Durante il suo lavoro a Tarkhan, Sir William M. F. Petrie individuò anche un aumentato utilizzo del legno nella realizzazione delle sepolture. In particolare ci tramandò quelli che oggi sono chiamati “the Tarkhan Timbers” le tavole di Tarkhan, oggi al Petrie Museum di Londra.
Questi hanno grande importanza per la conoscenza delle capacità tecnologiche egizie nel 3000 a.C. Sono in modo evidente assi recuperati da altre costruzioni , e recano i segni di lavorazioni complesse , asole e scassi accuratissimi che ancora oggi richiederebbero un capomastro esperto. E’ stato discusso dagli studiosi se in origine queste tavole provenissero da un precedente impiego in edilizia (parere anche di Petrie) oppure da imbarcazioni (sono molto simili ad es. agli scassi nelle navi di Abydos o successivamente nella nave solare di Cheope ).
L’abitudine di riutilizzare sempre il legname è propria della Civiltà egizia soprattutto agli inizi, e questo testimonia quale valore avesse un materiale che là scarseggiava. Qui aggiungo un disegno originale dal libro di Petrie e due foto dal Museo.
Riferimenti:
Creasman, Pearce Paul , (2013), Ship timber and the reuse of wood in ancient Egypt. Journal of Egyptian History, V. 6 (2), pp. 152–176. DOI: 10.1163/18741665-12340007
Petrie, William Matthew Flinders, et al. (1913), Tharkhan I and Memphis V, School of Archaeology in Egypt and Bernard Quaritch ed., London.
Vinson, Steve, (1994), Egyptian Boats and Ships. Shire Publications. ISBN 9780747802228
La nascita dello stato egizio è fortemente legata allo sviluppo dell’agricoltura e alle grandi potenzialità offerte dalla Valle del Nilo. Le prime comunità rurali coltivavano orzo e grano. Affiancavano a quest’attività l’allevamento del bestiame (pecore, capre, maiali). La pesca e l’uccellagione procuravano ulteriori fonti di sostentamento. Gli studi più recenti sembrano evidenziare che le prime comunità agricole stanziatesi nel Delta (Merimde Beni Salama), risalgano all’incirca al 5000 a.C., mentre quelle dell’Alto Egitto al 4400 a.C. Nel 3800 a.C. le comunità erano ormai ben insediate in gran parte della Valle e del Delta. Gli studi effettuati sui manufatti in pietra e sul vasellame rinvenuto nelle varie regioni, indicano che all’epoca esistevano diverse aree culturali. Sembra, inoltre che le zone più settentrionali del Delta fossero ancora abitate da popolazioni dedite quasi esclusivamente alla caccia e alla pesca. Il ritrovamento di utensili in rame, presso Badari, indica che le popolazioni dell’Alto Egitto intrattenessero scambi commerciali con le culture del Sinai e della Palestina.
L’agricoltura giunse in Egitto dal Medio Oriente, attraverso il Sinai, dove integrò caratteri tipici del Sahara egiziano (allora più umido di oggi) quali, ad esempio, l’allevamento del bestiame. La recente scoperta di piccoli, ma ben organizzati insediamenti, risalenti circa al 6000 a.C. conferma che i primi segni dello sviluppo dell’organizzazione sociale dovettero manifestarsi tra le comunità del deserto. Periodi di siccità, sopravvenuti durante il corso del sesto e quinto millennio a.C., dovettero gradualmente spingere le popolazioni ad avvicinarsi alla Valle del Nilo. E stato accertato che gli abitanti della regione di Badari nei pressi di Assyut, erano riuniti in villaggi già nel 4000 a.C. se non prima. Lo sviluppo dell’organizzazione sociale, contemporaneo alla diffusione dell’agricoltura, fu reso possibile dal nuovo tenore di vita che veniva condotto, grazie all’allargamento delle comunità. Le società agricole della Valle si trovarono a dover affrontare le problematiche relative al mutevole regime delle inondazioni del Nilo, cui era strettamente legata la produzione di sostentamento. Esondazioni troppo scarse provocavano siccità, mentre quelle troppo abbondanti comportavano la distruzioni delle dighe naturali con alluvioni devastanti. Altri fenomeni che avevano effetto rovinoso sulla produttività erano le tempeste di sabbia, malattie infettive, invasione di erbacce, semine o raccolti intempestivi. I primi insediamenti erano piuttosto piccoli (da quaranta a cento persone circa), ma alcuni di questi si ingrandirono molto rapidamente, come dimostrano gli strati superiori di Merimde Beni Salama. Le comunità confinanti erano legate da vincoli di parentela e vicinanza (alleanze matrimoniali, discendenze comuni, celebrazioni rituali ecc.), pertanto questi legami costituivano un substrato ideale per lo scambio di cibo e la creazione di alleanze strategiche per la difesa comune. L’utilizzo dell’asino come bestia da soma, inoltre, permetteva il trasporto e lo scambio di cibo ed altre merci, rendendo così possibili traffici commerciali anche a notevole distanza. Versò il 3500 a.C. cominciò a essere largamente utilizzato l’impiego di imbarcazioni, che, rapidamente, divennero il mezzo di trasporto ideale per il commercio e la comunicazione fra gruppi più lontani. Asini sono raffigurati sulla Tavolozza del Tributo Libico (conservata al Museo del Cairo), su oggetti provenienti da Maad e dalla necropoli protodinastica di Tarkhan. Le imbarcazioni compaiono con regolarità sulle ceramiche del Gerzeano (Naqada II) e, più raramente, già su manufatti della cultura del Naqada I (circa 3800 a. C.).
