Harem Faraonico

IL “PALAZZO DI NEFERTITI”

Di Luisa Bovitutti

Il Palazzo Nord è chiamato dagli odierni abitanti del luogo “palazzo di Nefertiti”, perché probabilmente ospitò la celebre regina o forse Kiya, un’altra moglie di Akhenaton che rivestì un ruolo di preminenza nella prima parte del regno di costui. Forse qui crebbe Tutankhamon, quando ancora si chiamava Tutankhaton, e molte iscrizioni trovate in loco provano con certezza che vi abitò Meritaton, figlia maggiore ed erede del sovrano.

La ricostruzione del Palazzo Nord
La pianta de Palazzo Nord

Alcuni studiosi ritengono che il Faraone lo utilizzasse come “buen retiro”, in quanto era stato dotato di svariati giardini e di una specie di zoo che raccoglieva varie specie di quadrupedi e di uccelli, che lo rendevano un ambiente particolarmente rilassante; altri pensano che fosse una riserva dove venivano conservati vari esemplari di vita animale come simbolo del potere di Aten, dio creatore.

Esso fu scavato nel 1923 e 1924, ed a far tempo dagli anni novanta del secolo scorso i lavori ripresero ed ancora oggi vengono eseguite opere di consolidamento e di ricostruzione che hanno reso chiaramente visibile la pianta della struttura.

Il Palazzo era una residenza indipendente costruita lungo tre lati di un vasto recinto rettangolare che misurava 112 per 142 metri; al centro del lato corto ad ovest (a sinistra nelle immagini) si apriva una porta affacciata sul Nilo che dava ingresso al cosiddetto “primo cortile”, delimitato sul lato opposto da un muro nel quale si aprivano un ingresso monumentale al cortile principale, due ingressi più stretti e, forse, una finestra delle apparizioni.

Un frammento della decorazione parietale, da Amarna.

Sul lato nord del cortile (a sinistra dell’ingresso) si trovava un’area scoperta nella quale sorgevano tre piattaforme a gradini in pietra su base in gesso; quella centrale e più grande era affiancata da due file di quattro tavole delle offerte. I lati est e ovest di quest’area erano occupati ciascuno da una fila di camere parallele, forse magazzini di stoccaggio.

Sul lato sud dell’edificio (a destra dell’ingresso) si trovava uno spazio più ristretto circondato da edifici in laterizio dotati di peristilio, forse dei magazzini.

Un frammento di intarsio vitreo da Amarna

Davanti al muro che divideva i due cortili erano collocate delle statue, il cui basamento sopravvive ancora oggi.

La corte interna principale è caratterizzata da un ampio avallamento rettangolare a livello del suolo, con una fila di fosse d’albero sul lato nord (riconoscibili perché gli egizi erano soliti piantare alberi in fossa che riempivano di terra fertile, molto più scura).

Gli scavi ad oggi hanno raggiunto la profondità di otto metri sotto l’attuale livello del suolo, circostanza che ha indotto gli archeologi ad ipotizzare che più che un lago o un giardino sommerso, la depressione fosse un pozzo profondo e grande che alimentava d’acqua il giardino sommerso che si trovava nell’angolo nord-est del palazzo, al quale era collegato tramite un condotto calcareo sepolto.

L’aspetto attuale delle rovine del giardino sommerso nel Palazzo Nord

Sulla sinistra della corte centrale sorgevano tre unità immobiliari simili, decorate con rilievi che raffiguravano bovini, stambecchi ed antilopi e fronteggiate da un portico comune ipostilo.

Esse erano destinate allo stallo di differenti specie di animali ed erano costituite da uno spazio aperto al quale si accedeva dal portico e da un ambiente coperto il cui tetto era sostenuto da pilastri quadrati in mattoni; il più esterno dei tre ambienti aveva anche due serie di mangiatoie rettangolari in pietra calcarea accanto alle quali si trovavano delle pietre da pastoia alle quali legare i quadrupedi.

Un frammento di una piastrella decorata proveniente dallo “zoo”, oggi al Louvre

Gli ambienti posti di fronte allo zoo, dall’altro lato del cortile, erano occupati da quelli che sembrano edifici di servizio: case, probabilmente una panetteria e fornaci dove forse si producevano gioielli in maiolica.

Gli appartamenti reali sorgevano oltre il secondo cortile; vi si accedeva da un’apertura sul muro posteriore del cortile che conduceva ad una sala ipostila e poi ad una minuscola sala del trono.

Attraverso questa sala si entrava anche in un grande salone a più colonne, elemento centrale del palazzo; davanti ad essa c’era una terrazza in pietra che sosteneva un baldacchino su colonne di pietra che si affacciava sul cortile, raggiungibile tramite una scala o una rampa.

