La parete sud della KV62 di Tutankhamon presenta Tutankhamon accolto da Anubi ed Hathor Proviamo a leggere le iscrizioni parietali.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
Le pareti della camera funeraria del celeberrimo faraone sono stati oggetto delle Traduzioni Archeologiche (TA) del Corso Grammaticale di secondo livello, di una lezione di Egittologia e del relativo Quaderno nr 35 che gli interessati possono trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/
Qualche anno fa, con i miei allievi, traducemmo il Papiro Harris 500 dove sono riportate alcuni brani che possono davvero essere definiti Liriche d’Amore.
La narrazione rappresenta il discorso di due innamorati che testimoniano le loro emotività, i loro desideri, le loro paure e le loro ansie.
I discorsi di lei e di lui si alternano nelle diverse “stanze” dando libertà alla fantasia del lettore di ricreare la situazione di due innamorati che si desiderano.
In questo brevissimo passaggio, preso dalla quinta stanza, parla lui.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare l’egizio a chi non lo ha (ancora) studiato.
BUON SAN VALENTINO A TUTTI.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
Al PENNMUSEUM di Filadelfia, ovviamente Stato della Pennsylvania, è custodito un ornammento che lo stesso museo definisce come “Perlina lentoide in faience blu. La parte superiore è incisa e il retro è piatto. Ci sono due fori per l’infilatura a ciascuna estremità, che si collegano a un canale centrale sul retro della perlina”.
Ad essere sinceri il testo geroglifico riportato sopra è abbastanza complesso da definire, figuriamoci da leggere. Però, con l’aiuto del Museo, ce la potremo fare.
Il reperto è lungo 5,21 cm, largo 1,5 cm e profondo 0,6 cm. Fu realizzato tra il 1075 e il 945 a.C. ed appartiene alla XXI dinastia.
Interessante che il sovrano identificato non abbia il nome iscritto in un cartiglio.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ubicato nella KV62 è stato oggetto del nostro XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA. Ne abbiamo analizzato e tradotto tutte quattro le facciate. Vi allego qui le pagine iniziali di ogni lato per mostrarvi la tipologia di lavoro che abbiamo fatto sulle iscrizioni geroglifiche.
Secondo la sequenza dinastica redatta dallo storico greco Manetone, Snefru (Immagine n. 1) fu il primo re della IV Dinastia. Con lui si chiude un’epoca cruciale che si estende dal periodo arcaico sino all’alba dell’Antico Impero e da inizio a uno dei periodi più straordinari di tutta la storia egizia.
La tradizione letteraria giunta sino a noi, ce lo rappresenta come un buon sovrano attento alle esigenze dei suoi sudditi (secondo le leggende popolari si rivolgeva loro chiamandoli “amici” e persino “fratelli”), tanto che, nonostante sia stato artefice di un programma architettonico a dir poco titanico, a differenza dei suoi successori Khufu e Kaefra, la sua reputazione non fu mai messa in discussione. Quel poco di lui che ci è noto lo si deve grazie ad un documento che riporta gli avvenimenti salienti anteriori alla VI Dinastia: gli annali della Pietra di Palermo (Immagine n. 2). Si tratta di una porzione di stele incisa facente parte di un reperto ben più consistente del quale si conservano altri frammenti presso il Museo del Cairo e il Petrie Museum of Egyptian Archeology di Londra. Da questo reperto apprendiamo che Snefru fece arrivare quaranta imbarcazioni cariche di legno importato dal Medio-Oriente. Sappiamo, inoltre, che durante la prima parte del suo regno promosse una spedizione in Nubia con cui si procurò materiale umano da impiegare nei suoi progetti edili (si riferisce di 4000 donne e 3000 uomini, ma i numeri sembrano un po’ esagerati) e razziò un enorme quantità di bestiame (200.000 capi).
Un’ iscrizione presente in questa regione, presso la località di Khor el-Aquiba, sembra fare riferimento proprio a questa campagna in quanto menziona un corpo di spedizione composto da 20.000 soldati e la cattura di 7.000 prigionieri. Più tardi l’operazione fu ripetuta, ma questa volta in Libia, e fruttò 1.100 prigionieri e 13.100 capi di bestiame sistemati successivamente in trentacinque nuove tenute reali del Fayyum e del Delta. Questo consistente approvvigionamento di mano d’opera e di animali fu posto in atto, evidentemente, per alleggerire in modo considerevole il carico lavorativo sulla popolazione egizia.
