Non lontano dal Serapeum, a poche decine di metri dalla piramide di Djoser, Mariette nella sua prima spedizione scopre anche la tomba del dignitario e gran possidente Ti. Mentre la costruzione del Serapeum era andata avanti fino ai Tolomei, la tomba del ricco Ti era invece antichissima e preziosissima da un punto di vista artistico ed archeologico.
Pianta della mastaba di Ti • 1: Portico con due pilastri • 2: Primo “serdab” o camera della statua del Ka di Ti, visibile attraverso due strette finestre dal portico e dal cortile • 3: Cortile a pilastri e falsa porta di Demedi, il figlio di Ti • 4: Primo corridoio; b: falsa porta di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes), la moglie di Ti, allineata con il pozzo della sua tomba (no. 9) • 5: Secondo corridoio • 6: Magazzino • 7: La cappella di Ti; c, d: false porte di Ti, allineate con la sua camera di sepoltura (C) • 8: Secondo serdab, visibile attraverso tre strette finestre dalla cappella • 9: pozzo della tomba di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes) • In rosso la camera sepolcrale di Ti sotto la mastaba. o A: scala di discesa dal cortile o B: corridoio in pendenza o C: camera sepolcrale con o D: il sarcofago in pietra di Ti
Titoli principali di Ti:
Sovrintendente delle piramidi di Niuserra e Neferirkara
Sovrintendente dei Templi Solari di Sahura Niuserra e Neferirkata
Il cortile interno e la scala che conduce all’ipogeoL’ingresso. La mastaba di Ti comprende un’ampia via di accesso ed una corte interna circondata da pilastri, da cui si accede alla camera sepolcraleIl corridoio con la falsa porta di Neferhetepes, in asse con il pozzoLa falsa porta di Ti, in asse con la camera sepolcraleIl corridoio con la falsa porta di Neferhetepes, in asse con il pozzo
Risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, datata più o meno 2400 BCE, era stata scavata quando i re Cheope, Chefren e Micerino avevano appena innalzato le loro piramidi. La sua peculiarità è il fatto di essere praticamente la prima tomba a descrivere – con un’evidenza di cui non si era finora avuto l’eguale in nessun monumento – l’aspetto reale della vita nell’Antico Egitto.
Apparentemente Ti era nato dal nulla, un “self-made man” diremmo oggi. Insignito inizialmente del titolo di “Capo dei parrucchieri del Re”, divenne via via, sotto quattro Faraoni diversi, “Amico unico del Re”, Maestro di Palazzo, Architetto di corte, custode dei segreti del suo signore, soprintendente in tutte le imprese regali, supremo responsabile dei possedimenti funerari dei Faraoni e sacerdote di Ptah.
La tomba consiste in un piccolo ingresso che immette in un vasto cortile con peristilio, la cui parte centrale è occupata da un pozzo che termina con un corridoio discendente che conduce alla camera sepolcrale priva di decorazioni e iscrizioni.
Sulla parete settentrionale del cortile si trova il primo serdab, mentre all’angolo sud-ovest uno strettissimo passaggio immette nel corridoio che conduce a due stanze splendidamente decorate con bassorilievi policromi.
La prima stanza che si apre sulla parete ovest del corridoio, ha l’asse maggiore perpendicolare al corridoio ed è decorata con scene di offerte disposte in altezza su nove registri e raffigurazioni legate alla preparazione di cibi e bevande.
Il corridoio conduce nella seconda e più grande stanza, preceduta da un piccolo vestibolo.
Questa stanza, il cui soffitto è sostenuto da due colonne ed è detta anche “sala delle offerte”, comunica tramite una piccola fessura che si apre sulla parete sud, con un secondo serdab, all’interno del quale si trova ora una copia della statua del defunto, mentre l’originale è al Museo del Cairo.
La parete ovest di questa sala è occupata in buona parte dalla celebre scena detta ” della costruzione navale”, nella quale possiamo osservare l’attività di un cantiere navale con tutti i dettagli relativi alla fabbricazione delle barche.
La parete settentrionale è decorata invece da una grande scena che raffigura il defunto a grandezza naturale mentre partecipa alla caccia all’ippopotamo nelle paludi del Delta.
