Wearing such ceremonial robes, the third king of Dynasty 2 would have been celebrating his ‘heb sed’ or Sed Festival. Typically held in the 30th year of a king’s reign and then every third year thereafter, the ‘heb sed’ is known to have been the opportunity for a king to show himself fit to reign. Suppose he became king at age 25, that would make him 55 in his regnal year 30.
il terzo re della II Dinastia avrebbe celebrato il suo “heb sed” o Festival Sed, indossando questi abiti cerimoniali. Abitualmente tenuta nel 30° anno di regno di un re e successivamente ogni tre anni, la “heb sed” è nota per essere stata l’occasione per un re di dimostrarsi idoneo a regnare. Supponiamo che fosse divenuto re all’età di 25 anni, ciò significa che avrebbe avuto 55 anni nel suo 30° anno di regno.
While almost always given a youthful representation on a statue, this being the earliest-known pharaonic statue of a named king, it seems likely that the standard had not yet been instituted as King Ninetjer appears to be at least in his sixties in this statue. Pretty sure that no one would call it a youthful appearance.
Sebbene le statue [dei faraoni, n.d.T] mostrino quasi sempre una rappresentazione giovanile del sovrano, essendo questa la prima statua faraonica conosciuta di un re con il nome, sembra probabile che lo standard non fosse ancora stato istituito, dato che il re Ninetjer sembra avere almeno sessant’anni in questa statua. Nessuno lo definirebbe un aspetto giovanile.
Heb sed is probably most frequently spelled: 𓎳 𓋴𓂧 𓈅 𓉳 with the jubilee pavilion (𓎳 ) being ‘heb sed’ while the folded cloth (𓋴) and the hand (𓂧 ) are used to just re-emphasize ‘sed.’ And if that wasn’t enough, the second jubilee pavilion (𓉳 ) is intended to make sure the term is burned into your soul.
Heb sed è probabilmente scritto più frequentemente: 𓎳 𓋴𓂧 𓈅 𓉳 con il baldacchino del giubileo (𓎳 ) che è “heb sed” mentre la stoffa piegata (𓋴) e la mano (𓂧 ) sono usati per sottolineare nuovamente “sed”. E se non bastasse, il secondo baldacchino del giubileo (𓉳 ) ha lo scopo di assicurarsi che il termine sia impresso a fuoco nell’anima.
Lacking many artifacts for the first king of Dynasty 2, you may remember the statue which I mentioned in connection with Hetep-sekhem-wy … that being Hetepdief. It’s likely that both the earliest-known named pharaoh and the earliest-known named non-royal were both sculpted during Ninetjer’s reign since, of course, Ninetjer’s name: (𓊹𓈖 ) appears on the shoulder of Hetepdief.
Mancando molti manufatti per il primo re della II Dinastia, forse ricorderete la statua che ho menzionato in relazione a Hetep-sekhem-wy… ovvero Hetepdief. È probabile che entrambi, sia il primo faraone di cui si conosca il nome, sia il primo non reale di cui si conosca il nome, siano stati scolpiti durante il regno di Ninetjer, dato che, ovviamente, il nome di Ninetjer: (𓊹𓈖 ) compare sulla spalla di Hetepdief.
Discovered at his tomb in 1937 by Selim Hassan, the statue was purchased by RMO Leiden in 2014 and now resides in that museum. No accession number nor photographer was given by the museum’s website but the license is Creative Commons.
Scoperta nella tomba del faraone nel 1937 da Selim Hassan, la statua è stata acquistata dal RMO di Leida nel 2014 e ora si trova in quel museo. Il sito web del museo non riporta né il numero di accesso, né il fotografo, ma la licenza è Creative Commons.
There is at least one other statue I have not mentioned that is earlier than both of these statues and it resides in the British Museum. However, that wooden sculpture has no definite associated name.
Esiste almeno un’altra statua, che non ho menzionato, che è precedente a queste due statue e che si trova al British Museum. Tuttavia, questa scultura lignea non ha un nome preciso associato.
This is the statuette in the British Museum of the earliest-known unnamed king. It is often thought to be King Den but apparently no satisfactory evidence exists that it is indeed Den. The British Museum, however, displays it immediately adjacent to the Ebony Label of Den.
Questa è la statuetta del British Museum del più antico re senza nome che si conosca. Spesso si pensa che si tratti di Re Den, ma a quanto pare non esistono prove soddisfacenti che si tratti proprio di Den. Il British Museum, tuttavia, la espone immediatamente accanto alla placca in ebano di Den.
Abbiamo parlato degli Shardana, popolo misterioso che saccheggiava le sponde egizie del Mediterraneo presso la foce del Nilo in tutto il Delta. Con un’abile mossa, da quel grande condottiero che era, Ramses li attirò in una trappola e riuscì a cattutarli praticamente tutti.
Su una stele rinvenuta a Tanis viene commemorata in modo molto enfatizzante (come sempre con Ramses) la vittoria del faraone sugli Shardana, si legge:
<<…….Il vincitore dei guerrieri del mare, che lascia il Delta (sicuro) e tranquillo […] colui la cui fama attraversò il mare […] i ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli. Ma egli li piegò con la forza del suo valido braccio e li portò in Egitto…….>>.
L’episodio ebbe notevole risonanza e venne scolpito in molti templi dell’epoca. In effetti poi Ramses II non schiavizzò ne uccise gli Shardana ma li arruolò nel suo esercito, dove li troveremo nella battaglia di Qades. Certo che dovette fidarsi molto della loro fedeltà poiché 520 di essi li costituì come propria guardia personale.
