Necropoli tebane

LE TOMBE DEI NOBILI

Fig. 1: Schematizzazione delle posizioni reciproche delle necropoli dell’area tebana, in Egitto

L’area normalmente e genericamente indicata come “Tombe dei Nobili” comprende, di fatto, l’intera area tebana sulla riva occidentale[1] del Nilo dinanzi alla città di Luxor[2] destinata a sepolture di nobili e funzionari connessi alle case regnanti, specie della XVIII-XIX e XX dinastia (confluenti nel Nuovo Regno). L’area venne tuttavia sfruttata, come necropoli, fin dall’Antico Regno e, successivamente, sino al periodo Saitico (con la XXVI dinastia) e Tolemaico.

Le tombe censite (benché ad oggi non tutte individuabili sul terreno) sono oltre 400. Erano originariamente contrassegnate da uno o più coni funerari in argilla[3] infissi nella parete anteriore, che indicavano il nome, il titolo dell’occupante e, talvolta, brevi preghiere. Benché siano ad oggi stati recuperati oltre 400 coni funerari, solo per 80 di essi è stato possibile individuare la collocazione originaria.

Anche se non rientranti nella categoria dei “nobili”, si è soliti comprendere in tale ampia localizzazione e denominazione anche le necropoli degli operai e delle maestranze di Deir el-Medina che realizzavano le sepolture, specie reali, e che delle tombe curavano la manutenzione.

Si tratta nel complesso di sette distinte necropoli:

  • el-Assasif: situata a sud della necropoli di Dra Abu el-Naga, nella piana di Deir el-Bahari, ospita prevalentemente sepolture della XVIII – XXV e XXVI dinastia.
  • el-Khokha: sita nella piana di Deir el-Bahari, a poca distanza dalla necropoli di el-Asassif, ospita oltre 50 tombe della XVIII-XIX e XX dinastia, nonché 3 del Primo Periodo Intermedio.
  • el-Tarif: posta quasi all’ingresso della Valle dei Re, la necropoli di el-Tarif è la più antica dell’area tebana[2] e ospita tombe del tardo Primo Periodo Intermedio, del Medio Regno e del Secondo periodo intermedio, nonché mastabe attribuite ai principi locali risalenti all’Antico Regno (IV e V dinastia).
  • Dra Abu el-Naga: ospita oltre 150 sepolture suddivise in due aree; l’una risalente al Medio Regno costituita da circa 100 tombe, e l’altra del Nuovo Regno da 60.
  • Qurnet Murai: situata nei pressi del villaggio operaio di Deir el-Medina, si tratta di una piccola necropoli che ospita tombe di funzionari della XVIII-XIX-XX dinastia, nonché una del periodo tolemaico e una del periodo Saitico (XXVI dinastia).
  • Sheikh Abd el-Qurna: situata sull’altura che sovrasta la piana di Deir el-Bahari ed i complessi templari di Mentuhotep II, dell’XI dinastia, Thutmose III e Hatshepsut della XVIII, ospita pochissime tombe dell’XI e XII dinastia, nonché circa 150 della XVIII-XIX-XX dinastia.
  • Necropoli degli operai di Deir el-Medina: si tratta delle sepolture degli operai che operavano nella Valle dei Re. Tombe ad architettura cosiddetta “composita” in cui la sovrastruttura è costituita da una piccola piramide costruita in materiale povero e deperibile e da un ipogeo con un vano sotterraneo coperto da una volta a mattoni.
  • Deir el-Bahari: oltre ai Templi del Milione di Anni di Montuhotep II (XI Dinastia), Hatshepsut e Thutmosi III (XVIII Dinastia), nella spianata di Deir el-Bahari sono ospitate alcune Tombe dei Nobili, fra cui la famosa TT320 (nota anche come DB320, “Deir Bahari 320”, o come “cachette” di Deir el-Bahari) che, all’atto della scoperta, alla fine del XIX secolo, conteneva 45 mummie di re e funzionari di corte qui raccolte per preservarle dalle razzie dei violatori di tombe della Valle dei Re. Ancora nell’ambito delle Tombe dei Nobili che qui si trovano, di interesse, la TT353 di Senenmut, funzionario regio e architetto cui si deve la costruzione del tempio di Hatshepsut.

Nota Bene:           

  1. Tutte le planimetrie non sono in scala ed hanno valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
  2. Le immagini nel testo, salvo che non sia specificato diversamente, sono opera dell’autore. Sono state inserite con licenza Creative Commons e, perciò, chiunque può condividere, copiare, distribuire, trasmettere, o anche modificare i disegni a patto di indicare esplicitamente che sono state apportate modifiche, e riportare l’autore originale che, comunque, non ha alcun potere di approvazione delle modifiche apportate.
Fig. 2: Planimetria schematica dell’area di Deir el-Bahari con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti[4]  

fig. 3: L’area di Deir el-Medina con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 4: L’area di Dra Abu el-Naga (area nord) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 5: L’area di Dra Abu el-Naga (area sud) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 6: L’area di el-Khokha ed el-Assasif con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

F

Fig. 7: L’area di Qurnet Murai con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 8: L’area di Sheikh Abd el-Qurna (area nord) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 9: L’area di Sheikh Abd el-Qurna (area sud) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Topografia dei luoghi

La riva occidentale del Nilo, ove si trovano le necropoli, presenta una fascia di terra coltivata (che in passato era soggetta alle benefiche inondazioni nilotiche) larga circa 2 km; segue, con il naturale innalzamento del terreno verso le colline, una fascia sterile che per prassi e come in altre aree del paese, non essendo utile alla coltivazione, veniva destinata alle necropoli. Ulteriore vantaggio derivava dalla stessa aridità che garantiva maggiore durata dei sepolcri. L’importanza dell’area funeraria è affermata, come per la città di Luxor, specie in Periodo ramesside dalla presenza di un funzionario che recava il titolo di “sindaco della città dell’Occidente”.

In corrispondenza di Karnak, che si trova sulla sponda orientale del Nilo, si trova, quasi all’imboccatura della Valle dei Re, la necropoli più antica di el-Taref seguita immediatamente da Qurna e, procedendo da nord verso sud: Dra Abu el-Naga, el-Assasif, Deir el-Bahari, El-Khokha[5] seguita da Sheikh Abd el-Qurna che un ampio vallone separa da Qurnet Marai dominata da una collina su cui si innalza il monastero copto che dà il nome alla retrostante valle di Deir el-Medina. Proseguendo verso sud si incontra la Valle delle Regine[6] , mentre ad est si trova Medinet Habu, con il tempio funerario di Ramses III a sud del quale si trova l’immensa area[7] occupata dal Palazzo reale di Amenhotep III, Malkata.

Storia della riscoperta

Di fatto, salvo rare eccezioni, la presenza delle sepolture nell’area tebana è sempre stata nota quanto meno alle popolazioni locali che ne fecero spesso abitazione, ricovero per animali o cave per materiale da costruzione[8]. In tal senso deve intendersi che non si possa trattare tout court di scoperta bensì di riscoperta dell’area e delle sepolture. Solo tuttavia con l’apertura massiccia dell’Egitto ai viaggiatori occidentali, intorno all’800, si iniziarono attività più distruttive degli apparati architettonici e artistici. Nel corso dei millenni molte tombe erano state tuttavia usurpate o riutilizzate fino al periodo romano ed oltre. Successivamente, nel periodo copto, sulle tombe o all’interno delle stesse, o sugli alti cumuli di terra da riporto derivanti dagli scavi abusivi, vennero erette alcune strutture chiesastiche o monasteriali, in arabo “deir”, che diedero, peraltro, il nome ad alcune delle necropoli[9].

