Questa brocca, come gli altri oggetti esposti, veniva probabilmente utilizzata per servire il vino in occasione della grande festa annuale in onore della dea Bastet; è un reperto eccezionale, in quanto è realizzato in argento, all’epoca rarissimo in Egitto. Essa ha il manico a forma di capra rampante, è alto cm. 16,8 e risale al regno di Ramses II; la parte inferiore globulare è decorata con cuori e con testi augurali per Atumentaneb, il probabile offerente, mentre il collo è inciso con una doppia fascia di scene naturalistiche che presentano anche elementi decorativi tipici del vicino oriente. Il bellissimo calice lotiforme reca il cartiglio di Tausert, moglie di Sethi II, la quale alla morte del figliastro Siptah assunse prerogative e titolatura reali. Esso è alto appena dieci centimetri; la coppa è costituita da un fiore di loto (simbolo dell’Alto Egitto), il piede ha invece la forma di ombrello di papiro rovesciato (simbolo del Basso Egitto).
L’attrattività del museo è enfatizzata da una serie di reperti preziosi prodotti in varie epoche storiche dagli abilissimi artigiani egizi, insuperabili nella lavorazione dell’oro, dell’argento e delle pietre dure.
Questo bracciale, facente parte di una coppia, è in oro massiccio e lapislazzuli e reca il cartiglio del nome di intronizzazione di Ramses II (User Maât Rê Setep en Râ); potrebbero quindi essere stati donati dal re in persona. Essi sono costituiti da due semicerchi incernierati; la parte superiore è decorata con due anatre appaiate, con teste e coda in oro ed il corpo in lapislazzuli. La parte in oro è finemente decorata con motivi geometrici a granulazione; con la stessa tecnica e con l’applicazione di fili in oro sono state rese anche le piume e la coda dei due volatili.
Una bacheca è interamente occupata dai tesori rinvenuti a Bubastis, una città nel Delta ove sorgeva un importantissimo tempio di Bastet, visitato da numerosi pellegrini che lasciavano offerte votive anche di notevole valore, molte delle quali sono giunte fino a noi.
Il vasetto d’oro sulla destra (solo 11 cm. di altezza) ha la forma di un melograno, i cui chicchi sono stati resi a sbalzo. Il collo del vaso è decorato con quattro registri di motivi di foglie, fiori ed uva. Esso fu realizzato nel Terzo periodo intermedio. L’altro vaso d’oro (XIX dinastia) è decorato con tre fasce di foglie lanceolate, di grandi gocce e di cerchi con rosette stilizzate. Il corpo del vaso è inciso con una ghirlanda di foglie a forma di collare da cui pende un fiore di loto affiancato da due uccelli con ali spiegate. Si vede anche l’incisione di un gatto.
Nelle didascalie delle foto (quelle dei vasi e della coppa sono state scattate da @Silvia Vitrò, quella dei bracciali proviene da internet) troverete brevi informazioni sui manufatti, ampiamente descritti nel sito, ove sono pubblicati anche svariati articoli su Bubastis e le ricostruzioni virtuali della città realizzate dal nostro Francesco Volpe, a questi link:
Il sarcofago interno di Sennedjem ha forma antropoide e conteneva la sua mummia; esso lo rappresenta nei suoi abiti abituali, ossia un lungo gonnellino di lino bianco, il collare e la parrucca. Il coperchio del sarcofago esterno è invece decorato con scene funerarie di dee protettive tratte dal Libro dei Morti e di dee dell’albero che nutrono Sennedjem. Fotografia di Silvia Vitrò Per maggiori informazioni sul sarcofago esterno, vedi sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-sarcofago-di-sennedjem/
I reperti di questa tomba trovata intatta sono veramente strepitosi; gli oggetti del corredo funerario di Sennedjem, mirabilmente conservati anche nei loro colori vivaci, tratteggiano la vita quotidiana di un artigiano specializzato sorvegliante della necropoli reale che viveva a Deir el-Medinah con la sua famiglia al tempo della XIX dinastia.
Particolare del sarcofago esterno. Foto di Silvia Vitrò
Deir el-Medinah era uno dei villaggi sorti durante la XVIII dinastia sulla Riva Occidentale del Nilo di fronte a Tebe, nella zona che gli antichi Egizi chiamavano Oasi, e fino alla XX dinastia fu la residenza degli artigiani e degli scultori responsabili di scavare e decorare le tombe nella Valle dei re.
Particolare dei due sarcofagi. Foto di Silvia Vitrò
Sennedjem, figlio di Kabekhnet e di Tahennu visse nel villaggio sotto Seti I e Ramses II e morì attorno al 20′ anno di regno di quest’ultimo; egli ereditò dal padre il ruolo di decoratore delle tombe reali e dei nobili ed entrambi ricevettero il titolo di “Servi nel luogo della Verità”; con il tempo egli fu elevato a “sorvegliante della necropoli dei re” come dimostra, una scena parietale nella sua tomba che lo ritrae mentre impugna uno scettro sekhem simbolo di potere.
Sennedjem preparò per sé e per la propria moglie Iyneferti la tomba contrassegnata dalla sigla TT1 scavandola nella falesia che si erge nella zona occidentale del villaggio vicino alla sua abitazione; essa è di modeste dimensioni, ma le decorazioni interne sono state certamente realizzate dalle maestranze specializzate che lavoravano per la nobiltà e per il Faraone.