Merimde Beni Salama è un importante sito di insediamento neolitico sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Il sito è la prima e più grande testimonianza nota di insediamento egiziano.
“Merimde”, identifica anche la relativa fase della cultura predinastica del Basso Egitto.è un importante sito di insediamento neolitico sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Il sito è la prima e più grande testimonianza nota di insediamento egiziano. “Merimde”, identifica anche la relativa fase della cultura predinastica del Basso Egitto.
Durante la recente stagione di scavo 2014, la missione dell’Egypt Exploration Society ha scoperto nuove evidenze scientifiche che rivelano che i confini di questo insediamento neolitico si estendono per altri 200 metri verso Sud-Ovest. E’ stato esplorato, a partire dal 1928 dall’archeologo tedesco Herman Junker i cui appunti, sfortunatamente, sono andati in gran parte distrutti durante il secondo conflitto mondiale. Le datazioni al carbonio hanno confermato che il sito è stato occupato dal 4880 al 4250 a.C. Il primo livello è caratterizzato da un’ampia gamma di ceramiche, decorate con motivi a spina di pesce. Il livello intermedio rivela tracce di complesse strutture, probabilmente in legno, ceramiche e molte sepolture. Sono stati rinvenuti anche strumenti di selce inseriti in manici di legno osso e avorio. L’ultimo livello, ha fornito prove che doveva trattarsi di un grosso agglomerato di capanne e aree di lavoro. L’elevato livello di organizzazione dei villaggi è dimostrato dalla presenza di numerosi silos e granai sotterranei per immagazzinare i cereali che probabilmente erano associati alla singole abitazioni. Tutto ciò suggerisce che in questa fase evolutiva la popolazione fosse costituita da gruppi familiari economicamente indipendenti integrati in una vita di villaggio già fortemente strutturata.
Fonte: Ahram on line*, 9 Aprile 2015.
*Ahram Online è il sito web di notizie in lingua inglese pubblicato da Al-Ahram Establishment, la più grande organizzazione di notizie dell’Egitto, e l’editore del quotidiano più antico del Medio Oriente, il quotidiano Al-Ahram, in pubblicazione dal 1875.
Tavolozza del Tributo Libico, frammento.
