Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

LA PIRAMIDE DI CHEFREN

Di Piero Cargnino

Lasciamo ora Abu Rawash e scendiamo in direzione sud ovest, dopo circa 8 chilometri ci ritroviamo nella piana di Giza. Spieghiamo ora perché invece di proseguire con le altre piramidi di Giza siamo andati a visitare quella di Djedefra. Come accennato nel precedente articolo alla morte di Cheope avrebbe dovuto succedergli il figlio primogenito predestinato Kawab ma questi premorì al padre per cui la lotta per la successione si svolse tra Chefren e Djedefra il quale prevalse e riuscì a salire al trono regnando, secondo alcuni per pochi anni ma, come abbiamo già visto, alcuni ritrovamenti ci inducono a pensare che il suo regno sia durato molto di più.

Alla sua morte, Chefren, con l’appoggio degli altri fratelli, tra cui Hardedef,  e della madre, ricondusse il trono nella linea di discendenza principale escludendo da questa i figli del predecessore.

Col nome originale di Khafra e Hor Userib, Chefren regnò, secondo Manetone, (che nei suoi scritti lo chiama Shuphis II), per 66 anni. Erodoto e Diodoro Siculo gliene assegnano 56. Manetone non aggiunge altro ma Erodoto e Diodoro Siculo, che grecizzarono il suo nome Khafra in Chefren, asseriscono che fu un tiranno almeno quanto il padre Cheope, despota e megalomane che avrebbe fatto patire al popolo le stesse, sofferenze che fece patire Cheope in precedenza. Come si sa gli storici greci che scrissero la storia dell’Egitto descrivendo fatti accaduti duemila anni prima non danno molta affidabilità, utili le notizie che ci riportano ma come ogni storico che si rispetti dove queste vengono a mancare si ricorre alla fantasia. Sovrani che costruiscono monumenti così imponenti sicuramente stupirono i greci e gli stessi sacerdoti del Nuovo Regno per cui si crearono un’immagine forse un po distorta dei sovrani. Se a ciò aggiungiamo che durante il regno di Chefren era vietato esporre negli spazi aperti sculture diverse da quelle del sovrano, le quali erano quasi sempre scolpite in materiali pregiati, si può capire che i posteri non potevano che pensare ad un ipotetico carattere megalomane  dei sovrani.

Sulla scia del padre Chefren scelse la piana di Giza per la sua piramide; non cercò di superare quella del padre in altezza ma scelse però un posto più in alto così che, come detto in precedenza, al turista appare più alta di quella di Cheope, proprio per il fatto che è stata costruita su uno zoccolo di roccia più alto circa 10 metri, apparirebbe ancora più alta se avesse ancora parte della cima e il pyramidion.

La piramide di Chefren in origine doveva essere alta 143,5 m, (oggi 136,4), con i lati lunghi 215,25 m ed una pendenza 53°10′, il suo volume è pari a 2.230.000 metri cubi circa. Lo zoccolo di roccia alto 10 metri ha rafforzato la stabilità dalla costruzione al punto che i primi corsi di pietra sono scavati direttamente nel fondo roccioso. La parte inferiore, fin oltre metà altezza si presenta composta da grandi blocchi grezzi, disposti in modo irregolare senza la precisione che abbiamo riscontrato in quella di Cheope. Il nucleo infatti si presenta molto meno curato, gli strati non sempre sono perfettamente orizzontali ed i massi non combaciano presentando delle fughe molto larghe spesso neppure corrette con della malta. La causa va forse ricercata nei vari movimenti sismici che si sono succeduti nei millenni causando lo spostamento dei blocchi. La piramide si doveva presentare con alcuni strati inferiori in granito rosa mentre la restante parte era in calcare.

Sulla sommità, per un breve tratto ha mantenuto la copertura originale in calcare bianco di Tura che originariamente ricopriva l’intera struttura, è mancante di parte della cima e priva del pyramidion.

Alla base è ancora presente parte del rivestimento di “pietra etiopica variegata”, (così come la definisce Erodoto), ovvero granito rosso e grigio di Assuan. A conferma di ciò grosse schegge di granito, che componevano lo zoccolo, sono state ritrovate alla base della piramide.

A differenza di quella di Cheope, l’interno della piramide di Chefren era conosciuto fin dall’antichità, fu visitata numerose volte in epoca cristiana ed anche musulmana, a tal proposito esiste una scritta interna, (in arabo), che nomina un certo Muhammad Ahmed, muratore in un tempo impossibile da definire.

Poi sopraggiunse l’oblio tanto che nel 1548 Jean Chesneau, scrittore e segretario dell’ambasciatore francese presso l’Impero Ottomano in Egitto, descriveva la piramide come impenetrabile. Da secoli circolavano leggende che raccontavano di fantasiosi tesori, Erodoto affermava che questa piramide non aveva alcuna stanza al suo interno, mentre Diodoro Siculo raccontava che le piramidi erano le tombe dei faraoni che però non erano ivi sepolti. Alcuni storici arabi gli attribuivano ben 30 camere contenenti armi misteriose, storici cristiani affermavano che vi fosse stato inumato il corpo di Adamo con un ricchissimo tesoro in oro, incenso e mirra. L’interesse suscitato in seguito alla campagna di Napoleone in Egitto, sulle costruzioni di Giza, era diventato ormai l’argomento principale in tutti i salotti europei e non solo, schiere di archeologi, e pseudo tali si precipitavano in Egitto in cerca di tesori prima ancora che di reperti.

Quando dico pseudo archeologi intendo esploratori e avventurieri il cui scopo primario era quello di arricchirsi vendendo i reperti trovati e, se del caso, trattenersi eventuali tesori. Tra questi spicca un italiano Giovanni Battista Bolzon, nato a Padova, (più noto come Belzoni), (1778 – 1823), ingegnere idraulico, è considerato un pioniere dell’archeologia.

Belzoni dapprima viaggiò in lungo e in largo per l’Egitto recuperando reperti per conto del British Museum. Come accennato vi era la convinzione che la piramide di Chefren fosse priva sia dell’ingresso che della camera mortuaria, in seguito agli inutili tentativi di accedervi; si pensava quindi che fosse un imponente e massiccio monumento impenetrabile.

Fu così che durante un suo viaggio in Egitto, dopo aver ricevuto in prestito il denaro necessario, Belzoni si lanciò nell’impresa di penetrare all’interno della piramide di Chefren. Dopo i numerosi tentativi già effettuati in precedenza da parte di molti archeologi, fu proprio Belzoni a riuscirci il 2 marzo 1818.

Dopo aver iniziato le sue ricerche, accampato in una tenda ai piedi della piramide, Belzoni assoldò numerosi fellahs che iniziarono a scavare sul lato nord. Come si vede nella prima foto in un disegno abbozzato di fine ottocento, la base della piramide si presentava avvolta per molti metri dalla sabbia che ostruiva gli ingressi dai quali si entrava in tempi antichi per cui Belzoni non poteva sapere se e dove esistesse l’ingresso.

Dopo aver rimosso una quantità di materiale si presentò una falla nella parete e qui scoprirono un corridoio che però si rivelò cieco. Dopo aver studiato a fondo l’ingresso della piramide di Cheope, Belzoni capì che l’ingresso non doveva essere al centro della piramide ma spostato di circa 30 metri verso est. Dopo pochi giorni, alla presenza del cavalier Ermenegildo Frediani, apparve ai loro occhi l’entrata tanto agognata.

Va detto che, forse dovuto ad un cambiamento nel progetto di costruzione, gli ingressi sono due, quello che viene considerato il più antico si trova a circa 30 metri a nord quasi al livello della base. L’altro si trova sempre nella parete nord a circa 12 metri dal suolo. Il primo, chiamato ingresso inferiore scende in profondità scavato interamente nel fondo roccioso, scende per alcuni metri poi diventa orizzontale per poi risalire dopo pochi metri fino ad inserirsi nel corridoio orizzontale dell’ingresso superiore.