Per sottolineare la sua brillante carriera, Il ricco e potente signor Ti aveva avuto cura di eternare in morte, sulle pareti della sua tomba, veramente tutto ciò che lo aveva circondato in vita. Al centro di ogni figurazione c’è sempre lui, il potente Ti, tre o anche quattro volte più grande dei servi o della folla, per sottolineare così, anche nelle proporzioni del corpo, la sua potenza e importanza rispetto agli inferiori.
E dalle pareti della mastaba emerge, incredibilmente viva e vivida la vita di tutti i giorni: la preparazione dei campi, i mietitori, i guidatori di asini, la trebbiatura, la spulatura dei cereali; è possibile assistere alle varie fasi della costruzione delle navi di quattro millenni e mezzo fa: la segatura dei tronchi, la lavorazione delle assi, il maneggio di squadre, scalpelli e altri utensili. Per la gioia di innumerevoli studiosi di tutte le discipline afferenti all’Antico Egitto si possono riconoscere con chiarezza i vari arnesi, e vediamo come fossero già noti la sega, la scure e perfino il trapano.
Vediamo fonditori di oro e apprendiamo come si attizzassero coi mantici stufe ad alte temperature, e infine vediamo al lavoro scalpellini, intagliatori di legno e cuoiai.
E si può vedere quale potere avesse un funzionario come il signor Ti. I malfattori sono condotti per il giudizio dinanzi alla sua dimora, trascinati al suolo dagli sbirri, e strangolati in modo rozzo e selvaggio. Schiere di contadine gli recano doni, servi conducono e uccidono animali da sacrificio. Ed infine la vita privata di Ti, come attraverso una finestra della sua dimora: Ti a tavola, Ti con la moglie, con la famiglia, Ti – e questo è uno dei rilievi più belli – a caccia tra le folte macchie di papiri. In questa raffigurazione, i marinai arpionano ippopotami, uno dei quali addenta un coccodrillo.
In qualche modo, Ti è ancora in eterno viaggio sul Nilo. Ha attraversato i secoli, epoche, guerre, civiltà. Ha visto il caos, l’invasione degli Hyksos, lo splendore dei suoi discendenti nel Nuovo Regno. E poi il declino, Alessandro Magno e i Tolomei, Pompeo e Giulio Cesare, l’Impero Romano, gli Arabi fino alle invasioni europee. Eppure in quel rilievo tutto scivola via, portato lontano dal Grande Fiume.
E Ti comanda ancora i suoi marinai, i suoi contadini, i suoi scribi, e dopo la caccia ci invita ancora alla sua tavola, dove magari ci racconterà ancora qualcosa del Faraone Neferirkara Kakai e di come gli concesse in moglie la principessa Neferhetepes, o di Niuserra e delle sue riforme amministrative a cui Ti avrà sicuramente partecipato.
La statua del ka di Ti
La “scena campestre”, una delle più famose della mastaba. Nel registro superiore, sulla destra è raffigurata la mungitura di una mucca con le zampe posteriori legate, a sinistra tre coppie di buoi tirano l’aratro. Nel registro inferiore gli uomini a destra dissodano i campi, un gruppo di ovini procede spronata dai pastori con la frusta per far penetrare con i loro zoccoli i semi in profondità. Per ultimo segue un contadino con la borsa delle sementi
Un particolare dell’araturaUna piccola mandria al guado, preceduta da un pastore con un vitellino sulle bracciaTi nella posizione di “Capo dei Parrucchieri del Re”Tra i simboli della ricchezza di Ti, la possibilità di sfoggiare animali esotici in cattività; qui una scimmiaE finalmente in navigazione sul NiloNon può mancare tra le attività di Ti l’allevamento degli uccelliCarpentieri al lavoroCarpentieri al lavoroCostruzione delle barche (dettaglio: la lavorazione della carena)Costruzione delle barcheLe diverse regioni gestite da Ti, raffigurate come figure femminili, portano doniGli scribi di Ti, supervisionatida un capo-scribaLa macellazione degli animaliMoltissimi decori sono dedicati ai proventi delle terre di Ti per testimoniare il suo successoTi riceve personalmente le offerte con la moglie NeferhetepesLa moglie Neferhetepes è spesso raffigurata abbracciata alle gambe del marito in una delle pose tipiche dell’epocaOhibò, ci sono disegni sconci nella Mastaba di Ti…In dettaglio, la delicatezza delle figure rappresentate
La caccia all’ippopotamo è frequentemente rappresentata nell’Antico Regno fino al Nuovo Regno. L’ippopotamo, che vive nascosto nelle acque della palude, rappresenta il nemico, le forze ostili. Come il coccodrillo, l’ippopotamo appartiene al mondo degli animali selvaggi, un mondo che gli egizi conoscevano ma non controllavano. Le forze del caos e del male sono dominanti qui. Combattere e vincere queste forze, significa far regnare Ma’at (ordine) sul mondo.
