Cose meravigliose, Tutankhamon

IL PICCOLO SARCOFAGO DONATO DA MAYA

Le foto originali di Burton dell’oggetto, chiuso in un sarcofago in miniatura

Questo oggetto è un reperto molto particolare: non faceva infatti parte del corredo funerario originale di Tutankhamon.

Fu lasciato nella tomba da Maya, Tesoriere del Faraone (presumibilmente lo stesso che ri-sigillò nell’antichità la tomba di Thutmosis IV), dopo il primo tentativo di saccheggio avvenuto poco tempo dopo la sepoltura del Faraone.

Le foto originali di Burton dell’oggetto, estratto dal suo sarcofago

Vi è riprodotto Tutankhamon che giace mummificato su un letto funerario con zampe leonine, protetto dalle ali spiegate di un uccello Ba che protegge la mummia con la sua ala sinistra e di un falco Sokar che fa lo stesso con la sua ala destra. Sulla testa il copricapo di lino Nemes; sulla fronte l’ureo (dorato); intorno al collo il collare Usekh, con spalline a testa di falco.

Al Museo del Cairo, nella foto di Sandro Vannini

Fu ritrovato mancante del flagello per il secondo saccheggio della tomba (Carter annotò che il lino che copriva l’oggetto era stato sollevato dai ladri per esaminarne il contenuto).

Carter chiese aiuto a Newberry per la corretta traduzione del testo sul letto funerario, allegata nelle immagini.

Il disegno originale di Carter, la traslitterazione e la traduzione inviata da Newberry

Un oggetto molto raffinato nella sua esecuzione, un gesto commovente di pietas da parte di chi aveva gestito la profanazione della tomba del Faraone.

Ora al Museo Egizio del Cairo, JE60720, Carter 331a

Curiosità, Tutankhamon

TUTANKHAMON E RODOLFO VALENTINO

Di Giuseppe Esposito

Figura 1: la copertina de “La Domenica del Corriere” del 24 febbraio 1924 con il disegno di Achille Beltrame (1871-1945) ripreso chiaramente da una delle più famose fotografie di Harry Burton

Howard Carter… e forse il nostro articolo potrebbe anche concludersi qui poiché questo nome, da solo, è in grado di evocare una tra le più grandi scoperte dell’archeologia e dell’egittologia, ma poiché, se veramente mi fermassi qui, mi dareste del folle, eccomi a continuare giacché proprio quella scoperta scatenò l’egittomania mondiale, e coinvolse personaggi di ogni dove, di ogni lignaggio e di ogni categoria.

E se vi dicessi che, in qualche modo, c’entra anche il sex-symbol per eccellenza: Rodolfo Valentino?

TUTANKHAMON E RODOLFO VALENTINO

Ma andiamo con ordine e… riprendiamo proprio da Carter e dal suo noto caratteraccio (non sempre immotivato, in verità).

Carter

Nato nel 1874, undicesimo, e ultimo, figlio di Samuel Paul Carter[1], dal padre apprese l’arte del disegnare e del dipingere[2]. Tra i suoi facoltosi clienti il padre annoverava anche Lord William Pitt, II conte di Amherst, detentore di una vasta collezione di reperti egizi e tra i fondatori del “Egypt Exploration Fund”.

Durante una campagna di scavi nella necropoli di Beni Hasan[3], patrocinata da Lord Amherst e dal “Fund”, si rese necessario poter disporre, in loco, di un valido disegnatore per ricopiare i rilievi, ma specialmente i testi, delle innumerevoli tombe. Singolare che la richiesta avanzata fosse, precisamente, per un disegnatore preferibilmente “non gentleman[4], che facesse poche domande e, soprattutto, che costasse poco. Fu così che, nel 1891, il diciassettenne Howard Carter raggiunse l’Egitto per quella che doveva essere solo l’inizio della sua meravigliosa avventura.

Grazie ai suoi accuratissimi disegni possiamo oggi ammirare dipinti e rilievi parietali ormai non più leggibili o addirittura scomparsi: tra questi forse il più famoso è il trasporto della statua di Djehutihotep[5].

Figura 3: Il trasporto della statua di Djehutihotep in una rielaborazione grafica, tuttavia, di Sir John Gardner Wilkinson in cui sono stati integrati alcuni piccoli particolari non presenti nell’originale di Carter (è stato completato il viso della statua e sono stati integrati i personaggi sulla sinistra)

Destinato poi al sito di Tell el-Amarna, il giovane Carter affiancò, sempre come disegnatore, Sir Flinders Petrie che lo assegnò a ricopiare iscrizioni e rilievi “dove non avrebbe potuto causare danni”. Si aggiunse così, però, un altro “mattone” nella sua cultura di futuro scavatore della Valle dei Re. Come nota di colore, un aneddoto circolava sulla frugalità del grande archeologo, considerato il padre dell’egittologia: si raccontava, infatti, che avendo notato che nell’accampamento mancava la carta igienica, per non disturbare il “grande capo”, venne chiesto come comportarsi a Lady Petrie ottenendo, in risposta, che “Sir Flinders ed io usiamo cocci di ceramica[6] … e pensare che proprio sui “cocci” di ceramica Flinders Petrie aveva fondato il suo metodo di datazione della preistoria egizia[7].  

La carriera di Carter in Egitto prosegue e, sempre più apprezzato per le sue capacità artistiche, viene tuttavia notato anche per la sua passione per lo scavo archeologico tanto che, a poco più di 25 anni, viene nominato Capo Ispettore per l’Alto Egitto, con competenza su alcuni tra i siti più importanti e famosi del sud del Paese. Qui, come responsabile anche della Valle dei Re, il giovane Carter si trasforma, in un’occasione, in un novello Sherlock Holmes.

Per rendere visitabile al pubblico la tomba KV35[8] di Amenhotep II, Carter aveva fatto riporre il corpo del re nel suo sarcofago, messi in bella mostra alcuni degli oggetti rinvenuti a suo tempo da Victor Loret nella tomba, e aveva fatto apporre una pesante grata di ferro all’ingresso per proteggere il tutto. Nonostante tale precauzione, nella notte del 20 novembre 1901 alcuni ladri si erano introdotti nella KV35, avevano danneggiato la mummia del Re e rubate alcune suppellettili.

Carter svolse le sue indagini e rinvenne, nella tomba, impronte di piedi e un pezzo di resina estraneo all’ambiente. Giacché pochi giorni prima si era verificato un altro furto nella tomba di Yi-Ma-Dua, poco distante dal villaggio di Qurna, Carter comparò il pezzo di resina rinvenuto in KV35, con la rottura in una suppellettile della tomba di Yi-Ma-Dua riscontrando che erano perfettamente combacianti e identificando, perciò, i ladri come autori di entrambi i furti. Poiché anche in quel caso erano state lasciate impronte di piedi che, seguite, avevano portato nei pressi della casa di Soleman e Ahmed el-Rasoul (noti come ladri di tombe), Carter fotografò entrambe le serie di impronte e, fatto arrestare Mohamed el-Rasoul come principale sospettato, comparò le impronte di questo con le sue foto ottenendo un perfetto riscontro[9]. Deduzioni investigative, e metodologie di raffronto delle prove, degne davvero di un buon poliziotto.

Dopo un periodo di collaborazione con Theodore Davis, nella Valle dei Re, Carter venne trasferito a nord come Ispettore, tra l’altro, del sito di Saqqara e qui si verificò quello che è noto, appunto, come “incidente di Saqqara”.

Un gruppo di turisti francesi, palesemente ubriachi, cercò nottetempo di entrare con la forza al Serapeum nonostante la presenza di guardie che, informato Carter, vennero da questi autorizzate a difendersi da eventuali attacchi. A quei tempi, in pieno periodo coloniale, che un locale “toccasse” uno straniero era decisamente inconcepibile.

