Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI RAMSES II

Di Grazia Musso

Basanite, altezza 194 cm.
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 1380

“L’Apollo del Belvedere Egiziano” : così Champollion definì questa meravigliosa opera scultorea , che egli ebbe modo di vedere per la prima volta durante il suo soggiorno a Torino dal giugno del 1824 al febbraio del 1825.

La statua è tutt’oggi un capolavoro indiscusso e il simbolo del Museo Egizio di Torino.

La scultura raffigura Ramses II seduto sul trono, vestito con abiti da cerimonia : una lunga tunica di lino plissettata che ne esalta le forme, e la corona khepresh.

Questa corona fece la sua comparsa nella XVIII Dinastia.

Nelle raffigurazioni è generalmente dipinta di blu, probabilmente realizzata in pelle e decorata con dischi d’oro applicati sulla sua superficie, qui resi con piccole incisioni circolari.

Il sovrano è caratterizzato da alcuni simboli della regalità, quali l’ureo, che svetta sulla fronte e lo scettro heka che è impugnato saldamente con la mano destra

Il potere del re è ulteriormente sottolineato dall’immagine di nove archi, incisi sulla base della statua, che Ramses II calpesta con i propri sandali.

Gli archi sono un antico emblema dei popoli nemici dell’Egitto che vengono qui, metaforicamente, sottomessi e vinti dal sovrano.

Sulla parte anteriore del basamento sono inoltre effigiati due prigionieri con le braccia legate al papiro e al loto, le piante araldiche e simbolo del paese.

In questo modo si è voluto simboleggiare il controllo esercitato dal sovrano sui territori del sud e del nord dell’Egitto.

Ai piedi di Ramses II, sulla sua destra, è raffigurato in dimensioni ridotte, uno dei numerosi figli del faraone.

Il fanciullo indossa una tunica plissettata e ha una massiccia ciocca di capelli che scende dalla tempia sinistra, caratteristica tipica dell’iconografia egizia, nel rappresentare bambini e adolescenti.

Sulla parte frontale del trono, in posizione opposta rispetto alla figura del figlio, si trova l’immagine di Nefertari, la Grande Sposa Reale.

La regina Indossa un lungo e attillato abito plissettato, ha il capo sormontato da corna divine liriformi che cingono il disco solare su cui svettano due alte piume.

Questo complesso ornamento sottolinea la natura divina della regina.

La statua faceva parte del ricco “bottino” di antichità recuperato da Rifaud a Tebe nel 1818 su incarico di Drovetti.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Mai cosa simile fu fatta, Templi, XIX Dinastia

KARNAK

Gli edifici del primo cortile del tempio di Amon-Ra e il tempio orientale di Ramses II a Karnak.

Di Grazia Musso

I colossi osiriaci di Ramses III, nella corte del tempio, lato ovest.

Dalla banchina di fronte al tempio iniziava un viale di sfingi criocefale del dio Amon, recanti iscrizioni del nome di Ramses I che conduceva al vestibolo della grande sala ipostila.

A nord di questa via processionale, Sethy II fece successivamente costruire una tripla cappella dove si trovavano le barche della triade tebana.

Questo santuario, dovuto a Sethy II, si trova nel primo cortile del tempio di Amon, quasi di fronte al tempio di Ramses III, poco più a ovest e con la facciata che guarda verso sud, ossia verso l’asse principale del tempio. Il santuario contiene solo le tre celle per le barche di Amon, Mut e Khons.

La stazione della barca era preceduta da statue reali portainsegne, due delle quali colossali, oggi conservate al Louvre di Parigi e al Museo Egizio di Torino.

Altre statue di questo tipo, di dimensioni minori, si trovavano all’interno della grande sala ipostila; alcune di esse sono conservate all’interno dell’edificio, mentre altre sono visibili al Museo Egizio del Cairo.

Fu l’unica attività edilizia promossa da Sethy II, oltre alla propria tomba a Tebe Ovest.

Sethy allargò lo spazio tra il secondo e il terzo pilone, di un centinaio di metri di larghezza e profondo la metà, divenne uno dei luoghi più celebri dell’architettura egizia : delimitato anche sui lati da grandi mura, che riunivano i due piloni, si trasformò nella grande sala ipostila.

Una parte della colonnato centrale della grande sala ipostila di Karnak, vista dall’ala laterale sud, parte orientale. In alto è visibile una delle finestre di pietra, con delle griglie, per permettere il passaggio di luce e aria.

Alle due originali file centrali, ciascuna di 6 colonne che sostengono un soffitto di 23 metri di altezza, si aggiunsero altre 14 file di colonne.

Oggi la sala ipostila appare come una foresta di pietra con 134 enormi colonne di cui quelle centrali sono più alte di un terzo, ricavando così uno spazio in cui erano inserite delle alte finestre di pietra con delle barre verticali, da queste alte aperture filtravano sottili fasci di luce che davano alla via centrale una luce crepuscolare.