Nelle rappresentazioni egizie sono facilmente riconoscibili per il loro abbigliamento e le loro armi, vestivano una gonna lunga sul dietro che si chiudeva sulla cintola davanti, portavano elmetti cornuti sui quali spiccava una palla più alta in centro, i loro scudi erano rotondi e le spade erano “a lingua da presa” dette Naue.
Parlando di guardie del corpo va detto che Ramses II non si faceva mancare nulla, si racconta che portasse sempre con se un leone addomesticato tanto che lo fece raffigurare accanto al suo carro nella rappresentazione della battaglia di Qades ad Abu Simbel.
Le sue prime campagne militari di un certo rilievo furono rivolte alla terra di Canaan, Già nel quarto anno di regno condusse il suo esercito fino in Libano, nei pressi dell’odierna Beirut, all’estuario del Nahr al-Kalb (fiume del cane) dove fece erigere tre stele commemorative le cui iscrizioni sono oggi illeggibili ad eccezione del cartiglio di Ramses II e la data “anno 4” identificati per la prima volta dall’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius.
Durante la sua permanenza nella terra di Canaan Ramses II si scontrò con un principe locale, il principe venne ucciso da un arciere egizio ed il suo esercito si sbandò. Forte della sua posizione Ramses II saccheggiò le terre dei capi asiatici e, come conseguenza diversi principi cananei furono portati in Egitto come ostaggi. A coronamento della sua campagna in Canaan Ramses II invase e conquistò il regno di Amurru, vassallo dell’impero ittita.
Fu forse questo uno dei primi segnali che misero in allarme gli ittiti che mal tolleravano la politica espansionistica del Faraone. Infatti Ramses II non si fermò li, obiettivo principale di queste campagne in oriente era quello di ripristinare l’influenza egizia nell’area palestinese per riportarla all’epoca delle grandi conquiste di Thutmosi III. Questo dovette capirlo anche Muwatalli II, sovrano ittita, la cui influenza si estendeva ormai alla Siria settentrionale ed all’intera regione di Mitanni.
A questo punto è necessario tracciare un quadro completo della situazione dell’Asia Minore che all’epoca di Ramses II vede contrapposte le due “superpotenze” mediorientali, l’impero egiziano e quello ittita.
Al confine dei due imperi si trovava la città di Qades, nei pressi del fiume Oronte, questa era la porta della Siria, crocevia mercantile, culturale e militare del mondo antico. Qui si trovavano ricchezze ambite da entrambe i contendenti. Oltre alle ingenti quantità di grano, la Siria costituiva un punto obbligato per il passaggio delle merci provenienti dal mar Egeo e da paesi più lontani che commerciavano con l’Asia Minore approdando al porto di Ugarit. Insomma la Siria costituiva la zona di maggiore importanza strategica del mondo antico. Attraverso la Siria passava ogni sorta di beni commerciali che arrivavano da ogni parte, anche da paesi come l’Iran e l’Afghanistan: vetro, rame, stagno, legni preziosi, gioielli, tessili, alimenti, articoli di lusso, prodotti chimici, maiolica e porcellana, attrezzi e metalli preziosi. Il guaio della Siria però era quello di trovarsi soffocata tra due grandi imperi, l’Egitto e Hatti. Come è ovvio, entrambi ambivano al dominio di tale regione se si considera che possederla voleva dire diventare una potenza mondiale sotto tutti gli aspetti.
Ramses II da quel sovrano esperto qual era conosceva molto bene l’importanza della Siria, e soprattutto quella di Qades, quale punto strategico. Dall’inizio del suo regno, ma forse fin da prima, Qades divenne il suo chiodo fisso al punto da non fare nulla per nascondere la sua intenzione di infrangere i termini del trattato di pace che suo padre aveva firmato con gli ittiti. Iniziò presto a portare grandi cambiamenti nell’organizzazione dell’esercito e fece di Pi-Ramses una grande base militare in vista della futura campagna asiatica.
Ramses II organizzò il suo esercito in quattro grandi corpi militari che contavano ciascuna 5.000 soldati divisi tra 4.000 fanti e 1.000 aurighi che guidavano i 500 carri da guerra aggregati alle varie divisioni. Ciascuna divisione portava sul suo stendardo l’effigie del dio tutelare della città dalla quale proveniva.
A supporto del suo esercito Ramses II poteva contare su una forza nota come NRM citata in alcune iscrizioni (probabilmente da leggersi come Nearin). Con molta probabilità si trattava di mercenari, principi alleati dell’Egitto in Palestina, Libano e nelle zone limitrofe, non si conosce la loro incidenza riguardo all’esercito regolare anche in virtù del fatto che questa viene sottovalutata dagli egizi per porre in maggior evidenza il loro esercito regolare.
Sicuramente nei loro racconti gli egizi tendono ad evidenziare il loro esercito come inferiore numericamente rispetto a quello dei nemici ittiti per ingigantire la loro eventuale vittoria. Nel campo avverso è da considerare il grande sforzo militare e diplomatico compiuto dal governo ittita. A questo proposito gli egizi raccontano che:
<<……..nessuna terra mancò di inviare i suoi uomini……., moltitudine grandissima e senza uguali, che copriva le montagne e le vallate come locuste. Il re degli Ittiti non aveva lasciato oro o argento nel suo regno, lo aveva radunato e donato a ogni paese con lo scopo di trascinarlo con sé nella battaglia……..>>.
