C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL FARAONE AHA

Di Piero Cargnino

Se non lo avete ancora capito ci troviamo in un groviglio storico dove mancano notizie certe ed anche gli studiosi brancolano nel buio dell’antica storia egizia cercando di interpretare quel poco che è giunto a noi ma anche ciò che di tanto in tanto emerge dagli ulteriori scavi.

Dopo Scorpione, Narmer o Menes o Meni, nell’elenco dei primi faraoni egizi emerge Aha “il Combattente”.

Forse successe a Narmer del quale forse era figlio, forse. Le poche notizie di cui disponiamo su questo sovrano sono estremamente incerte e frammentarie. La figura di Aha oscilla tra storia e mito che ci vengono raccontati dal solito Manetone. Aha compare nella Pietra di Palermo dove viene indicato come unificatore delle due Terre; altre notizie che riportano il suo nome sono state rinvenute su numerose tavolette di avorio e di legno, impronte di sigilli e in iscrizioni su vasi rinvenute in tre tombe, a Saqqara, Abido e Naqada.

Sempre a proposito di groviglio di notizie disponibili va citato il ritrovamento  di una placchetta di avorio dove il nome di Aha è abbinato al geroglifico “mn” (leggibile come Meni) cosa che ha indotto alcuni studiosi, tra cui Jürgen von Beckerath, a ritenere che Narmer, Meni e Aha siano i nomi di uno stesso sovrano.

Aha dovette ancora affrontare le immancabili battaglie interne per consolidare l’unificazione dei due popoli, i “Seguaci di Horo” dell’ Alto Egitto ed i “Seguaci di Seth” del Basso Egitto ed a quanto pare ci riuscì. Intraprese inoltre campagne di guerra a seguito delle quali affrontò e vinse i popoli della Nubia; ad Abidos venne rinvenuta una placca di ebano nella quale veniva esaltata la sua campagna nubiana, alcuni ritengono che arrivò ad estendere il confine meridionale fino ad Elefantina, intraprese inoltre una campagna per arginare il pericolo libico.

Tutto sommato però il suo regno attraversò un discreto periodo di tranquillità nel quale vennero allacciati rapporti commerciali con Byblos. Aha fece edificare un Tempio dedicato a Neith, una delle Dee più antiche d’Egitto, con quest’opera Aha compì una mossa strategica e politica nello sforzo di unificazione del Regno. Operò al fine di incrementare lo sviluppo economico e sociale del paese con particolare attenzione all’agricoltura.

Dalle storie di Manetone si apprende che un faraone che egli chiama Menes fece costruire una muraglia per deviare il corso del Nilo. A questo proposito è ancora aperto il dibattito fra gli studiosi per stabilire se fu questo fantomatico Menes che fece deviare il corso del Nilo oppure fu Narmer o Aha o se tutti e tre non fossero la stessa persona.

Apprendiamo da Manetone (!) che Aha era uno studioso appassionato, condusse molti studi e ricerche in diversi campi approfondendo in modo particolare quelli di Anatomia ed Architettura. Secondo quanto riportato nel Papiro Ebers, compilato nel periodo degli Hyksos, ed in seguito riportato anche da Sesto Giulio Africano, Aha sarebbe anche stato un medico.

Moglie e regina principale di Aha (forse) fu Benerib (“Colei il cui cuore è dolce“) mentre una moglie secondaria sarebbe stata Khentap. Per coloro che affermano che Aha e Narmer fossero la stessa persona con il nome di “Meni”, la regina principale sarebbe Neithotep la quale, pur non essendone la madre, avrebbe svolto il ruolo di reggente per il figlio e successore di Aha, Djer.

La tomba di Aha fu scoperta dall’egittologo britannico Sir William Matthew Flinders Petrie, nella necropoli di Umm el-Qu’ab presso Abydos, nel complesso B10-15-19.

Da uno studio accurato si scoprì che questa presentava tracce di sacrifici umani, servitori che avrebbero dovuto accompagnare il sovrano nel suo viaggio nell’oltretomba, questi corpi giacevano dentro tombe annesse a quella del sovrano, costruite con il fango, ma Petrie non le prestò molta attenzione ritenendole di poca importanza.

Fu in seguito una spedizione archeologica condotta dall’università di New York, Yale e Pennsylvania, ad indagarle in modo più approfondito e da queste emerse che le 30 sepolture presenti erano opera di sacrifici umani.

La stessa cosa venne riscontrata nel luogo di sepoltura di Djer, figlio e successore di Aha, dove furono contate ben 318 sepolture sacrificali. Ovviamente la cosa lasciò tutti sorpresi: è noto i sovrani d’Egitto venivano effettivamente accompagnati nell’aldilà da numerosi servitori che avevano il compito di svolgere i lavori che il re ovviamente non avrebbe mai svolto, ma ad accompagnarlo nella sua vita ultraterrena erano delle statuette di terracotta, legno o faience, che riproducevano i servitori, chiamate “Ushabti” (rispondenti), queste, una volta sepolte col sovrano, si sarebbero rianimate ed avrebbero risposto per lui in tutti i lavori.

Risulta però che l’usanza dei sacrifici umani sia limitata a questi due faraoni e che in futuro non venne più praticata.

Aggiungo una curiosità che mi è spuntata tra una ricerca e l’altra, durante una campagna di scavi, diretti da David O’Connor della New York University, nella necropoli di Abydos, nel 1967  sono stati portati alla luce quattordici “sarcofagi” di mattoni intonacati sepolti nelle sabbie del deserto, ciascuno di essi conteneva delle imbarcazioni in legno lunghe da 18 a 24 metri, risalenti proprio all’inizio della I dinastia, le barche erano allineate in fila presso la tomba del faraone Aha.

La cosa che più sorprende è che si tratta di imbarcazioni già costruite con assi di legno cuciti insieme e non di giunchi o tronchi scavati, tecnica costruttiva che si rivelerà solo più tardi.

L’archeologo navale  Cheryl Ward che ha studiato le barche, anche se danneggiate dalle termiti, ha constatato che sono state costruite con un sistema assolutamente inedito per l’antico Egitto. Secondo l’archeologo  O’Connor

“Queste barche sono le dirette antenate della famosa barca trovata a Giza vicino alla piramide di Cheope……”.

Le imbarcazioni sono state sottoposte all’esame del carbonio 14 per stabilirne l’età, per quanto mi riguarda non ho trovato notizie sui risultati degli esami.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2005
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • John Baine e Jaromir Malek, “Atlante dell’Antico Egitto”, Novara, 1985
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”,  Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Cinzia Dal Maso, “La flotta fantasma del primo faraone”, La Repubblica.It,  2.11.2000)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL FARAONE NARMER

Di Piero Cargnino

Con il re Scorpione finisce il Periodo Predinastico ed inizia quello che viene chiamato “Protodinastico” (o Arcaico o Tinita, da Thinis, città di origine dei sovrani).

Qui però bisogna andare cauti, la quasi totale assenza di indizi e la scarsità di documenti contemporanei, quelli che ci raccontano questo periodo, a parte glifi e incisioni rinvenuti su stele, vasellame o graffiti dell’epoca, li ricaviamo da liste reali risalenti al Nuovo Regno ossia un tempo posteriore di 1500 anni, questo fa si che le nostre conoscenze del periodo siano alquanto scarse e quantomeno arbitrarie.

Comunque stiamo parlando di un periodo che, dal punto di vista cronologico possiamo collocare intorno al 3200-3150 a.C. circa.

Il re Scorpione si trova ad affrontare ancore numerosi conflitti che lo vedono impegnato a combattere gli ancora recalcitranti re o capi locali con l’intento di unificare l’intero Egitto ma la battaglia definitiva, che porterà all’unificazione delle due Terre, vedrà la vittoria del suo successore, Horus-Narmer (o Menes o Meni).

Con lui si conclude la fase di formazione di uno stato unitario, Manetone, come anche il Papiro di Torino, fanno iniziare la prima dinastia reale e Narmer è ufficialmente considerato il primo “Faraone”, sovrano della prima dinastia. Convenzionalmente si chiude il Periodo Predinastico ed inizia quello Protodinastico.

Ho scritto faraone tra virgolette perché ritengo necessario precisare il significato del titolo anche se a molti è già noto. Tale termine è derivato dal greco “Pharao”, compare per la prima con Thutmose III (XVIII dinastia, 1400 a.C. circa) e deriverebbe dalla parola egizia “pr-ˁ3 – per-aa” col significato di “Grande Casa”, termine con il quale veniva indicata la casa dove risiedeva il sovrano, cioè il palazzo inteso nel suo insieme come sede del potere.

