Dopo che ho comperato questo libro di Miroslav Barta è uscita l’edizione in italiano con il titolo “Viaggio verso Occidente. La tomba egizia nell’Antico Regno”.
Successivamente ho acquistato anche “Analyzing Collapse: The Rise and Fall of the Old Kingdom” che non mi ha delusa.
Di John Romer mi piace il suo modo di far vivere i personaggi e gli ambienti che descrive, dai primi testi sugli operai di Deir el Medina ai più recenti con una storia dell’Antico Egitto del tutto originale.
Purtroppo non ho mai trovato un suo testo in italiano mentre dopo il primo preso (questo) ho comperato (usati) anche libri più vecchi e seguito le nuove uscite.
[Modellino in legno stuccato e dipinto, 38 x 50 x 34 cm, Seconda metà XI – XII dinastia (2046-1794 a.C.) da Deir el-Bersha. Collezione F.W. von Bissing (1939) RMO-Leiden, F 1939/1.4.]
Modellini come questo erano realizzati e collocati nelle tombe affinché i servitori negli stessi raffigurati continuassero a servire il defunto nell’aldilà. Questo in particolare rappresenta, condensate in un unico momento, tutte le fasi della produzione del pane e della birra, elementi alla base della dieta degli antichi egizi e delle offerte che gli stessi facevano ai defunti. I nove servitori hanno i capelli neri o una parrucca a caschetto e indossano un corto gonnellino bianco.
Per produrre il pane i cereali, grano e orzo, venivano fatti germinare, poi venivano macinati e ridotti in farina. Questa, mescolata all’acqua, veniva impastata e, in forma di pagnotte, veniva cotta in recipienti appositi. Per produrre la birra il pane cotto, intero o sbriciolato, veniva immerso nell’acqua per qualche giorno fino a quando il processo di fermentazione non era completo. Il liquido denso era consumato entro pochi giorni, talvolta aromatizzato con datteri, miele o spezie.
Guardando con attenzione si vedono i servitori compiere tutte le fasi della produzione, uno macina i cereali, un altro impasta acqua e farina dentro ampi recipienti circolari, un terzo alimenta con un ventaglio il fuoco del forno sul quale sono ordinatamente impilati i tipici vasi a doppio cono usati per la cottura del pane. Di fronte un altro servitore immerge il pane nell’acqua per produrre la birra che viene messa a fermentare in una serie di vasi chiusi da coperchi visibili dietro di lui. L’uomo in piedi porta sulla testa un vaso, probabilmente con l’acqua necessaria agli impasti.
Alla fine del Medio regno questi modellini che tanto raccontano della vita quotidiana degli antichi egizi vennero sostituiti dalle statuette ushabti, che avevano la stessa funzione di sostituirsi al defunto nei lavori sgradevoli che gli sarebbero stati richiesti nell’aldilà. Tuttavia la ripetitività che in genere caratterizza gli ushabti, a mio avviso, fa rimpiangere la varietà e la vivacità degli antichi modellini in legno.
I Tesori delle Piramidi: a cura di Zahi Hawass. Ed. Whithe Star
Vorrei segnalare questo meraviglioso volume pubblicato, credo, nell’ormai lontano 2003 e quindi non proprio aggiornatissimo. Pur tuttavia offre uno splendido panorama su questi incredibili monumenti offrendo un rigoroso percorso che presenta tutte le principali piramidi, nonché le grandi necropoli dell’Antico e Medio Regno.
Le illustrazioni sono straordinarie a cura per la stragrande maggioranza di Arnaldo De Luca.
Elemento, a mio avviso, di fondamentale importanza, è la trattazione cronologica dei vari argomenti che si avvale dell’ interventi di egittologi e ricercatori di chiara fama. Gli autori dei testi, rispondono, infatti, ai nomi di: Matthew Adams, James Allen, Dieter Arnold, Vassil Dobrev, Günter Dryer, Renée Friedmann, Audren Labrousse, Mark Lehner, Peter Der Manuellian, Karol Myśliwiec, David O’Connor, Ali Radwan, Rainer Stadelmann, David Silvermann, Hourig Sourouzian, Michel Valloggia, Miroslav Verner, oltre che, naturalmente dello stesso Zahi Hawass.