Stando sempre alle fonti egizie, Muwatalli era riuscito a formare una grande coalizione, si racconta che fosse composta da 40.000 uomini armati e da 3.700 carri da guerra. Sicuramente anche gli Ittiti fecero ricorso a mercenari internazionali, anatolici ed egei, sia direttamente sia nelle truppe reclutate dai loro alleati, infatti si sa che nelle fila ittite militavano gli Arawana (di origine incerta) e Wilusa (Troiani).
Quando ritenne di possedere un forte esercito in grado di rivaleggiare e vincere contro quello Ittita di Muwatalli, Ramses II partì da Pi-Ramses, attraversò la terra di Canaan e si preparò a fronteggiare il nemico.
<<……..Quando Sua Maestà ebbe approntato le truppe, i carri e gli Shardana che aveva vittoriosamente catturato, (tutti) equipaggiati con le loro armi, e comunicato loro i suoi piani di battaglia, allora Sua Maestà partì verso nord con le sue forze…….>> (Poema di Pentaur).
Le fasi della battaglia di Qadesh contro gli ittiti sul fiume Oronte, ci sono state riportate con iscrizioni e scene in bassorilievo sulle pareti di diversi templi. In forma epica e del tutto enfatizzante, troviamo il racconto della battaglia, come decorazione in geroglifico, sulle pareti dei templi di Luxor, di Karnak e di Abido; esistono anche parecchie redazioni su papiro, la più famosa è quella del papiro Sallier III, copia di un racconto dello scriba Pentaur (da cui il nome Poema di Pentaur), oggi custodita al British Museum, un altro papiro importante è quello di Rifeh.
Leggendo il Poema di Pentaur emerge subito lo stile della «novella regale», la narrazione dei fatti e delle imprese del sovrano denota un chiaro carattere letterario. La forma epica emana dall’intero testo alla quale però si alternano brani di vibrante ispirazione lirica. Ritroveremo quest’opera molto più tardi nella Stele di Piankhi e nei racconti storici dell’età demotica. Si tratta di una delle più mature espressioni che possiamo riscontrare tra i testi di propaganda delle azioni del sovrano.
Ma torniamo alla guerra tra Ramses II e il regno degli ittiti, la battaglia cruciale di questo conflitto che si svolse intorno al quinto anno di regno di Ramses II, fu la battaglia di Qadesh della quale entrambe i contendenti, alla fine, si dichiararono vincitori, il poema di Pentaur esalta le doti guerresche di Ramses II e la sua invincibilità e, subito all’inizio, parla di una grande vittoria. Non andò esattamente così, se fossimo in campo calcistico potremmo definire il risultato della battaglia con uno zero a zero.
Della battaglia di Qadesh disponiamo di notizie da entrambe i campi, Ittiti ed egizi si attribuirono la vittoria, oggi diremmo “vittoria di Pirro, in quanto non vinse nessuno dei due e la prova è il trattato che seguirà.
Ma penso sia interessante seguire alcune delle fasi più importanti della battaglia. Ramses II giunse col suo esercito nei pressi della città di Qadesh, qui si accamparono e “combinazione” catturarono due spie beduine, queste rivelarono al sovrano che l’esercito ittita si trovava in realtà molto lontano, all’incirca a 190 km di distanza. Tratto in inganno dalle due spie Ramses spostò quindi la divisione di Amon poco distante dalla roccaforte dove decise di montare il campo. Non passò molto tempo che gli uomini di Ramses catturarono due soldati ittiti che si erano spinti fin nei pressi del campo egizio. Interrogati e posti sotto tortura i due rivelarono che in realtà gli Ittiti si trovavano ormai nei pressi dell’accampamento egizio. Come un fulmine gli ittiti assaltarono la divisione Ra che si trovava nei pressi dell’Oronte e la distrussero completamente. A questo punto Ramses si trovò di fronte ad un ingente numero di avversari, potendo contare sulla sola divisione Amon. Fortunatamente in precedenza Ramses aveva previsto di accerchiare a tenaglia il nemico ordinando alla divisione ausiliaria di seguire una via alternativa, fortuna volle che questa divisione giungesse nel momento più opportuno unendosi al sovrano per respingere i carri nemici. Gli assalti si susseguirono finché gli ittiti vennero respinti e costretti a rifugiarsi all’interno della fortezza di Qadesh.
A questo punto possiamo solo basarci sulle fonti egizie che parlano di una lettera fatta recapitare a Ramses da parte di Muwatalli il quale chiedeva un armistizio. Non è chiara la ragione, ma l’armistizio venne accettato ed entrambi gli eserciti tornarono nei loro rispettivi confini. La cosa può apparire strana in quanto nessuno dei due contendenti aveva schierato l’intero esercito, forse fu la presa di coscienza di entrambe che continuare nella battaglia avrebbe avuto come esito la distruzione reciproca, venne quindi deciso di sospendere le ostilità.
Da quel grande esibizionista presuntuoso qual era, Ramses II considerò vinta la battaglia di Qadesh, non solo ma lo fece immortalare sulle pareti del suo tempio funerario, del Ramesseum e nei templi di Larnak, Luxor, oltre che nel suo grande tempio di Abu Simbel. Anche da parte ittita si gridò alla vittoria, ma, malgrado tutto, alla luce dei fatti che seguirono possiamo tranquillamente affermare che Ramses II vinse lo scontro presso Qadesh fermando l’avanzata degli ittiti ma non riuscì a recuperare le zone d’influenza nella Siria e Qadesh rimaste in mano ittita.