Ceramiche trovate nella tomba. Foto di Silvia Vitrò
La tomba fu scoperta intatta il 31 gennaio 1886 dagli operai egiziani supervisionati da Maspero; essa conteneva ancora tutto il corredo funerario, costituito da molti ushabtis, dai vasi canopici, da numerosi oggetti di uso comune e da venti mummie dei familiari di Sennedjem, in quanto essa era in uso da tre generazioni (per ulteriori informazioni ed immagini sulla tomba si veda sul nostro sito l’articolo di Franca Loi a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/06/24/la-tomba-di-sennedjem/ e quello di Giuseppe esposito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/12/12/tt1-tomba-di-sennedjem/.
Tra coloro che trovarono qui l’ultimo riposo c’è anche Khonsu, figlio di Sennedjem, sepolto in un fenomenale sarcofago, oggi al MET di New York, del quale ci ha parlato Grazia Musso: potrete trovare le immagini e l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/06/20/il-sarcofago-di-khonsu/
Molti oggetti furono venduti a vari collezionisti intorno al mondo, ma i più significativi si trovano al Cairo, a New York ed a Berlino.
Parte del corredo funerario di Sennedjem: una serie di ushabti con le cassette destinate a contenerli, la sedia recante il nome del figlio, due casse canopiche. Fotografia di Silvia Vitrò
La tomba di Sennedjem si distingue per lo splendore dell’esecuzione dei dipinti parietali, molto realistici e dai colori vividissimi; quelli che circondano la camera sepolcrale rappresentano scene tratte dal Libro dei Morti per supportare Sennedjem nel suo viaggio verso il regno di Osiride e riunirsi alla moglie ed agli altri familiari.
LA MASCHERA FUNERARIA DI SENNEDJEM E DI SUA NIPOTE ISIS
Le maschere di Sennedjem (a sinistra) e di Isis (a destra)
Queste due maschere sono definite “ad elmetto” perchè coprivano completamente la testa del defunto; questa tipologia comparve con l’VIII dinastia e rimase in uso fino all’epoca ramesside per poi tornare di moda nel periodo tolemaico. Sennedjem, la moglie Iyneferti, il figlio Khonsu e la figlia di quest’ultimo di nome Isis furono sepolti con tali maschere: le due raffigurate nell’immagine appartennero a Sennefer e ad Isis, e sono le uniche conservate al Cairo, mentre le altre due si trovano al MET di New York. La maschera di Sennedjem (a sinistra) ha la tipica parrucca maschile, realizzata in rilievo e con le treccine incise; essa è circondata da una ghirlanda decorata con petali di ninfea; tre boccioli di questo fiore cadono sulla fronte; il volto tondeggiante è di colore rosso molto scuro, le orecchie ben modellate presentano fori per gli orecchini dipinti in colore nero. Il collare ampio e coloratissimo è formato da giri di frutti di mandragora, di petali di ninfea, di piume stilizzate, di perline a forma di goccia, ed ancora di petali di ninfea; la chiusura ha la caratteristica forma del fiore di ninfea come quelli più antichi. La maschera di Isis presenta una parrucca lavorata ed una particolare composizione dell’ampio collare che la differenzia dalle altre della medesima tomba: tra le falde anteriori della parrucca, infatti, vi sono due fascie, una decorata con geroglifici nefer e occhi wadjet ed un’altra con una ghirlanda di petali di ninfea; al di sotto delle falde della parrucca i seni sono coperti con una rosetta. Sebbene siano noti solo sei esemplari di maschere funerarie ramessidi, è possibile affermare che esse coesistettero sempre con il sarcofago antropoide e rappresentano una evoluzione rispetto a quelle della XVIII dinastia, che erano usate solo in alternativa ad esso ed in abbinamento solo con il sarcofago rettangolare. Le maschere più antiche inoltre erano dotate di un pannello anteriore e di uno posteriore di varia lunghezza con fori alle estremità inferiori tramite i quali venivano assicurate al corpo del defunto con cordicelle: in quelle ramessidi invece manca il pannello posteriore che proteggeva la schiena del defunto e questa evoluzione stilistica preannuncia le cosiddette maschere “a coperchio” perchè coprivano solo la parte anteriore del viso della mummia. Inoltre i pannelli delle maschere della XIX dinastia sono più ampi di quelli antecedenti e presentano motivi e tecniche decorative che li impreziosiscono: i frutti di mandragora, i pigmenti colorati, il motivo a scacchiera, la lavorazione a rilievo delle parrucche e l’assenza di foglia d’oro.
LA PORTA D’INGRESSO DELLA TOMBA DI SENNEDJEM
Fotografia di Silvia Vitrò.
Porta d’ingresso della tomba di Sennedjem, recante scene tratte dal capitolo 17 del libro dei morti. E’ in legno di sicomoro dipinto di giallo, che è il colore dominante di tutta la decorazione parietale della tomba. Esso richiamava l’oro, legato all’eternità in quanto incorruttibile, e per il suo colore legato alla divinità solare.