I francesi, ovviamente offesi, si rivolsero perciò alla propria Ambasciata e questa al Direttore del Servizio, Gaston Maspero, che, sebbene a malincuore, chiese a Carter di scusarsi pubblicamente ottenendone, per tutta risposta, le dimissioni dall’incarico. E fu così che Carter ritornò al sud, a Luxor, e alle dipendenze, nuovamente, di Theodore Davis che lo assegnò a rilevare i dipinti e le iscrizioni della tomba KV46[10], di Yuya e Tuya. Ancora una volta, senza saperlo, Carter sfiorava Tutankhamon giacché i due personaggi, come si scoprirà solo di recente con l’esame del DNA, sarebbero risultati i bisnonni del giovane Re.

Nel 1914, agli albori della Prima Guerra Mondiale, Davis dichiara che la Valle non ha più nulla da offrire e, con grande magnanimità, cede la sua concessione di scavo (a sentir lui praticamente inutile) a Lord Carnarvon. La Guerra interrompe però ogni attività, ma Carter resta in Egitto con un incarico, sia pur marginale, nell’Intelligence britannica, al Cairo, che gli consente, comunque, di recarsi frequentemente al sud.

A Guerra finita, nel 1918, Carter viene assunto come esperto archeologo (ma non dimentichiamo che, fondamentalmente, era pur sempre un “dilettante” autodidatta, non avendo compiuto studi specifici in materia) da Lord Carnarvon e la prima richiesta che viene avanzata a Pierre Lacau, che nel frattempo ha sostituito Gaston Maspero, è di poter scavare a Tell-el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaton. La risposta di Lacau è negativa poiché lo stesso Servizio delle Antichità si riserva di scavare in quel sito o di affidarlo a prestigiose Università straniere, ma non certo a un privato.

Si aggiunga a questo che Lacau, respirata l’aria di nazionalismo che soffia, stabilisce che tutti gli oggetti rinvenuti in terra d’Egitto non possano lasciare il Paese.

È così che Carnarvon e Carter debbono accontentarsi (per fortuna, diremmo oggi) di proseguire i propri scavi nella Valle dei Re.

Come sopra detto è tuttavia un periodo di fermento nazionalista e Saad Zaghloul[11], leader del movimento, chiede a Sir Reginald Wingate, rappresentante della Corona britannica, l’autogoverno per il proprio Paese. Per tutta risposta Wingate fa arrestare Zaghloul e, come prevedibile, scoppia la rivolta contro l’occupante straniero[12]. È questo il clima, non certo dei più sereni, in cui i due si accingono a iniziare la propria attività archeologica che, per circa cinque anni, li porterà a semplici e piccole scoperte che, non potendo peraltro essere esportate o vendute, viste le restrizioni di Lacau, non valgono a coprire le spese sostenute da Lord Carnarvon.

Il 1922 volge al termine e Carnarvon, visti i magri risultati delle campagne di scavo, decide di non rinnovare la concessione. Quel che accadde dopo è noto: Carter si offre di pagare la concessione a sue spese per almeno un altro anno e Carnarvon, colpito dalla sicurezza dell’archeologo, si convince a proseguire.

Il 4 novembre, non appena rientrato nella Valle dall’Inghilterra, Carter scopre il primo gradino di una scala e il successivo 20 Carnarvon lo raggiunge. La circostanza di questo provvidenziale ritrovamento è, comunque, sospetta, ma di questo potremo parlare in un altro articolo.

“Cose Meravigliose”

Se il nome “Carter” è in grado di evocare una tra le scoperte archeologiche più importanti della storia, la frase che dà il titolo a questo paragrafo è altrettanto famosa giacché fu il preludio al magnifico tesoro che si celava dietro le porte murate che recavano il sigillo della necropoli.

Tale fu la potenza della scoperta che, in breve tempo e grazie ad altre campagne di scavo che si stavano svolgendo in Egitto, si riuscì a costituire una squadra che comprendesse i migliori esperti nei vari settori; furono così “reclutati” (ma meglio sarebbe dire “prestati”):

Arthur Cruttenden Mace, noto per le sue capacità di conservatore dei reperti anche più fragili, cui si affiancò Alfred Lucas capace chimico alle dipendenze del Servizio per le Antichità[13]; Harry Burton, come Mace dipendente del Metropolitn Museum of Art di New York, venne anch’egli “prestato” ed entrò a far parte della squadra come fotografo[14]; fu quindi la volta di Arthur Callender, amico di Carter, ingegnere ferroviario e disegnatore[15], di Walter Hauser, architetto e disegnatore come Lindsay Foote Hall[16]; Percy Newberry, botanico ed esperto di tessuti antichi[17]; Harry Breasted, laureato in farmacia e solo successivamente dedito all’egittologia[18], filologo e traduttore; ultimo, ma non ultimo, Sir Alan Gardiner, filologo e forse il più grande esperto di geroglifici[19].

Era la prima volta, nella storia della ricerca egittologica e archeologica, che veniva costituita una squadra che oggi definiremmo “multidisciplinare” e di ciò, nonostante comunque i molti errori compiuti, per ingenuità e impreparazione, durante le operazioni di scavo e svuotamento, va dato merito a Howard Carter.

Inutile ripetere, per l’ennesima volta, quale fu la eco della scoperta nel mondo intero. Chi fosse Tutankhamon non era certo ancor noto, e men che meno che si trattasse di un giovanissimo re morto a meno di venti anni… fu così che il buon caro, vecchio, Tut, divenne addirittura il soggetto di una canzone: “Old King Tut was a Wise Old Nut[20].

È bene, tuttavia, rammentare che uno dei più gradi errori di Lord Carnarvon, cui sopra si è fatto cenno e a cui non fu certamente estraneo Carter, specie in quel periodo di particolare fermento nazionalistico in Egitto, fu l’assegnazione dell’esclusiva su tutto ciò che riguardava la KV62, a un unico giornale, straniero: il “Times” di Londra. Si giungeva così al paradosso e, lo ripeto, in un momento particolarmente delicato per i rapporti tra l’Egitto e i “colonialisti”, specie britannici, che il Governo locale, o lo stesso Servizio delle Antichità, potessero avere notizie di quel che accadeva a casa propria solo acquistando un giornale, per di più straniero, e per di più dell’odiato conquistatore inglesse!

Dopo l’”Incidente di Saqqara”, quando Carter aveva rassegnato le dimissioni da Capo Ispettore per l’Alto Egitto, il suo posto era stato assunto da Arthur Weigall e tra i due correva perciò, da lungo tempo, stima e amicizia reciproca. Alla scoperta della KV62, Weigall venne inviato in Egitto come corrispondente del “Daily Mail”; già precedentemente, tuttavia, ben conscio della situazione esplosiva che si stava creando, aveva sottolineato che un grande errore iniziale era stato il non aver notificato al Governo egiziano la data di apertura della tomba. In una sua lettera a Carter aveva scritto[21]:

“…i nativi dicono che in quell’occasione avete avuto l’opportunità di sottrarre milioni di sterline vista la gran quantità di oro di cui avete parlato…

“…avete pensato che il vecchio prestigio britannico fosse ancora presente in questa Nazione e che avreste potuto, più o meno, fare quel che volevate…

Inutile dire che né Carter, né Lord Carnarvon, avevano risposto in alcun modo ai suggerimenti di Weigall, né Carter, addirittura, lo aveva voluto incontrare.

E i nodi cominciarono a venire al pettine quando, il 12 febbraio del 1924, si procedette al sollevamento del coperchio in granito del sarcofago. Per il successivo giorno 13, Carter aveva previsto, come omaggio ai suoi collaboratori, la visita della tomba da parte delle mogli e dei familiari, ma proprio la mattina del 13 febbraio, forze di polizia egiziane bloccarono l’accesso alla KV62 in esecuzione di un Ordine del Ministero che vietava l’accesso alla tomba agli estranei. Carter, ovviamente, cercò di opporsi, protestò veementemente, ma per tutta risposta, il Governo assunse il pieno controllo della tomba esautorandolo da ogni attività.

Fu così che Carter, furioso, partì per gli Stati Uniti per una serie di conferenze ma, anche in questo caso, il suo non facile carattere fece nuovamente capolino: prima di partire per gli Stati Uniti, infatti, diede alle stampe, in Inghilterra, un libricino. Il testo non era destinato al pubblico, tanto da riportare in copertina l’indicazione “Confidential”, e non si conosce neppure il numero di copie prodotte (meno di un centinaio, forse 60-70). Il titolo, semplicemente “Statement”, ovvero “Dichiarazione” [22].