Il sovrano, in quanto tale, veniva definito in vari modi che variano a seconda del periodo storico.

Il titolo regale si componeva di cinque Grandi Nomi, il primo e più importante era il “Nome Horo” (a volte anche “Nome Ka”) preceduto dal serekh dello stesso Horus, un disegno rettangolare rappresentante la facciata del palazzo reale, al cui interno era rappresentato il nome del sovrano e sul quale, spesso, era appollaiato il dio in forma di falco.

Segue il nome “Horus d’oro” che, secondo alcuni, si potrebbe interpretare come “Horo vincitore su Seth”, l’oro, come metallo  è simbolo dell’eternità per cui si potrebbe leggere come “Horo l’eterno” anche tenuto conto che d’oro era anche la carne degli dei. Il quarto era il “praenomen” o nome del trono, il “nesut-bity”, scelto all’atto dell’incoronazione e racchiuso in un cartiglio preceduto dal giunco e dall’ape, plantes araldiche dell’Alto e del Basso Egitto col significato di “re di tutto l’Egitto”. Ultimo era il “nomen” o nome personale, preceduto dal titolo “figlio di Ra“; quest’ultimo è il nome col quale usiamo chiamare “in modo confidenziale” i faraoni: Thutmose, Ramesse, ecc..

Considerando che fino a tutto l’Antico Regno il Nome Horo era il solo ad essere usato nelle incisioni sui reperti, si può capire la confusione che si incontra nella ricostruzione della sequenza dei sovrani in quanto nelle varie liste, stese in epoche molto posteriori, i re venivano indicati, spesso, con il nome di nascita.

Torniamo ora all’inizio del Periodo Protodinastico, con l’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, 3150 a.C. circa, inizia quello che viene comunemente chiamato “Periodo Arcaico” o “Periodo Tinita”.

Capitale del regno fu Thinis, nome greco di una città egizia situata nei pressi di Abydos che era il capoluogo dell’ottavo distretto dalla quale provenivano i re delle prime due dinastie egizie, la città di Thinis a tutt’oggi non è ancora stata localizzata. Anche qui c’è da dire che non è chiaro il perché i faraoni del periodo protodinastico siano stati suddivisi in due dinastie, alla luce delle nostre conoscenze, nessun fattore esterno giustifica tale discontinuità, basti pensare che la tomba dell’ultimo faraone della I dinastia Qa’a riporta i sigilli del suo successore Hotepsekhemwy, primo sovrano della II dinastia. E qui mi rifaccio al concetto espresso dal Prof. Damiano: “cos’è una dinastia?”. L’autorevole Enciclopedia Treccani definisce dinastia “l’insieme dei sovrani di una medesima famiglia, anche di rami diversi, succedentisi in uno stesso paese o in paesi diversi”, per dinastia si intende inoltre un’era in cui una famiglia ha regnato influenzando fortemente gli eventi, la cultura o le opere, questa è la nostra definizione di dinastia. Secondo il Prof. Damiano per gli antichi egizi non era proprio così, spesso non era una questione di “sangue”, a volte era frutto di sotterfugi, complotti o astuzia, spesso invece bisognava guadagnarsela. Il cambio di una dinastia poteva derivare dall’estinzione della linea di sangue o a causa di usurpazione. A questo punto dunque non ci stupiamo più della ripartizione fatta da Manetone che, seppure 1500 anni dopo, avrà forse avuto le sue ragioni.

Come già accennato, il primo sovrano della I dinastia fu Narmer (o Menes), colui che unificò le Due Terre. L’evento viene messo in risalto dalle incisioni su una tavolozza per belletti, in grovacca a forma di scudo, rinvenuta da E. Quibell e F. W. Green, nel “Deposito principale” durante gli scavi a Ieracompoli nel 1897-1898. Si trovava con le teste di mazza del re Scorpione e di Narmer, durante gli scavi venne anche rinvenuta una testa di Horus sotto forma di falco, interamente rivestita d’oro. Più tardi però si scoprì che la testa risaliva alla VI dinastia.

La tavolozza è databile intorno al 3100 a.C. , misura 64 cm in altezza per 42 di larghezza e 2,5 cm di spessore, su entrambi i lati presenta  splendide raffigurazioni con arcaici geroglifici che lasciano sbalorditi per la loro perfezione considerando l’epoca in cui è stata realizzata, il periodo dei “Compagni di Horus”, i signori del Falco.

Personalmente concordo con quegli studiosi che la definiscono “parlante”, i glifi in essa riportati ne fanno un brogliaccio dove lo scalpellino “scriba” tenta di fare, in modo del tutto personale, quello che non è ancora in grado di fare in altro modo, esprimersi con la scrittura. E chi non la conosce, chi non l’ha mai vista? Si, ma quanti di noi si sono mai soffermati a cercare di interpretarne il reale significato? Mi perdonerete se mi perdo un attimo ad interpretarla, l’emozione di descriverla è più forte di me.

Il lato anteriore della tavolozza è diviso in tre registri: nel primo compare due volte una testa di vacca con le corna ripiegate, la Dea Hathor, mentre in posizione centrale spicca il serekht del sovrano, il secondo registro è dominato dalla grandiosa figura del re Narmer che indossa la corona bianca dell’Alto Egitto con, legata alla cintura, una coda di toro simbolo del potere, “Horus Toro Possente”. Il re è intento a colpire con una mazza il nemico che tiene per i capelli, come si conviene è seguito dal suo dignitario “Colui che porta i sandali”. Di fronte al re una scena che anticipa quella che sarà poi la stupenda Scrittura Geroglifica, ossia la volontà di esprimere qualcosa di più di quanto non sia possibile esprimere con il disegno. La scena, come riportato nella foto, potrebbe significare: “Il grande Horus-Narmer, “Toro Possente”, colui che ha soggiogato il popolo della terra dove cresce il papiro” (il Basso Egitto). Nel registro inferiore una scena di nemici uccisi.

Sul lato posteriore, oltre al primo registro con le due teste della dea Hathor ed il serekht, si individuano altri tre registri:, nel primo è raffigurato il re Narmer con la corona rossa del Basso Egitto, dietro di lui il portatore di sandali mentre davanti sfila un corteo di alfieri con gli stendardi dei vari nomoi e più avanti i nemici uccisi e decapitati, stesi a terra con il capo mozzato posto tra le gambe. Nel registro centrale due animali mitologici che con i loro lunghi colli formano un piccolo crogiolo tondo per la mescola dei belletti, nel registro inferiore un toro, simbolo della potenza del re, mentre con le corna abbatte le mura fortificate di una città e calpesta i nemici.

Presentandosi con le due corone dell’Alto e Basso Egitto possiamo affermare che Narmer è stato il primo Faraone della I dinastia. Di Narmer (o Menes) sappiamo che promosse l’affermazione del culto di Osiride e, secondo alcuni governò con discreta saggezza lasciando ai suoi successori  un paese florido ed ancora in fase di espansione; pare anche che sia stato lui ad introdurre il calendario di 365 giorni.

Tra gli studiosi non c’è una interpretazione univoca su questo faraone, alcuni associano Narmer al re Scorpione considerandolo una figura mitica, altri lo associano a quello che è considerato il suo successore Aha, che la Pietra di Palermo definisce come unificatore dell’Egitto. Come se non bastasse, a dimostrazione di quanto sia difficile interpretare questo periodo, alcuni studiosi, tra cui Jürgen von Beckerath, forti di quanto riportato nella Pietra di Palermo, unito a quanto riportato su di una placchetta d’avorio, dove il nome di Aha è accompagnato dal geroglifico “mn” (letto come Meni), ipotizzano che Narmer, Meni e Aha siano i nomi dello stesso sovrano. A complicare ulteriormente le cose si riscontrano discordanze anche nella definizione della data di riferimento; in conclusione si può comunque dire che, con l’approssimazione di un secolo circa, gli eventi si possono inserire intorno al 3000-3100 a.C.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Natale Barca,  “Sovrani predinastici egizi”,  Ananke, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LA VITA OLTRE LA MORTE

La vita per gli antichi egizi non terminava con la morte, essi credevano fermamente nell’eternità e nel prosieguo della vita oltre la morte.

Già cinque secoli prima di Cristo, lo storico Erodoto scriveva:

“Gli Antichi Egizi erano un popolo che praticava il Culto dei Morti, ma amava intensamente la vita”.

Sembra una contraddizione, ma non lo è!

