C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE SETI I

Di Piero Cargnino

Dopo meno di due anni di coreggenza col padre Ramses I, Seti-Merenptah (Uomo di Seth-amato da Ptah), figlio della Grande Sposa Reale Sitra, sale al trono, dopo essere stato Sommo Sacerdote di Seth, ed assume il nome regale Menmaatra (Stabile è la Giustizia di Ra).

Non è chiara la ragione per cui un faraone abbia assunto il nome di Seth, il nome di questa divinità non veniva più usato fin dalla II dinastia anche se il suo culto è sempre stato diffuso nel Delta. E’ un uomo nel pieno vigore fisico ed intenzionato a riportare l’Egitto ai fasti del passato superando quel che ancora restava dell’eresia  amarniana. Al trono con lui sale anche la sua Grande Sposa Reale Tuya di provenienza non regale ma figlia di un generale dell’esercito.

La durata del regno di Seti I non è ben definita ed è oggetto di varie interpretazioni, Manetone, che lo considera il fondatore della XIX dinastia, gli assegna una durata improponibile di 55 anni. Come per i suoi predecessori il compito maggiore consisteva nel ripristinare la sovranità egizia in Asia, in modo particolare nella terra di Canaan ed in Siria, territori considerati appetibili dall’espansionismo ittita. E’ curioso notare quanto la volontà di tornare ai vecchi dei si riscontri nella titolatura di questo faraone che per esteso è: Menmaatra Seti-Merenptah dove vengono citati Ra, Ptah, Amon e Seth, questo anche per ridimensionare in parte l’eccessivo potere che il clero di Amon di Karnak vantava prima della rivoluzione religiosa di Akhenaton e riaffermare il primato teologico del dio Ra.

Seti I si dedicò in modo particolare all’attività edilizia, le sue opere più importanti furono, tra le altre il completamento della grande Sala Ipostila a Karnak ed il suo tempio funerario ad Abydos sulle cui pareti volle realizzare l’importante rilievo, noto col nome di “Lista Reale di Abydos” dove lui rende omaggio a 76 suoi predecessori a partire da Narmer, estremamente utile come fonte per ricostruire la cronologia dei sovrani egizi.

Fece costruire numerosi obelischi in onore di Ra nel tempio di Eliopoli, uno di questi è il famoso “obelisco flaminio”, alto 26 metri,  completato poi dal figlio Ramses II, e che oggi svetta in Piazza del Popolo a Roma dove venne fatto portare dall’imperatore Augusto nel 10 a.C.. Su un lato compare un’iscrizione dove si afferma:

Certamente non trascurò la politica estera dove era necessario riportare un po’ d’ordine. Dalle scene di battaglia che ancora oggi possiamo ammirare, scolpite sulla parete esterna settentrionale della Grande Sala Ipostila a Karnak e su numerose stele, apprendiamo delle numerose campagne militari condotte in Medio Oriente, principalmente a Canaan, in Libia e in Nubia.

Fin dal primo anno di regno Seti I si dedicò a ristabilire la sovranità egizia ripristinando la “Via di Horus”, strada che, partendo dalla fortezza di Tjaru, all’estremità orientale del Delta, terminava in Palestina, nei rilievi del tempio di Karnak sono ben dettagliate le numerose fortezze e pozzi che costellavano la strada. Durante il percorso attraverso il Sinai vennero debellati i riottosi beduini detti Shasu, entrando in Canaan pretese tributi dalle varie Città-Stato presso le quali ebbe modo di soffermarsi. Non fu così per alcune altre, come Beir She’an e Yenoam contro le quali Seti I non partecipò direttamente ma inviò solo le sue truppe. La spedizione proseguì poi fino al Libano dove i sovrani locali si sottomisero cedendo come tributo una ingente quantità di legno di cedro. Tornato in patria Seti I si rivolse contro le tribù libiche dei Tehenu, dei Libu e dei Mashuash che premevano ai confini creando non pochi problemi, e li sconfisse. Durante l’ottavo anno di regno dovette inviare l’esercito per reprimere una rivolta in Nubia, non si recò egli stesso ma potrebbe averlo fatto come comandante il figlio, futuro Ramses II.

Il pericolo maggiore però arrivava dalla Siria, nonostante il trattato di pace stipulato a suo tempo dai sovrani ittiti con Amenhotep III e siglato con matrimoni reali, ultimo quello di Tadukhipa con Amenhotep III. Il trattato prevedeva il riconoscimento da parte ittita dei diritti egiziani sul regno di Amurru, sulla valle dell’Oronte e sulla città di Kadesh ottenendo in cambio la rinuncia da parte egiziana dei territori dei Mitanni conquistati da Tutmosi III.

Per fronteggiare la minaccia degli ittiti che erano avanzati in territorio egiziano, Seti I intraprese una campagna militare con la quale conseguì qualche successo arrivando a riconquistare il regno di Amurru e, anche se per poco, la città di Kadesh sulla quale ormai non aveva più alcuna influenza a causa della politica inetta di Akhenaton, impresa che non era riuscita a Tutankhamon ed a Horemheb. Per celebrare l’impresa Seti i fece erigere una stele dedicata agli dei Amon, Seth e Montu. I frutti della vittoria non durarono però a lungo, gli ittiti si ripresero presto Kadesh e Amurru a causa dell’impossibilità, o dell’incapacità da parte egizia di mantenere un congruo contingente militare in zona. A causa di ciò non è da escludere che sia stato raggiunto un accordo tra Seti I e Muwatalli II col quale vennero ridisegnati i confini. Ci proverà poi, ma senza successo, il figlio Ramses II a riconquistare Kadesh cinque anni dopo la morte di Seti I.

Per quanto riguarda le vittoriose campagne militari di Seti I ci sarebbe da avanzare qualche dubbio, come di consueto nei riguardi dei faraoni che sono molto propensi a glorificare i propri meriti magari usurpando quelli degli altri. Dagli studi effettuati sulle “lettere di Amarna” in un primo momento si pensò che con il regno di Akhenaton l’Egitto fosse sprofondato nel caos privo della fermezza di un sovrano che avesse polso. In realtà le cose non andarono proprio così, certo che per il faraone eretico esisteva quasi solo la religione dell’Aton e lui personalmente non seguiva molto i fatti dell’impero, meno che mai Tutankhamon, c’è da dire però che i suoi predecessori avevano creato una amministrazione statale molto efficiente che provvedeva alla gestione degli interessi dello stato anche senza precise direttive del sovrano.  

Oggi sono stati condotti studi più approfonditi per cui gli egittologi non credono che la politica di Akhenaton abbia portato alla perdita dell’impero, se si escludono quei pochi territori poi riconquistati da Seti I. Sicuramente Seti I, come molti altri prima e dopo di lui, ha fatto costruire monumenti anche importanti (alcuni li ha usurpati), riempiendoli di rilievi ed iscrizioni nelle quali vantava anche meriti non propriamente suoi o esagerando i suoi.

Secondo alcuni Seti I nominò il figlio Ramses coreggente intorno al suo nono anno di regno ma al riguardo non esistono fonti certe. L’egittologo canadese Peter J. Brand non crede che i rilievi presenti in vari templi di Karnak, Gurna e Abydos, dove sono raffigurati insieme Seti I e il figlio Ramses II, siano significativi per suffragare la coreggenza tra i due in quanto la maggior parte di essi vennero realizzati per volere di Ramses II dopo la morte di Seti I.

Sulla coreggenza o meno si sono espressi diversi egittologi tra cui William Murnane e Kenneth Kitchen e molti altri; In conclusione una coreggenza appare assai improbabile se fanno testo due importanti descrizioni che compaiono nel tempio di Abydos e su di una stele commemorativa a Kuban nelle quali Ramses II è sempre descritto come principe e non come coreggente, nelle iscrizioni sono riportati, oltre ai vari titoli militari, il titolo di “Primogenito del re” e “Principe ereditario ed Erede”.

Alla sua morte Seti I fu sepolto nella Valle dei Re in quella che oggi è chiamata KV17, (Tomba Belzoni). Questa fu scoperta per l’appunto da Giovanni Battista Belzoni nel 1817 mentre lavorava per Henry Salt. Alessandro Ricci, che lavorava con Belzoni, fu il primo a disegnare i rilievi della tomba che venne attribuita ad un ipotetico re Psammuthis.

Con la decifrazione dei geroglifici ad opera di Champollion nel 1822 si scoprì che apparteneva a Seti I. La tomba fu sottoposta a numerosi lavori di restauro e conservazione prima da Burton, poi da Rosellini e da Carter ed infine da Barsanti. Dal 1979 fino al 2000 è stata oggetto di mappatura, rilievi epigrafici e ad ulteriori lavori di conservazione e restauro.

Lunga 136 metri è la più profonda di tutte quelle del Nuovo Regno, è la prima che presenta tutte le pareti completamente decorate con bassorilievi e pitture dai colori molto vivaci. In essa compaiono per intero i testi del libro dell'”Amduat” e le “Litanie di Ra” oltre alla rappresentazione di molti dei, tra cui Hathor, Osiride, Ptah, Nefertum e Iside.

Le successive tombe del Nuovo Regno cercarono sempre di imitarla. Il sarcofago di Seti I è ricavato da un unico imponente blocco di alabastro decorato con rilievi in ogni sua parte, all’interno si trova un’immagine della dea Nut che avvolge il corpo del faraone.

Sulla parte esterna del sarcofago è inciso parte del “Libro delle Porte” oltre ad un testo sul viaggio notturno di Ra nell’oltretomba. Nel 1825 il sarcofago venne acquistato da Sir Soane del “Jhon Soane Museum”, dove si trova tutt’ora, era completamente bianco ma col tempo, a causa del clima e dell’inquinamento di Londra, ha assunto un colore bruno più scuro perdendo anche alcune decorazioni.

La mummia di Seti I, come quelle di altri faraoni, venne trasportata nella cachette di Deir el-Bahari dove fu rinvenuta nel 1881 e riconosciuta grazie al fatto che il suo nome era inscritto sul coperchio del sarcofago; traslata al Museo Egizio del Cairo fu sbendata da Gaston Maspero nel 1886. Gli esami condotti sulla mummia, che si trova in ottime condizioni, hanno rivelato che all’atto della morte Seti I non aveva ancora cinquant’anni.

Subito apparve una stranezza, forse a causa di una disattenzione degli imbalsamatori, il cuore, che la prassi prevedeva che fosse rimosso, mummificato e poi rimesso al suo posto, si trovava nella parte destra del torace anziché in quella sinistra.

La mummia, lunga 170 cm era talmente ben conservata che sbendandola Maspero ebbe a dire:

Prima di addentrarci nel grande tempio di Seti I ad Abydos vorrei parlare di una curiosità, il tempio racchiude una delle più enigmatiche raffigurazioni che rappresenta una manna per i più accaniti fanta-egittologi pieni di fantasia aliena sulla quale sono stati spesi fiumi di libri di fantarcheologia.

La scena in questione rappresenta un insieme molto confuso di glifi e geroglifici ai quali non è stato possibile dare una spiegazione pratica anche se studiosi esperti hanno chiarito quale mistero si cela dietro questi strani geroglifici. Certamente per alcuni esistono ancora molti dubbi ma la spiegazione data appare attendibile e fondata su basi concrete. Certo che se osservate in modo del tutto spontaneo vi trovate di fronte alla rappresentazione di quali armi disponeva l’esercito di Seti I, aerei a reazione, sottomarini, e persino elicotteri e, se vogliamo pure degli UFO.

Il tempio non è stato completato durante il ciclo di vita di Seti I, ma da suo figlio, Ramesses II, all’inizio del suo regno. Il lavoro fatto eseguire da Ramesses II è di qualità nettamente inferiore a quello di suo padre, lo si capisce dal lavoro scadente effettuato nelle varie modifiche apportate al tempio. Come risultato di questo “scadente” lavoro, alcuni iscrizioni sono state cesellate e riscolpite in fretta, utilizzando il gesso in alcuni casi solo per rintonacare le iscrizioni superflue, intonacature che ovviamente nei millenni si sono sbriciolate o seccate, facendo riaffiorare dalla pietra i vecchi geroglifici che si confondono con i nuovi.

Una spiegazione dettagliata di questi strani geroglifici QUI

A questo punto va detto che nulla di simile è mai stato riscontrato in nessun altro tempio, piramide o strutture presenti in Egitto. Pensare a soluzioni aliene o a civiltà precedenti appare comunque del tutto fuori luogo in quanto se tali glifi volessero proprio rappresentare i mezzi tecnologici a cui assomigliano il contesto in cui sono inseriti non permette la ricostruzione di una frase a senso compiuto. Il mondo accademico da come spiegazione che tale rappresentazione è solo frutto della casualità. “Omnes cogitant quod volunt”.

LA TOMBA KV17

Soffermiamoci ad ammirare la stupenda tomba di Seti I, la KV17 nella Valle dei Re, ne vale la pena.

Purtroppo Belzoni, per agevolare l’ingresso alla parte ipogea, fece scavare un profondo pozzo verticale quasi all’inizio dell’ingresso della tomba, questo riempiendosi d’acqua causò numerose inondazioni alle quali lo stesso Belzoni cercò di porvi rimedio innalzando un muro, la cosa però si rivelò inutile. Il tutto, con l’umidità, causò un’escursione termica che con la dilatazione delle rocce provocò parecchi crolli dell’intonaco dipinto. Come se ciò non bastasse, l’inesperienza delle tecniche di restauro in auge a quei tempi portò Belzoni e Wilkinson a cercare di ravvivare i colori parietali per mezzo di spugnature umide, cosa che fecero pure i visitatori della tomba in assenza di controlli. A questi danni se ne aggiunsero altri causati da interventi maldestri di ricercatori, spesso anche malintenzionati, che distrussero parti di intonaco affrescato nel tentativo di cercare altre camere nascoste, senza contare poi quelli che strapparono letteralmente parti di intonaco per portarseli via.

Oggi le pareti si presentano alquanto sbiadite e, per evitare di danneggiare ulteriormente i dipinti, con il vapore acqueo causato dalla respirazione dei molti visitatori la tomba è stata chiusa al pubblico per oltre dieci anni, dopo gli opportuni interventi il 1 novembre 2016 è stata riaperta contemporaneamente a quella di Nefertari.

Fortunatamente nel 1825 intervenne l’egittologo James Burton che dette inizio ad importanti lavori di protezione e consolidamento della tomba, fece erigere un nuovo muro di fronte all’ingresso riuscendo questa volta ad impedire ulteriori inondazioni, fece svuotare il pozzo verticale di Belzoni ed installò una robusta porta all’ingresso.

Gli interventi di Burton ottennero i risultati sperati e da allora la tomba KV17 non ha subito ulteriori inondazioni limitando così i danni. Sulla tomba tornò anche Carter, nella campagna del 1902-1903, durante la quale svolse numerosi lavori di restauro e consolidamento (in modo particolare nella camera funeraria) dove tentò, purtroppo senza successo, di sanare alcune crepe che si erano aperte nelle pareti.

<< Seguite sulla planimetria la descrizione della tomba >>.

Planimetria schematica della tomba KV17 della Valle dei Re – (dis. di Hotepibre)

L’ingresso avviene attraverso una breve scala (a) che sbuca in un corridoio in forte pendenza (b), questo termina in una nuova scala che da accesso ad un nuovo corridoio (c), anch’esso in pendenza che porta ad un pozzo verticale (d) profondo circa 6 metri. Superato il pozzo si accede ad una camera (e) con quattro pilastri delle dimensioni di 8 x 8 metri circa, da questa si accede ad una seconda camera (f), grande come la precedente, con due pilastri. Sulla sinistra della camera (e), tramite una scala che sbuca in un corridoio (g), dal quale si diparte un’ulteriore scala (h) si raggiunge l’anticamera (i) e da qui la camera funeraria (j) che si presenta su due livelli mentre sei pilastri sostengono l’imponente soffitto a volta.

Alla sinistra della camera funeraria si trova ancora una camera (m) con due pilastri mentre sul lato posteriore si trova una camera (n) con quattro pilastri disposta ortogonalmente rispetto all’asse principale della tomba. Quasi al centro del lato posteriore si estende uno scavo non rifinito, da qui si raggiunge una scala male intagliata nella roccia che prosegue attraverso un profondo budello (o) che prosegue nella Valle per oltre 150 metri.

Nel 2007 si è tentato di sgomberare il tunnel dalle macerie per accertarsi se si trovavano altri locali con esito negativo, dopo 150 metri il tunnel si interrompe bruscamente.

La tomba di Seti I viene altresì chiamata la “Cappella Sistina egiziana” in quanto è l’unica tomba della Valle dei Re ad avere tutte le pareti dei corridoi e delle camere interamente ricoperte di decorazioni, inoltre in essa sono contenuti tutti i testi religiosi relativi al culto del defunto.

Le decorazioni sono state eseguite con maestria inusuale, è la prima volta che le “Litanie di Ra” ed i capitoli del “Libro dell’Amduat” non vengono rappresentati nella camera funeraria ma solo sulle pareti dell’ingresso e dei primi due corridoi. Anche le pareti del pozzo sono decorate con immagini di Seti I in compagnia di divinità.

La camera (e) presenta capitoli del “Libro delle Porte” (descrizione della quinta ora) oltre ad una cappella dedicata a Osiride. Le pareti della camera (f), che Belzoni chiamò “Sala dei disegni”, sono per l’appunto ricoperte da disegni incompleti, mai terminati, che si riferiscono alle ore Nona, Decima e Undicesima dell’Amduat oltre a Seti I in compagnia di Ra-Horakhti.

Nel corridoio (g) e nel passaggio (h) è riportata la classica cerimonia dell’apertura della bocca e degli occhi mentre nell’anticamera (i) sono rappresentate molte divinità. La camera funeraria (j) presenta uno splendido soffitto a volta decorato con la volta blu intenso, gli astri e le più importanti costellazioni sono dipinte di un giallo pallido che spicca sul blu del soffitto.

Sulla pareti compaiono i testi del “Libro delle Porte” e di quello dell'”Amduat” dove è descritto il viaggio della barca solare di Ra, numerose altre divinità tra cui Anubi intento a praticare l’apertura della bocca con il dio Osiride. Interessanti anche le decorazioni dell’annesso (k) dove, nella Quarta ora del Libro delle Porte, alcuni geni minori mantengono vivo il fuoco dei “Pozzi Ardenti” dove finiscono i dannati.

Come abbiamo detto all’interno della camera funeraria si trovava il sarcofago di alabastro con una particolarità quasi unica nel suo genere, le sue pareti sono spesse solo 5 centimetri attraverso le quali filtra la luce. Al contrario il coperchio è spesso 30 centimetri e venne rinvenuto spezzato dai saccheggiatori. All’interno si trovavano parecchi oggetti, o parti di essi, tra cui degli ushabty in legno alti 1 metro, tutti i reperti si trovano oggi al Sir John Soane’s Museum di Londra.

