostro nero che identifica i resti come appartenenti ad una delle mummie rinvenute dall’egittologo toscano, e le ricerche effettuate hanno permesso di accertare che essa era stata danneggiata dall’acqua nel viaggio via mare e fu lasciata a Pisa, dove il corpo fu sbendato e ripulito dai resti in avanzato stato di deterioramento.

Il teschio di Kenamun, sul quale li legge chiaramente che si tratta dello “scheletro di una delle mummie portate da Egitto dal Prof. Rosellini”. Credit della prof. Marilina Betrò

Lo scheletro, che ancora reca qualche traccia di tessuto mummificato e che manteneva un valore più scientifico che storico venne donato da Rosellini a Paolo Savi, all’epoca direttore dell’antico Museo di storia naturale, mentre il sarcofago privato del coperchio e delle sezioni della cassa che stavano marcendo, venne stivato nei magazzini del museo fiorentino.

Si tratta di un sarcofago antropoide nero (colore simbolo di rinascita in quanto ricordava il fertile limo) con testi ed immagini tracciate in giallo, soprattutto in foglia d’oro, tipologia utilizzata nella XVIII dinastia a partire dal regno di Thutmosis III e rimasto in voga fino agli inizi della XIX dinastia per le sepolture di personaggi di rango elevato.

Particolare del sarcofago di Kenamun

Fino a pochi anni fa nessuno si era reso conto che su di esso comparivano il nome di Kenamun, ed il titolo di “padre del dio”, che denotava lo straordinario favore del Faraone (in questo caso il dio), e che fu concesso all’occupante e a pochissimi altri nobili nel corso della XVIII dinastia.

Se la mummia fosse stata intatta, forse con i moderni metodi di indagine si sarebbe potuta determinare la causa della morte di Kenamun, ed aggiungere un tassello importante alla ricostruzione della sua storia; l’analisi del solo scheletro non ha evidenziato nessuna anomalia tale da giustificarne il decesso in così giovane età, per cui il mistero rimane.

Calci. L’antico monastero sede del museo di storia naturale, dove vennero rinvenuti i resti di Kenamun. Foto di Gabriele Geraci.

Dal 16 dicembre 2014, Kenamun e il suo sarcofago si trovano nelle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa.

LA TOMBA DI KENAMUN

L’enorme sepoltura di Kenamun, individuata con la sigla TT93, sorge sulla cima delle colline di fronte a Luxor ed è riccamente decorata; pur essendo conosciuta fin dall’inizio del XIX secolo, tanto da essere stata visitata da Champollion, Rosellini, Wilkinson, Lepsius e Prisse d’Avennes (solo la prima parte, essendo il resto ingombro di detriti), fu esplorata e documentata solo alla fine degli anni ‘20 dal Metropolitan Museum di New York ed è tuttora oggetto di scavo e consolidamento ad opera di una missione congiunta brasiliana ed egiziana denominata BEMAC (Brazilian-Egyptian Mission for Archaeological Conservation), che deve ancora esplorare tutta la zona sotterranea, resa inaccessibile da un crollo e che sta riportando alla luce e restaurando poco alla volta i dipinti parietali e quel che è rimasto ancora intrappolato in una spessa coltre di fango depositatosi all’interno e diventato durissimo nel corso dei secoli.

L’ingresso della tomba di Kenamun ed uno dei due portici laterali incompiuto
La piantina della tomba; la parte in arancione è sotterranea e probabilmente di epoca successiva, ma ancora non indagata.

L’archeologo inglese Robert Mond, che per primo la esplorò ai primi del Novecento, non trovò traccia della camera sepolcrale: era possibile che fosse già stata trovata e saccheggiata, ma ipotizza autorevolmente la prof. Betrò che la morte prematura di Kenamun, il fatto che ci sono ampie zone della tomba non finite ed altre volutamente danneggiate inducono a ritenere che il nobile sia stato sepolto altrove o che ci sia rimasto poco tempo, e che il fastoso funerale rappresentato sulle pareti e progettato da Amenhotep II per il suo grande amico quando era ancora in vita non sia mai stato celebrato, almeno secondo quelle modalità.

I pescatori; il primo porta con sè il bottino della pesca, realizzata evidentemente infilzando la preda con le picche, il secondo ha in mano un fiore di loto

L’ultima dimora del giovane fu, probabilmente, una modesta tomba a pozzo priva di decorazioni rinvenuta nel 1828 dalle maestranze di Rosellini e Champollion, che nel frattempo si erano recati in Nubia, lasciando come responsabile degli scavi il lucchese Piccinini, al quale avevano ordinato di attendere il loro ritorno prima di aprire sepolture che fossero state trovate intatte.