Il libercolo, come si può immaginare oggi estremamente raro, conteneva documentazione a supporto delle motivazioni che lo avevano portato alla rottura con il Governo egiziano, atti ufficiali tra le parti per la suddivisione degli oggetti che sarebbero stati rinvenuti nella tomba di Tutankhamon[23] ma, anche, e senza chiedere il permesso agli interessati, lettere private che Carter aveva scambiato con altri archeologi o conoscenti, e che non la presero poi molto bene anche perché, in qualche caso, determinate dichiarazioni potevano mettere in cattiva luce, in una situazione politica già compromessa, suoi colleghi che ancora eseguivano campagne di scavo in Egitto.

E purtroppo non era ancora finita.

Mentre Carter era in giro per gli Stati Uniti a tenere le sue conferenze, le autorità egiziane decisero di eseguire una perquisizione nella KV4, di Ramses IV, che Carter e la sua squadra avevano utilizzato come magazzino. Qui, “nascosta” in una cassa di champagne, venne rinvenuta una statua lignea che rappresentava la testa di Tutankhamon nascente da un fiore di loto; statua che non risultava inserita tra gli oggetti rinvenuti e che, perciò, venne intesa come pronta per essere asportata illegalmente.

Ma il Governo egiziano era ben conscio che se qualcuno poteva completare lo svuotamento della KV62, questi non poteva essere che Howard Carter. Fu così, che con l’intercessione di Herbert Eustice Winlock, ancora una volta del Metropolitan Museum of Art di New York, le autorità egiziane pervennero a una proposta che prevedeva il reintegro di Carter nel suo incarico, a patto che le spese di scavo e di svuotamento della KV62 fossero sostenute per intero da Carter e Lady Carnarvon (subentrata dopo la morte del marito), che non fosse più avanzata alcuna pretesa su quanto rinvenuto e, soprattutto, che Carter tenesse a freno la lingua e non definisse più i Funzionari egiziani “ladri” e “banditi”.

Occorre dire che Carter rifiutò l’offerta e anzi minacciò di abbandonare l’archeologia?

Figura 7: la copertina di “Simplicissimus”, nota rivista satirico-umoristica tedesca (1896-1967), del 10 marzo 1924, in cui un Tutankhamon alquanto “irritato” caccia a calci, fuori dalla sua tomba, gli inglesi

Nel contempo, alcune copie di “Statement” erano arrivate negli Stati Uniti e in Egitto facendo così scoprire che tra gli autori delle lettere private c’erano Pierre Lacau, con critiche ai Ministeri egiziani e ad altri colleghi, nonché dello stesso Winlock, e il Metropolitan Museum ritenne che tali lettere potessero nuocere all’istituzione.

Nonostante tutto, ancora per vie traverse, il Governo cercava di far rientrare Carter e quest’ultimo, tornato in Inghilterra, si accordò con Lady Carnarvon che, al contrario del marito, non era decisamente molto appassionata di egittologia. Fu così che questa pervenne a un accordo con le autorità egiziane in base al quale: riconoscendo la bravura e l’unicità delle competenze di Carter, si accollava le spese per le ulteriori campagne di scavo fino allo svuotamento della tomba di Tutankhamon. Carter, inoltre, non avrebbe più chiamato “ladri” i funzionari ministeriali. Per “premio” il Governo concesse a Lady Carnarvon, con quale disappunto di Carter è facile immaginare, di poter ottenere eventuali doppioni di oggetti che non avessero avuto valore archeologico o storico.

Carter riapre la KV62

Finalmente, il 13 gennaio 1925 Carter riprende possesso della “sua” tomba KV62; ma la squadra, intanto, è notevolmente cambiata.

Arthur Mace, ammalato, non può prendervi parte; Lindsau Foote Hall ha già lasciato la squadra per contrasti con Carter, cosa che farà ben presto anche Walter Hauser. Nonostante la lunga amicizia, anche Callender, presto lascerà la squadra per dissapori economici[24], e proprio nel momento cruciale, in cui la sua esperienza sarebbe stata utile per liberare la tomba dagli scrigni che egli stesso aveva provveduto, con tanta difficoltà e maestria, a smontare.

Ma l’assenza più pesante di tutte, vista la gran quantità di testi da interpretare e tradurre, era, certamente, quella dei filologi: nel caso di Breasted, che comunque non aveva mai completamente legato con Carter, il motivo del contendere fu la richiesta di cinque fotografie scattate da Burton (peraltro già pubblicate) per un suo lavoro sulla KV62. Carter dapprima negò la concessione e poi la sottopose a pagamento cosa che, vista la piena disponibilità del filologo alle prime fasi della spedizione, venne presa come una grave offesa personale.

Ma ancor più grave, a svuotamento della tomba completato, e quando sarebbe stato finalmente agevole procedere alla traduzione, ad esempio, dei testi contenuti negli scrigni che avevano racchiuso il sarcofago, fu l’assenza del filologo per eccellenza: Sir Alan Gardiner.

Nel 1930, Carter aveva regalato a Gardiner un amuleto, senza però informarlo del fatto che proveniva proprio dalla KV62. Quando Gardiner lo aveva mostrato al Direttore dell’Egyptian Museum, Rex Engelbach[25], questi lo aveva subito riconosciuto come proveniente dalla tomba di Tutankhamon[26]; Gardiner si era perciò sentito, non solo, “tradito” da Carter, ma anche complice, a tutti gli effetti, di un vero e proprio furto. Ovvio che da questo episodio era scaturita una furiosa lite tra i due con l’abbandono del lavoro di traduzione proprio nel momento in cui, come sopra evidenziato, si stava per mettere mano agli scrigni che, nel frattempo, erano stati portati, ed esposti, al Museo del Cairo.

Ed eccoci giunti (quasi non ci speravate più, ammettetelo) al legame tra Tutankhamon e il sex symbol per eccellenza.

Tut, Rudy e la ballerina

Spariti Breasted e Gardiner dal panorama dei filologhi in grado di tradurre una così gran quantità di testi come quelli riportati su tutte le facciate dei tre scrigni d’oro che avevano protetto per quasi tremila anni il sonno del faraone fanciullo, questi, nelle loro polverose teche di vetro al Museo del Cairo, tornarono nuovamente ad “addormentarsi” per altri trent’anni.

Solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, Aleksandr Nikolaevič P’jankov[27], specializzato in traduzione di testi sacri egizi, traduce il “Libro della Vacca Celeste” della tomba di Sethy I.

Il filologo, però, ricorda che proprio sulle pareti degli scrigni di Tutankhamon esiste una versione più completa del testo e richiede perciò a Etienne Drioton, suo insegnante e ora Direttore dell’Egyptian Museum, di poter procedere alla traduzione completa. L’autorizzazione viene concessa e Piankoff procede perciò al suo impegnativo lavoro che ultima nel 1954. Ora, però, bisogna procedere alla pubblicazione del lavoro svolto e chi meglio di …una ballerina?

Vi vedo un po’ stupiti, Natacha Rambova aveva iniziato la sua carriera artistica a diciassette anni, proprio come ballerina, presso l’“Imperial Russian Ballet” diretto, all’epoca, dal ballerino russo Theodore Kosloff[28], di cui divenne l’amante. Verrebbe spontaneo pensare che fosse più che naturale, per un autore russo, ottenere l’edizione a cura di una editrice russa… ma, in realtà, la Rambova si chiamava Winifred Kimball Shaughnessy, ed era nata a Salt Lake City nel 1897.

Mandata a studiare in Inghilterra dal ricco patrigno, l’industriale dei cosmetici Richard Hudnut (1855-1928), era poi fuggita in Russia per seguire la sua passione per la danza.