In uno dei locali, all’interno della tomba, è stata trovata la mummia di un toro cosa che gli è valso anche il nome di “Tomba di Api”. Di Seti I è stata rinvenuta un’altra tomba ad Abydos la cui struttura ricorda quella della KV17, si tratta di un cenotafio al centro del quale si trova una vera e propria isola circondata dall’acqua, sull’isola è situato un falso sarcofago. Simbolica associazione al mito di Osiride ed alle forze primeve della creazione. Questa realizzazione ha fatto sorgere il dubbio che il profondo tunnel della KV17 sia stato realizzato allo scopo di intercettare l’acqua dal sottosuolo.  

Di grande interesse il tempio funerario di Seti I, che si trova più a nord di ogni altro tempio, purtroppo è assai lontano dalle mete più frequentate dai turisti, il faraone lo dedicò, oltre che ad Amon, al proprio padre, Ramses I.

Al contrario del figlio Ramesse II o della regina Hatshepsut, col tempo la fama di Seti I svanì (e non poteva essere diversamente con un figlio come Rsmses II), ed anche il suo tempio cadde nell’oblio, un vero peccato perché il tempio si presenta di una bellezza veramente ammirevole dove il turista si trova immerso nell’epoca del faraone.

Seti non fece in tempo a vedere finito il suo tempio perché morì prima ma il figlio amorevolmente lo fece completare. La parte esterna, ormai in rovina, non rende merito alla parte interna, le sale e le anticamere del tempio principale sono ben conservate così come alcuni dei rilievi molto interessanti dove Seti I ed il figlio Ramses II sono rappresentati insieme nell’atto di porgere offerte ad Amon.

Come detto in precedenza, il tempio racchiude la famosa lista reale che Seti I volle per venerare gli antichi sovrani la cui necropoli si trovava presso le sue mura e conteneva sia le tombe che i cenotafi dei suoi predecessori.

Sette cappelle, con soffitti a volta, presentano sulle pareti dettagliati rilievi che mantengono ancora una vivace colorazione, queste fanno parte del tempio ed erano destinate al culto del re e dei principali dei tra i quali Ptah e Amon. In fondo ad ognuna di esse è presente una falsa-porta, tranne in quella di Osiride che possiede una vera porta che da accesso a una serie di santuari interni.

Nella parte posteriore si trovano grandi stanze dedicate al culto di Osiride. In origine il tempio misurava 180 metri di lunghezza, oggi purtroppo la maestosità di questo monumento è appena percettibile in confronto alla sua antica grandezza, in buono stato si trovano attualmente circa 80 metri per una larghezza di circa 120 metri.

Il pilone d’ingresso e i due cortili anteriori del tempio, da cui oggi si accede attraverso un portico che immette direttamente nelle due sale ipostile, sono quasi del tutto ridotti in rovina. La seconda sala ipostila è collegata all’ala sud del tempio tramite un lungo corridoio che riporta, su una parete un interessante rilievo finemente lavorato dove compare Sethi I che, con il figlio Ramesse II,  stanno catturando un toro con una corda, la parete di fronte riporta la famosa “Lista dei Re”.

Facciamo ora un giro dietro al tempio e ci troviamo di fronte ad un’altra imponente costruzione religiosa, l’Osireion. Considerato uno dei più importanti monumenti sepolcrali, desta ancora oggi molte perplessità, non tutti concordano sul fatto che a farlo costruire sia stato proprio Seti I, la datazione è tutt’ora incerta e sono tante le ipotesi avanzate che si alimentano delle leggende legate al mito di Osiride (1).

Si ritiene che sia stato edificato nel luogo dove veniva custodita la testa di Osiride, era il centro religioso più importante dove si celebravano i cosiddetti “Misteri Osiriaci”, allo scopo venne utilizzata l’acqua perché secondo la leggenda il dio era stato sepolto su un’isola.

L’Osireion si raggiunge tramite una scala che parte dal tempio di Seti I ed è costituito da una estesa struttura in superficie, situata a circa 15 metri sotto il livello del tempio, e da un’ampia struttura sotterranea. Oggi purtroppo è per meta sepolto e in gran parte inaccessibile a causa delle infiltrazioni di acqua.

L’imponente struttura sotterranea, in parte sommersa dall’acqua, è costruita con enormi monoliti in granito rosa ed arenaria, alti da 4 a 8 metri, larghi circa 2,40 metri e con un peso medio da 100 a 200 tonnellate, lisci e perfettamente levigati incastrati e soprapposti con una precisione di altissimo livello tecnologico, non c’è traccia di malta o cemento, i blocchi sono assemblati tra loro solo con del fango; cosa che si riscontra solo in un altro posto in tutto l’Egitto, il tempio della Sfinge a Giza.

L’Osireion venne scoperto agli inizi del ‘900 dalla spedizione archeologica guidata dall’egittologo Flinders Petries, coadiuvato dalla dott.ssa Margaret Murray e per un certo periodo di tempo venne considerata da alcuni egittologi come l’ipogeo di Seti I, questo perché nel 1929 l’egittologo Henry Frankfort, docente presso l’Università di Londra, rinvenne un frammento di terracotta che riportava incisa la frase “Seti è al servizio di Osiride”.

Le pareti sono completamente prive di incisioni e geroglifici, su alcuni pilastri compaiono raffigurazioni di navi con le vele ammainate ed eccezionalmente il “Fiore della Vita”, un simbolo che troviamo in tutte le antiche culture del mondo.

A rendere ancora più affascinante il mistero che avvolge questa meravigliosa costruzione, è il riscontrare che il livello di perfezione con cui le pietre sono incastrate l’una con l’altra è inferiore al margine di errore ammesso oggi nel calcolo delle migliori autostrade moderne. Molti blocchi sono stati fissati con cambrette di metallo (bronzo?), metodo che veniva utilizzato in tutto il mondo, sono state rinvenute per la prima volta dagli archeologi dopo gli scavi condotti nella storica città greca di Delfi, sede del famoso oracolo.

(1) – Il Mito di Osiride  –  (per chi ancora non lo conosce)

Osiride e Seth erano figli del dio della terra Geb e della dea del cielo Nut. Osiride sposò la sorella Iside. Tra i due fratelli sorse una rivalità per cui Seth decise di uccidere suo fratello Osiride. Costruì un sarcofago e durante una festa disse che lo regalava a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Osiride cadde nell’inganno e appena entrò nel sarcofago Seth lo chiuse dentro e lo gettò nel Nilo. Il sarcofago scese lungo il fiume e raggiunse il mare dove si fermò a Biblo, qui si incastrò in una acacia e col tempo ne venne avvolto. Iside, dopo molte peripezie, venne in possesso del corpo di Osiride, cercando di rianimarlo rimase fecondata ed al momento giusto partorì Horo. Un giorno però Seth trovò il corpo di Osiride e si infuriò a tal punto che lo tagliò in vari pezzi che disperse per tutto l’Egitto. Iside ritrovò tutti i pezzi (con l’eccezione del fallo, mangiato da un pesce gatto) e lo ricompose. Con l’aiuto della sorella Nefti lo riportò in vita usando i suoi poteri magici. Osiride però non poteva più vivere sulla terra quindi diventò il re dei morti. Un’altra versione narra che Iside non trovò i pezzi in cui fu sezionato Osiride ma questi furono trovati dagli egizi che provvidero ad innalzare un tempio su ciascuno dei pezzi del dio. La storia è stata tramandata come mito per millenni tanto da essere ritenuta una realtà; è quindi giustificato pensare che per gli antichi egizi l’Osireion custodisse la reliquia più importante del dio.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Murray Margaret, “The Osirion at Abydos”, British School of Egyptian Archeology, Londra, 1904.
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”,  Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004)

(Le foto sono dell’amico Giuseppe Fornara che ringrazio vivamente)

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IL FARAONE RAMSES I

Di Piero Cargnino

Verso la fine del suo regno, in assenza di eredi, Horemheb decise di associarsi al trono il vecchio generale Pramesse, futuro Ramses I che designò quale suo successore. Fu una scelta fortunata poiché da quella scelta sorsero poi i grandi faraoni quali Seti I e Ramses II, niente male come inizio della XIX dinastia.

Certo, Pramesse non era di sangue reale, d’altronde non lo era neppure Horemheb, proveniva comunque da una famiglia aristocratica di stirpe guerriera originaria del Delta, probabilmente da Avaris (la città degli Hyksos) dove veniva adorato il dio Seth.

Secondo l’egittologo scozzese Kenneth Kitchen sarebbe nato pochi anni prima di Tuthankhamon, il padre era un comandante dell’esercito, capo degli ardieri, di nome Seti, fratello dell’ufficiale Khaemuaset la cui moglie, Tamuadjesi, parente del viceré di Kush, era a capo dell’harem di Amon. Questo per capire che Horemheb non aveva scelto a caso, ma si era rivolto ad un personaggio di alto lignaggio elevandolo al rango di visir.

L’elenco delle prestigiose cariche che ricoprì Pramesse, prima di diventare Ramses, non è cosa da poco:

Salendo sul trono delle Due Terre, Pramesse, mutò il suo nome in Ramses, si dotò del nome regale di Menpehtira (Ra è durevole di forza), consapevole, forse, che sarebbe stato il capostipite di una dinastia che avrebbe dovuto riportare l’Egitto alla sua grandezza, nella scelta del suo nome regale cercò di imitare il titolo del grande Ahmose, fondatore della XVIII dinastia, il cui nome, Nebpehtira significa “Ra è Signore della forza”, mantenendo anche il nome di Ramses (Ra lo ha generato).

Trovandosi in età già avanzata designò come principe ereditario e successore il proprio figlio Seti avuto dalla Grande Sposa Reale Sitra.

Ramses I non godette a lungo del potere regale, Manetone, secondo Giuseppe Flavio, gli assegna un anno e quattro mesi, durata che non si scosta di molto da quella indicata sull’unica stele datata, proveniente da Wadi Halfa, che riporta la data dell'”anno 2, II peret, giorno 20″, dove Ramses I ordina di inviare provviste ai sacerdoti di Ptah a Buhen e di edificare una cappella ad Abydos. Ma pare che la stele non sia stata eretta da Ramses I bensì dal figlio Seti I che ne collocò un’altra vicina con la data del primo anno del proprio regno.

Durante il suo regno si resero necessarie numerose spedizioni militari in Siria a causa dei ripetuti tentativi da parte delle popolazioni locali di riconquistare i loro possedimenti. Non si hanno altre notizie della sua politica estera come sono scarse quelle di politica interna, da alcuni rilievi riportanti il suo nome, presenti sul secondo pilone del tempio di Karnak, si potrebbe pensare che abbia in qualche modo contribuito al completamento della trasformazione del cortile aperto di Horemheb nella grande Sala Ipostila del tempio.

Il suo regno fu così breve che ne risentì anche la sua tomba che si presenta assai piccola e rifinita frettolosamente. Identificata come KV16 nella Valle dei Re, la tomba fu scoperta da Belzoni nel 1817, si presenta incompleta, consiste in due scalinate molto ripide che terminano in un corridoio attraverso il quale si raggiunge l’anticamera incompleta.

Alcuni vani laterali sono stati scavati frettolosamente per consentire di deporvi il corredo funebre, i muri non contengono rilievi ma sono semplicemente lisciati e decorati con scene che rappresentano il sovrano che viene accolto dalle divinità oltre ad alcuni brani di testi funerari.

Il sarcofago in granito rosso è molto grande ma incompleto, è ricoperto con testi sacri dipinti in giallo ma non incisi.

La sua mummia venne traslata nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) durante il regno del faraone Siamon nel 970 a.C., come quelle di altri faraoni per preservarle dalle razzie ormai endemiche nella Valle dei Re. Nel 1871 la mummia fu illegalmente rubata dalla famiglia Abd el-Rassul e venduta al mercato di Luxor per 7 sterline a James Douglas, dopo vari passaggi finì in Canada per essere poi esposta al Museo di Niagara Falls senza che alcuno sapesse il suo valore e a chi apparteneva. Nel 1999 si riuscì a stabilire che la mummia era del Faraone Ramses I e venne ceduta per due milioni di dollari al Museo “Michael C. Carlos” di Atlanta. Nel 2003, la mummia venne restituita all’Egitto con un atto di donazione firmato dall’allora segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, il dott. Zahi Hawass. Dopo un temporaneo soggiorno al Museo del Cairo, venne trasferita al Museo di Luxor dove, dopo 130 anni può riposare nella sua terra natia.

Parlando della XIX dinastia in generale abbiamo citato che alcuni collocano il periodo narrato nella Bibbia come la schiavitù e l’esodo degli ebrei dall’Egitto in questo periodo e, più precisamente identificano in Ramses I il “Faraone dell’oppressione” citato nell’Esodo come colui che rende schiavo il popolo d’Israele. Oggi la maggioranza degli studiosi ritiene che l’episodio della schiavitù e dell’esodo faccia parte di una letteratura immaginaria enfatizzata dai sacerdoti ebrei nel periodo della deportazione a Babilonia per creare un passato storico-religioso al popolo giudeo che ritornava a Gerusalemme.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997 
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

ERNESTO SCHIAPARELLI  –  LA  TOMBA DI KHA E MERIT

Di Piero Cargnino

Sull’argomento vedi anche: LA TOMBA DI KHA E MERIT

La XVIII dinastia è finita, prima però di addentrarmi nella XIX vorrei parlare, con una sorta di campanilismo, di un gioiello che possediamo qui al Museo Egizio di Torino, l’unica tomba egizia mai saccheggiata nell’antichità, (quella di Tutankhamon era già stata profanata nell’antichità), la tomba di Kha e di sua moglie Merit, (TT8).

Già scopritore della tomba di Nefertari, moglie di Ramses II nel 1904, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine, l’egittologo piemontese, allora direttore del Museo Egizio di Torino, Ernesto Schiaparelli,  nel 1906, scavando nella necropoli di Deir el-Medina, scopre la tomba dell’architetto reale Kha, perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario che fu portato interamente a Torino dove si trova tutt’ora.

L’architetto Kha era di umili origini anche se parlare di umili origini in quel tempo è perlomeno improprio. Nell’antico Egitto non esisteva una vera e propria distinzione in classi sociali ed economiche, pare che i cittadini vivessero sì su livelli diversi ma con una numerosa classe media.

Grazie ai suoi meriti divenne prima scriba (come riportato su due dei suoi bastoni da passeggio), arrivando a ricoprire l’incarico di supervisore alla costruzione delle tombe reali nella necropoli di Tebe.

Prestò servizio principalmente alla corte del faraone Amenhotep III ma aveva già svolto incarichi sotto Amenhotep II e Thutmosi IV (circa vent’anni prima di Tutankhamon). Direttore dei Lavori Reali, certamente non apparteneva ad un livello molto basso nella scala sociale, basta pensare che a quei tempi il costo di un semplice sarcofago era pari al costo di una mucca e nella tomba di Kha i sarcofagi erano ben cinque (inseriti gli uni negli altri), si deduce che doveva godere di una certa agiatezza.

Certo che alcuni di questi sarcofagi sono dorati ma la doratura è talmente sottile (10-11 micron) che tutto l’oro che li ricopre complessivamente è pari a quella di un dente d’oro. Stessa cosa si può dire per il lino che era un materiale costoso, nella tomba di Kha ne erano contenute grandi quantità oltre a numerosi abiti e biancheria, quasi tutta ricamata con il suo monogramma.

Parlando della scoperta, Schiaparelli racconta che la porta era così ben conservata che, al momento di entrare chiese la chiave al suo domestico il quale molto seriamente gli rispose: “Non so dove sia signore”. Lo spettacolo che si presentò all’interno lasciò l’egittologo senza fiato.

Due enormi sarcofagi in legno laccati di nero e coperti da teli per ripararli dalla polvere, uno lungo la parete di fondo e l’altro, un po’ più piccolo lungo la parete di destra.

Dai suoi attrezzi, trovati nella tomba, si nota che sono tutti piuttosto consumati, da ciò si deduce che oltre che supervisore fosse anche lui un lavoratore che si mescolava agli altri artigiani, forse fu per una forma di “rispetto professionale” che la sua tomba non fu mai violata dai suoi contemporanei.

Sicuramente era una persona molto scaltra poiché costruì la sua tomba in un luogo nascosto a circa 25 metri dalla cappella funerari di famiglia sotto la quale ci si aspettava che si trovasse. Talmente nascosta che neppure alcuni secoli dopo, quando le violazioni erano un fatto quotidiano, la sua tomba era ormai dimenticata ed introvabile.

Kha iniziò a costruire la sua tomba con il relativo sarcofago parecchio prima di morire, disgraziatamente sua moglie Merit gli premorì, fu così che Kha gli cedette il suo sarcofago.

Il fatto che per Merit sia stato usato il sarcofago giù predisposto per Kha e riadattato è così evidente che essendo Merit parecchio più piccola, onde evitare che il corpo potesse spostarsi, vennero posti dei rotoli di bendaggio sopra il capo della mummia (vedere la foto).

Una volta aperto il sarcofago di Merit apparve un secondo sarcofago antropomorfo in legno stuccato, bitumato e con doratura a foglia. Secondo Schiaparelli Merit era collocata sul fianco sinistro, tesi che cozza con le foto dell’epoca che la mostrano distesa sulla schiena e con il fatto che la mummia non presenta malformazioni, che si sarebbero prodotte col tempo, che denotino la sua collocazione sul fianco.

Meravigliosa la maschera funebre di Merit in lino stuccato con doratura a foglia e con inseriti di pietre preziose e vetro colorato.

Il sarcofago esterno di Kha è simile a quello di Merit ma molto più massiccio.

Al suo interno si trova un secondo sarcofago antropomorfo in legno dorato e bitumato. Il secondo sarcofago ne conteneva un terzo, sempre antropomorfo ed anch’esso in legno stuccato e dorato, bitumato all’interno.

Sul secondo sarcofago di Kha venne rinvenuto, piegato senza molta cura, il suo  libro dei morti. Un enorme papiro lungo 13,80 mt. contenente oltre 30 capitoli destinati anche alla consorte.

Le mummie sono in ottimo stato di conservazione all’interno dei loro sarcofagi e raramente vengono messe in mostra.

All’interno della tomba di dimensioni modeste trovavano posto, alla rinfusa (lo si vede dalle foto originarie), circa 500 oggetti che avrebbero dovuto servire a Kha e sua moglie Merit nell’aldilà.

Oltre agli immancabili vasi canopi, una serie di mobili, tra cui due letti con poggiatesta, vari cofanetti che risultarono pieni di biancheria di lino, tra cui 17 tuniche di Kha, alcune in lino leggero ed altre in lino più pesante, altri cofanetti  contenevano recipienti per profumi, balsami e creme oltre ad un paio di forbici, rasoi da barba e una pietra per affilare.

