Prima di arrivare alla V dinastia, come avevo accennato, vorrei soffermarmi un attimo per parlare delle varie piramidi accessorie che costellano le piramidi maggiori e che, spesso, di esse non tutti ne conoscono il vero significato.
Innanzitutto precisiamo che per piramidi accessorie si intendono tutte quelle piramidi minori che fanno parte del complesso funerario del faraone, oltre la piramide principale. Le piramidi accessorie si dividono convenzionalmente in due categorie: le cosiddette piramidi satelliti o rituali che costituiscono un complemento a quella maggiore ed erano utilizzate per i rituali del culto del sovrano; poi vi erano le piramidi secondarie, genericamente chiamate “Piramidi delle Regine”, dove venivano sepolte le donne del faraone, madri, mogli e figlie, ma, in alcuni casi, potevano contenere anche le sepolture dei suoi famigliari più stretti. Non è sempre facile identificare la destinazione corretta delle piramidi accessorie in quanto, oltre che essere maggiormente degradate di quelle maggiori, sono carenti di indicazioni. Pertanto non esistendo una distinzione netta tra accessorie rituali e satelliti secondarie, l’aggettivo viene spesso usato indifferentemente. Le piramidi accessorie non assunsero un’importanza specifica e quindi non compaiono sempre in tutti i complessi funerari.
Si possono contare circa 37 piramidi secondarie in Egitto, 7 sono a Giza. Costruite secondo la medesima tipologia di quelle principali, date le dimensioni ridotte si compongono di un corridoio di accesso discendente che conduce ad un’unica camera funeraria contenente solitamente il sarcofago in granito. La maggior parte di esse non sono aperte al pubblico perché in rovina, un vero peccato poiché alcune di queste, come quelle di alcuni sovrani delle dinastie più tarde, portano rappresentata al loro interno la più antica opera letteraria religiosa mai scritta, i “Testi delle Piramidi”.
L’uso di farsi edificare una piramide secondaria derivò probabilmente dal fatto che i sovrani predinastici e protodinastici, nella loro veste di Osiride, usavano farsi costruire una sepoltura simbolica, (cenotafio), ad Abydos. Da ciò avrebbe preso origine, con la Tomba sud che si fece costruire il faraone Djoser, l’abitudine di unificare le due sepolture in un unico complesso funerario. In origine la seconda tomba aveva l’aspetto di una mastaba che in seguito si trasformò in piramide satellite o accessoria e che, con il proprio peribolo, ove presente, costituisce un vero e proprio complesso secondario, cenotafio del sovrano come personificazione del dio Osiride, mentre la piramide principale rappresentava la sepoltura come dio Horo. Ma già sul finire della VI dinastia, e per tutto il Medio Regno, la piramide satellite subì notevoli varianti e non sempre venne edificata. Fu solo verso la fine del Medio Regno che il culto di Osiride divenne il più celebrato per cui venne abolita la piramide satellite riunendo simbolicamente i due aspetti di Osiride e Horo nella piramide principale. Con la scomparsa della tomba a piramide, alla fine della XIII dinastia, quando i sovrani optarono per le tombe ipogee della Valle dei Re, dove il sepolcro è dominato dalla montagna come simbolica piramide naturale, anche le piramidi accessorie scomparvero.
Vediamo, per quanto possibile, quali e di chi sono le Piramidi Accessorie della IV dinastia.
La prima si dovrebbe trovare presso la piramide di Snefru (Uni), a Meidum. Oggi della piramide satellite rimangono solo alcune tracce, (ne resta solo la base di 26,65 m di lato). Di Snefru è pure la cosiddetta “piramide satellite meridionale”, accessoria del Complesso piramidale più conosciuto con il nome di Piramide Romboidale. Scoperta da Lepsius ed inventariata con la sigla LVII si trova ancora oggi in ottimo stato di conservazione anche se si può accedere all’interno solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Venne esplorata nel 1946 da Abdel Salam Hussein, non presentava alcuna traccia di sepoltura, al suo interno Hussein rinvenne solo alcuni cocci di vaso in terracotta. I resti del rivestimento in calcare poggiano su uno zoccolo di massi, su alcuni di questi è presente il nome di Snefru e il grafema hw indicante l’antico nome della piramide. Snefru si fermò qui perché la piramide rossa è priva di piramidi accessorie.
Vediamo ora le sette che sono presenti nella Piana di Giza. Cheope preferì abbondare, ne costruì ben quattro, di cui una “satellite” e tre “delle regine”. Tracce della prima, forse destinata al kha di Cheope, con un lato di base di soli 20 m, sono state rilevate solo di recente. Ben visibili sul lato orientale della Grande Piramide spiccano le tre piramidi “delle regine”. Queste venivano di norma edificate a sud di quella del faraone, quelle di Cheope furono edificate al suo lato orientale a causa dell’esistenza di una cava presso il lato meridionale.
La più settentrionale delle tre (denominata G1a) si ritiene la tomba della regina Hetepheres I. Hetepheres I fu una sposa minore di Snefru e madre di Cheope, assunse importanza quando suo figlio divenne faraone. Portò i titoli di “Madre del Re”, “Madre del Re delle Due Terre”, “Ancella di Horus” e “Figlia del corpo del dio”. Fu la nonna dei faraoni Djedefra e Chefren e della regina Hetepheres II, morì durante il regno del figlio Cheope. Questa piramide è aperta al pubblico ed io ho avuto il piacere di visitarla.