Pannello interno della porta della tomba di Sennedjem, che raffigura i coniugi che giocano a senet, e i due sgabelli trovati nella tomba. Foto di Silvia Vitrò
Il gioco del senet trovato nella tomba. Foto di Silvia Vitrò
CASINI E., Volti eterni guide nell’Aldilà: alcune osservazioni sulle maschere funerarie ritrovate nella tomba di Sennedjem a Deir el-Medina, in Egitto e Vicino Oriente (vol. 39) 2016, pag. 91 – 106 a questo link: https://www.jstor.org/stable/26490806
Collare della principessa Neferuptah in feldspato blu-verde, corniola, oro e pasta di vetro (per gli intarsi delle gocce terminali). Per una più ampia descrizione del reperto si veda il nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/05/la-collana-di-neferuptah/
Neferuptah era una principessa della XII dinastia, figlia di Amenemhat III e sorella della famosa donna Faraone Sobekneferu (o Neferusobek), salita al trono dopo la morte di Amenemhat IV.
La principessa è definita “membro dell’élite”, “grande di favore”, “grande di lode” e “amata figlia del re del suo corpo” ma non fu “sposa reale” in quanto morì prima che il suo ipotizzato consorte, il fratello Hor-au-ib-re, venisse associato al trono dal padre; forse in ragione del fatto che era destinata a diventare regina, dopo la sua morte il suo nome venne iscritto in un cartiglio. Amenemhat III le aveva fatto preparare una sepoltura accanto a sé nella sua piramide ad Hawara, nel Fayyoum, ma quando ella morì fu inumata in una piccola piramide eretta a circa tre chilometri di distanza.
Grembiule funerario della principessa; esso aveva scopo decorativo ed era destinato ad essere allacciato alla vita della mummia come una cintura; la chiusura è in oro. Fotografia di Silvia Vitrò.
La piramide, costituita da mattoni crudi rivestiti di calcare, è stata quasi completamente smantellata nel corso dei secoli, ma la camera funeraria è rimasta intatta ed inviolata, e fu individuata nel 1936 da Labib Habachi ma scavata solo nel 1956 da Naguib Farag. La sua mummia fu collocata all’interno di un sarcofago antropoide in legno coperto di lamina d’oro e decorato, a sua volta inserito in un sarcofago rettangolare di legno che fu inserito in un terzo sarcofago di granito (oggi al museo del Cairo) sul quale è incisa una breve formula di offerta.
Dettaglio della chiusura del grembiule funerario. Foto di Heidi Kontkanen, su Flickr
Con il passare dei secoli il legno e la mummia si sono decomposti a causa delle infiltrazioni d’acqua nella camera sepolcrale in occasione delle periodiche inondazioni del Nilo, ma inglobati nello spesso strato di detriti e fango depositatosi sul fondo del sarcofago esterno furono rinvenuti i gioielli che adornavano la mummia, ancora nella posizione originaria.
Intarsi appartenuti al sarcofago della principessa ormai distrutto. Fotografia di Merja Attia
Sono stati rinvenuti e riportati al loro aspetto originario un collare in oro, corniola e perline, un altro collare largo, un paio di braccialetti e un paio di cavigliere, una cintura di perle a disco con un pendente a forma di falco ed un grembiule funerario di maiolica e perle di faience blu.
Ricostruzione di un frammento del sarcofago perduto: la decorazione in pietra dura è stata realizzata con le piccole tessere originali, trovate in loco. Fotografia di Silvia Vitrò
Nella camera sepolcrale furono trovati altresì tre vasi per libagioni in argento, materiale all’epoca più prezioso dell’oro in quanto doveva essere importato dall’estero.
I vasi d’argento per le cerimonie di purificazione del defunto con l’acqua (n. reg. al Museo del Cairo JE 90152, JE 90153, JE 90154). Il defunto al momento della sepoltura veniva purificato per essere come Ra, che alla fine del suo viaggio notturno nell’altro mondo si purifica nell’orizzonte orientale prima di risplendere in cielo, dove Horus signore del nord, Seth signore del sud, Dewen-anwy signore dell’est e Thoth signore dell’ovest versano su di lui l’acqua della vita e del potere dai quattro angoli dell’universo. Tutte le iscrizioni sui vasi recano i cartigli di Nerferuptah e di suo padre Amenemhat III. Fotografia di Merja Attia, su Flickr
Questo trono non è esposto al NMEC e ne esiste solo una riproduzione, ma vale la pena di parlarne per apprezzare il lavoro incredibile effettuato dagli studiosi per restituirci questo capolavoro dell’antichità unico nel suo genere.
Oltre alla sedia della quale abbiamo già parlato, il corredo funerario di Hetepheres ne comprendeva un’altra, detta “sedia II”, quasi completamente distrutta, in quanto la sua esistenza venne desunta solo dal ritrovamento di quattro gambe identiche a quelle della sedia I.
Gli archeologi cercarono quindi di recuperare gli intarsi e le parti sopravvissute del manufatto che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., che per ben due mesi venne pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.
In seguito i frammenti ritrovati vennero deposti su vassoi, esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono. L’estrema complessità del lavoro di ricostruzione ha fatto sì che esso non venisse mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, piastrelle in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, sedili in cordame e rame.
Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nell’immagine.
La seduta era costituita da un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.
Il falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica
Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio. Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica. La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi di Neith, una delle dee più venerate nell’Antico Regno, costituito da frecce incrociate su di uno strano oggetto composto da due ovali, dal quale si diparte una coppia di nastri.
La maggior parte degli studiosi ritiene che esso rappresenti il dorso degli scarabei bilobati (Agrypnus notodonta Latr), disegnato fin dalla prima dinastia con scanalature e poi trasformatosi in un ampio ovale a far tempo dalla quinta, ma non è chiaro il legame che esso aveva con la dea. Ognuno di questi emblemi era issato sul suo stendardo rivolto verso il centro.