Quasi a metà del tratto orizzontale, nella parete occidentale si trova un breve cunicolo che conduce in una piccola camera dove probabilmente veniva depositato il corredo funerario o, secondo alcuni conteneva il serdab del sovrano. L’ingresso superiore avviene attraverso un corridoio che scende verso il centro della piramide per 32 metri, tutti nel corpo della piramide ed è interamente rivestito con blocchi di granito rosa, raggiunta la base della piramide diventa orizzontale.

Ad un certo punto si trova una barriera di granito rosa che, in epoca successiva venne aggirata dai saccheggiatori di tombe che scavarono alcuni cunicoli. Il cunicolo orizzontale prosegue al livello della base e dopo alcuni metri incontra il passaggio inferiore che si innesta in esso. Da qui il cunicolo prosegue fino a raggiungere la camera funeraria, completamente scavata nella pietra sotto il livello della base della piramide, ad eccezione delle capriate in calcare del soffitto che si trovano nel corpo della costruzione, la camera si trova in corrispondenza dell’asse verticale della piramide.

Belzoni e Frediani si calarono con l’aiuto di corde fino a raggiungere la camera che apparve subito del tutto disadorna e grezza, misura 14,15 x 5 metri con il soffitto a capriata, formato da 17 coppie di travi in pietra calcarea. Come detto le pareti si presentano grezze coperte da una specie di intonaco, secondo alcuni queste dovevano essere rivestite con blocchi di granito rosa probabilmente asportato dai saccheggiatori.

Subito, facendosi luce con delle torce, Belzoni cercò il sarcofago avendo come riferimento la disposizione di quello nella piramide di Khufu, ma in quel punto però non c’era nessun sarcofago. Continuando le ricerche riuscì poi a scorgerlo nell’angolo ad ovest semisepolto al livello del terreno e circondato da grossi blocchi di granito.

Il coperchio era spezzato e sollevato cosa che gli permise di vedere al suo interno dove si trovava un groviglio di ossa che si rivelarono poi appartenute ad un bovino. Belzoni esaminò l’intera stanza, che si presentava priva di iscrizioni, ad eccezione di una scritta in arabo, probabilmente risalente al 1200 circa, che attesterebbe un precedente ingresso nella piramide. Se iscrizioni non c’erano a questo ovviò subito Belzoni che, purtroppo come si usava al tempo, per la sua vanità di mostrare al mondo chi fosse, il “Gigante della Patagonia”, così era chiamato, decise di compiere quello che oggi noi definiremmo uno scempio, sulla parete meridionale della camera sepolcrale campeggia ed impera questa iscrizione: “Scoperta da G. Belzoni. 2. Mar. 1818”.

L’impresa di Belzoni venne celebrata dal governo britannico che coniò per l’occasione una medaglia con inciso in un lato il profilo di Belzoni mentre dall’altro il nome, la data e l’oggetto della sua notorietà, la piramide. Il destino volle però prendersi gioco di lui, forse per un madornale errore, la piramide raffigurata non era quella di Chefren, ma quella di suo padre Cheope.

Oggi i visitatori possono accedere all’interno della piramide attraverso l’ingresso che si trova a livello del suolo. Usciamo ora dalla piramide ed andiamo a visitare le varie pertinenze.

Come abbiamo potuto vedere l’interno della piramide di Chefren non è così complesso come quella di Cheope, vorrei solo far notare una cosa molto importante, se erano realmente tombe, Chefren rispettò il principio secondo cui il corpo del defunto <<…….appartiene alla terra, perché da essa è stato creato……..>>, mentre è l’anima che può salire in cielo, cosa che non fece Cheope.

Ora che siamo usciti dalla piramide facciamoci un giro per vedere le pertinenze. Il termine “pertinenze” può apparire riduttivo se si tiene conto della loro imponenza ma non ho trovato un termine diverso per definire gli edifici che contornano la piramide di Chefren. Vediamoli.

Sul lato sud, in asse con la Piramide, si incontrano i resti di una piccola piramide secondaria. Possiede un corridoio discendente che sbuca in una camera sotterranea a forma di T. Al suo interno furono rinvenuti frammenti di legno, perline di corniola, alcune ossa di animali e tappi d’argilla per vasi, non vi è alcuna traccia di sepoltura, nonostante tutto Maragioglio e Rinaldi conclusero che si trattasse della tomba di una delle mogli di Chefren. Ipotesi che Stadelmann non condivise affermando che si trattasse di una piramide cultuale.

Dalle esplorazioni di Petrie, effettuate all’esterno della cerchia muraria, emersero le rovine di un enorme edificio formato da 111 lunghi ambienti, Petrie, e con lui Holscher, ipotizzarono che si trattasse di un alloggiamento in grado di ospitare quattro o cinque mila uomini che lavoravano alla piramide. Recentemente Zahi Hawass e Mark Lehner hanno ipotizzato invece che si trattasse di un vero e proprio villaggio degli operai di cui abbiamo già parlato nella descrizione della necropoli di Giza.

Interessante il ritrovamento di numerosi gusci di molluschi all’interno che fanno pensare che durante la IV dinastia la piana di Giza non fosse ancora l’arido deserto che è oggi ma una sorta di savana con flora e fauna.

Nell’angolo a est della piramide, ma non addossato ad essa, si trova il Tempio funerario, o meglio ciò che ne resta di esso, la cui funzione era quella di permettere il culto del sovrano.

A riportarlo alla luce fu la missione tedesca di Ernst Von Sieglin che operò in loco dal 1909 al 1932. Oggi non restano che imponenti rovine dalle quali spicca un masso di oltre 400 tonnellate. L’accesso avveniva da est ed all’interno si trovavano stanze con colonne di granito rosa e, secondo Ricke, 12 statue alte 3,75 metri di Chefren assiso (secondo Lehner invece il sovrano era rappresentato in posizione stante), seguiva un cortile aperto pavimentato in alabastro con al centro un altare. A completamento si trovavano in fondo 5 camere-deposito dove si conservavano le offerte votive e le attrezzature da impiegare durante i riti.

Fuori dal Tempio sono state rinvenute le fosse di 5 barche solari, due sul lato nord e tre su quello a sud, tutte sono state saccheggiate già nell’antichità.

Dal Tempio partiva una Rampa Cerimoniale che, superando un dislivello di circa 46 metri scendeva per quasi 500 metri fino al Tempio a Valle. Della Rampa, il cui percorso è ancora oggi visibile, rimangono solo poche rovine.

Sono state avanzate numerose ipotesi su come doveva apparire la Rampa, si pensa che fosse un corridoio chiuso con il soffitto in calcare e le pareti ricoperte di rilievi ornamentali attinenti alla via che il sovrano doveva percorrere per prepararsi alla sua ascesa alla Duat. Probabilmente l’esterno era rivestito con blocchi di granito rosa, tutto il materiale è sparito e forse è stato utilizzato per erigere il Cairo. A questo punto però ritengo opportuno mettere in evidenza un fatto che deve farci pensare. Se osservate attentamente la prima foto noterete subito che la Rampa cerimoniale non scende perpendicolare alla faccia della piramide ma devia verso sud fino a raggiungere il Tempio di Valle. Ma perché la rampa non venne costruita secondo l’usanza scendendo dritta verso est? Non sono riuscito a trovare teorie di egittologi che ne parlino, la Rampa scende inclinata e questo è un dato di fatto. Ho fatto alcune ricerche nel campo delle teorie alternative, senza però finire nel campo della fantarcheologia e, parlo cioè di teorie che, magari con qualche forzatura, vengono supportate da studi ed indagini effettuate sul posto da parte di archeologi ed esperti nel campo della geologia. A questo punto ho riflettuto su un particolare della costruzione che mi è rimasto nella mente.