Qui aveva cambiato il proprio nome in Natacha Rambova ed era riuscita a essere ammessa all’Imperial Ballet. Trasferitasi negli Stati Uniti, a Los Angeles, nel 1917, anche a causa della Rivoluzione intanto scoppiata in Russia, iniziò ad insegnare danza presso la scuola aperta da Kosloff che, nello stesso periodo, entrava nel mondo del cinema, tanto da meritare una “stella” sulla Walk of Fame di Hollywood. Già all’epoca, la Rambova, produceva scenografie e costumi per film, con la regia di Cecile B. DeMille, interpretati da Kosloff, lasciando però a quest’ultimo la “paternità” del suo lavoro.

Divenuta, poi, amante dell’attrice Alla Nazimova[29], la Rambova si legò al mondo del cinema, in prima persona stavolta, come scenografa e costumista per il grande regista Cecil B. DeMille (1881-1959), considerato tra i fondatori della “settima arte”.

Nel 1921, la Nazimova Productions, produsse “La Signora delle Camelie” con scenografie in stile Art Decò e costumi della Rambova (questa volta a lei ufficialmente sccreditati). Protagonisti la stessa Nazimova e Rodolfo Valentino[30]. Proprio in quest’occasione, la Rambova e “Rudy” si conosceranno e, nel 1922, si sposeranno in Messico[31].

Grazie all’influenza che ormai la Rambova aveva acquisito nel mondo di Hollywood, assunse la figura di rappresentante esclusiva del marito sia per quanto riguardava i film a cui partecipare, sia per i costumi che avrebbe dovuto indossare e che ella stessa disegnava. Erano inoltre note le sue liti, con registi e produttori, se le parti offerte a Valentino non erano abbastanza importanti. Fu così che, dopo il mediocre risultato del film “Il giovane Rajah” (1922), Valentino, su insistenza della moglie,  abbandonò la “Lasky-Paramount” e tornò, con Natacha, alla sua primitiva carriera di ballerino professionista. Dopo qualche anno, nel 1924, firmò un contratto con la “United Artists” che, però, esplicitamente escludeva la Rambova da ogni tipo di ingerenza nella vita artistica del marito.   

Si rende necessario, a questo punto, un piccolo passo indietro per chiarire che già ai tempi della frequentazione con la Nizimova, e con il suo entoruage di artisti e intellettuali, Natacha si era avvicinata all’esoterismo, alle culture orientali e, con maggior assiduità e passione, all’egittologia. Mentre il rapporto con Rodolfo Valentino cominciava a “scricchiolare” e i molteplici impegni cinematografici come costumista e scenografa le consentivano di dedicarsi alla sua passione, s’immerse sempre più nei suoi  variegati interessi che spaziavano non solo nel tempo, ma anche nel mondo antico[32].

Fu così che raccolse testi, fotografie, oggetti, disegni, dipinti non solo di provenienza egizia, ma anche dalla Mesopotamia, dall’India, dall’Italia, dalla Grecia, dalla Cina, dal Tibet, dalla Cambogia, dal Messico, dal Perù, dall’Irlanda e dall’Inghilterra, coprendo un arco temporale dal quarto millennio a.C. al XIX secolo.

Lasciato il mondo del cinema dopo il divorzio con Valentino, la Rambova (Rudy era intanto morto nel 1926 per un attacco di peritonite) si trasferì in Spagna dove sposò, nel 1934, Alvaro de Urzaiz[33], un nobile spagnolo. 

Nel 1936 Natacha effettuò un lungo viaggio in Egitto, durante il quale conobbe e frequentò Howard Carter, affinando la sua passione per l’egittologia prima di rientrare definitivamante negli Stati Uniti, nel 1939, dove si dedicò, con particolare passione, alle antiche religioni studiando, per un breve periodo, presso l’University College di Londra con Stephen Glanville[34].

Per quanto non ben noto il suo percorso di studio e collezionistico, sempre più dedicato all’egittologia, la Rambova venne accreditata come “fellowship”, nel 1946, dalla “Bollingen Foundation[35], per i suoi studi di religione e simbologia comparate su piccoli scarabei egizi.

La sua collezione privata, di oggetti, testi, fotografie, conta oggi oltre diecimila reperti che, solo recentemente, sono stati donati alla Yale University che, nell’aprile 2009, li ha esposti in una mostra dal titolo “L’Egitto di Natacha Rambova”. L’Archivio della Rambova è oggi conservato presso la stessa Università.

Ma torniamo ad Alexander Piankoff che così, nel 1955, dà alle stampe, edito da Natacha, Rambova, “The Shrine of Tut-Ankh-Amon”.

Già nel 1949 la Bollingen Foundation aveva aderito a un progetto della Rambova, per la durata di due anni, diretto da Piankoff. Tale progetto consisteva nella pubblicazione di alcuni importanti monumenti da inserire nella “Bollingen Series Egyptian Religious Texts and Representations”.

La Rambova editò, nel 1954, i primi tre volumi della serie che riguardavano la traduzione di testi della tomba di Ramses VI. Fu quindi la volta, nel 1955, di “The shrine of Tut-Ankh-Amon” e, nel 1957, di “Mythological Papyri”. La stessa Rambova contribuì, in quest’ultimo lavoro, con un suo capitolo intitolato “The Symbolism of the Papyri”. La qualità delle fotografie di monumenti e papiri contenuti in tale testo restano impareggiabili per qualità e sono ancora oggi considerati valido riferimento per lo studio della religione egizia.

E qui, direi che questo lungo articolo possa concludersi sperando di avervi annoiato il minimo indispensabile; forse il richiamo iniziale a Rodolfo Valentino vi aveva fatto sperare in qualcosa di più intrigante, o magari piccante, ma come avete visto, la storia ha sempre in serbo sorprese anche quando, e dove, meno te l’aspetti. Avreste mai pensato a una ballerina editrice ed egittologa?

Siamo partiti da un burbero Carter, dalle sue vicende e dai suoi contrasti con chi, forse, avrebbe meritato ben altro trattamento per la passione che aveva messo nelle sue attività di scoperta della KV62, per passare alla vicenda politica, e scivolare poi un po’ nel gossip e finalmente in pagine della storia della “scoperta del secolo” decisamente poco note.

A ben guardare, ad Howard Carter va certamente il grande merito, non solo di aver scoperto l’ultima dimora di Tutankhamon, ma anche quello, per la prima volta, di aver operato scientificamente, con una squadra che oggi definiremmo ,senza ombra di dubbio, multidisciplinare. Eppure, la scoperta di KV62 fu segnata per decenni da una sorta di oblio, di disinteresse, per tutto ciò che esulava dall’ammirazione pura dei tesori e delle suppellettili del faraone fanciullo esposti nei Musei. Come sopra visto, perché si giungesse a un lavoro organico per la traduzione dei testi si dovranno attendere oltre trent’anni e solo in tempi recentissimi l’attenzione si è spostata dal “quel che non c’è”[36] per focalizzarsi sulla conoscenza più approfondita possibile di quanto c’è, ed è stato rinvenuto nella tomba più piccola, ma anche più ricca, della Valle dei Re. La storia, fondamentalmente, non si fa solo con la traduzione di testi e papiri.

15/07/2023                                                                                  Giuseppe Esposito     


[1]    Samuel Paul Carter si guadagnava da vivere quale validissimo disegnatore dell “Illustrated London News”, nonché come pittore di agiati committenti inglesi. La rivista, nata nel 1842, annoverava tra i suoi autori nomi del calibro di Robert Luis Stevenson, Joseph Conrad, Arthur Conan Doyle, Rudyard Kipling e Agatha Kristie.

[2]    La capacità di Carter nel disegnare e nel dipingere, nonché di variare lo stile, a seconda dei soggetti da trattare, può essere rilevata dalle illustrazioni che realizzò per la “History of Gardening in England”, scritta da Alicia Amherst, figlia del Lord ed esperta in giardinaggio. Si tratta di immagini che, pur’ essendo disegni, sono di definizione quasi fotografica.

[3]    A circa 20 Km dalla moderna città di Minya (250 km a sud del Cairo), la necropoli di Beni Hasan è costituita da quasi mille tombe risalenti alle dinastie del Medio Regno (XI-XII), ma anche a dinastie più antiche risalenti all’Antico regno e al Primo Periodo Intermedio.           