La battaglia di Qadesh, immortalata come una vittoria sui templi di tutto l’Egitto, in realtà ridusse l’influenza di Ramses a Caanan, mentre l’intera Siria finì nelle mani degli Ittiti. Alla morte di Muwatalli, poco dopo la battaglia, ci furono dei problemi nel campo ittita finchè non salì al trono Hattusili III il quale fu subito contrario a proseguire il contrasto con gli egizi anche perchè gli si presentava una nuova minaccia, l’invasione degli assiri che, profittando della guerra egizio-ittita erano già penetrati fino a Karkemish. Hattusili a questo punto riannodò i contatti con Ramses con l’intento di stipulatre un trattato di pace e reciproca assistenza.
L’accordo di pace (pervenutoci quasi interamente) con gli ittiti che prevedeva la spartizione delle colonie siro-palestinesi venne poi definitivamente stipulato nel ventunesimo anno di regno di Ramses II. In esso si diceva tra l’altro:
<<…….Questi patti sono scritti su tavolette di argento del paese ittita e del paese di Egitto. Chi dei due contraenti non li osserverà, mille dèi del paese degli Ittiti e mille dèi del paese degli egizi distruggano la casa, la terra, i sudditi. Al contrario, chi osserverà questi patti, egizio e ittita che sia, mille dèi del paese degli Ittiti e mille dèi del paese degli Egizi, facciano che egli viva in buona salute e con lui la sua casa, il suo paese i suoi sudditi…….>>.
A suggellare la validità del trattato Ramses II sposò una figlia di Hattusili III, la principessa Maathorneferura.
La pace fra le due potenze, uscite (entrambe con le ossa rotte) dalla battaglia di Qadesh e sancita dal Trattato di Pace stipulato da Ramses II e Hattusili III, ebbe come risultato la spartizione dell’intera zona siro-palestinese. Benché ad uscire con le ossa più ammaccate fu l’Egitto, che perse Qadesh e l’intera Siria, quello che seguì fu un periodo di stabilità per la regione. Ora è chiaro che l’epica battaglia di Qadesh rappresenti un fatto che colpisce l’immaginario collettivo tanto da essere inscindibile dal faraone guerriero, ma Ramses II non fece mica solo quello.
A questo punto l’influenza egizia in Medio Oriente era limitata alla sola Canaan mentre la Siria era in mano ittita. Ho scritto “periodo di stabilità” ma si sa bene come vanno le cose, la stabilità è un velo dietro al quale si possono tessere tutte le trame possibili. Dopo un breve periodo di quiescenza delle armate egizie, i vari principi cananei interpretarono questo come un evidente segno di debolezza degli egizi, e gli ittiti nell’ombra li sobillarono al punto che questi iniziarono a rifiutarsi di pagare i tributi denunciando una certa irrequietezza nei confronti degli egizi. Ma sbagliarono di grosso, non conoscevano bene Ramses II, per circa un anno il faraone non fece mosse nei loro confronti, riorganizzò l’esercito dopo l’immane sforzo di Qadesh ma poi risorse.
Nel settimo anno di regno, in piena estate, sentendosi ormai pronto, Ramses II salì nuovamente in Siria, non ci volle molto, diviso in due, l’esercito egizio marciò dapprima con una delle due armate, guidata dal principe ereditario Amonherkhepshef (primogenito di Ramses II e della regina Nefertari) la quale inseguì i guerrieri delle tribù di Shasu nel deserto del Negev fino al Mar Morto. Conquistò Edom ed il Monte Seir, ripiegò poi verso nord e, superata la profonda gola dello Zered, conquistò la terra di Moab ed occupò Butartu (Raba Batora).
Da parte sua Ramses in persona guidò il secondo schieramento attraverso il crinale collinoso che percorre la Cananea, attaccò Gerusalemme e Gerico dirigendosi poi verso Moab, superata la valle dell’Arnon, si ricongiunse con il primo schieramento di Amonherkhepshef. Come se non bastasse l’intero esercito egizio marciò su Heshbon (o Esbous) raggiungendo Damasco e Kumidi fino a conquistare la perduta provincia di Upi, ora l’antica influenza egizia sull’intero territorio era ristabilita.
Non soddisfatto degli obiettivi che aveva raggiunto, Ramses II, nel suo decimo anno di regno, risalì ad oriente, attraversò il fiume Nahr el-Kalb (“Fiume del Cane”) e giunse fino ad Amurru, ben oltre Qadesh, nei pressi di Tunip nella valle dell’Oronte, la dove era giunto Thutmosi III circa 120 anni prima. Da qui raggiunse la vicina Dapur, dove fece erigere una statua in suo onore, la presa di Dapur richiese un assedio la cui vittoria si rivelò effimera, Ramses fece anche erigere una stele a Beit She’an. Ho scritto effimera in quanto il territorio, una striscia fra Qadesh e Amurru, nel giro di un anno gli ittiti riconquistarono.
A fronte di ciò Ramses attaccò una seconda volta Dapur, questo secondo assedio è raccontato nel Tempio di Luxor e nel Ramesseum:
<<……….Quanto a questo modo di fermarsi ad attaccare questa città ittita in cui è la statua del faraone, Sua Maestà effettivamente lo fece due volte, alla presenza del suo esercito e dei suoi carri, quando li conduceva, attaccando questa città ittita nemica che è nella regione della città di Tunip nel paese di Naharina. Sua Maestà prese la sua corazza per indossarla……. (solo dopo che)……. egli aveva già passato due ore attaccando la città del nemico ittita, davanti alle truppe ed ai suoi carri, (senza) corazza. Solo allora Sua Maestà tornò a prendere la sua corazza per indossarla. Allora egli aveva già passato due ore attaccando la città ittita nemica […….] senza indossare la sua corazza………>>.