Portatori di offerte: il primo a sinistra ha con sè l’arco di Kenamun nella sua sontuosa custodia , un bastone da lancio e la faretra con le frecce sulla spalla; il servo al centro porta i sandali , una picca ed un sacchetto; quello a destra due daghe

Così fu per una di esse; l’altra, invece, quella di Kenamun, la cui dislocazione esatta nè Piccinini né gli operai furono in grado di riferire, venne aperta e svuotata; all’interno si trovavano il modesto sarcofago (decorato con pittura gialla invece che con foglia d’oro o d’argento, usualmente utilizzata per i personaggi importanti), il prezioso carro smontato (probabilmente quello donato al fratello di latte dallo stesso Amenhotep II e di cui si fa menzione nella tomba originaria), un arco ed un numero imprecisato di altri oggetti (parte dei quali è probabile che i fellahin assunti per scavare avessero fatto sparire).

Scena palustre: in una macchia di papiri, molti dei quali ancora in bocciolo, si nascondono volatili di vario genere; un gruppo di anatre sta scappando in volo.

L’accesso alla tomba originariamente destinata al fratello di latte di Amenhotep II è situata in un ampio cortile, dotato su entrambi i lati da due portici, non finiti, scavati nella roccia.

Decorazione murale rappresentante una serie di pilastri djed, due felini e due occhi wadjet

L’ingresso, posto al centro del muro ovest, conduce ad una prima sala trasversale completamente decorata e divisa da una fila di dieci pilastri, che reca alle estremità due cappelle. Nella cappella nord si apre una scalinata che conduce ad una serie di stanze funerarie sotterranee, ritenute un’aggiunta di epoca posteriore dall’egittologa tedesca prof. Friederike Kampp-Seyfried.

Navigazione lungo il Nilo. L’uomo a destra è l’addetto al timone, mentre quello a sinistra con lo scandaglio valuta la profondità delle acque per evitare che il natante finisca in zone di secca.

Questa sala è collegata da un corridoio perpendicolare ad una seconda sala trasversale con due file da quattro colonne ciascuna, che reca oggi un’unica scena a sinistra della porta d’accesso, nella quale sono raffigurati due figli che fanno offerte al defunto ed alla madre.

Frammento di parete

La tomba di Kenamun è decorata secondo i canoni dell’epoca: egli è raffigurato nelle sue attività ufficiali ma soprattutto nella lussuosa vita privata, delineata con estrema vividezza e tipica di un giovane nobile, ricco e potente: la caccia nel deserto, la pesca nelle paludi, i banchetti, la casa con il giardino; non mancano le tradizionali immagini del defunto, talvolta con la moglie, che adora Osiride, Anubi, Amenhotep II, Maat e le dee dell’occidente, e mentre fa o riceve offerte, portate da processioni di servi.

Credo che si tratti di un elenco di offerte per il defunto

Quale ricordo del legame particolare intercorrente con il sovrano, vi compare la rappresentazione (già pubblicata nel precedente post) del piccolo Amenhotep in braccio alla sua nutrice, madre di Kenamun, il quale apre una processione di personaggi che portano doni preziosissimi, che vengono elencati ed illustrati: una coppa in oro, pietre preziose e smalti decorata con fiori, frutta e palme su cui si arrampicano scimmiette, “cocchi d’oro e d’argento, statue di avorio ed ebano, collane di pietre dure e preziose, e armi”, tutti rappresentati su vari registri.

Ballerine partecipanti al banchetto funebre: la prima e la seconda donna a sinistra, stanno battendo le mani e muovono i piedi.

Erano previste anche le raffigurazioni del funerale di Kenamun, progettato quando era ancora vivo, così come si deduce dai testi: Amenhotep II aveva disposto che statue raffiguranti l’amico venissero portate in processione nei templi e che le musiciste e cantrici del tempio di Amon accompagnassero le esequie battendo le mani, cantando e danzando. Non si sono conservate le scene in cui erano raffigurate le offerte funerarie, ma un’iscrizione cita “un cocchio che Sua Maestà diede in segno del suo favore”, e che è probabilmente quello oggi esposto a Firenze.