Approfondiamo quindi la conoscenza di una delle riflessioni più affascinanti della religione egizia.

L’idea di una vita dopo la morte era legata al grande amore per la vita ed al profondo senso religioso che li animava.  Gli egizi credevano che, non solo le diverse divinità si prodigassero per offrire all’uomo una vita buona, ma che proprio l’origine divina dell’uomo fosse la ragione della possibilità di una vita eterna.

Da queste profonde convinzioni è nata la riflessione degli egizi sulla morte, ricca di simboli, di misteri, di speranze e anche di magia.

L’idea dell’aldilà, (per gli egizi la “Duat”), è strettamente legata alla materialità della vita terrena, infatti essi credevano che il corpo per poter rinascere dovesse rimanere integro, ecco quindi il perché della famosa pratica delle mummificazione che, tra l’altro, oltre ad avere una valenza pratica simboleggiava il rito compiuto da Anubi sul cadavere di Osiride per renderlo immortale. Il rituale era estremamente complesso e, almeno inizialmente era riservato al faraone in quanto il destino post-mortem assegnato al re è astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

Con il passare del tempo però, verso la fine dell’Antico Regno, la speranza di una vita dopo la morte si allargò a tutto il popolo e chi ne aveva la possibilità iniziò a farsi mummificare.

Ovviamente esistevano diverse tipologie di mummificazione in base alla somma che si era disposti a pagare. I più poveri, che non potevano permettersi i costi della mummificazione, si facevano seppellire nel deserto, sfruttando il clima estremamente secco. Non mi soffermerò sul procedimento conservativo della salma, che veniva eviscerata e in seguito avvolta in bende e deposta nel sarcofago, analizzerò piuttosto la meno conosciuta concezione egizia rispetto all’oltretomba.

Conclusi i riti funebri il defunto iniziava il viaggio nelle regioni sconosciute della Duat. Era convinzione che il Creatore avesse dotato l’essere umano di un certo numero di “entità”, erano sette ma ci limiteremo alle prime tre.

Il Djet, il corpo materiale deputato ad operare durante la vita terrena.

Il Ka, ovvero il “Doppio”, in tutto simile allo Djet ma fisicamente inconsistente, quello che noi oggi chiamiamo Spirito o Fantasma.

Il Ba, la parte divina dell’uomo che lo  differenzia dall’animale ovvero l’Anima, che il Creatore trasfuse all’uomo col suo soffio quando lo creò, (concetto poi  ripreso in seguito dalla cultura ebraica, (La Bibbia, Genesi 2-7).  Il Ba è raffigurato come un uccello con la testa umana. Questi si avviava  verso il deserto occidentale dove doveva sostenere una serie di prove che potevano essere superate solo grazie alle formule ed agli incantesimi presenti nel libro dei morti, posto nella tomba accanto al defunto. L’ultima di queste prove era  quella del giudizio sulla sua vita da parte del tribunale di Osiride, la dichiarazione di innocenza e la psicostasia, (pesatura del cuore). Se anche questa veniva superata le porte del paradiso di Osiride (definito “i campi di Aaru” (o Iaru)) si aprivano ed il defunto poteva entrarci.

I campi Aaru, (campi dei Giunchi o delle Canne), rappresentano la meta del viaggio del defunto verso la vita eterna. Erano collocati nel cielo, nell’orizzonte orientale a contatto con l’orizzonte terrestre nelle vicinanze della porta attraverso cui il sole saliva in cielo ed iniziava il suo viaggio da oriente a occidente. In conclusione gli egizi compresero che la morte è un momento della vita, per vivere il quale è necessario prepararsi quotidianamente.

Questo per loro non significava vivere con l’angoscia della morte, ma vivere ogni momento della vita quotidiana con intensità. La morte era il momento del passaggio in cui ciò che si era vissuto durante la vita veniva portato nell’eternità.

Fonti:

  • Mario Tosi,  “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, Torino 2004. 
  • Guy Rachet, “Il libro dei Morti degli antichi egizi”, Piemme, 1997  –  Web)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LE SEPOLTURE NELL’ANTICO EGITTO

Finora abbiamo solo accennato alle sepolture nell’antico Egitto, vediamo ora di addentrarci un po di più nell’argomento.

Poche culture nell’antichità hanno riflettuto in modo così approfondito sul mistero della morte come lo hanno fatto gli egizi. Questo popolo era convinto che la vita terrena fosse solo un capitolo di una vita eterna in cui la morte rappresentava la soglia da sorpassare, la morte era vista come connaturata all’esistenza stessa e armoniosamente integrata nel cosmo. Essi portarono a picchi mai raggiunti la volontà di esorcizzare la morte fino ad estremizzarne i riti impiegando ingenti risorse allo scopo di rendere più agevole la vita nell’aldilà.

Dai testi e dalle raffigurazioni che ci sono pervenute traspare comunque l’angoscia con la quale gli antichi egizi guardavano alla morte. Le numerose tombe giunte fino a noi testimoniano la cura con la quale si preparava la sepoltura del defunto.

Innanzitutto dobbiamo fare una distinzione tra la sepoltura della gente comune da quella dei sovrani o delle personalità di rilevante importanza.

In epoca tardo Neolitica e nel periodo Predinastico (tra il 4500 e il 3100 a.C.), le salme venivano avvolte in stuoie o pelli di animali e sepolte sotto la sabbia del deserto dove essiccavano naturalmente. Solitamente venivano sepolte nei pressi delle tombe reali onde godere anche nell’aldilà della protezione del sovrano.

Di questo tipo di mummia naturale ne sono state ritrovate a migliaia. A questo proposito voglio citare un particolare sconcertante riportato da Mark Twain, in uno dei suoi resoconti di viaggio, più o meno romanzati, “The Innocents Abroad” (“Gli innocenti all’estero”) scritto nel 1867, nel quale racconta che durante il periodo coloniale, data la scarsità di legname, molte di queste mummie sarebbero state usate come carburante per le locomotive a vapore egiziane. La cosa non è stata mai comprovata storicamente, anche se è stata menzionata da altri autori; numerose sono state le smentite ma la cosa è sopravvissuta fino ai nostri giorni.

Si deve arrivare alla fine dell’Antico Regno, (2200 a.C. circa), perché l’integrazione della morte individuale nel ciclo cosmico interessi anche l’egiziano comune, fino ad allora la cosa era di sola pertinenza del Faraone. 

Le persone un po’ più facoltose venivano inumate in piccole camere ipogee sulle quali si costruiva un tumulo di sassi allo scopo di proteggere le salme dei defunti dagli assalti degli animali in cerca di cibo.

Successivamente i sepolcri vennero gradualmente inseriti ad una profondità sempre maggiore e nella loro parte superiore si accatastò un cumulo di pietre e sabbia, simbolo del monticello Tatenen, emerso dalla divinità Nun all’inizio dei tempi.

Durante l’Epoca Predinastica i pozzi contenenti le tombe vennero scavati alcuni metri più in basso, sopra vennero costruiti veri e propri edifici di mattoni e legno con le pareti interne decorate con varie pitture.

Nasce così la “Mastaba”, nome assegnatole in epoca più recente per la rassomiglianza con le panche che ancora oggi gli egizi tengono fuori dalle porte chiamate appunto mastaba.

Le Mastabe venivano costruite in appositi spazi che costituivano la Necropoli. Nelle prime due dinastie, tuttavia, anche il re viene ancora sepolto in tombe a mastaba, e non è possibile stabilire se già allora un destino celeste attendesse il re morto.

Nella definizione della teologia regale agli inizi della storia egiziana, la morte del re rappresentò l’aporia massima da risolvere, giacché poneva un problema che era, da una parte quello del non senso della morte, dall’altro quello della morte del Re-Dio. Secondo gli Egizi, il faraone non era solo il capo supremo dello Stato, il faraone aveva tutti i poteri di vita e di morte sul popolo, la sua natura era divina, egli era un dio che discendeva dal cielo per regnare sulla sua gente. Fino a quando stava sul trono, il faraone veniva identificato con il dio Horus, che si manifestava agli uomini come un falco, mentre al momento della morte era considerato come Osiride, il padre di Horus, un dio che moriva per poi rinascere nell’aldilà.

Nelle epoche più antiche, il destino post-mortem assegnato al re era astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

La mastaba del faraone si presentava con i fianchi movimentati da giochi di luce ed ombre, realizzati modulando le facciate con sporgenze e rientranze. L’interno si componeva di un complesso di stanze per lo più ipogee, collegate tra di loro da stretti corridoi, composto dalla camera sepolcrale e da numerose altre stanze secondarie utilizzate come magazzini per contenere il corredo del defunto che gli sarebbe servito per la vita nell’aldilà.