Tra le altre realizzazioni collegabili al suo regno figurano la realizzazione di un nuovo palazzo reale, probabilmente nella zona di Dashur, caratterizzato da grandi portali in legno di cedro, il varo di molte imbarcazioni, la lavorazione di statue reali a grandezza naturale in rame e in oro e la produzione di un’arpa insolitamente grande e preziosa.
Le fonti contemporanee circa l’ascendenza di questo sovrano sono ancora più scarse; probabilmente la madre, Meresankh, fu una sposa secondaria di Huni, ultimo re della III Dinastia, ma gli antenati reali dell’Antico Regno non sono mai menzionati direttamente dal momento che il re era, per natura di origine divina.
Sorprendentemente, la costruzione delle piramidi non è mai annotata nelle iscrizioni contemporanee di re o dignitari, nonostante rappresentasse il principale evento di un regno. Verosimilmente, siccome ciò era riconducibile all’espletamento dei rituali giornalieri nei templi (le cerimonie che garantivano il sorgere ed il tramontare del sole, la ricorrenza delle stagioni, l’esondazione periodica del Nilo, ecc.), e quindi facente parte dei compiti che un re doveva essere in grado di svolgere e assicurare in vita, non aveva alcun bisogno di essere menzionato.
In ogni caso, Snefru fu senza dubbio alcuno il più grande costruttore dell’Antico Egitto se non addirittura di tutto il mondo antico. A lui si devono, infatti, l’edificazione di tre grandi piramidi, di cui una situata a Meidum e le altre due a Dashur (oltre a due più piccole), per la cui realizzazione furono utilizzati oltre 3,6 milioni di metri cubi di pietra: un milione in più di quanti servirono a suo figlio per edificare la Grande Piramide di Giza. Nonostante l’attribuzione definitiva di questi monumenti costituisca ancora motivo di dibattito tra gli esperti, non esiste alcuna prova che consenta, ragionevolmente di dubitarne.
A partire dal suo regno ebbe inizio un ulteriore incredibile impulso evolutivo che portò in breve tempo a raggiungere vette di perfezione non solo nel campo dell’architettura, ma anche nelle arti della scultura, del rilievo e della pittura, nelle scienze naturali e in medicina dove furono gettate basi destinate a rimanere valide fino all’epoca greca. Il credo nell’onnipotente Ra, creatore universale, ormai dominava la religione, l’etica, lo Stato e la società egizia, che divenne sempre più ricettiva nei confronti di chi era in grado di lavorare su grandi progetti. Questi personaggi diedero forma alla nuova classe degli scribi, accademici istruiti nella conduzione teorica e pratica dello Stato; un gruppo costituito da principi ed individui che si erano elevati per chiari meriti. Garante di questo sofisticato sistema era il dio Rache conferiva potenza al sovrano, la cui divinità consisteva non nella sua persona, bensì nel ruolo assunto in funzione della sua capacità di governare le Due Terre. Egli era il dio benevolo, il dio delle necropoli la cui costruzione era suo compito e dovere. Il nome di Horo di Snefru, nb m3՚ t, (neb maat)significa, infatti, “Signore della Maat, dove Maat è proprio riferito all’ordine divino universale (Immagine n. 3)
Da questo sovrano in poi, influenzata dal culto del dio sole, la forma del complesso piramidale conobbe importanti e significative modificazioni trasformandosi da un rettangolo orientato secondo l’asse nord-sud, in un quadrato in direzione est-ovest che seguiva il percorso dell’astro diurno ed enfatizzava un nuovo elemento architettonico di grande significato simbolico. Si tratta della lunga rampa che prendendo avvio da est, la terra dei viventi, giungeva sino ai piedi della tomba-piramide per poi concludere il suo percorso nel tempio funerario che da allora in avanti sarebbe sempre stato collocato sul lato orientale del monumento. La porta d’accesso alla rampa era, invece, situata nel tempio in valle, vale a dire il centro cultuale della città della piramide al cui interno la dea Hathor e il sovrano erano adorati come divinità locali.
Prima di occuparci della sequenza cronologica (Immagine n. 4) dei cantieri di Snefru e delle ragioni che lo spinsero a dotarsi di tre tombe, si rendono necessarie alcune considerazioni riguardanti il proprietario della piramide di Meidum (Immagine n. 5). Da alcuni decenni questa località è spesso associata a Huni, ultimo sovrano della terza dinastia, la cui sepoltura non è stata ancora localizzata. Per il momento, come unica motivazione, si argomenta che sia irragionevole concedere al suo successore Snefru la costruzione di un terzo edificio di tali dimensioni, presumendo che sarebbe stato impossibile portare avanti tre cantieri in un lasso di tempo relativamente così breve quale fu il suo regno (24 o 29 anni a seconda delle fonti). Di conseguenza sembrerebbe del tutto naturale pretendere che la costruzione della piramide a gradoni di Meidum sia stata opera del re Huni e che in seguito sia stata modificata due volte dal suo successore al fine di farle assumere la classica forma a pareti lisce.