Un frammento di decorazione parietale da Amarna

A destra della sala del trono c’erano i locali privati dell’occupante del palazzo: la camera da letto principale ed il bagno ad essa annesso; altri spazi erano occupati da magazzini e forse da alloggi per inservienti.

A sinistra della sala del trono c’era un cortile con un giardino sprofondato nel terreno che occupava tutto l’angolo nord-est dell’edificio, attorno al quale sorgevano molteplici stanze tutte uguali, dotate di una finestra che si affacciava sul giardino e che si ipotizza potessero essere destinate ad ospitare uccelli.

La sala centrale, detta la ‘Camera Verde’, era affrescata con un fregio continuo raffigurante la vita naturale delle paludi; nel quale erano scavate delle nicchie che, forse, ospitavano dei nidi.

Un frammento della decorazione della Camera verde, che mostra un ambiente palustre ed un uccello che si sta tuffando sulla preda (ricostruzione di Nina de Garis Davies, oggi al MET di New York)
Un frammento della decorazione parietale raffigurante pesci

La corrispondente sezione dell’angolo opposto era occupata da una corte dotata di portico laterale sul quale si affacciavano cinque magazzini e sul retro un ampio vano coperto sorretto da pilastri in laterizio. Durante la vita dell’edificio i magazzini furono trasformati in abitazioni e l’androne a pilastri venne suddiviso da pareti divisorie.

La camera verde un una ricostruzione digitale moderna.

La decorazione di questa struttura era uniforme: sopra una fascia di riquadri neri e blu si alternavano bande blu e rosse, separate da una sottile striscia bianca e sormontate da un fregio di uccelli kheker; la parte di parete superiore, di colore giallo, recava figure di uomini e animali, soprattutto uccelli e pesci. I soffitti erano, a quanto sembra, dipinti con un pergolato di vite. Anche i pavimenti erano decorati con scene della natura.

Nella parte posteriore del palazzo furono ricavate diverse scale, e ciò induce a ritenere che l’edificio avesse più piani.

FONTI:

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AMARNA: L’HAREM

Di Luisa Bovitutti

La nuova capitale voluta da Akhenaton venne chiamata Akhet-Aton (che significava Orizzonte di Aton, oggi Amarna) ed era stata costruita su di un’area desertica e pianeggiante che non era mai stata sede di precedenti culti; circondata da un lato da un anfiteatro roccioso lungo quindici chilometri e dal lato opposto da terre coltivabili, venne eretta molto rapidamente, usando soprattutto mattoni di fango essiccati al sole e poi intonacati di bianco.

Ricostruzione del palazzo reale di Amarna realizzata dall’archeologo Jean-Claude Golvin: l’harem occupava tutto il lato sinistro della costruzione e ad esso si accedeva tramite l’ingresso verso il quale si sta dirigendo la fila di persone

Nell’arco di un ventennio giunse ad ospitare tra i ventimila ed i cinquantamila abitanti, ma alla morte di Akhenaton fu abbandonata, i materiali lapidei vennero asportati lasciando solo i mattoni ed andò rapidamente in rovina; attualmente sono in corso lavori di scavo, interpretazione e ricostruzione delle rovine sotto la direzione del dott. Barry Kemp dell’EES (Egypt Exploration Society).

La città era divisa in quartieri che si estendevano attorno ad un nucleo abitativo centrale nel quale sorgevano il Palazzo Reale, il Grande Tempio chiamato Per-Aten e vari edifici amministrativi tra i quali l’archivio reale, dove furono rinvenute le famose Lettere di Amarna; gran parte della zona ad ovest fu sepolta sotto le moderne coltivazioni, mentre si sono conservate molte strutture dell’area est.

Dipinto parietale proveniente dal Palazzo del re (che è un edificio indipendente dal palazzo reale), oggi all’Ashmolean museum

Sulla base delle rovine riportate alla luce e di alcuni rilievi tombali è stato possibile ricostruire la pianta generale del sito ed individuare l’area dell’harem, che occupava un ampio quartiere del complesso palaziale, il quale si estendeva in lunghezza per almeno 580 metri ed occupava la striscia di terra posta tra il lato ovest della strada reale ed il Nilo.

Una scena nella tomba amarniana di May (TA14), molto danneggiata ma fortunatamente ricostruita, mostra l’aspetto che doveva avere l’ingresso monumentale del palazzo, oggi sepolto sotto le moderne coltivazioni: esso si affacciava sulla riva del Nilo ed era caratterizzato da un elegante colonnato che correva lungo tutto il lato dell’edificio, nel quale si apriva la porta coronata da urei.

Rilievo parietale dalla tomba di May: sullo sfondo si nota il colonnato della facciata del palazzo reale.

Gli appartamenti di stato occupavano la parte occidentale del palazzo ed erano stati costruiti in pietra; essi comprendevano un cortile di circa 160 mq., adornato lungo i lati est ed ovest con una fila di statue un granito del re e di Nefertiti, che conduceva a una serie di corti e saloni, e, forse, ad una Finestra delle Apparizioni.