Di questa tavolozza si è conservata solo la parte inferiore decorata a rilievo. Su un lato (non è possibile stabilire il recto e il verso, in quanto mancante della parte contenente l’incavo per stemperare il cosmetico), sono visibili, disposte in registri, tre file sovrapposte di animali domestici (dall’alto in basso: buoi, asini, arieti) che insistono sopra degli alberi (forse ulivi) alla cui estremità destra è visibile un carattere geroglifico che si legge Tjehnu (Libico). Sull’altra faccia sono raffigurate sette città fortificate i cui nomi sono scritti con geroglifici all’interno delle cinte murarie. Ogni città è sormontata da un animale, orientato a destra, dotato di una zappa piantata in corrispondenza dell’angolo destro di ciascuna fortificazione. Tra gli altri, vi è anche uno scorpione che sovrasta la città al centro in basso e il cui nome è rappresentato da un edificio (o santuario?) .L’interpretazione di questo reperto è ancora oggetto di discussione. Sono state avanzate più ipotesi, tra cui quella che rappresentasse divinità dall’aspetto animale poste al fianco del sovrano che, con tutta probabilità, doveva essere raffigurato nella parte andata perduta; oppure una confederazione di alleati che distruggono alcune città nemiche. L’opinione oggi più diffusa è che, invece si sia voluto descrivere la fondazione di queste città piuttosto che la loro distruzione. Resta ancora tutto da chiarire cosa rappresentino gli animali con la zappa, anche se il riferimento a re Scorpione o a Hierakonpolis sembra plausibile. E’ da notare come in questo reperto vadano perfettamente delineandosi alcuni capisaldi dell’arte figurativa egizia: la suddivisione in registri, la simmetria e l’ordine e la stabilità compositiva.
Scisto Altezza cm. 19, larghezza cm. 22. Provenienza Abydo. Naqada III (Predinastico 3300-3000 a.C.). Il Cairo, Museo Egizio
L’Abito di Tarkhan
Che fosse molto antico lo si sapeva già grazie al luogo di provenienza, l’omonima necropoli predinastica scoperta nel 1912-13 da Flinders Petrie circa 50 km a sud del Cairo; ora, però, arriva la conferma dalla datazione al C14 che ne fa il più antico indumento tessuto del mondo, fino ad oggi noto.
Questa massa di lino, conservata presso il Petrie Museum di Londra, fu riconosciuta solo nel 1977 quando, decenni dopo il ritrovamento, fu ripulita, restaurata e montata su un supporto di seta dagli esperti dell’Albert and Victoria Museum. Il risultato di questo paziente lavoro fu un vestito perfettamente conservato con collo “a V” e maniche plissettate.
La datazione, invece, è stata effettuata nel 2015 in occasione del centenario della collezione egizia. La curatrice Alice Stevenson si è affidata a Michael Dee (Research Laboratory for Archaeology and the History of Art della University of Oxford) che ha prelevato un campione di 2,24 mg datandolo a oltre 5000 anni fa, 3482-3102 a.C., quindi tra il periodo Naqada III e l’inizio della I dinastia
In epoca predinastica il clima del paese era molto meno secco di oggi e il territorio era caratterizzato da ampie zone di savana non ancora desertificata, con fiumi e specchi d’acqua anche di grandi dimensioni e una vegetazione per lo più erbosa, con arbusti e pochi alberi ed una fauna tipicamente africana che col progressivo inaridimento del terreno si spostò molto più a sud in cerca di zone più ospitali. Come si è già detto, i gruppi umani che popolavano il Sahara fra 12.000 e 5.300 anni fa vivevano in piccole comunità distribuite in uno spazio immenso o sulle rive dei bacini lacustri sotto la guida di un capo e si dedicavano alla caccia ed alla pesca, all’agricoltura ed all’allevamento e raccoglievano i frutti che la terra offriva spontaneamente. Essi costruivano case dotate di pozzetti da provvista, focolari di pietra e pozzi per l´acqua, fabbricavano vasellame decorato e strumenti in osso o pietra scheggiata, macinavano il grano con grandi macine in pietra, realizzavano collane e braccialetti con perline e con dischetti ricavati dal guscio di uova di struzzo. Questi uomini che tra il 6000 ed il 4000 a.C. si sono spostati tra il Sahara e la Valle del Nilo svolsero un ruolo fondamentale nello sviluppo delle prime società pastorali nordafricane e lasciarono una preziosa testimonianza del loro ambiente e della loro vita quotidiana, raffigurandoli all’interno di grotte o anfratti rocciosi, o su pareti verticali di pietra.il sito di arte rupestre più famoso dell’Egitto è Wadi Sura, che significa “Valle dipinta”; si trova all’estremità occidentale del Gilf Kebir, la “grande barriera”, un altopiano arenarico che si estende nella parte sud-occidentale del paese al confine con Libia e Sudan, a circa 900 km a sud-ovest del Cairo e a 450 km circa dal più vicino centro abitato, che per millenni ha rappresentato area di transito e sosta per i gruppi preistorici che si spostavano tra il Sahara orientale e la Valle del Nilo. Per la sua eccezionalità nel 2007 l’area venne dichiarata protetta e fu istituito ilGilf Kebir National Park; è stato inoltre varato un progetto di conservazione e restauro delle grotte dipinte, inserito nel quadro generale del “Programma Ambientale di Cooperazione Italo-Egiziana” diretto dall’archeologa africanista Barbara Barich.