Una parte della decorazione originale della sedia
Sotto l’emblema di Neith c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre. Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di piastrelle di maiolica azzurra disposte a zig – zag. Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda arrivando a toccare terra con i piedi o comunque a piegare le ginocchia.
La sedia della regina oggi al NMEC – n. di reg. del Museo del Cairo 5326353261 – vista di tre quarti
Questa bellissima sedia appartiene al corredo funerario della regina Hetepheres I, figlia di Huni, moglie di Snefru e madre di Cheope, senza dubbio la donna più potente e più ricca della sua epoca. La sua tomba, contrassegnata dalla sigla G 7000X fu rinvenuta nel 1925 a Giza da una missione congiunta delle Università di Harvard e di Boston guidata dal prof. George Andrew Reisner, e si trova nei pressi della piccola piramide eretta in suo onore dal figlio; essa è costituita da una camera sepolcrale posta in fondo ad un corridoio in origine chiuso ad entrambi i lati da blocchi di calcare che si diparte da un pozzo profondo 27 metri.
La sedia della regina vista di fronte.
Per avere informazioni dettagliate su di lei e sulla curiosa storia del rinvenimento della sua sepoltura, andate sul nostro sito a questi link:
Il corredo funerario comprendeva oggetti di uso personale come rasoi d’oro, coltelli, recipienti in alabastro per cosmetici e profumi, vasi di varie dimensioni e gioielli, tra cui braccialetti d’argento e ornamenti per le caviglie, ma anche una tenda – baldacchino ed un letto smontabili, due sedie (rispettivamente definite “sedia I” e “sedia II”) ed una portantina finemente decorate con foglia d’oro, che potrebbero avere avuto un significato cerimoniale o funerario ma che indussero alcuni studiosi a ritenere che la corte egizia della IV dinastia potesse essere itinerante.
Il legno di questi ultimi reperti si era deteriorato e dovette essere in gran parte sostituito, ma la foglia d’oro, rimasta a terra in frammenti, fu recuperata ed essi furono riportati all’originario splendore da Hag Ahmed Youssef Mustafa, che in seguito restaurò anche una delle barche solari di Cheope; il corredo funerario si trova oggi suddiviso tra il Museo del Cairo e quello di Harvard, tranne la sedia I che, come ho detto, è esposta al NMEC.
La ricostruzione dell’interno della tomba al momento dell’inumazione della regina, realizzato dall’Università di Harvard. Come potete notare, oltre a quella del NMEC c’era un’altra sedia in pessime condizioni, la cui ricostruzione è stata realizzata solo di recente all’esito di un lavoro estremamente complesso, del quale parlerò in un altro post.
La sedia I (JE53263), cosiddetta “da seduta” per distinguerla dalla portantina, che era detta “sedia da trasporto”, era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.
La seduta, leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda, e lo schienale, rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto, sono in legno naturale e sono ingentiliti da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro come le gambe, modellate a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedi sono stati aggiunti tamburi per mantenere stabile la sedia. Lo schienale sarebbe stato originariamente decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la scocca della sedia, raffigurante una donna che annusa il profumo di un fiore di ninfea. I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un elegante disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.
Approfitto dell’occasione per mostrarvi anche gli altri reperti lignei, conservati al Museo del Cairo e ad ora mai trattati sul gruppo, che dimostrano che all’inizio del terzo millennio a.C. gli Egizi avevano già raggiunto grande abilità nella falegnameria ed adottavano uno stile sobrio ed elegante; trovate le informazioni ad essi relative nelle didascalie delle immagini.
Il letto della regina. Museo del Cairo – n. di reg. 53261. Il letto è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, dotata di quattro gambe decorate alla base con intagli a forma di zampe leonine e fissate al piano con stringhe di cuoio; il piano è costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso. Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.
Portantina della regina Hetepheres. JE53262 Museo del Cairo. Fin dalla I’ dinastia in Egitto gli esponenti delle classi più elevate amavano spostarsi su portantine sorrette da servi; quella di Hetepheres è l’unico esempio di tale mezzo di trasporto giunto fino a noi. Essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che si dipartono dagli angoli e che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla. E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre al baule del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope. Sul lato anteriore dello schienale della sedia, all’altezza dei braccioli e sullo schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate.
La fascia con l’iscrizione geroglifica sullo schienale interno della portantina
La cassa per il baldacchino. Museo del Cairo JE72030 Questa cassa lunga e stretta, parzialmente coperta da foglia d’oro, serviva per contenere parti del baldacchino della regina; al momento della scoperta essa era praticamente ridotta in polvere ma potè essere ricostruita fedelmente in quanto la decorazione ad intarsio in faience era rimasta intatta ed era a terra nel medesimo ordine con il quale si trovava applicata alla cassa. Il lato lungo reca un’iscrizione divisa in due parti speculari dalla figura di Nekhbet, la dea avvoltoio ed è inoltre decorato con il cartiglio del re Snefru.
La tenda della regina come doveva apparire all’epoca del suo utilizzo
Le fotografie della sedia sono di Silvia Vitrò; non conosco l’autore delle altre immagini, reperite in internet; la ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ
Qui inserisco la didascalia del NMEC e vi darò qualche informazione per individuare esattamente chi fosse Isetemkheb II, dato che nella XXI dinastia, della quale ella fa parte, ben quattro principesse portano questo nome e sono individuate o con i numeri romani (I, II, III e IV) o con le lettere (A, B, C, e D).