Tuttavia, finora nessuna menzione al sovrano della III Dinastia è stata ritrovata “in situ”, né alcun documento antico lo associa a questa sepoltura. Viceversa, gli egizi di tutte le epoche, mai hanno smesso di considerare Snefru, come intestatario del monumento: lo testimoniano i numerosi graffiti lasciati durante il Nuovo Regno sulle pareti del piccolo tempio funerario. Alcuni di questi lo evocano come “Il tempio di Snefru” e altricome la “grande piramide di Snefru”. Inoltre, i suoi figli Nefermaat, Rahotep e Ranefer, si fecero inumare in grandi mastabe situate proprio a Meidum.
È vero che fino ad oggi non è stata riportata alla luce alcuna iscrizione contemporanea dell’edificio recante il nome di Snefru, ma ciò non è sufficiente a escludere che sia stato egli stesso ad aver iniziato il cantiere e ad esigere per ben due volte la modifica del progetto. Per di più, nulla esiste che possa attestare l’usanza, durante l’Antico Regno, di un sovrano che si appropriasse della sepoltura del suo predecessore. Pertanto, l’ipotesi che possa essere stato Huni il committente del monumento resta solo un’idea vaga e senza alcuna evidenza che possa comprovarla; viceversa, gli indizi di cui siamo in possesso puntano tutti e decisamente in direzione del suo successore. Basta considerare la struttura interna a gradini, le dimensioni ridotte degli elementi costruttivi e delle camere funerarie, perché il confronto con la piramide di Dashur dimostri l’innegabile anteriorità della piramide primitiva di Meidum. Non c’è quindi dubbio che i primi due stati relativi alla piramide a gradoni iniziale siano stati realizzati all’inizio del regno e solo successivamente il sovrano decise di modificare le sue scelte sia riguardo alla forma che al luogo della sua sepoltura. Una volta completata la piramide di Meidum, infatti, ordinò la costruzione di una piramide di maggiori dimensioni e dal profilo triangolare presso la località di Dashur-Sud (Immagine n. 6).
Un tale fervore innovativo dovette, con ogni probabilità, costringere gli architetti ad avviare un nuovo cantiere e a cercare, a tal fine, un giacimento ricco di materie prime. A tal proposito i geologi Dietrich et Rosemarie Klemm* hanno recentemente posto in evidenza che il rivestimento esterno della piramide di Meidum dovette essere completato utilizzando un calcare locale ed un altro estratto dalla più lontana cava di Maasara, situata nei pressi di Dashur, sulla riva opposta del Nilo. (Questa cava fu, in seguito l’unica fonte di approvvigionamento, relativamente alle pietre da rivestimento, per i cantieri di Dashur). É probabile che proprio durante questa fase si presentassero problemi di portata tale da spingere i costruttori a modificare l’edificio una seconda volta, conferendogli, sembrerebbe, le proporzioni e le dimensioni della futura Piramide Rossa (Immagine n. 7).
Sono emerse alcune iscrizioni, datate al 15° anno di regno sui tre siti piramidali, rispettivamente su un blocco di fondazione della Piramide Rossa, su un altro facente parte del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale ed infine su alcuni blocchi della piramide di Meidum. Di conseguenza deve essere stato in quel momento che il cantiere fu nuovamente trasferito ed è fuor di dubbio che, nei dintorni di quella data, i problemi strutturali occorsi alla piramide di Dashur-Sud finirono per convincere gli architetti a cercare, una volta ancora, alternative al progetto in corso. Se ne dispose, perciò, un altro che finì per fare assumere alla piramide la caratteristica forma definitiva “piegata o a doppia pendenza”. Si procedette, a questo punto, con l’apertura cantiere della Piramide Rossa e, allo stesso tempo, si riaprì quello di Meidum con lo scopo di trasformare la struttura a gradoni in una piramide rispondente alle nuove concezioni (Immagine n.8).
Probabilmente, si voleva prevenire l’eventualità dell’improvvisa scomparsa del sovrano che, consapevole della propria vecchiaia, temeva che la sua tomba non sarebbe stata completata in tempo.