Quella centrale (G1b) viene attribuita alla “Sposa reale” di Cheope, la regina Meritites, era dotata di un piccolo tempio funerario abbellito da decorazioni. Al suo interno furono rinvenuti alcuni resti di una falsa porta oltre a frammenti con decorazioni di offerte.
La terza (G1c) è ritenuta la tomba della “sposa del re” Henutsen, probabile madre di Chefren. Rainer Stadelmann ha ipotizzato che ad erigere questa piramide satellite sia stato Chefren e non Cheope, il quale avrebbe voluto così onorare la propria madre Henutsen, una volta assurta al rango di “Madre del re”. Per quanto riguarda Chefren sul lato sud della sua piramide venne eretta una piramide satellite, con lato di base di 20,90 m, la cui sovrastruttura è, oggi, completamente scomparsa.
Passiamo ora al complesso di Micerino, a sud, fanno bella mostra di se tre piramidi delle regine, una di esse era probabilmente destinata alla regina Khamerernebty II, ha un lato di base di 44 m e altezza pari a 28,40 m, rivestita di granito. Le altre due sono esempi di piramidi a gradoni con base di 31,15 m e altezza di 25,40; non è dato di sapere se fossero così come si presentano oggi o se avessero un rivestimento in pietra pregiata. Seppur piccole, un po’ malandate, forse anche un po’ trascurate, le Piramidi delle Regine, fanno pur sempre parte della meravigliosa civiltà egizia per cui ho ritenuto che fossero degne di nota. Ne esistono altre piramidi accessorie ma mi fermo qui, le restanti le esamineremo in seguito.
Fonti e bibliografia:
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1993
Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”, Ananke, 2007
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996)
LA PIU’ PICCOLA DI GIZA – “DIVINO E’ MENKAURA” – 1
Riprendiamo il discorso dal precedente articolo, ignorando le presunte vestigia di Baka, che pure esistono, anche se sul fondo di una discarica. Prendiamo atto che, escluso il prof. Miroslav Verner e pochi altri che si pronunciano, nessuno sa con precisione a chi attribuirle.
Proseguiamo dunque attenendoci al solito Manetone il quale ci dice che a succedere a Bicheris, (Baka), fu suo fratello minore Menkheres, (Menkaura in egizio, Mykerinos in greco). Gli egittologi sono invece del parere che le evidenze archeologiche confermerebbero che Menkhaura sia stato l’immediato successore del padre Chefren.
Di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra. Su di un coltello di selce, rinvenuto nel suo tempio funerario, viene menzionata Khamerer-Nebty I con il titolo di Madre del Re, (di Micerino), Si pensa che Micerino non abbia avuto molti figli. Dalla sposa Khamerer-Nebty II nacque Khuenra il quale però non successe al padre pur essendone l’erede più anziano, l’onore spettò al principe Shepseskaf, un figlio minore del faraone.
Micerino regnò, secondo Manetone 63 anni, sicuramente un’esagerazione, dal Papiro di Torino, anche se molto lacunoso in quel punto, si è giunti a ipotizzare che furono invece 18, tesi generalmente accettata. Il graffito di un artigiano contemporaneo indica come durata il suo undicesimo censimento del bestiame che, essendo di norma biennale, ci indurrebbe a pensare ad un regno di circa 22 anni. Tenendo conto di alcune irregolarità nello svolgimento dei censimenti del bestiame, si può pensare che 18 anni siano una durata ragionevole. Veniamo ora alla piramide che Micerino pensò anche lui di farsi costruire ma che, inspiegabilmente, per dimensione scompare di fronte ai colossi di papà e nonno. Infatti nasce spontanea la domanda, perché invece di tentare di superare i suoi avi, la sua piramide è la più piccola delle tre di Giza, non solo ma è la più piccola di quelle di tutti i suoi predecessori?. Giusta l’osservazione di Verner secondo il quale le dimensioni e l’incompletezza della costruzione parrebbe anticipare il prossimo, inarrestabile declino della IV dinastia.
Anche per questa piramide ci sono diverse voci che ci giungono dal passato e che discordano tra loro su chi la fece costruire. Erodoto ci racconta che Cheope, per sostenere gli alti costi per la costruzione della sua piramide fece prostituire la figlia Rhodopis, questa obbedì al padre ma per ogni rapporto pretendeva che il suo “cliente” gli portasse in dono una pietra. Ne raccolse così tante da farsi costruire una sua piramide, appunto la terza di Giza. Manetone racconta la stessa leggenda ma per lui la figlia di Cheope era Nitokris che aveva capelli biondi e una carnagione rosea. Penso sia il caso di chiudere questa parentesi mitologica e passare a parlare della piramide che assegneremo a Menkaura.
La piramide, chiamata “Neter Menkaura” ossia «Divino (è) Micerino», è stata costruita nell’ultimo spazio libero dell’altopiano roccioso di Giza che, probabilmente, non avrebbe permesso una costruzione più grande. Strana ipotesi perché se veramente Micerino voleva eccedere in grandezza rispetto ai suoi avi avrebbe scelto un’altra collocazione come d’altronde fecero i suoi predecessori. Questo, a mio parere rimane un mistero.
La piramide era alta in origine 65,5 m, (oggi 62 m), con una base quadrata di 103,4 m ed un’inclinazione di 51°20’25”. Secondo alcuni pare evidente una certa fretta da parte del costruttore che potrebbe averla edificata in più riprese, cosa che si deduce anche dall’uso di materiali vari, mattoni crudi da riempimento e varie tecniche.