Un talatat sul quale è raffigurata la finestra delle apparizioni del palazzo reale

La parte orientale invece era stata realizzata in gran parte in laterizio; si trattava di un quartiere largo circa 35 metri suddiviso in una serie di singoli edifici che si affacciavano sulla strada reale a est e sul citato cortile a ovest; in esso avevano sede l’harem e dei magazzini.

Pavimento dipinto proveniente dal palazzo reale di Amarna

Una porta monumentale posta nella parete est del recinto del palazzo permetteva di raggiungere il cortile che divideva l’edificio dell’harem in due costruzioni distinte non del tutto simmetriche; oltrepassato questo cortile si accedeva al Ponte che collegava il Grande Palazzo alla Casa del Re, posta ancora più a est.

Il cosiddetto “harem settentrionale” comprendeva un giardino sommerso fiancheggiato su ogni lato da una fila di piccole camere, forse magazzini o alloggi per la servitù, e da un’area colonnata a sud che includeva un portico rivolto sul giardino; i pavimenti di questa zona erano ricoperti di intonaco di gesso sul quale erano dipinte a colori vivaci vasche con pesci e fiori e figure di prigionieri asiatici ed africani legati.

Decorazioni provenienti da Amarna

Oltrepassato il portico, si faceva ingresso in un ampio salone a due ordini di colonne ed a pianta quadrata, che comunicava a sud-est con un grande vano con dodici colonne intarsiate di maiolica; anche in queste stanze la pavimentazione era dipinta con immagini di prigionieri e di uccelli palustri.

Le dame di corte abitavano probabilmente nelle stanze che fiancheggiavano la sala principale; ognuna di esse aveva pianta quadrata con una colonna centrale, e comunicavano con due piccole stanze adiacenti a sud.

Decorazioni provenienti da Amarna

La parte meridionale era costituita da un gruppo di stanzette dal pavimento dipinto che immettevano in un portico aperto affacciato su un giardino sul lato est; i locali più a nord erano destinati come abitazioni per la servitù e magazzini.

Nella tomba di Ay ad Amarna (che non fu mai utilizzata in quanto divenne Faraone dopo Tutankhamon e si fece scavare una nuova tomba nella valle dei Re), vi è un interessantissimo rilievo parietale che raffigura in modo dettagliato una parte del palazzo reale ed i quartieri dell’harem; l’immagine è incompleta perché il muro non è stato finito.

Raffigurazione delle stanze delle donne, dalla tomba di Ay

L’unica sezione completata dell’immagine si trova sull’architrave sopra l’ingresso e rappresenta due edifici speculari e indipendenti separati da uno spazio con quattro alberi, che potrebbero rappresentare un giardino oppure i sicomori sacri

Ai lati ci sono due edifici autonomi: uno è costituito da un magazzino e da una dispensa, nella quale i servi stanno mangiando e preparando cibo; l’altro, più grande, è composto da due parti comprendenti una stanza con una colonna e due piccole camere e pare essere l’harem in quanto è abitato da sole donne e ha delle guardie fuori dalle porte.

Frammento di pavimento dipinto proveniente da Amarna

Le donne sono egizie e straniere, riconoscibili dalle trecce, abitualmente portate dalle ittite e dalle siriane, rappresentate mentre suonano vari strumenti musicali e ballano; una di loro sta mangiando mentre un’altra sta pettinando una compagna.

FONTI AGGIUNTIVE

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MALQATA

I QUARTIERI FEMMINILI NEL PALAZZO REALE

Di Luisa Bovitutti

L’area palaziale di Malqata sorgeva sulla riva occidentale del Nilo nei pressi di Medinet Habu, e venne edificata da Amenhotep III perché fosse la sua residenza principale ed il centro amministrativo del regno.

L’area palaziale di Malqata; a fianco del Palazzo Nord (non visibili nella piantina) sorgevano il tempio di Amon ed una piattaforma recentemente riportata alla luce che probabilmente serviva per scopi cerimoniali

Oggi ne restano poche vestigia ma il palazzo doveva essere veramente sontuoso; esso si estendeva su di un’area di 30.000 metri quadrati e comprendeva, oltre agli appartamenti del sovrano, anche dei quartieri per il visir ed i funzionari più importanti, per le donne reali e per il personale di servizio, nonché cucine e magazzini per le scorte di generi alimentari; un’ampia area inoltre era occupata da vasti edifici amministrativi noti come “Ville occidentali” e vi era altresì un grande tempio dedicato ad Amon.

La pianta del Palazzo Reale principale. La sala dei banchetti è individuata dalla lettera H; sui lati lunghi si affacciano gli appartamenti tutti uguali destinati alle donne reali più vicine al Faraone, la cui camera da letto è contrassegnata dalla lettera R3.