Il destino, o la sorte, volle però che neppure in questo caso Ramses II conseguì la sperata vittoria, i due eserciti si equivalevano a tal punto che nessuno dei due potè infliggere una sconfitta decisiva all’altro. Ma la carriera del guerriero Ramses II non si riscontra esclusivamente in Palestina, come abbiamo riportato in precedenza, fin da quando era ancora principe ereditario fu mandato a combattere contro i nubiani riportando importanti vittorie.
Le sue gesta sono riportate nel Tempio di Nuova Kalabsha, promontorio nei pressi di Assuan (il promontorio ospita numerosi templi provenienti dal sito di Vecchia Kalabsha spostati al tempo della costruzione della diga Nasser per evitare che fossero sommersi dalle acque del lago).
Gli stipiti del portale d’accesso al tempio sono decorati da immagini rituali di Ramses II. Il sovrano è raffigurato sul suo carro da guerra mentre guida la carica contro i Nubiani, seguito dai suoi figli Amonherkhepshef e Khaemuaset (che avevano, rispettivamente, cinque e quattro anni) sui loro carri, accompagnati dai rispettivi scudieri.
Alcuni egittologi propendono per assegnare le raffigurazioni alla spedizione dell’ottavo anno del regno di Seti I nel regno di Irem dove però non avrebbero potuto comparire i figli di Ramses II. Questo porta dunque ad ipotizzare che lo stesso Ramses abbia mescolato gli avvenimenti nubiani dell’ottavo anno con quelli del tredicesimo anno di Seti I dove partecipò anche Ramses II ed i suoi figli. (La manipolazione delle iscrizioni su templi e statue era una delle prerogative del faraone.
Fonti e bibliografia:
Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
In Nubia Ramses II edificò niente meno che sette templi.
Due di questi, quelli di Abu Simbel, sono annoverati tra i più belli lasciati dalla civiltà faraonica: il tempio maggiore di Ramses II e quello dedicato alla sua Grande Sposa reale, la regina Nefertiti.
Le due costruzioni si trovano circa a 380 km a sud di Elefantina, confine meridionale dell’Egitto.
Il tempio di Abu Simbel è sicuramente uno dei luoghi di culto dell’Antico Egitto. Costruito da Ramesse II in Nubia, sulla riva occidentale del Nilo, era chiamato dagli egizi ” Tempio di Ramesse Mariamon (Ramesse, l’amato di Amon)”.
La parete rocciosa della montagna fu trasformata nel basamento a terrazza sul quale si ergono le quattro statue colossali assise del re, alte circa 21 metri e appoggiate a una struttura che imita la facciata di un pilone, alta 32 m e ampia 38 alla base. Le quattro statue ritraggono il sovrano con il gonnellino corto il copricapo nemes, la doppia corona con l’ ureo frontale e la barba posticcia. I quattro colossi erano dotati di nomi propri quelli meridionali si chiamavano “Ramesse sole dei re” e “Sovrano delle due Terre”, quelli settentrionali “Ramesse amato di Amon” e “Amato di Atum”.
Il 22 marzo 1813 l’esploratore e viaggiatore svizzero Burckardt fu il primo europeo che, travestito da arabo, riuscì a visitare il sito di Abu Simbel. Queste le sue parole:
“per un caso fortunato mi ha allontanai verso sud e i miei occhi incontrarono la parte ancora visibile di quattro immense statue colossali tagliate nella roccia… . è davvero un peccato che esse siano quasi completamente sepolte nella sabbia, che il vento fa precipitare in questo punto dalla montagna, come precipiterebbero le acque di un torrente”.
Quindi poté’ vedere del Grande Tempio solo ciò che emergeva dalla sabbia.
La parete rocciosa della montagna fu trasformata nel basamento a terrazza sul quale si ergono le quattro statue colossali assise del re, alte circa 21 metri e appoggiate a una struttura che imita la facciata di un pilone, alta 32 m e ampia 38 alla base. Le quattro statue ritraggono il sovrano con il gonnellino corto il copricapo nemes, la doppia corona con l’ ureo frontale e la barba posticcia. I quattro colossi erano dotati di nomi propri quelli meridionali si chiamavano “Ramesse sole dei re” e “Sovrano delle due Terre”, quelli settentrionali “Ramesse amato di Amon” e “Amato di Atum”.
Il tempio Maggiore parzialmente scavato in una foto del 1923
Circa quattro anni dopo l’italiano Giovanni Belzoni riuscì a liberare l’entrata del tempio dalla sabbia e insieme ai suoi collaboratori effettuò le prime indagini e le misurazioni degli ambienti interni, con una temperatura di 55° c. È giusto che a descrivere per primo il Grande Tempio di Abu Simbel sia lo stesso Belzoni: “entrammo nel più bello è più vasto speos della Nubia, uno speos che può rivaleggiare con qualsiasi speos o ipogeo dell’Egitto, eccetto la tomba da poco scoperta a Biban el-Mulook (la tomba di Seti I, a lungo chiamata tomba Belzoni)”.
I raggi del sole illuminano la facciata del tempio dall’alto verso il basso. Il primo elemento decorativo che incontrano è una serie di babbuini accovacciati. Questi animali sono spesso associati al sorgere del sole, forse per i versi che emettono all’alba.
Ad Abu Simbel Ramesse II porta a termine il processo di glorificazione del sovrano che il padre Seti I aveva iniziato, ridonando dignità divina alla funzione regale.