Veduta delle immense colonne della parte centrale della grande sala ipostila di Karnak.
Gli architravi che svettano a 23 metri di altezza, poggiano su capitelli che hanno forma di umbrella di papiro aperte. Il significato dell’immenso ambiente era quello di riprodurre nel tempio, simbolo dell’universo, la foresta primeva da cui era iniziata la creazione.

Sia per questo che per la sua grande concezione architettonica la sala ipostila si può considerare la prima vera cattedrale del mondo.

Ramses II terminò la sala ipostila decorando la parte sud: sulle colonne e sulle pareti della sala appaiono i sovrani con varie divinità, le decorazioni sono sia in rilievo ( parte nord, di Sethy I) che a rilievo a incavo ( parte sud, di Ramses.

Nel corso della XIX Dinastia le processioni con le barche rivestivano grande importanza in occasione delle due principali feste annuali.

Ogni sovrano doveva condurre personalmente la processione almeno una volta, all’inizio del proprio regno, mentre in seguito potevano sostituirli statue con la sua effige.

In occasione degli ampliamenti del tempio principale a ovest, Sethy I e Ramses II realizzarono anche altri edifici, nell’area orientale del complesso consacrato ad Amon.

Alcuni frammenti di grandi sfingi indicano l’esistenza di una via processionale a est.

Le colonne poggiano su grandi basi e a loro volta sono edificate su fondamenta che in alcuni casi si sono rivelate essere composte da talatat dei monumenti di Akhenaton.

L’ Antico tempio orientale risalente al periodo thutmoside venne restaurato: nel vasto spazio libero davanti ad esso, Ramses II fece erigere un tempio dedicato a Ra-Horakhty e al culto del sole nascente.

Al suo ingresso erano poste due grandi effigi osiriache del sovrano.

Dall’interno di questo tempio proviene la statua più bella di Ramses II che oggi si trova al Museo Egizio di Torino (che verrà descritta nei prossimi giorni).

L’importanza delle numerose processioni e delle loro vie all’interno del grande complesso di culto è testimonianza del fatto che per compiere il cammino di andata e di ritorno tra il tempio principale e quello orientale il corteo doveva passare accanto al muro di cinta del tempio thutmoside, per questo motivo Ramses fece decorare le pareti esterne di questo tempio più antico con scene votive.

Veduta delle mura di cinta. Le massicce mura di cinta del complesso di Amon-Ra, che racchiudono anche il tempio delle feste di Thutmosi III, furono costruite in epoca thutmoside. Ramses II fece decorare in parte le pareti esterne delle mura con scene di culto, rappresentazione di quelle che si svolgevano realmente all’interno del tempio.

I sovrani ramessidi lasciarono numerose iscrizioni lungo l’asse nord- sud del tempio, risalente alla XVIII Dinastia, su entrambi i lati della via processionale.

Quando la grande sala ipostila fu completata, Ramses II rinnovò il cortile di sud-est, davanti al settimo pilone, che era il punto d’incontro dei due assi principali del tempio e si creava una sorta di incrocio delle processioni.

Zona d’ingresso del tempio di Amon-Ra.
In epoca ramesside un viale fiancheggiato da sfingi dalla testa di ariete , dette pertanto criocefale, conduceva dalla banchina all’attuale secondo pilone (largo 99,88 metri), costruito da Horemheb, della XVIII Dinastia, costituiva allora la facciata del tempio.
Successivamente davanti all’edificio ne furono innalzati altri e il complesso fu chiuso a occidente, mediante la costruzione di un altro pilone, risalente probabilmente alla XXX Dinastia.

Vi si trovano grandi iscrizioni, raffigurazioni e le stele di quasi tutti i sovrani ramessidi.

Una particolare importanza riveste l’iscrizione di Ramses II posta sulla parte esterna del muro occidentale del cortile e che contiene il testo del trattato di pace tra il sovrano egizio e il re degli Ittiti.

Sul lato est, circa a metà cortile, si trova l’iscrizione trionfale del figlio e successore Merenptah, con la quale il faraone celebra la propria vittoria sull’alleanza tra i libici e i popoli del mare.

Numerose iscrizioni ricordano le fondazioni, le donazioni, le statue regie, le effigi divine e la statuaria privata.

Nel corso dei secoli re e alti funzionari riempirono i cortili e le vie che dai piloni conducevano al santuario di statue e stele di ogni forma e materiale non deve quindi stupire che nell’Età Tarda molte delle statue che fiancheggiavano le vie processionali siano state sepolte in questo cortile, per ragioni di spazio.

Il cortile della Cachette.
Cortile più interno dell’asse nord-sud e settimo pilone.
Il cortile, detto della Cachette dal ritrovamento di migliaia di statue che vi erano nascoste, scoperte all’inizio del secolo, svolse già dal Medio Regno un ruolo importante.
Il muro di recinzione a est e a ovest venne decorato dai sovrani ramessidi con scene rituali.
Sulla parete esterna del muro occidentale, Ramses II fece rappresentare scene di battaglia contro i siriani e vi fece apporre un testo che riproduceva la versione egizia del trattato di pace stipulato con gli ittiti nel ventunesimo anno del suo regno.