Il suo volume corrisponde a circa un decimo di quella di Cheope, pur se costruita con blocchi molto più grandi ma sistemati senza l’armonia delle altre due piramidi. Si pensa che la copertura definitiva avrebbe dovuto essere in granito rosso di Assuan ma non fu mai terminata, forse a causa della prematura morte di Micerino che avrebbe comportato la necessità di completarla frettolosamente terminando il rivestimento in granito al 16° corso e completando la parte superiore con il bianco calcare di Tura si che la piramide si presentava con due colori.
La ricchezza della piramide è comunque data dalla massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare. Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro mai terminato.
Sempre sulla facciata nord della piramide si trova una profonda spaccatura che viene attribuita al figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz ʿUthmān b. Yūsuf, governatore dell’Egitto. che avrebbe ordinato la demolizione delle piramidi di Giza nel 1196 per reimpiegare i blocchi in altre opere, principalmente moschee al Cairo. L’opera di demolizione cominciò con la piramide di Micerino, ma fu impossibile portare a termine il compito. Dopo otto mesi di lavoro riuscirono solo a creare la cavità attualmente visibile.
Per quanto riguarda il granito questo fu asportato già dal 500 d.C. e nel 1827 il pascià Muhammad Alì lo usò per la costruzione dell’arsenale di Alessandria. Forse le ridotte dimensioni della piramide sono da imputare, oltre a quanto detto sopra, al fatto che cominciava ad affermarsi una certa inclinazione a limitare l’impegno verso la costruzione della piramide vera e propria dedicando una maggiore cura all’intero complesso funerario, cosa che sarà confermata in seguito da parte dei successivi faraoni.
Purtroppo però per Micerino, il suo tempio, iniziato in pietra dallo stesso sovrano, verrà poi ultimato dal figlio Shepseskaf, a causa della sua prematura scomparsa e quindi per urgenti esigenze di culto. La struttura quasi interamente in mattoni crudi non ha resistito al trascorrere del tempo. Fu oggetto di restauri durante la VI dinastia e, stando ad alcune testimonianze pervenute sino a noi, pare che fosse ancora intatto nel XVIII secolo, pare ho detto, perché quando George Reisner lo visitò nel 1906 trovò solo il perimetro con le fondamenta ed il lato est con blocchi di circa 200 tonnellate di peso.
Nel tempio funerario furono rinvenuti da Reisner nel 1907 i frammenti di due statue in alabastro di Micerino che erano sepolte vicino al muro esterno di uno dei magazzini in una galleria scavata in un canale per il deflusso delle acque e seppelliti da sabbia. Nella seconda parte ci spingeremo nelle viscere di questa piramide per conoscere cosa ci riserva.
Bene, ora proviamo ad entrare nella piramide, si può essere portati a credere che l’ingresso avvenga attraverso la grossa voragine, visibile sulla parete nord, opera del figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz. Invece l’ingresso si trova più in basso, a circa 4 metri di altezza e vi si accede per mezzo di una scala predisposta allo scopo.
Subito ci si trova in un corridoio discendente in granito rosa per la parte che attraversa il corpo della piramide, poi prosegue scavato nella roccia sottostante; in totale è lungo 32 metri con un’inclinazione di 26°2′ sbucando in una specie di “vestibolo” di 3,65 x 3,04 x 2,13 metri di altezza. Un particolare rilevato dagli archeologi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.
Segue uno sbarramento con tre saracinesche di granito a caduta. Prosegue quindi un grande corridoio di 4 x 4 metri che scende, in lieve pendenza, per 13 metri sbucando in una “anticamera” di 10,48 x 3,84 x 4 metri di altezza.
In questa “anticamera”, Howard Vyse nel 1837, trovò pezzi di un sarcofago di legno, contenente i resti di uno scheletro, avvolto in una stoffa di bassa qualità, che riportava la scritta in geroglifici: << Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto >>. Questo permise di assegnare la piramide al sovrano nominato. Il sarcofago ligneo fu spedito subito via mare al British Museum dove si trova attualmente in esposizione permanente.
Oggi si ritiene comunemente che il feretro in legno fosse una sostituzione fabbricata durante il periodo detto saitico, ascrivibile alla XXVI dinastia, (672-525 a.C.), ben oltre due millenni dopo la morte di Micerino. Sottoposte a numerose analisi e datazioni al radiocarbonio C14, le ossa contenute nel sarcofago hanno permesso di stabilire che appartengono a un’epoca ancora più tarda, cioè ai primi secoli dopo Cristo, coincidenti con il periodo copto. Le ragioni della loro presenza in quel luogo fanno parte dei numerosi misteri delle piramidi.
Dall’anticamera un corridoio discendente per 9 metri, e dopo un po’ diviene orizzontale; proseguendo sbuca nella camera funeraria le cui dimensioni sono di 6,50 x 2,30 x 3,50 metri di altezza.
Qui sempre Howard Vyse con l’ingegnere John Shae Perring trovarono un grande sarcofago in basalto, del peso di circa 3 tonnellate, lungo 2,44 metri, largo 0,91 metri e profondo 0,89 metri completamente privo di iscrizioni in geroglifico ma con una decorazione “a facciata di palazzo”. A differenza delle altre piramidi dove non era possibile estrarre il sarcofago dalla camera funeraria in quanto questo era di dimensioni maggiori dei cunicoli, quello di Micerino invece passava attraverso i cunicoli più ampi della sua piramide.