Il Tempio fungeva da elemento propagandistico, oltre che dissuasorio nella ricca terra nubiana. La Nubia, paese tributario dell’Egitto, costituiva un’area molto ambita per i suoi giacimenti auriferi, tanto che Ramses II costruì una serie di forti e 7 tempi scavati nelle gole, come simboli del potere e dominio sui ribelli nubiani.
“La luce del sole inizia la discesa verso il basso illuminando i colossi di Ramesse II. Il sole prima di tuffarsi all’interno del tempio irraggia la statua di Ra posizionata alla porta di ingresso. La statua dell’a ntico dio di Eliopoli è un vero e proprio rebus: la mano destra poggia sul geroglifico “User”,mentre quella sinistra su un’immagine di Maat. Combinando queste parole con il nome del Dio si ottiene il praenomen di Ramesse II: User- Maat- Ra”
Negli anni Sessanta, per via della costruzione della diga di Assuan, che minacciava di sommergerli, i due templi furono trasferiti in una posizione 65 m più in alto e circa 200 m più lontano dalla loro collocazione iniziale.
In origine, i due speos erano stati scavati ognuno su un promontorio roccioso di arenaria rossa, situato sulla sponda occidentale del fiume, per poter così ricevere il sole dell’alba.
È possibile, anche se non lo si sa con certezza, che i lavori siano iniziati poco dopo il quinto anno di regno di Ramses II (1274 a. C.), periodo della mitica battaglia di Qadsh e siano stati terminati circa trent’anni piu tardi.
I COLOSSI DELLA FACCIATA
Quattro colossali statue sedute, a gruppi di due, reggono la facciata di questo tempio rupestre.
Sono tra i principali simboli dell’antico Egitto e rappresentano Ramses II seduto, vestito con il gonnellino reale, sul capo Indossa il nemes, con un ureo sulla fronte, ha la barba posticcia e la doppia Corona dell’Alto e Basso Egitto.
Il sovrano è inoltre abbigliato con pettorale e bracciali decorati con cartigli.
Cartiglio di Ramesse II. Nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.
Le statue misurano oltre 20 metri di altezza dalla pianta dei piedi fino alla punta della doppia corona, il che conferisce agli altri lineamenti del faraone dimensioni colossali.
Per esempio la sua fronte misura 59 cm, il naso 98 cm è il viso 4, 17 di larghezza, se a questo sia giunge l’espressione maestosa e di serena autorità trasmessa dai volti, non c’è dubbio che l’effetto dovesse essere sconvolgente…
Colosso 1 – Ramesse II seduto su un trono, sul capo la corona “pschent”, la doppia corona dell’Alto Egitto, l’ureo regale sulla fronte, al mento la barba posticcia. Colosso 2 – La parte superiore è andata distrutta durante il terremoto accaduto nel 31mo. anno di regno di Ramesse II (1263 a.C.). Raffigurate in formato ridotto da sinistra: la figlia Nebettauy, un figlio non nominato, Tuia la regina madre.
La facciata del tempio è coronata da 22 figure di babbuino, alti circa 2 metri, seduti in posizione frontale.
Non si tratta di un abbellimento casuale, perché tutta l”arte faraonica è piena di significato.
Grandi osservatori della natura, gli egizi si soffermarono su una peculiare abitudine che queste scimmie avevano quando si svegliavano all’alba: si mettevano a guardare il sole e facevano molto chiasso.
Gli egizi interpretarlo o questo gesto come se le scimmie iniziassero le giornate adorano Ra ed è per tale motivo che sono raffigurate su questa facciata, per salutare il sole quando riappare al termine della notte.
Più in basso, nel punto centrale della facciata, c’è una nicchia rettangolare fiancheggiato da due immagini del re in piedi in atteggiamento di adorazione.
Colosso 1. Il re porta sul capo lo “pschent” la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, l’ureo regale sulla fronte, al mento la barba posticcia. Sul braccio destro il cartiglio nome di re dell’Alto e del Basso Egitto. Nella nicchia, la statua di Ra-Harakhty con testa di falco e il grande disco solare sul capo riceve un’offerta da Ramesse II.
All’interno di questa nicchia fu intagliato, in alto rilievo, una statua del dio Ra-Horakhti; ma in realtà si tratta di qualcosa di più di una rappresentazione del dio, perché gli attributi che lo connotano sono la chiave per leggere il criptogramma che forma l’immagine : Il dio è coronato da un immenso disco solare e Indossa un ureo sulla fronte, mentre nella mano sinistra tiene una immagine della dea Maat e, nella destra, la testa e il collo di candide, cioè il segno geroglifico user.
Così tali elementi permettono di leggere la statua , oltre che per quello che è, una immagine di Ra-Horakhti, come una rappresentazione tridimensionale dl nome del re: Usermaatre.
Colossi 3 – 4. Le piccole figure di fianco e tra le gambe dei colossi sono, da sinistra: la Grande Sposa Reale Nefertari, il figlio Ramessu, la regina madre Tuia, la figlia Meritanon, la figlia Nefertari II, la figlia Baket-Mut. Sulla terrazza davanti ai colossi statue osiriache di Ramesse II alte ca. 3 mt. e di Horus come falco.
Colosso 3. Ramesse II porta sul capo il “nemes” e la corona “pschent” la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, la parte superiore è distrutta. Sulla fronte l’ureo regale e al mento la barba posticcia. Sul braccio destro e sul petto è inciso il cartiglio con il nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.
Colosso 3. Di fianco alla gamba destra del colosso 3 la Grande Sposa Reale Nefertari, sul capo una pesante parrucca, il “modio” una sorta di corona decorata con cartigli e urei. Di fianco alla gamba sinistra il cartiglio della regina: “La bellissima amata da Mut” – “La Grande sposa reale”.