Vennero inoltre rinvenuti oltre 50 perizomi molti dei quali puliti e ben ripiegati mentre molti altri, consunti, sporchi e bucherellati erano conservati a parte.

Numerose brocche e vasi uno dei quali bellissimo in terracotta biancastra dipinta che reca ancora il tappo di tela che copre il collo sul quale spicca l’occhio udjat dipinto.

Numerosi pani impastati in varie forme alcuni dei quali su di un tavolino di canne.

Alcuni sgabelli tra cui uno pieghevole in legno di sicomoro con le quattro gambe incrociate che terminano in teste di anatra scolpite con intarsi in ebano ed uno sgabello che denuncia chiaramente la sua funzione (wc), una bellissima sedia ad alto schienale, posta di fronte al sarcofago di Merit, sulla quale era poggiata una statuetta lignea con una ghirlanda di fiori essiccati, due piccoli ushabti, una piccola zappa ed un modellino di sarcofago.

In un cofanetto era riposta con cura la stupenda parrucca di Merit di lunghi capelli arricciati, si tratta di capelli umani lunghi 54 cm., che formano lunghe trecce arricciate e intrecciate nella parte finale. Tre di esse, lunghe e spesse scendono sulla schiena mentre due più piccole incorniciano il viso.

Sono presenti tra l’altro vari doni tra cui un cubito rivestito di foglia d’oro che reca un’iscrizione del faraone Amenofi II (quello esposto è una copia) probabile dono del faraone al suo architetto, una coppa di bronzo con l’iscrizione del faraone Amenofi III, una situla di bronzo a forma di secchio recante il nome di un sacerdote Userhat, figlio dello scriba Sau, una tavolozza da scriba forse appartenuta ad un certo Amenmes.

Numerosi bastoni che pare non siano appartenuti tutti a Kha in quanto su alcuni si leggono nomi di altre persone tra cui Neferhebef e Khaemwaser. Il dono più strano è un bellissimo gioco della Senet probabilmente offerto da un suo operaio di nome Benermerit.

Sottoposto ai raggi X, sul corpo di Kha è evidente  un ampio collare e pesanti orecchini entrambe d’oro.

Fonti e bibliografia:

  • Eleni Vassilika, “La Tomba di Kha”, Scala, 2010
  • Anna Maria Donadoni Roveri, “Dal Nuseo al Museo, Passato e Futuro Museo Egizio di Torino”, 1989
  • Silvio Curto, Renato Grilletto, “Le mummie del Museo Egizio di Torino”, 1989
  • Beppe Moiso, “Ernesto Schiaparelli e la tomba di Kha”,  Ed. Adarte – 2008
  • Eleni Vassilika, “I capolavori del Museo Egizio di Torino, 2009
  • Ernesto Schiaparelli, “La tomba intatta dell’architetto Kha nella necropoli di Tebe”, Milano, 1927
  • Enrico Ferraris, “La tomba di Kha e Merit”, Bologna, Franco Cosimo Panini, 2019
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Peis Luca, “Il papiro di Kha”, Monaco, LiberFaber, 2017) Le foto (ove non indicato diversamente) sono opera di Giacomo Franco Lovera, fotografo ufficiale
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LA XIX DINASTIA

Di Piero Cargnino

Con Horemheb ci siamo lasciati alle spalle la XVIII dinastia e ci apprestiamo a parlare della XIX.

In realtà Manetone non fa terminare la XVIII dinastia con Horemheb ma tra quest’ultimo e Sethi I inserisce altri 4 faraoni: Ramesses, Harmesses, Amenophis e Sethos (chiamato anche Ramesses), solo da questo punto fa partire la XIX Dinastia con Sethi I. Come ci hanno tramandato i suoi epitomi principali, Giuseppe Flavio, Sesto Giulio Africano ed Eusebio da Cesarea, i quali però non peccavano certo di precisione, le notizie mostrano delle lacune dovute a ripetizioni ed inserimenti di alcuni faraoni nella dinastia precedente.

Rifacendosi ai dati forniti ed alle, seppur scarse testimonianze archeologiche, si è comunque potuto ricostruire la cronologia della XIX dinastia, e la durata dei regni dei vari sovrani, in modo abbastanza soddisfacente nonostante l’esito non soddisfi ancora tutti gli studiosi. L’inizio della dinastia viene accettato dalla maggior parte degli studiosi in quanto è stato calcolato utilizzando la segnalazione di Teone di Alessandria, astronomo dell’epoca, secondo il quale durante il regno del faraone Menophreos (Menophres) si sarebbe verificata la levata eliaca di Sirio nel capodanno del calendario civile egizio (1º giorno del 1º mese della 1ª stagione). Se si considera la datazione del ciclo sotiaco  di 1460 anni civili egizi, l’evento si può datare al 1320 a.C., se invece si considera un ciclo sotiaco  di 1456 anni civili egizi, l’evento si può datare al 1316 a.C., come si vede la differenza è trascurabile. Quì è però in corso una disputa tra gli egittologi che non sono d’accordo sull’identificazione del faraone Menophreos fatta da Teone, alcuni pensano che si tratti di una deformazione del praenomen di uno dei due faraoni della dinastia: Ramses I Menpehtira o Seti I Menmaatra. In linea di massima, però, il fatto che Seti I abbia adottato come nome Nebty (nome delle “Due Signore”) quello di “Weham meswe” farebbe propendere per considerare che l’inizio del nuovo ciclo sothiaco sia avvenuto sotto il suo regno.

Con l’inizio della XIX dinastia l’Egitto pare riaversi dalla terribile esperienza della “rivoluzione religiosa”, ma non sarà un ritorno al passato, si può notare un sensibile deterioramento nell’arte, nella letteratura ed in generale nella cultura del popolo. La classica lingua antica si trasforma avvicinandosi sempre più alla lingua parlata la quale ha inglobato numerose parole straniere, i testi appaiono trasandati e privi di quella enfasi dei tempi passati come se gli scribi non capissero più il significato della loro stessa cultura.

Le tombe ed i templi non raccontano più le belle scene di vita quotidiana, con pitture e colori vivaci ma sono in massima parte rivolte a descrivere i pericoli che si possono incontrare nell’aldilà. I soggetti più ricorrenti sono: la psicostasia, la pesatura del cuore davanti a Osiride, citata nel capitolo 125 del “Libro dei Morti” e il “Libro dei Cancelli” che illustra gli ostacoli che il defunto  incontrerà nel viaggio notturno attraverso gli Inferi, anche se ovunque compaiono molte scene guerresche dai colori vivaci la cui fattura però si presenta relativamente rozza con didascalie sempre più adulatrici verso il sovrano di turno piuttosto che reali ed istruttive.

Nonostante ciò in questo periodo compaiono ancora opere di grande magnificenza e grandiosità, questa è l’epoca meglio conosciuta dal turista che non si perde a fare confronti con le opere molto più raffinate delle epoche precedenti.

La XIX dinastia è caratterizzata da due distinti periodi che testimoniano i mutamenti che accadono spesso nelle famiglie reali. Il periodo iniziale ci presenta sovrani autorevoli e guerrieri che fanno di tutto per riportare l’Egitto ai fasti di un tempo dopo la brutta avventura dell’ultima fase della XVIII dinastia. Questo fino a Ramses II, ma nel secondo periodo, già con suo figlio Merenptah, si avverte l’inizio di quello che sarà  un profondo conflitto dinastico che condurrà ad un nuovo sfaldamento del potere reale.

Con i primi faraoni si avverte la grande aspirazione di riacquistare il prestigio e l’influenza che fu ai tempi di Thutmosi III. In questo periodo troviamo testi molto lunghi che spesso superano il centinaio di righe dove è evidente la più classica regolarità di elementi più antichi, i testi iniziano con la classica cantilena dove vengono elogiati tutti i meriti del sovrano e formulate tutte le lodi a lui indirizzate, poi inizia il testo vero e proprio. Gli ideali esposti presentano una floridezza di espressione che giustifica la prolissità del testo pur essendo ben lontana dalla compostezza epigrafica conosciuta in passato.

Ovvio notare che spesso vengono ripresi ed adattati al sovrano testi dell’età aurea della XVIII dinastia senza però che questi appaia come il sovrano severo di un tempo. Ora il faraone viene descritto come un padre accorto ed amoroso che conosce i bisogni dei suoi sudditi, che si immedesima nelle loro sofferenze ponendosele come un problema da risolvere, è presente anche la volontà del sovrano di alleviare le sofferenze dei lavoratori delle miniere d’oro situate in pieno deserto.

Su di una stele nel deserto presso  una miniera d’oro destinato al suo tempio ad Abydos, Seti I si preoccupa di aprire cisterne per rifornire d’acqua coloro che estraggono l’oro, riporta la stele:

Purtroppo, come abbiamo detto, la situazione politica dell’ultimo periodo della XIX dinastia denuncia un’assenza assoluta del potere centrale, il Papiro Harris parla di “anni vuoti”. L’unità del paese viene mantenuta grazie alla solida struttura della burocrazia amministrativa che, ben organizzata, in alcuni casi addirittura ereditaria, riesce a supportare alla mancanza di direttive dando una discreta continuità alla gestione dello stato.

I faraoni sono identificati con certezza solo per la prima parte della dinastia, i restanti sono talmente effimeri che alcuni cancellano i predecessori scalpellando i loro nomi dai monumenti per cui è estremamente difficile ricostruire una sequenza corretta.

Per tutto il periodo la capitale ufficiale rimane Tebe mentre l’apparato burocratico si divide tra Pi-Ramses e Menfi mantenendo un equilibrio con il clero di Amon. Alcuni studiosi vedono nella XIX dinastia il periodo narrato nella Bibbia come la schiavitù e l’esodo degli ebrei dall’Egitto. Come abbiamo già visto in precedenza, pare ormai assodato che non si possa inserire l’evento biblico in questo periodo per tutta una serie di ragioni che abbiamo già affrontato ed altre che vedremo in seguito.

Così finisce la XIX dinastia, in una sorta di assoluta anarchia spesso addirittura in assenza di un sovrano anche solo fittizio. Vediamo ora nel dettaglio i faraoni ed i loro regni.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
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IL FARAONE HOREMHEB

Di Piero Cargnino

Il faraone Djeserkheperura Setepenra Horemheb Meriamon, generalissimo, già comandante in capo dell’esercito durante i regni di Akhenaton prima e di Tutankhamon poi, proveniva da Eracleopoli ed era probabilmente il figlio di un funzionario qualsiasi. In seguito al ritrovamento di una tomba dei nobili ad Amarna dove fu sepolto il generale Paatonenhab, il cui nome significa “Festosa presenza di Aton”, alcuni studiosi suppongono che il defunto sia lo stesso Horemheb, Nicolas Grimal lo esclude in quanto nessuna prova oggettiva supporta  tale identificazione.

Alla morte di Tutankhamon sicuramente avrà cercato di far valere i suoi diritti a succedere al trono in quanto poteva vantare il titolo di “Idnw” (Rappresentante del Signore delle Due Terre), che non era certo un titolo trascurabile, inoltre pare che Tutankhamon lo avesse già designato come “Iry-pat” (principe ereditario).

Proprio in base a ciò, Horemheb sicuramente era nelle condizioni di esercitare sul giovane sovrano un forte ascendente come si può rilevare da un’iscrizione sul pilastro posteriore di una sua statua, conservata al Museo Egizio di Torino, che rappresenta un faraone in piedi con il gonnellino shendit, a fianco del dio Amon di dimensioni maggiori perché è più importante del faraone. Nell’iscrizione viene precisato che era anche suo compito “…….calmare il faraone quando andava in collera…….”.

Secondo alcuni studiosi però la statua rappresenterebbe in realtà il faraone Tutankhamon e sarebbe stata usurpata da Horemheb. Purtroppo per lui l’astuto Ay decise di sposare la vedova di Tutankhamon, Ankhesenamon, assicurandosi un diritto ancora più importante. Alla morte di Ay caddero tutti gli ostacoli per cui la successione gli spettò di diritto.

Appena asceso al trono volle dimostrare la sua ferrea intenzione di tornare alle antiche tradizioni religiose, osteggiate durante il regno del faraone eretico. Dette subito l’avvio ad una profonda damnatio memoriae nei confronti di Akhenaton e dei suoi successori, tutto quello che era di Amarna venne destinato all’oblio, della città nessuno più si curò e questa cadde in rovina. Horemheb  è considerato come il restauratore della stabilità politica e religiosa dopo il caos creato da Akhenaton. Iniziò una serie di progetti costruttivi attingendo i materiali dalle demolizioni dei monumenti del faraone eretico e della moglie Nefertiti oltre ad usurpare parecchie opere di Tutankhamon e Ay sostituendo i loro nomi col proprio.

Sarà l’ultimo faraone della XVIII dinastia, anche se alcuni studiosi lo vorrebbero porre già nella XIX. La sua ascesa al potere, oltre ai diritti vantati che abbiamo citato sopra, la dovette in gran parte all’appoggio del clero di Amon di Tebe ed al fatto che sposò la sorella della regina Nefertiti, Mutnodjmet, forse figlia di Ay. Questo matrimonio gli servì solo per legittimare ancor più il suo diritto al trono, in precedenza Horemheb era già sposato con la nobildonna Amenia, morta prematuramente prima di diventare regina. Una magnifica statua dove è rappresentato con la sposa Amenia si trova oggi al British Museum di Londra (cat. EA36).

Non è chiaro per quanti anni governò le Due Terre, gli studiosi sono divisi nell’assegnare la durata, secondo alcuni regnò poco meno di quindici anni, secondo altri più si trenta, altri ancora gliene attribuiscono cinquantanove.  Dal punto di vista scientifico ci si rifà alle etichette di 168 giare di vino studiate dall’archeologo Geoffrey T. Martin nel 2006-2007 che si trovavano all’interno della tomba di Horemheb, la  KV57, otto di queste riportano il 14° anno di regno e nessun’altra riporta una data superiore. Da altre documentazioni si evidenzia che, mentre risultano documentati gli anni fino al 13°, altri riferimenti che citano una durata di 27, 33 e perfino 59 lasciano molto perplessi.

Viene spontaneo pensare che, dopo una damnatio memoriae così violenta nei confronti dei suoi predecessori, Horemheb si sia attribuito anche tutti i loro anni di regno. La cosa appare più evidente dalle iscrizioni e dalle statue così da far comparire che egli sia succeduto direttamente ad Amenhotep III, faraone ancora in un certo senso soggetto al clero di Amon.

Oggi la maggior parte degli studiosi propende per assegnargli tredici o quattordici anni di regno. Il suo regno vide la completa restaurazione del potere del clero di Amon, ogni riferimento all’eresia amarniana venne cancellato o distrutto, i nomi e le effigi vennero scalpellati. A parlarci di queste riforme sono la “Stele dell’incoronazione”, oggi al Museo Egizio di Torino, la stele del “Grande Editto” eretta ai piedi del decimo pilone a Karnak; oltre a queste stele, nella “Stele della Restaurazione”, usurpata da Horemheb a Tutankhamon, vengono resi noti tutti i provvedimenti presi per ripristinare il culto degli antichi dei dopo il periodo amarniano.

Horemheb avviò una rilevante attività edilizia che interessò il restauro e l’ampliamento dei templi di varie divinità, venne pure iniziata la costruzione della Grande Sala Ipostila a Karnak. Sempre a Karnak Horemheb fece edificare il IX ed il X pilone utilizzando gran parte del materiale recuperato dalle demolizioni di Akhetaton.

In politica estera cambiò poco tranne alcuni interventi per sedare rivolte in Nubia. Pare che Horemheb non abbia avuto figli; in realtà avrebbe forse potuto avere eredi ma la sorte gli fu avversa; quando venne ritrovata la mummia della sua Grande Sposa Reale Mutnodjemet nella prima tomba che si era fatto costruire a Saqqara prima di salire al trono, ceduta in seguito alla moglie, si scoprì che la mummia della regina conteneva i resti di un feto oltre a mostrare segni d’aver partorito varie volte, si può supporre che la regina Mutnodjemet sia morta di parto.

In quanto faraone Horemheb si fece costruire una nuova tomba nella Valle dei Re, la KV57. All’interno della tomba compare per la prima volta il “Libro delle Porte”, opera analoga al “Libro dell’Amduat”, si tratta del racconto del viaggio notturno della barca solare di Ra nella Duat. Il dio deve attraversare dodici porte fortificate e sorvegliate da serpenti giganteschi che sputano fuoco per poter rinascere all’alba. (per approfondire sul Libro delle Porte rimando a Mario Tosi, citato in fonte, pag. 187).

La tomba di Horemheb fu completamente spogliata intorno al quarto anno del governo di Herihor, primo profeta di Amon che dette origine ad una dinastia parallela che governò l’Alto Egitto durante il Terzo Periodo Intermedio (1066 a.C. circa).

Non si ha notizia della sua mummia. Senza eredi Horemheb decise di associarsi al trono il vecchio generale Pramesse, futuro Ramses I che designò quale suo successore. Questo gesto di Horemheb viene visto come una preparazione alla fortunata dinastia che seguirà in quanto Pramesse vantava una buona discendenza, fra questi il futuro faraone Seti I e, forse, anche del figlio Ramses II. Per questa sua rosea visione del futuro alcuni lo vorrebbero come iniziatore della XIX dinastia. 

Gebel el-Silsila, (Jabal al-silsila “Monte della catena), è una località situata 14 chilometri a sud di Edfu e 14 chilometri a nord di Kôm Ombo. Nell’antico Egitto il Nilo qui era conosciuto come Khennui e Gebel el-Silsila rivestiva una notevole importanza in quanto rappresentava il confine con la Nubia.  A tal proposito Arthur Weigall afferma che il nome Silsila sia una corruzione romana del nome originale egiziano Khol-Khol, che significa appunto barriera o frontiera.

Sulla riva occidentale c’è un’alta colonna di roccia che è stata soprannominata “The Capstan” a causa di una leggenda locale che afferma che esisteva una volta una catena (Silsila in arabo) che andava dalle Est alle West Banks. Li si trovavano importanti cave di pietra che vennero sfruttate dai costruttori egizi principalmente durante il Nuovo Regno e poi fino al periodo greco-romano.

Durante la XVIII dinastia, i viaggiatori presero l’abitudine di intagliare piccoli santuari nelle scogliere, dedicandoli a una varietà di divinità del Nilo e al fiume stesso. Tra la stele di Horemheb a nord e la stele Ramesside del Nilo a sud, sono state rinvenute trentadue cappelle scavate nella roccia, le cui pareti sono interamente ricoperte da graffiti ed iscrizioni. I proprietari dei santuari, per quanto si possa accertare, erano alti ufficiali della XVIII dinastia.