Furono riportate alla luce dall’archeologo francese George Legrain tra il 1903 e il 1906, grazie ad un difficile lavoro, ostacolato tra l’altro anche dall’alto livello della falda freatica.

Le effigi degli dei nella camera di culto, nei santuari delle barche, nei vestibolo e nelle sale ipostila avevano la funzione di accogliere le ricche offerte presentate dal re.

Esse incarnavano plasticamente ciò che era espresso nelle raffigurazioni bidimensionali sulle pareti del tempio.

Ramses II al cospetto della regina Ahmosi-Nefertari.
Il faraone è dinnanzi alla “sposa divina, madre divina, grande sposa regale, signora delle Due Terre Ahmosi-Nefertari”. Essa era la sposa del faraone del fondatore della Dinastia Ahmosi e madre di Amenofi I. In questo rilievo Ahmosi-Nefertari, al cospetto degli dei, assicura vita e salute a Ramses II.

All’esterno del santuario e delle sale chiuse, dove le processioni attraversava o i cortili e sfilavano davanti ai piloni sotto gli occhi dei sacerdoti e degli alti funzionari, erano poste le statue reali portainsegne.

Esse raffiguravano la persona del re nella pietra perciò in forma duratura, assicurando così la partecipazione a quelle cerimonie che solo a lui spettava condurre.

Allo stesso modo, fuori dal tempio vero e proprio, nei grandi cortili, erano collocate statue e sfingi gigantesche che recavano i tratti del re ma allo stesso tempo simboleggiavano anche le divinità.

Fonte:

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz, Matthias Seidel – Konemann

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

ORECCHINI DI TAUSERT

Di Grazia Musso

Orecchini di Tausert, consorte di Sethy II
Altezza cm 13,5
Valle dei Re, tomba anonima n. 56
Scavi di Th. Davis 1908
Museo Egizio del Cairo – JE 39675

Quest orecchini d’oro sono stati ritrovati, insieme ad altri oggetti preziosi appartenuti a Sethy II e alla regina consorte, in una tomba anonima nella Valle dei Re, utilizzata probabilmente come nascondiglio.

I due monili, di dimensioni considerevoli, venivano fissati alle orecchie innestano l’uno nell’altro, dopo averli infilati nei fori dei lobi, due tubicini saldati a una calotta e a una rosetta che recano incisi i cartiglio con i nomi di incoronazione e di nascita del sovrano.

L’ANALISI FILOLOGICA A CURA DI LIVIO SECCO QUI

I pendagli sono costituito da due elementi : una placca trapezioedale su cui sono riportati i cartigli di Sethy e sette ciondoli hanno la forma di frutti di ninfea.

Gli orecchini fanno la loro comparsa nella Valle del Nilo all’inizio del Nuovo Regno, probabilmente introdotti dagli Hyksos.

Questo gioielli erano un ornamento sia maschile che femminile.

Sembra che i maschi li portassero solo fino all’adolescenza.

Infatti nelle rappresentazioni figurate gli uomini adulti non hanno mai orecchini, anche se a partire dal periodo di Akhenaton, i lobi sono sempre forati.

Fonte

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI RAMSES III

Di Grazia Musso

Statua di Ramses III, come portastendardo di Amon-Ra.
Granito grigio, altezza cm 140
Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette
Scavi di George’s Legrain 1905
Museo Egizio del Cairo – JE 38682 = CG 42150

Il sovrano era il sacerdote per eccellenza e a lui aspettava virtualmente lo svolgimento di ogni rito.

Non potendo per ovvi motivi essere presente in tutti i templi e assistere a tutte le cerimonie religiose allo stesso momento, il monarca demandava questa sua funzione a persone che amministra ano il culto in sua vece.

La sua presenza era comunque magicamente assicurata attraverso la sua immagine, eternata sulle mura dei templi, nell’atto di compiere differenti cerimonie, oppure fissata nella pietra delle statue che, secondo le credenze degli egizi, sostituivano l’individuo in sua assenza.

Le sculture che ritraevano il sovrano con uno stendardo erano poste all’entrata dei Templi e supplivano alla mancanza del monarca nel corso delle processioni, quando appunto si usava seguire il corteo portando gli emblemi della divinità.

In queste occasioni il simulacro del dio veniva posto su un’imbarcazione portata a spalle dai notabili del regno, in modo he tutto il popolo potesse contemplare la maestà.

In questa statua, Ramses III appare incedente con le braccia lungo il corpo.

Il suo aspetto è giovanile e i tratti idealizzati del viso mostrano una grande somiglianza con quelli di Ramses II, che egli scelse come modello.

Il volto è incorniciato da una parrucca tagliata obliquamente sulle spalle e adornata , sulla fronte, da un ureo di grandi dimensioni.

Il torace è completamente nudo e le masse muscolari sono realizzate in modo stilizzato.

Il sovrano Indossa un elaborato gonnellino che ricorre di frequente nella statuaria ramesside, le sottili pieghe di stoffa convergono sul davanti, dove sono coperte da una sorta di piccolo grembiule dalla decorazione complessa.

Al centro, poco sotto la cintura, si trova una testa di leopardo da cui scendono quattro fasce, che ricordano la forma di una piuma, a cui sono appesi cinque urei con disco solare al di sopra della testa.