Amenhotep III aveva inoltre fatto realizzare per la sua Grande Sposa Reale un enorme lago artificiale navigabile, che misurava circa 2 chilometri x 1, sul quale si svolgevano anche cerimonie religiose.

Gli appartamenti privati del faraone si trovavano nell’angolo sud-est della struttura; ad essi si accedeva tramite un ingresso collocato sul lato opposto, percorrendo un lungo corridoio che portava all’ambiente più importante del palazzo, il cosiddetto Salone dei banchetti (contrassegnato dalla lettera H nella piantina) e poi alla sala del trono principale.

Sui due lati lunghi del salone dei banchetti si affacciavano quattro porte che davano accesso ad appartamenti tutti uguali (stanze N, K, L e P).

Le stanze N sono considerate bagni, e una vasca di pietra era ancora in situ in una di esse. La stanza centrale (K) aveva una coppia di colonne che fiancheggiavano una pedana rialzata che probabilmente ospitava un trono; dietro di essa si trovavano una camera da letto (L) ed un’anticamera riccamente decorate (P). La stanza M aveva una serie di colonne ed una mensola di legno sostenuta da pilastri di mattoni che correva lungo entrambe le pareti lunghe ad un’altezza di 80 cm dal pavimento; questa, ed almeno altre nove stanze simili trovate alla periferia della struttura potevano essere stati magazzini di stoccaggio.

Per la loro vicinanza alle stanze del re e per il fatto che erano simili, in scala ridotta, alla camera da letto del sovrano ed ai locali ad essa associati nell’angolo sud-ovest del palazzo (gli ambienti contrassegnati dalle lettere I, O e J), si ritiene che fossero destinati in via permanente ad ospitare le regine principali e le principesse; la particolare decorazione del soffitto, inoltre, comprendeva immagini di piccioni, uccelli canori e farfalle, che erano generalmente associate ad ambienti femminili.

 L’HAREM, OVVERO IL PALAZZO NORD

Lo studioso americano Peter Lacovara, sulla base di analisi condotte a Malqata, Amarna e Ghurob, sostiene che probabilmente i palazzi degli harem del Nuovo Regno (e forse anche Tell’el-Dab’a, risalente al Medio Regno) erano costruiti secondo criteri architettonici standard che prevedevano una coppia di edifici adiacenti, uno più grande dell’altro, ciascuno diviso in due da un muro.

Un tappo per una giara recante i cartigli di Amenhotep III

L’affermazione è certamente fondata per quanto riguarda la struttura che ospitava l’harem reale di Amenhotep III, identificata nel cosiddetto “palazzo nord” che sorgeva a nord-est della struttura palatina di Malqata e che presentava un impianto molto simile a quello di Ghurob.

Un motivo decorativo in pasta vitrea (notate l’incredibile lavorazione): Malqata era uno dei centri più rinomati dell’Egitto per la produzione di manufatti in vetro, che venivano anche esportati all’estero.

Per una serie di post sul vetro e sulla sua lavorazione, guardate sul nostro sito ai seguenti link:

https://laciviltaegizia.org/…/27/la-lavorazione-del-vetro/

Una collana menat, composta da un pesante contrappeso (il menat in senso stretto) e molti fili di perline. Essa veniva talvolta indossata, ma era più spesso utilizzata nel corso di cerimonie religiose dalle “Cantatrici di Amon” che l’agitavano per creare un suono destinato a placare un dio o una dea.

Il Palazzo Nord venne portato alla luce dall’archeologo inglese Hugh Evelyn-White nel corso della campagna di scavi 1914 – 1915.

Esso si estendeva su di un’area rettangolare che misurava 232 m. x 59 m. circa, presentava una doppia struttura ed era dotato di una serie di magazzini e aree di stoccaggio per diverse tipologie di beni di consumo, esattamente come a Ghurob.

La pianta del palazzo nord

L’edificio più ampio era suddiviso in quattro settori ben definiti ed indipendenti: il palazzo vero e proprio, la cui suddivisione interna induce a ritenere che venisse utilizzato dal sovrano come residenza privata e sede di rappresentanza, la zona a est, la zona a sud e le ville; il palazzo era costituito da due annessi, uno ad ovest ed uno ad est, divisi da una larga corte; ognuno di essi comprendeva 35 stanze, la più grande delle quali era la n. 19, che portava alla suite delle camere da letto.

Secondo Aikaterini Koltsida, una studiosa che ha scritto svariati articoli sul sito, la stanza più interessante del palazzo è quella contrassegnata dal n. 13, una vera e propria piscina coperta: sebbene non sia rimasto molto, le poche vestigia superstiti permettono di avere un’idea del suo aspetto originario.