I quattro colossi si innalzano su un’ampia terrazza, a cui si accede tramite una breve scalinata di 1 5 m di altezza e dai bassi gradini.
Ai loro piedi, proprio all’esterno di ogni gamba e in mezzo ad esse, ci sono altre statue di piccole dimensioni che rappresentano la famiglia reale, tra cui quella di Nefertari e quella di Mut-Tuya, la madre del re.
Tra il colosso 1 e il colosso 2. A sinistra: la figlia Bentanat, sul capo una grande parrucca un basso modio, due grandi piume e l’ureo regale sulla fronte, un pezzo di stoffa nella mano sinistra. A destra; Tuia la regina Madre, sul capo il “modio”, una sorta di corona decorata con cartigli e l’ureo regale sulla fronte, un pezzo di stoffa nella mano destra
Le altre corrispondono ai vari figli e nipoti.
Tra le gambe del colosso 2. Il figlio Amon-Her-Khepeshef indossa una lunga veste, i capelli con la treccia dell’infanzia. Con la mano destra regge l’ accessorio solitamente portato dai principi reali, il “flabello” formato da una piuma di struzzo,
La vistosa ornamentazione della facciata continua in altri elementi che non sono così in vista: è il caso dei rilievi che si trovano ai lati dei troni e che delimitano l’entrata del tempio.
Sul lato nord si può vedere una fila di prigionieri asiatico legati e inginocchiati, mentre sul lato sud i prigionieri sono nubiani.
LA GRANDE SALA IPOSTILA
Nonostante la particolarità del terreno, roccioso e scosceso, dove venne edificato il tempio i costruttori fecero tutto il possibile per riprodurre la pianta tipica dei templi egizi ( pilone, cortile colonnato, sala ipostila e sancta sanctorum), nel superbo speos di Ramses II.
La sala ipostila assume nel caso di Abu Simbel una dimensione colossale.
È la prima sala del tempio e, indubbiamente, la più spettacolare: si tratta di una stanza di 18 metri di profondità per 16,7 metri di Larghezza e con un’ampiezza di circa 10 metri.
Ciò che la caratterizza è la presenza delle enormi statue che raffigurano il re.
Due file di quattro pilastri ciascuna delimitano il corridoio centrale, fiancheggiato da otto colossali figure osiriache di Ramses II, scolpite, sui lati frontali dei pilastri.
Quelle del lato sud, che rimangono a sinistra dell’entrata del tempio sono ornate con la Corona bianca dell’Alto Egitto, mentre quelle del lato nord rappresentano la doppia corona, o pschent.
Il re non appare mummiforme , ma Indossa un gonnellino e porta la barba posticcia ; le braccia incrociate sul petto e le mani che stringono l’una il bastone e l’altra il flagellum, lo identificano come Osiride.
I tratti di questa figura sono in armonia con l’aspetto del monarca.
Dal soffitto, la dea avvoltoio Nekhbet sorvola i colossi.
Con le poderose ali spiegate, varie immagini delle dea protettrice dell’Alto Egitto decorano il soffitto del corridoio centrale, con gli artigli la dea tiene due piume a lunga canna che la separano dai cartiglio con i nomi del re e delle “Due Signore” ( le dee Nekhbet e Uadjet) del sovrano che si alternano agli avvoltoi.
Il resto del soffitto, quello delle navate laterali, è decorato da stelle rosse dipinte su fondo azzurro.
Le pareti della sala ipostila, che rimangono ai due lati della galleria centrale, sono decorate con incisioni che ricordano le imprese belliche di Ramses II.
Delle gesta evocate in questi rilievi, la battaglia di Qadesh è la predominante.
La parete nord è occupata da questo combattimento, tutto l’insieme compone una grande narrazione iconografica che si somma ad altre rappresentazioni di questa battaglia in monumenti come il pilone del tempio di Luxor, la parete sud della sala ipostila del tempio di Karnak e il Ramessum, tra gli altri.
Ma i rilievi di argomento militare non si esauriscono con Qadesh, ci sono anche immagini dove si può vedere Ramses che conduce gruppi di prigionieri davanti a triadi di dei.
Anche la parete sud è divisa in due registri: quello superiore è dedicato a scene i cui il re presenta offerte a diversi dei, e quello inferiore è dedicato a tre scene belliche: il re e tre dei suoi figli, in testa all’esercito, attaccano una fortezza asiatica a bordo dei propri carri ( a sinistra); Ramses II combatte a piedi contro un nubiano (al centro), e file di prigionieri nubiani condotti davanti a dei tebano (a destra).
L’ultima parete, entrando nella sala sulla sinistra, mostra Ramses II davanti ad Amon-Ra mentre i mola prigionieri di ogni razza e nel registro inferiore appaiono otto principesse reali con in mano un flabello.
LE STATUE DEL SANTUARIO
Dopo aver percorso l’impressionante spazio della grande sala ipostila, il tempio cambia la propria fisionomia: il soffitto e il pavimento si avvicinano mano a mano che si penetra nell’interno.
Questa progressiva elevazione della quota pavimentale è, contemporaneamente, l’abbassamento della copertura producono una graduale diminuzione della luce.
È la modalità che gli architetti egizi avevano di indicare il percorso che conduceva alla penombra della sancta sanctorum, il luogo più profondo del tempio.
Prima di arrivare a questo luogo di raccoglimento, una volta lasciata la sala ipostila, si accede a una seconda sala decorata con immagini di Ramses II abbracciato agli dei e scene di offerta e adorazione.