In molti lo cercarono ma fu solo nel 1837 che il colonnello Richard William Howard Vyse riuscì nell’intento. Portato alla luce, il sarcofago venne imballato ed imbarcato sulla goletta mercantile “Beatrice” con destinazione il British Museum di Londra. Del sarcofago non penso esistano fotografie, io non ne ho trovate, esistono solo dei disegni eseguiti dallo stesso Wyse.
Ormai nessuno potrà più ammirarlo e fotografarlo, il sarcofago di Micerino si trova in fondo al mare. La nave, dopo una sosta a Malta, ripartì il 13 ottobre 1838, non giunse mai a destinazione, nei pressi di Alicante la nave fece naufragio e s’inabissò portando con se, per sempre, il suo carico misterioso, quanto prezioso sia dal punto di vista materiale che archeologico. Come si sa, nelle menti superstiziose della gente di mare, il naufragio suscitò già all’epoca la nascita di storie e leggende, prima fra tutte quella della maledizione dei faraoni. Nel giugno 2008 un team egiziano preparò nel dettaglio una spedizione per il recupero del sarcofago di Micerino. La goletta Beatrice trasportava, oltre al sarcofago numerosi altri reperti provenienti dalla piramide di Micerino, ma, secondo le prime dichiarazioni, nessun tesoro di grande valore. Di parere contrario l’archeologo Ivan Neguerela secondo il quale i veri tesori potrebbero celarsi proprio nelle oltre duecento casse che a quanto pare accompagnavano il sarcofago. Fortunatamente non tutti i reperti destinati al British Museum di Londra erano alloggiati sulla Beatrice, altri manufatti, tra i quali il coperchio del sarcofago, furono inviati su un’altra nave che arrivò sana e salva a destinazione. Zahi Hawass, nel giugno 2008, in occasione di un’intervista televisiva, dichiarò che era già stato contattato il team di National Geographic per organizzare il recupero. Purtroppo però i problemi sarebbero molti, in primis l’alto costo che comporterebbe il recupero. Inoltre nascerebbero probabilmente dispute internazionali tenuto conto che si tratterebbe del recupero di un tesoro egizio su una nave inglese in acque spagnole. A tutt’oggi non si sa più nulla del progetto. Tornando alla piramide, ci troviamo nel corridoio che porta alla camera funeraria, nel punto in cui diventa orizzontale si apre un breve corridoio che conduce ad una camera con sei nicchie il cui scopo rimane oscuro. Dalla “anticamera” parte un corridoio ascendente che prosegue per 20 metri e si ferma nel corpo della piramide poco sopra il livello del suolo. Come già accennato nella prima parte, forse Micerino non visse sufficientemente a lungo per vedere completata la sua piramide lasciando il compito di completarla, apparentemente in fretta, al suo successore, il figlio Shepseskaf, la deduzione è stata tratta dall’esame del materiale usato in alcune parti del complesso che consiste di mattoni crudi, una novità per le piramidi del periodo. Gli archeologi che hanno studiato l’intero complesso di Micerino avanzano l’ipotesi che il progetto fosse già nato addirittura sotto Chefren. Il monumento funebre di Micerino, il più piccolo dei tre di Giza, è comunque il solo ad aver conservato ancora abbastanza intatte le tre piramidi satelliti destinate normalmente ad accogliere le spoglie delle consorti più importanti del sovrano. Una di esse, probabilmente quella più orientale, fu destinata ad accogliere le spoglie della regina Khamerer-Nebty II, amatissima sposa di Micerino. Ma delle piramidi satelliti che contornano le varie piramidi maggiori parlerò in un apposito articolo.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”, Istituto geografico De Agostini, (1980)
Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton)
Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997)
Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi” – Necropoli di Giza – Vol.II, Ananke, 2008)
Maurizio Damiano-Appia, “Egitto e Nubia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985
Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2003
DA “LE STORIE” DI ERODOTO – LIBRO II (Euterpe) – MICERINO………….IL GIORNO PIU’ LUNGO
Ho iniziato con l’intento di presentare dettagliatamente tutte le piramidi egizie ed è quello che farò. Durante le mie ricerche capita di incontrare aneddoti o storie che fanno esplicito riferimento alla piramide di un determinato faraone. Sono storie o leggende dell’Antico Egitto, o che riguardano questa meravigliosa civiltà, nonostante tutte le sue verità o contraddizioni, che non finirà mai di appassionarci e, perché no, di sorprenderci. Quella che vi propongo è una storia che ci ha tramandato lo storico Erodoto, con tutta la sua carica di verità e bugie. Spero di farvi cosa gradita accodandola agli articoli della piramide di Micerino in quanto riguarda lo stesso faraone. Erodoto, storico greco, nacque ad Alicarnasso nel 484 a.C. fu un grande viaggiatore e visitò gran parte del Mediterraneo orientale, in particolar modo l’Egitto dove rimase affascinato da quella civiltà, si fermò in Egitto 4 mesi, (secondo alcuni 4 anni).
Dei suoi viaggi ci ha lasciato un’opera storiografica eccezionale, le “Storie”, già più volte citata. Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta la sua opera, illustrandone lo scopo generale e il tema:
<< Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria, e inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro >>.
Ammonendo inoltre:
<< Ma di tutte le cose bisogna guardare come andranno a finire: ché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha poi abbattuti fin dalle fondamenta >>.