Osservando la facciata est della piramide si nota che in linea perpendicolare alla facciata stessa si trova la Sfinge. Ora viene da chiedersi perché i costruttori hanno deviato la Rampa per poi costruire la Sfinge in quel luogo? A rigor di logica la cosa non avrebbe senso, a meno che la Sfinge non esistesse già in quella posizione e di conseguenza dovette essere deviata la rampa. Mi riesce difficile pensare che il faraone abbia preferito costruirsi una statua così grande prima di costruirsi la sua tomba.

Si pensa che il luogo in cui sorge la Sfinge fungesse da cava di calcare per la costruzione della piramide di Cheope e, secondo alcuni, il prelievo del materiale sarebbe avvenuto risparmiando una collina centrale dalla quale sarebbe poi stata ricavata la statua. Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della Sfinge sarebbe da attribuire a Cheope e non a Chefren, La maggior parte degli egittologi non concorda e l’idea che prevale è che a costruirla sia stato Chefren. Come la maggior parte di voi sa, esistono molte altre teorie alternative che ritengono che la costruzione della Sfinge vada collocata in un periodo di molto antecedente, 10.200 a.C. secondo alcuni, 7.000-8.000 a.C. secondo altri ma questo è un problema che esamineremo quando parleremo della Sfinge.

Scendiamo ora per la strada normale e rechiamoci a visitare il Tempio della valle.

IL TEMPIO DELLA VALLE

Ora noi, comuni mortali rispettosi della sovranità antico egizia, non ci permettiamo di scendere dalla Rampa cerimoniale (anche perché non è che sia molto agevole) ma percorriamo la strada asfaltata che in parte la costeggia.

Superiamo la Sfinge che si trova sulla nostra destra e poco oltre ci dirigiamo verso sinistra ed arriviamo allo spiazzo dei Templi di Chefren e della Sfinge. Poniamoci ora di fronte al due templi, a destra si trova il Tempio della Sfinge, che vedremo in un altro articolo quando parleremo della Sfinge stessa, si trova oggi in pessime condizioni.

A sinistra verso sud, separato da uno stretto corridoio, troviamo il Tempio della Valle di Chefren, l’unico tempio della Valle ancora esistente in Egitto che si sia conservato e che ci è pervenuto in buono stato.

Si tratta di un edificio nel quale avveniva il culto del re, dall’imbalsamazione alla cerimonia dell’apertura della bocca. A scoprirlo fu Auguste Mariette nel 1852 che erroneamente, in un primo momento, lo attribuì alla Sfinge, salvo poi ricredersi. Esso era collegato al Tempio Funerario di Chefren per mezzo della già citata Rampa cerimoniale lunga circa 500 mt. che superava il dislivello di 46 mt. per arrivare al Tempio Funerario situato accanto alla piramide sul lato est, di cui abbiamo già parlato. 

Il Tempio della Valle in origine doveva avere l’aspetto di una mastaba a pianta quadrata di 45 mt. di lato per 13 di altezza. La cosa che lascia più impressionati sono le poderose mura, costruite con blocchi di calcare di Tura di enormi dimensioni per un volume di circa 55 metri cubi che sviluppano un peso di quasi 150 tonnellate. Ciascuna parete è poi rivestita all’interno con blocchi giganteschi di granito rosso di Assuan, del peso di circa 45 tonnellate ciascuno, perfettamente combacianti e privi di decorazioni, ad eccezione di alcuni geroglifici incisi (forse in tempi successivi) sui montanti delle porte, che lo rendono impressionante per il severo ed elegante aspetto.

Nella grande sala a forma di T rovesciata sono presenti 16 pilastri monoliti in granito rosso alti circa 4 metri che sorreggono imponenti architravi sempre monolitiche in granito. La pavimentazione in alabastro con le pareti in calcare rivestite di granito nero creavano uno spettacolare contrasto cromatico che colpiva ed impressionava il visitatore. In origine la sala conteneva 25 enormi statue di Chefren assiso ricavate da diorite verde del deserto nubiano, alabastro e grovacca.

Nella prima anticamera era stato ricavato un pozzo nel quale furono riposte le statue del sovrano allo scopo di preservarle dai profanatori e dai ladri. Auguste Mariette, nel 1859 scoprì il pozzo ma purtroppo solo una statua era intatta ed è oggi esposta al Museo del Cairo. Erano inoltre presenti altre camere con vari corridoi e vestiboli oltre ad ambienti atti a contenere forse altre barche solari.

Quando visitai il Tempio di Valle di Chefren lo feci a ragion veduta. Avevo già studiato la struttura dell’edificio tempo prima ed avevo maturato il desiderio di poter constatare di persona le notizie che avevo appreso anche perché pochi ne parlano e chi lo fa viene spesso tacciato di eresia o, nella migliore delle ipotesi di fantarcheologia. Lungi da me l’idea di avanzare ipotesi che non sarei in grado di sostenere in una discussione con gli esperti, ma dopo aver visitato personalmente il monumento posso dire qualche parola in più.

Nel Tempio ci troviamo di fronte ad una architettura ciclopica difficilmente riscontrata in altri luoghi. La perfetta armonia delle massicce colonne monolitiche di granito disposte seguendo un ordine quasi maniacale. La possente consistenza delle architravi che dovevano sostenere la copertura del Tempio e la perfetta esecuzione delle pareti con blocchi enormi di puro granito; confesso che rimasi incantato per parecchio ad osservare cotanta magnificenza.

Tornando agli studi e alle ricerche che avevo effettuato non mi ci volle molto per constatare ciò che avevo appreso, personalmente rimasi stupito dall’indifferenza dei turisti che, ignari di ciò che avevano di fronte, proseguivano tranquillamente nella loro visita senza che la guida richiamasse la loro attenzione su ciò che stavano osservando. Io avevo trovato quello che cercavo. Osservate le foto che ho scattato alle pareti, i massi non sono sistemati in modo regolare, alcune pietre hanno degli incastri particolari pur combaciando tra loro in modo perfetto. Tranne forse alcuni documentari, non ricordo di aver trovato informazioni ufficiali più dettagliate sull’argomento che trovo decisamente importante. Non credo esistano in Egitto altri edifici che presentino una metodologia di costruzione simile al Tempio di Chefren. Mi chiedo quale sia la ragione che giustifichi una simile disarmonia nella sistemazione dei blocchi in una parete che si presenta perfettamente piana. E non solo ma se osservate come sono stati ricavati alcuni angoli dove il blocco enorme è stato completamente scalpellato per formare un angolo retto.

Stiamo assistendo a quello che assomiglia ad un gioco di incastri eseguito su di una scala molto più grande. Perché i suoi costruttori hanno dovuto adattare i blocchi scolpendoli con più angoli ma perfettamente combacianti? Qual è la logica che ha indotto i costruttori ad adottare una tecnica così complicata e senz’altro più dispendiosa? Per me questo è il mistero del Tempio della valle.

E’ strano ma una tecnica simile, in tempi diversi, era molto usata nell’America precolombiana. Basta osservare le ciclopiche mura del Machu Picchu, quelle della città di Cusco e quelle della fortezza di Ollantaytambo, nell’America del sud, migliaia di chilometri oltre oceano. Qui i blocchi presentano forme irregolari ma sono stati fatti combaciare perfettamente nonostante non sia stata utilizzata alcun tipo di malta per legare i blocchi tra di loro al punto che non è possibile infilare nemmeno la lama di un coltello. Anche qui gli scavi archeologici e i ritrovamenti non hanno portato alla luce strumenti di lavoro adeguati a costruire simili opere.