Fin dal periodo predinastico, gli antichi egizi hanno utilizzato tende costruite con stuoie, pelle e tessuto di lino spesso come abitazioni temporanee. Le scene parietali di vita quotidiana hanno rivelato che le tende venivano utilizzate dagli antichi egizi durante le battute di caccia e le campagne militari, nonché come dimora temporanea per le statue delle divinità nel corso delle processioni. Inoltre, nei giardini e nei cortili delle case venivano montate tende destinate alle donne perché potessero trascorrervi l’ultimo periodo della gravidanza e poi partorire. Nelle calde giornate estive, tende e padiglioni di lino finissimo venivano eretti accanto ai laghi e ai giardini dei palazzi come luogo di divertimento e svago. Inoltre, gli aristocratici e gli individui benestanti facevano costruire un baldacchino fatto di stuoia o cuoio davanti alle loro tombe per svolgervi le cerimonie di purificazione.
Foto: Silvia Vitrò
Quando nel 1881 Emile Brugsch e Ahmed Kamal svuotarono la cachette delle mummie di Deir el-Bahari (DB 320), scoprirono in uno dei suoi corridoi questa tenda, unica nel suo genere sopravvissuta fino ai giorni nostri, che conserva ancora i suoi colori vivaci perché realizzata interamente in pelle di vari colori, sulla quale sono applicate le decorazioni, anch’esse in pelle accuratamente ritagliata.
I testi sono fissati su strisce di pelle di colore diverso e descrivono Isetemkheb II in compagnia del dio Khonsu Signore di Tebe, della dea Mut e delle divinità oltremondane in un ambiente reso fragrante dai fiori e dai profumi di Punt.
Foto: Silvia Vitrò
Essa fu costruita tra il 1046 e il 1037 a.C. per la purificazione funebre della principessa della XXI dinastia, figlia del generale dell’esercito e sommo sacerdote di Amon Masaherta (figlio di Pinedjem I) e della cantatrice di Amon Tayuheret, quindi nipote del sovrano.
Ella rivestiva l’elevato grado di “superiore dell’harem di Min, Horus e Iside ad Akhmim” ed era una delle numerose principesse della famiglia ad avere questo nome; non risulta essersi sposata ed avere avuto dei figli.
L’albero genealogico della XXI dinastia ricostruito da Aidan Dodson individua
Isetemkhen I come come la regina moglie del re Pinedjem I;
Isetemkhem II – la titolare del baldacchino – come nipote di Pinedjem I;
Isetemkhem III come nipote di Pinedjem I, sorellastra e moglie dell’Alto sacerdote di Amon Menkheperre B e madre dell’Alto Sacerdote di Amon Pinedjem II.
Isetemkhem IV figlia di Isetemkhem III, sorellastra e moglie di Pinedjem II e superiora delle cantatrici di Amon.
Foto: Silvia Vitrò
Il sarcofago attualmente esposto all’interno del baldacchino appartiene a quest’ultima e fu scoperto nella Cachette di Deir el-Bahari.
FONTI:
DODSON A., HILTON D., The complete Royal families of Ancient Egypt, Il Cairo, 2004
LA STRANA STORIA DI KIM KARDASHAN E DEL SARCOFAGO DI NEDJEMANKH
Nedjemankh visse nel I’ secolo d. C. e fu un alto sacerdote di Heryshef, il dio dalle corna di ariete di Eracleopoli; ciò spiega la sontuosità del suo sarcofago, realizzato in cartonnage rivestito di foglia d’oro e decorato con scene funerarie e passi del Libro dei Morti che avrebbero aiutato il defunto a raggiungere l’Aldilà.
Nel luglio del 2017 esso fu acquistato per la cifra iperbolica di 4 milioni di dollari dal MET di New York, che l’anno successivo organizzò una mostra dal titolo “Nedjemankh and His Gilded Coffin”, che esibiva, oltre ad esso, anche 70 manufatti ispirati alla figura del sacerdote, ed alle scene ed ai riti funebri raffigurati sulla sua superficie.
Mentre la mostra era ancora in corso ed aveva già attirato quasi mezzo milione di visitatori, dovette essere chiusa perché la Procura Distrettuale di Manhattan aveva appreso che il sarcofago era stato illecitamente esportato dall’Egitto.
Cos’era accaduto? Nel corso del MET Gala del 2018, (un evento mondano che ogni anno la rivista Vogue organizza per raccogliere fondi in favore del Costume Institute del MET) Kim Kardashian si fece fotografare accanto ad esso, e l’immagine fu pubblicata su tutti i giornali e le riviste di moda.
La foto con Kim Kardashian che ha aperto le indagini sul sarcofago.
La foto fu vista anche da uno dei ladri, il quale, non avendo ricevuto dai complici la sua parte di compenso, li denunciò, permettendo agli inquirenti di portare a compimento una complessa indagine che da tempo li aveva messi sulle tracce dei trafficanti di opere d’arte.
Il MET dimostrò di aver acquistato il manufatto in buona fede dal mercante d’arte parigino Christophe Kunicki, esperto di archeologia del Mediterraneo, (poi processato in patria per “frode collettiva” e “riciclaggio di denaro”) che aveva fornito documenti che attestavano falsamente la legittimità della provenienza dell’opera, e nonostante il gravissimo danno patito per la vicenda, lo restituì all’Egitto, che oggi lo espone al NMEC.