Nelle fotografie, il Gilf Kebir
LA GROTTA DEI NUOTATORI
La Grotta dei Nuotatori è stata scoperta nel 1933 dall’esploratore ungherese László Almásyed è divenuta nota al grande pubblico in quanto parte dell’ambientazione del film ‘Il paziente inglese’ del 1997, premiato con 9 premi Oscar; deve il suo nome ad alcune figure dipinte in posizione orizzontale che sembrano nuotare. Essa si trova a fondo wadi e più che una grotta è un riparo scavato dall’erosione in una grande formazione di arenaria a forma di cupola, circondata da un piccolo fiume oggi secco ma attivo fino a 4000 anni fa; ha un ingresso largo quasi sedici metri, mentre la cavità è profonda soltanto otto metri con il pavimento coperto da un sottile deposito di sabbia.
Le immagini risalgono al periodo 6100 – 4800 a.C.; il gruppo principale si trova nella parte alta della parete e rappresenta alcune figure maschili allineate e, a un livello più alto, un ulteriore gruppo di figure che si muovono verso l’immagine di una creatura chiamata la “bestia”. In particolare si nota un personaggio di dimensioni maggiori affiancato da un altro individuo stretto da bende, mentre in basso si osservano alcuni dei famosi “nuotatori” che hanno dato nome alla grotta. Questo gruppo di figure termina, più a destra, con l’immagine della “bestia”, il cui contorno è stato disegnato con un tratto rosso sottile, mentre l’interno è colorato in marrone; sul corpo è stata disegnata successivamente una rete a trama sottile di colore bianco. Sopra ci sono altre figure le cui gambe sono sovrapposte al dorso della bestia.
L’esatto significato di queste figure non è noto ma è intuibile la loro forte valenza simbolica; lo studioso Jean-Loic Le Quellec le interpreta alla luce dei testi funerari egizi: i nuotatori sarebbero i defunti che abitano il Nun, l’oceano primordiale abitato da un animale mitico che divora quelli tra loro che sono malvagi.
LA GROTTA DI MAGHARET EL KANTARA (DETTA ANCHE GROTTA DI SHAW)
Nella parte meridionale dell’altopiano del Gilf Kebir si trova la Grotta di Magharet El Kantara, detta anche Grotta di Shaw.
E’ un ricovero nella roccia scoperto nel 1936 dall’esploratore inglese Shaw e dai suoi compagni di spedizione, nel corso di un’esplorazione nel sud dell’Egitto.
Il riparo è ricco di numerose pitture rupestri di scene agricole risalenti a oltre 7.000 anni fa, che testimoniano il già citato ambiente naturale ora scomparso, caratterizzato da una savana rigogliosa con corsi d’acqua, coltivazioni, uomini e animali.
LA GROTTA FOGGINI – MESTEKAWI O “DELLE BESTIE”, OVVERO LA “CAPPELLA SISTINA” DEL SAHARA.
L’11 maggio 2002 Massimo Foggini, esplorando il Gilf Kebir con la sua guida egiziana Ahmed Mestekawi, soprannominato il Colonnello del Deserto perché per anni ha prestato servizio nell’esercito egiziano pattugliando il confine tra Egitto e Libia, scoprì casualmente, a soli dieci chilometri dalla grotta dei nuotatori, un altro anfratto roccioso nascosto in una fenditura del massiccio, la cui parete interna lunga diciotto metri ed alta sei era decorata con 5000 immagini dipinte o incise sulla pietra che si estendevano anche verso il basso, sino a 80 cm sotto la sabbia.
Vi erano raffigurazioni di figure umane, bovidi, giraffe, struzzi e gazzelle, cerimonie religiose, scene di caccia ed un’infinità di calchi in negativo di mani che l’archeologo tedesco Rudolph Kuper attribuì ad un gruppo di cacciatori-raccoglitori vissuti almeno 8000 anni orsono, i cui discendenti possono essere stati tra i primi coloni della Valle del Nilo quando intorno al 5300 a.C. il territorio cominciò ad inaridirsi e gli abitanti furono costretti a spostarsi ad est e verso sud.