Primo viaggiatore occidentale che raggiunse Tebe e le necropoli fu, agli inizi del XVIII secolo, l’abate francese Claude Sicard che nei suoi appunti di viaggio segnalò la presenza del “palazzo di Gurna” giacché con tale nome era noto, all’epoca, il Tempio funerario di Seti I di cui, oggi, non restano che labili tracce. Seguì le orme di Sicard a metà del ‘700, e fu anzi il primo viaggiatore a menzionare tombe private tebane, e a lasciarne rappresentazioni grafiche, il vescovo anglicano Richard Pococke. Nel 1799 fu la volta della spedizione napoleonica[10] seguita dai viaggi nell’area tebana di Giovan Battista Belzoni[11] che, durante la sua prima missione in Egitto (giugno-dicembre 1816) trattò non solo delle tombe, ma anche delle popolazioni locali e dei loro costumi[12].

Non molto dopo Belzoni, tra il 1828 e il 1829, la zona sarà rilevata, per la prima volta in maniera pienamente scientifica, dalla spedizione franco-toscana di Ippolito Rosellini e Jean-François Champollion, quindi dalla missione prussiana di Karl Richard Lepsius. Tra il 1824 e il 1828 soggiornerà nell’area John Gardner Wilkinson. Al 1837 risale la pubblicazione di tre volumi del Wilkinson “Manners and Customs of the Ancient Egyptians” recanti informazioni e disegni delle rappresentazioni parietali delle tombe.

I primi scavi archeologici sistematici, tuttavia, iniziarono nell’area, nel 1855, con Alexander Henry Rhind che lasciò traccia dei suoi lavori in “Thebes, its Tombs and their Tenants[13], pubblicato nel 1862. Fu quindi la volta di Auguste Mariette che assunse la responsabilità dell’area in qualità di direttore del neo istituito Servizio delle Antichità. Ulteriori scavi nell’area vennero eseguiti nel 1878 da Victor Loret e, quindi da Flinders Petrie nel 1883.

Tra il 1907 e il 1939, le tombe furono oggetto di rilevazione e copia dei dipinti parietali a cura di una missione egiziana di cui facevano parte, tra gli altri, Norman e Nina de Garis Davies i cui lavori, in numero di oltre 300, sono oggi il cuore del dipartimento egiziano del Metropolitan Museum di New York. Nella maggior parte dei casi le riproduzioni riflettevano la situazione dei dipinti per come si trovavano all’atto del rilievo, compresi ogni danneggiamento causato dai millenni trascorsi o da intervento umano. In altri casi si preferì ricreare i dipinti per come dovevano essere quando nacquero.

Al 1913 risale la pubblicazione di “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes“, a cura di Alan Gardiner e Arthur Weigall, recante il primo elenco noto di 252 tombe.

Importante, per lo studio delle necropoli dell’area tebana, il volume 1 dell’opera di Bertha Porter e Rosalind Moss, in sette volumi nota come “Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings” la cui prima edizione, risalente al 1927, è stata poi successivamente sempre aggiornata ed ampliata dalla sola Rosalind Moss.

Molteplici sono state, successivamente, le missioni archeologiche di scavo nell’area provenienti da ogni parte del mondo: inglesi, francesi, americane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche, giapponesi.

Sistema di numerazione delle tombe

Con il loro “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” del 1913, Alan Gardiner e Arthur Weigall per la prima volta elencano 252 tombe delle necropoli tebane. Nella “introduzione” al volume si precisa che la numerazione utilizzata (e marcata all’ingresso di ciascuna tomba), non segue un ordine topografico, bensì, orientativamente, quello delle scoperte. Tale criterio viene criticato dagli stessi autori, che, tuttavia, ne caldeggiano l’impiego a livello accademico onde evitare, per il futuro, incomprensioni e confusione nella già “caotica letteratura di egittologia[14].

Dal 1913, ferma restando la numerazione assegnata da Gardiner e Weigall, le tombe di nuova scoperta sono state contrassegnate seguendo la stessa logica raggiungendo, ad oggi, il numero di 415 cui si debbono sommare altre tombe in attesa di assegnazione della numerazione o di cui, pur essendo nota storicamente ed archeologicamente l’esistenza, non è stata trovata traccia sul terreno.

Distribuzione delle tombe

Le Tombe dei Nobili sono distribuite cronologicamente in un arco che copre l’intera storia dell’antico Egitto, dall’Antico Regno al Periodo Tolemaico, con preminenza del Nuovo Regno e, segnatamente, della XVIII dinastia e del Periodo ramesside.

Tabella “A”: distribuzione per periodi

Tabella “A”: distribuzione per periodi

La tabella “A” riporta la distribuzione per periodo storico; nel caso della XVIII dinastia, più rappresentata, si è provveduto a differenziare il periodo in funzione dei regnanti.

PeriodoN.ro
Antico Regno4
Primo Periodo Intermedio1
Medio Regno16
Nuovo Regno – XVIII dinastia (Ahmose I – Amenhotep I)6
Nuovo Regno – XVIII dinastia (Thutmosi I – Thutmosi IV)138
Nuovo Regno – XVIII dinastia (Amenhotep III – Horemheb)39
Nuovo Regno-Periodo ramesside (?)36
Periodo ramesside188
XXI dinastia3
Terzo Periodo Intermedio2
XXV dinastia3
Periodo Tardo28
Periodo tolemaico1
periodo non noto10

 

Tabella “B”: distribuzione per necropoli

In tabella “B” la distribuzione per dinastie/periodi e per necropoli delle Tombe dei Nobili.

NecropoliNon notaDeir el-BahariDeir el-MedinaDra Abu el-NagaEl-AssasifEl-KhokhaQurnet MuraiSheikh Ab del-Qurna
Non noto17       
I Per. Int.     3  
Medio R. 1   1 1
XI Din. 7  1  3
XII Din.       1
XVIII Din.227373284100
XIX Din.  3311815320
XX Din.2 102949915
XXII Din.      1 
Saitico1   2   
XXV Din.    5  1
XXVI Din. 1  9  1
P. Tardo   14  2
Tolemaico       1
TOTALI22115078365617145

Elenco delle tombe

Tombe dei Nobili – da TT1 a TT50

Tombe dei Nobili – da TT51 a TT100

Tombe dei Nobili – da TT101 a TT150

Tombe dei Nobili – da TT151 a TT200

Bibliografia

  • Sergio Donadoni, Tebe, Milano, Electa, 1999, ISBN 88-435-6209-6.
  • Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto – 2 voll.-, Torino, Ananke, 2005, ISBN 88-7325-115-3.
  • Alexander Henry Rhind, Thebes, its Tombs and their tenants, Londra, Longman, Green, Longman & Roberts, 1862.
  • Nicholas Reeves e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3.
  • Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
  • Alan Gardiner e Arthur E.P. Weigall, Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, Londra, Bernard Quaritch, 1913.
  • Donald Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8.
  • John Gardner Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians, Londra, John Murray, 1837.
  • Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 1, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1927.