Il pezzo più bello del tesoro è la corona in oro dallo stile grecizzante che ha un diametro di 22 cm. e pesa gr. 363; essa è chiusa con un uncino a forma di testa di cobra; è decorata con foglie e viticci a cui sono appese capsule di papavero, al centro ha una piccola edicola all’interno della quale il dio Serapide siede in trono, con il piede destro in avanti; la sua mano sinistra regge una lancia e la destra accarezza la testa del piccolo Harpocrate che è accoccolato ai suoi piedi e si succhia l’indice destro mentre tiene nella mano sinistra una cornucopia. Le due colonne ai lati dell’edicola sono sormontate da busti di Iside; alle estremità della corona vi è una corolla che contiene un altro minuscolo busto della dea, con il disco solare sul capo dal quale partono spighe di grano. FOTOGRAFIA DI MARIE GRILLOT a questo link: https://egyptophile.blogspot.com/…/dans-le-tresor-de…
Questi oggetti preziosi di notevole fattura risalgono al II secolo d.C. e furono rinvenuti nel 1989 dalla missione organizzata dall’Istituto Francese d’Archeologia Orientale nell’oasi di Kharga, più precisamente a Dush, corrispondente all’antica città di Kysis, che sorgeva nel deserto occidentale e che raggiunse grande importanza in epoca tolemaica e romana.
Foglie e viticci identici a quelli della corona adornano questo braccialetto nel quale è incastonata una decorazione di pasta di vetro verde. FOTOGRAFIA A QUESTO LINK: https://egyptophile.blogspot.com/…/un-bracelet-cabochon…
Foglie e viticci identici a quelli della corona adornano questo braccialetto nel quale è incastonata una grande agata arancione. FOTOGRAFIA DI: Alfred Molon e Antoine Kuipershttps a questo link: https://slideplayer.es/…/Brazalete+del+tesoro+de+Douch.jpg
Nei pressi della località sorge una fortezza tolemaica in mattoni di fango, ampliata dai romani nel I secolo d. C. e nota come el-Qasr (letteralmente “la Fortezza”), all’epoca presidiata da una guarnigione che doveva garantire la sicurezza del confine meridionale dell’impero e delle vie commerciali che attraversavano il deserto e che transitavano in quella zona.
Gli archeologi stavano portando alla luce il tempio dedicato ad Iside, Harpocrate e Serapide (una divinità che unisce le caratteristiche di Osiride ed Apis agli elementi ellenistici di Zeus, Esculapio e Dioniso, introdotta da Tolomeo I per integrare greci ed egizi), che sorgeva nei pressi della parete orientale del forte quando in uno dei magazzini rinvennero un vaso di terracotta alto 28 cm. e risalente al IV – V secolo d. C. circondato da piccoli oggetti di culto, tra i quali una statuetta di piombo dorato dedicata ad Iside e due in bronzo raffiguranti Horus bambino e suo padre Osiride.
Attuale esposizione del pettorale, trasferito nel 2021 dal Museo del Cairo al NMEC FOTOGRAFIA DI: Silvia Vitrò
Particolare delle placchette e di uno dei ciondoli. Da Tripadvisor.
Questo vaso conteneva “il tesoro di Dush”, ossia un diadema, due braccialetti, un pettorale, 187 piastrine in oro dal peso complessivo di ben gr. 1.220,61 e due placchette d’argento.
I gioielli venivano indossati dai sacerdoti in occasione dei riti oppure adornavano le statue delle divinità e le placchette erano gli ex voto dei fedeli, che venivano realizzati nella stessa Dush e venduti all’ingresso del tempio; gli studiosi ipotizzano che questi preziosi siano stati sottratti nell’antichità, piegati e collocati nel vaso di terracotta che era stato poi nascosto in una nicchia in attesa del momento opportuno per recuperarli; per motivi che non è dato sapere i ladri non sarebbero più riusciti a tornare ed il loro ricco bottino sarebbe rimasto nel suo nascondiglio fino ad oggi.
Il pregio artistico della corona e dei bracciali ed in particolare le foglie, le capsule di papavero ed il busto della corolla inducono a ritenere che provenissero da una bottega artigiana specializzata di Alessandria; le statuette di Serapide e di Harpocrate, i capitelli delle colonne dell’edicola e i punti di assemblaggio delle varie parti, invece, sono piuttosto rozzi e sono probabilmente opera di artigiani meno dotati (si veda l’immagine). Fotografia IFAO pubblicata in “25 ans de découvertes archéologiques sur les chantiers de l’IFAO,1981-2006″, catalogue de l’exposition au Musée égyptien du Caire, 2007”
Comincio col proporvi una carrellata delle statue più significative esposte al museo. Le foto sono state scattate da mia figlia Silvia Vitrò.
Hapi lo Scriba, supervisore del tempio di Amon-Ra a Karnak – da Karnak – arenaria – regno di Seti I / Ramses II.
Thutmosis III – da Karnak – granito nero- XVIII dinastia. Thutmosis III fu uno dei più grandi re guerrieri dell’Antico Egitto e un condottiero dotato di genio militare unico. Le sue battaglie campali e le operazioni di guerra da lui compiute fecero dell’Egitto una grande potenza nel mondo antico. Egli creò un grande impero che si estendeva dall’Eufrate a nord fino alla Quinta cataratta a sud. Inoltre commissionò molti progetti architettonici ed eresse templi nel Delta, a Menfi, a Karnak e ad Assuan. Didascalia del museo.