Alla morte di Snefru, comunque, la Piramide Rossa era stata certamente completata (così come pure la piramide sussidiaria di Dashur-sud e forse anche quella di Meidum), ma sicuramente non i suoi edifici annessi, come dimostra l’impiego di mattoni crudi per portare a termine il suo tempio funerario. Analogamente, anche quello di Meidum si presenta con facce parzialmente sgretolate e totalmente prive di decorazioni.
Alcuni ricercatori rifiutano di prendere in considerazione l’ipotesi che gli architetti egizi avessero avuto dubbi sulla bontà dei loro progetti e, conseguentemente, cambiarli più volte. La tesi sostenuta è che nulla sarebbe dovuto al caso e l’insieme sarebbe stato accuratamente pianificato e pensato al fine di ottenere un risultato complessivo del tutto coerente. La dualità che si osserva a Dashur (due piramidi sul sito e doppia pendenza per quella romboidale) sarebbe, pertanto, di natura strettamente simbolica. Ma quella che a prima vista sembrerebbe una riflessione interessante è contraddetta innanzitutto dall’analisi architettonica delle due piramidi. Durante la costruzione della romboidale, infatti, si presentarono diversi problemi di natura statica che imposero numerose modifiche. Come metro di paragone, basta considerare le caratteristiche della Piramide Rossa che mostrano una netta e decisiva evoluzione delle tecniche di costruzione. Inoltre, la sequenza cronologica dei due monumenti è fuori discussione, dal che ne consegue che se l’idea iniziale fosse stata quella di erigere a Dashur un complesso architettonico bipartito, sarebbe stato del tutto logico procedere ad una edificazione simultanea e non successiva. Infine, non esiste alcun documento che possa in qualche modo avvalorare questo punto di vista.
Tutto ciò, comunque, non implica che una volta completato l’insieme, questo non apparisse perfettamente coerente e armonico agli occhi degli egizi dell’epoca. L’attenzione dedicata ad un secondo sito non comportò, infatti, l’abbandono del primo che era stato consacrato per i rituali di fondazione e continuò ad essere sempre considerato come parte integrante di un dominio funerario che si era progressivamente ingrandito.
Al momento non siamo ancora in possesso di dati che possano permettere di determinare con certezza il tempo che occorse per portare a termine il grandioso progetto di Snefru. Il Canone Reale di Torino gli attribuisce 24 anni di regno, ma è noto che questo documento non è esente da errori. Segni datati, venuti alla luce presso i siti di Dashur e Meidum, indicano che, quanto meno, questa cifra deve essere elevata a 29 anni.
Si può tentare di fare un paragone con la Grande Piramide di Khufu, sulla quale siamo meglio informati circa i tempi di edificazione. Con il suo volume di circa 2.600.000 mc., è presumibile che l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente, sia stata realizzata in meno di 27 anni (la durata massima attribuita al regno di questo sovrano). Adottando un criterio di proporzionalità e assumendo che i lavori si siano protratti in maniera continua per tutta la durata del regno, se ne deduce che per portare a compimento la Piramide Rossa furono necessari 18 anni; 15 anni per la Piramide Romboidale e 6 anni e mezzo per quella di Meidum, per un totale di circa 40 anni (una cifra evidentemente in disaccordo con i pochi riferimenti attualmente a nostra disposizione).
In ogni caso, che il regno di Snefru abbia avuto una durata di una trentina o una quarantina di anni, è certo che per realizzare i suoi tre complessi funerari fece estrarre, tagliare e mettere in opera qualcosa come circa 3.900.000 mc. di pietra calcarea, ossia ben 1.300.000 mc. in più di quanti ne furono necessari al suo successore.
* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm, sono stati protagonisti di un importantissimo lavoro relativo allo studio dei materiali di costruzione utilizzati per l’edificazione delle tre piramidi di Giza. I risultati delle loro ricerche, pubblicati nel 1993 nel volume “Steine und Steinbrüche im Alten Ägypten”, aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Chi fosse interessato all’argomento può trovarne un’ampia descrizione a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/01/lo-studio-di-dietrich-e-rosemarie-klemm/
LA PIRAMIDE DI MEIDUM
A circa 45 km. a sud di Menfi, ad est del Fayyum, simile ad un possente torrione, si erge l’imponente profilo della piramide di Meidum (Immagine n. 9) la cui forma, così particolare, trae origine da danni e distruzioni che le fecero perdere gran parte del suo rivestimento esterno.