[1]     I campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.

[2]     Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]     I primi esempi di coni funerari risalgono alla XI dinastia, ma non sono iscritti. Originariamente policromi e lunghi fino ad oltre 50 cm, diminuiscono di dimensioni durante il Nuovo Regno. L’uso di tali manufatti è limitato, per quanto è dato di sapere, alla sola area tebana. L’alto numero di ritrovamenti, oltre 400, di cui solo una minima parte assegnabile a precise sepolture, è sintomatico della gran quantità di tombe mai scoperte, o andate distrutte nel corso dei millenni. La più vasta raccolta di coni funerari si trova presso il Petrie Museum di Londra.

[4]     Le planimetrie qui riportate non sono in scala ed hanno valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stese sono state classificate.

[5]     È incerto il significato del termine Assasif, mentre “favo” è la traduzione del termine Khokha.

[6]     Bab el-Malikat.

[7]     Il palazzo di Malkata occupava un’area di circa 350.000 mq.

[8]     Tra gli anni quaranta e cinquanta del ‘900, uno degli architetti più famosi dell’Egitto, Hassan Fathy, progettò e realizzò un insediamento abitativo più prossimo alle sponde del Nilo, Qurna Girdida. Intento del governo era quello di trasferirvi la popolazione dei piccoli insediamenti che ancora occupavano le aree archeologiche causando notevoli danni anche a seguito degli scavi abusivi. L'”esperimento” non ebbe successo e le popolazioni locali occuparono solo in minima parte il nuovo abitato.

[9]     Si vedano Deir el-Medina, ovvero Monastero della città, o Deir el-Bahari, Monastero del nord.

[10]    Notevoli sono i disegni di Vivant Denon della tomba TT65 di Nebamun. Nel complesso, tuttavia, non molti sono i disegni relativi all’area sepolcrale tebana realizzati in loco. Nella pubblicazione finale della Description de l’Égypte furono tuttavia riportate numerose riproduzioni di testi e decorazioni che erano stati asportati e portati in Francia. Edme François Jomard riportò inoltre la descrizione di alcune tombe, nonché alcuni episodi sintomatici del trattamento cui le tombe, ed i relativi occupanti, venivano sottoposti giungendo addirittura ad usare le mummie, impregnate di bitume, come combustibile per i fuochi notturni. Nel suo resoconto, inoltre, Jomard mise in guardia gli esploratori dall’usare torce all’interno delle tombe data l’alta infiammabilità delle stesse mummie.

[11]    Belzoni si avvalse anche della collaborazione di un agente locale, il greco Giovanni d’Athanasi detto “Yanni”, che iniziò, tuttavia, la stagione delle razzie sistematiche. Il d’Athanasi, infatti, non esitò a spogliare molte delle tombe note e, trovatene alcune intatte, a depredarle senza, tuttavia, lasciare alcuna traccia delle scoperte eseguite.

[12]    Scrive Belzoni: «gli arabi di Gurna vivono presso l’entrata medesima delle caverne che hanno essi scoperte; innalzando muraglie di recinto, si formano abitazioni per essi e stalle per i loro cammelli, bufali, pecore, capre e cani. Il popolo di Gurna che si è arrogato il monopolio delle antichità, è gelosissimo quando i forestieri fanno ricerche per conto proprio guardandosi bene di mostrare i luoghi ove sanno certamente trovarsi qualche antichità…»

[13]    Titolo completo: “Thebes, its Tombs and their Tenants ancient and present including a record of excavations in the Necropolis”.

[14]    Le tombe sono riportate in ordine di scoperta in tabelle che vedono le seguenti colonne: numero; nome del/i titolare/i (in geroglifico con relativa traslitterazione); principale titolo/i del/i titolare/i (in geroglifico con relativa traduzione); periodo della sepoltura; sistema di chiusura (ove esistente, generalmente porta o cancello in ferro); ubicazione (precisazione della necropoli); riferimento alle fotografie panoramiche (tavole fuori testo) delle necropoli allegate da pag. 45 in poi.

[15]    Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[16]    Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[17]    I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[18]    DB, ovvero Deir el-Bahari.

Kemet Djedu

GIUSTO DUE COSE SU ROY…

Di Livio Secco

Tra le tombe tebane della XIX e XX Dinastia, una delle immagini a corredo ha attirato la mia attenzione. Si tratta della tomba di Roy, identificata dal codice TT255.

Me n’ero occupato per scrivere una lezione sui riti funerari. Allego qui due diapositive che riguardano la scena del funerale di Roy.


PRIMA DIAPOSITIVA: Precedono i nobili, quattro portatori rasati che reggono un naos che potrebbe contenere i quattro vasi canopi che custodiscono gli organi interni del defunto. Sopra il naos c’è un’effige di Anubi accosciato.
La didascalia che accompagna l’immagine dice, stranamente, che stanno trasportando dell’olio per rinfrescare colui che è nel sarcofago. I geroglifici didascalici sono sottodimensionati, segno che il pittore o lo scriba hanno calcolato male lo spazio necessario al testo. Lo scritto è stato riportato in un secondo tempo riducendo le dimensioni dei segni.
Sotto il naos, inginocchiata, c’è una figura femminile in chiaro atteggiamento funerario e piangente con la mano destra tra i capelli. È identificata dalla didascalia geroglifica come ḥm(t).f sḫmt-ḥtp [hemet.ef sekemet-hetep] “la serva sua Sekhmet-hotep (l’antroponimo significa “la dea Sekhmet è in pace“)”. Il fatto che sia identificata in modo così preciso può solo significare che fosse una persona di servizio particolarmente prediletta dal padrone.


SECONDA DIAPOSITIVA: Davanti ai due uomini piangenti c’è una donna anch’ella in atteggiamento funerario perché ha la mano destra sulla testa. In altre zone l’abbiamo già identificata come la moglie di Roy. I geroglifici incorniciati sono la sua didascalia relativa che riporta il suo grido disperato al marito:
ḏd.n ḥmt.f [ʤed.en hemet.ef] Ha detto la sposa sua,
mr(yt).f [merit.ef] la beneamata sua,
nb(t)-tȜwy [nebet-taui] Nebet-tauy (La Signora delle Due Terre)
mȜꜤ(t)-ḫrw [maat-keru] giusta di voce:
(i)m(i) ir kꜤw [imi ir kau] non fare l’abbandonare,
(i)m(i) ir kꜤw pȜ ꜤȜ [imi ir kau pa aa] non fare l’abbandonare, o grande,
(i)m(i) ir kꜤw.i [imi ir kau.i] non fare l’abbandonare di me!
Il problema è che il verbo ḫȜꜤ [kaa] abbandonare è scritto per tre volte e tutte le tre volte in modo errato.
Cioè per ben tre volte c’è scritto: (i)m(i) ir kꜤw [imi ir kau].
Invece la corretta grafia doveva essere: (i)m(i) ir ḫȜꜤ [imi ir kaa].