Erodoto, quindi, dichiara espressamente l’uso di un metodo che rende i suoi racconti veridici, anche se accosta in maniera asistematica dati autentici a fatti palesemente favolistici al fine di pilotare l’attenzione degli spettatori, potremo chiamarlo un “narratore di storie” più che uno storico in senso moderno. Le “Storie” furono probabilmente suddivise in età alessandrina in 9 libri, a ciascuno dei quali è stato attribuito il nome di una musa. Erodoto racconta oltre tremila anni di storia egizia nel suo secondo libro al quale è stato attribuito il nome della musa Euterpe, che in greco significa “colei che rallegra”, musa della musica e della poesia lirica. In esso precisa che ciò che scrive è quanto i sacerdoti egiziani gli raccontarono e lo dichiara apertamente:
<< Delle notizie narrate dagli Egiziani faccia uso chi ritiene credibili racconti simili, quanto a me nei confronti di ogni racconto vale come norma fondamentale che io scrivo come ho sentito dire ciò che da ciascuno viene narrato >>.
Sfogliamo il volume per arrivare al racconto del faraone Micerino.
Da molti viene descritto come un buon sovrano, di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra di pari grandezza ed in atteggiamento affettuoso. Anche Erodoto, duro con i suoi predecessori, con Micerino è più accomodante, dice di lui che è stato un Sovrano giusto e illuminato, la cui principale cura era il benessere dei suoi sudditi, al contrario del padre che aveva fatto chiudere tutti i Templi e costretto la popolazione a lavorare solamente per lui. Aggiunge però che gli dei, contrari alla sua mitezza, gli riversarono addosso ogni sorta di sciagure. Una di queste fu la morte in giovane età dell’unica ed amatissima figlia. Non ci è dato a sapere le ragioni della morte della ragazza, non doveva conoscerle neppure Erodoto il quale, come detto sopra, ci costruisce intorno una leggenda. Racconta che il sovrano si era invaghito della figlia a tal punto che ne abusò. Non che la cosa stupisca più di tanto, in quel periodo erano all’ordine del giorno matrimoni tra famigliari il più delle volte per supportare una successione non ben chiara. Pare però che la figlia non gradì affatto la cosa per cui si impiccò. Furiosa, la regina madre fece tagliare le mani alle ancelle che l’avevano consegnata al padre. Pentito e distrutto dal dolore, Micerino fece costruire un sarcofago a forma di toro che ricoprì con un mantello color porpora e lo fece esporre in una sala della reggia di Sais. Questo piacque molto meno agli dei che non glielo perdonarono. Fecero giungere da Buto un oracolo che predisse al sovrano che la sua vita sarebbe durata solo più sei anni. Ma a tutto c’è rimedio ed in questo Erodoto non pecca certo di di fantasia. Riporto dal suo testo:
<< ……..poiché ormai contro di lui era stata pronunciata questa sentenza, Menkaura si fece fabbricare molte lucerne, ogni volta che veniva la notte, dopo averle accese, beveva e godeva, non smettendo né di giorno né di notte. Prese a vagare per le paludi e per i boschi e si recava là dove sentiva dire che c’erano luoghi più piacevoli e più belli. Aveva escogitato tutto ciò volendo dimostrare che l’oracolo era falso, per avere dodici anni invece che sei, essendo trasformate le notti in giorni……….. >>.
Che la penna di Erodoto abbia volato sulle ali della fantasia è innegabile ma un piccolo dubbio sul destino di Micerino, il sui nome significa “Stabile è la potenza vitale di Ra”, permane. Forse sarà solo il caso, forse la fantasia, che corre alle “maledizioni dei faraoni”, ma il sovrano non ebbe molta fortuna neppure dopo la sua morte. Trovato il suo sarcofago in basalto nero, questo venne asportato dalla piramide ed inviato al British Museum di Londra. Volle il destino che la nave sulla quale viaggiava fece naufragio ed il sarcofago finì in fondo al mare. Il Faraone “punito dagli Dei” aveva trovato una nuova tomba!
Torniamo ora alle piramidi, sicuramente dopo Chefren vi aspettate di trovare la piramide di Menkaura (Micerino), invece no. Forse non tutti sanno che esiste una piramide dimenticata che forse in linea dinastica è precedente a quella di Micerino.
La linea di successione di Cheope, IV dinastia, è molto complessa e, data l’esiguità dei dati conosciuti, nonostante Manetone ed il Canone Reale di Torino, non è possibile una chiara ricostruzione delle vicende in questione. Tra i successori di Chefren parrebbe emergere il maggiore dei suoi figli, Baka, (o Bafra o Bicheris), il cui nome compare su una statua rinvenuta ad Abu Rawash e sulle rocce dello Uadi Hammamat. Il Canone Reale, nella parte riguardante la IV dinastia, è molto danneggiato e lascia il posto per uno, (o due), sovrani. Manetone cita un Bicheris al quale attribuisce un regno che appare decisamente eccessivo. Comunque non si conosce nulla di più sull’eventuale suo regno.
Per quanto riguarda il suo complesso funerario sono state avanzate ipotesi che Baka, (Bicheris), abbia scelto per la sua tomba la località di Zawijet el-Aryan quasi 4,5 km a sud-est di Giza. Ad ovest della città, nell’area desertica, si trova la necropoli nota con lo stesso nome, all’interno della quale sono presenti i resti di due piramidi, una di esse, a gradini, è conosciuta come “piramide a strati” attribuita dagli egittologi al faraone Khaba della III dinastia (che abbiamo già trattato).