Essa misurava m. 10,70 x 11,20, ed era quindi larga quanto la sala del trono alla quale era collegata attraverso una porta gigantesca posta al centro del muro divisorio; il tetto era sorretto da quattro colonne, ognuna del diametro di m. 1,10 ciascuna.

Un frammento di piatto in vetro: guardate la maestria della lavorazione!

La vasca misurava m. 7,34 x 4,35, era delimitata da un basso parapetto di pietra ed occupava tutta la parte sud della stanza; essa era foderata di lastre di arenaria dipinte con stucco bianco stese su di un letto di sottile sabbia del deserto.

Ad essa si accedeva attraverso due passaggi costruiti in mattoni stuccati di bianco posti sui lati est ed ovest, accessibili grazie a due gradini alti circa 20 cm sui quali, forse, si ponevano i servi incaricati di versare acqua sui bagnanti.

Un frammento di un oggetto in faience ed un piatto

L’angolo nord est della sala era occupato da una bassa piattaforma ricoperta da uno strato sottile di stucco, che probabilmente serviva come lounge per i bagnanti; i muri in quest’angolo erano ricoperti di calce e decorate con una sequenza di pannelli di colori diversi.

Un vaso in vetro: gli Egizi non erano ancora in grado di produrre vetro trasparente, ma sapevano combinare i colori in modo incredibile.

Accanto al palazzo reale ed al palazzo nord sorgevano inoltre svariate unità immobiliari ed altri due edifici, uno dei quali, definito il “palazzo sud”, potrebbe essere stato la residenza della Regina Tiye e della sua corte in quanto comprendeva una sala colonnata con un palco del trono circondato da alloggi.

Frammenti della decorazione parietale

Nella tomba tebana di Neferhotep (TT49) si trova un interessante rilievo parietale che raffigura un palazzo-harem a due piani, la cui facciata è decorata con colonne dal capitello papiriforme; esso è circondato da un giardino nel quale passeggiano nobili dame e bambini mentre i servi sono intenti alle ordinarie attività; dalla finestra delle apparizioni si affaccia la regina che sta consegnando un’onorificenza alla moglie del notabile.

La tomba di Neferhotep

FONTI SPECIFICHE SU MALQATA:

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L’HAREM DI MER-WER

Di Luisa Bovitutti

L’unico harem faraonico del quale sono sopravvissuti resti e prove epigrafiche è quello della città di Mer-Wer (che in epoca successiva fu chiamata Medinet Ghurob, che significa “città dei corvi”), una località posta all’ingresso dell’Oasi del Fayyum, a 130 chilometri dal Cairo, investigata da ultimo dal prof. Ian Shaw dell’Università di Liverpool che ne ha individuato sia l’architettura tipica che le iscrizioni.

ricostruzione di massima della pianta dell’area palaziale

La zona era abitata fin dall’epoca predinastica, ma le strutture dell’harem furono edificate nel XIV secolo a. C. da Thutmose III, così come documentano i mattoni con il suo cartiglio trovati nelle fondamenta; esse vennero utilizzate per tale scopo fino al periodo ramesside (XIX dinastia) ed in seguito, sebbene la città sia sopravvissuta fino al periodo tolemaico, perse tale destinazione e la zona divenne sede di un insediamento urbano, in quanto sono stati trovati resti di abitazioni sopra i recinti del palazzo.

Particolarmente pregevole la testina in avorio alta solo 2,7 cm., (oggi al MET di New York) risalente al regno di Amenhotep III; si è osservato che essa non è in stile egizio e che, insieme ad altri ritrovamenti confermerebbe una significativa presenza di stranieri nell’area, probabilmente i cortigiani venuti in Egitto al seguito delle principesse straniere sposate dal Faraone.

Analogo significato assume la figurina in legno risalente alla XVIII dinastia di una donna che suona un alto strumento musicale a corde e che secondo Petrie era ittita, in ragione dell’acconciatura a treccia (immagine trovata nella pagina facebook del Gurob Harem Palace Project e del Petrie Museum Unofficial page).

Il sito è stato scavato per la prima volta da Flinders Petrie nel 1889, ma fu Ludwig Borchardt, che nel 1905 ne continuò l’opera, ad ipotizzare per primo che il muro di cinta principale contenesse non un tempio – come aveva suggerito Petrie – ma un palazzo ed un harem della fine della XVIII dinastia, nonché la città stessa; nel 1943 Alan H. Gardiner grazie al suo studio dei papiri di Ghurob identificò il sito come l’antica città di Mer-wer.

Anche le due statuine sono alte solo 6 cm. e sono in ebano; raffigurano la regina Tiye e Amenhotep III.

In epoca molto più recente (era il 1978), Barry Kemp sintetizzò i risultati degli scavi precedenti concludendo che Ghurob fu una città-harem del Nuovo Regno che si sarebbe sovrapposta al villaggio preesistente e che in epoca ramesside fu trasformata in una piccola città.