Non avendo nulla da aggiungere, a questo punto mi fermo lasciando il seguito all’immaginazione di ciascuno di voi. A puro titolo di curiosità ci tengo a ricordare che nel piazzale antistante i Templi della Valle di Chefren e della Sfinge, il 17 novembre 1869 ci fu l’inaugurazione del Canale di Suez, per l’occasione Mehmed Emin Âli, Pasha ottomano in Egitto, organizzò una cerimonia solenne cui fu presente anche l’imperatrice Eugenia de Montijo, consorte di Napoleone III, ultima sovrana di Francia e per l’occasione risuonarono le note della Egyptischer Marsch, composta da Johann Strauss. Fu in quell’occasione che al teatro Kedivale del Cairo fu rappresentata la prima dell’Aida di Giuseppe Verdi.

Un’ultima curiosità per i turisti è assistere ad uno spettacolo dei “Dervisci Rotanti” eseguito nel piazzale di fronte ai due templi. In abito tradizionale e accompagnati da una partitura musicale, danzano mossi dal dolore per la separazione da Dio e dal desiderio ardente di ritrovarlo nell’estasi del ballo. “La danza dei Dervisci rotanti” è un rapimento irresistibile per gli occhi. La danza estatica dei Dervisci Sufi, porta i danzatori a volteggiare interrottamente per più di 45 minuti. Durante la danza i danzatori si spogliano di alcuni strati del loro abito, usanza che equivale al ripulire l’anima dai peccati. L’incanto ipnotico della danza dei dervisci è uno degli spettacoli più suggestivi e antichi a cui potete assistere nella città del Cairo.

Fonti e bibliografia:

  • Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alberto Siliotti, “Giovanni Belzoni alla scoperta dell’Egitto perduto”, Ed. Geodia, 2017
  • Luigi Montobbio, “Giovanni Battista Belzoni: la vita i viaggi le scoperte”, Edizioni Martello, 1984.
  • Gianluigi Peretti, “Belzoni: viaggi, imprese, scoperte e vita”, Padova, Edizioni GB, 2002
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Alberto Siliotti, “Viaggi in Egitto e in Nubia”, Geodia Edizioni Internazionali, 1999 Tiziana Giuliani, “2 marzo 1818: Giovanni Belzoni entra nella piramide di Chefren”, Mediterraneo Antico, (Web)
  • Peter Jànosi, “Le piramidi” – (Trad. M. Cupellaro), Ed. Il Mulino, 2006
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • John Porter Brown, “The Derwishes, or Oriental Spiritualism”, Londra, 1868
  • Henry Corbin, “Storia della filosofia islamica”, Milano, Adelphi, 1989)

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

LA BREVE VITA DI KAWAB E LA PIRAMIDE PERDUTA DI DJEDEFRA

Di Piero Cargnino

A Cheope avrebbe dovuto succedergli il primogenito Kawab figlio della regina Meritites I. Kawab sposò la propria sorella Hetepheres II ed i loro figli furono Duaenhor, Kaemsekhem e Mindjedef oltre alla futura regina Meresankh III.  Ebbe modo di assumere i titoli di: “Officiante di Anubi, Sacerdote di Selkis, Figlio del Corpo del Re, Primogenito del Corpo del Re, Principe ereditario, “Conte”, Unico compagno d’amore, Visir”.

Come si può vedere non si fece mancare nulla; purtroppo per lui però non ebbe modo di goderne a lungo perché premorì al padre e fu sepolto in una grande mastaba doppia nella parte est della necropoli di Giza, si tratta della n. G7110 che appartiene alla moglie mentre lui si trovava nella n. G7120 dove in un rilievo sulla porta Kawab compare in piedi davanti a sua madre, sotto la scritta in geroglifico: <<  zȝ.s mr.s kȝ-wˤb, zȝt nṯr.s ḫrp jmȝt sšmt mrt-jt.s mwt.f mst n ḫwfw  >> (“Suo figlio, il suo amato, Ka-wab, la figlia del suo dio, colei che è al comando degli affari del jmAt, Meritites, sua madre, che lo partorì a Khuf.”).

Il complesso delle due mastabe presenta quattro pozzi come parte integrante delle mastabe stesse. Il primo G7110A non è mai stato utilizzato. Il secondo G7110B, che in origine sarebbe stato previsto per Hetepheres II ma anche questo non fu mai utilizzato probabilmente perché alla morte di Kawab  Hetepheres si risposò col di lui fratello Djedefre.

Il terzo pozzo G7120A conteneva la sepoltura di Kawab, sul posto è stato rinvenuto un sarcofago di granito rosso sul quale era iscritto il seguente testo ripartito in tre parti:

  1. << Un dono che il re dà e Anubi, primo della capanna divina, una sepoltura nella necropoli come possessore di uno stato ben fornito davanti al grande dio, officiante di Anubi, sacerdote di Selket, Kawab >>,
  2. << un dono che il re dà e Anubi, primo della capanna divina, una sepoltura nella necropoli nel cimitero occidentale, essendo invecchiato con grazia, il figlio del re del suo corpo, Kawab >>,
  3. << il figlio maggiore del re del suo corpo, officiante di Anubi, Kawab >>.

In linea di successione il trono spettò al secondogenito Djedefra, noto anche come Radjedef e Ratoises che regnò intorno al 2558 a.C. Come in ogni buona famiglia di regnanti nacquero dei dubbi che fosse stato lo stesso Djedefra a far assassinare il fratello (non si hanno notizie in proposito).

La durata del regno di Djedefra è controversa, il Papiro Regio di Torino gli attribuisce un regno di soli otto anni, ma sono stati trovati riferimenti al suo undicesimo censimento del bestiame, cosa che avveniva ogni due anni come sotto le dinastie precedenti, quindi il regno di Djedefra sarebbe durato almeno 22 anni, (11 nell’improbabile eventualità che il censimento fosse diventato annuale).

Come abbiamo detto, primogenito di Cheope e di una moglie secondaria, sposò la sorellastra Hetepheres II, forse per rafforzare il proprio diritto al trono. A quanto risulta sarebbe stato il primo sovrano ad introdurre il titolo di “Sa Ra”, (figlio di Ra).

Anche Djedefra pensò di farsi costruire una piramide che volle chiamare “Il Firmamento di Djedefra” ma per la costruzione scelse un altro luogo, mi sa che per seguire la dinastia del faraone Cheope ci toccherà ora spostarci di circa otto chilometri a nord-est della piana per raggiungere il sito di Abu Rawash, da considerarsi un ampliamento della necropoli di Giza.

Non sono chiare le ragioni per cui giunse ad optare per questa scelta, secondo alcuni fu per sottolineare la propria indipendenza e per porre la propria tomba più in alto, vicino al Sole, che il faraone adorava in modo particolare.

Il suo intento era quello di superare in grandezza e maestosità quella di suo padre Cheope e per distinguersi ancor più scelse un altro luogo. Infatti non molti sanno che forse la più bella, la più alta e splendente di tutte, che le eclissava per dimensioni, maestosità e ricchezza non si trovava a Giza ma ad Abu Rawash.

Il primo ad identificarla e indagarla fu l’egittologo ed antropologo britannico John Shae Perring nel 1840, in seguito Lepsius la inserì al secondo posto della sua lista. Nel 1880 venne esaminata da Flinders Petrie ma un vero studio sistematico avvenne solo nel 1901 ad opera del francese Emile Gaston Chassinat in seguito al ritrovamento di diverse statue danneggiate ed una grande quantità di blocchi calcarei e di granito di Assuan presenti sul sito. Ricerche più approfondite vennero effettuate nel 1960 da Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi.  Stando al ritrovamento di sue statue spezzate, pare volontariamente, e di tentativi di abrasione del nome su alcuni monumenti, è stato ipotizzato che questo sovrano sia stato considerato un usurpatore e quindi condannato alla damnatio memoriae.