Questo rilievo in orgine rappresentava Amenhotep II in trono, sotto un baldacchino. Ai suoi piedi i rappresentanti delle popolazioni da lui sottomesse, ben riconoscibili dalle differenti caratteristiche somatiche e dal cartiglio recante il nome del loro territorio

FLORA E FAUNA

Gli Egizi vivevano in un ambiente naturale ricco di flora e soprattutto di fauna, ed essi amavano riprodurlo sugli oggetti e sulle pareti tombali, come contesto per rappresentare momenti della vita del defunto che assumevano anche un valore simbolico.

Nella tomba di Kenamun si trovano scene ambientate nelle paludi in riva al Nilo ed ai limiti del deserto, nelle quali sono dipinti gli animali che all’epoca popolavano quelle zone. Qui ho raccolti una serie di immagini alcune delle quali sono a mio avviso molto belle.

Un cucciolo di gazzella (?); della madre è sopravvissuto solo il corpo, al quale il piccolo si appoggia.
Cesti con prodotti vari e fiori di ninfea. Disegno copiato dall’originale e pubblicato nel libro sulla tomba di Norman de Garis Davies già citato in bibliografia
Un coniglio
Pesci del Nilo, riproduzione di Nina de Garis Davies, pubblicata nel libro del marito Norman de Garis Davies già citato in bibliografia
Una mandria di bovini. Si nota ancora la quadrettatura realizzata dall’autore per garantire le proporzioni dell’immagine
Uno stambecco con il suo piccolo
Una iena con il suo piccolo, del quale è rimasta solo la testa, con il pelo grigio e un occhione nero, visibile davanti al muso della madre
Un asino
Uno struzzo
Delle anatre: disegno copiato dall’originale e pubblicato da Norman de Garis Davies, nel testo sulla tomba già citato in bibliografia

FONTI ED IMMAGINI

Harem Faraonico

IL KAP SOTTO IL REGNO DI AMENHOTEP II

Di Luisa Bovitutti

Per dirigere il kap del principe ereditario, Thutmose III assunse dei veterani esperti nell’arte militare e nell’amministrazione dello Stato: Ahmose detto Humay, (TT 224), direttore della Residenza del re, del suo harem e del dominio della sposa del dio e Min, governatore della città di This, della provincia di Abydos e delle oasi, comandante dell’esercito del fiume occidentale (cioè del ramo del Nilo di Rosetta) e primo amministratore del Signore delle Due Terre (TT109).

Statua di Sennefer e della sua prima moglie Senetnay, fatta collocare da Amenhotep II nel tempio di Karnak, come massima espressione di stima. Ora al Cairo

L’allattamento del piccolo Amenhotep venne affidato a Senetnay ed Amenemope, due nutrici coadiuvate da sette babysitters appartenenti alle famiglie più potenti e devote del paese affinchè gli si affezionassero e gli garantissero fedeltà assoluta.

Mutneferet e Kenamon, figli delle balie del principino, vennero insigniti del titolo di “sorella e fratello di latte” del re e crebbero insieme a lui nel kap; le altre dame dedite al suo accudimento furono Baky (come si è visto moglie di Amenemheb detto Mahu) e Neith, entrambe cantatrici di Amon, Sherty (figlia del suo precettore Min), Henuttawy (sorella o zia del figlio del kap Usersatet), Hunai, Iafib ed infine la madre del terzo Gran Sacerdote di Amon, Kaemheryibsen (TT 98), il cui nome non si è conservato.

Una volta salito al trono molto saggiamente Amenhotep proseguì la politica di rinnovamento dell’amministrazione inaugurata dal padre, sostituendo per gradi i vecchi cortigiani ai vertici dell’apparato statale con coloro che l’avevano visto crescere e che aveva avuto modo di conoscere a fondo, apprezzandone le doti e la fedeltà, fino a quando tutti i posti strategici del regno furono affidati ai suoi compagni di infanzia o a soggetti legati ai personaggi che l’avevano cresciuto.

L’abitudine dei sovrani di circondarsi con i loro più saldi sostenitori aveva fatto sì che il potere centrale trovasse degli antagonisti da cui liberarsi in alcuni esponenti di famiglie potentissime, che si passavano di padre in figlio i titoli onorifici conquistati dai propri antenati appartenuti al kap del sovrano all’epoca regnante.