Ogni Faraone si faceva costruire una mastaba più grande del suo predecessore ma è con il Faraone Zoser che avviene un cambiamento radicale che sfocerà poi nella costruzione delle grandi Piramidi.

Sovrapponendo mastaba a mastaba nasce la Piramide a gradoni di Saqqara. L’importanza che il re raggiungesse le sue mete celesti era tale che forze e risorse ingentissime venivano mobilitate intorno alla costruzione delle tombe. Per tutti gli altri, l’esistenza dopo la morte era concepita all’interno della tomba, e la possibilità di sopravvivenza affidata alle offerte funerarie.

La natura divina dei faraoni spiega perché le loro sepolture dovevano essere costruite secondo canoni specifici, alla sua morte il faraone si trasformava in Akh, forma dello spirito simile ad un ibis, saliva in cielo tra le stelle imperiture e diventava Osiride, completando così la sua rigenerazione divina.

Questo spiega perché essi siano stati sepolti, dapprima in sontuose e sempre più grandi mastabe poi in quelle gigantesche costruzioni che sono le piramidi (forse) ed in seguito nelle ricchissime tombe scavate nel sottosuolo della Valle dei re a Tebe, in entrambi i casi si trattava di tombe costruite non per dei comuni mortali ma per delle divinità.

Alla sua morte il faraone doveva disporre di una dimora adatta a conservare il suo corpo per l’eternità. Questa doveva essere confortevole e dotata di un arredo consono alla personalità che avrebbe ospitato. Un corredo che comprendesse tutto quanto aveva avuto nella sua vita terrena, abiti per le varie esigenze, ornamenti ed oggetti d’uso quotidiano oltre ad una scorta di cibi e bevande.

Non appena il faraone avesse superato positivamente la psicostasia (la pesatura del cuore) sarebbe salito nei campi Aaru (o Iaru), dove il defunto sarebbe vissuto felicemente e senza alcuna preoccupazione.

A questo scopo però avrebbe dovuto lavorare, arare e mietere, insomma svolgere tutti quei lavori necessari alla prosecuzione delle vita. Ma poiché il faraone non era adatto a svolgere questi lavori, con lui venivano seppelliti gli “ushabti” (i rispondenti) forze costruttive positive che avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli e non solo, animandosi magicamente rispondendo subito alla chiamata del signore e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno.

Va detto che a questo in parte ci pensava già lo stesso faraone quando era ancora in vita, era lui che si faceva costruire la sua dimora eterna e, forse, pensava già al corredo che si sarebbe portato nell’aldilà. Allo scopo sceglieva di farsi seppellire in una necropoli già predisposta dai suoi predecessori oppure decideva di farsi costruire una nuova necropoli dove avrebbe trovato posto la sua tomba o il suo complesso funerario. Durante il Periodo Protodinastico, o Tinita, la necropoli dei sovrani delle Due Terre si trovava ad Abydos nell’Alto Egitto, tra Assiut e Luxor.

Stando alla ricostruzione fornita dall’archeologo inglese Flinders Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, questa conteneva un gran numero di tombe, va detto che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia ed ospitava anche molte tombe dei Re predinastici.

Molte di queste tombe erano state scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto ad un’intelaiatura di pannelli di legno. All’epoca di Petrie, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un tumulo, come citato sopra, per le personalità più importanti la tomba era circondata da un muro di cinta di mattoni, dove erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto.

Oltre a queste stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.

Grazie allo studio dei sigilli e delle stele, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una accettabile successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro proprietari.

La necropoli di Abydos, in epoca protodinastica, venne dotata di due cinte murarie, la prima che cinge il tempio consacrato al dio locale Khentamentiu, signore dei morti, dio ancestrale “Primo degli Occidentali”, assimilato ad Osiride durante il Medio Regno, raffigurato come uno sciacallo spesso è stato confuso con Anubi.

La seconda cinta muraria, rettangolare, sempre in mattoni crudi, racchiudeva l’intero complesso. Abydos rappresentò un notevole centro religioso in quanto, secondo la tradizione, vi si trovava la tomba di Osiride. Fu sempre ritenuto uno dei più importanti centri di culto dell’intero Egitto. Il più importante rito religioso era il pellegrinaggio ad Abydos dove si svolgevano le principali cerimonie dell’Egitto.

Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab, (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Le mastabe erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni; la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq.

Non si sa per quale ragione, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. A partire dal regno del faraone Den, quinto re della I dinastia, si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo caso noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni.

Anche Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo. Dietro il sito dell’antica città di Thinis, i sovrani fecero erigere una cinta in mattoni crudi. La Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. è una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara. Alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara ma Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos.

Dopo la prima esperienza del faraone Den, seguita da quella di Khasekhemwy, di utilizzare la pietra lavorata arriverà, con la III dinastia, l’architetto Imhotep che ne farà largo uso nella costruzione della piramide di Djoser. Ma qui entriamo nel Periodo Dinastico col quale inizierà l’Antico Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Mondadori Electa, 2001
  • Cyril Aldred, “Gli egiziani, tre millenni di civiltà”, (trad. di S. Bosticco), Newton & Compton, 1985
  • Cyril Aldred, “Arte dell’Antico Egitto”, (trad. di Massimo Parizzi, Milano, Rizzoli, 2002
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Milano, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2006
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (trad. di G. Pignolo), Einaudi, 2017)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL RE SCORPIONE

Di Piero Cargnino

LA DINASTIA 00

Finisce il regno dei “Seguaci di Horus”, gli “Shemsu-Hor” che rimangono uno dei più grandi e fitti enigmi per i ricercatori e gli storici. Sovrani della “Città del Falco”, Hierakompolis, nome greco dell’antica necropoli di Nekhen, preistorici e misteriosi sovrani che la tradizione antico egizia raccontava che fossero gli alleati di Horo nella battaglia contro Seth a Buto per la conquista del Basso Egitto.

Arriviamo dunque al quarto periodo quello del “Regno dei Sovrani umani”. Questo periodo è caratterizzato da continui scontri tra i vari regni ed in esso Manetone colloca la dinastia 00 (3300- 3200 a.C.) nella quale si alternano una certa quantità eterogenea di sovrani.

Chiamarla dinastia non sarebbe corretto in quanto, non essendo ancora avvenuta l’unificazione dell’Egitto, non si può parlare di regnanti che si succedono sul trono d’Egitto secondo una discendenza dinastica sovrana, vengono citati re, o anche solo capi locali, che spesso hanno regnato nello stesso periodo indipendentemente dal territorio, alcuni regnavano nel Delta, altri nella Valle, altri ancora molto più a sud.

Esplorando la necropoli arcaica di Abidos, l’egittologo Edwin van den Brink, nel 1992, assegnò come appartenenti alla dinastia 00 i re di Tjeni ivi sepolti. L’egittologo tedesco Gunther Drever, studioso di lingua copta ma privo di esperienza in fatto di scavi, con fondi forniti da privati, nel 1893 scoprì un basso contrafforte nel deserto interamente ricoperto di cocci di vasi, dagli scavi emersero sedici tombe di mattoni a forma di pozzo i cui nomi regali erano tutti riferiti a Horo. Non trovando corrispondenza con i nomi citati da Manetone ne con quelli citati nel Papiro di Torino, Amélineau arrivò alla conclusione che si trattasse dei nomi dei “Seguaci di Horus”. Ovviamente non mi perdo nell’elencare la nutrita serie di nomi che di per se non direbbero nulla in quanto, a parte i nomi, non conosciamo altro, ne citerò solo alcuni per pura curiosità: Orice, Conchiglia, Pesce, Elefante, Toro, Scorpione I (da non confondere con il re Scorpione che verrà più tardi), seguono molti altri. Questi nomi erano riportati su vasi e su piccole tavolette (1 o 2 cm di lato)  di osso, legno o avorio sulle quali comparivano, da un lato appunto nomi di re o regine o capi locali e sull’altro solitamente un numero.

Le tavolette, oltre a numerosi altri reperti furono rinvenuti in massima parte ad Abydos ed a Nekhen oltre che sulle statue di Min e sulla “Tavolozza delle città”, in assenza di una cronologia certa questi sovrani potrebbero appartenere alla dinastia 00.