Lo Speos di Horemheb

Piccoli santuari furono tagliati da Tuthmose I, Hatshepsut e Tuthmose III, prima che Horemheb costruisse qui il suo tempio scavato nella roccia. Col tempo Gebel Silsila divenne un importante centro di culto e ogni anno all’inizio della stagione dell’inondazione venivano praticate offerte e sacrifici agli dei associati al Nilo per garantire il benessere del paese per il prossimo anno. Horemheb, ultimo re della dinastia XVIII si fece scolpire nella roccia una cappella molto più grande, o Speos, fuori dalla collina all’estremità settentrionale del sito.

La cappella era dedicata ad Amun-Re e ad altre divinità collegate al fiume Nilo. Il monumento consiste in una facciata di cinque porte separate da pilastri di diverse larghezze, all’interno si trova una lunga sala trasversale con tetto a volta e una camera più piccola oblunga sul retro, il santuario.

Tutte le pareti sono ricoperte di rilievi e iscrizioni, in alcuni punti  parecchio danneggiate, ma in altri ci sono alcuni rilievi di altissima qualità. Horemheb però non ha mai completato lo Speos, e la decorazione è stata successivamente completata da re e nobili che hanno scolpito le loro stele e iscrizioni sui muri.

Molti dei re della XIX dinastia lasciarono il segno in qualche modo. Le divinità raffigurate sulle pareti, oltre ad Amun-re, sono Sobek nella forma di un coccodrillo, il dio a testa di ariete Khnum della prima cataratta, Satet di Elefantina, Anuket, dea di Sehel, Tauret come un ippopotamo e Hapi, dio del Nilo. Oltre a quelli di Horemheb, nei rilievi appaiono i cartigli di Rameses II, Merenptah, Amenemesse, Seti II, Siptah e Rameses III.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998 
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Elio Moschetti, “Horemheb. Talento, fortuna e saggezza di un re”, Torino, Ananke, 2001
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
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IL FARAONE AY

Di Piero Cargnino

Come abbiamo ampliamente spiegato la morte di Tutankhamon fu sicuramente prematura, si parla di ragioni di salute, si parla di infezioni, qualcuno ha azzardato parlare di omicidio, chissà, penso non lo sapremo mai. Quello che è certo è che la sua morte giovò al funzionario Ay.

Nato a Akhmin (Panopoli) si intrufolò alla corte di Akhenaton dove, grazie alla sua abilità ed alle sue doti, ricoprì incarichi di  notevole importanza, fu “Portatore del flabello alla destra di sua maestà”, “capo di tutti i cavalli del re”, “primo degli scribi di sua maestà” e  “padre del Dio”. Le sue origini sono del tutto o quasi oscure, secondo alcuni, con sua moglie Tey, era il padre di Nefertiti, moglie di Akhenaton, e di Mutnodjemet, moglie di Horemheb. Tesi respinta da altri in quanto Tey godeva del titolo di “Nutrice della Grande sposa Reale” (Nefertiti) e come nutrice non poteva essere la madre. Vi sono altre teorie che però non spiegherebbero come Ay riuscì ad ottenere tutto quel potere durante il regno di Akhenaton. Con la fine dell’eresia amarniana la sua abilità di trasformista lo portò a non subire conseguenze, anzi, da quel grande statista che era, riuscì ad ottenere ancora altri vantaggi. L’esperienza maturata in 25 anni sotto i regni di Akhenaton e Tutankhamon, lo portò a succedere a  quest’ultimo al momento della sua morte prematura.

Secondo molti studiosi Ay avrebbe sposato la moglie di Tutankhamon, Ankhesenamon, assicurandosi in tal modo il diritto alla successione. Questa è una teoria basata solo sul fatto che su di un anello, noto anche a Carter, compaiono i nomi di Ay e di Ankhesenamon affiancati. Ovviamente la questione non è del tutto condivisa dagli studiosi.

NOTA: per maggiori informazioni sull’anello di Ay e Ankhesenamon vedi QUI

Sicuramente avrebbe avuto maggiori diritti alla successione il generale Horemheb che vantava il titolo di “Rappresentante del Signore delle Due Terre”, diritti non certo trascurabili. Certo è che l’astuto funzionario, potrebbe aver ordito l’ipotetico matrimonio con la vedova reale, argomento più che valido  per garantire la sua successione a discapito del capo dell’esercito, Horemheb. Infatti nella tomba di Tutankhamon troviamo Ay che, indossando la corona blu khepresh, esegue la “cerimonia di apertura della bocca” alla mummia del faraone defunto.

Anche per il regno di Ay non ci sono eventi di rilievo come per il suo predecessore Tutankhaton tranne l’annosa discussione sulle modalità di successione al trono sia di Ay che di Horemheb che gli succederà. Quando salì al trono Ay si trovava già in età avanzata, per l’epoca, 69 anni, e regnò per soli quattro anni. Il suo indubbio equilibrio lo portò a continuare la moderata restaurazione religiosa iniziata dal suo predecessore, ma ovviamente da lui guidata, sarà poi Haremheb a dare la sferzata decisiva.

Dal punto di vista costruttivo si fece edificare il suo  tempio funerario a Medinet Habu. Con la prima moglie, Iuy, “Adoratrice di Min” e “Cantante di Iside” pare che abbia avuto un figlio, il generalissimo Nakhtmin, erede designato al trono. Su di una statua danneggiata del generale, conservata presso il Museo Egizio del Cairo, viene chiamato “Figlio della carne del re”, Nakhtmin vantava inoltre i titoli di “Principe della corona” e “Figlio del Re”. Non è chiaro se morì prematuramente ma alla morte di Ay subentrò Horemheb.

Ay si fece costruire una tomba nella Valle Occidentale nota come WV23 denominata “Bab el-Gurna” (Tomba delle scimmie) a causa dei numerosi babbuini in essa raffigurati sulle pareti. Fu scoperta da Giovanni Belzoni nel 1816 e Lepsius compì rilievi epigrafici nel 1824.

Nel 1908 Haward Carter, su disposizione di Gaston Maspero iniziò una campagna di scavi durante i quali riuscì a recuperare i numerosi frammenti del sarcofago di granito rosso che permisero di ricostruirlo integralmente per esporlo nel Museo Egizio del Cairo dove, recentemente il Supreme Council of Antiquites egiziano, lo ha fatto prelevare per rimetterlo nella tomba originaria.

Forse in origine la WV23 non era destinata ad Ay bensì ad Akhenaton o Smenkhara o addirittura a Tutankhamon che sarebbe poi stato trasferito nella KV62. E’ ancora oggetto di dibattito se, nonostante la presenza di suppellettili intestate ad Ay, questi sia mai stato sepolto in questa tomba. Va detto però che, la damnatio memoriae verso l’eresia amarniana ordinata da Horemheb, potrebbe aver colpito anche Ay  perché nella tomba WV23 risultano quasi completamente danneggiati cartigli e immagini e, come detto sopra, il sarcofago fu ridotto a pezzi ed il coperchio rovesciato.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998 
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004 Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE FANCIULLO  TUTANKHAMON

Di Piero Cargnino

E siamo arrivati al più famoso ma insignificante faraone, non solo della XVIII dinastia, ma poverino, era un bambino o poco più, per governare l’Egitto ci vuole ben altro. Questo lo aveva capito benissimo il marpione Ay che riuscì a salvarsi dalla persecuzione dei seguaci di Aton e non solo, ma riuscì a portare la situazione a proprio vantaggio. Personaggio molto potente oltre a staccarsi dall’Aton riuscì a mantenere il diritto alla successione al trono all’erede di Akhenaton, Tutankhamon ovvero “Immagine vivente di Amon”, nonostante questi avesse tra i nove e i dieci anni.

Il prenomen con cui era maggiormente conosciuto Tutankhamon era Neb-Kheperu-Ra. Poche fonti ci parlano di questo faraone fanciullo, Flavio Giuseppe, in un’epitoma di Manetone, parla di un certo Rahotis che regnò 9 anni, mentre Sesto Giulio Africano lo chiama Rathos.

Sicuramente, durante l’eresia amarniana, la parte teofora del suo nome era riferita all’Aton, quindi il suo nome era Tutankhaton, ma di questo ne abbiamo già parlato.

L’esatta genealogia di Tutankhamon non è chiara, per alcuni sarebbe figlio di Amenhotep III e della regina Tye, e quindi fratello di Akhenaton, ma potrebbe anche essere figlio di Akhenaton e Nefertiti o di quest’ultimo re e di una regina minore, altri suggeriscono che potrebbe essere figlio di Akhenaton e della propria figlia Maketaton.

Data la tenera età con la quale ascese al trono certamente non avrebbe potuto assolvere a tutti i compiti che competevano al sovrano, non solo la “normale” amministrazione dello Stato ma in quanto re era il capo dell’esercito ed inoltre doveva presenziare alle funzioni religiose. Venne quindi costituito un “Consiglio di Reggenza” che avrebbe assolto a tutti i compiti che competevano al sovrano.

Capo del Consiglio fu il “Padre Divino”, cioè Ay, altri componenti furono: Maya, sovrintendente reale e poi sovrintendente della necropoli reale tebana ed il generale, comandante dell’esercito Horemheb. Assistito dalla ferrea reggenza di Ay, Tutankhaton intorno ai 10 anni viene fatto sposare con Ankhesepaaton “Che lei possa vivere per Aton”, più o meno coetanea.

La decisione di abbandonare Amarna per Tebe non la prese certamente lui, questa venne presa dal “Consiglio di Reggenza”, sicuramente ad opera dei due più potenti a corte, Ay e Horemheb anche per fornire al clero di Amon un segnale forte di distacco dall’eresia amarniana.

Abbandonata Amarna sia Tutankhaton che la moglie Ankhesepaaton mutarono subito i loro nomi in Tutankhamon e Ankhesenamon e il sovrano aggiunse alle sue titolature anche quella di “Sovrano di On del sud” con chiaro riferimento a Tebe dimostrando, seppure non in modo esplicito, il riconoscimento della stessa quale capitale del Regno.

Non ci sono eventi di particolare rilievo durante il regno di Tutankhamon, pare abbia regnato 9 o 10 anni e data anche la giovane età non commissionò grandi opere, si fece costruire una sua statua di granito nero che lo ritrae in posa offerente (oggi al British Museum) oltre ad un’altra dove compare come Amon (oggi al Metropolitan Museum of Art di New York).

Nell’enfasi  di rendere omaggio al dio Amon, spodestato dal suo predecessore, fece ripristinare l’antica “Festa di Opet”, soppressa durante l’eresia amarniana. Festa che consisteva nel  ricreare la trinità alla base della religione egizia, il dio Amon e la dea Mut concepivano annualmente il divino figlio Montu.

Fece inoltre costruire nel grande tempio di Luxor un monumento dove compariva assiso con la sua Grande Sposa Reale Ankhesenamon. Il monumento verrà in seguito usurpato da Ramses II che farà sostituire i cartigli dei due sposi con quello suo e della regina Nefertari.

Nulla si sa sulle cause della morte del faraone fanciullo, dalle analisi ed esami clinici effettuati sulla mummia è stato possibile evidenziare alcuni problemi che lo affliggevano. Oltre ad avere il piede destro equino aveva malformazioni anche al piede sinistro, soffriva della Malattia di Kohler che colpisce i bambini (generalmente i maschi) dai 3 ai 5 anni d’età e si verifica su un solo piede. Questo gonfia e provoca dolore che aumenta più si carica il piede camminando, facendo tenere un’andatura claudicante, per questo il sovrano necessitava di appoggiarsi ad un bastone. Nella sua tomba sono stati rinvenuti ben 130 bastoni da passeggio, tutti con evidenti tracce di usura.

E’ stato accertato che si trattava di un ragazzo molto fragile al quale tutti quei disturbi potrebbero aver generato delle infiammazioni cumulative che in un soggetto così debilitato avrebbero portato ad un’infezione malarica che avrebbe potuto essergli fatale. Gli esperti inglesi, che hanno eseguito ulteriori indagini con l’aiuto di periti legali si sono indirizzati sulla morte per cause traumatiche. Questo in base al fatto che la mummia si presenta frammentaria con molte lesioni sul lato sinistro, stranamente è priva del cuore che non veniva mai asportato, perché era considerato la sede dell’anima. Le lesioni gravi sul lato sinistro del corpo indurrebbero a pensare che sia stato asportato in quanto troppo danneggiato dall’evento traumatico. Evento che fa pensare ad uno schiacciamento del corpo, le lesioni sono compatibili con l’essere parzialmente travolto dalla ruota di un carro.

Certamente dopo 3000 anni, completamente impregnata da resine e oli essenziali che la tenevano incollata al sarcofago, non hanno giovato alla sua integrità le operazioni di estrazione dal sarcofago messe in atto da Carter e dal dottor Douglas Derry. 

Tuankhamon fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba KV62 dove venne trovato da Howard Carter nel novembre 1922 mentre lavorava ad una missione per conto di George Herbert, V, Conte di Carnarvon. Fortunatamente la tomba era sfuggita ai profanatori in quanto l’ingresso rimase sepolto sotto le macerie prodotte durante la costruzione della tomba di Ramses VI, la KV9, costruita  oltre 200 anni dopo, cosa che dimostra che già a quell’epoca della tomba di Tutankhamon si erano perse le tracce.

La tomba si presentava quasi inviolata ed ha restituito una ingente quantità di oggetti che non sto qui a citare, cosa che richiederebbe un tempo enorme, per chi fosse interessato esistono parecchie pubblicazioni a riguardo sicuramente molto dettagliate. Vorrei però evidenziare un ritrovamento decisamente interessante, in due piccoli sarcofagi vennero rinvenute le mummie di due feti di sesso femminile, con ogni probabilità figlie di Tutankhamon e della regina Ankhesenamon.

La mummia di Tutankhamon venne sfasciata da Carter che rinvenne tra le bende oltre 150 oggetti. Per quanto riguarda la tomba c’è ancora da dire che rimangono aperte alcune ipotesi circa la possibilità che esistano altre camere oltre quelle scoperte, nel marzo 2016 vennero eseguite indagini con il georadar, secondo il ministro delle antichità egiziano Mamdouh al-Damati esiste il 90% di probabilità che esistano altre due camere non ancora scoperte. Notizia che a quanto pare sarebbe stata smentita da ulteriori indagini col georadar nel maggio 2018.

Come faraone da vivo non ha molto da dirci, ma da morto ci ha fornito un’ingente quantità di reperti che ci illustrano parecchie cose sugli usi e costumi di quell’epoca. La sua tomba scoperta quasi intatta da Carter ne ha fatto il faraone per eccellenza grazie ai tesori in essa contenuti. E’ stata sicuramente la scoperta del secolo che ha catturato l’attenzione del mondo intero ma anche alimentato l’immaginazione dei tanti appassionati di storia egizia e non solo. Sono stati scritti montagne di libri ed ancora oggi questo piccolo faraone cattura l’attenzione di tutti. Ma la scoperta della sua tomba non ci ha solo fornito un gran numero di informazioni, oltre a porci diversi interrogativi  ha anche fatto in modo che attorno ad essa si creassero numerose leggende più o meno vere. Il più delle volte vere e proprie speculazioni per vendere un libro o esaltare un documentario ingenerando confusione e diffondendo false notizie alle quali la gente crede.

Una di queste, che è forse la più conosciuta e diffusa è quella della “maledizione del faraone”.

Vedi anche su questo argomento: LA MALEDIZIONE DI TUTANKHAMON e MORTE E MALEDIZIONE

Tutto ebbe inizio la sera stessa dell’apertura della tomba quando Carter, rientrato a casa, scoprì che un cobra si era mangiato il suo canarino dorato che si era portato appresso dall’Inghilterra. Il cobra nella religione egizia rappresenta il dio che doveva difendere la tomba appena profanata. Immaginatevi cosa non successe appena la notizia si diffuse, a diffonderla ci pensò la scrittrice, Mari Corelli, che, sentita la notizia della morte del canarino di Carter, mise in guardia sulla possibile maledizione del faraone.

Ma per capire bene occorre sapere che Carter e lord Carnarvon avevano concesso l’esclusiva della diffusione delle notizie riguardanti le operazioni che si sarebbero svolte all’interno della tomba di Tutankhamon al Times e questo aveva irritato non poco tutti gli altri giornali ma in modo particolare l’egittologo e giornalista Arthur Weigall, corrispondente da Luxor del Daily Mail. Cogliere al volo una simile notizia e costruirci sopra un significato simbolico e nefasto fu per lui una manna. Non è certo che il fatto del canarino sia realmente accaduto ma diffuso da uno studioso del calibro di Weigall diede credibilità alle tesi di eventi sovrannaturali.

Ma il tutto non era finito lì, tre mesi dopo la scoperta della tomba lord Carnarvon venne punto da una zanzara sulla guancia sinistra. Forse li per li non ci fece caso ma la puntura gli causò un’infezione che si trasformò in setticemia ed il lord, che già da anni si trovava in precarie condizioni di salute, il 5 aprile 1923 muore. Apriti o cielo, Weigall e altri giornalisti, esclusi come lui dalla diffusione delle notizie, non aspettavano altro, ci si mise pure lo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, sostenitore dello spiritismo, il quale scrisse che la morte del lord era causa della maledizione del faraone. Se ne scrissero di tutti i colori, Sui giornali comparve una notizia secondo la quale all’interno della tomba si trovava una scritta che Carter avrebbe ignorato, la scritta diceva:

Non era vero, lo testimoniano le foto fatte da Harry Burton, ma la diffusione di una notizia del genere riscosse un’eco mondiale innescando così una violenta campagna denigratoria nei confronti della scoperta.

Vennero riportati fatti sempre più incredibili che richiamavano la maledizione del faraone,  pare che anche il cane del conte morì in Inghilterra nello stesso momento del suo padrone, (le versioni riportate dai parenti sono dubbie anche in presenza di  incongruenze enormi). Si parlò di frequenti ed inspiegabili blackout al Cairo (cosa del tutto normale per l’epoca); altri asserirono che era comparsa una macchia scura sulla guancia della mummia di Tutankhamon nello stesso posto in cui era stato punto Carnarvon, (non esiste nessuna macchia).

La cosa prese una brutta piega in quanto si diffuse la notizia che tutti i partecipanti alla scoperta, in quanto colpiti dalla maledizione del faraone, sarebbero morti entro breve. Nulla di più falso in quanto i membri della spedizione morirono anni dopo la scoperta della tomba e per ragioni più che plausibili: Arthur Cruttenden Mace morì sei anni dopo, Arthur R. Callender, quattordici, Howard Carter, diciassette, Harry Burton, diciotto, Alfred Lucas, ventitre, Percy Newberry, ventisette, la figlia di lord Carnarvon, anch’essa presente morì nel 1980, ben cinquantotto anni dopo e il medico D.E. Derry, che eseguì la prima autopsia sul corpo di Tutankhamon, morì quarantasette anni dopo. Di tutte le altre persone presenti all’apertura della tomba o all’apertura del sarcofago o allo sbendaggio della mummia, solo sei morirono per cause naturali prima di dieci anni successivi alle operazioni cui avevano assistito.