Chassinat ipotizzò che la sua piramide non fosse mai stata completata, o che addirittura fosse stata distrutta come segno di vendetta per l’uccisione del fratello Kwaf., ma tale affermazione viene contestata in quanto la piramide presenta un rivestimento in granito rosso, sienite, e quarzite rossa nei corsi inferiori, rivestimento che veniva eseguito solo a piramide ultimata. Tali supposizioni sembrerebbero inoltre smentite da alcuni graffiti presenti nelle fosse delle barche solari di Cheope che proverebbero che sia stato appunto Djedefra a celebrare i riti funebri per il sovrano scomparso, circostanza che sembrerebbe ipotizzare una successione regolare. Oggi la maggior parte degli archeologi, con in testa l’immancabile Zahi Hawass, affermano che non solo la piramide era stata completata, ma era addirittura la più alta di tutto il complesso di Giza e i materiali usati per edificarla erano di qualità più pregiata rispetto a quelli delle “sorelle”. In epoca romana sarebbe poi stata smantellata e la pietra riutilizzata per edificare altre opere al Cairo. Va detto inoltre che in seguito a studi più recenti, sono stati individuati pozzi e gallerie scavati da ladri di tombe, questo fa pensare che i ladri non avrebbero mai violato la piramide se questa non fosse stata finita e sigillata.

La piramide, grazie anche al fatto di essere edificata in cima ad una collina, sarebbe stata alta 154 metri, 7,62 in più della piramide di Cheope. Ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi, nonostante una variazione che impediva all’edificio di cadere. Fu usato granito rosso di Assuan, lo stesso utilizzato, in parte, per la piramide del padre Cheope, che arrivava da oltre 800 chilometri di distanza attraverso il Nilo. Secondo gli studiosi per edificare la piramide ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 persone (sarebbe interessante sapere su quali basi poggiano queste teorie). Ogni singolo masso pesava circa 25 tonnellate e si calcola che servissero 370 persone per sollevarlo. Nel complesso quindi sarebbe stata la più imponente piramide egizia mai costruita. Solidissima, enorme, destinata ad accogliere con tutti gli onori il faraone nel passaggio all’altra vita.

L’esterno manifestava tutta la maestosità del sovrano, la piramide era ricoperta da granito lucidato e da una lega di oro, argento e rame che al sole brillava, aumentando così l’impressione della grandezza e del potere del sovrano.

Nella parete nord c’è un residuo di un ingresso che conduce alla stanza in cui furono sepolti i morti. Durante gli scavi è stato riscontrato il ritrovamento di un frammento del sarcofago in granito rosa..

La camera funeraria è molto profonda e ampia. A far luce sul mistero della “quarta piramide di Giza”, come venne chiamata, è ora un gruppo di archeologi internazionali che da anni sta scavando minuziosamente ad Abu Rawash. rivelando particolari inediti anche sull’enigmatico faraone cui è dedicata. Le rovine della “Piramide Perduta” di Djedefra, ad Abu Rawash, (oggi sito militare ad accesso ristretto), non superano i dieci metri d’altezza; nel corso degli anni hanno dato origine a leggende e supposizioni, a partire dal suo stato considerato finora incompiuto.

Nel 1900 sono state trovate tre teste di pietra di quarzite del faraone e scavi più recenti hanno rivelato uno spazio vuoto per una barca. Oltre alla piramide di Djedefre, sono state trovate anche due piramidi più piccole, a sud-ovest della piramide quella della moglie di Djedefre, Chentatenka a sud-est di ignoto.

Fonti e bibliografia:

  • Simpson, William Kelly, “The Mastabas of Kawab, Khafkhufu I e II”, Boston: Museum of Fine Arts, 1978
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”. Bompiani, Milano, 2003
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”,  Oxford University Press, 1961 (Einaudi, Torino, 1997
  • Grimal, Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Thames & Hudson, 1997
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton, 2002
  • V. Maragioglio, C. Rinaldi, “Le piramidi di Zedefra e di Chefren”,  English translation by A. E. Howell,  Canessa, 1966
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994 Zahi Hawass in un’intervista a Matteo Sacchi per “il Giornale”)
Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE TRIADI DI MICERINO

Di Grazia Musso

I tre gruppi statuari di Micerino riflettono pienamente l’ideale classico della scultura di corte, in cui la natura umana del sovrano è trasfigurata in una dimensione divina.

Altri due esempi di triadi di Micerino sono oggi conservate nel Museum of Fine Art di Boston.

Si era ipotizzato che i gruppi dovessero essere originariamente trenta, uno per ogni provincia egiziana, ma più recentemente è stata proposta un’interpretazione di queste triadi quali sculture dedicate dal re ad Hathor nelle province dove era più forte la venerazione per la dea.

Particolarmente felice è stata la scelta della pietra, lo Scisto, che a differenza della più dura diorite , ha consentito allo scultore di modellare con estrema precisione e grande forza espressiva le figure.

La prima

Scisto grigio – verde, Altezza cm 93
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 40678

In questa triade Micerino è affiancato a destra dalla dea Hathor e a sinistra da una figura maschile molto più piccola, anch’essa incedente , con corona tripartita, una corta barba e sulla testa il simbolo del nomo di Tebe.

A differenza delle altre triadi, le figure sono qui l’una accanto all’altra, ma senza che vi sia un contatto tra loro:

La dea ha le braccia distese lungo il corpo con le mani aperte, il sovrano e l’altra figura hanno le mani chiuse a pugno.


La seconda

Scisto grigio – verde, Altezza cm 95,5
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 46499

La triade raffigura Micerino con la corona bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino shendyt, alla sua destra la dea Hathor, che gli tiene la mano.

Alla sua sinistra è un’altra figura femminile, quasi delle stesse dimensioni della dea, recante sul campo il simbolo del nomo diospolita, il settimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto, la cui capitale era Hu.

Base, lastra dorsale e figure sono ricavate da un unico blocco di scisto.

Accanto ai piedi delle figure, sono incisi testi geroglifici che identificano la dea, le offerte del distretto e l’identità del re, che è designato sia con il titolo di sovrano dell’Alto e Basso Egitto

“Menkaura”, sia con il suo nome di Horus ” Kakhui”.


La terza

Scisto grigio – verde, Altezza cm 92,5
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 40679

Il gruppo statuario è raffigurato in piedi su una base e addossato a un’ampia lastra dorsale.

Vi è rappresentato, al centro, il re Micerino, incedente e con la corona bianca dell’Alto Egitto, alla sua destra la dea Hathor è alla sua sinistra da una figura femminile del nomo cinopolita, il diciassettesimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto.

Il sovrano porta la barba posticcia e Indossa il gonnellino shendyt plisettato, una larga cintura liscia

Ha le braccia lungo il corpo e impugna due cilindri.

Il volto è rotondo, gli occhi delimitati da profonde incisioni, sono protetti dalle arcate sopracciliari che proseguono nella linea del naso dalla base larga e tondeggiante, le orecchie scoperte sono accostate al piano del corpo.

Il corpo del sovrano è rappresentato con grande cura e perfezione : spalle larghe, torso ampio, muscoli di braccia e gambe ben modellati, esprimono forza e sicurezza.

La dea Hathor anche lei rappresentata incedente , Indossa una parrucca tripartita con ciocche disegnate da incisioni verticali, sormontata dal disco solare tra le corna di vacca.

Indossa una tunica aderente che la ricopre fin sopra le caviglie ed evidenzia la sua figura.

Il braccio destro è disteso lungo il corpo nella mano stringe il segno shen, simbolo di eternità, il braccio sinistro passa dietro le spalle del re: la mano della dea è visibile sul braccio sinistro di lui.

La figura femminile, sul lato opposto è lievemente più bassa di Hathor ed è rappresentata stante.