[4]    Bob Brier, “Tutankhamun and the Tomb that Changed the World”, Oxford University Press, 2023, p. 27.

[5]    Djehutihotep, Nomarca del XV nomo dell’Alto Egitto, detto “della Lepre”, durante i regni di Amenhemat II (~1890 a.C.), Sesostri II (~1880 a.C.) e Sesostri III (~1850 a.C.), tutti della XII Dinastia,     

[6]    Brier, citata, p. 29

[7]    Nel 1894 Petrie inizia gli scavi a Naqada; in ognuna delle sepolture scavate (oltre duemila), Petrie rinviene suppellettili ceramiche lavorate a mano, non al tornio, che assume proprio quale elemento di catalogazione e di datazione delle sepolture, non solo di Naqada in senso stretto, in un metodo detto di “datazione sequenziale”. Individua, così, oltre 700 tipi di ceramica differenti che raggruppa in nove classi contrassegnate da lettere dell’alfabeto: B (Black Topped); P (Polished red); F; C (white Cross); R (Raw); L (Late); D (Dark); W (Wavy); N (Nubian).

[8]    La KV35 fu una delle prime tombe della Valle che, nel 1903, venne raggiunta, per opera di Carter, dalla luce elettrica.

[9]    Brier, citata, p. 34.

[10] È da tener presente che la KV46, prima della scoperta della tomba di Tutankhamon, KV62, era la prima rinvenuta intatta.

[11]  Saad Zaghlul (1858-1927), fu Ministro della Pubblica Istruzione nel 1906. Ministro della Giustizia nel 1910 e Primo Ministro dell’Egitto nel 1924. Arrestato, come sopra visto, nel 1918, fu liberato nell’aprile 1919 anche a seguito di violente proteste che comportarono l’uccisione di oltre ottocento egiziani. Arrestato nuovamente nel 1921 viene deportato prima ad Aden e poi nelle Seychelles. Liberato nel 1922, viene nuovamente arrestato e deportato, a Gibilterra, nel 1923; subito liberato per le pressioni popolari, viene eletto Primo Ministro nel 1924, carica che dovrà abbandonare lo stesso anno per le forti pressioni del Re, a sua volta sollecitato dagli inglesi. Nel 1926, a un anno dalla morte, viene eletto Presidente del Parlamento egiziano. Una menzione particolare merita la moglie di Zaghluli, Safiya Mustafà Fahmi, militante femminista, che cercò di porre fine alla condizione sottomessa delle donne nel Paese e che, per questo, venne soprannominata Umm al-Misriyyin, ovvero “Madre degli egiziani”.

[12] Brier, citata, p. 55.

[13] Considerando le pessime condizioni delle suppellettili, Carter, in origine, aveva stimato la possibilità di perderne tra l’80 e il 90%. Tale fu la bravura della coppia Mace-Lucas che, invece, dell’intero patrimonio della KV65, solo lo 0,25% non fu possibile salvare dalle pessime condizioni di rinvenimento. Per la prima volta, nella storia dell’archeologia, una squadra di scavo comprese anche un chimico.

[14] Durante un periodo di sospensione degli scavi, Burton frequentò a Hollywood, un corso per l’uso della cinepresa e a lui si deve forse l’unica ripresa video di Carter e Mace mentre portano alla luce del sole uno dei reperti della KV62.

[15] A lui, tanto amico di Carter da essere tra le quattro persone presenti al primo accesso alla KV62, si deve lo smontaggio degli scrigni che circondavano il sarcofago del re nella camere funeraria.

[16] Entrambi, per contrasti con Carter (a proposito del caratteraccio a cui ho accennato all’inizio di questo articolo), lasceranno la spedizione; nel caso di Foote Hall, dopo aver ultimato i disegni della sola Anticamera.

[17] A lui e ad Essie (sua moglie) si deve il recupero dei tessuti rinvenuti nella tomba, ivi compreso il grande velo che ricopriva gli scrigni della camera funeraria. Per inciso, fu proprio Percy Newberry ad “accompagnare” il giovanissimo Carter nel suo prima viaggio per l’Egitto a diciassette anni.

[18] Fu il primo statunitense a laurearsi in egittologia e il primo ad essere titolare, nel 1905, della cattedra di Egittologia presso l’Università di Chicago; suoi erano, prima del 1922 gli unici due testi di storia dell’Antico Egitto: “Ancient Records of Egypt” (in 6 volumi) e “History of Egypt” (600 pagine), in cui allo sconosciuto Tutankhamon era riservata solo meno di mezza pagina. Per undici anni viaggiò, da solo, per l’Egitto per tradurre testi nei luoghi più nascosti e spesso pericolosi.

[19] L’ “Egyptian Grammar”, pubblicata nel 1927, è oggi considerata ancora la Bibbia per gli studiosi di geroglifici. Anche in questo caso il rapporto tra Gardiner e Carter non fu mai idilliaco tanto che Carter, riferendosi a Gardiner, ebbe modo di dire “più lo conosco e meno mi piace”. Tale rapporto, non ideale, sarà alla base proprio del collegamento tra Tutankhamon e Rodolfo Valentino che dà il titolo a questo articolo.

[20] Brier, citata, p.64. Testo di Roger Lewis (1885-1948), musica di Lucien Denni (1886-1947) e cantata da Leo Fitzpatrick (per chi fosse curioso di ascoltarla: https://m.youtube.com/watch?v=-wCze__MSZs).

[21] Brier, citata, p. 78 (traduzione dall’inglese dell’autore).

[22] Brier, citata, p. 80.

[23] L’art. 9 dell’accordo prevedeva che gli oggetti rinvenuti in una tomba “intatta” sarebbero stati proprietà esclusiva dell’Egitto, ma lo scontro verteva proprio sul concetto di “intatta”. Poiché la KV62 era stata oggetto di ruberie nel corso dei millenni, poteva ritenersi tale? L’art. 10 precisava, infatti, che se la tomba non fosse stata intatta, il Servizio delle Antichità avrebbe avuto diritto di scelta degli oggetti da trattenere (per valore storico e archeologico) e avrebbe concesso la possibilità di suddividere i restanti.

[24] Carter aveva concordato per Callender una paga di 50 £ a stagione; quando la seconda stagione era terminata prima del previsto, per i citati screzi con il Governo, Carter si era rifiutato di pagare se non la percentuale per il periodo effettivamente svolto. Si era quindi sollevata una causa legale che vedeva contrapposti gli ormai ex- amici.

[25] Reginad “Rex” Engelbach (1888-1946), autore, tra gli altri, di “The Aswan Obelisk” (1922), sull’”incompiuto di Aswan”, e di “The problem of the obelisks” (1923) sui metodi di innalzamento degli obelischi. Fu direttore del Museo Egizio del Cairo e il suo nome è legato alla prima catalogazione di tutti i reperti ivi musealizzati.

[26] Brier, citata, p. 127.

[27] Alexandre Piankoff (1897-1966), allievo a Parigi di Kurth Sethe (1869-1930) e Adolf Erman (1854-1937), si diploma in turco, arabo e farsi, conseguendo poi il dottorato in filologia con Etienne Drioton (1889-1961). A lui si devono le traduzioni dei testi più importanti della religione egizia: “Libro delle Porte”; “Libro dell’Amduat”; “Libro delle Caverne”; “Le Litanie di Ra”; i libri “del giorno” e “della notte”, “Libro delle Vacca Celeste”.

[28] Fëdor Michajlovič Koslov (1882-1956), ballerino, attore, coreografo. Raggiunti gli Stati Uniti nel 1917 conobbe Cecil B. DeMille che gli fece firmare un contratto. Il primo film, con scenografie e costumi di Natacha Rambova (ma entrambe accreditate allo stesso Koslov), fu “L’ultima dei Montezuma”.