La pianta dell’area abitativa tracciata dall’archeologo sulla base dei resti portati alla luce, infatti, mostra chiaramente un ampio muro di cinta in mattoni crudi che misura m. 240 x m. 225 all’interno del quale sorgevano abitazioni, alcuni magazzini ed un piccolo tempio, tutti dello stesso materiale; il palazzo nel quale vivevano le donne reali sorgeva al centro della città ed era costituito da due edifici rettangolari e paralleli.

Questo vaso reca i cartigli di Tutankhamon e di Ankhesenamon

Quello settentrionale è lungo circa m. 160 e largo m. 60 mentre quello meridionale è leggermente più piccolo e misura m. 150 di lunghezza e m. 60 di larghezza; gli studiosi sono concordi nell’affermare che l’edificio più grande fosse il vero e proprio “harem”, caratterizzato da una sala con colonne, camere da letto, bagni e una sala del trono, mentre la struttura meridionale era destinata al personale di servizio ed era suddivisa in molte piccole stanze per la conservazione delle derrate e la preparazione dei pasti ed era probabilmente collegata ad ampi magazzini di stoccaggio, che occupavano uno spazio di almeno m. 70 x m. 40.

All’area palaziale erano annessi una vasta tenuta agricola, bestiame, centri di tessitura ed altresì una vasta necropoli.

Molti dei reperti raccolti da Petrie nel corso delle sue due stagioni di scavo sono custoditi al museo londinese che porta il suo nome e permettono di ricostruire molti aspetti della vita quotidiana degli abitanti di Ghurob, i quali, così come si desume dal Papiro Wilbour risalente al Nuovo Regno, lavoravano la terra per conto dell’harem, inteso come istituzione proprietaria di tutto il terreno circostante e dei suoi raccolti o erano al servizio diretto della struttura.

Il frammento di maiolica colorata proviene da un intarsio o forse da una piastrella quadrata che mostrava uno stagno o una scena del Nilo, con acqua blu, un pesce bianco, fiori di loto gialli e bianchi, foglie di loto verdi e increspature gialle nell’acqua e ci dà un’idea di come dovevano presentarsi gli ambienti all’epoca del loro splendore. Questo reperto, che misura 3,5 x 4 cm., si trova al Manchester Museum (la fotografia, opera di Julia Thorne, proviene dal sito https://tetisheri.co.uk/photography/to-have-and-to-heal/

Le loro case erano arredate semplicemente con sedie, sgabelli e poggiatesta in legno, dei quali sono stati trovati frammenti, ma non sono emerse prove del fatto che fossero intonacate e decorate (anche se è probabile che lo fossero), né che fossero irrobustite con colonne, architravi o stipiti; in alcune di esse è stato trovato una specie di focolare in ceramica ma stranamente non vi sono macine, invece molto comuni altrove, come ad esempio ad Amarna.

Essi come si è detto si dedicavano all’agricoltura, essendo venuti alla luce due manici di falce in legno, tre falci di pietra ed un possibile frammento di aratro di legno, ed alla pesca così come si desume dal rinvenimento di molti ami, di ‘piombini di rete’ e di aghi da rete.

Essi lavoravano il legno e la pietra, usando un’ampia varietà di strumenti, tra cui lame in lega di rame, scalpelli, punteruoli, trivellatori, raschietti di selce, raspe e un trapano ad arco, ed altresì i metalli, tant’è che è stato rinvenuto un crogiolo di ceramica contenente scorie di rame.

Una serie di oggetti rinvenuti nell’area palaziale

Nello strato superficiale della città sono stati trovati moltissimi anelli, perline ed amuleti in maiolica di varie fogge; la collezione esposta al museo non include stampi in argilla o altri strumenti che provino la produzione locale di maioliche, ma Brunton ed Engelbach, che scavarono nel sito nel 1920, riferiscono di resti di fabbriche di vetro e di forni, e lo stesso Petrie affermò di avere trovato in case private della città alcuni stampi per perline, amuleti e anelli.

FONTI SPECIFICHE

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L’HAREM NEI SECOLI

Di Luisa Bovitutti

Le numerose sepolture sussidiarie associate alle tombe reali della prima dinastia scoperte ad Abydos offrono la prova dell’esistenza già all’epoca di una comunità femminile facente capo al sovrano.

Egli infatti concedeva a funzionari di alto rango ed a personaggi che in vita gli erano stati particolarmente legati l’onore di essere seppelliti accanto a lui, e gli scavi hanno consentito di accertare che la maggior parte degli occupanti di queste tombe erano donne; nel complesso funerario di Djer, ad esempio, su 97 defunti identificati dalla stele apposta sulla sepoltura ben 76 erano donne, probabilmente concubine reali in quanto dotate di pregevoli corredi funerari.