L’altra, incompiuta o distrutta, sono rimaste solo le fondamenta, è ufficialmente chiamata “Piramide del Nord” o incompiuta e viene datata tradizionalmente verso la metà della IV dinastia, (2613-2494 a.C.). Non è possibile attribuire la proprietà ad uno specifico sovrano anche se, molti egittologi, fra cui Miroslav Verner, sono propensi a pensare che si tratterebbe proprio del faraone Baka, (il Bicheris di Manetone), Wolfgang Helck ed altri non sono d’accordo e ritengono improbabile questa attribuzione. Sta di fatto che le opinioni in merito all’attribuzione ad uno specifico faraone di questa piramide sono molto discordi. Secondo alcuni la sua costruzione sarebbe databile alla III dinastia ed il possessore sarebbe il faraone Nebka. Secondo Lauer sarebbe da collocare in un periodo che sta tra Snefru e Menkaura, in questo trova concordi Maragioglio e Rinaldi che però l’attribuiscono a Baufre o Djedefhor, altri figli di Cheope. Stadelmann concorda sull’epoca della costruzione attribuendola al figlio di Chefren Baka.
Il primo ad esplorare il sito fu il tedesco Karl Richard Lepsius durante le sue campagne dal 1842 al 1846, Lepsius esplorò il pozzo principale e i suoi dintorni annotandola nella sua lista pionieristica come “Pyramid XIII”.
Fu poi l’italiano Alessandro Barsanti nel 1900-1904 ad esplorarla in modo più approfondito. Quando l’allora Direttore Generale dello S.C.A. Gaston Maspero visionò gli scavi di Barsanti rimase stupefatto dalle dimensioni monumentali della costruzione e dei blocchi che la compongono.
Il suo rapporto originale, in francese, contiene descrizioni dei corridoi sotterranei e di un’enorme fossa, (la camera funeraria?), orientata est-ovest ubicata al centro della costruzione incompiuta sul cui fondo giacciono enormi blocchi di granito e calcare a formare le fondamenta.
Maspero aggiunge:
“…….spero che i migliori informati tra i turisti verranno ad ammirare questo monumento, il piacere che vivranno durante questo viaggio vale le due o tre ore necessarie……. l’immensità del compito intrapreso dagli egiziani……è notevole e fuori dall’ordinario, ma il sentimento generale è uno di quelli che non si dimenticano mai. La dimensione e la ricchezza dei materiali, la perfezione dei tagli e dei giunti, l’impareggiabile finitura del sarcofago ovale in granito, l’audacia della struttura e l’altezza pura delle pareti, tutto si unisce per comporre questo insieme unico finora”.
Nel suo diario Barsanti racconta che nel marzo 1903 si verificò un avvenimento particolare che costituì un ulteriore enigma per gli archeologi. Scoppiò un intenso temporale che riempì la fossa con oltre 3 metri d’acqua, dopo poco, improvvisamente la fossa si svuotò fino ad un metro. Subito si ipotizzò l’esistenza di una camera nascosta sotto la fossa ma l’ipotesi non fu mai verificata. Barsanti intraprese ulteriori lavori sul sito nel 1911-1912 ma l’avvento della prima guerra mondiale portò tutti gli scavi a una battuta d’arresto, e Barsanti morì nel 1917. In seguito nessun altro ha fatto ricerche su questo monumento.
La struttura e la forma che avrebbe caratterizzato la piramide non è definibile in quanto è presente solo la base che misura 200 × 200 m., stessa cosa per le dimensioni e la pendenza pianificate che non possono essere valutate. La parte ipogea consiste in un corridoio a forma di T con asse sud-nord mentre la camera è orientata est-ovest. Una ripida scalinata porta ad un breve corridoio orizzontale dal quale si accede alla camera. A metà percorso la scala è interrotta da una superficie orizzontale il cui scopo è sconosciuto. Le pareti sono lisce e non sono mai state ricoperte di pietre e la camera non è mai stata completata, solo il pavimento era finito e costituito da massicci blocchi di granito rosa, ciascuno lungo 4,5 m, alto 2,5 m e largo 1,5 m del peso di circa 100 tonnellate.
In più c’è un blocco di granito di proporzioni gigantesche che gli studiosi non riescono a spiegarsi come sia stato possibile trasportarlo all’interno della struttura. Nella parete occidentale della fossa è stato rinvenuto un curioso sarcofago di forma ovale in granito rosa probabilmente ricavato da uno dei blocchi di fondazione.
Il sarcofago fu rinvenuto con il coperchio sigillato, Barsanti, che lo aprì non trovò nessuna mummia all’interno ma solo piccole tracce di una sostanza sconosciuta che sfortunatamente non fu mai esaminata e purtroppo se ne sono perse le tracce. Sicuramente, date le sue dimensioni, (3,15 x 2,22 x 1,5 m di profondità), deve essere stato introdotto nella camera durante la costruzione delle fondazioni poiché è più grande del passaggio che conduce alla camera.
Nel 1954, fu concesso di utilizzare il sito come set per le riprese del film epico “Land of Pharaohs”. Il paesaggio di Zawyet El Aryan sembrava essere il luogo perfetto e la piramide incompiuta di Baka venne scelta come sfondo per il film. Di conseguenza, la fossa e l’ambiente circostante furono liberati dalla sabbia e dalle macerie che avevano ricoperto l’area degli scavi di Barsanti.