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LE TOMBE DELLA XIX E XX DINASTIA

Tomba di Roy (TT 255)

Spesso ritenute più ordinarie delle tombe dipinte dell’inizio del Nuovo Regno, le tombe tebane ramessidi sono criticate per i colori piatti e le figure pesantemente contornati , ma, di fatto, queste pitture rappresentano una consistente varietà e alcuni di esse denotano un’ottima decorazione, con caratteristiche interessanti.

Tomba di Pashedu (TT 3) – vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/02/17/pashedu-tt3/

Alcune scene che descrivono giardini o attività agricole (come nella tomba di Sennedjem) sono vivaci e ricche di particolari: volatili e animali sono disegnati con la massima cura.

Tomba di Sennedjem (TT 1)

Certo, nelle stesse scene le figure umane sono talvolta quasi caricaturale, rapidamente tracciate, con gambe troppo lunghe per i corpi sottili e abiti e gioielli così elaborati da rasentare il cattivo gusto.

Mentre alcune scene mostrano spiccata individualità e creatività, altre propongono una tale enfasi nei temi religiosi che sembrano aver soffocato ogni aspirazione dell’artista a oltrepassare le convenzioni.

Tomba di Khonsu (TT 31)

Entrambe le estremità di questo spettro si riscontrano nelle tombe di Roy e Shuroy a Dra Abu el-Naga: la prima possiede dipinti di buona fattura, ricchi di particolari suggestivi e innovativi, la seconda appare sbrigativa, addirittura trascurata, e priva di inventiva.

Tomba di Nefersekheru (TT 296)

Fonte

I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni W Hite Star

Fotografie

  • Patrizia Burlini
  • Giusy Antonaci
  • Dal libro citato.
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XX Dinastia

IL FARAONE RAMSES VII

Di Piero Cargnino

Ramses VII, il cui nome completo era Usermaatra-Setepenra-Meriamon Ramses-Itiamon-Netehekaiunu, era figlio di Ramses VI e della Grande Sposa Reale Nubkhesbed, questo è anche attestato sul montante di una porta proveniente dal villaggio di Deir el-Medina.  Di lui possediamo una documentazione estremamente scarsa, il “Papiro di Torino” (1883) attribuisce ad un imprecisato faraone del periodo un regno di 8 anni, poiché la data più alta attestata del regno di Ramses VII è l’anno 7, mese 5,  alcuni ritengono trattarsi proprio di lui.

Secondo Jacobus Johansen Janssen, ciò si dovrebbe ad un ostrakon che è datato al secondo mese della stagione Shemu dell’anno 7 di Ramses VII, mentre per il ricercatore Raphael Ventura, che ha studiato il “Papiro di Torino” (1907-1908) si dovrebbero considerare undici anni di regno. Esistono anche altre ipotesi circa gli anni di regno ma poiché si differenziano di un anno o due al massimo non credo che sia il caso di citarle tutte.

Non si conosce il nome della sua Grande Sposa Reale, ma pare abbia avuto almeno un figlio chiamato Ramses,. secondo alcuni non sarà comunque lui che gli succederà al trono ma lo zio Ramses VIII, Pare che anche i successivi faraoni ramessidi provengano da Ramses VIII il quale era figlio di Ramses III.

Anche lui non deve essere stato un grande sovrano, sono lontani i tempi del Grande Ramses II, incapace o impotente non seppe dare all’Egitto un buon governo, la situazione  economica continuava a precipitare, il prezzo del grano, forse anche grazie alle speculazioni del clero di Amon, che ormai cresceva senza freno alcuno, raggiunse un prezzo tale da renderlo quasi inaccessibile alla popolazione ed il tesoro della corte non riusciva più a fornire le dovute derrate agli operai.

Non agendo in alcun modo Ramses VII non faceva altro che peggiorare la situazione che si accentuerà ancor più sotto i regni che seguiranno. Notizie molto confuse parlano che in questo periodo si riscontrano anche problemi ai confini orientali. Anch’egli rispettoso delle tradizioni religiose, quando durante il suo regno morì un toro Mnevis, come i suoi predecessori, gli costruì una tomba e lo fece seppellire, con tanto di riti, nella necropoli dei tori sacri a Heliopolis. La tomba è rivolta a sud verso il tempio di Tem e si accede da una ampia porta larga 1,20 metri  che conduce ad una camera di 5,86 per 7,79 metri. L’interno è decorato con rilievi che riproducono il re ed il toro Mnevis (che diventerà il dio Osiride-Mnevis) alla presenza delle divinità funerarie. Su un dipinto si può osservare il faraone che fa offerte al toro sacro che viene rappresentato sdraiato su di un piedistallo incorniciato dalle dee Iside e Nefti  che lo proteggono. Per procedere all’apertura della tomba si dovette rimuovere dieci massicce lastre che formavano il soffitto, all’interno erano ancora presenti i resti dell’animale, le ossa e parte del legno del sarcofago. Nonostante la tomba fosse già stata saccheggiata fin dall’antichità, al centro delle ossa sono stati ritrovati uno scarabeo e alcune parti in bronzo che facevano parte del sarcofago. La tomba comprendeva anche una cappella di culto che venne rinvenuta nel 1902 da Ahmed bey Kamal nel sito di Arab el-Tawal, a nord del recinto principale della città del dio del sole.

La scoperta di questa tomba di Mnevis è di grande importanza in quanto poche tombe di Mnévis sono state portate alla luce a Heliopolis. La camera funeraria conteneva dieci vasi canopi, quattro in alabastro sicuramente appartenenti al toro mentre gli altri, in pietra calcarea, saranno state lasciate dopo il restauro della necropoli per preservarli dai saccheggi. Questa tomba si può considerare degna di un monumento reale, persino i mobili che accompagnavano il toro sacro, nella loro discreta semplicità ci danno un’idea delle lussuose sepolture di cui beneficiarono queste divine ipostasi.

Ramses VII morì, così, senza meriti ne gloria alle prese con una crisi irrisolvibile contro la quale però non riuscì a fare nulla. Neppure la sua tomba può trasmettere un senso di grandezza e di potere, la KV1 di piccole dimensioni è localizzata in un piccolo wadi, presso l’accesso alla necropoli, possiede comunque un ingresso monumentale benché non sia mai stata ultimata. Dopo l’ingresso si accede ad un corridoio trasformato in camera funeraria con un piccolo ampliamento del vano a causa dell’improvvisa morte del sovrano.

Nel corridoio sono presenti, a sinistra una processione degli dei solari Horakhti, Atum e Khepri con in testa il re, a destra, sempre il re in testa, una processione composta dagli dei Ptah, Sokar e Osiride, seguono capitoli del “Libro delle Porte” e dal “Libro delle Caverne”. Prima di quella che parrebbe una camera funeraria sono rappresentate le dee Uerethekau, Sekhmet e Bastet.

Il sarcofago non esiste, probabilmente il corpo venne sistemato in una fossa aperta nel pavimento sulla quale fu poi posta una grande lastra di pietra. Le pareti della “camera funeraria” presentano brani del “Libro della Terra” mentre sul soffitto sono rappresentate due raffigurazioni della dea Nut oltre alle costellazioni dello zodiaco egiziano. La difficile situazione economica del paese in quel momento sicuramente ha inciso di brutto.