Anche questo è un libro che richiede un minimo impegno, in quanto gli argomenti vengono trattati in maniera abbastanza approfondita, ma l’apparato illustrativo è tale da rendere la consultazione oltremodo affascinante.
Ovviamente risulta un po’ datato (i papiri di Merer ancora non erano stati riportati alla luce, ad esempio), ma ciò non incide in alcun modo sulla serietà e bellezza della pubblicazione che, ritengo, sia assolutamente meritevole di far parte della biblioteca di un qualunque egittofilo.
Il libro che vado a presentare è senz’altro un unicum della lettura per bambini.
E’un libro completamente scritto in versione geroglifica.
Si tratta del famoso e universalmente amato “Racconto di Peter Rabbit” di Beatrix Potter che è stato fedelmente tradotto e trascritto pagina per pagina nella scrittura geroglifica del medio regno e illustrato con tutte le opere d’arte a colori originali dell’autrice stessa. Basata sull’edizione ufficiale del centenario pubblicata nel 2002, la traduzione combina il volto familiare dell’originale con la competenza e la fama mondiale del British Museum.
Esiste la traduzione italiana ma nel volume in geroglifico il testo è nelle due versioni, inglese e geroglifico.
Dettagli Libro
· Editore : British Museum Press; 1° edizione (25 aprile 2005)
· Lingua : Inglese
· Copertina rigida : 80 pagine
· ISBN-10 : 0714119695
· ISBN-13 : 978-0714119694
· Peso articolo : 120 g
· Dimensioni : 10.5 x 1.1 x 13.7 cm
P.S.: A chi interessa il download, questo sito lo propone:
I tre gruppi statuari di Micerino riflettono pienamente l’ideale classico della scultura di corte, in cui la natura umana del sovrano è trasfigurata in una dimensione divina.
Altri due esempi di triadi di Micerino sono oggi conservate nel Museum of Fine Art di Boston.
Si era ipotizzato che i gruppi dovessero essere originariamente trenta, uno per ogni provincia egiziana, ma più recentemente è stata proposta un’interpretazione di queste triadi quali sculture dedicate dal re ad Hathor nelle province dove era più forte la venerazione per la dea.
Particolarmente felice è stata la scelta della pietra, lo Scisto, che a differenza della più dura diorite , ha consentito allo scultore di modellare con estrema precisione e grande forza espressiva le figure.
La prima
Scisto grigio – verde, Altezza cm 93 Giza, Tempio della Valle di Micerino Scavi di George Reisner IV Dinastia Museo Egizio del Cairo JE 40678
In questa triade Micerino è affiancato a destra dalla dea Hathor e a sinistra da una figura maschile molto più piccola, anch’essa incedente , con corona tripartita, una corta barba e sulla testa il simbolo del nomo di Tebe.
A differenza delle altre triadi, le figure sono qui l’una accanto all’altra, ma senza che vi sia un contatto tra loro:
La dea ha le braccia distese lungo il corpo con le mani aperte, il sovrano e l’altra figura hanno le mani chiuse a pugno.
La seconda
Scisto grigio – verde, Altezza cm 95,5 Giza, Tempio della Valle di Micerino Scavi di George Reisner IV Dinastia Museo Egizio del Cairo JE 46499
La triade raffigura Micerino con la corona bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino shendyt, alla sua destra la dea Hathor, che gli tiene la mano.
Alla sua sinistra è un’altra figura femminile, quasi delle stesse dimensioni della dea, recante sul campo il simbolo del nomo diospolita, il settimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto, la cui capitale era Hu.
Base, lastra dorsale e figure sono ricavate da un unico blocco di scisto.
Accanto ai piedi delle figure, sono incisi testi geroglifici che identificano la dea, le offerte del distretto e l’identità del re, che è designato sia con il titolo di sovrano dell’Alto e Basso Egitto
“Menkaura”, sia con il suo nome di Horus ” Kakhui”.