In una delle pareti si apre una porta che dà accesso alla sancta sanctorum o santuario del tempio, dove solo il re e il gran sacerdote potevano entrare.
È una stanza di 7 metri di profondità x 4 metri di larghezza , nella cui parete in fondo sono intagliate quattro statue sedute su una panca.
Sono le solenni immagini, da destra a sinistra, di Ra-Horakhty, Ramses II divinizzato , Amon e Ptah.
Le pareti che le circondano sono decorate da immagini della barca sacra di Ramses II.
Queste statue sono protagoniste di un curioso fenomeno astronomico che si verifica due volte l’anno.
Intorno al 20 febbraio e 22 ottobre i raggi del sole dell’alba colpiscono direttamente il santuario illuminando le statue seguendo un ordine preciso, illuminano di luce l’immagine di Amon, quella del re divinizzato e la spalla destra di Ra-Horakhty ; l’unica che rimane nell’oscurità é quella del dio Ptah, dio dell’oltretomba.
Il fenomeno, ampiamente sfruttato dalle agenzie di viaggio negli ultimi anni, è stato reclamizzato come il “miracolo di Abu Simbel”, tuttavia l’ipotesi che queste due date coincidano con i giorni della nascita e incoronazione di Ramses II non trova alcun riscontro.
Calcare dipinto; altezza cm 24,5, larghezza cm 41 Deir el- Medina, Temenos del tempio di Hathor Scavi di E. Baraize 1912 Museo Egizio del Cairo – JE 43566
Questa stele, dedicata da Bay al dio ariete Amon, proviene dal villaggio degli operai di Deir el-Medina.
I colori sono ancora vivaci ed è caratterizzata dalla presenza di tre orecchie dipinte di blu, giallo e verde sul lato destro, rappresentazioni delle orecchie del dio ” che ascolta le preghiere”.
È questa una forma del dio Amon alla quale soprattutto i ceti sociali modesti si rivolgevano durante il Nuovo Regno, quando maggiori erano le tracce lasciate dai culto della pietà personale accanto a quelli della religione ufficiale praticata nei templi e a corte.
Il proprietario della stele è un operaio del villaggio ed è ritratto sul lato sinistro, separato con una linea verticale dalle orecchie divine, mentre è Inginocchiato con le mani alzate in segno di adorazione.
Nel l’iscrizione sovrastante Bay spiega: “Adorazione di Amon-Ra da parte del servitore nella Sede della Verità, Bau”, ove “Sede della Verità” si riferisce alla tomba reale.
Nella parte superiore della stele compaiono due arieti affrontati e con il capo adorno delle piume di Amon, del disco solare e dell’ureo, inframmezati da una brocca poggiata su un tavolino.
In alto l’iscrizione identifica i due animali con “Amon-Ra, l’ariete Perfetto”.
Fonte e fotografia:
I tesori dell’antico Egitto – National Geographic – Edizioni White Star.
During the 1960’s Polish excavations at the Temple of Thutmose III, a chipped off face of the king was discovered, the face was broken off in antiquity.
The torso of the statue was discovered in the early twentieth century during excavations conducted by Edouard Naville at the mortuary temple of Mentuhotep II at Deir el-Bahri.
It was then placed in the Metropolitan Museum of Art, New York.
In the 1990’s the Metropolitan Museum made this cast of the torso to be displayed with the face while a cast of the face was sent to the Metropolitan Museum and is now displayed with the torso.
Cult statuettes of Queen Ahmose Nefertari, the famous royal wife and mother of the king Amenhotep I, bear witness to the great devotion the inhabitants of the village of Deir el-Medina felt for this Queen.
The inscriptions on the base of the statue feature the names of the dedicators.
Inv. no.: S. 6128
Wood, paint; dim. 43 x 11 x 23.8 cm
1292–1076 BCE – New Kingdom – Nineteenth – Twentieth Dynasty
Deir el-Medina
In the collection of Museo Egizio Turino
Temporary location: Basilica Palladiana Vicenza fino a Giugno 2023
The statue depicts Ranefer, standing and is wearing an overlapped kilt of medium length. His hair was cut short and the eyes are painted. This splendid statue was found together with another statue, almost identical, in two niches in the chapel at his tomb at Saqqara. This one shows him in an old age while the other in the flush of youth.
Ranefer was a High Priest of Ptah and Seker in Memphis at the end of the 4th Dynasty and the beginning of the 5th Dynasty. His name means “Ra is beautiful”. His main title was “greatest of the directors of craftsmen belonging to the day of festival”. This is a variation of the title normally assigned to the High Priest of Ptah.
Prophet of Ptah and prophet of Seker, Ranefer also declares himself attached to these two divinities which could indicate the religious origin of his career, the term attached designating here the personnel assigned exclusively to the worship and the domain of the god.
Ranefer also declares to be the king’s confidant, a title which indicates that he participated in the king’s privy council, a position also occupied by his predecessors and successors in the pontificate.
Finally and certainly at the same time as he obtained the title of great chief of craftsmen, the main title of the high priest of Ptah , Ranefer is qualified as a participant in the feast of Re , a title which may be a dating index fixing a terminus ante quem to place it in the chronology of the time.
Indeed, this quality of participant in the festival of Re that the high priests of Ptah of this period carry, is clearly attached to the worship which was rendered in the solar temples built by certain sovereigns of the 5th Dynasty and whose first sponsor is Userkaf.
Text: Egypt Museum
Old Kingdom, 5th Dynasty, ca. 2494-2345 BC. Painted limestone.