Qui troviamo nomi quali: Hedjw-Hor, Ny-Hor, Hat-Hor, Iry-Hor e così via, sovrani che appartenevano a Tjeni ed a Nekhen considerando che in questo periodo vi erano tre grandi insediamenti umani governati da monarchie ereditarie: Tjeni, Nubt e Nekhen.

Dreyer, durante una spedizione nel sud dell’Egitto, scoprì inoltre numerose iscrizioni e reperti che analizzò al carbonio 14 riscontrando che erano da attribuire ad un periodo che collocò tra il 3300 e il 3200 a.C. antecedente quindi al periodo dinastico ed all’unificazione dei due regni dell’Alto e del Basso Egitto.

Dopo un attento esame delle iscrizioni riportate sui reperti gli studiosi giunsero alla conclusione che gli antichi egizi inventarono la scrittura prima dei sumeri.

LA DINASTIA 0 e IL RE SCORPIONE

Per quanto riguarda la dinastia 0 ci sono stati tramandati i nomi di alcuni re quali: Iry-Hor, Ka e Scorpione II, il “Re Scorpione” che viene identificato dal ritrovamento di una testa di mazza del tipo dello scettro “hedj”, che sarà lo scettro dei faraoni del periodo dinastico.

La scena raffigurata sulla mazza ritrae il re, cinto della coda di toro simboleggiante “Horus Toro Possente”, il sovrano regge una zappa nei pressi di un canale, sul suo capo è presente la “Corona Bianca” dell’Alto Egitto, dietro a lui due portatori di ventaglio lo seguono. Proprio di fronte al suo viso compare il glifo che rappresenta uno scorpione, il sovrano è sormontato da una stella, ritenuta simbolo della regalità ed epiteto che accompagna il nome.

Girando la mazza verso il retro del sovrano compaiono alcune piante e un gruppo di donne che battono le mani, nel registro superiore sono rappresentate le insegne dei nomoi che compongono il suo regno, fatto curioso è che da ogni insegna  penzola un uccello appeso per il collo.

L’ipotesi più accreditata è che l’intera rappresentazione presente sulla mazza stia ad indicare che si tratta di una cerimonia sacra legata all’irrigazione mentre per quanto riguarda gli uccelli appesi ai vessilli, essendo questi uccelli acquatici e come tali simbolo del Basso Egitto, lascerebbe supporre che si sia voluto in tal modo rappresentare principi egizi vinti dal re Scorpione.

Da ciò si deduce che il sovrano abbia effettivamente tentato di conquistare il Basso Egitto, ma per questo bisognerà attendere un altro re che verrà dopo di lui, Narmer (o Meni o Menes), ma di questo parleremo in seguito.

Il reperto venne trovato insieme ad altri in un deposito del tempio di Narmer a Nekhen e costituivano offerte votive al sovrano.

Il re Scorpione, sovrano di Nekhen (Hierakompolis) nella cui necropoli pare sia stata individuata la sua tomba denominata HK6, fu uno dei “Seguaci di Horus” e forse l’ultimo re della dinastia 0.

Del re Scorpione possiamo ancora dire che, in seguito al ritrovamento del suo serekht su di un’anfora da vino di origine palestinese, alcuni studiosi ritengono che Narmer e il Re Scorpione siano lo stesso personaggio ovvero il primo faraone che riuscì ad unificare l’Alto ed il Basso Egitto.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LO ZEP TEPI

Di Piero Cargnino

Vediamo di ricostruire, per quanto ci è possibile, gli avvenimenti che hanno caratterizzato in modo significativo la fase finale del Predinastico, Naqada III.

Cominciamo col dire che è in questa fase che nascono la scrittura geroglifica, i primi cimiteri con sepolture reali dove possiamo osservare per la prima volta la comparsa del serekht, per indicare il nome del sovrano, che più tardi si evolverà nel classico “cartiglio” che tutti conosciamo.

A parte la Pietra di Palermo che, in modo molto frammentario, riporta i nomi di sette sovrani che regnarono nel Basso Egitto senza però citare altro, le fonti a cui possiamo fare riferimento, oltre al solito Manetone, con tutti i suoi limiti sono anche molti altri dopo di lui. Il racconto di Manetone, “Aegyptiaca”, è un misto di mitologia e ricordi ancestrali che gli vengono riportati dai vecchi sacerdoti egizi e che si riferiscono a millenni prima.

A questo punto è dunque necessario fare un passo indietro, molto indietro, prima  dell’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, prima del dominio dei faraoni ed ancora prima della dinastia “0” (zero) e del Periodo Predinastico, occorre tornare allo “Zep Tepi” (“il primo tempo“).

LO ZEP TEPI

Forse sono solo racconti mitologici, oppure ci sono fatti storici dietro la tradizione dello Zep Tepi? Bella domanda!

Nel tragitto che ci apprestiamo ad intraprendere faremo riferimento a Manetone il quale riferisce che ci fu un tempo in cui antichi e potenti sovrani di natura divina e semi-divina civilizzarono e governarono l’Egitto sotto forma di faraoni.

Lo storico greco Eusebio da Cesarea riporta che Manetone fa iniziare la storia egizia nel 30.544 a.C. e la suddivide in quattro periodi:

  1. Regno degli Dei,
  2. Regno dei Semidei,
  3. Regno degli Spiriti venerabili,
  4. Regno dei Sovrani umani.

E’ interessante notare che la suddivisione in quattro periodi, ovvero dei, semidei, mani superiori e uomini, collima con la dottrina tradizionale delle “Quattro Età dell’Umanità”, da quella dell’oro a quella del ferro che ritroviamo in tutte le antiche culture della storia.

Manetone ci racconta che all’inizio dei tempi governava il Basso Egitto quella che chiama “Dinastia degli dei” (o “Regno degli dei”) che avrebbe regnato per 13.900 “anni lunari”. Il “Regno degli Dei” comprende sette grandi e potenti dei, i “Neteru” che regnarono sulle terre del Nilo durante il cosiddetto “primo tempo”, lo “Zep Tepi”, tempo in cui la terra d’Egitto era abitata appunto dai “Neteru” e da un’altra stirpe, gli “Urshu”, “Vigilanti”, ovvero creature divine che sono menzionati nel Papiro di Torino come intermediari tra gli dei e gli umani.

I Neteru, gli dei che regnarono erano Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth e Horus. Fatto curioso è che Manetone fa comparire Osiride nella quinta posizione fra gli dei, anche Zeus è nella quinta posizione nell’Olimpo, (una combinazione dovuta forse al fatto che Manetone era uno storico e sacerdote greco antico).

Anche i “Testi delle Piramidi” raccontano che giunse il tempo in cui l’ordine emerse dal caos, era il periodo in cui gli dei, i Neteru, governavano la Terra.

LE ANIME DI PE E NEKHEN

Segue la dinastia dei semidei, che dura 1255 anni.

Sono i “Seguaci di Horo”, il Papiro di Torino li chiama “Spiriti che furono seguaci di Horus”, sono le “Anime di Pe e quelle di Nekhen”, così chiamati nella formula relativa al viaggio ultraterreno del sovrano nei “Testi delle Piramidi”, le Anime sono i ba dei sovrani appartenenti alla sfera del divino.

Le troviamo spesso indicate nella trasposizione dei geroglifici come “hnw”, ovvero “Giubilo” e sono rappresentate da una figura umana maschile genuflessa che con il pugno si percuote il petto mentre l’altro braccio è sollevato in alto. Venivano rappresentati in forma antropomorfa: le anime di Pe, ossia l’antica Buto, mitica capitale del Basso Egitto, con la testa con la testa di falco, mentre la Anime di Nekhen, l’antica capitale dell’Alto Egitto anche detta Hieracompolis con la testa di una canide.

Con questa rappresentazione si voleva evidenziare le antiche forze spirituali delle due metà del Paese. La loro posizione ricalca l’antica musica detta “corporea” per eseguire la quale ci si percuoteva il petto prima con un pugno e poi con l’altro (Hornung). Con questo gesto i sacerdoti, gli alti funzionari e il corteo divino salutavano Aton nel momento in cui apparivano all’orizzonte il sovrano e Ra sotto forma di Khepri.

L’arrivo del sole al mattino nel mondo sotterraneo veniva salutato con il gesto “henu” dalle  Anime di Pe e Nekhen, ma se queste, per qualche ragione fossero mancate, gli egizi, che pensavano a tutto, nell’iconografia funeraria queste venivano sostituite da altre divinità dette “Gli Occidentali”.

GLI SHEMSU-HOR

Poi arrivarono gli “Shemsu-Hor”, gli “Spiriti venerabili”, o “Compagni di Horo”.