Ad esempio l’incarico di visir fu ricoperto prima da Ahmetiu detto Ahmose (TT 83), poi dal figlio User(amon) (TT 61 e 131) e quindi dal nipote Rekhmire (TT 100) che, come si è visto, Amenhotep II sostituì con Amenemope detto Pairi (TT29) proprio al fine di spezzare la pericolosa influenza di una stirpe legata alla precedente sovrana.

Tavoletta da scriba del Visir di Tebe Amenemope

Amenemope era il figlio del precettore reale Ahmose Humay e pur essendo più grande del principe lo frequentò assiduamente quando costui era affidato alle cure di suo padre; alla sua morte gli fu concesso l’onore di essere sepolto in una cripta della Valle dei Re (KV 48).

Il cugino di Amenemope, Sennefer (TT 96), aveva sposato la dama di corte Senetnay, che divenne la nutrice del futuro Amenhotep II, il quale volle seppellirla nella valle dei re, sebbene il marito disponesse di una sontuosissima tomba privata (la famosa tomba delle viti), nei cui dipinti parietali ella appare numerose volte accanto al marito.

Sennefer e la sua seconda moglie Meryt, dalla loro tomba

E fu sicuramente grazie all’intimo rapporto tra il principino e Senetnay che Sennefer si guadagnò la sua fiducia e quando costui venne incoronato re lo nominò governatore di Tebe, nonché intendente del ricchissimo dominio del dio Amon, lo stesso incarico che, poco più di una generazione prima, aveva ricoperto il famoso Senenmut l’uomo forte di Hatshepsut, che a sua volta si era circondata di fedelissimi per difendere la sua anomala posizione dinastica.

Cono funerario di Mery (“L’amato”): il nome del funzionario appare subito sopra la riga che divide il cerchio in due parti, a destra: abbiamo il segno MR che è quella specie di aratro e le due canne fiorite che corrispondono ad Y. La E viene aggiunta per convenzione.

E così Amenhotep II diede anche l’avvio alla parabola ascendente di Mery (TT 95), figlio di Nebpehtire, Primo Profeta di Min di Koptos e di Hunayt, prima nutrice del Signore delle Due Terre, che nominò sommo sacerdote di Amon a Karnak, Sovrintendente dei Sacerdoti dell’Alto e del Basso Egitto, Sovrintendente dei Campi di Amon, Sovrintendente di Amon, Sovrintendente dei Granai (di Amon), Sovrintendente del Tesoro; di Userhat (TT56) scriba reale, rappresentante dell’Araldo reale e Scriba del bestiame di Amon; di Paser (TT367), capo degli arcieri e comandante del seguito del re quando era ancora principe ereditario; di Pehsukher detto Tjenenu (TT88) luogotenente del re e capo degli arcieri, e di suo fratello Yamu, figli di Neit, Capo balia reale e Istitutrice del dio, e del già noto Amenemheb detto Mahu (TT 85).

Il pellegrinaggio ad Abydos di Userhat e di sua moglie. Non è detto che la coppia abbia veramente compiuto tale atto di devozione, ma era sufficiente inserirne l’immagine nei rilievi parietali della tomba per considerare assolto tale dovere religioso.

Particolarmente brillante fu la carriera del già citato Kenamon (TT 93), che fu nominato grande intendente della base logistica e militare di Perunefer (il porto di Menfi) e di Usersatet figlio del re di Kush, inviato come visir nella sua terra forse grazie all’influenza di sua madre, Nenunhermentes, che faceva parte dell’harem del re; al museo di Boston è oggi conservata una stele che costui fece scolpire in Nubia, nella quale annunciava che il re gli aveva scritto una lettera in cui ricordava le loro avventure di compagni d’armi nel Vicino Oriente.

Harem Faraonico

MAIHERPRI FIGLIO DEL KAP

IL FRUTTO DELLA RELAZIONE SEGRETA TRA HATSHEPSUT E SENENMUT?!?!? UNA TEORIA SUGGESTIVA MA IMPROBABILE

Di Luisa Bovitutti

Il viso di Maiherpri….. chissà che luminoso futuro lo attendeva…..

Nel 1899 Victor Loret scoprì nella Valle dei Re, accanto alla tomba di Amenhotep II, un pozzo che conduceva ad una camera sepolcrale dalle pareti grezze, in seguito nota con la sigla di KV36, che era stata profanata già nell’antichità e spogliata di buona parte degli oggetti preziosi, della biancheria non funeraria e degli abiti del ricco corredo.