La terza
Scisto grigio – verde, Altezza cm 92,5 Giza, Tempio della Valle di Micerino Scavi di George Reisner IV Dinastia Museo Egizio del Cairo JE 40679
Il gruppo statuario è raffigurato in piedi su una base e addossato a un’ampia lastra dorsale.
Vi è rappresentato, al centro, il re Micerino, incedente e con la corona bianca dell’Alto Egitto, alla sua destra la dea Hathor è alla sua sinistra da una figura femminile del nomo cinopolita, il diciassettesimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto.
Il sovrano porta la barba posticcia e Indossa il gonnellino shendyt plisettato, una larga cintura liscia
Ha le braccia lungo il corpo e impugna due cilindri.
Il volto è rotondo, gli occhi delimitati da profonde incisioni, sono protetti dalle arcate sopracciliari che proseguono nella linea del naso dalla base larga e tondeggiante, le orecchie scoperte sono accostate al piano del corpo.
Il corpo del sovrano è rappresentato con grande cura e perfezione : spalle larghe, torso ampio, muscoli di braccia e gambe ben modellati, esprimono forza e sicurezza.
La dea Hathor anche lei rappresentata incedente , Indossa una parrucca tripartita con ciocche disegnate da incisioni verticali, sormontata dal disco solare tra le corna di vacca.
Indossa una tunica aderente che la ricopre fin sopra le caviglie ed evidenzia la sua figura.
Il braccio destro è disteso lungo il corpo nella mano stringe il segno shen, simbolo di eternità, il braccio sinistro passa dietro le spalle del re: la mano della dea è visibile sul braccio sinistro di lui.
La figura femminile, sul lato opposto è lievemente più bassa di Hathor ed è rappresentata stante.
Indossa una parrucca unica, sulla testa uno stendardo con l’immagine zoomorfa di Anubi, che è l’emblema del nomo cinopolita.
Davanti ai piedi delle tre figure alcune colonne di testo verticali contengono nomi e titoli del sovrano e della dea.
Delle cosiddette triadi ne vengono contate 8 più o meno integre (dato proveniente dalla rete non facilmente controllabile). Quattro furono trovate assieme: Foto al momento dello scavo.
Fonte:
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo a cura di F. Tiradritti, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Antico Regno, IV Dinastia, regno di Cheope o Chefren, 2551-2494 a.C. Trovata nella tomba G4440, Giza. Conservata al MFA Boston
Questa testa, rappresentante secondo alcuni studiosi una donna ma secondo altri un uomo, per la permanenza di tracce di colore rosso -tradizionalmente riservato ai ritratti maschili – su un orecchio, potrebbe essere una testa di riserva.
La funzione di queste teste resta ancora enigmatica e sono state formulate diverse ipotesi sul loro scopo.
Le teste di questo tipo ritrovate sono poco più di una trentina ed appartengono tutte all’Antico Regno.
Agli inizi del secolo scorso un archeologo austriaco, H. Junker, ipotizzò che queste teste servissero ad essere rimpiazzate nel caso in cui la testa del defunto risultasse danneggiata, dato che il Ka per reincarnarsi doveva trovare un corpo o figura integra. Da allora vengono chiamate teste di riserva.
Secondo altri archeologi, tra cui A.L. Kelley e N.B. Millet, queste teste servivano da modello o stampo per altre sculture (l’assenza di orecchie e la cavità presente sulla nuca sarebbero una conseguenza della lavorazione per delineare il calco sul viso) oppure, dato che molte di loro, tra cui la presente, mostrano segni di mutilazione volontaria, svolgevano una funzione magica durante le cerimonie di sepoltura (Roland Tefnin). Secondo Tefnin queste teste riproducevano in realtà i tratti dei defunti nemici del sovrano, e venivano colpite in modo mirato da sacerdoti esperti, tramite il taglio della gola e la mutilazione delle orecchie, per impedire loro di poter parlare e sentire nell’Aldilà.