La KV1 era anch’essa conosciuta fin dall’antichità, lo testimoniano numerosi graffiti greci e copti come pure si riscontra che venne utilizzata come abitazione da parte di eremiti cristiani. Sicuramente venne sepolto nella KV1 ma la sua mummia non fu mai trovata, non fu neppure trasportata nella cachette DB320 di Deir el-Bahari dove però, nel 1881, furono trovate quattro vasi in faience che riportavano il nome di Ramses VII il che potrebbe suggerire che uno dei corpi non identificati fosse suo.

Nel soffitto della “camera funeraria” della KV1 è raffigurata la dea leonessa Sekhmet (dea della guerra) forse a conferma di un detto antico egizio secondo il quale a volte la dea Sekhmet abbandonava le sembianze di leonessa per diventare un gatto, la dea dell’amore Bastet.

La capitale rimase a Pi-Ramses ed il sovrano potrebbe aver alloggiato presso la città di Tellel-Yahoudieh tra Heliopolis e Pi-Ramses. Su di una stele, oggi alla National Gallery of Victoria a Melbourne, in Australia, si trova un simbolo del culto di una statua del re, il dipinto presenta Ramses VII come una statua mentre deambula. Indossa la corona  bianca (hedjet) dell’Alto Egitto e tiene in mano gli scettri Heka e Nekhekh, di fronte, sul segno séma-taouy, si trova  il doppio cartiglio del re. I rapporti che Ramses VI intrattenne con L’Alto Egitto sono scarsamente attestati, da alcuni ostraka dove si evince la poca attenzione che veniva prestata alla sua tomba da parte degli operai di Deir el-Medina.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XX Dinastia

IL FARAONE RAMSES VI

Di Piero Cargnino

Ramses Amonherkheoshef Netjerhekaiunu, “nato da Ra-Amon è con il suo forte braccio Dio sovrano di Iunu [Eliopoli]”, zio di Ramses V, alla morte del nipote che non ebbe alcun figlio, sali al trono come Ramses VI assumendo il nome regale di Nebmaatra Meriamon “Ra è Signore di Maat, amato da Amon”.

Figlio di Ramses III e della Grande Sposa reale Iside Ta-Hemdjert poté vantare il diritto alla successione. Secondo alcuni è probabile, ma non certo, che fosse figlio di Ramses III ma lui, per ribadire la sua origine diretta dal grande sovrano, fece iscrivere il suo nome nella lista dei figli di Ramses III nel tempio di Medinet Habu, tanto per chiarire le cose nei confronti di eventuali pretendenti indiretti ossia i discendenti dei fratelli di Ramesse III.

La sua Grande Sposa Reale fu Nubkhesbed (che vuol dire “oro e lapislazzuli”), da lei ebbe due figli, il primogenito, Amonherkhepsef, erede designato del padre, il quale però gli premorì. Amonherkhepsef venne comunque sepolto nella Valle dei Re ma, per mancanza di tempo per costruirgli una tomba, venne riutilizzata quella del cancelliere Bay (KV13), vissuto alla fine della XIX dinastia. La tomba fu nuovamente decorata appositamente per il principe con la rappresentazione di sue immagini. Per quanto riguarda il sarcofago venne riutilizzato quello della regina Tausert (prima sepolta nella vicina tomba KV14, poi traslata nella KV15) sostituendo il suo nome con quello del principe.

Altri figli di Ramses VI furono Ramses, che gli succederà al trono assumendo il nome di Ramses VII, Panebenkemyt ed una figlia, Iside, principessa e sacerdotessa alla quale venne assegnato il titolo di “Divina sposa di Amon” nel tempio di Karnak per poter avere ancora qualche rapporto con lo strapotere del clero. La regina Nubkhesbed è ricordata nella tomba KV13 del figlio Amonherkhepsef e su di una stele della figlia Iside a Copto.

Mentre a Tebe il Sommo Sacerdote di Amon aumentava la sua influenza sulla corte accumulando un potere tale da mettere in ombra quello del faraone,  Ramses VI non faceva nulla per contrastarlo e la decadenza e l’indebolimento del potere centrale continuavano indisturbati e progredire e porteranno, nel giro di pochi decenni, alla fine del Nuovo Regno. Sfuma anche l’influenza egizia nel Sinai dove quello di Ramses VI è l’ultimo faraone del cui nome si abbia traccia.

La situazione interna molto instabile ebbe ripercussioni anche nel villaggio operaio di Deir el-Medina dove gli operai, addetti alla manutenzione delle tombe reali, vennero ridotti a 60 mentre nel villaggio aumentava un senso di timore verso un imprecisato nemico, fosse una guerra civile o movimenti di genti armate.

Forse con l’intento di allontanarsi il più possibile da Tebe, ormai completamente in mano al “Primo Profeta di Amon” Ramessenakht, che rese la sua carica ereditaria, Ramses VI trasferì la residenza reale nella regione del Delta a Tani. Come costruttore Ramses VI non ci ha lasciato molto, per lui era più semplice usurpare i monumenti già costruiti dai suoi predecessori sostituendo i cartigli.

Secondo il parere dell’egittologo Raphael Ventura, che ha ricostruito il “Papiro di Torino 1907+1908”,  Ramses VI potrebbe aver regnato per otto anni interi, morì nel secondo mese del suo nono anno di regno. Anche l’egittologo olandese Jac J. Jansen concorda nell’assegnargli otto anni di regno, basandosi su quanto riportato sull’ostrakon IFAO 1425,  che cita il prestito di un bue nell’ottavo anno di un re che non può che essere Ramses VI.

Il fatto che abbia regnato otto anni è stato dedotto anche da un grafito a Tebe (cat. 1860a) dove viene anche nominato il sacerdote Ramessenakht, graffito che in un primo tempo venne attribuito a Ramses X, attribuzione poi abbandonata a favore di Ramses VI.

Alla sua morte, come aveva già deciso in precedenza, venne posto nella tomba KV9 dove si trovava già suo nipote Ramses V, non è chiaro se rimasero entrambi nella stessa tomba. La tomba venne profanata dai ladri una prima volta 15 anni dopo la sepoltura, sul trono regnava da 9 anni Ramses IX e, una seconda qualche anno dopo quando il sarcofago in granito venne rovesciato e rotto e la mummia fu danneggiata. Anche la sua mummia fu riassestata e trasferita nella tomba KV35 di Amenhotep II.  

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
Amarna, Nefertiti

TESTA DI NEFERTITI

Nuovo Regno, Diciottesima Dinastia, regno di Amenhotep IV – Akhenaton
Dimensioni (senza lo zoccolo): 33,7 x 19,5 x 23,5 centimetri
Folkwang Museum, Essen (Germania) (inv. P 100)

Testa in calcare cristallino di Nefertiti, da Tell el-Amarna

Questa testa, dalle dimensioni quasi reali, probabilmente decorava una delle quattordici stele confinarie reperite a Tell el-Amarna. I cippi furono eretti da Akhenaton (1377 – 1358 B.C.) dopo aver trasferito la propria residenza da Tebe alla nuova città di Akhetaton, sul sito dell’odierna Tell el-Amarna.

La testa cinge un copricapo-corona che si innalza ripido fino ad una cima piatta, un oggetto caratteristico nelle raffigurazioni di Nefertiti e a lei riservato.