Erano gli “Akh” (luminosi), non erano propriamente dei ma la loro natura era comunque divina, formavano il seguito di Horo e venivano venerati nei suoi templi, da essi derivò la titolatura reale dei faraoni.

Il loro compito era quello di purificare il defunto accompagnandolo durante il suo viaggio ed accoglierlo nell’Oltretomba.

Gli “Shemsu-Hor” sono coloro che guidarono la transizione tra i precedenti regni e quello degli umani, il loro emblema era il cane nero Upuaut.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL PERIODO DI NAQADA

Di Piero Cargnino

Finora abbiamo parlato della preistoria di quella terra e dei suoi abitanti che furono i precursori della civiltà egizia i cui progressi culturali, li portarono a diventare un popolo che iniziava ad organizzarsi, sia dal punto di vista sociale che culturale. Abbiamo seguito le diverse culture precedenti: il Badariano, il Tasiano, la cultura del Fayyum e quella di Merimde.

Affrontiamo ora il periodo che viene chiamato “Predinastico”.

Con il Predinastico ha inizio quel processo che precede la formazione di un vero stato egizio unitario, cosa che avverrà solo al termine del periodo, al momento il paese si presenta diviso in due regni distinti, il Basso Egitto a nord con capitale Pe nel Delta e l’Alto Egitto a sud con capitale Nekhen.

Il Predinastico inizia intorno al 4000 a.C. e arriva fino al 3000 a.C. circa.

Naqada, città considerata la base di partenza del periodo predinastico, qui si pensa sia nata la cultura che darà inizio all’evoluzione storica e sociale dell’intera Valle del Nilo. Qui troviamo la grande necropoli egizia con i suoi reperti predinastici che furono accuratamente studiati da Flinders Petrie sul finire dell’ottocento. L’egittologo tedesco Werner Kaiser, studioso dell’antico Egitto, ha suddiviso il periodo di Naqada in tre fasi significative di ciascuna cultura, 1) Naqada I, amraziana (3900-3650 a.C.), 2) Naqada II, gerzeana (3650-3300 a.C.), (3) Naqada III, semainiana (3300-3060 a.C.).

Non farei molto affidamento sulla precisione delle date riportate per ciascun periodo naqadiano in quanto sono puramente indicative, come pure lo sono quelle relative al successivo periodo Protodinastico (o Arcaico o Tinita) in quanto ancora oggetto di studi e di ipotesi formulate dagli studiosi e pertanto ancora molto discordanti.

Esaminiamo ora le caratteristiche dei tre periodi naqadiani il cui nome deriva dal sito di Kom el-Ahmra (Nekhen) nell’Alto Egitto. Iniziamo con Naqada I (amraziano)  dove venne studiato il primo sito di questo gruppo culturale scoperto.

In questo periodo si producono ancora vasi “a bocca nera” ma iniziano a comparire decorazioni a righe parallele bianche che si intersecano con altre sempre bianche. Nascono in questo periodo scambi commerciali tra i due regni, lo testimoniano reperti del nord presenti al sud e viceversa. Si inizia a trovare il rame che, assente in Egitto, proviene sicuramente dal Sinai o dalla Nubia dalla quale proviene, in questo periodo, anche l’ossidiana e l’oro, in questa fase si riscontrano anche commerci con le oasi. Si riscontra un primo tentativo di costruzione di edifici in mattoni di fango, cosa che si estenderà nel successivo periodo gerzeano a dimostrazione di una continuità storica e culturale tra passato e presente.

Ha inizio anche la produzione di palette per cosmetici che rivelano però un artigianato ancora rudimentale, sono assenti i bassorilievi che troveremo più avanti, tipo la tavoletta di Narmer.

Esaminiamo ora il periodo di Naqada II, il gerzeano, dal nome della località dove vennero effettuati i primi ritrovamenti Gerzeh (Girza o Jirzah). Dalle ultime datazioni al C14 si è propensi a datare l’inizio di questa fase all’incirca nel 3650 e si presume che sia durato 3 secoli circa. L’egittologo Werner Kaiser ritiene che si debba fare un’ulteriore suddivisione in 4 fasi dove nelle prime due si riscontrerebbe un notevole aumento della popolazione e l’introduzione di nuovi metodi di lavorazione che porterebbero ad una migliore qualità degli oggetti lavorati.

Come detto sopra si costruiscono edifici con mattoni di fango del Nilo mischiato a paglia tritata. Le ulteriori due fasi metterebbero in evidenza i primi tentativi di espansione dell’Alto Egitto a discapito del Basso Egitto. Si nota un aumento ed un miglioramento delle decorazioni presenti sugli oggetti in ceramica. Risulta evidente che alcune incisioni iniziano ad assomigliare ai futuri geroglifici mentre sono sempre più numerose le tavolette portacosmetici, con esse compaiono arpioni in osso, vasi d’avorio, coltelli seghettati in osso e collane o pendenti realizzate con pietre dure e lapislazzuli. Tra gli altri oggetti, l’egittologo Wainwright rinvenne nel 1911 oggetti quasi sferici in ferro che costituirebbero i più antichi manufatti di quel metallo presenti in Egitto. Curiosamente, fra tutte le sepolture scavate una di esse conteneva il corpo di un uomo decapitato. Sul finire del periodo gerziano o Naqada II iniziano a formarsi gli embrioni dei primi regni nell’Alto e nel Basso Egitto.

Arriviamo così, approssimativamente intorno al 3500 a.C., all’ultimo periodo del predinastico nel quale gli studiosi fanno iniziare il periodo di Naqada III, il semainiano, che durerà fino al 3150 a.C.. Da questo periodo ha inizio il consolidamento del processo di formazione degli stati, già iniziato in Naqada II; da quanto si può ricavare dagli scarsi rinvenimenti archeologici, incontriamo già dei sovrani che governano regni indipendenti e in lotta tra loro. Nomi che troviamo per lo più incisi su vasi in ceramica o sulle lastre di pietra che ricoprono le sepolture. Nomi di sovrani che conosciamo quasi esclusivamente dai miti che ci ha riportato Manetone e ad alcuni accenni che troviamo sulla Pietra di Palermo.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto

L’EGITTO PREISTORICO

Di Piero Cargnino

INTRODUZIONE

C’era una volta l’Egitto, o meglio, l’Egitto c’è ancora, ci mancherebbe, ma non è di quello attuale che voglio parlare ma di quello che non c’è più, l’Egitto che nasce dalla preistoria e via via si sviluppa fino a diventare quella meravigliosa civiltà che noi oggi, in parte, conosciamo. L’Egitto dei Faraoni, dei grandi templi, delle piramidi. In altri articoli sto trattando il periodo delle piramidi ma da parecchi amici mi è stato chiesto di parlare della nascita della civiltà egizia. “Nulla è più difficile per uno storico tracciare il graduale sorgere di una civiltà” ebbe a scrivere l’egittologo Alan Gardiner nella sua opera “La civiltà egizia”. Se lo era per lui immaginatevi per me, e la cosa è ovvia in quanto mancano testimonianze, tanto meno scritte, che possano aiutarci e quelle poche che sono giunte sino a noi vanno interpretate con cautela cercando di carpire quel poco di verità che si nasconde nei miti e nelle leggende.

Certo che i fatti risalenti ai primordi della civiltà egizia spesso vengono un po’ trascurati, vuoi per la scarsità di informazioni, vuoi perché sono meno appariscenti ed avvincenti, di conseguenza attirano meno l’attenzione dei lettori ma anche perché il loro studio, e la conseguente divulgazione, rischia di annoiare i meno appassionati. Personalmente lo studio dell’antichità egizia mi ha sempre affascinato, forse più delle epoche successive, trovo sia un periodo molto avvincente durante il quale, con alterne vicende, sorge l’uomo che in futuro andrà a formare quello che sarà il Regno delle Due Terre.

Mi immergo dunque in questo viaggio per raccontarvi la storia egizia dalle origini, di conseguenza approfondirò lo studio delle varie fonti disponibili, opera di tanti studiosi che hanno dedicato la loro vita alla scoperta di questa civiltà. Non sarà un viaggio facile, viaggeremo nel tempo e nello spazio attraverso i meravigliosi deserti e le lussureggianti valli, sarà un percorso affascinante. Iniziamo quindi dalla lontanissima preistoria. Cercherò di condensare millenni di storia in un tracciato che segua le origini della presenza umana in quella zona dell’Africa del nord, il grande deserto del Sahara, in modo particolare la parte orientale dove sorgerà poi la fantastica civiltà egizia.