Il re Merenptah e la dea Mut – XIX dinastia – granito rosso. E’ una delle tre statue di Merenptah recentemente rinvenute a sud di Mit Rahina, l’antica città di Menfi. La statua mostra il re stante insieme a Mut, la dea di Tebe, patrona del potere reale e consorte di Amon Ra, il re degli dei.
Sfinge di epoca tolemaica – calcare – non si sa chi rappresenti – da Kom Ombo. Come è noto, piccole sfingi venivano collocate davanti ai templi a fini protettivi.
Sfinge di Amenemhat III – XII dinastia – da Hawara – granito nero. La Sfinge simboleggia il re in trono ed il dio Shu, che controlla i confini dell’universo ed era spesso raffigurato come un leone accucciato. Questa è una delle Sfingi di Amenemhat III che fiancheggiavano la strada processionale di fronte al grande tempio di Hawara. Didascalia del museo
Statua di Pen-Menkh, alto dignitario e governatore di Dendera, capitale del VI nomo dell’Alto Egitto, arenaria granitica, 1′ sec. a. C.. Pen-Menkh era contemporaneo di Cleopatra VII e quindi visse nel travagliato periodo della conquista dell’Egitto da parte dei Romani. Egli fu anche delegato reale e sacerdote di Hathor e di Horus. Questa statua si colloca temporalmente alla fine dell’età ellenistica, ed è un esempio significativo dell’intervenuta fusione tra i canoni artistici egizi (evidenti nel corpo della statua ed in particolare nelle braccia), e quelli greci, che caratterizzano maggiormente la testa.
Paser porta una tavola d’offerte con una testa di ariete, simbolo del dio Amon Ra, signore di Karnak. Statua in granito nero rinvenuta nella cachette del tempio di Karnak (CG 42156 / JE 37388). Paser visse durante i regni di Seti I e Ramses II e rivestì un ruolo di grande prestigio conquistando i titoli di “unico compagno del re”, “supervisore del palazzo reale”, “governatore di Tebe” e “delegato per la ricezione dei tributi” dai popoli stranieri sottomessi. Ramses II gli conferì i titoli di “giudice”, di “portatore del sigillo” e di “vicerè di Nubia”, dove curò la costruzione del tempio di Abu Simbel; fu altresì elevato al rango di “sommo sacerdote di Amon” e di “supervisore del tempio di Karnak” (e delle sue immense ricchezze). Egli morì nel 25′ anno di regno di Ramses II e fu sepolto nella TT106 a Sheikh el Gurna; ebbe l’onore di essere rappresentato in un grande numero di statue, molte delle quali giunte fino a noi. Fotografia di Merja Attia a questo link: https://www.flickr.com/photos/130870_040871/52588560719
Questa statuetta di prigioniero inginocchiato è esposta nel museo accanto ad altre due, ed mi ha parecchio incuriosita, perchè non avevo mai visto prima simili reperti. Gli Egizi amavano raffigurare i nemici sconfitti, che venivano dipinti sulle suole dei sandali del re, sui suoi poggiapiedi, sul pavimento della sala del trono, per evidenziare la sua predestinazione ad essere il padrone del mondo e per intimidire le delegazioni dei governanti stranieri che venivano a rendergli omaggio. Queste statuette risalgono alla XIX dinastia, potevano essere realizzate con vari materiali e venivano utilizzate nell’ambito di rituali che si svolgevano nei templi perché gli dei proteggessero il Sovrano e la terra d’Egitto dai loro nemici. Le statuette venivano iscritte con incantesimi, quindi venivano legate con corde e bruciate, simboleggiando la supremazia del Faraone, destinato ad essere vittorioso nelle sue campagne militari.
FONTI: https://ivypanda.com/…/captives-statuettes-of-ancient…/, sulla base della seguente bibliografia: Ikram, Salima. Antico Egitto: un’introduzione. L’Università americana del Cairo Press, 2009. Silverman, David P. Antico Egitto. Stampa dell’Università di Oxford, 2003
Statua in arenaria di Akhenaton, dal grande tempio di Aton da lui edificato a Karnak nei primi cinque anni del suo regno, prima di trasferirsi a Akhetaton e di abbandonare il nome di Amenhotep IV. Il tempio, denominato Gem-pa-Aton (Incontro con Aton), misurava 130 m x 200 m, era orientato a est e comprendeva un lungo cortile circondato da portici e decorato con statue del faraone alte fino a 5 m., una delle quali è proprio questa al NMEC. Esso fu demolito dai suoi successori, che vollero cancellare il sovrano eretico dalla storia, e oggi ne restano solo poche tracce in loco oltre a 600.000 piccoli cubi in calcare incisi e dipinti chiamati talatat, che furono utilizzati come mattoni da costruzione al posto dei grandi blocchi di pietra. I talatat sono sopravvissuti fino a noi perchè furono riutilizzati da Horemheb per il riempimento del II e del IX Pilone di Karnak, da Ramses II per la realizzazione della Sala Ipostila, del Pilone e di alcune costruzioni esterne al Tempio di Luxor; da Nectanebo I e dai Tolomei per edificare i loro monumenti in diverse zone dell’Egitto. A differenza di quanto avveniva nel passato, quando i sovrani venivano sempre idealmente rappresentati come giovani, prestanti e bellicosi, in questo periodo Akhenaton si fece raffigurare in modo realistico, quasi grottesco: nelle statue provenienti dal Gem-pa-Aton e quindi anche in questa ha il ventre sporgente, i fianchi larghi, il seno quasi femminile e un viso scarno ed allungato, con labbra carnose ed occhi a mandorla. Essa è esposta al museo appoggiata al muro, come doveva essere nella realtà, e di fianco sono stati affissi due pannelli recanti l’Inno ad Aton, la cui redazione è attribuita allo stesso sovrano, che loda il sole come fonte di vita per tutte le creature viventi. FONTI: https://egittophilia.freeforumzone.com/…/discussione.aspx
Rilievo su granito raffigurante Ramses III (XX Dinastia) che offre una statuetta della dea Maat, che rappresenta l’ordine cosmico e la giustizia. L’immagine del re che offre la Maat simboleggia il suo buon governo.