Dopo quella parentesi più nessuno si è interessato a quell’area ed ormai non è più possibile effettuare ulteriori approfondimenti poiché dal 1964 la piramide di Baka si trova all’interno di un’area militare ristretta ad accesso vietato di conseguenza non sono consentiti scavi. Oggi la necropoli che circonda la piramide è interamente occupata da installazioni militari e la fossa è usata come discarica locale, completamente sommersa dall’immondizia e probabilmente è stata rovinata per sempre. Le autorità egiziane, ma soprattutto i dirigenti del Ministero delle Antichità non hanno preso posizione. Su disposizione delle autorità militari questi siti archeologici sono stati chiusi, nello specifico per la piramide di Baka è stato concesso il permesso di trasformarla in discarica (sic!).
Fonti e bibliografia:
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Cimmino, Franco, “Storia delle piramidi”, Santarcangelo di Romagna, (RN), Rusconi, 1998
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, I edizione: 1975, Londra, Thames & Hudson Ltd., 2003
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997
Alexandre Barsanti, Gaston Maspero: Fouilles de Zaouiét el-Aryân (1904-1905), Annales du service des antiquités de l’Égypte (ASAE) 7 (1906)
Prima di passare alla piramide di Micerino vi propongo un episodio del quale si è ancora incerti se trattasi di una sorta di miscellanea tra storia e mito contenuta in uno dei tanti racconti del nostro amico Manetone, ripresa in seguito dai suoi traduttori. E’ un racconto che si basa su alcuni elementi storici, poi arricchiti dalla fantasia dell’autore, riferiti proprio alla piramide di Micerino. Con la VI dinastia egizia, (2350-2190 a.C.), si accelerò il processo di disgregazione dell’amministrazione centrale. Alla sua estinzione il paese cadde in uno stato di caos e crisi che segnò la fine dell’Antico Regno. Il regno del penultimo faraone Pepi II, che durò moltissimi anni, (62 secondo il Papiro Regio di Torino e Manetone, che lo definiscono “il monarca con il regno più lungo della storia”), fu causa di una stagnazione del potere centrale a favore di una crescita dello strapotere dei nomarchi, (governatori locali). L’autorità centrale si indebolì ulteriormente col suo successore Merenra II il cui regno durò solo un anno. Secondo Erodoto Merenra venne spodestato ed ucciso da una congiura di palazzo organizzata da un gruppo di nobili. Pare che a succedergli al trono sia stata la “sorellastra” Nitokerty, (Nitocris per i greci).
Secondo Eratostene il nome Nitoktis significava “Atena è vittoriosa” e non era lontano dalla realtà. In lingua egizia Nitokris significava “Neit-iqeret”, traducibile con “Neith eccellente”, (Neith è il modello egizio dell’Atena greca). Ancora una volta la dea Neith è la protettrice di una donna importante.
Un testo di Eusebio di Cesarea, tratto dagli Aegyptiaka di Manetone, racconta: << Una donna, Nitokris, regnò; aveva più coraggio degli uomini della sua epoca ed era la più bella di tutte le donne, bionda, con le gote rosa. Si dice che abbia fatto costruire la terza piramide >>. Una tradizione vuole che vi sia stata sepolta ed il suo corpo abbia riposato in un sarcofago di basalto blu. Questa “terza piramide” viene identificata con quella di Micerino alla quale Nitokris prestò grande attenzione sino al punto da farla restaurare, in quale piramide è stata sepolta però rimane un mistero. Una bellezza similmente decantata ci porta agli altisonanti titoli delle regine dell’Antico Regno. <<………..Grande nell’amore, dal bel viso incantevole, dal fascino sovrano, che soddisfa la divinità con la sua bellezza, dalla voce bellissima, colei il cui profumo riempie il palazzo, la Signora delle Due Terre ……….>>. Una bellezza che supera quella della Regina d’Egitto, una bellezza che compete ad una Regina-faraone. Salita al trono Nitocris provvede a vendicare il fratellastro, racconta Erodoto nelle sue “Storie”: << Successe al trono del fratello, re Merenra II, che fu assassinato. Per vendicarlo, insieme ai colpevoli, fu pronta a uccidere numerose persone innocenti. Fece costruire delle spaziose e ricche stanze sottoterra, e con la scusa di inaugurarle, annunciò un enorme banchetto. Tra gli invitati c’erano tutti coloro che erano anche solo sospettati di aver partecipato all’omicidio del fratello. Al momento giusto, mentre tutti stavano festeggiando, fece deviare il corso del Nilo e allagare completamente i piani sotterranei annegando tutti i partecipanti…….>>. Subito dopo Nitocris si suicidò chiudendosi in una camera piena di cenere dove soffocò. Si tratta di un dramma orientale privo di alcun fondamento storico. Nitocris non compare in alcuna iscrizione originale dell’Egitto antico, non esistono suoi monumenti, secondo alcuni il nome che compare, praticamente illeggibile, nella lista reale di Abido sarebbe il suo. Anche nel Papiro Reale di Torino compare un nome similare, (Nt-iqurti), nella posizione della VI dinastia ma analisi microscopiche del Papiro suggeriscono che il brandello col nome sia stato collocato nella posizione sbagliata, in realtà apparterrebbe al faraone della VIII dinastia Netjerkara, chiamato anche Nitokerty Siptah.