Veniamo ora ad uno dei presunti misteri che circondano il nostro giovane faraone, quello della stupenda maschera d’oro massiccio che tutti conosciamo. Così la definì l’egittologo Nicholas Reeves:

Bene, circa la proprietà della maschera sono state effettuate ricerche nel 2001 che hanno portato alcuni a ritenere che questa non fosse all’inizio destinata a Tutankhamon in quanto presentava dei fori per le orecchie, insolito per un faraone in quanto venivano praticati solo per i principi e le donne. Da un cartiglio parzialmente cancellato e quasi illeggibile sul retro della maschera, qualcuno azzarda a leggere Ankhtkheperura nome regale di Neferneferuaton, nulla è provato. Nella parte posteriore della maschera si trovano 10 colonne verticali e 2 orizzontali in geroglifico che riportano il capitolo CLI del “Libro dei Morti”, cosa già in uso su altre maschere dal Medio Regno. Il testo richiama la protezione delle divinità ed è espressamente dedicato a Tutankhamon.

Ma proseguiamo ora con altre curiosità o misteri che ci riserva la tomba di Tutankhamon. Durante lo sbendaggio della mummia del faraone, Carter rinvenne tra le bende che avvolgevano il faraone un pugnale. Sulle prime parve un normale pugnale ma poi analizzandolo meglio ci si accorse che la lama era di ferro.

E’ noto che a quell’epoca gli egizi non conoscevano il ferro ed, anche qualora avessero trovato quello strano metallo non avrebbero saputo come lavorarlo, i loro forni non erano in grado di raggiungere le alte temperature occorrenti anche solo per batterlo. Poi con cosa lo avrebbero battuto? Con i loro mazzuoli di legno o con delle pietre per farne cosa poi?

Le analisi svolte sul pugnale sono state molte ed hanno rivelato che quel ferro conteneva una percentuale di nichel del 10% e di cobalto dello 0,6%, concentrazioni tipiche delle meteoriti metalliche, il nichel è praticamente assente negli oggetti di ferro fuso. Ma, se come abbiamo detto gli egizi non conoscevano il ferro e per di più non possedevano una tecnologia in grado di lavorarlo, allora da dove proveniva quel pugnale e chi lo aveva forgiato?.

Gli studiosi, sulla scorta delle tavolette di Amarna, hanno supposto che il pugnale provenisse dalla Mesopotamia dove pare che già si lavorasse il ferro. In una di queste, che il re di Mitanni Tushratta inviò a Tiy, sposa di Amenofi III (nonno di Tutankhamon), si menziona, tra i tanti doni ricevuti dalla corte egizia, un pugnale di ferro con caratteristiche identiche a quelle di Tutakhamon. Questo sarebbe stato regalato ad Amenhotep III, nonno di Tutankhamon, da Tushratta re di Mitanni. Questa potrebbe essere la prova che il pugnale proviene dai territori situati sulla sponda sinistra dell’Eufrate, oggi la Siria.

Ovviamente non finisce qui, vediamo ora i sarcofagi che racchiudevano questo giovane faraone. Quello che vide Carter, dopo aver aperto tutte le quattro cappelle di legno dorato, fu un grande sarcofago in quarzite gialla lungo 274 cm, largo 147 cm e alto 147 cm, del peso di oltre 430 kg. Il coperchio si presentava fratturato e riparato con una colata di gesso cui era stato applicato del colore per rendere simile la tonalità all’intera struttura.

Il sarcofago in quarzite conteneva al suo interno altri tre sarcofagi antropomorfi di cui due erano in legno laminato d’oro mentre il terzo era in oro massiccio dello spessore di di 2-3 millimetri. Ai lati del primo sarcofago le dee Iside e Nefti ricoprivano con le loro ali il sottostante sarcofago. Sotto il primo si trovava un secondo sarcofago antropomorfo sempre di legno dorato, un drappo di lino lo ricopriva con sopra ghirlande di fiori, un ramoscello d’ulivo e petali di fiori di loto blu e fiordaliso. Sull’ultimo sarcofago ora stendevano le ali il cobra Uadjet e l’avvoltoio Nekhbet, Dieci tenoni d’argento bloccavano il coperchio e riportavano il prenome del faraone, Kheperu-Ra.

L’ultimo dei tre sarcofagi antropomorfi, in oro massiccio del peso di circa 110 kg., ad esclusione del capo tutto il sarcofago era ricoperto da un telo di lino rosso. Sul torace si trovava un ampio collare in perline di vetro blu, oltre a foglie, fiori e frutti di vario genere. Il faraone è rappresentato con le braccia  incrociate sul petto con flagello e bastone ricurvo a simboleggiare Osiride. Rimosso quest’ultimo sarcofago comparve la mummia con la famosa maschera d’oro.

Poiché in questa sede intendo trattare solo le cose che hanno un che di misterioso, alcuni di voi si chiederanno: ma nei sarcofagi cosa c’è di misterioso?  C’è, c’è, alcuni studiosi hanno rilevato che il viso dei tre sarcofagi presenterebbe delle differenze, l’espressione del volto non sarebbe la stessa per tutti e tre, come se non appartenessero tutti a Tutankhamon. La questione è ancora dibattuta.

Passiamo ora ad un altro particolare che forse a molti non è noto, si tratta di uno dei pezzi più belli e affascinanti che adornavano il faraone, il famoso Pettorale di Tutankhamon. E’ realizzato con lapislazzuli, turchese, vetro azzurro, ossidiana e oro e faceva bella mostra sul petto del sovrano durante le manifestazioni ufficiali. Ma perché l’ho chiamato famoso? La particolarità di questo Pettorale risiede nel grande Scarabeo centrale di colore giallo verde che sta a simboleggiare il dio Khepri. 

Quando è stato rinvenuto assieme a tutti gli altri gioielli una volta aperta la tomba del faraone venne messo in un angolo, poco considerato dagli studiosi e dai visitatori che avevano molto altro da guardare. Gli esperti dell’epoca che esaminarono lo scarabeo classificarono lo stesso come normalissimo calcedonio, e quindi scarsamente interessante sotto ogni punto di vista. Invece lo scarabeo riservava una storia “magica” assolutamente unica rispetto alle altre pietre preziose del tesoro. Fu durante una visita al Museo Egizio del Cairo nel 1996 che due italiani, il geologo Giancarlo Negro e il conservatore emerito del Museo di storia naturale di Milano e direttore dell’Istituto gemmologico italiano, Vincenzo De Michele si chiesero perché su di uno stupendo pettorale il pezzo più evidente era fatto con un materiale di così poco valore. Subito si convinsero che lo scarabeo di Tutankhamon non poteva essere solo una pietra dura, la loro esperienza li portò ad ipotizzare che in realtà si trattasse di “Silica Glass”.

Dopo studi ed analisi, autorizzate in via del tutto eccezionale dal Museo Egizio del Cairo, venne accertato che si trattava proprio di Silica Glass. Ma cos’è il Silica Glass? Si tratta di una pietra verde, già nota fin dalla preistorica, sono stati trovati reperti di questo vetro lavorati mediante scheggiatura, probabilmente con strumenti litici, provenienti dal Pleistocene. Non vorrei sembrare pignolo ma io mi chiedo con che cosa lo hanno lavorato gli egiziani.

Sul come si è formato esistono due teorie, secondo la più accreditata si tratterebbe del risultato di un violento impatto di un enorme meteorite che generò un forte calore che fuse enormi quantità di sabbia silicea producendo questa specie di vetro che si trova disseminata su una vastissima area del Deserto Libico Orientale ed in parte del territorio egiziano. Un’altra teoria, meno accreditata, ipotizza invece che si sia trattato di un enorme meteorite siliceo che sia esploso in aria spargendo ovunque questi frammenti fusi. L’evento è stato datato a 26-28 milioni di anni fa. Una leggenda egiziana racconta che queste pietre erano un “dono degli Dei”, un vero dono piovuto dal cielo per il faraone fanciullo

Vediamo ora il corpo del faraone ragazzo che si trovava nel sarcofago d’oro più interno, le sue condizioni non erano delle migliori a testimoniare un’imbalsamazione poco accurata.

Il corpo era praticamente incollato al sarcofago a causa della solidificazione degli unguenti e delle resine versati, aderiva saldamente alla cassa. Ovviamente l’intenzione era quella di estrarlo per essere più comodi a sbendarlo ma nel fare questo Carter ed il prof. Douglas Erith Derry fecero solo dei disastri.

Dapprima il sarcofago fu esposto al calore del sole, non ottenendo risultati si provò con forti lampade per poi arrivare a scaldare direttamente il sarcofago col fuoco, poco mancò che il calore sciogliesse l’oro. Carter si avvalse quindi di coltelli arroventati con l’esito che estrasse sì il corpo ma sezionandolo a pezzi. Ovviamente l’egittologo evitò di citare queste operazioni nella sua pubblicazione.

Come prima operazione si cercò di stimare l’altezza, la mummia misurava 163 cm, per cui si stimò che fosse alto circa 167 cm., esattamente l’altezza delle due statue di colore nero che si trovavano ai fianchi della porta della camera funeraria. In quanto all’età, sulla base della struttura ossea ed alla mancata fusione delle epifisi delle ossa lunghe, venne stabilito che il re doveva avere intorno ai 17-19 anni all’atto della morte.

Le radiografie cui venne sottoposta la mummia da Harrison nel 1968 scartarono l’ipotesi, fino ad allora suggerita, che Tutankhamon fosse morto di tubercolosi, da queste emerse pure che all’interno della scatola cranica era presente un frammento osseo, cosa dovuta forse alla scarsa attenzione degli imbalsamatori durante l’estrazione del cervello.

Si riscontrò inoltre una evidente frattura al femore della gamba sinistra, anche qui non fu possibile stabilire se la frattura esisteva già all’atto della morte o se era dovuta agli imbalsamatori se non addirittura allo stesso Carter. A quanto pare non era possibile stabilire le ragioni della morte del sovrano finché nel 1998 il noto egittologo Bob Brier suggerì che a suo parere il re doveva essere morto di una morte violenta. Brier notò che il cranio presentava una grave lesione alla base, nella zona occipitale rilevabile da un ispessimento dell’osso, il classico callo osseo o ematoma subdurale cronico, dovuto a una frattura. Secondo Brier questo non sarebbe dovuto ad un incidente ma piuttosto ad un atto violento volontariamente inferto.

Omicidio? Questo non è possibile stabilirlo dalla semplice analisi dei raggi X per cui non si può né confermare né smentire queste congetture. Nel 2005 la mummia fu sottoposta ad una TAC il cui esito venne esaminato da esperti egiziani, italiani e svizzeri e diffuso dal Supremo Consiglio delle Antichità egiziano. Si leggeva che la TAC non aveva evidenziato alcuna prova fisica di omicidio ed escludeva che la causa della morte potesse derivare da una lesione del cranio o da un trauma toracico, Qualcuno avanzò l’ipotesi che la causa avrebbe potuto essere un’infezione mortale dovuta alla rottura del femore, ipotesi però contraddetta da altri esperti.

Le cause della morte del faraone fanciullo forse rimarranno sepolte con la sua mummia. Poiché ritengo che Howard Carter sia una figura ormai indissolubile da Tutankhamon vorrei parlare delle vicende che seguirono la scoperta e che qualcuno chiama la “Cospirazione di Tutankhamon”.

Pare ormai assodato che Carter e lord Carnarvon entrarono di nascosto nella tomba ben prima dell’apertura ufficiale e, secondo alcuni asportarono oggetti all’insaputa delle autorità e tra di questi pare ci fossero alcuni rotoli di papiro. Sorse poi una disputa tra Carter e lord Carnarvon da una parte ed il Ministero delle Antichità egizie dall’altra circa la già citata esclusiva della diffusione delle notizie sui lavori che si effettuavano nella tomba, concessa da Carter e Carnarvon al Times, accresciuta poi dal fatto che il Ministero egiziano decise che non ci sarebbe più stata la spartizione degli oggetti della tomba come era uso che avvenisse. La disputa originò una causa legale che portò il Ministero egiziano a minacciare di dichiarare decaduta la concessione di scavo a Carter.

La vicenda che si protrasse per un certo tempo è complicata e lunga per cui cercherò di condensarla in poche parole (per approfondire leggere il libro di Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, “La cospirazione di Tutankhamen”). Indispettito ed irritato pare che Carter abbia minacciato che se non gli veniva rinnovata la concessione avrebbe reso pubblico il contenuto di alcuni papiri trovati nella tomba di Tutankhamon i quali conterrebbero notizie esplosive circa l’Esodo degli ebrei dall’Egitto. Ci si trovava in un periodo molto delicato per la diplomazia inglese che stava cercando di permettere la costituzione di uno stato israeliano in Palestina. Gli Israeliani rivendicavano quella terra che sarebbe stata conquistata da Giosuè dopo l’Esodo. Se fossero emerse notizie che provassero che Giosuè ed il suo esercito non avevano mai conquistato Canaan, questo avrebbe indebolito notevolmente il legame storico sionista con quel territorio. Non si poteva permettere che si insinuassero dubbi in proposito in quanto questo avrebbe indebolito il valore politico ed economico del futuro stato di Israele.

Fantasia? Questo non ci è dato a sapere, quello che sappiamo è che, con l’assassinio del governatore generale britannico del Sudan, nonché comandante dell’esercito egiziano, avvenuto il 19 novembre 1924 al Cairo ad opera di terroristi che si ritenne vicini al nazionalista Zaghlul, che governava in Egitto, le autorità britanniche colsero l’occasione per destituire Zaghlul e il suo governo sostituendolo con un governo filobritannico guidato da Ahmad Pasha Ziwar che era anche conoscente di Carter. Dopo di ciò a Carter venne concessa nuovamente l’autorizzazione ad esplorare la tomba di Tutankhamon. Cosa in realtà contenevano e dove siano finiti i papiri nessuno lo sa, forse in un cassetto nello scantinato di un museo e più nessuno li troverà. Certamente Carter non li diffuse mai, lo avesse fatto non ci avrebbe guadagnato nulla ma avrebbe messo a repentaglio la sua  onorata carriera.

COLUI CHE NASCONDE LE ORE

Vedi anche su questo argomento:


Vorrei ancora segnalare una curiosità sulla tomba del faraone fanciullo, non sono molti quelli che ne parlano in quanto i tesori contenuti nella tomba sono talmente interessanti che qualcosa passa inevitabilmente in secondo piano.

Come sapete quando Carter entrò nella camera funeraria non si imbatté subito nel sarcofago del faraone, questo era racchiuso entro quattro cappelle, o sacrari, in legno dorato che occupavano quasi interamente la camera. La prima cappella era dotata di porte a due battenti ancora chiuse e con i sigilli della necropoli. Ciascuna cappella si presentava decorata e nell’intercapedine tra una e l’altra erano contenuti numerosi oggetti.

Quello di cui voglio parlarvi è una scena rappresentata su di una parete della seconda cappella occupandola per intero. Prendo da un articolo dell’egittologo francese di origini russe, Alexandre Piankoff dal titolo “Une Reprèsentation rare sur l’une des chapelles du Tutankhamon”, pubblicato sua J.E.A. 35 del 1949 e tratto dal suo libro “Il libro del giorno e della notte” dove descrive, tra l’altro, la scena di cui vi parlo. L’articolo fa riferimento ad una rappresentazione unica nell’iconografia egizia, anche se figure analoghe si ritrovano nelle tombe di Ramesse VI e Ramesse IX.

Al centro della scena il faraone defunto è rappresentato imbalsamato in forma osiriaca con due grossi cerchi che racchiudono: quello superiore la testa fino alle spalle mentre quello inferiore si estende dalle ginocchia fino in fondo ai piedi. In ciascuno dei due cerchi sono racchiusi dei serpenti nell’atto di mordersi la coda. Esaminando il cerchio che racchiude la testa nel suo interno si trovano due iscrizioni identiche contrapposte formate da tre segni il cui significato è “Colui che nasconde le ore”.

Sopra il capo del Re una breve iscrizione indica che il serpente è Mehen, lo stesso che nel “Libro dell’Amduat” e nel “Libro delle Porte” protegge la cabina del Dio sulla barca solare. Il serpente-tempo, simbolo del non esistente, del caos che circonda il mondo creato e che si rigenera da solo.

Al centro della figura del Re, racchiuso in un cerchio con le braccia alzate in atto di adorazione, un uccello con la testa di ariete, il ba di Ra. A destra della figura di Tutankhamon si trovano tre registri sormontati da una scritta che inneggia a Ra.

Il primo registro contiene il capitolo 17 del Libro dei Morti con alla sua destra otto divinità sormontate da un testo che dice: “Questi Dei sono così nelle loro caverne che sono nella Duat. I loro corpi sono nelle tenebre”. Ancora più a destra Iside e Nephti adorano un bastone con la testa di ariete di RA. Il secondo registro di tre righe orizzontali contiene il cap. 92 del Libro dei Morti seguito da sette rappresentazioni simboliche. Il terzo registro riporta il cap. 1 del Libro dei Morti seguito da un gruppo di otto divinità. Ancora più a destra due Dee adorano il collo di Ra, un bastone con la testa di sciacallo sormontato da un disco solare contenente il ba di Ra. Sulla sinistra del Faraone altri tre registri, nel primo sette divinità racchiuse nei loro tabernacoli (naoi). Ancora più a sinistra un testo di 4 colonne che contiene un’invocazione alle due Enneadi divine. Nel secondo registro una corda che esce dal disco che contiene il ba di Ra e passa su 7 personaggi rivolti al Faraone con le braccia alzate in adorazione, accanto a ciascuna è riportato il proprio nome meno che alla settima. Alle loro spalle è riportato il cap. 29 del Libro dei Morti. Nel terzo registro si trovano due Dei stanti con al centro la figura di un lunghissimo serpente dalla testa umana, Tepy, che racchiude due cartigli, in uno pare esservi Osiride mentre l’altra figura non è identificabile. A destra un contenitore che racchiude un braccio, quattro mani e la testa di un ariete, il significato è incomprensibile. Il testo sulla scena descrive gli Dei sottostanti. La restante parte del registro riporta il cap. 26 del Libro dei Morti.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Tutankhamon. Un faraone adolescente al centro di una questione dinastica”, Rusconi, 2002
  • Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, “La cospirazione di Tutankhamen”, Newton & Compton, 2003
  • Philipp Vandenberg, “Tutankhamon, il faraone dimenticato”, Sugar, 1992
  • Henri T. James, “Tutankhamon. Gli eterni splendori del faraone fanciullo”, White Star, 2000
  • Thomas Hoving, “Tutankhamon”, Milano, Mondadori, 1995
  • Bob Brier, “L’omicidio di Tutankhamon. Una storia vera”, Corbaccio, 1999
  • Haward Carter, “The Tomb of Tutankhamon”, Barrie & Jenkins, 1972
  • Christian Jacq, “L’affare Tutankhamon”, Milano, RCS, 2001
  • H.V.F. Winstone, “Alla scoperta della tomba di Tutankhamon”, Grandi tasc. econ. Newton, 1975
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL CREPUSCOLO DELLA XVIII DINASTIA

Di Piero Cargnino

Con la morte (o l’Esodo) di Akhenaton si chiude quella parentesi storica che alcuni chiamano “Rivoluzione religiosa”, tornano gli dei che fin dagli albori della civiltà hanno vegliato sul popolo egizio. Chi siede sul trono delle Due Terre dopo il faraone eretico è un enigma che ancora oggi fa scervellare molti studiosi.