Verso la fine del 1850 un archeologo francese di quasi trent’anni siede su una roccia a Saqqara. È disperato. Era giunto in Egitto qualche mese prima con l’incarico di acquistare papiri per il Louvre, ma non ha ottenuto nessun risultato. Davanti a lui c’è lo spettro del licenziamento, della fine del suo sogno. E c’è una testa di sfinge che spunta dalla sabbia. È molto più piccola di quella della Grande Sfinge di Giza, ma con quella sfinge il Destino scrive per la terza volta sulle pagine della vita di Auguste Mariette.
Mariette era nato a Boulogne-sur-Mer nel 1821. Boulogne-sur-Mer è vicino a Calais, nella parte settentrionale della Francia, affacciato sull’Atlantico. Quando Mariette vi nasce è un borgo di circa 18,000 abitanti che vive da secoli nella memoria del suo più famoso “figlio”, noto dalle nostre parti come Goffredo di Buglione, e dei fasti dei crociati. Un posto di villeggiatura, all’epoca non ancora collegato a Parigi ed alle grandi città.
Non c’è molto a Boulogne quando Mariette è uno studente appassionato di storia, a parte una cattedrale intitolata a Notre-Dame (con leggenda annessa) e un castello scenografico con un museo in cui sono appena arrivati due sarcofagi ed una mummia, comprati da un collezionista parigino, tale Hèbray.
In realtà Monsieur Hébray ha appena tirato un pacco al museo di Boulogne: i due sarcofagi (quello esterno sparirà, probabilmente durante la Grande Guerra) appartengono a Nehemesimontou, sacerdote di Tebe alla fine della XXV dinastia, ma la mummia c’è stata messa dentro probabilmente dallo stesso Hébray per venderli come “pezzo unico”, e rimarrà ignota.
La mummia ignota del museo di Boulogne-sur-mer considerata da Mariette la sua “prima porta verso l’Egitto”. Sappiamo solo che appartiene ad un uomo vissuto Terzo Periodo Intermedio. Un’analisi spettrografica dei balsami utilizzati ha rilevato una composizione del bitume presente simile al bitume utilizzato in Palestina, suggerendo un restauro della mummia prima dell’acquisizione da parte del museo
Il sarcofago superstite di Nehemesimontou, quello intermedio
Comunque, la mummia fa grande scena. Scriverà più tardi Mariette che la prima “porta” per entrare in Egitto sia stata proprio quella mummia, che colpisce il ragazzo anche se rimane un mondo lontano, misterioso ed irraggiungibile. Ma, come diceva Mariette stesso, “l’anatra egizia è un animale pericoloso: con un colpo di becco vi inocula il suo veleno e voi sarete egittologi per tutta la vita”. E così fu per Mariette.
E il destino ci mette lo zampino una seconda volta incrociando la storia di Mariette con Champollion. Il cugino di Auguste, Nestor L’Hôte, ha accompagnato Champollion in Egitto nel 1828. Nel 1841 Nestor muore, e l’incarico di riordinare i suoi appunti tocca ad Auguste, che rimane definitivamente affascinato dai disegni e dalle note di Nestor. Ma i tempi sono difficili. Auguste deve lasciare gli studi, va in Inghilterra dove disegna motivi per tessuti (!), poi rientra in Francia e riesce a laurearsi.
Nel 1849 diventa assistente al Museo del Louvre a Parigi, copia tutte le iscrizioni egizie e ottiene l’incarico di comprare un lotto di manoscritti copti al Cairo. L’Egitto ora non è più un sogno lontano.
Un giovane Mariette in Egitto
Appena arrivato fa il giro dei funzionari locali. Nei fastosi giardini privati dei funzionari Mariette nota delle sfingi di pietra l’una simile all’altra, collocate come pezzi ornamentali allo stesso modo delle antiche statue greche che adornavano i giardini dei principi del Rinascimento. Pare che le prime le abbia trovate un medico italiano, tale Marucchi, nel 1832 ma erano tanto rovinate da lasciarle in situ. Un’altra trentina le ha trovate un certo Fernandez e le ha rivendute ai funzionari del Cairo per fare scenografia; 12 prendono la strada di Calcutta al seguito di un signorotto inglese.