Il viso, piuttosto danneggiato, ha perduto il mento, parte della bocca, il naso e l’orecchio destro.

La scultura vista lateralmente; sono evidenti i danni da essa riportati.

L’ureo al centro della fronte, sul corpo della corona, è stato anch’esso severamente danneggiato e strappato.

Una corona simile, come è noto, è indossata dal celeberrimo busto dipinto di Nefertiti che può essere ammirato nella collezione egizia dello Staatliche Museen di Berlino e che fu scoperto da Ludwig Borchardt nel 1912, durante la campagna di scavi ad Amarna, nell’atelier dello scultore Tuthmose.

Un raffronto col celeberrimo busto di Berlino

La pregevole scultura è stata acquisita dal Folkwang Museum nel 1961, nell’ottica dell’ampliamento della sua collezione archeologica.

Riferimenti

Kopf der Nofretete – Folkwang Museum, Essen

https://sammlung-online.museum-folkwang.de:443/…/eMuseu…

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

VASI CANOPI DI WAH-IB-RA

Alabastro – Altezza 36,5 cm
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C 3208

I casi canopi prendono il loro nome dalla città di Canopo, nel Delta egizio, dove era venerato il dio Osiride che qui aveva la forma di un vaso panciuto sormontato da una testa umana.

I vasi canopi, presenti sempre nel numero di quattro nei corredi funerari, sono infatti forniti da coperchi che, dalla fine della XVIII Dinastia, assunsero l’aspetto di teste umane e animali.

La comparsa di questi particolari recipienti è legata alo sviluppo delle pratiche di imbalsamazione.

Il loro scopo era infatti quello di contenere le viscere del defunto asportare prima della fase di bendaggio del cadavere.

Gli organi, una volta prelevati, subivano un trattamento volto a garantirne la conservazione e ciascuno di essi veniva infine deposto in un determinato vaso canopo posto sotto la tutela di uno dei quattro figli di Horus :Hamset proteggeva il fegato contenuto nel vaso a testa umana, Hapi i polmoni contenuti nel vaso a testa di babbuino, Duanutef lo stomaco contenuto nel vaso a forma di sciacallo e infine Khebesenuef proteggeva gli intestini conservati nel vaso a testa di falco.

Sul corpo di ciascun vaso si trova in genere un’iscrizione in colonne che riporta il nome del dio associato a quello di una divinità femminile corrispondente, oltre al nome e alla titolatura del defunto che, nel caso di questi raffinati esemplari in Alabastro del Museo torinese, era il dignitario Wah-ib-Ra.

Fonte

I grandi musei, il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

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IL FARAONE RAMSES V

Di Piero Cargnino

Salito al trono alla morte del padre, Ramses V, il cui nome completo era Usermaatra-Sekhepenra Ramses-Amon(her)khepshef, ebbe un regno breve, forse non più di quattro anni. Questo lo si deduce dal Papiro Wilbour redatto nel quarto anno del suo regno. Il papiro, di cui parleremo in seguito, oggi è custodito al Brooklyn Museum; rinvenuto sull’isola di Elefantina, venne acquistato dall’egittologo e giornalista statunitense Charles Edwin Wilbour durante un suo viaggio ad Assuan.

A parte la sua tomba, la KV9 (dalla quale fu espulso perché la sua tomba fu usurpata dallo zio Ramses VI) nella Valle dei Re, sono scarsi i reperti che ci parlano di Ramses V, alcuni scarabei, una stele ed alcune iscrizioni su di un piccolo obelisco. Questo non è un buon periodo per l’Egitto, aumenta l’instabilità interna causata principalmente dal fatto che erano state fatte delle donazioni eccessive al clero tebano che, per di più era pure esentato dal fisco, questo stava assumendo un’autorità sproporzionata forse pari a quella regale.

A questo periodo risale il suddetto papiro Wilbour, un documento lungo oltre 10 metri, nel quale vengono trattate questioni fiscali e terriere, contiene i rilevamenti topografici di un territorio di oltre 95 miglia di terreni sui quali doveva pesare la tassazione e, dove permesso, le esenzioni. Da ciò emerge in che misura i sacerdoti di Amon controllassero il territorio egiziano influenzando in modo prepotente le finanze del Regno.

Dal papiro emerge quanto era grande il potere del sommo sacerdote di Tebe Ramessenakht (Primo profeta di Amon) e del figlio Usimarenakhte capo degli esattori del fisco. La casta sacerdotale assume sempre maggior potere a scapito del faraone tanto che non si riesce più a capire a chi venivano pagate le tasse. Spesso gli operai che lavoravano alla tomba reale non ricevevano più le razioni dovute ciò a causa della scarsità dei proventi delle tasse che finivano principalmente nelle casse del grande sacerdote di Amon-Ra del tempio di Kanak.

Come se ciò non bastasse un’idea di quanto fosse già in fase avanzata la decadenza dell’Egitto ed a che livello di corruzione si era ormai giunti, ce la fornisce il Papiro 1887 di Torino (Papiro degli scandali di Elefantina), che parla di uno scandalo finanziario verificatosi durante il regno di Ramses V e che vide coinvolti il sacerdote Pen-Anqet, detto Sed, capo dei sacerdoti del tempio di Khnum a Elefantina, e alcuni altri sacerdoti suoi complici che giunsero al punto di vendere i bovini sacri al dio. Nel papiro viene riportato:

Il papiro rivela poi che lo stesso Pen-Anqet violentò due donne sposate durante un suo viaggio a Tebe:

Altri reati quali furti di oggetti di proprietà del tempio, imputabili al sacerdote, sono elencati nel papiro dove si dice che, a chi non era d’accordo con lui, faceva tagliare le orecchie e cavare gli occhi. Non si sa quale sia stato l’esito del procedimento contro il sacerdote.

Il Papiro 2044 di Torino invece ci fornisce il resoconto di un’incursione di predoni libici i quali avrebbero assalito la città di Per-Nebyt e bruciato gli abitanti e di un’altra incursione al villaggio operaio di Deir el-Medina dove gli operai furono costretti ad interrompere i lavori alla tomba KV9 di Ramses V e gli abitanti a fuggire poiché gli invasori libici bruciavano vivi gli abitanti delle città sottomesse.

Durante il suo breve regno, Ramses V ebbe due Grandi Spose Reali, Henutwati e Tauerettenru nonostante non sia documentato. Sono considerate Spose Reali solo per il fatto che il loro patrimonio viene citato nel Papiro Wilbour che le colloca molto vicino alla casa reale. In ogni caso questo faraone non ebbe figli.

Alla sua morte la tomba predestinata era la KV9 ma il sovrano non venne sepolto subito. Su di un ostrakon si apprende che Ramses V venne sepolto soltanto nel secondo anno di regno del suo successore. Un ritardo decisamente inspiegabile in quanto il rito prescriveva che il faraone venisse mummificato e inumato nel giro di 70 giorni dalla propria morte e dall’ascesa del successore. Una spiegazione potrebbe essere quella che viene riportata nel Papiro 1923 di Torino, secondo quanto scritto pare che solo dal secondo anno del regno di Ramses VI la situazione tornò alla normalità una volta scacciati gli invasori libici ed a Tebe e dintorni si sarebbero potuti svolgere regolarmente i riti funebri per il sovrano. La cosa ha sollevato molti dubbi negli studiosi, l’Egitto aveva attraversato periodi peggiori ma non era mai stato riscontrato che dopo la morte il sovrano non sia stato regolarmente sepolto nella sua tomba.