Secondo alcuni sarebbe Smenkhara ma altri obiettano che varie fonti antiche parlano di una regina che però non è identificata, potrebbe trattarsi di Nefertiti, Grande Sposa Reale di Akhenaton o più probabilmente si tratterebbe di Merytaton (Ankhtkheperura Meri-Neferkheperura), prima figlia di Akhenaton e Nefertiti. Su di un monumento è citata come “l’unica figlia del Re”, anche se in realtà dopo la costruzione del monumento, Akhenaton ebbe molte altre figlie.

Merytaton “Colei che è amata da Aton”, sarebbe stata in seguito la “Grande Sposa Reale” di Smenkhara, fratellastro o figlio dello stesso Akhenaton. Il condizionale è d’obbligo in quanto la quasi totale assenza di dati storici, dovuta alla “damnatio memoriae” voluta principalmente dal faraone Horemheb, non permette una ricostruzione delle sequenze degli immediati successori di Akhenaton.

Smenkhara viene a volte confuso da alcuni con la stessa Nefertiti o con Merytaton con la quale condivide la prima parte del suo nome, Ankheperura Smenkhara-Djeser-Kheperu. Nel 1845, durante l’esplorazione della tomba di Merira II, sovrintendente della regina Nefertiti, scriba reale, maggiordomo, sovrintendente dei due tesori e sovrintendente dell’harem reale di Nefertiti, venne trovata una rappresentazione di Smenkhara e Merytaton nelle vesti di faraone e di “Grande Sposa Reale”, sovrastati dai raggi dell’Aton mentre premiano Merire.

Oggi i nomi non compaiono più ma quando li vide Lepsius, nel 1850, erano ancora ben visibili e l’egittologo li copiò. Non mi dilungo a raccontarvi la grande confusione che si venne a creare, cercherò di spiegarla in poche parole. I due nomi erano: <<“Ankhtkheperura meri” [amato da] “Neferkheperura” >> e << “Neferneferuaton meri” [amato da] “Uaenra” >>, ma sia  Neferkheperura che Uaenra erano i nomi reali di Akhenaton, (li amava tutti e due?).

Nella stele di Berlino (cat. 17813) compare un rilievo dove è raffigurato Akhenaton con un altro re in un atteggiamento che parrebbe affettuoso se non addirittura intimo. Di conseguenza per tutta la seconda metà dell’800 e fino agli anni ’70 del novecento si pensava che lo stesso Smenkhara fosse nominato con svariati epiteti femminili in quanto tra i due ci sarebbe stato un rapporto omosessuale.

Gli egittologi Marc Gabolde e James Peter Allen esaminando alcuni oggetti provenienti dalla tomba di Tutankhamon che recavano il nome di Neferneferuaton, appellato come “desiderato/a da Akhenaton”, in origine erano iscritti come Akhet-en-hyes “utile al suo sposo”; mentre il primo epiteto potrebbe anche riferirsi a Smenkhara, il secondo, che parla di uno sposo, non può che riferirsi ad una donna.

Va detto inoltre che per quanto riguarda Merytaton il suo sesso è confermato dalle forme femminili presenti nel suo cartiglio e dal suo epiteto “Akhet-en-hyes” (Utile al Suo Sposo). Nella foto n. 4 sono riprodotti tre cartigli esplicativi. <<Ankheperura nella versione femminile (93, 94) e in quella maschile (95). 93: Ankheperura desiderata da Neferkheperura (Akhenaton). 94: Ankhteperura desiderata da Uaenra Akhenaton). 95: Ankheperura desiderato da Uaenra >>.

Che Smenkhara abbia sposato Merytaton non ci dovrebbero essere dubbi in quanto viene chiamato da Akhenaton “suo genero”, questo porterebbe a pensare che, almeno nell’ultima parte del suo regno sia stato nominato coreggente con il faraone. Unico indizio archeologicamente testato di cui disponiamo circa la durata del regno di  Smenkhara è la data dell’anno 1 che compare su una giara di vino proveniente “dalla casa di Smenkhara”.

Secondo Aidan Dodson Smenkhara non avrebbe mai regnato ma sarebbe stato solo coreggente di  Akhenaton a partire dal tredicesimo anno di regno di quest’ultimo. James Allen pensa che sia stato un effimero successore dell’altrettanto effimera Neferneferuaton (Merytaton). Altri ipotizzano che abbia regnato due o tre anni perché su alcune giare di vino trovate ad Amarna compare la dicitura “anno 2, “anno 3” sebbene il nome del faraone non compaia.

Capite in che terreno ci stiamo muovendo? Se poi ci rivolgiamo agli epitomi di  Manetone la confusione nella conoscenza di questo periodo sale alle stelle, essi riportano che ad Akhenaton successe:

Secondo l’egittologo Marc Gabolde Achencheres sarebbe Neferneferuaton (Merytaton) e a causa di un  errore di trascrizione sarebbero stati riportati 12 anni e 1 mese anziché  2 anni e 1 mese. In un simposio tenutosi al Metropolitan Museum of Art, venne affermato che:

Bene, mentre questi due “effimeri sovrani” spariscono nel nulla, forse seguendo le sorti di Aketaton, qualcuno già pensava al dopo e si stava organizzando per lasciare la città e tornare a Tebe. Questo era Ay, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton, maestro dei cavalli imparentato con Nefertiti, alcuni pensano che fosse addirittura il padre. Da quello statista potentissimo che era, con un’esperienza di 25 anni riuscì a staccarsi dal credo di Aton divenendo il primo reggente al trono durante il regno di Tutankhamon, cosa che gli permise di succedere a quest’ultimo al momento della sua morte prematura.  

Fonti e bibliografia:

  • Elio Moschetti, “Akhenaton storia di un’eresia”, Torino, Ananke, 2009
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, La Spezia, Melita Edizioni, 1995
  • Alfred Heus et al., “I Propilei”, vol. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Alan Gardine, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Cimmino, “Akhenaton e Nefertiti, Storia dell’eresia amarniana”, Milano, Bompiani, 2002
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Aidan Dobson e Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 2004
  • Cyril Aldred, “Akhenaton il Faraone del sole”, Newton & Compton, 1979
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L’ESODO

Di Piero Cargnino

Ignoriamo tutto, non esistono prove storiche o archeologiche che possano supportare le notizie che ci troviamo a leggere solo sulla Bibbia. Ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti i fatti, ignoriamo perfino se davvero il popolo ebreo sia mai stato in Egitto. Più approfondisco le mie ricerche e più mi rendo conto che, praticamente privi di prove archeologiche o storiche, ciascuno scrive un po’ quello che immagina a seconda della propria interpretazione, alcuni arrampicandosi sui vetri per scovare un indizio che, magari un po’ forzato se non addirittura manipolato, possa confermare la sua tesi.

La realtà è che a tutt’oggi, al di fuori della fede religiosa, non esiste l’ombra di una prova, e ripeto, storica o archeologica, che ci permetta di confermare con assoluta certezza che sia mai avvenuta la discesa in Egitto del popolo ebraico ed il conseguente Esodo, almeno come viene raccontato nella Bibbia.

Prima di arrivare al nocciolo della questione, ovvero: “Gli ebrei sono stati realmente schiavi in Egitto? e “L’Esodo è avvenuto davvero come ce lo racconta la Bibbia?”, vorrei iniziare prendendo l’argomento un po’ alla larga. Non vorrei immergermi in una diatriba religiosa dalla quale non se ne esce più, ma per rispetto alla storia dell’antico Egitto, almeno come la conosciamo noi, vedrò di seguire le diverse ipotesi che fior di studiosi hanno formulato. Ci terrei però ad esprimere anche le mie opinioni in proposito (da profano) ma non privo della capacità di ragionare.

Quello che per me è un punto fondamentale è quello di stabilire innanzitutto “Chi erano gli Ebrei?”. Si può parlare di ebrei come popolo prima che Giosuè fondasse Gerusalemme? Se riusciamo a risolvere questo enigma dopo, forse, sarà tutto più facile.

L’Enciclopedia Treccani alla voce Ebrei specifica:

E’ qui sorge un’altra domanda: “Che cosa s’intende per popolo?”. Faccio ancora ricorso all’Enciclopedia Treccani che definisce Popolo:

Bene a quanto risulta dalle testimonianze riportate nella Bibbia stessa, all’epoca della presunta discesa in Egitto e fino al successivo Esodo, non esisteva alcun complesso di individui accomunati dalla stessa fede religiosa o politica da potersi considerare “popolo ebraico”. Si può iniziare a parlare di un “popolo ebraico”, unito, però solo da un rapporto religioso anche se non ancora un’entità sovrana, solo al termine del presunto peregrinare attraverso il Sinai, quando Mosè riuscì finalmente ad affermare il Dio unico a coloro che lo seguivano (anche se in effetti coloro che lo seguivano erano ancora credenti in molti dei).

Molti studiosi sostengono che il termine “ebrei” lo si trova citato per la prima volta in un papiro risalente alla XIII dinastia e rinvenuto a Tebe, il cosiddetto “Papiro di Brooklin” n. 35.1446 nel quale viene riportato un lungo elenco di nomi di servitori della corte di Khutawy.

In esso si racconta che il visir Ankhu riceve in dono, per ordine del sovrano, del cibo da ripartire fra tutti i suoi collaboratori di molti dei quali vengono citati i nomi. L’interesse storico del papiro sta nel fatto che 45 nomi su 79, sono palesemente asiatici, cosa questa che confermerebbe la notevole presenza in Egitto di gente proveniente dalla Palestina prima ancora dell’invasione degli Hyksos. Privi di connotazioni etniche comuni e senza linguaggio comune; i loro nomi personali denunciavano una provenienza semitica, ma anche hurrita o indo-europea. Mi pare ovvio supporre che in Egitto dimorassero popolazioni di origine palestinese, siriana o cananea.

Nel papiro si parla inoltre della presenza di Hapiru (o Habiru o Apiru), nome principalmente usato nel II millennio a.C. per identificare gruppi di persone appartenenti ad una classe sociale inferiore, che vivevano ai margini della società. Un’altra citazione degli “Apiru” la troviamo su di una scena parietale, rinvenuta durante gli scavi di un monumento egizio risalente all’epoca della regina Hatshepsut e Tutmosi III (1470 a.C. circa). In essa sono rappresentati uomini che lavorano ad un pigiatoio per il vino. La didascalia sotto l’immagine porta scritto: “Estrazione del vino degli Apiru”.

Gli Apiru sono inoltre citati in una lettera presente sul Papiro di Leiden, risalente all’epoca di Ramesse II (1250 a.C. circa), dove vengono impartite le seguenti disposizioni:

Come specificato in precedenza, molti studiosi hanno ritenuto di associare il termine Apiru o Habiru o Hapiru con Ebrei; questo in virtù di una presunta assonanza che passa attraverso il termine “Ivri” (o evriu) da cui Ebrei. Io penso che già non sappiamo di preciso come, a quei tempi, venisse pronunciata oralmente la parola Apiru, e forse neppure la parola Ebrei, che caso mai l’assonanza la intuiamo solo oggi.

L’argomento che stiamo affrontando è estremamente delicato per l’importanza che riveste nei confronti delle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Lungi da me l’idea di scoprire se la Bibbia, o meglio, l’Antico Testamento (Pentateuco), rappresenta un testo sacro storico-religioso o se in esso siano contenuti miti e leggende provenienti da un lontano passato e comuni a diverse antiche culture mediorientali. In linea di massima la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che i testi biblici furono scritti a partire dal VII secolo a.C. anche se le date esatte della compilazione di queste scritture restano a tutt’oggi fonte di interrogativi.

Secondo alcuni studiosi la Bibbia, o almeno gran parte di essa, sarebbe stata composta durante il periodo successivo all’esilio babilonese (587 – 539 a.C.) e potrebbe rappresentare la base su cui un popolo oppresso intendeva affermare una propria identità storica e religiosa dopo oltre mezzo secolo di esilio.

Secondo il professor Eliezer Piasetzky, l’alfabetizzazione presente nelle fasi terminali del Regno di Giuda (600 a.C.), sarebbe stata tale da costituire il primo passo verso la redazione di molti scritti veterotestamentari. Sicuramente ci troviamo di fronte a successive riscritture di testi molto più antichi dai quali gli autori (quaranta secondo alcuni), hanno attinto, ma soprattutto a racconti e tradizioni tramandate più che altro oralmente dal popolo e solo più tardi, quando, in seguito all’“Editto di Ciro” (Esdra: 6:3-5), gli ebrei poterono tornare a Gerusalemme, i vari testi furono riuniti in libri ai quali fu dato un titolo ed in seguito integrati in quella che sarà la Bibbia.

Possiamo anche pensare che durante la cacciata degli Hyksos un gruppo, secondo alcuni sarebbero i famosi Hapiru (o Habiru), abbia scelto di andarsene per proprio conto senza seguire gli altri asiatici seguendo un personaggio di spicco tra di loro (Mosè?), il quale si era creato un unico Dio (chissà perche?) ed in suo nome abbia promesso ai suoi seguaci di portarli in una fantomatica “Terra Promessa”. La Bibbia stessa ci dice che i seguaci di Mosè non erano fedeli a quel Dio che veniva imposto loro e che loro manco ne avevano mai sentito parlare. Ma allora perché girovagare per 40 anni nel deserto del Sinai? Sempre la Bibbia ci dice che gli “Israeliti” non obbedirono al Dio di Mosè e infransero spesso i suoi comandamenti, furono perciò puniti con 40 anni di peregrinazione prima di giungere nella Terra Promessa.

La vicenda del Patriarca legislatore che attraversa il Mar Rosso, si dirige a sud nel Sinai dove vaga per 40 anni e riceve le tavole della Legge dal suo Dio, si può includere nel mito, sacro e nobile, della narrazione biblica. La quale narrazione biblica ci presenta una delle tante  contraddizioni, ci descrive il Monte Sinai non in Sinai ma in Arabia.

Questa è la teoria che colloca l’Esodo in concomitanza con la cacciata degli Hyksos, condivisibile? Personalmente la ritengo poco probabile.

Proviamo ora a guardare la vicenda da un altro punto di vista. Con Amenhotep III avviene il primo distacco vero e proprio della casa regnante dal centro cultuale per eccellenza del dio Amon a Karnak, il sovrano infatti fece costruire una nuova reggia oltre il Nilo, a Malqata, dove fece costruire anche il suo complesso funerario del quale oggi rimangono solo più gli enormi Colossi di Memmone.

Questo allontanò ulteriormente la casa reale dalle interferenze dei sacerdoti del dio Amon i quali erano sempre più invadenti verso il potere politico del sovrano. Come abbiamo accennato in precedenza, già con Thutmosi IV iniziarono ad affermarsi nuove idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo, si nota un certo distacco dal culto di Amon in favore di quello che con Akhenaton troverà una piena affermazione, Aton, ovvero il “disco solare”.

Il padre della psicanalisi, Sigmund Freud scrive in proposito:

Particolarmente evidente è  la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo (notare però che Adonai è plurale e significa “Miei Signori”).

Importante notare che non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa di Aton. Il pensiero vola alla Bibbia:

Cogliendo le somiglianze tra la visione religiosa del faraone eretico e gli insegnamenti di Mosè, Sigmund Freud è stato il primo a sostenere che Mosè era in realtà un egiziano. Ora Ahmed Osman, con recenti scoperte archeologiche e documenti storici, sostiene che Akhenaton e Mosè fossero la stessa persona. In una splendida rivisitazione della storia dell’Esodo, Osman dettaglia gli eventi della vita di Mosè/Akhenaton:

Un po di fantasia non guasta mai. Oltre Freud, anche gli egittologi Arthur Weigall e Jan Assmann, dell’Università di Costanza, e molti altri hanno posto in evidenza le numerose analogie tra Mosè, adoratore di Adonai e Akhenaton adoratore di Aton.

Un’ulteriore analogia la troviamo nelle moltissime similitudini tra “L’Inno ad Aton”, scritto sulle pareti della tomba inutilizzata del visir Ay, con quelle contenute nel Salmo biblico n. 104. La tesi secondo cui Mosè sarebbe lo stesso Akhenaton è però contestata da molti i quali affermano che il faraone sarebbe morto in Egitto prima dell’eventuale Esodo. A questo punto si potrebbe ipotizzare che Mosè sia stato un seguace di Akhenaton, fedele all’Aton, e che, con il fallimento della rivoluzione religiosa e la probabile persecuzione contro i fedeli atoniani da parte del clero di Amon abbia deciso di scappare dall’Egitto con i suoi adepti.

Mosé, secondo gli antichi egizi significava “figlio di” poi la tradizione ebraica lo ha fatto derivare dal termine “Masciah” che significa “salvato dalle acque”; secondo i più si tratta di un nome decisamente egiziano che diversi faraoni portarono. Mosè quindi deve aver vissuto fin dall’inizio la deriva in favore del culto atoniano e l’educazione che ricevette nella corte del faraone fu tale per cui venne iniziato al culto di Aton. Nato probabilmente sotto Amenhotep III divenne poi un cortigiano di Akhenaton e come lui seguace del culto di Aton. D’altronde la Bibbia, nella Genesi, parla sempre di un dio che non è conosciuto da tutti, egli è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e, anche di Giuseppe, sono loro che parlano con il dio, il popolo non viene mai coinvolto se non per interposta persona.

Con la morte di Giuseppe cala il silenzio, un silenzio che dura fino all’avvento della schiavitù ad opera del faraone:

Da quel momento gli ebrei sarebbero diventati schiavi in Egitto. In Genesi 15:13, Dio dice ad Abramo:

cosa che viene confermata dallo stesso Mosè in Esodo 12:40-41 quando afferma:

A questo punto possiamo immaginare che dopo quattro secoli qualcuno ancora si ricorda del dio di Abramo? Tanto meno Mosè che, indipendentemente da come si vuol considerare la sua nascita, è a tutti gli effetti un egiziano e come tale la sua vita si svolge alla corte del faraone.