Indossa una parrucca unica, sulla testa uno stendardo con l’immagine zoomorfa di Anubi, che è l’emblema del nomo cinopolita.

Davanti ai piedi delle tre figure alcune colonne di testo verticali contengono nomi e titoli del sovrano e della dea.

Delle cosiddette triadi ne vengono contate 8 più o meno integre (dato proveniente dalla rete non facilmente controllabile). Quattro furono trovate assieme: Foto al momento dello scavo.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo a cura di F. Tiradritti, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUETTE INCOMPIUTE DI MICERINO

Di Luisa Bovitutti

Nell’ambito della statuaria dell’Antico Regno queste tre statuette in gneiss sono molto interessanti per capire le modalità operative seguite dagli scultori dell’epoca.

Esse sono state rinvenute nel 1908 a Giza, nel Tempio a Valle di Micerino, da una spedizione dell’Università di Harvard – MFA di Boston e sono ora custodite al Museo delle Belle Arti di Boston (accession numbers 11730 – 11731 – 11.732) al quale furono assegnate dal Governo Egiziano.

In origine erano collocate su di una sporgenza del tempio, il che significa che ricevettero offerte dai sacerdoti destinati al culto del sovrano come se fossero state complete.

Esse fanno parte di un gruppo di quindici statuette (h. 35.2 x l. 18.5 cm) ognuna delle quali rappresenta una fase del processo di realizzazione e provano che nell’Antico Regno esso era stato perfezionato e codificato garantendo il raggiungimento delle proporzioni ideali a prescindere dalla grandezza del blocco da scolpire.

Probabilmente servivano come modelli per statue simili di dimensioni maggiori, per cui non erano destinate ad essere completate; la statuetta centrale, specialmente nell’area della testa, mostra i resti di linee rosse che indicavano dove tagliare per ottenere le proporzioni corrette; nel Medio Regno i pochi segni si espansero in una griglia completa.

Utilizzando martelli di pietra più dura gli artisti tagliavano un blocco delle dimensioni della statua finita, e rifinivano gradualmente i dettagli della testa e degli arti con l’aiuto di scalpelli di rame, quindi con pietre e polveri abrasive lucidavano la superficie e realizzavano l’iscrizione che identificava il proprietario ed i titoli che aveva rivestito.

Le tre statuette qui raffigurate illustrano le fasi di pre-lucidatura iniziale, intermedia e finale; lo gneiss con il quale esse sono realizzate è una pietra molto dura proveniente da una cava vicino a Abu Simbel, ed è probabile che esse siano state realizzate riutilizzando la pietra di una statua più grande, in quanto il fondo di una di esse è lucidato a specchio, mentre di solito non sarebbe stato rifinito in quanto non era destinato ad essere visto.

FONTI:

Anche le immagini sono tratte dal sito del MFA di Boston.

Antico Regno, IV Dinastia, Statue

I PIEDI DI CHEOPE

Di Francesco Alba

Antico Regno, Quarta Dinastia, Regno di Cheope (2585-2560 a.C.) – (Accession Number: 13.348. Non in esposizione)

Come è noto, di Cheope/Khufu, costruttore della Grande Piramide, non rimangono raffigurazioni integre, fatta eccezione per una statuetta in avorio del re assiso su un trono dal basso schienale, trovata da Flinders Petrie nel corso dei suoi scavi all’interno del complesso templare del Khentimentiu, in Abido (1903). L’attribuzione (e la relativa collocazione cronologica alla Quarta Dinastia) fu fatta in base alla presenza del nome Horus del re (Medjedu), iscritto sul lato destro del trono.

La datazione è stata, in tempi recenti, confutata da Zahi Hawass (Z. Hawass. The Khufu Statuette: Is it an Old Kingdom sculpture? In Mélanges, Vol. 1. Institut Français d’Archeologie Orientale du Caire – 1985) il quale sostiene che le caratteristiche stilistiche della piccola scultura non sono raffrontabili con quelle di opere coeve della Quarta Dinastia, bensì con quelle della Ventiseiesima Dinastia (detta anche Neo-Menfita).

È evidente che sulle raffigurazioni di Cheope (il pensiero va alle statue che dovevano essere presenti nel suo tempio a valle) si abbattè una vera e propria furia iconoclasta, probabilmente durante i tumulti che fecero seguito alla fine dell’Antico Regno e all’inizio del Primo Periodo Intermedio. Oggi di quelle opere scultoree non rimangono che pochi frammenti, quasi reliquie preziose di un personaggio e di un’era: uno fra i più significativi è custodito presso il Museum of Fine Arts di Boston.

Si tratta di una base sulla quale poggiano dei piedi e sulla quale è presente la parte inferiore del cartiglio del sovrano, riportante gli ideogrammi “f” (GSL I9) e “w” (GSL G43), appartenenti al nome KHUFU.

Il cartiglio di Khufu

I piedi uniti fanno pensare che la scultura originale raffigurasse Cheope intronizzato.

Il frammento in alabastro, di piccole dimensioni (8,9 cm di larghezza), fu rintracciato da George Reisner nel 1913 insieme a numerosi detriti superficiali, nella mastaba G 2391 (Giza, Necropoli Ovest), appartenente a Irenakhet, sacerdote funerario vissuto durante la Sesta Dinastia.

Riferimenti:

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA IN DIORITE DI CHEFREN

Di Grazia Musso

IV Dinastia
Diorite nera, altezza 168 cm, larghezza 57 cm
Museo Egizio del Cairo – CG 14

Il re Chefren fece ornare il suo tempio in valle con ventitré statue, di cui questa è la più bella.

La statua raffigura il sovrano con i tratti a un tempo idealizzato nello sguardo lontano e ieratico dell’eterna giovinezza, e realistici nelle fattezze umane, questa impostazione incarna a un tempo il re e la regalità stessa.

Il faraone è ritratto in tutta la sua maestà, con il tipico copricapo nemes e il gonnellino plisettato, seduto su un trono cubico interamente scolpito con i simboli della regalità : zampe e protoni leonine sul davanti e il simbolo del sema-tauy, sui lati emblema dell’. “unire le due terre”, Alto e Basso Egitto rappresentate rispettivamente dalle piante del papiro e del loto annodate tra loro intorno al geroglifico della trachea.

È l’autorità universale del sovrano che viene qui legittimata e celebrata come garante della stabilità e dell’unità del paese.

Il concetto è rafforzato dalla presenza del falco, Horo, che protegge con le sue ali il capo del re, sottolineando la perfetta simbiosi tra l’uomo e il dio.

La statua supera i limiti formali della semplice scultura per farsi essa stessa messaggio.

Lo scultore ha saputo tradurre in capolavoro un’opera dal complesso contenuto ideologico.

La scelta della pietra è determinante al successo dell:esecuzione, in questo caso, una pietra pregiata come la diorite , dura e compatta, si è rivelata il supporto ideale per creare volumi pieni ma non pesanti, dal modellato reso morbido dall’accurata pulitura delle superfici.

La figura del sovrano sembra così riflettere la luce della sua essenza divina, un effetto sapientemente valorizzato dal colore verde scuro della diorite

Giza, tempio in valle di Chefren

Fonti:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta

LA STATUARIA DELLA IV DINASTIA

Di Grazia Musso

Abydos, IV Dinastia
Avorio; altezza cm 7, larghezza cm 2,5
Museo Egizio del Cairo, JE 36143

Nell’epoca delle piramidi il panorama della statuaria è ormai completato, adesso si possono riconoscere varie tipologie, molto più ricche rispetto a quelle della III Dinastia.

Innanzi tutto possiamo distinguere le statue con un nome da quelle anonime: le prime hanno un nome evidenziato da una chiara iscrizione o, nel caso di alcune statue divine dal loro aspetto, furono create per riposare nell’intimità dei Templi e tombe, sia esposte in cortili o cappelle, con funzioni culturali, sia nascoste nell’oscurità di naos o cripte , quando si tratta di statue funerarie.