Il braccio sinistro sostiene uno stendardo sulla cui sommità si trova un’egida a testa di ariete.

È l’emblema del dio Amon-Ra, come conferma la colonna di geroglifici che si sviluppa lungo l’asta, dove sono riportati anche quattro dei cinque nomi del sovrano.

Cartiglio con i nomi di Ramses III sono incisi sulle spalle e sulla fibbia della cintura.

L’analisi filologica completa a cura di Livio Secco QUI

Sul lato sinistro della statua, nello spazio tra la gamba sinistra e la destra, è incisa l’immagine del principe ereditario, abbigliato con un vestito da cerimonia e con in mano un ventaglio.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – Edizioni White Star

Fotografie: Arnaldo De Luca – Merja Attia

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI MERENPTAH

Di Grazia Musso

Parte superiore di statua di Merenptah.
Granito dipinto, aAltezza cm 91
Tebe Ovest, Tempio funerario di Merenptah
Scavi di William Matthew Flinders Petrie 1896
Museo Egizio del Cairo; JE 31414 = CG 607

Questo frammento di statua fu trovato nel secondo cortile del tempio funerario del sovrano, non lontano dalla base e da uno zoccolo di una seconda scultura molto simile.

Le due effigi del sovrano dovevano trovarsi disposte simmetricamente lungo l’asse di sviluppo dell’edificio sacro.

Merenptah era il tredicesimo figlio di Ramses II, il più anziano tra quelli ancora in vita al termine del regno sessantasettenne del longevo padre.

Quando era asceso al trono, doveva avere circa cinquant’anni.

In questa statua è rappresentato invece sotto le sembianze di un giovane nel pieno del vigore.

Si tratta infatti di un ritratto idealizzato attraverso cui, più che restituire la fisionomia del sovrano, si desidera porre in risalto la sua capacità di governare il paese.

L’espressione è serena, ma austera, e riprende una certa ritrattistica di Ramses II che desiderava promuovere l’immagine del sovrano benevolo e severo.

Si tratta di un tipo ideale di monarca che esaudisce le aspettative dei suoi sudditi e che si prende cura di loro prottegendoli da eventuali nemici.

Merenptah indossa il nemes con l’ureo sulla fronte, i suoi occhi sono sottili e inquadrati da palpebre pesanti, retaggio dello stile amarniano.

La linea di bistro e le sopracciglia sottolineano la sottigliezza dell’orbita.

La bocca è diritta, larga, le orecchie sono abbastanza grandi e rimandano alla statuaria della XII Dinastia, in cui questa caratteristica metteva in risalto proprio la disponibilità del sovrano ad ascoltare le suppliche dei sudditi.

I lobi sono forati e la barba posticcia, oggi perduta, era sostenuta da un sottogola.

Sotto le strisce del nemes, che ricadono sulle spalle, si intravede un’ampia collana il cui giro più esterno prevede perline a forma di petali.

Alcune parti della scultura mostrano traccia di policromia: gli occhi erano bianchi e neri, l’ureo, le labbra e il torace erano rossi; il nemes era giallo e la collana era dipinta di giallo, verde e blu.

IL COMMENTO FILOLOGICO DI LIVIO SECCO

Le immagini sono state “lavorate” con un piccolo applicativo grafico allo scopo di ottenerne il “negativo”. In questo modo a volte succede di riconoscere meglio i segni o, addirittura, di vederne altri che possono essere sfuggiti ad una prima analisi.

Come al solito ho aggiunto anche la codifica IPA per permettere la lettura in italiano di coloro che non conoscono la grammatica egizia.

Fonte:

Tesori egizi nella collezione del museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Tombe, XIX Dinastia

LA TOMBA DI SETI I (KV17)

Di Grazia Musso

La tomba venne scoperta da Giovanni Belzoni nell’ottobre del 1817, che gli procurò fama e fortuna.

Malgrado fosse stata saccheggiata già in antico , quando Belzoni entrò nella sepoltura vi trovò alcuni resti del corredo funerario: numerosi ushebti e frammenti ceramici, ma l’elemento più spettacolare era senza dubbio il sarcofago antropomorfi in calcite che Belzoni portò in Inghilterra, dove venne acquistato da John Soane (vedi anche https://laciviltaegizia.org/2020/12/31/il-circo-in-egitto/).

Il sarcofago risulta traslucido e le pareti esterne recano incisi dei passi del Libro delle Porte (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/01/18/copiare-per-proteggere/).

Alcuni frammenti del coperchio, sulla cui superficie esterna è rappresentata la mummia del re con il nemes, furono rinvenuti da Belzoni nei pressi dell’ingresso della tomba.

Alla tomba si accede per mezzo di una scala, lunga circa 9 metri, seguita da un primo corridoio, lungo 10,6 metri le cui pareti sono decorate con scene delle Litanie di Ra, insieme ad altre nelle quali il sovrano appare al cospetto di Ra-Harakhty.