ARTE RUPESTRE NEL DESERTO DEL SINAI: WADI AL-ZOLMA
Nello scorso mese di aprile il Ministero del turismo e dell’antichità egiziano ha annunciato la scoperta a Wadi al-Zolma, nel Sinai settentrionale, a circa 60 km. ad est del Canale di Suez, di una profonda grotta di pietra calcarea risalente al periodo Naqada III, decorata al suo interno con graffiti di stambecchi, struzzi, cammelli, leopardi, mucche e muli. Essa è probabilmente utilizzata ancora oggi dalla gente del posto che vi ricovera il proprio bestiame, così come si desume dal fatto che all’interno vi sono tracce di escrementi animali e di fuochi. Nei pressi della grotta sono venute alla luce le rovine di due edifici circolari in pietra, ma non è ancora possibile affermare che le incisioni siano state realizzati dagli abitanti di quel piccolo insediamento umano. I graffiti costituiscono un unicum per la zona in quanto sono tracciati a bassorilievo e sporgono solo leggermente dalla superficie, in ciò differenziandosi nettamente dallo stile dei rilievi rinvenuti nelle valli del Sinai meridionale, che sono incisi e pigmentati.
Nelle foto il Wadi al-Zolma, la grotta ed alcuni graffiti
Foto di Hesham Hussein
Fonti: Ministry of Tourism and Antiquities on Facebook
Magazines on line: Smithsonianmag.com 1 maggio 2020 by Alex Fox
Sepoltura in doppia giara di terracotta rinvenuta presso il villaggio di Badari (Hememieh, Egitto).
Lo scheletro appartiene ad un maschio adulto, alto circa 180 cm (M. Broadbent, 1995). Londra, Petrie Museum of Egyptian Archaeology.
Il sito di Badari è utilizzato quale riferimento ad una distinta cultura egizia predinastica detta per l’appunto Badariana.
I siti badariani furono scoperti nel 1923 dall’egiziano Ali Suefi e recensiti dagli archeologi inglesi Guy Brunton e Gertrude Caton-Thompson. Si ritiene che la cultura badariana si sia estesa dal 4400 al 4000 a.C., attestandosi quale più antica testimonianza del Neolitico nel Medio Egitto.
Le più rilevanti manifestazioni di arte rupestre in Egitto si trovano nella valle del Nilo e risalgono al periodo compreso tra il 17.000 ed il 15.000 a. C.. La prima zona ad essere esplorata fu la collina di arenaria nubiana di Abu Tanqura Bahari, nei pressi dell’attuale villaggio di El-Hosh a circa 30 chilometri da Edfu, ove nel 2004 – 2007 la missione organizzata dai Musei Reali di arte e storia di Bruxelles diretta da Dirk Huyge rinvenne 35 incisioni di stile naturalistico raffiguranti degli uri, risalenti al 16.000 – 15.000 a.C. Le campagne condotte nei tre anni successivi dallo stesso dott. Huyge con la collaborazione delle università di Yale e Los Angeles, della Australian National University, dell’American University del Cairo e della Gand University nei dintorni del villaggio di Qurta, sito a 40 chilometri a sud di Edfu, hanno permesso di identificare altre 160 singole figure di differenti animali ed altresì di uomini realizzate in parte mediante incisione, in parte mediante martellatura, forse in origine dipinte, la cui età effettiva è stimata tra i 19.000 e i 17.000 anni. Altri petroglifi furono scoperti ancora più a sud, a 12 chilometri da Assuan, nell’area del Wadi Abu Subeira che era un’importante via di comunicazione tra la valle del Nilo, il Deserto Occidentale ed il mar Rosso e che al tempo della realizzazione delle immagini era probabilmente un fiordo collegato al Nilo lungo una decina di chilometri e poco profondo o addirittura un lago alimentato da piogge occasionali ed acque sotterranee formatosi a causa dell’accumulo di sabbia nel punto in cui sfociava nel Nilo. Le raffigurazioni rupestri citate si trovano all’aperto, distribuite sulla superficie di oltre 180 pietre disseminate in quell’area ove millenni più tardi avrebbero regnato i sovrani predinastici d’Egitto e che all’epoca era popolata da gruppi di cacciatori-pescatori con un tipo di economia mista, perfettamente adattata alle zone fluviali e a quelle desertiche. La datazione dei petroglifi è stata effettuata con la tecnica della termoluminescenza OSL (optical stimulated luminescence), che permette di stabilire l’ultima esposizione al sole di una superficie rocciosa poi ricoperta da uno strato di sabbia, stabilendo che essi erano sepolti da 17.000 anni. L’arte rupestre di questi siti, a differenza di quella predinastica che risale al V’ millennio a. C., non rappresenta scene o narrazioni ma è costituita da figure isolate, di dimensioni notevoli (una di esse raggiunge i cm. 180, contro i cm. 50 delle incisioni più tarde), presentate in tutte le direzioni, a volte in pose dinamiche; gli uri sono predominanti, seguiti da uccelli, ippopotami, gazzelle e pesci; inoltre, ci sono immagini stilizzate di figure umane.