La categoria delle statue anonime è quella raffigurante comuni persone, nobili o lavoranti impegnati in lavori quotidiani che esse simbolizzano.

Queste statue sono sempre destinate alla tomba, spesso usate come sostituzione o integrazione delle raffigurazioni parietali.

Queste statue hanno una maggiore libertà rispetto a quelle della prima categoria, questo deriva dal fatto che sono prodotte in laboratori reali che seguono i dettami del sovrano, standardizzati nei secoli, mentre le statue minori erano opera di laboratori indipendenti riservati al popolo con artigiani liberi di scegliere soggetto, schema e tecnica, seguendo la propria iniziativa personale.

Analizzando la statuaria maggiore bisogna tenere conto delle tecniche di lavorazione, a loro volta basate sui materiali : pietra dura o semidura ( Granito, porfido, diorite, basanite, quartzite, basato), legno, pietra tenera ( calcare e arenaria).

Va sottolineata una cosa di fondale importanza: la statuaria , per le sue particolari finalità religiose, è sempre collegata a degli ambienti architettonici.

Osservare, queste statue, al di fuori del loro contesto ne falsa il valore originario, dobbiamo tener viva nella nostra mente l’idea che ogni statua egizia va immaginata all’interno di templi o tombe, di cui è parte integrante.

Nella fotografia la statuetta, che raffigura Khufu, è la sola che si possa attribuire con certezza al sovrano.

In quest’opera eburnea del re, indossa la corona rossa del Basso Egitto, nella mano destra impugna il flagello reale.

È vestito di un semplice perizoma shendyt.

Sul lato destro del trono si legge il nome del re.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

VIAGGIO NELLA NECROPOLI DI GIZA

Di Piero Cargnino

Prima di passare alle tombe degli eredi di Cheope facciamoci un giretto attraverso la piana per visitare, anche se un po’ di corsa, le due necropoli.

Il turista che arriva al Cairo ha come primo obiettivo le grandi piramidi. Lungo la strada, mano a mano che si avvicina, viene colpito dall’inconfondibile profilo delle tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino che rendono unica la piana di Giza in Egitto. Con lo sguardo fisso sulla più grande, quella di Cheope (anche se in effetti la più grande sembra quella di Chefren perché costruita in un punto più elevato) cerca di immaginarla come l’avrebbero vista in origine, completamente liscia, bianca splendente e non può fare a meno di pensare quanta impressione di potenza potesse incutere sugli antichi visitatori provenienti da altri paesi per omaggiare i faraoni.

Ma come sapete la piana di Giza non comprende solo le tre Grandi Piramidi e la Sfinge, la piana comprende due grandi necropoli, quella occidentale, ad ovest e quella orientale a sud-est della piramide di Cheope.

La Necropoli di Giza, con quella di Saqqara, consiste in un complesso di antichi monumenti funerari della città di Menfi, capitale dell’Antico Regno e si trova a circa 7 km dal Cairo, in essa si trovano numerosi cimiteri di varie epoche.

Nell’immensa necropoli si trovano le tombe private, non certo quelle dei poveri diavoli del popolo ma le importanti sepolture di alti funzionari e componenti delle famiglie reali.

Quelli che vi propongo sono luoghi da me visitati nel 2006, periodo nel quale era vietato fotografare l’interno di molti monumenti, tra cui le piramidi, il Museo Egizio e molte mastabe, non ho mai saputo il perché. Peccato ma ne vedremo alcune da fuori appartenute a personaggi importanti. L’accoglienza dei residenti è calorosa e noi ci mescoliamo a loro, compriamo qualche oggettino come souvenir, affittiamo un dromedario e via, partiamo per esplorare la piana.

Iniziamo con la mastaba di Senedjemib Inti, un visir della V dinastia durante il regno del faraone Djedkare Isesi. Di lui sappiamo che sposò Tjefi ed ebbero molti figli tra i quali il maggiore, Senedjemib Meni che fu visir sotto il faraone Unas. Sulle pareti della tomba di Senedjemib Inti sono stati trovati incisi i decreti emanati da Djedkare Isesi per il suo visir. In essi Djedkare dispensa  lodi per l’operato del suo funzionario che non ha perso l’occasione di metterle in mostra nella sua tomba. In un decreto si legge che Djedkare ordina a Senedjemib Inti, sovrintendente capo della giustizia di tutte le opere del re e soprintendente degli scribi dei documenti reali, di progettare un tribunale e una piscina all’interno del recinto del palazzo giubilare predisposto per la festa sed del sovrano, il decreto è datato alla 16^ conta del bestiame, 4° mese della 3° stagione, giorno 28.

In un’altra iscrizione viene citata una bozza di Isesi che riporta le iscrizioni che dovranno essere poste all’interno di una struttura che viene citata come “Cappella del Sacro Matrimonio di Isesi” forse dedicata ad Hathor. Le iscrizioni nella tomba di Inti descrivono come suo figlio Senedjemib Meni chieda e ottenga di portare un sarcofago di calcare da Tura. In seguito sarebbe diventato anche lui visir. Vi assicuro che non è facile reperire notizie sulle tombe dei dignitari egizi.

A questo proposito Alan Gardiner, nel suo libro “La civiltà egizia” cita il fatto che all’interno delle mastabe raramente si trovano notizie sulla vita del defunto ma, quasi invariata su ciascuna di esse, troviamo la lunga serie di titoli onorifici assegnati allo stesso dal sovrano. Non è facile trovare altre figure di mortali più bramose di mettere in evidenza i riconoscimenti ottenuti cedendo alle lusinghe degli epiteti più pomposi.

Non si vuole certo negare che in massima parte i titoli sono meritati per reali funzioni amministrative, le iscrizioni autobiografiche si riferiscono sicuramente a fatti realmente accaduti che il defunto ci teneva a mettere particolarmente in evidenza. Una delle frasi più comuni è: << Agii in modo che la sua maestà potesse compiacersi del mio operato >>. In altre, spesso ricorrenti, si trova l’autoesaltazione delle proprie virtù: <<Diedi pane agli affamati e vesti agli ignudi >>, oppure: << Fui amato da mio padre, lodato da mia madre e gentile verso i miei fratelli >>. Troviamo anche dichiarazioni di generosità e bontà che ci riportano alla memoria gli ideali del cristianesimo: << Protessi il povero da chi era più potente di lui >>.

Immancabili e quasi sempre presenti nelle incisioni parietale nella mastaba gli anatemi e maledizioni contro eventuali violatori di tombe. Spesso non mancano le disposizioni testamentarie dove il defunto descrive quali debbono essere le offerte necessarie al suo benessere nell’aldilà.

Sarebbero ancora molte le cose da aggiungere ma penso di aver reso l’idea di cosa troviamo nelle mastabe della necropoli. Nella necropoli che contorna le grandi piramidi però trovavano posto le tombe dei principi e principesse della casa reale e dei più facoltosi dignitari e visir mentre il popolo doveva accontentarsi di una buca nella sabbia dove si mummificava in modo naturale.

A conferma della considerazione di cui godevano gli operai che costruirono i monumenti a Giza, durante la missione curata da Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana guidata da Zahi Hawass venne scoperta la “Città della piramide” dove vivevano con le loro famiglie quelli che lavoravano a Giza. La città era dotata di abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo.