Si discende poi una seconda rampa di scale, di 7,7 metri di lunghezza, sulle cui pareti proseguono le scene delle Litanie di Ra, alle quali se ne aggiungono altre del Libro dell’Amduat.

Segue un secondo corridoio lungo 9 metri, anch’esso decorato con scene dell’Amduat, che termina nel cosiddetto “pozzo” della tomba, di forma rettangolare e profondo quasi 7 metri.

Le pareti della parte superiore del pozzo ( quelle che si trovano al di sopra del livello del pavimento della tomba) sono decorate con immagini di Sethi I in presenza di alcune divinità sulla parete occidentale, secondo l’oriente ideale della tomba che situa la camera funeraria ad ovest, il sovrano è accompagnato da Horus al cospetto di Osiride, seduto in trono, e della dea dell’ Ovest, in piedi.

Seti I con Horus, Sala F

Una soglia, come quella che divide tutti gli ambienti della tomba, conduce alla prima sala ipostila dell’ipogeo, di forma leggera trapezoidale, che misura 8,4 x 8 metri, le cui pareti sono decorate con scene del Libro delle porte.

Sui quattro pilastri della sala il faraone è raffigurato in compagnia di diverse divinità.

Dopo la prima sala ipostila l’asse della tomba, pur non subendo una vera deviazione, si sposta leggermente :invece di proseguire lungo la parte centrale della sala, continua lungo una rampa di scale che si apre a sud.

Quasi al centro della parete occidentale della stessa stanza, un accesso conduce a una grande camera laterale, di forma leggermente trapezoidale, con due pilastri decentrati.

Le pareti sono decorate con scene del Libro dell’Amduat, mentre sui pilastri è raffigurato ancora il faraone in presenza di varie divinità.

La decorazione della sala si caratterizza per l’assenza di policromi, presente invece nel resto della tomba : i profili delle figure, perfettamente delineati, sono tracciati in nero.

Le scale che escono dalla prima sala ipostila, lunghe 5,2 metri, sboccano in un corridoio, di circa 9 metri di lunghezza, dal quale Champollion asportò due pannelli della decorazione e li portò al Louvre.

In fondo a questo corridoio si apre un altro breve corridoio lungo 5 metri.

Sulle pareti di questi quattro ambienti sono rappresentate scene della cerimonia dell’apertura della bocca.

La stanza successiva è l’anticamera che precede la camera funeraria,e sue pareti sono accuratamente decorate con scene che vedono Sethy I in compagnia di distinte divinità.

La camera funeraria è l’ambiente più grande della tomba: misura 14 metri di lunghezza, 8 4 di Larghezza ed è alta più di 6 metri.

È divisa in due settori, il primo dei quali è una sala con il soffitto piano, sostenuto da sei pilastri, con due piccole camere laterali che si aprono negli angoli nord-ovest-e sud-est.

La seconda sezione è separata dalla prima da alcuni gradini e dagli ultimi due pilastri dell’ambiente precedente.

Sotto un soffitto a volta decorato con testo astronomici nella parte occidentale e con la riproduzione delle costellazioni principali, come l’ora Maggiore e Andromeda in quella orientale, si trovava il magnifico sarcofago del faraone..

Nell’angolo nord-occidentale della sala si apre una terza camera laterale, che presenta le stesse dimensioni delle due precedenti, mentre dall’angolo sud- orientale si accede a una sala con due pilastri, molto più grande delle altre tre laterali, nella quale si trova una grande banchina che corre lungo tutte le pareti, eccetto quella dell’entrata.

Esiste infine una quinta camera laterale, alla quale si accede dalla parete occidentale della camera funeraria, disposta perpendicolarmente rispetto all’asse della tomba e con il soffitto sostenuto da quattro pilastri.

Si tratta dell’unico ambiente privo di decorazione.

La camera funeraria di Sethy I è decorata con scene dell’Amduat ( le pareti intorno al sarcofago e le due sale che si aprono lateralmente), del Libro delle Porte ( le pareti intorno ai pilastri e la camera laterale che si apre nell’angolo sud-est) e del Libro della Vacca Celeste ( sala laterale che si apre nell’ angolo nord-ovest

Fonte

National Geographic, le tombe reali d’Egitto

L’arte dei faraoni – Giorgio Ferrero – Edizioni White Star

Foto: kairoinfo4u

Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

IL RILIEVO PROPAGANDISTICO RAMESSIDE

Di Grazia Musso

I sovrani della XIX Dinastia dovevano giustificare la propria presa di potere, legittimato dalla scomparsa della Dinastia precedente, sia ricreare il prestigio dell’Egitto presso il popolo e gli stati confinanti.

Nacque così la necessità di celebrare, in maniera monumentale, le guerre di conquista che ricrearono e consolidarono l’impero.

Sethy I fa raffigurare le proprie campagne asiatiche sui suoi monumenti, in particolare sulle mura esterne della sala ipostila di Karnak.