Quest’opera predinastica è uno dei capolavori degli inizi dell’arte egizia.
Il manico d’avorio di ippopotamo presenta già alcune delle caratteristiche peculiari dell’arte egizia successiva: su un lato la successione degli eventi si svolge su registri successivi, e mostra la lotta fra due gruppi umani; nei registri in basso i cadaveri si vedono contorti frale navi.
Sull’altro lato un personaggio barbuto in abiti mesopotamici ( probabilmente ispirato da raffigurazioni su sigilli) riflette il tema del genio, o l’eroe, che doma le fiere.
Al di sotto si vedono cani domestici, leoni e stambecchi.Naqada II ( 3800-3200).
Avorio, altezza cm. 25,5.Parigi, Museo del Louvre.
Una successione archeologica è stata strutturata sulla base dei cambiamenti stilistici di ceramiche e altri manufatti provenienti dall’Alto Egitto. Si possono distinguere così diverse fasi del predinastico in ordine cronologico: Badariano (circa 4400-3800 a.C) Amratiano o Naqada I (circa 3800-3650 a.C.) Gerzeano o Naqada II (circa 3650-3400/3300 a. C.) Naqada III (circa 3300-3000 a.C.). A quest’ultimo periodo va attribuita la fase ceramica immediatamente antecedente alla produzione di manufatti tipici dell’età protodinastica. Nel Delta i cambiamenti stilistici intervengono intorno al 3650 a.C. (corrispondente al Naqada II) e sono leggermente successivi a quelli osservabili nell’Alto Egitto. Essi trovano precisi raffronti nei ritrovamenti delle culture Maadi e Buto-Maadi. Manufatti simili sono stati rinvenuti anche presso la necropoli di Ieraconpoli (Alto Egitto), dove però si osservano usi funerari diversi. Nella zona del Delta, gli insiemi di manufatti Maadiani, sono stati recentemente ritrovati a Buto, antichissimo centro di culto e capitale del Delta Occidentale. Ulteriori scavi nel Delta Nord-Orientale, hanno riportato alla luce necropoli con manufatti predinastici. Gli studi approfonditi, condotti sulle ceramiche di Buto, hanno rivelato che gli strati 1 e 2, sono da attribuire all’orizzonte culturale maadiano con l’integrazione di alcuni elementi che rievocano l’ultimo periodo del Naqada II (Naqada II-c), che risalirebbero all’incirca al 3400 a.C. Queste ceramiche non presentano cambiamenti significativi con il passaggio al periodo predinastico. Le forme dei vasi dello strato 3, infine, mostrano forti affinità con quelle tipiche del Naqada II riscontrate nell’Alto Egitto. Nel Delta Orientale, le ceramiche provenienti dalle tombe del sito di Minshat Abu Omar possono essere suddivise in quattro gruppi: il primo, che mostra similitudini con il Naqada IIc-d, il secondo, con caratteristiche corrispondenti al Naqada IIIa2 ed il terzo e quarto con forme ormai molto simili a quelle predinastiche (Narmer-Aha)
Vasellame della cultura di Badari: predinastico antico (badariano), ca. 4500 a.C. Londra, The British Museum. Il vasellame della più antica cultura predinastica dell’Alto Egitto, la cultura di Badari è fra i più pregevoli mai prodotti nell’antico Egitto. Era realizzato completamente a mano e i modelli più diffusi comprendevano ciotole e coppe dal bordo annerito. Nero era anche l’interno. La superficie nera, probabilmente ottenuta mediante cottura su brace ardente in assenza di ossigeno, appare spesso molto lucida. Anche le linee sottili disegnate sulle superfici esterne, come nel caso del più grande dei recipienti qui visibili, erano tipiche della ceramica badariana.