Da ricerche più approfondite pare emergere che i villaggi erano due, quello ad oriente per i manovali e gli operai semplici, quello occidentale, con case più grandi per artigiani e supervisori. Osservando l’intera piana dall’alto si distinguono le tombe e il villaggio dei lavoratori e dei loro cimiteri che estende la necropoli molto più a sud di quanto sembri.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” (Trad. Ginetta Pignolo), Einaudi editore, 1971
  • Mark Lehner e Zahi Hawass, “Giza and the Pyranid; The Definitive History”, University of Chicago Press, 2017
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Ananke, 2006,
  • Edward Brovarski, “Giza Mastabas, Il Complesso Senedjemib”, Henry N. Sawyer Company, 2000 E. Wente, “Lettere dall’antico Egitto”, 1990

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LA PIRAMIDE DELLA REGINA HENUTSEN

Di Piero Cargnino

Siamo giunti alla terza piramide secondaria del Complesso funerario del faraone Cheope, quella della regina Henutsen.

Le notizie su questa importante sposa di Cheope sono pochissime, per alcuni studiosi era una delle figlie di Snefru ma esistono molte ipotesi contrarie. Non è stato rintracciato nulla che parli dei suoi titoli tipo “Figlia del re” o “Figlia del corpo del re” per cui riesce difficile classificarla con certezza come principessa reale.

Di lei si parla nella famosa “Stele dell’inventario”, realizzata durante la XXVI dinastia (ben venti secoli dopo gli episodi che racconta), in essa si parla che il faraone Cheope avrebbe eseguito dei lavori per risanare la propria piramide, quella della principessa Henutsen e il tempio di Iside detta La “Signora delle piramidi”.

La Stele dell’inventario fu scoperta da Auguste Mariette all’interno del Tempio di Iside di Giza nei pressi della Sfinge, si tratta di un reperto che riporta un testo risalente alla IV dinastia, all’epoca del faraone Khufu. Non mi voglio dilungare sulla Stele dell’inventario, argomento un po’ spinoso che tratteremo in seguito, dirò soltanto che da molti è considerata un falso storico realizzato dai sacerdoti durante la XXVI dinastia il cui scopo però ci è del tutto ignoto.

A quanto si sa l’unico titolo che gli viene attribuito con certezza è quello di “Sposa del Re”. Da Cheope ebbe due figli, i principi Khufukhaf I e Minkhaf I. Secondo alcuni Khufukhaf sarebbe da identificare con Chefren in caso non lo fosse allora Henutsen sarebbe anche la madre di Chefren. A conferma di questa seconda ipotesi pare che la mastaba dove sarebbe stato sepolto Khufukhaf, a Giza, sia in seguito stata parzialmente demolita per fare spazio ad un tempio dedicato a Iside.

Nonostante esistano alcune perplessità la tomba dove venne sepolta Henutsen sarebbe la piramide G1c, la più meridionale delle tre, larga 46,25 metri per un’altezza di 29,60 metri. Parrebbe confermata l’ipotesi di alcuni studiosi secondo i quali la piramide G1c inizialmente non facesse parte del complesso originario di Cheope ma che sia stata costruita in seguito, infatti la facciata meridionale non coincide con la Piramide di Cheope ma con la mastaba di Khufukhaf.

Secondo l’egittologo Rainer Stadelmann questa piramide venne fatta costruire dal faraone Chefren in onore della propria madre non appena la regina assurse al rango di “Madre del re”. Per contro però va detto che in un vicino tempio funerario venne rinvenuta un’iscrizione che consentì di attribuire questa piramide proprio a Henutsen, quello che traspare dall’iscrizione però farebbe pensare fu Cheope a costruire la piramide per colei che forse era sposa ma anche figlia: 

<< Il Khor vivente, Medju Khor, il sovrano dell’Alto e del Basso Egitto, Khufu, ricevette la vita………Fondò la casa di Iside, accanto al tempio della dea con cui costruì questa piramide. Accanto al tempio, costruì una piramide per sua figlia Henutsen……>>

Fonti e bibliografia:

  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”,  De Agostini, Novara 1993
  • Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”,  Ananke, 2007
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
  • Miroslav Verner, “The Pyramids: The Mystery, Culture, and Science of Egypt’s Great Monuments”, Grove Press, New York, 2007 
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996
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LA PIRAMIDE DELLA REGINA HETEPHERES I

Di Piero Cargnino

Il Complesso funerario di Cheope ci riserva ancora interessanti sorprese, bene in vista le tre piramidi secondarie o “delle regine” che si trovano ad est della Grande Piramide di Cheope.

Oggi sono piccole strutture alte non più di una ventina di metri ma nell’antichità facevano bella mostra di se nei complessi funerari di molti faraoni tra cui Cheope. Il loro scopo era quello di rappresentare un luogo di culto per le madri, mogli, figlie e concubine del sovrano che in esse venivano sepolte.

La piramide più settentrionale delle tre (chiamata G1a) conteneva la sepoltura della regina Hetepheres I moglie di Snefru e madre di Cheope.

L’importanza della regina Hetepheres la si può chiaramente dedurre dai suoi titoli reali: “Madre del Re, Madre del Re delle Due Terre, Ancella di Horus, Figlia del corpo del dio”.

Venne chiamata “Figlia del dio” quando regnava suo padre il faraone Huni. Essa è considerata l’anello di congiunzione del sangue reale della III dinastia con la IV sposando per l’appunto il faraone Snefru.

Sposa minore di Snefru, diede alla luce il figlio Cheope e assunse grande importanza e considerazione quando il figlio divenne faraone. L’importanza della regina Hetepheres è anche dovuta al fatto che la sua tomba è una delle rarissime sepolture reali intatte dell’antico Egitto e l’unica inviolata fra quelle dell’Antico Regno.

Dal 1902 al 1926 ebbe luogo nella piana di Giza una grandiosa campagna di scavi organizzata congiuntamente dall’Università di Harvard con il Museum of Fine Arts di Boston, nel 1925 capo della spedizione era l’egittologo George Reisner e durante una sua momentanea assenza i suoi collaboratori scoprirono occasionalmente un pozzo molto profondo.

Subito iniziarono a scavare e dopo 26 metri si presentò loro un muro di mattoni, dopo aver praticato una breccia entrarono in una stanza rimanendo esterrefatti da ciò che videro, un prezioso corredo funebre comprendente un sarcofago d’alabastro bianco, il telaio di un baldacchino fatto di barre d’oro oltre a mobili di legno ed altri oggetti d’oro.

Gli oggetti vennero esaminati dall’egittologo e filologo inglese Battiscompe Gunn il quale individuò un’iscrizione col nome di Snefru, la cosa fece subito scalpore ma Gunn calmò subito gli animi asserendo che quello dimostrava solo che la tomba era appartenuta ad uno che era vissuto durante il regno di Snefru.

Vennero condotti altri studi a seguito dei quali Reisner ipotizzò che quella del pozzo fosse una ri-sepoltura segreta, dopo un’effrazione di ladri nella tomba originaria che dopo pochi mesi dichiarò trattarsi della tomba di Hetepheres I.

Nel 1927 si procedette all’apertura del sarcofago che, con grande sorpresa risultò completamente vuoto. Secondo Reisner Hetepheres fu dapprima sepolta a Dashur e dopo che la tomba fu violata venne portata a Giza.

Secondo Mark Lehner invece la tomba originaria della regina era quella in fondo al pozzo di Giza e, una volta violata il figlio Cheope gli fece costruire la piramide G1-a facendo traslare all’interno i resti di Hetepheres, alcuni resti del corredo vennero tralasciati. Questa piramide è aperta al pubblico ed io ho avuto il piacere di visitarla.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Armando Mei e Nico Moretto, “Giza: le piramidi satellite ed il codice segreto”, lulu.com , 2010
  • Battiscombe George Gunn, “Studies in Egyptian Syntax, Paul Geuthner, Paris, 1924
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982 Edwards, I.E.S., “Review of ‘The Pyramid Tomb of Hetep-heres and the Satellite Pyramid of Khufu” in Journal of Egyptian Archaeology, n.75, 1989