La caduta di Pa-Kana’an. A Karnak si celebrano anche le vittorie di Sethi I: questo raffigurato è un dettaglio dell’attacco alla fortezza asiatica di Pa-Kana’an. Sotto l’attacco delle frecce del faraone gli asiatici fuggono, cercando di arrampicarsi sulle rocce della rupe su cui si trova la fortezza. Karnak, facciata esterna della sala ipostila, parete est, angolo nord, registro inferiore.
Le scene di guerra di Sethy I si ispirano alle battaglie contro gli ittiti e le tribù Siro-Palestina esi, di cui facevano parte i beduini shasu. Le scene rappresentate su questa parete mostrano le vittorie del sovrano che, a piedi o su un carro da guerra, conduce il suo esercito. A sequenza mostra l’assedio di una fortezza, la vittoria sui nemici e la loro presentazione in occasione del ritorno trionfale. I membri della Corte ricevono il re al confine orientale dell’Egitto, simboleggiato da un canale con coccodrilli e dai grandi bastioni delle fortificazioni. Karnak, Tempio di Amon-Ra, parete esterna

Ramses II celebro’ le sue imprese in Asia su gran parte delle opere, cui mise mano, nel Delta, ad Abydos, a Karnak e in bassa Nubiana.

L’evento più celebrato è quello della battaglia di Kadesh, narrata nel Poema di Pentaur, dal nome dello scriba che firmò una delle copie della versione scritta della battaglia, di cui rimangono alcune versioni su papiro.

La battaglia di Kadesh. Questo dettaglio rende l’idea della creatività degli artisti che hanno immortalato l’evento nelle sue complesse fasi i molti dei movimenti di Ramses II. Qui è raffigurata una delle scene del Ramesseum , dove la grande battaglia è commemorata sulle facce occidentali di entrambi i piloni ( il primo è il secondo). Questo dettaglio è tratto dal Ramessum, secondo cortile nord, mole nord del secondo pilone, faccia ovest, registro mediano.

Le raffigurazioni scolpite coprono intere pareti sui templi di Karnak, Luxor, Abido, del Ramesseum e di Abu Simbel.

Alla fine di uno scontro epico, finito alla pari sul campo, Ramses II consegui’ una vittoria politica poiché arrestó l’avanzata asiatica.

Il massacro rituale
Nella propaganda ramesside non poteva mancare uno dei motivi più antichi dell’iconografia egizia: il faraone trionfante. Le immagini sono solo rituali e assicurano la protezione dell’Egitto. Nella foto il faraone, Ramses II, massacra i nemici.
Medjnet Habu, faccia esterna del muro sud del primo cortile, lato est, a fianco del primo passa a est, registro inferiore
La conta dei nemici.
I militari egizi amputavano la mano destra dei nemici uccisi perché il faraone distribuisce le decorazioni militari, “l” oro del valore “, a ogni singolo soldato. Nelle battaglie della XIX Dinastia si iniziò ad amputare i genitali di maschi adulti per evitare he alcuni soldati uccidessero donne e fanciulli per riportare le mani, più difficilmente riconoscibili. Qui si vedono gli ufficiali di Ramses III davanti ai genitali dei nemici uccisi.
Medinet Habu, mole nord del primo pilone, faccia ovest, interno del primo cortile

Lo stesso ruolo propagandistico fu svolto dalle grandi raffigurazioni dei sovrani successivi, come Ramses III a Medinet Habu, dove è narrata e raffigurata la guerra contro i popoli del mare.

La morte degli asiatici.
I corpi si contorcono, trafitto dalle frecce, sono i corpi degli Asiatici. La scena si trova su un blocco proveniente da un monumento di Ramses III, reimpiegato da Ramses IV, nelle fondazioni del suo tempio funerario. Da Tebe Ovest, Assasif.
Arenaria dipinta, 61×114,9 cm.
New York – Metropolitan Museum of Art, Rogers Fund 1913, n. 13.180.21

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Egitto la terra dei Faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

SETI I E LA SUA ATTIVITÀ DI COSTRUTTORE

1312/1296 a.C. circa

Di Franca Loi

Bassorilievo raffigurante Seti I dal tempio funerario di Abydos
Tempio di Seti I.

Che Seti I sia stato un grande costruttore è testimoniato dalla forte ripresa delle attività nelle cave di pietra e “dalla cura che il sovrano pose per rendere agevoli e protette le piste che portavano alle zone minerarie sia in Egitto, sia nel Sinai e in Nubia”. Rimise infatti in funzione le miniere d’oro di queste zone cadute in disuso perché difficili da raggiungere per sfruttarne i rifornimenti d’acqua.

Il cartiglio di Seti I

Appena salito al trono iniziò la costruzione del suo tempio funerario e lo scavo della sua tomba nella Valle dei Re (la numero 17).

Il suo monumento più bello è il tempio di Abido: sicuramente i rilievi di questo tempio sono tra i più raffinati dell’arte egizia. A Karnak si dedicò alla Grande Sala Ipostila, progettata dal padre e terminata da Ramses II.