[29] Alla Nazimova, pseudonimo di Marem-Ides Adelaida Jacovlevna Leventon (Jalta 1879-Los Angeles 1945). Notoriamente lesbica, si circondò di giovani attrici esordienti; colpita dalla personalità e dalle capacità di Natacha Rambova, la fece entrare nel mondo del cinema come scenografa e costumista del film “La Signora delle Camelie” (1921) e “Salomè”, tratto dal testo di Oscar Wilde (1923)

[30] Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi (Castellaneta 1895- New York 1926), raggiunse l’America nel 1913 e iniziò la sua carriera come “taxi dancer”, ovvero come partner a pagamento. Trasferitosi a Hollywood, fu assunto come comparsa prima di diventare protagonista del film “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” (1921) con cui iniziò la sua folgorante, ma breve, carriera di attore.

[31] Il matrimonio avvenne a Mexicali il 14 marzo 1922, ma dopo otto giorni, Rodolfo Valentino che aveva divorziato dalla moglie precedente, l’attrice Jean Acker, verrà arrestato per bigamia. Per la legge americana del tempo, infatti, un divorziato poteva contrarre un altro matrimonio solo dopo un anno dall’avvenuta sentenza.

[32] Tra il 1942 e il 1943 scriverà articoli, considerati di ottimo livello, per la rivista statunitense “American Astrology” spaziando dalla fisica alla metafisica, alla cosmologia, all’alchimia, alla mitologia, alla teosofia, al simbolismo comparato.

[33] Di fervente fede franchista, i due rischieranno la fucilazione durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939).

[34] Stephen Ranulph Kingdon Glanville (1900-1956), egittologo, insegnò all’University College dal 1935 al 1946 e all’Università di Cambridge dal 1946 al 1956. 

[35] Bollingen Foundation, fondata nel 1945, era una casa editrice universitaria che cessò la sua attività, dopo aver pubblicato oltre 250 testi, nel 1968. I titoli divennero proprietà della Princeton University Press.

[36] In un’intervista alla BBC del 1949, Alan Gardiner ebbe a sottolineare come la scoperta della tomba di Tutankhamon avesse aggiunto “ben poco alla nostra conoscenza della storia del periodo” (N. Reeves, “The Complete Tutankhamun”, ed. 2022, Thames & Hudson, p 15)

Mai cosa simile fu fatta, Statue, Tutankhamon, XVIII Dinastia

TESTA DI TUTANKHAMON COME AMON

RIVENDICATA DALL’EGITTO E VENDUTA DA CHRISTIE’S

Di Luisa Bovitutti

La testa di Christie’s

Questa testa di quarzite scura alta circa 29 centimetri raffigurante Tutankhamon come Amon è stata venduta all’asta il 4 luglio 2019 da Christie’s nonostante le proteste dell’Egitto che ne chiedeva a gran voce la restituzione.

Il dott. Zahi Hawass, infatti, sosteneva che essa fosse stata trafugata negli anni Settanta dal Tempio di Karnak, ed il dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Supreme Counseil of Antiquities, l’ente governativo responsabile della conservazione e della valorizzazione dei reperti e degli scavi archeologici in Egitto si era battuto per fermare la vendita fino a che non fosse stata controllata l’origine legittima della statua.

La Casa d’aste londinese evidentemente l’ha dimostrata.

Essa in origine era stata eretta in un non meglio identificato complesso templare dedicato ad Amon ed al momento della vendita apparteneva alla Resandro Collection, una delle collezioni private di arte egizia più famose al mondo; fu acquistata nel 1985 da Heinz Herzer, un antiquario di Monaco di Baviera, ed in precedenza apparteneva a Joseph Messina, un gallerista austriaco che l’aveva comprata nel 1974 dal principe Wilhelm von Thurn und Taxis che la custodiva nella sua collezione dal 1960.

I tratti del viso della scultura sono quelli tipici di Tutankhamon e della tarda arte amarniana: il viso tondo e preadolescenziale, gli occhi a mandorla, la depressione ricurva della cresta sopracciliare arrotondata, le labbra carnose e delicatamente scolpite.

Essi sono analoghi a quelli rappresentati nelle statue del giovane faraone che furono scolpite per il tempio di Karnak, probabilmente per ricordare la restaurazione degli antichi culti dopo la riforma di Akhenaton.

La statua di Karnak prima e dopo il restauro del CFEETK (Foto ©CFEETK/E. Saubestre). Essa è scolpita in arenaria rossastra e sorge all’altezza del sesto pilone, nella Sala degli Annali di Tuthmosis III e nei pressi dei due pilastri araldici di granito che un tempo sostenevano il tetto. Accanto ad essa sorge un’altra statua della dea Amaunet, commissionata da Tutankhamon, il cui nome fu poi scalpellato e sostituito da quello del suo successore Horemheb.

Si vedano a questo proposito la testa di Tutankhamon come Amon oggi custodita al MET di New York e le due statue del giovane sovrano come Amon: una di esse si trova ancora oggi al tempio di Karnak ed è stata restaurata nel 2021 dal Centre Franco – Egiptien d’Etude des Temples de Karnak (CFEETK), l’altra, scoperta nella cachette del tempio di Karnak nel 1904, è esposta al museo di Luxor.

La testa del MET di New York, in granodiorite
La statua in calcare del Museo di Luxor

FONTI del testo e delle immagini:

https://www.ilmattino.it/…/tukankhamon_asta_statua…

https://news.sky.com/…/tutankhamun-sculpture-sold-for-4…

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544691

https://www.ancient-egypt.co.uk/…/tutankhamun%20as…

https://www.thenotsoinnocentsabroad.com/blog/tag/seti+i

http://www.cfeetk.cnrs.fr/…/restauration-statue-amon…/ee

Tutankhamon

IL BALDACCHINO PARASOLE DI TUTANKHAMON

Di Patrizia Burlini

Tra gli oltre 5000 oggetti trovati nel corredo di Tutankhamon, ce n’è uno che merita particolare attenzione.

Si tratta di quello che per molto tempo è stato considerato un parasole da fissare ad una base.

Il baldacchino parasole nei laboratori di restauro del GEM e nel vecchio allestimento al Museo Egizio di Tahrir Square

In occasione dello spostamento al GEM, molti oggetti del tesoro sono stati restaurati e studiati.

Il team di Nozomi Kawai, professore di egittologia presso l’Università di Kanazawa (Giappone), si sta occupando, assieme agli esperti egiziani, dello studio e restauro di questo oggetto e ha potuto notare che il baldacchino si adatta perfettamente al secondo “carro di stato” di Tutankhamon (vedi anche: I CARRI DA PARATA DI TUTANKHAMON).

Il secondo carro era probabilmente utilizzato per parate regali a passo moderato.

Riporta i nomi di Tutankhamon e della sua sposa Ankhesenamon ed era probabilmente destinato a portare la coppia reale.

Una vecchia ricostruzione del baldacchino inteso come parasole da viaggio

Il baldacchino consiste in una struttura in legno dorata, trapezoidale in pianta, con 28 costole. Carter descrisse l’oggetto come un “baldacchino da viaggio” o un “padiglione portatile”, mancante della base, ipotizzando che probabilmente fosse allestito quando il faraone desiderava ricevere all’aperto o semplicemente voleva sedere all’ombra.

I recenti studi mostrano tuttavia con certezza, come già ipotizzato da alcuni studiosi in precedenza, come i pali del baldacchino mostrino segni di usura alla base, così come la base del carro, dove compaiono dei fori realizzati in posizione corrispondente alla distanza tra i pali del baldacchino (37 cm), tanto da poter confermare che quest’ultimo fosse fissato al carro (vedere foto allegate).

La superficie esterna del corpo del secondo carro di stato, in cui sono evidenti le posizioni di fissaggio dei 4 pali del baldacchino
Una ricostruzione del baldacchino con il secondo carro di stato

Al GEM il carro e il parasole saranno esposti vicini, essendo troppo fragili per essere assemblati assieme.