Mariette però ha una cocente delusione. Il monastero che ha messo in vendita i manoscritti copti rifiuta di cederglieli dopo un’esperienza truffaldina con due inglesi (di cui ignoriamo l’identità). Altri possibili affari svaniscono uno dopo l’altro.
Come ultima risorsa si reca direttamente presso i principali siti archeologici noti al tempo per cercare qualcosa di “prima mano” (cercando di fare lui stesso proprio ciò che più tardi tenterà di bloccare in ogni modo…).
A Saqqara, di fronte alla grande piramide a gradoni si imbatte in un’altra sfinge. Solo la testa emerge dalla sabbia. Mariette non era stato certo il primo a vederla, ma è il primo a osservarne l’affinità con le sfingi del Cairo e di Alessandria. Gli vengono in mente le parole di Strabone, vecchie di quasi 2000 anni: “Trovammo anche (a Memphis) un tempio della Serapide in un luogo così sabbioso che i venti accumulano grappoli di sabbia lì, sotto i quali abbiamo visto le sfingi sepolte, alcune semisepolte ., gli altri fino alla testa da dove si può supporre che la strada per questo tempio non sarebbe priva di pericolo se si fosse sorpresi da una folata di vento”. Quando trova un’iscrizione che reca la dedica ad Apis, il toro sacro di Menfi, si materializza il misterioso “Viale delle Sfingi” di Nectanebo I di cui si sapeva che fosse esistito, ma non dove si trovasse.
Il Viale delle Sfingi di Nectanebo I ricostruito parzialmente al Louvre. Foto: akhenatenator
Il Tempio di Nectanebo all’ingresso del Serapeum
Mariette si gioca l’ultima carta, impegna tutti i fondi rimasti destinati all’acquisto di papiri per assoldare un gruppo di operai locali, impugna egli stesso la vanga e disseppellisce la bellezza di 141 sfingi ed un numero imprecisato di basi da cui erano state trafugate le altre. Trova, sempre a Saqqara, la celeberrima statua dello “Scriba seduto” (magistralmente descritta da Davide Gonella qui sul Gruppo) che diventerà una delle più famose al Louvre, e quella lignea di Ka’aper, talmente realistica da essere subito ribattezzato Sheikh-el-Beled (“capo del villaggio” in arabo) per la somiglianza con un funzionario locale e rimasta invece al Cairo.
Arriva all’ingresso di un sotterraneo, ma rimane senza fondi. Il governo francese stanzia 30,000 franchi ed inizia una estenuante trattativa con quello egiziano sui diritti sui reperti.
Finalmente, la notte del 12 novembre 1851 libera la porta dei sotterranei dove trova 25 sarcofagi colossali. Mariette aveva trovato uno dei principali cimiteri dei tori Apis. Dal nome del dio Serapis lo conosciamo come «Serapeum», e lo vedremo in dettaglio.
La processione del toro Api come immaginato in un dipinto della fine del XIX secolo di Frederick Arthur Bridgman
Mariette trova solo un sarcofago intatto, tutti gli altri sono stati saccheggiati. Credo che sia in quel preciso momento (insieme all’esperienza negativa con il monastero per via di due ignoti truffatori) che si renda conto di quanti danni siano stati prodotti dal saccheggio delle tombe e dei monumenti egizi, e che l’Egitto rappresentava una inconsapevole piazza di svendita delle antichità.
Scienziati, turisti, scavatori, e tutti coloro che per qualsiasi motivo mettevano piede in Egitto, venivano invasi dalla febbre di «collezionare antichità», il che significava depredare gli antichi monumenti e portare via dal paese oggetti preziosi. Gli indigeni davano anch’essi una mano. Gli operai che affiancavano gli archeologi facevano sparire tutti gli oggetti più piccoli e li distribuivano ai forestieri, che erano così «pazzi» da pagarli con oro vero.
Mariette, a cui stava a cuore soprattutto l’indagine e lo scavo, riconobbe che per l’avvenire della scienza archeologica c’era qualcosa di più importante che tutto il resto: conservare!
L’esplorazione del Serapeum appena disseppellito
Eppure, proprio lui viene accusato di trafugare reperti; Mariette resiste quattro anni, poi parte per Parigi, dove il Louvre gli offre la carica di curatore della parte egizia.