Prima sala ipostila – Tempio di Seti I.
Il tempio fu edificato da Seti I per ricordare il proprio pellegrinaggio alla tomba di Osiri. È costruito in pietra calcare molto fine, solo le colonne,le travi e le riquadrature delle porte sono in arenaria. Il figlio Ramesse II ne completò in parte la decorazione che venne terminata da Merenptah.
Il tempio è caratterizzato dalle sette cappelle dedicate a: Horus, Iside, Osiri, Amon, Ra-Harakty, Ptah e a Seti I divinizzato.
Le enormi colonne della Grande Sala Ipostila di Seti I e Ramses II.
Tempio di Seti I – seconda sala ipostila

Sono suoi anche un tempio a Menfi ed Eliopoli, oggi scomparsi. Presso Qantir, nel delta orientale, costruì una stupenda residenza dove il figlio e suo successore Ramses II stabilirà il centro della sua capitale Pi- Ramesse.

La “Lista Reale” di Sethi I al Tempio di Abydos, in cui sono elencate le dinastie egizie da Narmer allo stesso Seti I. Qui è raffigurato Seti I assieme al figlio Ramses II mentre celebrano la grandezza degli antenati

Particolare della lista reale. Seti I tiene un incensiere nella mano sinistra e con la destra indica al figlio Ramesse II la lista con 76 cartigli reali a partireda Menes (ca. 3’100 a.C. – I dinastia – Periodo arcaico) fino al proprio (1308-1294 a.C. – XIX dinastia – Nuovo Regno). Nella lista mancano volutamente molti cartigli, tra i quali quello della regina Hatshepsut e quello dei sovrani del periodo di Amarna. Il principe Ramesse II è rappresentato con la treccia dell’infanzia, nelle mani tiene due rotoli di papiro.

Il sepolcro che si fece scavare a Biban el-Muluc è il più imponente della necropoli. Lungo oltre 135 metri è decorato da cima a fondo con rilievi a vividi colori e di squisita fattura che eguagliano in pregio quelli trovati nel grande tempio di Abido.

La tomba di Sethi I, nella Valle dei Re, è la più grande e misteriosa fra tutte quelle scavate nella roccia in questa necropoli nei pressi di Tebe (l’odierna Luxor); fu scoperta da Giovanni Battista Belzoni il 16 ottobre 1817. La lunghezza della tomba è di 137,19 metri e sono da notare gli straordinari e brillanti colori degli affreschi e dei bassorilievi dipinti che ne decorano le pareti. E’ anche denominata “Tomba di Apis”, perché l’archeologo Giovanni Belzoni vi trovò la mummia di un toro nella stanza del sarcofago
Una delle ricostruzioni della tomba.

Questo ipogeo è uno dei più completi sia per quanto riguarda la riproduzione dei libri funerari sia per le decorazioni; notevole il soffitto con le sue figurazioni astronomiche. Lo stile è ancora molto vicino all’arte amarniana per la finezza e la sensibilità del modellato.

La camera sepolcrale della tomba di Sethi I le cui pareti colorate in giallo oro, colore legato alle resurrezione, sono decorate con passi del Libro dell’Amduat ossia di «ciò che c’è nell’Aldilà». Il soffitto della camera sepolcrale della tomba di Sethi I era decorato per la prima volta con la rappresentazione della volta celeste (foto Alberto Siliotti)
Schizzo della camera sepolcrale della tomba di Sethi I eseguito da Belzoni. Londra, British Museum

Il bellissimo sarcofago in alabastro, trovato da Belzoni, fu acquistato da Lord Soane si trova tuttora a Londra esposto al Soane Museum (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/01/18/copiare-per-proteggere/).

Il famoso sarcofago di Seti I è uno dei più belli e imponenti rinvenuti: e’ stato ricavato ricavato da un unico blocco di alabastro. Decorato su ogni lato (all’interno si trova un’immagine della dea del cielo, Nut, oltre a varie divinità che avvolgono il corpo del faraone), si trova al Sir John Soane’s Museum, a Londra; Sir Soane lo acquistò per la sua collezione nel 1825, quando il British Museum rifiutò di pagare le £2000 del suo prezzo.

La sua mummia, una delle meglio conservate, era stata tolta e in un secondo tempo portata nella tomba della regina Inhapi a Deir el-Bahari; oggi è al museo del Cairo.

Mummia intera di Seti I

La mummia fu sbendata da Gastone Maspero il 9 giugno 1886 che commentò:

“Era un capolavoro dell’arte dell’imbalsamatore, e l’espressione del volto era quella di uno che appena qualche ora prima ha esalato l’ultimo respiro. La morte aveva leggermente teso le narici e contratto le labbra, la pressione delle bende aveva un poco appiattito il naso e la pelle era annerita dalla pece; ma un calmo e mite sorriso aleggiava ancora sulla bocca e le palpebre semiaperte lasciavano intravedere sotto le ciglia uno scorcio di una riga apparentemente umida e brillante, il riflesso dei bianchi occhi di porcellana introdotti nelle orbite al momento della sepoltura”.

Profilo della mummia di Seti I

Una curiosità: Seti I “era di statura media (1,70 cm.), la testa ben conservata, con la mascella possente e il mento largo e forte, presenta caratteristiche assai diverse da quelle dei re della diciottesima dinastia”.