Statua di Hormin, capo dell’harem di Menfi – XIX dinastia, da Sakkara. Ora a Leida.

Per i monarchi dell’Antico Regno divenne usuale tenere accanto a sé nel palazzo le mogli principali, le figlie e la madre, che venivano poi sepolte nelle tombe sussidiarie costruite intorno alle piramidi reali; alcune donne di secondaria importanza venivano invece collocate anche nel “khener”, ossia “circolo di musicanti e danzatrici”, le cui ospiti si occupavano dell’accompagnamento musicale della vita di corte e delle cerimonie religiose statali; esso era gestito da personale femminile, ed è documentata l’esistenza di una “sorvegliante delle danzatrici” e di una “sorvegliante di tutti i piaceri del re”.

Le prove dell’esistenza dell’harem reale nel Medio Regno provengono dal papiro Boulaq 18 risalente alla XIII dinastia tebana, che spiega che l’entourage del sovrano era composto da almeno otto ufficiali di corte (e non più di tredici), dalla famiglia reale (una regina, un principe, tre figlie del re e nove sorelle del re) e da diciannove dame di alto rango incaricate di accudire i bambini reali.

Tutte queste donne vivevano insieme nel palazzo reale, in una zona definita “Jpt nswt”, una serie di stanze attigue ai quartieri privati ​​del re che venivano gestite da personale maschile; un’iscrizione nella tomba di Iha, sorvegliante dell’harem, lo descrive come “colui che conduce le donne … che ha accesso al luogo segreto, che vede la danza nei quartieri privati”.

Raffigurazione di Amenhotep Hui come portatore di ventaglio, dalla sua tomba; egli fu sovrintendente dell’harem, poi visir di Amenhotep III

I resti archeologici ed i rilievi tombali provano invece che nel Nuovo Regno la Grande Sposa Reale talvolta viveva con la sua corte in una propria residenza, che era una struttura indipendente collegata al Palazzo Reale tramite una porta laterale.

Le mogli secondarie del sovrano ed il loro seguito composto da giovani nobildonne, le “amate del re” (mrwt nswt), ossia le favorite, e infine le “belle” (nfrwt), ossia le ragazze che con canti e danze avevano il compito di allietarlo abitavano invece nell’harem, che ospitava all’epoca diverse centinaia di persone.

Esso divenne quindi una complessa istituzione organizzata ed indipendente dall’amministrazione statale; definito “per-khener”, aveva sede a Menfi, a Tebe, ad Amarna ed a Mer-wer (Medinet el-Ghurob), all’ingresso dell’oasi del Fayyum.

Nel corso degli scavi effettuati a Ghurob vennero alla luce la famosa testina in ebano raffigurante la regine Tyie, oggi conservata a Berlino, ed un papiro contenente una lista di indumenti personali di Maathorneferura, la principessa ittita divenuta grande sposa reale di Ramses II (si tratta del papiro UCL 32795 della collezione Petrie di Gurob contiene riferimenti a biancheria reale, copricapi, tunica da borsa e tessuti triangolari, tutti di prima qualità), e ciò ha indotto alcuni studiosi a pensare che, forse, anche la Grande Sposa Reale si ritirasse a vivere in un harem dopo essere rimasta vedova.

Testa in ebano della regina Tiye, da Ghurob, ora al museo di Berlino.

L’harem era diretto da un “Capo dell’harem reale” scelto dal sovrano, che aveva la responsabilità di coordinare il lavoro di molti altri funzionari, anch’essi di nomina regia; i nomi di alcuni di essi sono giunti fino a noi incisi su stele ed oggetti trovati a Ghurob: si tratta di Usermaatra-em-heb “vice dell’harem di Mer-wer”; di Djarwy “servitore dell’harem”; di Sety “scriba reale, sorvegliante delle donne dell’harem di Mer-wer”.

Essi erano incaricati di gestire quella che era in effetti una piccola città, al servizio della quale c’erano una molteplicità di dipendenti salariati come artigiani, contadini, allevatori e commercianti.

L’harem egizio infatti non deve essere visto solo come un luogo destinato ai piaceri del sovrano: esso era anche un potente centro economico, che disponeva di un proprio patrimonio, che produceva reddito e si manteneva con gli introiti che derivavano dai suoi terreni dati in affitto o fatti coltivare, dal bestiame che veniva allevato nelle sue fattorie e dai prodotti di lusso dei suoi laboratori artigiani (tessuti, gioielli, profumi) che permettevano di mantenere l’organizzazione e di procurare tutto ciò che serviva a garantire agli abitanti un tenore di vita lussuoso ed adeguato al loro rango.