Ma ormai l’anatra egizia lo aveva “beccato” ed inoculato il suo veleno, e Mariette non poteva rimanere lontano da quella che considerava ormai la sua Patria adottiva.
Tra 500 anni, cosa sarà rimasto di tutto questo?
Il Louvre ha affidato a Mariette il ruolo di curatore della parte egizia che sta iniziando ad arricchirsi considerevolmente. Ma ad Auguste non basta. Non gli basta un mero titolo accademico; non si accontenta di “aspettare” in Francia mentre chissà quali disastri vengono perpetrati in Egitto. Più tardi scriverà: “Sapevo che sarei morto o impazzito se non fossi ritornato immediatamente in Egitto”.
Il governo egiziano, che pure lo aveva accusato di essere tra i predoni dei suoi tesori, nel 1857 lo richiama sotto Said Pasha, il figlio di Muhammed Ali (ricordate? L’amico di Drovetti, che gli aveva salvato la vita da un attentato degli Inglesi). Said ha un amico francese di vecchia data, Ferdinand de Lesseps, che, mentre era console generale francese, aveva caldeggiato la nomina di Muhammed Ali a viceré d’Egitto quando Muhammed era un semplice colonnello. La famiglia di Mohamad era rimasta in debito con De Lesseps e lo ascolta in ogni suo consiglio. Così Said Pasha nel 1854 gli firma la concessione per la realizzazione del Canale di Suez, la prima grande opera dell’Egitto moderno, che verrà completato nel 1869.
Said PashaFerdinand de Lesseps
Mariette e De Lesseps si incontrano nel 1858. De Lesseps ascolta attentamente le preoccupazioni di Mariette per la sorte dei tesori d’Egitto e convince Said ad occuparsene.
Mariette esprime a Said la sua preoccupazione (“È nostra responsabilità vigilare attentamente sui monumenti. Tra cinquecento anni, l’Egitto sarà ancora in grado di mostrare agli studiosi che lo visitano questi come li troviamo oggi?”). Said è sveglio, capisce subito il vantaggio di mantenere in Egitto quei tesori che attirano attenzione e turismo – anche se manterrà spesso un atteggiamento un po’ ambiguo nei confronti dei reperti di Mariette.
Per volere del viceré d’Egitto nasce quindi nel 1858 il Servizio delle Antichità Egiziane, di cui Mariette viene nominato primo “Maamour” (Direttore), incarico che mantenne fino alla sua morte il 18 gennaio 1881. In realtà il decreto originale era del 1835, ma fino a quel momento tutta la raccolta delle antichità in Egitto (ci racconta Maspero) era stipata in una stanza e venne in seguito regalata a Arciduca Massimiliano I d’Austria, in visita di Stato in Egitto nel 1855. Questo era l’interesse per le antichità in Egitto, con buona pace di chi oggi grida al furto ed al saccheggio antico…
Nella sua nuova posizione, Mariette ha campo libero. Ha il potere di autorizzare o bloccare qualunque scavo in Egitto. Inglesi e tedeschi non gradiscono affatto, protestano con il viceré e non ottengono molto più di nulla. Una seconda ondata di voci sulle presunte nefandezze di Mariette viene allora sparsa per cercare di metterlo in cattiva luce nei confronti del suo “protettore”.
Mariette tira dritto. Nonostante i problemi fisici, con un diabete che gli sta minando la vista, si getta nel suo nuovo ruolo con l’entusiasmo di chi può finalmente proteggere ciò che gli è più caro.
Con i fondi a disposizione apre il primo Museo Egizio a Bulaq. Ha praticamente il monopolio degli scavi, Menfi, Saqqara, Abydos, Dendera, Edfu, Meidum. Curiosamente, ha a disposizione un battello a vapore ad uso esclusivo per la sua funzione. antenato dell’auto aziendale.
Trova la tomba di Ahhotep II con il relativo corredo funerario, che gli procurerà più di un mal di testa per la sua gestione, a partire dalla scomparsa della mummia nel 1859. I reperti ritrovato vengono una prima volta recuperati miracolosamente dopo che Said Pasha, “fraintendendo” i suoi diritti ed il concetto di “tenerli in Egitto”, li aveva sequestrati per se stesso.