Manetone scrive che Mosè divenne sacerdote del Sole in Egitto per un periodo di tredici anni. In realtà egli parla di una figura semi leggendaria che chiama Osarseph (altro nome di Mosè secondo Manetone, il quale specifica che tale nome deriva da Osiride e che la parte finale seph è una variante di Seth). Anche Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione” associa Osarseph al profeta ebraico affermando che fu un alto sacerdote del clero di Osiride della città di Eliopoli durante il regno del faraone Amenhotep senza precisare quale.

Forse non è errato pensare che la figura di Mosè, magari non proprio come lo descrive la Bibbia, sia realmente esistita. Indipendentemente dalla sua nascita ed infanzia quale gli viene attribuita nella Bibbia, Mosè visse presso la corte del faraone e:

Manetone parla di lui citandolo come Osarseph che Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione”, in seguito associa ad un alto sacerdote del clero di Osiride. Sempre Giuseppe Flavio, nelle “Antiquitates Iudaicae”, aggiunge che Mosè fu mandato dallo stesso faraone a guidare l’esercito egiziano contro gli etiopi, che erano avanzati da sud impossessandosi di molte città, per cui divenne un potente generale dell’esercito egiziano.

Di lui la Bibbia dice che, seppur formatosi presso la famiglia reale, ad un certo punto non condivise più i metodi disumani coi quali venivano trattati gli ebrei “schiavi” e decise di aiutarli ad uscire da quella situazione. Fin qui il racconto della Bibbia e di alcuni storici antichi dei quali non si nutre piena fiducia.

Ma vediamo prima quando Giuseppe e con lui Giacobbe (Israele) sarebbero scesi in Egitto. Come ho detto in precedenza Dio dice ad Abramo che i suoi discendenti:

CHI ERA MOSE’?

Penso che, nonostante le molte contraddizioni ed inesattezze storiche e bibliche, un personaggio quale Mosè deve essere sicuramente esistito. Secondo alcuni Mosè altri non era se non lo stesso Akhenaton. L’identificazione del faraone ribelle Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Particolarmente evidente è  la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo. La cosa potrebbe essere verosimile poiché non si sa più nulla di lui da un certo periodo in poi, la damnatio memoriae cui fu soggetto, principalmente durante il regno del faraone Horemheb fu talmente meticolosa da cancellare quasi completamente il suo ricordo.

Arriviamo dunque al momento in cui Akhenaton prende coscienza che l’opposizione nel paese, sobillata soprattutto dal clero di Amon, si fa sempre più forte assumendo anche caratteri di rivolta. Come abbiamo già detto in Egitto e parte del Medio Oriente, pare si sia verificata un’epidemia molto grave la cui natura resta in gran parte sconosciuta. Forse proprio a causa di questa epidemia nella famiglia reale avvennero molte morti, dapprima la regina madre Tiy (intorno al 13º anno di regno) seguita dopo poco dalle giovanissime principesse Setepenra e Neferneferura. Queste morti furono precedute, intorno al 12º anno di regno, dalla morte della secondogenita, Maketaton (morta forse di parto). Tutti questi lutti dovettero colpire duramente il sovrano già provato dalla delusione dovuta alla consapevolezza  dell’ormai imminente fallimento del suo culto atoniano. A complicare ulteriormente le cose pare che intorno al dodicesimo anno di regno, la sposa reale Nefertiti esca di scena, di lei non si sa più nulla, secondo alcuni cadde in disgrazia, ma potrebbe anche essere morta. In un edificio situato a sud della città di Akhetaton, detto Maruaten, il nome di Nefertiti è stato cancellato ed al suo posto compare quello della figlia maggiore Merytamun che pare sia poi andata sposa a Smenkhara, successore di Akhenaton.

In una tomba di Amarna Akhenaton e Nefertiti sono rappresentati insieme mentre offrono dell’oro al defunto ma inspiegabilmente al posto dei loro cartigli compaiono quelli di Smenkhara e Merytamun, questo porterebbe a pensare che Akhenaton non era più presente ad Akhetaton prima che il nuovo faraone lasciasse Amarna per Tebe. A questo punto non ci sono che due spiegazioni, o Akhenaton era morto oppure aveva già lasciato Amarna con i suoi seguaci per dirigersi in Palestina sotto le spoglie di Mosè.

Secondo altri studiosi Akhenaton morì intorno al suo diciassettesimo allo di regno ma Akhetaton non fu abbandonata subito, a succedere al trono salì dunque Smenkhara, sarà lui a lasciare Amarna abbandonando l’eresia dell’Aton. Una testimonianza ci arriva da un graffito in ieratico trovato a Qurna e risalente al terzo anno di regno di Smenkhara dove un certo Pwah innalza un inno al dio ancestrale:

E’ evidente che l’eresia era già stata abbandonata. Certo Akhenaton potrebbe essere morto ma non dimentichiamo il generale Thutmose che Manetone cita come Osarseph ripreso anche da Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apione”. Nato forse durante il regno di Amenhotep III o addirittura di Thutmosi IV, con molta probabilità da genitori egiziani facenti parte della corte se non addirittura da una sposa secondaria di uno dei due faraoni citati sopra, [Thut] Mose fu partecipe a pieno titolo della vita di corte e con questa condivise le nuove tendenze religiose ormai orientate verso l’Aton. Quasi certamente affiancò Amenhotep IV nella sua rivoluzione religiosa, che porterà il faraone a mutare il suo nome in Akhenaton, e con lui partecipò alle sorti dell’Egitto incluso il trasferimento della capitale ad Akhetaton.

Come abbiamo già accennato in precedenza Flavio Giuseppe, nelle “Antiquitates Iudaicae”, identifica Mosè con il generale Thutmose, a parziale conferma di ciò, su vari testi egiziani è attestato che il faraone Akhenaton fece sedare un’insurrezione nubiana, nell’odierno Sudan e questo avvenne nel suo dodicesimo anno di regno, a guidarla fu il generale Thutmose. Possiamo quindi immaginare una collaborazione molto stretta fra il faraone e Mosè entrambi adoratori dell’Aton.

Alla morte di Akhenaton sale al trono Smenkhara che cede al clero di Amon e cancella l’eresia atoniana. Mosè raccoglie i seguaci di Aton e con essi parte per cercare una nuova terra dove professare il suo credo. Certo non erano molti come ci racconta la Bibbia:

Coloro che seguirono Mosè non erano quindi gli schiavi biblici bensì normali cittadini di Amarna, magari pure benestanti, che se ne andavano portandosi dietro tutti i loro averi, oro, argento, gioielli e vestiti oltre a rifornimenti per il viaggio. Non credo che se si fosse trattato di schiavi, liberati dal faraone dopo le dieci piaghe, questi gli avrebbe pure dato:

Certamente Mosè si vide costretto a cambiare qualcosa del credo atoniano, in quanto enoteista il credo ammetteva la presenza, seppur marginale di altri dei, prima fra tutti la Maat. Mosè fonda perciò un nuovo credo, monoteista, che vede un unico dio che non ha nome:

Riguardo a quest’ultima parte viene solo ribadito quello che già esisteva nel credo dell’Aton infatti non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa del dio atoniano, Aton rappresenta solo il disco solare.

Un’ultima considerazione che mi pare doveroso fare perché ci troveremo tra poco a dover affrontare è che, mentre tutto ciò che riguardava Amarna per quanto possibile fu cancellato dalla damnatio memoriae, così come i personaggi che non seguirono Mosè ma che erano coinvolti nell’amministrazione, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton non solo mantenne la sua posizione ma la migliorò diventando in seguito faraone, fu il maestro dei cavalli Ay, forse per il fatto di essere imparentato con la regina e, come tale, avere una grande influenza negli affari di stato in quanto il faraone che seguirà Smenkhara, ovvero Tutankhamon, era ancora un fanciullo.

Fonti e bibliografia:

  • Sigmund Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
  • Johannes Lehmann, “Mosè l’egiziano” Garzanti, Milano 1987
  • Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
  • Giovanni Garbini, “Storia e ideologia nell’Israele antico”, Brescia, 1986
  • Edda Bresciani, “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”, Torino, Einaudi, 1969
  • Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
  • Martin McNamara, “I Targum e il Nuovo Testamento”, Bologna, 1978
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, 1961
  • Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
  • Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
  • Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Charles Conroy, “The “Israel Stela” of Merenptah”
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AKHENATON  –  IL FIGLIO DEL SOLE

Di Piero Cargnino

Nel rispetto della correttezza storica dobbiamo dire che il vero erede al trono, alla morte di Amenhotep III, era il figlio primogenito del sovrano e della Grande Sposa Reale Tiye, Thutmosi, successore designato dallo stesso faraone. quel poco che si sa di lui è che morì giovane in circostanze piuttosto oscure intorno al trentesimo anno di regno del padre.

Amenhotep IV sale dunque al trono nei primi giorni di “tybi”, primo mese della stagione di “peret”. Nonostante sia stato oggetto di una “damnatio memoriae” che non ha eguali a causa della sua rivoluzione che toccò non solo la religione ma ogni espressione artistica e culturale che si protraeva da oltre un millennio e mezzo, rompendo con l’ormai tradizionale stile di vita del popolo egizio, di lui conosciamo parecchio. La sua figura così originale e rivoluzionaria ha suscitato grande interesse negli studiosi e non solo perché fu faraone d’Egitto ma per il ruolo che ha avuto sia nella società del suo tempo che nella religione, e non parlo solo della religione dell’antico Egitto, le implicazioni del suo pseudo monoteismo precorrono i tempi delle attuali religioni monoteistiche. Freud vide in lui il mentore di Mosè e l’ispiratore del monoteismo ebraico. Secondo alcuni, che non condivido, è visto come la vittima dell’Esodo, per altri come un oppressore o un fanatico. Non condivido alcuna di queste opinioni, solo un soggetto eccezionale poteva dare origine ad una visione così diversa ed in un certo senso persino moderna del mondo che ci circonda.

In lui non c’è più nulla del sovrano guerriero, conquistatore e massacratore dei suoi nemici, dell’essere superiore e divino che si rivolge alle divinità come ai propri simili. Ora il sovrano è innanzitutto un uomo, un poeta che scrive inni che anticipano i salmi di Davide, un uomo che si fa rappresentare come un comune mortale, seppur grottesco, come un marito e padre affettuoso che sorregge tra le braccia i propri figli. Certo che un personaggio simile, oggetto della peggiore damnatio memoriae, ignorato da tutte liste reali, sparì completamente dalla storia egizia finché non fu scoperto, nel XIX secolo il sito archeologico di Amarna dove Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in quello di Akhenaton (colui che compie il volere di Aton) , aveva fondato la sua nuova capitale Akhetaton (Orizzonte di Aton).

La sua stessa moglie, Nefertiti è famosa al pari di lui, noi la conosciamo per la bellezza che traspare dal suo busto, oggi conservato al Neues Museum di Berlino, che si pensa la rappresenti. La regina appare sempre con la sua elegante figura al fianco del marito in scene domestiche mentre gioca con le figliolette o mentre, col marito sfila con grande eleganza sul cocchio reale. Molte sono le scene che raffigurano la famiglia reale nell’intimità quotidiana con la fedele moglie che riempie di vino il boccale del sovrano.

Le scene che rappresentano Akhenaton e Nefertiti ci sorprendono per il loro realismo come una fedele rappresentazione di felicità coniugale. Certo che i faraoni ebbero più mogli ma quello che distingue la Grande Sposa Reale di Akhenaton è l’amore che il sovrano prova per lei.

Su di una grande stele confinaria della nuova città di Akhetaton così il re  descrive sua moglie:

Innegabile l’amore per le figlie, che nell’Egitto faraonico non si riscontrano eguali, sempre in compagnia dei genitori. Le scene che si presentano ai nostri occhi e che ci parlano della vita di questo faraone compaiono su vari monumenti al punto che parecchi scrittori e studiosi contemporanei lo considerano il più moderno ed il più comprensibile di tutti quegli antichi faraoni-dei che lo hanno preceduto.

Una simile figura non può non piacere, nonostante l’abisso di tempo che ci separa,  Akhenaton ha entusiasmato generazioni di egittologi, James Henry Breasted ebbe a scrivere:

Un tale entusiasmo espresso da un’autorità così eminente non può che coinvolgere altri nel giudizio. Arthur Weigall, egittologo inglese ne condivise le opinioni:

In tempi più moderni si è affermata la tendenza a ridimensionare la figura di Akhenaton riducendone la fisionomia in modo meno attraente conformandola al solo aspetto religioso. Senz’altro è questo l’aspetto che più ispira la sua figura ma non sempre, e non da tutti, considerata nel modo corretto.

Si parla di  Akhenaton come di colui che ha ispirato il monoteismo, niente di più errato. Per monoteismo, dal greco “monos” unico, solo e “theos” dio, si intende che esista un solo dio universale, che sta al di sopra di tutto, lui solo è da adorare. Quello di Akhenaton è invece una forma ibrida che lo storico delle religioni Friedrich Maximilian Müller ha coniato per definire coloro che adorano una divinità, invocandola e celebrandola come unica senza per questo avere una vera e propria concezione monoteistica. Si tratta di una finezza concettuale che parrebbe non trovare conferma nella rivoluzione religiosa intrappresa dal “faraone eretico” che sradicò il culto degli altri dei imponendo il culto di Aton, ma vedremo che non è così.

Aton non è il dio stesso ma l’iconografia del disco solare, la rappresentazione del dio sole Ra e veniva adorato come creatore di tutte le cose, come colui che provvedeva ai bisogni di tutte le creature con i suoi raggi benefici che davano vita alla sola famiglia reale, era poi compito del suo intermediario in terra, il faraone, trasmettere i benefici a tutto il popolo che si sottometteva al dio Aton. Le manifestazioni dell’Aton avvenivano di giorno quando esso splendeva in cielo, allora gli umani potevano aspirare al successo o alla perfezione, la notte, priva dello splendore dell’Aton era da temere.

Amenhotep IV sale al trono che fu del padre, le notizie più autorevoli che possediamo al riguardo ci provengono dalla corrispondenza minutamente documentata nell’archivio di Amarna dove si custodivano le famose tavolette, ovvero la corrispondenza tenuta dai sovrani egizi a partire da Amenhotep III fino al primo anno di regno di Tutankhamon.

In un primo tempo Amenhotep IV adorava ancora Amon-Ra, sappiamo che fino al suo quarto anno di regno il primo profeta di Amon era ancora nel pieno delle sue funzioni. Nelle cave di arenaria di Gebel Silsila, su di una stele il faraone compare in atto di adorare Amon-Ra e l’iscrizione che accompagna la sua figura ci rivela che il re, appare ancora sotto la tutela di Amon, nel testo il re si definisce come “il primo Hem-netjer” della divinità, ossia come il:

Dall’iscrizione si può dedurre che in questo periodo non vi fosse ancora una completa rigidità nell’utilizzo del nome Aton. L’immagine del sovrano è rivolta ad Amon e su di essa compare la scritta:

Da notare che nella stele di Gebel Silsila non è rappresentato  Ra-Horakhty bensì lo stesso Amon e che Amenhotep IV si definisca come suo “amato”, questo ci porta a concludere che, almeno all’inizio del suo regno, il faraone ammettesse la coesistenza pacifica del nuovo culto con quello del dio di Tebe.

Non ci è dato a sapere come il clero di Amon accettasse l’insolita assunzione da parte del re del titolo di sommo sacerdote ma sicuramente non bene. Quando Amenhotep IV salì al trono l’impero egizio, costruito dai grandi faraoni guerrieri precedenti, si trovava in una difficile situazione. I fedeli alleati Mitanni erano continuamente sottoposti alle scorribande dei loro vicini di Hatti che fomentavano rivolte anche presso gli stati vassalli della Siria. Tanto per completare il quadro i predoni Hapiru scorrazzavano per la Siria creando disordini ovunque.

Quindi era il caso che in Egitto tornasse un faraone forte come i precedenti, che marciasse con il suo esercito, spingendosi fin dentro l’Asia, per domare le insurrezioni e riportare l’ordine precedente. Purtroppo quel faraone non era Amenhotep IV, i suoi consiglieri erano sua madre Tiye e sua moglie Nefertiti che non condividevano idee di guerra. Il sovrano, incurante delle questioni belliche, si immergeva sempre più nella sua teologia filosofeggiante.

La sua visione era quella di un regno permeato dalla fede in un dio universale che doveva troneggiare su tutta la terra e non solo sull’Egitto, il Sole, l’Aton. Amenhotep IV si dedicò ad elaborare una serie di progetti architettonici, fece decorare l’ingresso meridionale del recinto del tempio di Amon-Ra dove vennero rappresentate scene di adorazione del dio solare Ra-Horakhty.

Ordinò la costruzione di un grande complesso nella zona orientale di Karnak dedicato all’Aton che chiamò “Gempaaton” (Aton è stato trovato). Il complesso sii componeva di una serie di costruzioni tra cui un palazzo ed un edificio chiamato “Hwt Benben” (Palazzo della Pietra Benben) che dedico alla moglie Nefertiti. La sua smania architettonica si affermò anche nella costruzione di altri due edifici presso il Nono pilone del tempio di Karnak, edifici che vennero chiamati “Rud-menu” e “Teni-menu”.

Con il nome di Amenhotep IV il sovrano compare ancora in alcune tombe di nobili a Tebe, la TT192 di Kheruef, la TT188 di Parennefer dove Amenhotep IV e Nefertiti compaiono assisi in trono con il disco dell’Aton sulle loro teste, nella TT55 di Ramose lo troviamo sulla parete occidentale rappresentato secondo lo stile tradizionale, assiso in trono mentre al suo cospetto compare Ramose. Sulla parete di fronte è rappresentata la coppia reale, Amenhotep IV e Nefertiti, affacciati alla finestra delle apparizioni, sulle loro figure spicca l’Aton nella sua forma di disco solare.

Le ultime volte che troviamo il faraone con il nome di  Amenhotep IV è su due lettere, scoperte a Gurob, che il funzionario Apy (o Ipy) scrive al sovrano nel quinto anno del suo regno. Terzo mese di peret, diciannovesimo giorno. Dalle lettere di Amarna si evince che quel periodo fu denso di acute tensioni sociali ed economiche, la causa principale è da attribuire ad un decadimento nell’economia dei contadini che progressivamente si indebitavano. Come abbiamo già descritto in precedenza, questa situazione causava la fuga dei debitori verso altri stati, questi però avevano raggiunto una specie di estradizione per cui ai fuggiaschi non rimaneva che darsi alla macchia verso zone inospitali dove si mescolavano ai predoni Hapiru.