Come in ogni introduzione che si rispetti è per me doveroso rivolgere un ringraziamento al Prof. Maurizio Damiano, egittologo, storico e accademico italiano, per la consulenza, soprattutto fotografica che gentilmente mi ha fornito, fonte più autorevole non avrei potuto trovare.

L’EGITTO PREISTORICO

Iniziamo dapprima a parlare della zona che ci interessa, non l’Egitto, che è ancora lungi dal divenire, ma l’intero nord Africa, nella fattispecie il grande deserto del Sahara, 9,2 milioni di chilometri quadrati di sabbia.

Non solo le foto satellitari ne mettono in evidenza l’estensione ma addirittura dalla sonda in orbita attorno alla Luna, il Lunar Reconnaissance Orbiter, è evidente la sua vastità.

Come evidenziato nelle foto oggi si tratta di un immenso mare di sabbia cotta dal sole. Ma non fu sempre così, nel susseguirsi delle ere geologiche che hanno caratterizzato la nostra Terra ci fu un tempo in cui il Sahara non era un deserto, intorno ai 30-40.000 anni fa il territorio era una savana feconda, con le sue montagne coperte di foreste, fiumi, laghi, una vegetazione rigogliosa ed una fauna ricca di varietà, abbondante quindi la cacciagione che forniva la seconda fonte di sostentamento agli uomini nel Paleolitico.

I pochi abitanti che si aggiravano in quel magnifico paesaggio erano dapprima gli Homo abilis, umani preistorici che, a differenza degli altri “ominidi”  (esseri umani ma anche scimmie antropomorfe, scimpanzé, oranghi e gorilla) erano già in grado di costruire utensili coi quali cacciare, erano i primi cacciatori-raccoglitori, non ancora stanziali ma dediti al nomadismo. Arriviamo dunque al neolitico, è il momento in cui l’uomo non è più in balia della natura ma inizia a forzarla, piegandola alle proprie esigenze.

Questo è il periodo in cui l’Homo erectus inizia ad evolversi, compare l’Homo sapiens che dispone di un cervello più sviluppato, apprende ad addomesticare gli animali e a coltivare la terra aumentando le proprie risorse. Impara a lavorare i metalli, inventa l’arco che gli permette di cacciare specie prima irraggiungibili. Nascono i primi nuclei abitativi che ingrandendosi via via diventano villaggi, che si evolveranno nelle future città. Dovrà però ancora passare molto tempo prima che si formi una civiltà che sappia dare la propria impronta.

Esistono numerose pitture e incisioni rupestri risalenti alla preistoria che forniscono interessanti testimonianze sulla fauna e sulle genti che un tempo stanziavano in quei luoghi. Sono stati anche rinvenuti numerosi oggetti di fattura litica risalenti oltre che al periodo Neolitico anche al Paleolitico Superiore. Grazie alle numerose foto che il Prof. Damiano mi ha messo a disposizione ci si può fare un’idea della situazione di cui stiamo parlando.

Ma tutte queste testimonianze sono tipiche del periodo e non differiscono di molto da quelle riscontrate in Europa o nel resto del mondo, tanto meno risultano tipicamente egizie. Mi spiego, quando si parla di preistoria occorre tener presente che i paleontologi nel definire un periodo paleolitico o neolitico non si riferiscono nella fattispecie a date, anche approssimative, ma a determinati stadi dell’evoluzione umana. Certe opere degli aborigeni dell’Australia centrale possono considerarsi ancora oggi come appartenenti all’età della pietra antica o Paleolitico, i Maori, con una cultura molto superiore, solo due secoli fa si potevano considerare ancora nell’età neolitica.

Le foto ci mostrano i primi manufatti preistorici, i primi rozzi utensili risalenti al Paleolitico Basale dell’Homo abilis per poi evolversi con l’avvento dell’Homo erectus e dell’Homo Sapiens. Possiamo vedere manufatti  in forme amigdaloidi simili a mandorle non ancora perfezionati.


E’ ancora troppo presto per poter parlare di popoli egizi, va tenuto presente che nel periodo in cui il Sahara si presentava come un territorio fertile e ricco, a occidente il percorso del Nilo era di fatto poco abitabile, il fiume, privo di un vero e proprio alveo, scorreva libero in un immenso territorio senza alcun controllo, l’attuale valle non si era ancora formata e le sue piene annuali sommergevano un territorio molto più vasto impedendo di fatto la formazione di stanziamenti fissi, cosa che invece era possibile la dove oggi c’è il deserto.

Nel corso dei millenni le condizioni climatiche nell’Africa del nord mutarono, la dove cresceva rigogliosa la vegetazione, e uomini e animali vivevano nell’abbondanza, iniziò un progressivo ed inarrestabile periodo di siccità, il deserto prese il sopravvento e le popolazioni si dovettero ritirare sempre più verso occidente dove il grande fiume Nilo aveva da tempo iniziato a scavarsi la valle molto più in basso del piano alluvionale di allora trasportando enormi quantità di detriti che andavano via via riempiendo il golfo del Mediterraneo nel quale si formerà in seguito il Grande Delta. Inesorabile il deserto continuava la sua avanzata, ovunque la sabbia rovente cancellava ogni possibilità di vita.

Gli studi condotti da Standford e Arkell sui movimenti geologici dell’intera Valle del Nilo, ma soprattutto nel Delta, portarono a concludere che la maggior parte dei resti del Paleolitico Superiore e del Mesolitico siano rimasti sepolti sotto una spessa coltre di sedimenti mentre più in superficie si trovano selci lavorate, tra queste le cosiddette Sebiliane, dal nome del villaggio di Sebil presso Kom Ombo. Studi condotti presso il Fayyum e nell’oasi di Karga da Thompson e Gardner hanno potuto stabilire che la cultura Sebiliana finì intorno all’8.000 a.C. A quel tempo gran parte dell’Europa era ancora stretta nella morsa dei ghiacci mentre nelle zone già libere scorrazzava l’uomo di Neanderthal le cui condizioni di vita era ancora quelle di cacciatore-raccoglitore.

Nei tratti di deserto che precedono la Valle del Nilo, più precisamente a Kaw el-Kebir, sono stati rinvenuti resti umani fossilizzati i quali inducono a pensare che gli uomini di allora non fossero molto diversi da quelli che abitavano in quei luoghi fino all’epoca dinastica. Gli abitanti, gruppi sparuti riuniti in tribù spesso in conflitto tra di loro per accaparrarsi una parte di territorio ospitale che ormai diventava sempre più piccolo, si vennero a trovare sempre più spesso in contatto. Le rivalità e le scaramucce tra le tribù divengono ormai all’ordine del giorno e mentre il deserto avanza la loro ritirata termina inevitabilmente nell’unica zona divenuta ora abitabile, la Valle del Nilo che ormai scorre nel suo alveo.

Ed è qui che si riscontra il miracolo del Nilo, quello che portò Erodoto ad affermare che “L’Egitto è un dono del Nilo”. Le grandi piogge che ogni anno, per circa sei mesi, si alternano nella foresta tropicale con forti temporali, riversano enormi quantità di acqua nel fiume e nei suoi affluenti. Nel loro percorso “lavano” il sottobosco trasportando con se i resti putrefatti della vegetazione che si sono accumulati durante i sei mesi di siccità. Il Nilo in piena scende impetuoso a valle dove tracima inondando l’intera pianura.

Le piene annuali erano l’elemento più importante in quanto, una volta ritiratesi depositavano sul terreno grandi quantità di  limo che rendeva il terreno sempre più fertile; questo favoriva la coltivazione permettendo di aumentarne la resa.

L’uomo impara a coltivare il terreno, traendo beneficio dalle varie specie di graminacee che sorgono spontaneamente un po’ dovunque, in particolare i cereali che sono commestibili e danno sostentamento. Questo cambiamento nella dieta dell’uomo primitivo ha inizio intorno a 10.000 anni fa ma non avviene in modo repentino, occorreranno molti anni prima di affermarsi in modo definitivo, un periodo di tempo abbastanza lungo dal punto di vista evolutivo durante il quale l’uomo si adegua a passare da una dieta basata su caccia e raccolta ad una dove prevale il contenuto di cereali. Ha così inizio quello stadio evolutivo più avanzato dell’umanità chiamato Neolitico.

Andremo ora a visitare alcune tra le più antiche località, per lo più situate nel nord del paese, località prettamente neolitiche nelle quali non è stata rinvenuta alcuna traccia dell’impiego di metalli.