I gioielli di Ahhotep nella collocazione originale al Museo Egizio
Dalla piana di Giza recupera la splendida statua in diorite di Chefren, una delle più belle della storia egizia, descritta sul Gruppo da Luisa e Stefano. A Meidum nella mastaba di un figlio di Snefru, Nefermaat, trova le celeberrime “Oche di Meidum, che diventeranno ai giorni nostri l’ennesimo mistero di Mariette Nel 1860 disseppellisce il Tempio di Edfu, probabilmente il meglio conservato in Egitto.
Said muore nel 1863; il suo successore Ismail combinerà un disastro economico senza precedenti, che porterà all’invasione inglese del 1882 (ma questa è un’altra storia) e nella sua gestione finanziaria scriteriata lascia mano libera a Mariette preoccupandosi molto poco della storia del suo Paese.
Auguste rientra a Parigi nel 1867 per l’Esposizione Universale, dove cura il Padiglione Egiziano e dove viene esposto il corredo funerario di Ahhotep. L’Imperatrice Eugenia si innamora dei gioielli della Regina e scrive personalmente a Ismail Pasha chiedendogli di cederglieli. Mariette teme per la seconda volta di perdere i tesori di Ahhotep. Scrive a sua volta a Ismail, rischia di essere ghigliottinato in Francia e fucilato in Egitto ma riesce a riportare tutti i reperti al Cairo dove sono tuttora esposti.
Nel 1869 fornisce idee e disegni dei costumi per l’opera che doveva celebrare l’inaugurazione del Canale di Suez. Finisce così per mettere lo zampino nell’Aida di Verdi; per decenni si spargerà la voce che abbia anche scritto il libretto, che è invece di Ghislanzoni (anche se su uno scritto in prosa di Camille du Locle su soggetto effettivamente di Mariette).
Schizzo del costume per un personaggio dell’Aida di Mariette
Quelle che erano le condizioni in cui doveva lavorare Mariette (e la mentalità dell’epoca – ma in fondo applicabile anche ai nostri giorni) le ritroviamo nella lettera aperta scritta ad un ignoto viaggiatore americano che nel 1870 “visitò tutte le rovine dell’Alto Egitto con un recipiente di catrame in una mano e un pennello nell’altra, lasciando su tutti i templi la traccia indelebile e davvero orribile del suo passaggio”. Ha comunque il piacere di ospitare regnanti e uomini politici un po’ da tutto il mondo; l’egittomania è tutt’altro che spenta.
Una delle tante visite illustri in Egitto: Auguste Mariette (seduto a sinistra) e l’imperatore Pedro II del Brasile (seduto, estrema destra) durante la visita del monarca alla necropoli di Giza alla fine del 1871
Auguste Mariette si spegne al Cairo nel 1881, dopo che il Governo egiziano lo aveva insignito del titolo di “Pasha”.Poco prima della sua morte aveva passato il testimone a Gaston Maspero, facendo l’ultimo affronto ad Inglesi e Tedeschi che rivendicavano il diritto alla “successione”.
Ironicamente, proprio nel luogo che aveva scelto per “conservare e proteggere” un’alluvione nel 1878 distrusse praticamente tutti i suoi scritti ed i suoi diari. E, curiosamente, un’altra infiltrazione costrinse a chiudere il “suo” Serapeum per ben 11 anni al 2001 al 2012 con un restauro molto discusso.
Per suo volere, viene seppellito al Cairo in un sarcofago oggi davanti al Museo Egizio circondato da 34 busti – alcuni francamente discutibili, l’arte scultorea purtroppo non è comparabile con quella di illustri ritrovamenti – di alcuni “padri” dell’egittologia e dei primi direttori e curatori del Museo stesso, con la dedica “A Mariette Pasha, l’Egitto riconoscente”. A Boulogne-sur-Mer gli dedicheranno invece un monumento con tanto di piramide e sfingi di guardia.
Il mausoleo del Cairo
Il monumento dedicatogli a Boulogne-sur-Mer
Mariette aveva fatto moltissima strada da quando, praticamente autodidatta, aveva iniziato ad occuparsi di documenti egizi a Boulogne-sur-Mer.