Tuttavia i ladri avevano lasciato oltre alla mummia ed ai sarcofagi, anche un magnifico papiro iscritto con i testi del Libro dei Morti e recante il ritratto, il nome ed i titoli del proprietario, resti di piante, pane, pezzi di carne, vasi di pietra e ceramica, una ciotola in terracotta blu con il disegno in nero di due pesci e di una gazzella con il suo piccolo, vasi per unguenti, quattro piccoli sigilli, due collari per cani uno dei quali con la scritta “La cagna della sua casa chiamata Ta niut”, due braccialetti, settantacinque frecce, due faretre, una scatola per il gioco del senet e le relative pedine, i vasi canopi e il loro scrigno, un letto di Osiride, orecchini, perline, parti di un collare, amuleti.

La ciotola in faience azzurra con disegni di pesci, di vegetazione e di una gazzella che allatta il suo piccolo

La mummia portava una maschera dorata con occhi di diaspro bianco ed era custodita all’interno di due sarcofagi antropomorfi ricoperti sia all’interno che all’esterno di bitume; essi erano a loro volta contenuti in un sarcofago a forma di parallelepipedo, in legno di cedro dipinto di nero con geroglifici in foglia d’oro, molto simile a quelli trovati nella tomba di Yuya e Tuya.

La maschera funeraria

Nel sepolcro c’era anche una terza bara antropoide inutilizzata, probabilmente perché non ci stava nel sarcofago più grande, come ci ha spiegato Andrea Petta a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/12/23/un-antico-errore/

Il corpo, che nell’antichità i predatori avevano profanato con un’ascia per impadronirsi degli amuleti e dei gioielli nascosti su di esso, fu sbendato il 22 marzo 1901 da Georges Daressy, che rinvenne sulla mummia e nel sarcofago la placca d’oro destinata a coprire l’incisione praticata per l’imbalsamazione, lo scarabeo del cuore e una dozzina di gioielli oltre a due lastre d’oro poste sotto le piante dei piedi, probabilmente la suola di un paio di sandali d’oro, segno inequivocabile delle origini reali del defunto.

Il sarcofago esterno a forma di parallelepipedo

L’uomo inumato in quella tomba era morto tra i venticinque ed i trent’anni, così come confermato da recenti studi sulla mummia (inizialmente Daressy aveva ipotizzato vent’anni) era di probabili ascendenze nubiane, desunte dal colore scuro della pelle, dalla parrucca a fittissimi ricci neri da lui indossata, dal suo corredo funerario, che comprendeva frecce, faretre, un bracciale da arciere ed una collana di cuoio, prodotti tipici del paese nubiano di Wawat e dal suo ritratto che figura sul papiro trovato nella sepoltura, che lo rappresenta con la pelle nera.

Particolare del Libro dei morti con l’immagine del defunto
Un braccialetto a sezione triangolare realizzato in ebano intarsiato in avorio

Il nome del giovane era Maiherpri, che significa “Il leone del campo di battaglia”, e portava il titolo di “Figlio del Kap”; inoltre era “Portatore del flabello alla destra del re”, o “Portatore di flabello del Signore delle Due Terre lodato del perfetto Dio”, titolo che ricorre su tutti gli oggetti del suo corredo funerario e che era conferito solo a chi aveva una particolare vicinanza con il sovrano, in particolare ai suoi figli.

Uno stretto legame con il Faraone emerge anche dal suo papiro funerario, nel quale viene definito come “uno che segue il re nelle sue marce verso il Paesi esteri del nord e del sud”, nonché “compagno del Re”, e dal fatto che gli fu concesso il grandissimo onore di essere sepolto nella Valle dei Re. Il suo titolo di Portatore dello stendardo reale mostra il ruolo effettivo che avrebbe svolto nel suo servizio militare.

I due collari per cani facenti parte del corredo funerario suggeriscono che forse egli era anche custode dei cani da caccia del faraone.

Il collare per il cane

Il sacrario dei canopi di Maiherpri è a forma di santuario su slitta con coperchio a cornicione, rivestito di bitume e decorato con fasce di testo dorate e divinità funerarie; è alto 59 cm. con una base di 52 cm x 52 cm..

I quattro vasi canopi di calcite sono stati trovati avvolti in teli di lino, con solo il volto esposto; recano iscrizioni intarsiate di pasta vitrea blu e hanno il coperchio a forma di testa umana probabilmente non originale perché non si adatta alla bocca del vaso.