Figura animale. Badariano , osso. Torino, Museo Egizio, acquisto Schiaparelli 1900-1901. Altezza cm. 10,7. Lunghezza cm. 6,8. Statuetta raffigurante un canide, con corpo triangolare reso in modo sommario, muso e orecchie appuntiti, occhio inserito.
Facciamo un salto di alcuni secoli (cinque o sei) per analizzare due reperti del vasellame relativo al periodo Naqada I (3800-3650 a.C.). La prima cosa che salta all’occhio è la presenza massiccia di una decorazione figurativa.
Ciotola: Naqada I ca. 3800-3650 a.C. Argilla a grana fine con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Altezza: cm. 4,5, diametro maggiore: cm. 17, diametro minore cm.14. Torino, Museo Egizio acquistata da Schiaparelli 1900-1901. Presenta all’interno una decorazione comprendente sui lati brevi un cespo e un capride; su ciascun lato lungo un uomo armato di freccia che trascina tre capridi legati. Sul fondo è rappresentato con tutta probabilità un lago con due capanne sulla riva, rese in prospettiva ribaltata e nel mezzo due testuggini viste dall’alto.
Ciotola: Naqada I Argilla con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Altezza: cm. 5,5, diametro: cm. 14. Londra, Petrie Museum. A vasca troncoconica orlo estroflesso e labbro arrotondato. La base è piana. La decorazione della vasca è composta dalle figure di quattro ippopotami che circondano quattro pesci. I corpi degli animali sono campiti con linee a reticolo; un simile motivo orna anche l’orlo interno.
Londra, Petrie Museum: Anforetta, calcare venato e foglia d’oro. Altezza cm: 7,5, diametro cm. 6,7. Naqada II (3650-3300 a.C.). Anforetta a corpo ovoidale e orlo ad anello, ricoperto da foglia d’oro, con labbro arrotondato; in corrispondenza della spalla, due piccole prese a rotella, anch’esse ricoperte da foglia d’oro. L’appoggio è costituito da una base a disco.
Torino, Museo Egizio: Anforetta, argilla marrone rosato a grana fine con decorazione rosso scuro. Acquisto Schiaparelli 1900-1901. Altezza cm. 15,4, diametro massimo cm. 10,4. Naqada II. Vaso a corpo ovoidale e orlo estroflesso. Il corpo presenta una decorazione piuttosto complessa. I disegni, nonostante tentativi di interpretazione differenti, sono comunemente ritenuti rappresentazioni di barche con cabine. Sull’estremità sinistra si riconosce la presenza di un ramo che si incurva verso l’interno. Sotto la barca, una figura stilizzata formata da un elemento verticale che sostiene una forma quadrangolare con i lati concavi posta tra due capanne. Probabilmente si tratta di una bandiera o di un’insegna formata da un palo su cui è tesa una pelle di animale o un drappo decorato. Questo vaso è un esempio del primitivo metodo utilizzato per rendere la sintassi degli oggetti che compongono la scena: disposizione degli elementi in successione verticale, anticipazione del sistema a registri che sarà poi costante durante tutta l’epoca faraonica.
Torino, Museo Egizio: Tavolozza per cosmesi, ardesia larghezza cm. 7,1, lunghezza cm. 14,3. Acquisto Schiaparelli. Naqada II. Tavolozza per cosmesi con corpo ovoidale. Una delle estremità è decorata da due teste di uccello contrapposte collocate a distanza ravvicinata. Si tratta di una delle tipologie più diffuse. Sono riconoscibili il becco e l’occhio delineato con un foro. Al centro, tra il collo dei volatili è posto un foro di sospensione.
Berlino, Aegyptisches Museum: vasi zoomorfi, breccia. Naqada IIc (3300 a.C. circa), breccia. Altezze rispettivamente cm. 18 e cm. 13.Da un contenitore ovoidale sono state ricavate, con forme essenziali, le fisionomie di un ibis e di un pesce. Più insolita e anche più raffinata la raffigurazione della testa di uccello, il cui lungo becco poggia sul collo ripiegato all’indietro. L’interno dei vasi è completamente scavato e le pareti sono estremamente sottili. All’imboccatura del vaso a forma di pesce sono stati ricavati dei fori per l’applicazione di un coperchio. Se ne deduce che il recipiente fosse utilizzato per la conservazione di oli sacri. La varietà di animali raffigurati su tavolozze e vasi preistorici può essere considerata un vera e propria illustrazione degli ambienti naturali della Valle de Nilo. Tali aggetti erano destinati al corredo funebre o alle offerte degli dei.