La più grande è Merimda Beni Salama, un importante insediamento neolitico situato sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Dal sito di Merimda emergono le prime prove documentate di insediamenti nella Valle del Nilo, nella regione del Delta. I primi abitanti del sito, cacciatori raccoglitori che si erano convertiti ad una vita stanziale, pur continuando a praticare la caccia e la pesca, si erano già adeguati alla coltivazione di colture come l’orzo, il grano e il lino. Con l’addomesticamento degli animali si erano dotati di una fonte di provviste per la sopravvivenza. La vita si svolgeva in semplici capanne costruite con pali coperti di canne. In seguito le costruzioni diventarono più forti, case ovali con muri ricoperti di fango in cui un focolare e una lastra di pietra per macinare il grano erano le caratteristiche principali.

Durante gli scavi di H. Junker dal 1928 al 1939 e di un’altra squadra tedesca negli anni ’80, è emerso che il sito è costituito da cinque livelli, che mostrano tre fasi di occupazione databili dal 5000 al 4000 circa a.C. 

Il primo livello è caratterizzato da una vasta gamma di ceramiche non temprate levigate e lucidate, a volte decorate con un design a spina di pesce. 

Il secondo livello rivela strutture più complesse di legno e basalto, ceramiche temprate a paglia e molte sepolture. Gli strumenti utilizzati erano di selce lavorata a mano ed inserita in manici di legno, venivano utilizzati anche ossa animali e avorio.

Il terzo livello consisteva in un grande villaggio di capanne di fango e spazi di lavoro in gruppi organizzati di edifici che erano disposti lungo una serie di strade. Le fasi successive suggeriscono che la popolazione consistesse di gruppi familiari economicamente indipendenti in una vita di villaggio formalizzata. Tra le case c’erano molte tombe a pozzo ovali poco profonde in cui il defunto era sepolto su una stuoia di cannucce e rivolto verso est, ma con pochissimi resti di beni tombali. La maggior parte delle sepolture trovate tra le case dell’insediamento contenevano corpi di bambini o adolescenti, la mortalità infantile doveva raggiungere livelli oggi impensabili; mentre si pensa che la popolazione adulta venisse sepolta altrove in cimiteri ancora sconosciuti. Troviamo altre tracce archeologiche di insediamenti neolitici, cronologicamente corrispondenti a quello di Merimda, nella zona del Fayyum e ad el-Omari presso Heluan, a sud-est del Cairo.

Col tempo gli uomini perfezionano le loro conoscenze in fatto di coltivazioni, soprattutto imparando ad usare in modo corretto l’acqua che il Nilo fornisce in quantità. Si seminava al termine delle inondazioni e conseguentemente si iniziava ad eseguire le prime opere idrauliche per incanalare ed accumulare l’acqua  dosandone la distribuzione al fine di garantire il costante approvvigionamento, sia per l’irrigazione che per il sostentamento umano e per quello del bestiame . In tal modo l’uomo riesce ad aumentarne la resa ottenendo anche più raccolti all’anno.

Questa prima parvenza di benessere portò ad un incremento della popolazione che, come abbiamo detto iniziò a distribuirsi lungo l’intera Valle del Nilo. La Valle del Nilo divenne dunque l’unico spazio vitale verso la prima metà del terzo millennio a.C. favorendo un processo di colonizzazione che vide una progressiva fusione di varie culture che adesso possiamo chiamare “egizie” nonostante le differenze che ancora caratterizzano le varie concentrazioni di popoli ciascuno con la propria cultura.

Abbiamo visitato Merimda ora passiamo ad un altro insediamento che si sviluppò dall’inizio fino ad oltre metà del IV millennio a.C., stiamo parlando della cultura di Maadi il cui nome deriva dal sito archeologico situato a sud-est de il Cairo e più precisamente a Kom el-Khelgan nella provincia di Dakahliya nel Delta nord-orientale.

Gli scavi effettuati anche recentemente hanno portato alla luce un vasto insediamento abitativo con ben due grandi necropoli. Dagli oggetti ritrovati si è riscontrato che la civiltà che vi abitava era già venuta a conoscenza dei metalli, cosa molto significativa, soprattutto per l’epoca, il neolitico. Sono stati rinvenuti piccoli oggetti di rame di uso quotidiano come aghi, lame e asce in luogo degli analoghi attrezzi di osso o di pietra tipici del periodo. La cosa ci induce a pensare che fosse già in atto una sorta di scambi commerciali coi paesi vicini, principalmente Palestina e Mesopotamia. Testimonianza di scambi con la Mesopotamia la riscontriamo nel ritrovamento di alcuni cunei in argilla del tutto simili a quelli usati nello stesso periodo per la decorazione dei santuari a Uruk. Si trovano anche testimonianze di scambi con l’Alto Egitto nelle ceramiche e tavolette di scisto emerse dagli scavi.

Considerando il tutto viene da pensare che Maadi rappresentasse per la sua epoca un punto di incontro per scambi commerciali tra l’Asia anteriore e la valle del Nilo. Tracce della cultura di Maadi sono state rinvenute anche negli scavi a Buto dove si riscontra una cultura corrispondente a quella di Maadi.

Delle oltre 100 sepolture individuate dalla missione egiziana diretta da Sayed el-Talhawy le 68 più antiche risalgono alla cultura neolitica di Buto-Maadi (3900-3500 a.C.).

Il defunto veniva avvolto in stuoie di canne e papiro o pelli animali, adagiato in posa rannicchiata sul fianco sinistro con le mani a coprire il viso, quindi sepolto in buche ovali non molto profonde con alcuni oggetti, principalmente vasi in ceramica per corredo funebre.

Interessante il ritrovamento in una tomba di un vaso sferico contenente i resti di un feto. Le altre sepolture sono più recenti e risalgono al II Periodo Intermedio (1650-1550 circa). Tra le tombe gli archeologi hanno trovato anche forni e strutture in mattoni crudi.

Scendiamo ora più a sud e nel tratto di valle fra Asyut e Akhmim  incontriamo due località poco lontane tra di loro Deir Tasa e Badari. Le culture che ivi stanziarono non si differenziano molto tra di loro se non che mentre quella Tasiana risulta completamente priva di tracce di metalli e la stessa lavorazione dell’argilla, vasi ed altri oggetti è assai più primitiva, quella Badariana presenta una perfezione artigianale mai più eguagliata nella Valle del Nilo.

I vasi si presentano estremamente sottili con una decorazione a linee ondulate in rilievo, cucchiai e pettini d’avorio di una raffinatezza del tutto insolita per il periodo. Il ritrovamento di rame (alcuni grani ed un punteruolo) fanno pensare ad un periodo già successivo al neolitico, il “Calcolitico” (o eneolitico), periodo cioè dove rame e selce furono impiegati contemporaneamente. Non mi dilungherei troppo per non rischiare di tediare il lettore, vorrei solo precisare che sono stati individuati dagli studiosi tre periodi cronologici che si sono susseguiti nel tempo, il Badariano, l’Amratiano e il Gerzeano, periodi che, oltre a riferirsi a tempi diversi sono caratteristici spesso anche di differenti aree di diffusione.

Per quanto riguarda la cronologia questa è assai evidente nella zona di Hammamiya, presso Badari, dove sono stati rinvenuti i tre strati sovrapposti. Gardiner tende a sottolineare che fra i tre periodi non si nota un netto distacco cronologico ma, pur se i mutamenti sono notevoli, si può affermare che c’è stata una continuità dell’evoluzione senza negare che ogni progresso sia stato stimolato da agenti esterni.

A riprova della continuità culturale possiamo citare le ben conosciute tavolette di pietra sedimentaria, scisto, grovacca, ardesia, ecc. usate per la preparazione dei trucchi o semplicemente ad uso votivo (famosa la Tavoletta di Narmer di cui parleremo in seguito).

Fra questi splendidi esemplari, non certo il più bello ma uno dei più significativi è la Tavoletta in ardesia di Tjehnu. Su un lato riporta sette rettangoli con contrafforti che rappresenterebbero altrettante città conquistate, i geroglifici, ancora abbozzati, indicherebbero il nome delle città. Sull’altro lato sono rappresentati buoi, asini e arieti disposti su tre registri mentre nell’ultimo registro compaiono alberi, presumibilmente ulivi con un monogramma che l’egittologo tedesco Kurt Heinrich Sethe interpreta come Tjehnu, paese dei libici Tjehnyu, sicuramente la rappresentazione di un bottino di guerra.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997)
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999