Incurante degli avvenimenti che lo circondavano il giovane faraone era intriso dal suo culto che andava elaborando e, non pago di aver innalzato a Karnak il tempio all’Aton, mutò anche il nome della capitale Tebe (la città di Amon) che da allora fece chiamare “la città dello splendore di Aton”.

Ovviamente questo inasprì le tensioni con il clero di Amon che durante la XVIII dinastia si era arricchito a dismisura acquisendo un notevole potere. Certo che il clero avrebbe potuto urlare al sacrilegio ed in qualche modo sostituire il faraone, ma Amenhotep IV era dotato di una grande forza di carettere e per di più proveniva da una progenie di sovrani troppo illustre per poter essere messo da parte dalla casta sacerdotale seppur così potente. Il conflitto che ne nacque diventò così aspro per il sovrano che la sua permanenza a Tebe non era più tollerabile. Amenhotep IV decise dunque di allontanarsi, anche fisicamente, da Tebe e dall’invadenza dei sacerdoti di Amon,  nell’anno V del suo regno decise di costruire una nuova capitale dopo aver scelto personalmente il sito. Questo si trovava nel XV nomo dell’Alto Egitto a circa  400 chilometri a nord di Tebe e circa 320 a sud di Menfi.

La nuova capitale venne chiamata Akhetaton, “L’orizzonte di Aton”. La scelta del territorio era condizionata dalle sue convinzioni, il luogo doveva essere vergine sia sotto il profilo politico che, e specialmente, religioso, nel contempo si trovava in una posizione all’incirca equidistante dalle due capitali precedenti permettendo il normale svolgimento dei due ruoli, amministrativo e religioso. Si trattava di una città fondata a nuovo nel senso che tutto era nuovo, i suoi abitanti, che dovevano professare la fede ad Aton, i suoi palazzi come le abitazioni civili ed i templi, tutti dedicati all’Aton. I confini della città vennero delimitati da 15 “Stele di confine” sulle quali era dichiarata l’appartenenza del territorio ad Aton. I sacerdoti erano pochi in quanto il compito di presentare le offerte all’Aton era riservato al faraone ed alla sua famiglia, queste consistevano nel bruciare incenso e cantare gli inni al dio accompagnati da nenie apposite.

Dopo 5 anni, 8 mesi e 13 giorni di regno, il faraone con la sua famiglia si insediò nella nuova città di Akhetaton, un mese prima aveva cambiato il proprio nome con quello di Akhenaton “Aton è soddisfatto” mantenendo però il suo praenomen, o nome del trono, Neferkheperura.

Si è dibattuto a lungo, e si dibatte tutt’ora su quali siano state le azioni intraprese da Akhenaton per trascinare il popolo verso le sue idee religiose. Indubbiamente iniziò col limitare i riferimenti agli altri dei adottando, ed imponendo, un linguaggio religioso sempre più consono all’Aton, sicuramente però dovette prendere atto che la cosa non era sufficiente pertanto adottò una soluzione più drastica, ordinò che venissero cancellati tutti i riferimenti alle divinità tradizionali, in modo particolare quello di Amon anche quando questo era parte di nomi propri, Akhenaton fece persino scalpellare il nome del proprio padre Amenhotep III perché conteneva il nome di Amon. Stessa cosa fece per il nome “madre” il cui suono era simile a quello della dea Mut, sposa di Amon, fece cancellare il geroglifico rappresentante un avvoltoio, simbolo della dea Mut e della dea Nekhbet.

Al nome del dio Ra-Horakhti venne eliminato il geroglifico del falco rendendo praticamente illeggibile il nome. Solo il nome di Ra rimase invariato perché rappresentava il Sole. Stessa cosa dovette fare il resto del popolo quando il loro nome conteneva un riferimento ad una divinità.

Pare però che per i nomi propri non ci fosse l’obbligo di modificarli,  ad Amarna sono stati rinvenuti personaggi come Ahmose, (tomba TA3), e Thutmosi,  capo-scultore al quale viene attribuito il famoso busto di Nefertiti. Nelle tombe dei nobili ad Amarna sono stati inoltre trovati numerosi amuleti in faience che gli abitanti indossavano liberamente sui quali erano rappresentati gli dei Bes, Tueret o l’occhio di Horus. Questo dimostra che, nonostante la sua infatuazione per l’Aton, in fondo la sua politica fu relativamente tollerante.

Nel suo “enoteismo” rivoluzionario, il sovrano non è più la rappresentazione del dio, egli è “utile a Dio, che è utile a lui”, su di una stele a Karnak, nel tempio di Ptah si legge:

Con queste premesse il faraone del Sole si installò ad Akhetaton che subito abbellì di palazzi e templi per se e per la regina Nefertiti così come per tutta la famiglia reale, un grande tempio venne eretto per il “Disco solare”, centro della nuova religione.

Ugualmente consone alla grandezza della nuova città furono le dimore dei cortigiani che non avevano eguali nel resto del regno, così come le loro tombe per le quali venne predisposta una necropoli ai piedi delle colline a sud, cappelle decorate con simboli e rilievi in lode all’Aton.

Oggi possiamo ancora ammirare in una di queste tombe, quella del sacerdote Ay, dove si trova un inno, considerato opera dello stesso Akhenaton, nell’inno egli vagheggia nella sua religione universale, esalta l’universalismo dell’impero egizio in sostituzione del nazionalismo che per venti secoli aveva imperato nelle Due Terre. Il suo dio non fa differenza tra gli uomini, non importa la razza o la nazionalità, è il signore universale, Creatore di tutta la natura. Chiama Aton:

<<……padre e madre di tutti coloro che egli ha creato…….>>.

Nella sua filosofia religiosa spicca su tutto la Maat (la verità), mai prima d’ora così insistentemente citata, il suo nome appare sempre accostato ad essa “vivente nella verità”.  Akhenaton appare ovunque con la sua famiglia, gode dei rapporti famigliari e loro con lui mentre partecipano ai riti religiosi. Lui “E'”, tutto ciò che avviene intorno avviene per mezzo di lui, è ciò che lui vuole, Il suo scultore Bek afferma che quello che lui fa gli è giunto dagli insegnamenti del sovrano il quale istruì gli artisti della sua corte ad esprimere ciò che realmente vedevano dimenticando i vecchi canoni che erano usati in passato.

Così ammiriamo gli atteggiamenti istantanei e reali della vita animale, il cane in corsa, la preda che fugge, il toro che salta tra i papiri, questo perché è la verità, quella in cui viveva Akhenaton, il suo nuovo mondo. Nulla di più appariscente di questa verità troviamo anche nelle rappresentazioni del sovrano stesso, espressione di quella nuova arte che si doveva rappresentare.

Gli artisti lo rappresentavano non come in passato erano rappresentati idealisticamente i faraoni, belli, sempre giovani, ma come essi stessi lo vedevano, con tutte le sue deformità corporee.

Immerso nei suoi sogni religiosi e occupato ad abbellire la città dell’Aton, ovviamente trascurò gli affari di stato e le condizioni dell’impero, nonostante le sollecitazioni dei suoi stessi generali e dei sovrani dei paesi alleati. Quando, ad un certo punto, messo di fronte alla tragica realtà in cui si trovava l’impero capì, ma ormai era tardi. A nord gli Ittiti avevano minato l’influenza egizia in Siria mentre in Palestina la situazione era se non peggiore almeno simile, in Asia l’impero egizio praticamente non esisteva più. In una scena riferita all’anno dodicesimo di regno assistiamo ancora all’arrivo di tributi dall’Asia e da Kush ricevuti dal sovrano e dalla regina Nefertiti ma oltre non sono documentati altri arrivi.

Pare che fu proprio in quegli anni che la regina madre Tiye abbia fatto visita ad Akhenaton per metterlo al corrente delle disastrose condizioni in cui versava l’Egitto fuori dal suo piccolo mondo di Akhetaton, dove gli affari interni ed esterni risentivano della mancanza di una politica attiva, non bastava sognare, ora si doveva anche agire ed in fretta. Il popolo era fortemente risentito per la soppressione delle antiche divinità ed i sacerdoti avevano costituito un potente partito di opposizione, più o meno segreto tramando per riportare il paese agli antichi culti religiosi.

Le conseguenze della politica di Akhenaton non tardarono a farsi sentire. Il faraone cominciò a rendersi conto di non essere più in grado di gestire la situazione che si era venuta a creare, sia all’interno che all’esterno dell’Egitto. Istigato dai sacerdoti di Amon il popolo non era più disposto a rinnegare i suoi dei, secoli di storia stavano alle loro spalle e non era sufficiente un colpo di spugna dato da un tiranno per cancellarli. Dal canto loro i generali dell’esercito, abituati ad una condotta ferrea nella gestione dei rapporti con gli alleati ed ancor di più verso le quotidiane rivolte che avvenivano qual e la in Asia come al sud, entro quelli che erano i confini  tracciati dai precedenti re guerrieri, mal sopportavano la condotta pacifista del sovrano.

L’ascesa dell’impero ittita si faceva sentire pesantemente, l’Egitto aveva ormai perso il controllo su gran parte degli stati assoggettati col risultato che erano sempre meno i tributi che arrivavano minando la ricchezza del paese. Dalle notizie che apprendiamo dalle “Lettere di Amarna” si legge che gli stati vassalli ancora fecdeli reclamavano un consistente aiuto da parte dell’esercito egizio per far fronte alle razzie ed ai disordini creati dalle bande di Hapiru. Pressanti erano le richieste di aiuti da parte di Tushratta, re di Mitanni, sono molte le lettere inviate dal sovrano per ottenere appoggio dal faraone, ma a fronte di queste richieste nessuna notizia ci è giunta di campagne militari in quell’area. Unica azione militare di cui ci è giunta notizia è una breve campagna in Nubia contro una piccola tribù, gli Akayta. Solo quando la crisi si fece più profonda, minacciando di sprofondare in una tragedia, allora Akhenaton iniziò ad agire.

Venne combinato il matrimonio tra la figlia maggiore del sovrano Meryt-Aton, che era stata associata al trono dal padre, ed il principe Smenkhara, forse fratello dello stesso Akhenaton. Non risulta però che dopo il matrimonio Smenkhara sia stato nominato coreggente. Smenkhara venne subito inviato a Tebe con il compito di sedare i tafferugli generati dai sacerdoti di Amon.

Oltre ai vari problemi generatisi con la rivoluzione di Akhenaton, durante la seconda metà del suo regno scoppiò una grave epidemia di peste bubbonica o di qualche tipo di influenza che coinvolse l’intero Medio Oriente mietendo numerose vittime, pare che anche il re Ittita Suppiluliuma ne sia rimasto vittima. Secondo Zahi Hawass, in base a ritrovamenti scoperti nel sito di Amarna, si sarebbe trattato di peste nera. La stessa famiglia reale venne colpita, tra il dodicesimo ed il diciassettesimo anno di regno vennero a mancare  la regina madre Tiye oltre alle principesse Maketaton, Setepenra e Neferneferura, alcuni sostengono che anche la regina Nefertiti sarebbe morta per la stessa ragione, nulla però lo conferma.

Le ultime notizie della famiglia reale le troviamo sulle pareti della tomba di un cortigiano, Merira, nel secondo mese del dodicesimo anno di regno di Akhenaton, dopodiché non si trovano più fonti dalle quali sia possibile trarre informazioni certe. Pare che la “damnatio memoriae” alla quale fu sottoposto Akhenaton sia stata assai meticolosa da far sparire tutto quello che lo identificava. Nel dicembre 2012, in una cava di calcare a Deir el-Bersha, venne rinvenuta un’iscrizione che si riferiva esplicitamente al sovrano ed alla moglie Nefertiti risalente al sedicesimo anno, terzo mese di akhet, quindicesimo giorno. Alla luce di questo ritrovamento si può pensare che  Akhenaton abbia regnato per circa diciassette anni e con lui Nefertiti.

Sono state formulate numerose ipotesi, più o meno valide ma nessuna certa, secondo alcuni Nefertiti sarebbe sopravvissuta al marito ed avrebbe continuato a regnare travestita da uomo con il nome di “Neferneferuaton Ankheperura” o addirittura che abbia regnato lei con il nome di “Smenkhara”. In assenza di evidenze si può dire tutto ed il contrario di tutto, la fantasia non ha limiti. Per quanto riguarda Akhenaton non esiste nulla che parli della sua morte, possiamo affermare che dalla metà del suo regno fino a Tutankhamon ci troviamo nel più oscuro periodo della storia egizia.

Alcuni studiosi che hanno esaminato reperti funerari consistenti in un sarcofago di granito, un cofano per i vasi canopi, e varie statuette funerarie (ushabti)  riguardanti il faraone Akhenaton, ritengono che, almeno in un primo momento il faraone sia stato sepolto nella necropoli reale di Amarna. Il sarcofago, profanato e sfregiato, è stato restaurato e si trova in esposto al Museo Egizio del Cairo.

L’egittologo Zahi Hawass afferma che la mummia di Akhenaton venne traslata a Tebe quando, Tutankhaton (che aveva cambiato il suo nome in Tutankhamon), rinnegando la rivoluzione del padre, ripotò definitivamente la corte. Con la morte di Akhenaton ha termine la parentesi “eretica” del faraone del Sole, Di lui si parlerà solo in modo dispregiativo, nella “Iscrizione di Mes”, documento di epoca ramesside Akhenaton è citato come:

Non penserete mica che con la morte di Akhenaton la sua “rivoluzione religiosa” finisca così. Forse la “sua” rivoluzione è finita, ma potrebbe averne generata una successiva molto più grande e duratura, chissà……..!

Pare che sul finire del suo regno l’enfasi religiosa di Akhenaton di affermare ad ogni costo il culto dell’Aton iniziasse a vacillare, non nella fede ma nella possibilità di rendere il suo dio universale. La regina Nefertiti, per qualche ragione sconosciuta, forse cominciò a dissentire dai ripensamenti del marito e sembra che abbia deciso di ritirarsi in un palazzo nella zona settentrionale di Akhetaton portando con se il figlio Tutankhaton.

Secondo alcuni studiosi, Akhenaton morì l’anno successivo, il diciassettesimo di regno. Come abbiamo detto in precedenza nulla ci è dato a sapere da questo momento in poi. Si pensa che Tutankhaton avesse 8 o 9 anni quando sposò la sorella Ankhesepaaton, figlia maggiore di Akhenaton (forse fu anche sua sposa) che doveva avere circa 13 anni, fu più o meno in quel periodo che, salito al trono dopo la breve parentesi di Smenkhara (meno di un anno), la capitale venne trasferita a Tebe, sicuramente su consiglio del sacerdote Ay e della stessa Nefertiti ed il nuovo sovrano e sua moglie furono costretti a sostituire la parte teofora dei nomi che divennero Tutankhamon (Immagine vivente di Amon) e Ankhesenamon.

Fu così che la “Capitale del Sole” Akhetaton venne abbandonata ed in breve cadde in rovina. Si pensa che quando il giovane faraone fece riportare la capitale a Tebe, la mummia di  Akhenaton sia stata traslata nella tomba KV55 nella necropoli tebana. Esplorando la tomba nel 1907, Edward Ayrton rinvenne uno scheletro malridotto che recenti test genetici assegnerebbero al faraone eretico.

Il ritrovamento di quattro mattoni magici, recanti il cartiglio di Akhenaton, confermerebbero che quella è veramente la sua sepoltura, secondo Alan Gardiner, coloro che pietosamente provvidero alla sistemazione della tomba erano certamente suoi seguaci ed erano certi di seppellire proprio il loro signore.

Quello che resta della mummia trovata nella tomba KV55 venne sottoposta nel 2010 ad ulteriori accertamenti dai quali pare sia emerso che la mummia sarebbe appartenuta al padre genetico di Tutankhamon ed in quanto tale venne assegnata ad Akhenaton. Successive analisi effettuate sul DNA dei due feti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon avrebbero rivelato che la mummia della KV55 non poteva appartenere al nonno delle bimbe come invece ci si aspettava essendo Akhenaton (forse) il padre di Tutankhamon e dell’unica sua moglie, Ankhesenamon. Si pensò dunque che la mummia fosse quella di Smenkhara e che fosse lui il padre di Tutankhamon, la cosa però sarebbe smentita dall’esame ortopedico eseguito sulla colonna vertebrale che assegnerebbe alla mummia un’età di non oltre 30 anni, incompatibile con quella probabile di Smenkhara.

Nel 2011 l’Università del Cairo conferma che il corpo di KV55 sia effettivamente quello di Akhenaton, a tutt’oggi però non esistono ancora pubblicazioni al riguardo.

Perché ho detto questo? Perché in ogni caso esiste sempre una, seppur piccola, possibilità che l’esame del DNA non sia in grado di stabilire esattamente il grado di parentela. Questo a titolo di cronaca, cosa che ci permette di sollevare un minimo dubbio sul fatto che la mummia trovata nella KV55 non sia appartenuta al faraone Akhenaton.

Esaminiamo ora alcune ipotesi, e sottolineo Ipotesi che non trovano alcun riscontro nella storia ne nell’archeologia ma che a mio parere non è opportuno trascurare.

Poniamo che Akhenaton in realtà non sia morto come si crede, o forse sì, ma la sua eresia enoteista morì con lui? Non aveva convertito l’intero Egitto ma di seguaci che credevano in lui ce ne saranno stati, e parecchi se avevano popolato un’intera città come Akhetaton. Dove finirono coloro che abitavano la città e seguivano il faraone nella sua eresia, partecipando attivamente con lui ed officiando riti all’Aton? Abbandonati dalla regina Nefertiti e dal nuovo faraone Tutankhamon, si trovarono a dover affrontare la rivolta del popolo istigato dai sacerdoti di Amon. Cosa gli rimaneva da fare? Raccogliere tutti i seguaci, che non erano pochi, e fuggire cercando un altro luogo dove poter continuare a professare la loro religione. E quì mi torna in mente l’Esodo, ne abbiamo parlato a proposito della cacciata degli Hyksos all’epoca di Ahmose analizzando tutte le variabili possibili che ci hanno portato ad ipotizzare che l’Esodo si fosse verificato proprio in quell’occasione.

Privi però di ogni riscontro storico o archeologico, proviamo a pensare che le cose non siano andate così. Dunque non ci rimane che verificare un’altra possibilità, sempre ammesso che ci sia stato effettivamente un episodio che si possa configurare come “Esodo”. Cito le parole del Prof. Francesco Lamendola, filosofo e storico, di cui ho già parlato in altra occasione, il quale circa i fatti relativi all’Esodo scrive:

Fonti e bibliografia:

  • Enrichetta Leospo e Mario Tosi “l potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
  • Nicolas Reeves, “Akhenaten: Egypt’s False Prophet”, Londra, Thames & Hudson, 2000
  • Mario Tosi,  “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
  • John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
  • A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961
  • William L. Moran, “Le lettere di Amarna”, Johns Hopkins University Press, 1992