E veniamo all’ultima carrellata di oggetti che vanno ad illustrare il periodo Naqada III (circa 3300-3000 a.C.). E’ l’ultima fase del processo di formazione dello stato, quella che aprirà le porte all’Egitto dinastico.
Torino, Museo Egizio: Anforetta, alabastro. Altezza cm. 5,5, diametro massimo cm. 4. Provenienza scavi di Hammamiya, Necropoli della pianura: scavi Schiaparelli 1905. Vasetto con corpo ovoidale, orlo estroflesso e labbro piatto, appoggio a disco.
Torino, Museo Egizio: Anforetta,diorite. Altezza cm. 5, diametro della bocca cm. 2,5. Acquisto Schiaparelli. Vasetto con corpo ovoidale, orlo leggermente estroflesso con labbro piatto e piede a disco Lo stato di conservazione è eccellente .
Londra, Petrie Museum: Gioco, calcare. Larghezza cm. 3, Diametro cm. 28,8. Predinastico. Base circolare appartenente ad un gioco detto del “serpente”, dalla forma della tavola che raffigura appunto tale rettile avvolto a spirale. Il corpo dell’animale, ad eccezione della testa e della coda, è suddiviso in caselle rettangolari abbastanza regolari. E’ stato interpretato anche come amuleto con funzioni apotropaiche (che allontana, cioè, influenze maligne).
Berlino: Agyptiches Museum: Pedina da gioco, avorio. Provenienza Umm el Qa’ab (Abydo). Altezza cm. 9. Tardo predinastico, inizi del dinastico (circa 3100-3000 a.C.). Questa piccola torre di avorio, molto probabilmente una pedina da gioco, rappresenta una costruzione utilizzata sia come silo per il grano, sia come struttura difensiva. All’ingresso si accedeva tramite una scala a pioli (forse di corda) che, in caso di attacco nemico poteva essere ritirata. Silos di questo tipo sono riprodotti su sigilli protostorici(relativi cioè a quella fase intermedia tra preistoria e storia vera e propria)e costituiscono una tipologia architettonica non rara degli antichi insediamenti egizi.
Londra, British Museum: frammento di tavolozza commemorativa (Tavolozza della Battaglia).Ardesia grigia. Tardo Predinastico (3200 a.C. circa). Altezza: cm.32,8 Lunghezza: cm. 28,7 Provenienza ignota. La decorazione è realizzata in bassorilievo. Su un verso due gazzelle sono intente a mangiare frutti da una palma; dietro la gazzella, a destra, è un uccello dal becco ricurvo, qualcosa di simile ad una gallina faraona. L’altra faccia presenta una scena di prigionieri e vittime di guerra, queste ultime dilaniate da avvoltoi, corvi e un leone. Si è supposto che il leone rappresentasse il re vittorioso, ma è possibile che si sia voluto semplicemente rappresentare un animale da preda così come per gli avvoltoi. Nella parte superiore del frammento più grande è visibile un prigioniero legato seguito da una figura che indossa una lunga tunica. Il frammento più piccolo presenta due prigionieri accanto alle insegne dell’ibis e del falco. E’ probabile che lo spazio superiore dovesse contenere altre rappresentazioni della battaglia. Sul margine destro dello stesso frammento è visibile una zona circolare circondata da un bordo in rilievo, probabilmente per contenere il cosmetico. Questo splendido oggetto fa parte di una serie di manufatti simili che si diffusero alla fine dell’età predinastica, non più legati a mere pratiche cosmetiche (come era stato in precedenza), ma prodotti per celebrare eventi di rilievo. In quest’ottica, sembra che tali tavolozze venivano offerte in dono ai templi più importanti. I caratteri tipicamente egizi, qui si delineano inequivocabilmente, sebbene siano ancora percepibili influenze mediorientali. L’esemplare più famoso è senz’altro la celeberrima Tavolozza di Narmer, di cui parleremo diffusamente in seguito.