Indubbiamente un conservatore, ma non ancora un archeologo. La mancanza di programmi precisi di scavo, la povertà di scritti e pubblicazioni in confronto al lavoro svolto ci rivelano che corresse prevalentemente ed affannosamente dove veniva alla luce qualcosa nello sforzo disperato e frenetico di sottrarlo a furti e danneggiamenti. Nella sua idea, la cosa migliore da fare, forse l’unica.Per uno strano gioco del Destino, proprio mentre Mariette si stava spegnendo un inglese stava arrivando in Egitto – nientemeno che il nipote di un ammutinato del Bounty – inizialmente con delle idee un po’ bislacche ma che sarebbe diventato il primo vero archeologo.
Riferimenti:
C.W. Ceram, Civiltà sepolte. Mondadori 1974
Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni, Mursia 1976
Mariette, Auguste. 1857. (Le) Sérapéum de Memphis. Paris: Gide
Jarome Malek, Who Was the First to Identify the Saqqara Serapeum? Chronique d’Egypte, 1983
Nel 1889 Albert Spalding (il fondatore dell’azienda di abbigliamento ed attrezzature sportive) porta i Chicago White Stockings (gli antenati dei Chicago White Sox e dei Chicago Cubes) ed una rappresentativa All Stars in giro per il mondo in un tour promozionale del baseball.
La comitiva fa anche tappa al Cairo, e vogliamo perderci l’occasione di una partita ai piedi della Sfinge? Ovviamente no.
James Elfers, che ha scritto un libro sulla successiva tournée della Major League americana del 1913, racconta che uno dei lanciatori, tale John Healy (che verrà di qui in avanti soprannominato “l’egiziano”) propose una gara “a chi avrebbe fatto un occhio nero alla Sfinge” colpendola con una palla.
Le cronache del tempo non ci narrano se qualcuno abbia vinto la sfida…
Per la cronaca, i White Stockings si piazzarono terzi nella National League quell’anno, con 67 vittorie e 65 sconfitte.
Nelle foto, con i giocatori nelle divise dell’epoca, la sabbia sta di nuovo ricoprendo la Sfinge dopo il lavoro di Grébaut di due anni prima.
La Stele del Sogno, copia d’epoca del disegno originale di SaltLa scoperta del Tempietto di Thutmosis e della Stele del Sogno
È una stele di granito, alta circa 3.6 metri, che formava un tempo la porta di ingresso ad un piccolo tempio a cielo aperto edificato da Thutmosis IV tra le zampe della Sfinge.
Riporta inciso il resoconto di un sogno dello stesso Thutmosis in cui la Sfinge gli promette il trono d’Egitto se la disseppellirà dalla sabbia (“la sabbia mi è nemica”).
L’interpretazione più comune della stele è che Thutmosis non fosse l’erede designato al trono, e che abbia eliminato, uccidendoli o mettendoli in disgrazia, almeno due fratelli (ritratti in altri frammenti ora perduti) giustificando a posteriori il fatto con questo “segno” divino.
Non fu il primo e sicuramente non l’ultimo.
IL TESTO DELLA STELE DEL SOGNO
LUNETTA SUPERIORE
Colonna centrale: Parole dette: ” sia fatto che appaia Menkheperurê sul trono di Geb e (che)(Thotmes, brilli di apparizioni), nella funzione di Aton”
A sinistra sopra alla sfinge: Harmachis, dice: ” sia data vita e potere al padrone delle due terre (Thotmes, brillante di apparizioni ).
A sinistra davanti al re: Il re dell’Alto e Basso Egitto, signore delle due terre , Menkheperura (le trasformazioni di Ra sono stabili) (Thotmes, brillante di apparizioni) che sia dotato di vita , di stabilità e di potere come Ra. [salutare (con) il vaso nemset] ??
A destra sopra alla sfinge: Harmachis dice: sia data la forza al padrone delle due terre Thotmes, brillante di apparizioni
A destra davanti al re: Il re dell’Alto e Basso Egitto <Menkheperura> che sia dotato di vita. Fa un incensamento e una libagione.