Un esempio di parasole su un carro, proveniente dal tempio di Luxor, periodo Ramses II battaglia di Kadesh

Fonti e link:

Cose meravigliose, Tutankhamon

I CARRI DA PARATA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 120 e 122. Legno dorato con inserti in pietre semipreziose e pasta di vetro. Dimensioni totali (Carro 120): 250x180x118 cm. Qui: Riproduzione del carro 120 in mostra a New York
I quattro carri dell’Anticamera, tra cui i due da parata, accatastati a sinistra dell’ingresso sulla parete est

Nella tomba di Tutankhamon sono stati ritrovati ben 6 carri; di questi, due erano riccamente decorati e probabilmente usati solo in occasione di celebrazioni o parate. Nell’Anticamera insieme a questi carri da parata (chiamati “Carri di Stato” o “da cerimonia” da Carter) ne sono stati trovati altri due, di struttura più pesante e costruzione e decorazioni più semplici. Altri due carri furono trovati infine nella Camera del Tesoro; leggermente più piccoli e leggeri, questi ultimi erano in condizioni pessime e con diversi pezzi mancanti.

Mace e Lucas al lavoro sul cassone del carro 120
Una ruota appena estratta dalla tomba viene trasportata al laboratorio di Callender

I pianali dei due carri da parata sono racchiusi da sottili assi di legno interamente ricoperti di gesso e oro e ulteriormente decorati con vetri intarsiati e avorio. I pianali dei due carri della Stanza del tesoro erano invece in parte di cuoio (marcito nel tempo) originariamente decorato con rivestimento in oro.

Tutankhamon in forma di sfinge antropocefala schiaccia i nemici dell’Egitto sul pannello laterale del carro 120
Il dio Bes riprodotto all’esterno del pianale del carro 120

Carter odiò i carri con tutto il cuore. I quattro nell’Anticamera erano accatastati uno sull’altro, gli assali segati per farli entrare nella tomba, con ulteriore scompiglio portato dai predoni nell’antichità e i finimenti in cuoio erano marciti. Estrarli, stabilizzarli e ricomporli fu un incubo. Solo il carro 122 era diviso in un centinaio di pezzi da riassemblare senza rovinare i decori…

Il meraviglioso pannello centrale del carro 120 nella foto originale di Burton
L’interno del pannello centrale del carro 120
Particolare dell’interno del pannello centrale del carro 120, con i tradizionali nemici dell’Egitto vinti e prigionieri

Prima della scoperta della tomba di Tutankhamon, solo altri due carri erano venuti alla luce (insieme al cassone di un carro di Tuthmosis IV praticamente distrutto): uno (ora esposto a Firenze) appartenuto a Kenamun, fratello di Amenhotep II, e l’altro trovato nella tomba di Tuya e Yuya da Davis, ma entrambi ben lontani dalla magnificenza dei carri di Tutankhamon.

Il carro 122, il secondo carro da parata, e la sua estrazione dalla tomba

La struttura ricorda quella dei carri Hittiti, senza sedile e con un cassone aperto dietro per permettere di salire e scendere in velocità, ma più leggera (portava al massimo due persone contro i tre del carro hittita) e raffinata, con un pianale in strisce di cuoio intrecciate (originariamente ricoperte con peli di animali o tessuto spesso di lino) che forniva un discreto molleggio e ruote a sei raggi leggere e robuste formate da 6 sezioni a V unite insieme ed al mozzo con strisce di pelle con battistrada in cuoio.

I particolari del carro 122 e del suo splendido decoro

Nel particolare si vede come il disco solare abbia inscritto il prenomen di Tutankhamon (Nebkheperure, Signore del Divenire come Ra) con lo scarabeo alato (Kheper = trasformazione, divenire) sopra i tre trattini del plurale ed il simbolo Neb (il cesto di vimini = padrone, signore) e con il simbolo del disco solare di Ra tra le ali

Sappiamo dalle raffigurazioni dell’epoca che le redini erano lunghe abbastanza per legarle dietro la schiena dell’auriga, spesso il Faraone in persona. Caratteristica dei carri da parata anche un falco solare in oro fissato sulla stanga come emblema del sovrano.

I paraocchi dorati trovati insieme al carro 122, foto di Sandro Vannini (in alto) e foto originale di Burton (in basso)

L’interno del carro 122, decorato più semplicemente con disegni di piume, spirali ed occhi di bue

Secondo una delle tante ipotesi, la caduta da uno dei carri da caccia sarebbe stata la causa della morte del Faraone, ipotesi ancora da comprovare.

I carri da cerimonia sono interamente placcati in oro. Il cassone del carro più decorato, il 120, presenta una lavorazione a sbalzo con motivi a spirale; il pannello centrale mostra i cartigli del Faraone con ai lati due urei e le piante araldiche di Alto e Basso Egitto. Le aperture sulle fiancate sono decorate con motivi floreali in pietre semipreziose, vetro e ceramica. Sul giogo di uno di questi carri sono rappresentate le sagome di due prigionieri, uno asiatico ed uno nubiano. Il carro 122, invece, ha una decorazione in stile “rishi” (le piume dell’uccello Ba o le ali di Iside). Al carro 122 appartiene anche una decorazione in forma di falco solare tra i più belli di questo tipo.

Questo baldacchino potrebbe essere stato montato sul carro 122 secondo le ultime ricostruzioni (vedi anche: IL BALDACCHINO PARASOLE DI TUTANKHAMON)
Nei punti indicati sarebbe stato inserito il baldacchino con un meccanismo ad incastro
Ricostruzione del carro 122 con il baldacchino montato
Raffigurazione di un carro del Faraone con il baldacchino montato – Ramses II a Qadesh

Guardando questi due carri da parata possiamo visualizzare quanto riportato in una tavoletta di Amarna, riferita ad Akhenaton che stabilisce i confini della sua nuova capitale:

Sua Maestà salì su un grande cocchio d’oro e d’argento, come Aton quando sale all’orizzonte e riempie la terra del suo amore

Come confronto, uno dei carri da caccia di Tutankhamon esposto al museo militare del Cairo dove è rimasto fino al trasferimento al GEM di Giza. Secondo l’ipotesi dell’incidente, il Faraone sarebbe caduto e sarebbe stato travolto da un carro come questo, anche se è tutto da dimostrare
Il carro di Kenamun esposto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Per approfondire: https://museoarcheologiconazionaledifirenze.wordpress.com…

La ricostruzione moderna di una ruota da carro egizio, con evidenziata la struttura composita a “V” dei raggi. Joukowsky Institute for Archaeology & the Ancient World, Brown University, Richmond (Virginia)

L’imballo del carro 122 per il trasferimento al nuovo GEM a Giza

Fonti:

  • Museo Egizio del Cairo
  • Grand Egyptian Museum, Giza
  • Howard Carter, Tutankhamon, 1984
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Kawai N et al. The ceremnial canopied chariot of Tutankhamun (JE61990 and JE60705): a tentative virtual reconstruction. CIPEG Journal 4 (2020)

Foto: Museo Egizio del Cairo, kairoinfo4u on flickr, Robert Harding, Sandro Vannini, JICA (Japan International Cooperation Agency), The Griffith Institute

Arte militare, Tutankhamon

GLI ARCHI DI TUTANKHAMMON

Di Luisa Bovitutti

All’interno della tomba di Tutankhamon sono stati trovati moltissimi archi di due differenti tipologie, ora esposti al museo del Cairo.

Alcuni archi di Tut

Il primo modello è l’arco di legno cosiddetto “semplice”, ottenuto con un’asta priva di giunte e dotato di un’unica curva realizzata con una tecnica di piegatura a caldo, che diventava ancora più accentuata quando veniva teso; l’impugnatura e l’estremità dei flettenti era decorata con lamine d’oro.

Il secondo è l’arco composito “angolare” (cosiddetto per la sua forma), anch’esso in legno di acacia ma dalle migliori prestazioni; esso infatti, pur essendo di dimensioni ridotte ed adatto ad essere utilizzato su di un carro in corsa, aveva grande flessibilità, potenza e precisione.

Gli archi compositi venivano realizzati secondo una tecnica sviluppata in Mesopotamia ed introdotta in Egitto attorno al XVII secolo a. C., che prevedeva che l’asta di legno venisse rinforzata all’interno con corno per resistere alla compressione ed all’esterno con tendine per sopportare la trazione; le estremità dei flettenti avevano sedi su cui infilare i cappi terminali di una corda fatta con strisce di budello o di lino attorcigliate.