Uno dei quattro vasi canopi

Sia Loret che Maspero datarono la mummia alla XVIII dinastia, e, dal momento che Daressy gli aveva attribuito una somiglianza con i thutmosidi, ritennero che Maiherpri potesse essere un principe reale nato dall’unione del Faraone con una concubina nubiana, vissuto tra il regno di Hatshepsut e al più tardi quello di Amenhotep III.

La mummia tuttavia era avvolta con teli di lino, uno dei quali recava su di un angolo un’iscrizione in parte ricamata in parte scritta ad inchiostro che rappresentava l’avvoltoio Nekhbet ed il cobra Uadjet sulle loro ceste che avevano alla loro sinistra il segno nefer, il segno ankh e la piuma di Maat ed alla loro destra il cartiglio di Maat ka ra (Hatshepsut).

Il pozzo che dà ingresso alla tomba sotterranea

Questo labilissimo indizio indusse la grande egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt ad ipotizzare qualche decennio orsono e con molta circospezione la teoria secondo la quale il giovane potesse essere figlio della sovrana e del suo grande architetto Senenmut, anch’egli probabilmente nubiano e di pelle scura come Maiherpri e da quanto si poteva arguire dai ritratti disponibili, con lo stesso naso sottile e le labbra leggermente pronunciate (anch’egli figlio del kap, probabilmente di Thutmose I, per la cui storia rinviamo ai bei post di Grazia Musso e Nico Pollone, a questo link https://laciviltaegizia.org/…/senenmut-il-grande…/.

La studiosa ipotizzava addirittura che Hatshepsut avesse conosciuto Senenmut quando ancora era re suo padre Thutmose I, ed avesse intessuto con lui una relazione extraconiugale, dalla quale sarebbe nato Maiherpri quando già aveva sposato Thutmose II ed era diventata madre di Neferura.

Il piccolo avrebbe avuto circa quattro anni quando Thutmose II salì al trono, e pur essendo stato tenuto nell’anonimato perché frutto di un adulterio, avrebbe ricevuto un’educazione degna del suo rango, crescendo a contatto con la regina della quale sarebbe diventato il paggio preferito ed assumendo il titolo di portatore di flabello alla destra del re, di diritto riservato alla prole reale.

L’intrigante teoria peraltro non ebbe seguito in quanto sugli oggetti del corredo funerario egli non è mai definito come “Figlio del re”, per cui è da escludere che fosse un principe di sangue reale.

Catharine Roehrig, curatrice della sezione egizia del Metropolitan di New York, sulla base delle caratteristiche stilistiche degli oggetti del corredo della KV36 colloca la sepoltura in un periodo compreso tra la morte di Hatshepsut e la distruzione sistematica del suo nome e delle immagini, intervenuta vent’anni dopo la sua morte; in particolare la maschera funeraria è simile a quella di Hatnefer (madre di Senenmut); il sarcofago antropoide interno ha una forma “arcaica”, caratterizzata dalla lunga parrucca tipica dei primi tempi della Diciottesima dinastia; quello inutilizzato ha lo stesso viso ampio, gli occhi spalancati ed il naso leggermente appuntito di alcuni rappresentazioni di Hatshepsut.

Il ricercatore milanese Christian Orsenigo posticipa la datazione al periodo intercorrente tra il regno di Thutmose IV e quello di Amenhotep III, trovando analogie tra molti oggetti della KV36 ed altri rinvenuti nella tomba delle tre mogli straniere di Thutmose III a Wadi Gabanât el Qurûd – come i vasi canopi, i vasi per unguenti in calcite, i braccialetti in maiolica, una perlina di corniola e una perlina “occhio” di vetro policromo, nonché un bocciolo di ninfea intarsiato, oltre che somiglianze tra il sarcofago di Maiherpri e l’esterno di quelli di Kha e Merit e di Yuya e Tuya, e tra i canopi di Maiherpri e quelli dei suoceri reali di Amenhotep III.

Questa datazione è oggi la più accreditata: egli potrebbe essere stato un principe straniero mandato a studiare in Egitto, per prepararsi a governare un territorio vassallo. In effetti, pur essendo morto giovane, Maiherpri era già Portatore di ventaglio alla destra de re, titolo di solito usato dai viceré di Kush durante il Nuovo Regno.

A questo link ci sono altre magnifiche fotografie di Heidi Kontkanen :https://www.flickr.com/…/27276693376/in/photostream/

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