TESTO COMPLESSIVO REGISTRO INFERIORE
Linea 1 – Il primo anno di regno, terzo mese di Akhet, diciannovesimo giorno, sotto la Maestà dell’ Horus, “toro possente, completo di apparizioni ” quello delle due signore, ” Quello di cui la monarchia è stabile come Aton ” Horus d’ oro, ” Quello di cui la forza è possente, che respinge i nove Archi “, il re dell’ Alto e Basso Egitto, <Menkheperura> figlio di Ra , (il sorgere di Thot, nato dalle apparizioni), amato [da Harmachis] , doni vita, stabilità e potere, come Ra , eternamente
Linea 2 – Che viva il dio perfetto, figlio di Aton, protettore di Harakhty, l’immagine vivente del maestro universale, il sovrano che Ra ha fatto, l’erede eccellente di Khepri, dal bel viso come il sovrano, suo padre, colui che esce completo ed attrezzato dalle sue manifestazioni di Horus sulla testa , il re dell’alto e basso Egitto ,[amato] dal dio, [il padrone] della grazia vicino all’ Ennéade, colui che purifica Héliopolis
Linea 3 – che soddisfa Ra, che rende eccellente il castello di Ptah, qui offro Maât e Aton, che lo presente per: colui-che-è-a-sud-del-suo-Muro, ? che fa dei monumenti in quanto offerte giornaliere per il dio che ha creato tutto ciò che esiste, qui ricerca le cose utili per i dei dell’ Alto e Basso Egitto, che costruisce i loro tempi in pietra bianca, che rende eccellenti tutte le loro offerte, il figlio di Aton e del suo corpo, (il sorgere di Thot, nato dalle apparizioni) come Ra.
Linea 4 – L’erede di Horus, che è sul suo trono, <Menkheperura> doni di vita. Sua Maestà era un bambino come Horus, (quando era) bambino in Chemmis. La sua bellezza era come (quella di colui) che è il protettore di suo padre e la vista di lui è come (quella del), dio stesso. L’armata giubila per amore suo. Il bambino reale e tutti i dignitari che erano sotto il suo potere facevano prosperare
Linea 5 – la sua forza, e dopo che aveva ricominciato il giro (?) la sua forza era come (quella del) figlio della notte. Egli si occupa, divertendosi, del deserto di Memphis, sui suoi lati Sud e Nord, lanciando delle frecce su un bersaglio di rame, cacciando i leoni e gli animali selvaggi. Correndo sul suo carro il suo attacco era più veloce
Linea 6 – del vento, con un solo dei suoi servitori, senza che nessuno lo sapesse. Questo è mentre accadeva nel momento di dare del riposo ai suoi servitori al (témenos) di Harmachis ??, accanto a Sokar in Ra-Setau, di Reneutet in Tamut (che) è nella necropoli, del Mosto del Nord (?) , la dama della muraglia del Sud, Sekhmet
Linea 7 – che è alla testa di Khas, di Seth e di Heka, la sede del posto consacrato la prima volta, nella vicinanze dei padroni di Kha-uat e della strada divina degli dei fino all’orizzonte occidentale di Héliopolis. Una grande statua di Khépri era posta in questo luogo, grande di potere e di prestigio sacro. L’ombra di Ra si posa su lei. È a lei che venivano i quartieri di Memphis e di ogni città che era nelle sue vicinanze, (con) le braccia in adorazione davanti a lei
Linea 8 – portando numerose offerte per il suo ka. Uno di questi giorni era accadde che il figlio reale, Thotmes, andò a passeggiare all’ ora di mezzogiorno ed egli si sedette all’ombra di questo grande dio.Il sonno ed il sogno si impossessarono di lui nel momento in cui Ra era allo zenit;
Linea 9 – trovò la maestà, e questo dio venerabile parlò con la sua propria bocca, come un padre parla a suo figlio: “Guardami, contemplami, figlio mio, Thotmes, io sono tuo padre, Harmachis-Khepri-Ra-Aton . ti darò il mio regno—-
Linea 10 – ———————-Tu porterai la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il principe.La terra ti apparterrà nella sua lunghezza e nella sua larghezza, (così che) illumini l’occhio del padrone universale. Le provviste dell’interno delle due terre saranno tue (come) i prodotti abbondanti di ognipaese straniero per un tempo di numerosi anni. Il mio viso è a te, il mio cuore è a te, tu sei a me
Linea 11 – —————–la sabbia del deserto su cui mi trovo si avvicina verso me ,e mi devo affrettare aconfidarti il compimento di ciò che è nel mio cuore, perché so che tu sei mio figlio ed il mio protettore. Avvicinati, vedi, sono con te, io sono ————-
Linea 12 – [egli aveva sentito] ciò—————fino a che non avesse compreso le parole del dio, egli pose il silenzio nel suo cuore———–della città, e dedichiamo delle offerte a questo dio———–
Linea 13 – ————–[Chèfren] una statua fatta per Aton Harmachis———