Nitocris sarebbe quindi il primo sovrano egizio di sesso femminile tramandato dalle fonti antiche, greche ed ellenistiche; non si sa come potrebbe essere giunta al trono, se per matrimonio o assumendo direttamente le prerogative reali in quanto successore del fratello. Purtroppo non esistono testimonianze archeologiche che confermino la sua esistenza e quella del suo regno. Con lei finisce la VI dinastia, finisce anche l’Antico Regno, l’Età dell’Oro. Sarebbe però ingiusto attribuire a Nitocris la responsabilità della frattura che si produsse. In realtà la VI dinastia si era indebolita a poco a poco e, durante il lungo regno di Pepi II un’evoluzione negativa, difficile da cogliere data la scarsa documentazione, ha portato l’Egitto alla crisi. <<< In questi ultimi anni l’altopiano di Giza, ha molto sofferto, aggredito dalla città moderna e dall’inquinamento, deturpato da costruzioni aberranti, il sito sembra avere ormai perduto l’atmosfera magica e la serenità di un tempo. Eppure chi avesse la fortuna di passeggiare, vicino alla piramide di Micerino al tramonto, in una giornata tranquilla, potrebbe scorgere tra l’oro degli ultimi raggi di sole, una bellissima fanciulla nuda, il fantasma di Nitocris, anima incaricata di sorvegliare il monumento. Secondo la tradizione se si cede alle sue lusinghe, si impazzisce ma se la chiami per nome, se le si parla dell’età dell’oro, si può rimanere solo ammagliati da questa donna faraone. Dai capelli biondi e dalle guance rosa?……..>>>.
La storia di Nitocris però non finisce così, al suo riguardo i greci tessero numerose altre vicende nella quali la regina-faraone venne confusa con con una cortigiana di nome Rhodopis, “la signora dalla carnagione rosea”, che diventa l’oggetto delle storie di diversi narratori orientali. Un giorno vi racconterò anche la storia di Rhodopis.
Fonti e bibliografia:
Christian Jacq, “Le Donne dei Faraoni – Il mondo femminile dell’Antico Egitto”, Mondadori, 1997
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Milano, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Torino, Einaudi, 1997
Il complesso piramidale meridionale di Snefru, più conosciuto con il generico nome di piramide romboidale, è l’insieme degli edifici funerari del sovrano, costruito a Dahshur, (in arabo: دهشور , Dahshūr) e di estrema importanza nell’evoluzione architettonica egizia in quanto segna la transizione dei complessi funerari da quelli antichi con piramidi a gradoni ai successivi, caratterizzati da piramidi a struttura canonica.
I numerosi cartigli ritrovati ovunque attribuiscono con certezza l’edificazione a Snefru che dopo varie vicissitudini decise di costruirne un altro a nord nel medesimo sito ma il complesso meridionale, pur non avendo mai ospitato le spoglie mortali del sovrano resta il meglio conservato e quello nel quale è possibile identificare tutte le strutture.
Visione satellitare dell’area di Abu RawashDisegno delle camere sotterranee della piramide, oggi a cielo apertoLa piramide di Djedefra (quella bianca) confrontata con quelle superstitiEsterno del sito: il primo strato della piramide sopravvissuto alla demolizioneCorridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Corridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Camera sepolcrale
La piramide di Djedefra, nota nell’antichità come “Cielo stellato di Djedefra” è situata ad Abu Rawash (circa 8 km a nord-est di Giza) ed è oggi in rovina; un gruppo di archeologi internazionali ha scavato nel sito per dodici anni e ne ha ricostruito la storia.
Essa fu edificata dal figlio e successore di Cheope tra il 2580 ed il 2570 a.C. su di un’altura di circa 90 m.; era rivestita di calcare e di granito rosso di Assuan come quella del padre ed aveva un grande pyramidion, forse costituito da una lega d’oro, argento e rame che brillava al sole.
Secondo gli ultimi calcoli superava di 7,62 metri la piramide di Cheope, alta 146 metri; ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi.
Il tempio funerario era collegato al tempio a valle da una rampa processionale molto lunga, stimata in circa 1700 m.
Per costruirla ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 operai: ogni singolo blocco di pietra pesava 25 tonnellate e per sollevarlo servivano 370 persone.
La sua demolizione iniziò forse nel Nuovo Regno ma si intensificò durante l’epoca romana ed i primi anni del cristianesimo quando fu sfruttata come cava per la realizzazione di nuove opere e di un monastero copto nel vicino Wadi Karin.
Attualmente rimangono la base della piramide ed il rivestimento dei corsi inferiori in granito rosso, sienite e quarzite rossa; nelle vicinanze sono stati ritrovati anche moltissimi contenitori per le offerte al faraone. Diversamente dalle altre piramidi, aveva le camere sepolcrali sotterranee anziché al suo interno; esse furono realizzate, così come il passaggio d’accesso, all’interno di una fossa di m. 21 x 9 x 20 scavata in un tumulo naturale (forse simbolo della collina primieva della mitologia della creazione egizia) che venne poi riempita e coperta con l’erezione della piramide; l’area ove sorgeva il monumento era altresì recintata con un muro rettangolare orientato nord-sud, simile a quelli edificati in precedenza per Djosere Sekhemkhet. Nelle immagini trovate una visione satellitare dell’area nella quale si nota il perimetro della piramide e del recinto esterno, un disegno della struttura sotterranea della piramide ed uno che dà l’idea delle sue dimensioni confrontate con quelle delle piramidi superstiti, fotografie dell’esterno dei ruderi, del corridoio che dà accesso al pozzo di sepoltura (due) e della camera sepolcrale, che oggi sono a cielo aperto, essendo scomparsa la sovrastruttura.