Con il ritrovamento nel 1898, da parte di Victor Loret, della mummia di Ramses V nella cachette di Amenhotep II (KV35), è stato possibile effettuare studi approfonditi sul corpo del faraone rinvenuto completamente intatto. Non appena sbendata la mummia quello che videro gli studiosi li lasciò sorpresi e sbigottiti.

Appena sbendata, la mummia mostrò la terribile realtà, Ramses V era morto di vaiolo. Le tracce del vaiolo erano ben presenti dai numerosi segni di rash cutaneo vaioloso sul corpo del faraone: il volto, infatti, era sfigurato da lunghi solchi e le guance erano completamente rovinate; il corpo presentava inoltre un’ernia scrotale mai curata. Il vaiolo, oggi dichiarato scomparso, ha attestazioni antichissime ma il primo caso documentato della storia che possiamo ancora oggi osservare e studiare è appunto quello del faraone Ramses V che risale addirittura al XII secolo a.C..

Subito sono portato a pensare che il tempo trascorso prima della sua inumazione potrebbe essere dovuto alla paura del contagio, questo non lo possiamo sapere anche perché non penso che il vaiolo fosse una malattia molto conosciuta in Egitto e tanto meno che fosse ritenuta contagiosa. A riprova è il fatto che Ramses V venne comunque imbalsamato altrimenti non poteva durare un paio d’anni.

A proposito di vaiolo mi torna in mente quanto è riportato nel suddetto Papiro 2044 di Torino quando racconta che i predoni libici usavano bruciare vivi gli abitanti delle città sottomesse, non sarà che per caso essi conoscessero la malattia, che magari era già diffusa, e, onde evitare di contagiarsi, bruciassero i nemici?  Il Papiro 2044 di Torino ci fornisce il resoconto di un’incursione di predoni libici i quali avrebbero assalito la città di Per-Nebyt e bruciato gli abitanti e di un’altra incursione al villaggio operaio di Deir el-Medina dove gli operai furono costretti ad interrompere i lavori alla tomba KV9 di Ramses V e gli abitanti a fuggire per non essere bruciati vivi.

Durante il suo breve regno, Ramses V ebbe due Grandi Spose Reali, Henutwati e Tauerettenru nonostante non sia documentato. Sono considerate Spose Reali solo per il fatto che il loro patrimonio viene citato nel Papiro Wilbour che le colloca molto vicino alla casa reale.

In seguito Ramses V venne collocato nella KV9 ultimata, seppur in maniera limitata, dove rimase solo fino alla morte del suo successore Ramses VI che aveva deciso di usurparla all’atto della sua morte. Nulla permette di stabilire con certezza se Ramses V sia stato sepolto in questa tomba per essere poi traslato in un’altra o se sia rimasto anche dopo la morte di Ramses VI condividendola con lo zio per qualche tempo. Comunque le loro mummie vennero rinvenute entrambe nella KV35.

Anche la KV9, come molte altre, era conosciuta già in tempi antichi, a dimostrarlo ci sono 995 graffiti, sparsi in tutta la tomba, risalenti all’epoca greco-romana e copta. In ogni caso la tomba venne violata già durante la XX dinastia, questo compare sui papiri Mayer contenenti atti di procedimenti giudiziari, sul recto del Papiro Mayer B, scritto in ieratico, mancante dell’inizio e della fine, si parla di un furto avvenuto nella tomba del re Ramses V, vengono nominati cinque ladri che però non è possibile identificare.

In epoca più recente vennero fatti alcuni rilievi da Richard Pococke nel 1717/38 e venne rivisitata poi dagli studiosi al seguito di Napoleone nel 1799. In quanto ai rilevamenti epigrafici dobbiamo aspettare la spedizione franco-toscana di Ippolito Rosellini mentre gli scavi sistematici inizieranno solo nel 1888 ad opera di Georges Daressy, seguiranno i rilevamenti di Alexandre Piankoff nel 1958. Nella sua campagna del 1998/2000, Adam Lukaszewicz si dedicò principalmente allo studio dei graffiti greco-romani.

Dal punto di vista architettonico la tomba KV9 non differisce in modo significativo dalle classiche tombe della XX dinastia. Anche questa inizia con corridoi rettilinei successivi che portano ad una camera con quattro pilastri percorsa da una rampa priva di scale, seguono altri due corridoi.

E qui assistiamo ad un fatto insolito, il secondo corridoio si presenta con il soffitto orizzontale mentre il pavimento è in discesa, vi chiederete perché? Perché a questo punto gli operai si accorsero che se avessero proseguito in orizzontale avrebbero sconfinato nella tomba sovrastante, la KV12 (il cui titolare è sconosciuto). In tal modo la rampa passa sotto la KV12 e finisce in un corridoio che porta alla camera funeraria.

Questa si presenta con il soffitto a volta sorretto da quattro pilastri all’inizio, di cui solo due ultimati, è evidente che la camera non fu mai ultimata infatti sul fondo si scorgono altri quattro pilastri solo abbozzati che emergono dalla roccia ma mai completamente liberati. Nel pavimento della camera funeraria si trova una fossa che avrebbe dovuto accogliere il sarcofago ma che anche questa non venne finita, in un secondo tempo venne adattata ad accogliere un sarcofago in conglomerato verde che fu distrutto già in tempi antichi. Una parte di esso è giunta fino a noi e rappresenta il volto di Ramses VI, oggi è conservata al British Museum.

Vennero trovati anche altri residui di un sarcofago antropomorfo privo di iscrizioni che si presume sia appartenute ad altre sepolture postume. Va detto che spesso non tutto il male vien per nuocere, avendo dovuto variare la profondità della camera funeraria per evitare di intercettare la KV12, la mole di lavoro aumentò per cui fu necessario ricorrere ad altri operai che si sistemarono con le loro capanne nello spiazzo antistante l’ingresso, proprio nel punto dove si trovava l’ingresso, non più visibile, della tomba KV62, quella di Tutankhamon, al termine dei lavori nello spiazzo rimase un mucchio di detriti. Grazie proprio a questa disattenzione la tomba KV62 di Tutankhamon sopravviverà per millenni ad aspettare l’arrivo di Howard Carter nel 1922.

In ogni caso nonostante fosse già visitata fin dall’antichità, pesantemente segnata dagli innumerevoli graffiti e da alcuni danni di scarsa entità causati da infiltrazioni di acqua, la tomba è ancora in grado di presentarci le sue stupende decorazioni, sia dipinte che in alto e bassorilievo, le quali si sono conservate in ottimo stato.

Nelle decorazioni viene data particolare importanza al culto del dio Ra, compaiono capitoli del Libro delle Porte, del Libro delle Caverne oltre a numerosi capitoli dell’immancabile Libro dei Morti, del Libro della Notte e del Libro del Giorno. La camera funeraria presenta parecchi capitoli del Libro della Terra con il re defunto in compagnia di altre divinità e la resurrezione di Osiride. Nel soffitto astronomico sono rappresentati capitoli del Libro dei Cieli oltre ad una duplice raffigurazione della dea Nut e delle ore del giorno e della notte. Curiosamente tra gli scarsi reperti rinvenuti nella tomba è stata trovata una moneta risalente all’imperatore romano Massimiano.   