Fonte:

ALAN GARDINER-LA CIVILTÀ EGIZIA-EINAUDI

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MEDITERRANEO ANTICO

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Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI MERITAMON

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 75
Ramesseo, Tempio della Regina a Nord del Santuario principale
Scavi di William Matthew Flinders Petrie 1896
Museo Egizio del Cairo – JE 31413 = CG 600

Frammento superiore di una statua di Meritamon, ora al Museo di Hurgada, il primo museo del Mar Rosso dedicato all’antico Egitto

Nonostante sul pilastro superiore siano conservati soltanto i titoli e nonil nome di questa regina, la statua è identificata come Meritamon, una delle figlie di Ramses II che, alla morte di Nefertari, avvenuta dopo il ventunesimo anno di regno del sovrano, assunse il ruolo di grande sposa reale.

Una tale identificazione è stata resa possibile grazie al ritrovamento ad Akhmim, in anni recenti, di una statua colossale di Meritamon, del tutto identica all’esemplare del Museo Egizio del Cairo, che proviene invece dalle rovine del Ramesseo.

La statua conserva quasi completamente la decorazione pittorica.

Al giallo di alcuni tratti del viso e degli ornamenti, si associa l’azzurro della parrucca, illuminati entrambi dalla lucentezza che si sprigiona dal calcare finissimo utilizzato per la scultura.

L’espressione del volto è serena, gli occhi, a mandorla, prolungati da una linea di bistro ( resa attraverso due sottili incisioni).

La bocca è carnosa e leggermente atteggiata a un lieve sorriso.

Sul collo sono incise due linee sottili; i lobi delle orecchie sono nascosti da orecchini semisferici.

Il volto è incorniciato da una parrucca ripartita, dalla quale fuoriescono i capelli, trattenuta da un diadema con due urei che portano la corona bianca e rossa.

Sulla testa poggia una base circolare decoratada un fregio di urei con disco solare, su di essa si innalzavano il diadema, composto da una doppia piuma con al centro un disco solare, che era prerogativa delle Grandi Spose Reali.

Meritamon Indossa una tunica aderente, su cui si trova una larga collana composta da sei giri di perline, cinque dei quali sono formati da piccoli amuleti con il segno geroglifico nefer, “bello”.

Una rosetta decora in seno sinistro, mentre quello destro è coperto dal contrappeso della collana menat , che la regina stringe nella mano destra.

La colla menat era utilizzata come strumento musicale e veniva agitata, provocando un rumore assordante, in occasione delle feste in onore di Hathor, era composta da numerosi giri di perline il cui peso elevato veniva bilanciato con un contrappeso, che in questo caso è conformato a testa femminile e termina in un elemento circolate con rosetta.

Nel l’iscrizione geroglifica frammentaria che si trova sul pilastro dorsale della statua si legge:

“… Suonatrici di sistro di Mut e della collana menat ( di Hathor)…danzatrice di Hathor…”

Fonte

Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star e Heidi Kontkanen

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

I BRACCIALI DI RAMSES II

Di Grazia Musso

Oro e lapislazzuli, diametro massimo cm 7,2
Tell Bast (Bubasti), Tesoro scoperto nel 1906
Museo Egizio del Cairo – JE 39873 = CG 52575 – 52576

I bracciali furono scoperti insieme ad altri gioielli e ad alcuni vasi i oro e argento nel corso di lavoro di sterto per la costruzione di una massicciata della linea ferroviaria che passava sul sito di Tell Basta, l’antica Bubasti.

Soltanto alcuni oggetti giunsero al Museo Egizio del Cairo, altri furono venduti e si trovano oggi al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo di Berlino.

Dovevano far parte di una stipe votiva o del tesoro di uno dei Templi di Bubasti.

Il fatto che accanto alla chiusura siano incisi a sbalzo i cartigli Ramses II induce a considerare i due bracciali come un dono offerto dal sovrano in persona ( le dimensioni sono quelle del braccio di un uomo) alla divinità locale, Bastet.

Ogni bracciale è in oro ed è composto da due parti, unite da una cerniera.

La decorazione è realizzata a granuli ed è basata su motivi geometrici.

Nella parte superiore è rappresentata un’anatra, dalla doppia testa e con il collo rivolto all’indietro, il cui corpo è formato da un frammento di lapislazzuli opportunamente lavorato.

La coda del volatile è invece realizzata in oro e prevede anch’essa una decorazione geometrica a granuli.

La parte inferiore dei monili è costituita da 17 barrette parallele, alternativamente lisce o striate, unite attraverso un foglio d’oro nel lato inferiore.

I due bracciali sono il prodotto di un’ oreficeria raffinata che prosegue la tradizione artigiana nell’ ambito della quale erano stati realizzati i gioielli di Tutankhamon con cui possono essere eseguiti precisi riscontri.

La compattezza dell’insieme è movimentata dai due colli delle anatre che si staccano nettamente e con grazia a superficie del gioiello.

Il connubio tra oro e lapislazzuli, pietra derivante dai commerci conl’Afganistan, assai utilizzato nella gioielleria egizia, risulta ancora una volta felice e attribuisce estrema eleganza all’insieme.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star