Secondo altri le teste erano proprio dei ritratti del defunto e servivano per un rituale di esecrazione perché “nell’antico Egitto, a prescindere dalle funzioni svolte in vita e dalla propria condizione sociale, il modo in cui un individuo moriva poteva renderlo potenzialmente pericoloso. Questa ad esempio era la sorte di coloro che annegavano nel Nilo, chi moriva di morte violenta oppure in uno dei giorni considerati infausti.”
Comunque sia, rimasero in voga per un breve periodo e furono rimpiazzate dalle maschere funerarie in gesso d cartonnage.
Fonti:
MFA, Boston
Cecilia Fiorentini, Le Misteriose “Teste di Riserva” nelle Tombe dell’Antico Regno in Egitto,Vanilla Magazine
Paolo Bondielli, Le teste di riserva. Un antico rito di esecrazione?,
Mediterraneo Antico . 14.12.2017.
Massimiliano Nuzzolo, ritratti di Riserva, Pharaon Magazine, nr. 2/3 2008
Giza, cimitero ovest, Mastaba G 4640 IV Dinastia, Regno di Khafre Calcare, Altezza cm 25,5 Museo Egizio del Cairo, JE 46216 = CG 6005
Quest’ opera offre tutte le caratteristiche descritte nel post di Patrizia Burlini, compresa l’eliminazione delle orecchie, che in questo caso arriva alla cancellazione completa.
Le commessure labili donano all’opera un lieve sorriso che, unito allo sguardo leggermente rivolto verso l’altro, la proiettano verso la visione della vita eterna.
Giza, cimitero ovest mastaba G 4540 A IV Dinastia, Regno di Khufu Calcare, Altezza 36,3 cm Harvard University, Boston Museum of Fine Arts Scavi Reisner 1913_1914, 21.328
Ha eleganti tratti, raffinati e sottili, fanno attribuire generalmente questa testa a una donna, benché in realtà nulla né provi il sesso.
L’opera presenta alcuni caratteri peculiari, come la mancanza della pur sottile linea dei capelli e la particolare lavorazione delle sopracciglia, che danno, con i gioco di luci, un’espressione corrucciata.
Nell’ambito della statuaria dell’Antico Regno queste tre statuette in gneiss sono molto interessanti per capire le modalità operative seguite dagli scultori dell’epoca.
Esse sono state rinvenute nel 1908 a Giza, nel Tempio a Valle di Micerino, da una spedizione dell’Università di Harvard – MFA di Boston e sono ora custodite al Museo delle Belle Arti di Boston (accession numbers 11730 – 11731 – 11.732) al quale furono assegnate dal Governo Egiziano.
In origine erano collocate su di una sporgenza del tempio, il che significa che ricevettero offerte dai sacerdoti destinati al culto del sovrano come se fossero state complete.
Esse fanno parte di un gruppo di quindici statuette (h. 35.2 x l. 18.5 cm) ognuna delle quali rappresenta una fase del processo di realizzazione e provano che nell’Antico Regno esso era stato perfezionato e codificato garantendo il raggiungimento delle proporzioni ideali a prescindere dalla grandezza del blocco da scolpire.
Probabilmente servivano come modelli per statue simili di dimensioni maggiori, per cui non erano destinate ad essere completate; la statuetta centrale, specialmente nell’area della testa, mostra i resti di linee rosse che indicavano dove tagliare per ottenere le proporzioni corrette; nel Medio Regno i pochi segni si espansero in una griglia completa.
Utilizzando martelli di pietra più dura gli artisti tagliavano un blocco delle dimensioni della statua finita, e rifinivano gradualmente i dettagli della testa e degli arti con l’aiuto di scalpelli di rame, quindi con pietre e polveri abrasive lucidavano la superficie e realizzavano l’iscrizione che identificava il proprietario ed i titoli che aveva rivestito.
Le tre statuette qui raffigurate illustrano le fasi di pre-lucidatura iniziale, intermedia e finale; lo gneiss con il quale esse sono realizzate è una pietra molto dura proveniente da una cava vicino a Abu Simbel, ed è probabile che esse siano state realizzate riutilizzando la pietra di una statua più grande, in quanto il fondo di una di esse è lucidato a specchio, mentre di solito non sarebbe stato rifinito in quanto non era destinato ad essere visto.