La corda e modalità di ancoraggio all’arco

La forma era simile a quella dei moderni archi ricurvi, ma la venatura del legno e le tracce della corda testimoniano che essi erano concepiti per essere incordati dalla parte opposta, ottenendo un profilo che ricorda la lettera beta.

Ramses III raffigurato a Medinet Habu con l’arco senza corda

L’uso di questo tipo di arco è documentato dai rilievi e dalle pitture egizie dei secoli successivi, in particolare nelle raffigurazioni di Ramses III che combatte i popoli del mare, nel tempio di Medinet Habu.

Ramses II raffigurato ad Abu Simbel, mentre sta scoccando una freccia nel corso della battaglia di Kadesh

LA FARETRA E L’ARCO COMPOSITO “LIMITED EDITION”

Gli egizi usavano l’arco per la caccia e la guerra e a far tempo dalla XVIII dinastia lo trasportavano insieme alle frecce in faretre di legno che potevano essere appese ai carri.

Questa magnifica faretra in legno placcato in oro e l’arco composito raffigurati nelle fotografie provengono dalla tomba di Tutankhamon; la faretra è decorata con scene che lo raffigurano in forma di sfinge ed a caccia con il carro; anche l’arco è finemente decorato e reca i suoi cartigli e il disegno di un piccolo cavallo.

Mai cosa simile fu fatta, Tutankhamon

PETTORALE CON UCCELLO BA

Di Franca Loi

Oro, lapislazzuli, vetro, turchese e corniola.
Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Tutankhamon
Valle dei Re, tomba di Tutankhamon KV62
Carter 253

Secondo il credo degli antichi egizi ogni essere umano era costituito da cinque elementi: il cuore, il corpo e l’ombra, il nome della persona, il Ka e il Ba. Per vivere e poter proseguire l’esistenza anche nell’aldilà, l’individuo aveva bisogno di tutti questi elementi.

Tra gli ornamenti esterni della mummia di Tutankhamon fu trovato un prezioso pettorale con uccello Ba posizionato sotto le mani che impugnavano Il pastorale e Il flagello.

Dettaglio del pettorale
Disegno di Howard Carter, 1925 – Matita su carta.
Il disegno di Carter mostra la fascia dorata, le mani che impugnano Il pastorale e Il flagello, e l’uccello Ba.
Università di Oxford – Griffith Institute

Il corpo del defunto, subito dopo l’essiccazione, “veniva fasciato con bende di lino, tra le cui pieghe venivano posti degli amuleti protettivi, mentre si recitavano le formule in modo da creare un involucro fisico e magico a difesa del defunto, spesso corredato da una maschera sopra la testa”.

Dopo la morte, il ba del defunto avrebbe seguito il dio solare nel suo viaggio attraverso i cieli, ma solo se costui aveva vissuto in modo virtuoso.
Era insomma la personalità di qualcuno, ciò che lo rendeva unico, e veniva raffigurato come un uccello dotato di testa umana.
il Ba veniva spesso rappresentato come un uccello dalla testa umana e, talvolta, anche dotato di braccia.

Il Ba, l’energia personale del defunto, era praticamente assimilato alla personalità che rende unico l’individuo, era la parte spirituale in grado di effettuare il viaggio nell’aldilà: poteva uscire dalla tomba e poi farvi ritorno come in una sorta di migrazione perpetua, per questo era rappresentato col segno geroglifico di un volatile dalla testa umana.

Il Ba del defunto, Irynefer, esce dal sepolcro, nell’affresco della tomba tebana tt290
è raffigurato anche Shut, l’ombra.

FONTE:

  • TUTANKHAMON-IL VIAGGIO NELL ‘OLTRE TOMBA-TASCHEN
  • STORIE DI STORIE
  • STORICA- NATIONAL GEOGRAPHIC
  • ARDA2003
  • WIKIPEDIA
Mai cosa simile fu fatta, Tutankhamon

CASSETTIERA CON TRAFORO ORNAMENTALE

Di Grazia Musso

Legno dipinto, parzialmente stuccato e dorato, pasta colorata, rame
Altezza 70 cm, larghezza 43,5 cm, profondità 40 cm
Museo Egizio del Cairo – Carter 403

Questa cassettiera mi piace per la sua eleganza e semplicità.

Ha una forma quasi quadrata e poggia su quattro gambe lunghe e sottili.

È in legno dipinto di marrone rossastro, a simulare il costoso cedro del Libano, con una cornice che imita l’ebano, i dettagli della decorazione sono in vernice nera e lamina d’oro.

Fra le gambe si trovano delle barre di rinforzo e lo spazio fra di esse e la cassettiera vera e propria è riempito con dei pannelli traforati e decorati con ankh affiancati da scettro was e posti sopra alcune ceste, cioè il segno neb, che vuole dire “tutto”.

I registri scritti recano i nomi e gli epiteti del re.

Il coperchio si unisce alla base tramite una cerniera in rame e si apre verso l’alto.

I pomoli di chiusura sono coperti in lamina d’oro e vi sono scritti i nomi del re..

Come nel caso di molte altre cassette, un cordino doveva essere legato attorno ai pomoli e poi chiuso con un pezzo di argilla, su cui si imprimeva una sigillatura.

La cassettiera si trovava in cima ad una catasta composta da vari mobili al centro dell’annesso.

Era stata forzata dai tombaroli, che ha quando sembra l’avevano svuotata del suo contenuto originario.

All’interno Carter trovò solo quattro poggiatesta e un frammento di veste.

Fonte

Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass-fotografie di Sandro Vannini – Einaudi

Mai cosa simile fu fatta, Tutankhamon

AMULETO A FORMA DI CUORE

Di Franca Loi

ORO E VETRO
NUOVO REGNO – XVIII DINASTIA (REGNO DI TUTANKHAMON)
VALLE DEI RE – TOMBA DI TUTANKHAMON (KV62)
CARTER 620/67

Nella tomba di Tutankhamon Howard Carter ritrovò molti amuleti sul pavimento per cui è stato impossibile identificare la loro posizione originaria. Questo amuleto a forma di cuore fu trovato sul pavimento dell’ annesso e contiene la figura intarsiata di un airone.

L’ airone, uccello sacro, simbolo della nascita e della risurrezione, era associato al culto di Eliopoli dove veniva chiamato benu, il precursore della fenice.

Uccello Benu affresco dalla tomba di Iry-nefer a Deir el-Medina

Secondo la cosmologia eliopolitana, il benu stava in cima alla pietra Benben, che emerse a Eliopoli dalle acque primordiali in seguito alla creazione del mondo. Durante il processo di mummificazione, gli antichi egizi, per gran parte della loro storia, hanno lasciato il cuore al suo posto, poiché rappresentava l’intelligenza ed era la sede dei sentimenti del defunto. Il Libro dei Morti riferisce formule per evitare che il defunto si separi dal proprio cuore nell’aldilà.

Si suppone che il nome Benu possa derivare da wbn verbo egizio che significa “brillare”, “sorgere”: infatti, nelle raffigurazioni trovate sul Libro dei morti o in molti affreschi esso sembra sorgere dalle acque

FONTE:

  • TUTANKHAMON-IL VIAGGIO NELL ‘OLTRE TOMBA-TASCHEN
  • WIKIPEDIA
Mai cosa simile fu fatta, Tutankhamon

VASO DAL COLLO LUNGO

Di Grazia Musso

Vaso dal collo lungo, Calcite e faience
Altezza 62 cm
Tomba di Tutankhamon – Carter 344
Museo Egizio del Cairo

L’alto e sottile vaso fu rinvenuto in un cumulo di oggetti collocato nell’annesso.

Il vaso, intagliato in un unico pezzo è decorato attorno al lungo collo con tre registri di triangoli che vogliono richiamare i petali di loto, ciascuno sormontato da una banda di quadretti bianchi e neri.

Il registro superiore è quello inferiore sono intarsiati con con fiance turchese scuro,

mentre quello centrale alterna intarsi di calcite e faience verde scuro.

Fonte

Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografia di Sandro Vannini – Einaudi