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
Kemet Djedu

UNA STELE INCOMPLETA

Di Livio Secco

Nella collezione cairota c’è una stele che ha attirato la mia attenzione perché… è incompleta. Studiare i reperti è un’attività interessantissima e quelli più curiosi sono proprio quelli non finiti. Da un lato sono da studiare perché, non essendo stati completati, possono tradire, con il loro stato, le metodologie di produzione.
L’archeologo non è poi così tanto dispiaciuto davanti ad un reperto non terminato. Può dispiacersi indubbiamente dell’opera non finita, ma sicuramente si consola avendo l’opportunità di studiare le metodologie produttive che ha proprio sotto gli occhi in quel momento.

La stele in oggetto ha i seguenti codici identificativi: SR4/14198 e Temp. N.3/10/25/11, ma è più conosciuta come GEM 8063. Infatti nel 2014 fu trasferita dal vecchio Museo Egizio di Piazza Tahrir al nuovo GEM. Purtroppo della stele non si sa molto e questo preclude di comprendere con certezza la sua origine e soprattutto capire come mai sia incompleta.

La stele funeraria è in arenaria e misura 49,9 cm di altezza, 29,9 cm di larghezza e 7 cm di spessore.

Le iscrizioni sono facilissime e brevissime. Soprattutto assolutamente canoniche e quindi, per i nostri aspiranti filologi, si tratta di una manufatto semplice da tradurre.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA.

Per coloro che volessero cimentarsi con la Filologia Egizia (stupenda ginnastica intellettuale) posso consigliare:

Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume)

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Mai cosa simile fu fatta, XXV Dinastia

LA XXV DINASTIA

NAPATA, LA CONQUISTA NUBIANA E IL RINASCIMENTO EGIZIO

Testa in granodiorite di Taharqa
– Assuan Museo della Civiltà nubiana.
In questa testa il riferimento a modelli più antichi si inquadra in un modellato più pesante, tipico di quest’epoca.

Il terzo periodo intermedio Egizio si colloca tra la fine del Nuovo Regno e la XXV dinastia etiope, e comprende la XXI dinastia, quella dei ” re sacerdoti e le tre dinastie libiche”.

Mappa dell’antico Egitto, con il Nilo fino alla V cateratta. Le maggiori città e siti del periodo dinastico (dal 3150 a.C. al 30 a.C. circa)

Il terzo periodo intermedio vede coesistere varie dinastie che, contribuendo al frazionamento e alla fine della unità che aveva caratterizzato l’Egitto in altri periodi, determinano “la preparazione del substrato politico sociale in cui si innesteranno le dominazioni straniere di potenze emergenti nell’area medio orientale” .

Statuina in oro, argento e bronzo di Taharqo in adorazione del dio Falco Hemen
Parigi Museo del Louvre.
È una rara testimonianza della finezza raggiunta dall’ oreficeria in quest’epoca.

“Dopo la spartizione del territorio Egizio tra i sacerdoti di Ammone e i re eletti dai generali libici, la Valle del Nilo era stata di nuovo ricomposta in unità politica sotto l’autorità dei Re di Etiopia” .

Non erano sicuramente dei barbari, anzi, si possono considerare “campioni di uno stretto e puro concetto della vecchia civiltà egizia; ma per il fatto che la capitale da cui essi governavano era a Napata, in Nubia, forzatamente estranei alla vita politica quotidiana del paese” .

Primo re riconosciuto della XXV dinastia fu Pi(ankh)y (Piye, o anche Pi) che, dal 747 a.C., proseguì nelle conquiste territoriali in Alto Egitto e prese Tebe sotto la sua protezione;
qui nominò la propria sorella Amenardis I quale Divina Sposa di Amon, conferendole in tal modo un potere simile a quello regale sull’area tebana.
Per far fronte all’invasione di Pi(ankh)y al sud, il re Tefnakht, della XXIV dinastia settentrionale creò una coalizione che comprendeva Eracleopoli ed Ermopoli, ma lo scontro vide vittorioso.
Pi(ankh)y che narrò la vicenda in una stele monumentale fatta erigere nel tempio di Amon a Gebel Barkal.
«Sua Maestà mandò a dire ai suoi generali che erano in Egitto, al comandante Puarma, al comandante Lamerskeny e ad ogni capitano di sua Maestà: “Avanzate in formazione da combattimento, attaccate battaglia, accerchiatelo, assediatelo! Catturate le sue genti, il suo bestiame, le sue navi! Impedite ai contadini di lavorare, impedite agli aratori di arare! Assediate il nomos della Lepre e combattete contro di lui ogni giorno»
Stele della vittoria: Piankhi – Museo del Louvre. Particolare della stele.
Piankhi (sulla sinistra, parzialmente raschiato) compare onorato da quattro governanti.
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L’eccessiva libertà goduta dai principi delle varie città, sotto i sovrani libici, rese molto “difficile per loro il giungere a rifondere in una unità non soltanto politica ma anche sentimentale il paese” .

La frammentazione politica dell’Egitto alla fine del nuovo Regno conduce inesorabilmente alla costituzione di un reame autonomo in Nubia: Il regno di Kush.

Tomba di Harwa
Con i suoi quattromila metri di estensione è uno dei monumenti funerari più vasti mai realizzati da un privato cittadino nell’antico Egitto. Le ricerche in corso stanno anche rivalutando l’epoca dei “faraoni neri” sotto il profilo artistico e culturale. I rilievi della tomba sono eseguiti in uno stile che richiama quello dell’Antico regno, dal quale si distaccano per i lineamenti più marcati dei visi e per un trattamento più luminoso dello spazio.

Il re kushita Piankhi, approfittando della debolezza degli Stati settentrionali riesce a annettersi l’alto Egitto e ammettere sotto la propria influenza i sovrani che regnano sul delta, dando così inizio alla venticinquesima dinastia.

Vista aerea delle piramidi nubiane di Meroe

Durante gli anni del dominio kushita, quasi 100, si effettua un recupero della cultura egizia più antica, la quale trae ispirazione soprattutto dall’arte del Medio Regno.

I sovrani kushiti della XXV dinastia si fecero inumare in tombe piramidali nella necropoli della loro capitale Napata, oggi nel Sudan settentrionale.
Panorama delle piramidi nubiane, Meroe. Tre di queste sono state ricostruite.

Tebe, dove già il ritorno al passato aveva avuto manifestazioni nella precedente epoca, si può considerare il centro di tale rinascita.

Nella statuaria privata, lo stile e le forme auliche si accompagnano ad una forte caratterizzazione dei tratti fisionomici. I ritratti dei sovrai “improntati a una maggiore astrazione , lasciano invece trasparire i caratteri somatici tipici della razza nubiana” .

FONTE:

  • ARTE EGIZIA-SERGIO DONADONI-GHIBLI
  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO ARTE
  • ARCHEOLOGIA VIVA
  • WIKIPEDIA