Statua cubo di Keret, sovrintendente dell’harem sotto Amenhotep II e Thutmose IV, ora al Museo Egizio di Torino

I laboratori per la produzione di filati e di tessuti avevano sede nell’harem fin dal Medio Regno, ed alcuni testi indicano che le donne che lo abitavano filavano, tessevano e cucivano (o quanto meno sorvegliavano chi se ne occupava), producendo tessuti per tutto l’Egitto e addirittura per l’esportazione.

La principale occupazione delle donne reali, tuttavia, era compiacere il Faraone, per cui dedicavano la maggior parte del loro tempo alla musica, alla danza, alla poesia, ad apprendere le buone maniere, la raffinatezza e le arti della seduzione femminile.

Harem Faraonico

L’HAREM FARAONICO – INTRODUZIONE

Di Luisa Bovitutti

Gli egizi erano generalmente monogami, ma gli esponenti delle classi agiate si permettevano anche più mogli perché avevano i mezzi per mantenere famiglie numerose.

Rilievo dalla tomba di Pay e Raia a Sakkara; oggi conservato al Museo Egizio di Berlino.

Per il Faraone la poligamia era quasi un dovere, perché in un’epoca nella quale la mortalità infantile era elevatissima, era essenziale garantire la continuità della dinastia e quindi avere molti figli: Ramses II, che ebbe un regno molto lungo, sopravvisse a molti dei suoi principi ereditari e dopo di lui salì al trono Merenptah, addirittura il tredicesimo nella linea di successione.

Pare che l’usanza di avere più mogli risalga all’epoca predinastica, ed è documentato che Pepi I, della VI dinastia, ne ebbe sette; la poligamia del sovrano è rimasta pratica comune anche nei secoli successivi, tant’è che nel corso della XIII dinastia compare il titolo di Grande Sposa Reale (Hmt nswt wrt) attribuito alla moglie principale del faraone, che sottintende la presenza di altre spose meno importanti (Hmt nswt).

Pai, qui rappresentato con la moglie, fu sovrintendente dell’harem all’epoca di Tutankhamon, e pare sia vissuto fino al regno di Seti I; anche suo figlio Raia ricoprì dopo di lui lo stesso incarico.

Nel Nuovo Regno divenne consuetudine che nel momento dell’ascesa al trono al nuovo re venisse costituito un harem: così fece Seti I per Ramses II quando fu incoronato durante la coreggenza: 

“Quando mio padre si alzò davanti al popolo, io essendo (ancora) un bambino nelle sue braccia, [egli] disse di me: Alzalo come un re, perché [possa] vedere la sua bellezza mentre sono in vita. [Ha fatto convocare] i ciambellani per apporre i diademi sulla mia fronte. ‘Metti il ​​grande [che è la corona] sul suo capo.’ Così ha detto di me quando era sulla terra ……. Mi ha dotato di un harem e di alloggi reali di donne, che erano come le bellezze del Palazzo Reale. Ha scelto per me donne in tutta [questa terra]”.

Ad oggi non vi sono prove dell’esistenza di una gerarchia tra le mogli secondarie del sovrano, se non quella naturale legata all’anzianità; neppure il fatto di aver dato alla luce l’erede al trono faceva loro acquisire uno status più elevato, tant’è che quando Thutmose III e Siptah, figli di spose secondarie, divennero Faraoni in giovanissima età, le loro madri mantennero il ruolo subordinato e la reggenza venne assegnata alle grandi spose reali Hatshepsut e Tausert.

Sebbene i contatti delle donne della famiglia reale fossero limitati e controllati da funzionari e guardie, le fonti documentano che la Grande sposa reale, i suoi figli e la regina madre accompagnavano regolarmente il Faraone nelle apparizioni pubbliche, alle udienze, alle feste ed in alcuni dei suoi viaggi, per cui alloggiavano vicino a lui ed avevano a disposizione una serie di stanze attigue ai quartieri privati reali che venivano amministrate da un sorvegliante e le cui spese erano a carico dello Stato.

La magnificenza della sua tomba e dei rilievi, in buona parte asportati e custoditi in vari musei, indica il favore accordatogli dal sovrano, il quale doveva nutrire grande fiducia in lui avendogli affidato il delicato compito di sovrintendere all’harem.

La maggior parte delle mogli secondarie ed in particolare le principesse straniere che avevano contratto un matrimonio diplomatico con il Faraone ed il loro entourage invece vivevano in edifici separati, situati nei pressi del palazzo reale o negli harem che avevano sede nelle città nelle quali il sovrano era solito risiedere.

Entrare a far parte dell’harem reale per una ragazza era un onore ed una notevole opportunità, in quanto il Faraone avrebbe potuto sposarla e farla diventare madre di un principe, oppure più facilmente, passato il suo momento di gloria, darla in sposa ad un nobile o ad un alto funzionario cui voleva manifestare il suo favore e quindi garantirle un’esistenza agiata.

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