Oggi è una giornata di quasi relax, dedicata al Museo della Civiltà egiziana, che non abbiamo mai visto; il moderno edificio che lo ospita sorge a Fustat, che oggi fa parte del centro storico del Cairo e in passato, quando era una città indipendente, fu la prima capitale islamica dell’Egitto dopo la conquista degli arabi avvenuta nel 641 d.C..
Esso è stato progettato nel 2002 dall’architetto egiziano El Ghazzali Kosseiba, mentre gli spazi espositivi sono opera dell’architetto giapponese Arata Isozaki; è stato ufficialmente inaugurato il 3 aprile 2021 dal presidente Al-Sisi dopo la traslazione solenne delle mummie di 18 faraoni e 4 regine dal Museo di Piazza Tahrir, nel corso dell’evento noto come “parata d’oro dei Faraoni”.
La collezione permanente, che comprende numerosi capolavori prelevati da altri musei egiziani, si estende su di una superficie di 25.000 metri quadrati ed è divisa in due aree separate, nelle quali i reperti sono esposti secondo criteri differenti.
Nella prima zona i reperti sono esposti con un criterio cronologico, in base all’epoca: arcaica, faraonica, greco-romana, copta, medievale, islamica, moderna e contemporanea; la seconda, invece, è organizzata in modo tematico, con bacheche dedicate agli Albori della civiltà, al Nilo, agli Scritti ed al pensiero, allo Stato ed alla società, alla Cultura dei materiali, alle Credenze ed al pensiero; al piano inferiore è stata allestita la suggestiva Galleria delle mummie reali.
L’esposizione si trova in un grande e luminoso open space con display a muro che proiettano filmati esplicativi e bacheche di cristallo, nelle quali i vari oggetti sono ben visibili grazie a supporti in plexiglass; purtroppo mancano le didascalie esplicative di molti reperti.
Certamente questo museo non è paragonabile a quello di piazza Tahrir per ricchezza e magnificenza, tuttavia l’ho trovato molto interessante: le sue ridotte dimensioni consentono di visitarlo con calma e di farsi un’idea chiara dell’evoluzione della civiltà egizia nel corso dei millenni: è una specie di “bigino”, utilissimo per chi in seguito visiterà i siti archeologici.
La scelta dei manufatti, poi, è stata compiuta in modo oculato: non “fondi di magazzino”, ma pezzi significativi e pregevoli, che nell’immensità del vecchio museo egizio potevano sfuggire allo sguardo del turista medio e che qui invece trovano degna valorizzazione.
Mia figlia ed io abbiamo scattato innumerevoli fotografie, approfittando del fatto che non vi era una grande folla; nei prossimi post ve le mostrerò, e visto che alcuni reperti sono già stati esaminati nel nostro gruppo, vi darò i riferimenti per accedere ad informazioni più dettagliate.
Al piano inferiore del museo sorge la Royal Mummies Hall che espone le mummie reali meglio conservate (mancano, ad esempio, quelle di Amenhotep III e della KV55 completamente scheletrizzate, mentre quella di Ahmose I e di Ramses I sono rimaste al museo di Luxor); tutta l’area, con pareti e pavimenti neri, è illuminata con una morbida luce soffusa che crea un’atmosfera sacrale; quasi ogni sovrano ha uno spazio espositivo individuale, talvolta leggermente abbassato rispetto al piano del pavimento per simulare la tomba, nel quale è stato collocato anche il sarcofago.
Pannelli esplicativi forniscono le informazioni essenziali per contestualizzare ogni mummia e per garantire il rispetto e la dignità di coloro che prima ancora di essere grandi del passato sono stati esseri umani è assolutamente vietato scattare fotografie ed i sorveglianti fanno sì che venga mantenuto il silenzio.
A me queste mummie suscitano una grande deferenza, e trovo emozionante vedere con i miei occhi i tratti somatici di questi personaggi che hanno fatto la storia (nel fornito negozio del museo ho acquistato un bel libro su di loro ed un altro di Aidan Dodson sulle dinastie egizie); peraltro so che molti ritengono che si debba rispettare il sonno eterno dei Faraoni, evitando di mostrarne al pubblico i resti mortali come se fossero oggetti.
Non v’è dubbio, tuttavia, che grazie all’esposizione i sovrani del passato sono ancora oggi destinatari degli omaggi dei moltissimi visitatori, sopravvivono nella memoria collettiva continuamente rinnovata ed in fondo raggiungono l’eternità alla quale avevano anelato.