La struttura del complesso funerario è caratterizzata da una netta cesura con quella della dinastia precedente, nel senso che la piramide acquisisce, da questo momento, un’importanza assolutamente predominante all’interno del quadro d’assieme. Gli edifici cultuali presenti nel complesso di Djoser, così vari e molteplici, appaiono qui sotto una forma molto semplice (oggi diremmo “minimalista”) riducendosi, in pratica, ad una cappella addossata alla facciata orientale. Questo edificio, di circa 9 metri di lato, comprende un piccolo corridoio a zig-zag che conduce a un cortile interno, al centro del quale si ergono, accanto a un tavolo sacrificale, due alte stele monolitiche con la sommità arrotondata (Immagine n. 10). Tutto, in questo luogo, mostra segni di incompiutezza: rifacimento delle pareti interrotto, iscrizioni contemporanee assenti e stele vergini.
Un recinto in pietra, alto circa 2 metri, delimitava uno spazio sacro intorno alla piramide. Una piccola piramide satellite, la prima del suo genere, fu edificata in posizione decentrata a sud così come una mastaba sul versante settentrionale. Di fronte al tempio funerario, una via processionale collegava l’unico ingresso a un piccolo tempio situato ai margini della valle. Lunga circa 210 metri, questa strada si presentava come una semplice via di comunicazione a cielo aperto delimitata da due muri paralleli: niente che possa, anche lontanamente, essere paragonabile alle gigantesche strade ascensionali che sarebbero state realizzate sotto il regno di Khufu.
É stato localizzato anche il tempio in valle ma, purtroppo, le coltivazioni che lo ricoprono hanno impedito lo svolgimento di scavi su larga scala. Ciò nonostante, nel sito, così come in quello della Piramide romboidale, si sono potuti rintracciare con evidenza i primi elementi costitutivi di un complesso funerario reale classico dell’Antico Regno: piramide, piramide satellite, tempio superiore e tempio inferiore (o tempio della valle) collegati da una lunga strada rialzata (Immagine n. 11).
Snefru costruì le sue prime piramidi a Meidum ancora nella forma a gradoni. Una di queste, piccola e solida, fungeva da torreggiante punto di riferimento sopra il palazzo reale di Seila, presso il margine orientale del Fayyum.
Il primo vero e proprio complesso piramidale, invece, domina la valle del Nilo, una decina di chilometri più ad est e include la grande piramide a gradoni, che fu ampliata e modificata in successive fasi costruttive fino a raggiungere, nel suo stadio finale, la vertiginosa altezza di circa 92 metri e ad acquisire la forma classica a pareti lisce.
La tipologia della piramide a gradoni è senz’altro da far risalire alla dinastia precedente, la terza, ma sotto il regno di Snefru, si diede inizio ad una serie di fondamentali modificazioni riguardanti sia l’orientamento del complesso sia la disposizione delle camere interne.
Rispetto alle arcaiche costruzioni cultuali della III Dinastia, sopravvissero, in pratica, solo il tempio funerario e la tomba sud che fu adattata a sepolcro del re sotto forma di una piccola piramide a gradoni situata direttamente a sud del monumento principale. Come già accennato precedentemente, a Meidum, il tempio funerario era un piccolo e semplice santuario a est della piramide, affiancato da due grandi stele che sostituivano e rappresentavano il re sepolto altrove.
La disposizione dei vani interni alla piramide fu anch’essa oggetto di ripensamenti rispetto al modello tipico della III Dinastia; la camera sepolcrale, infatti, non era più situata sul fondo di un pozzo scavato nella roccia del sottosuolo, ma fu allestita ben al di sopra del livello del terreno, in prossimità del centro del monumento.
Durante l’Antico Regno, l’entrata (o uscita) della piramide era sempre situata sulla facciata nord. Il re, attraverso il corridoio che sale dalla camera sepolcrale, poteva così ascendere alle stelle circumpolari (quelle che “non tramontano mai”) per congiungersi al dio sole Ra, nella sua barca. A ben vedere, questo assetto interno tripartito può essere rintracciato già nelle tombe risalenti alla I Dinastia, caratterizzate dalla presenza di una camera del sarcofago vera e propria alla quale si aggiungevano due vani supplementari utilizzati per immagazzinare le offerte più rilevanti da destinare al re defunto. Successivamente, a partire dall’epoca di Dioser, l’anticamera e le camere laterali furono già concepite con finalità e funzioni strettamente religiose, introducendo una concezione secondo la quale l’ascesa verso gli astri cominciasse dall’anticamera che, per questo motivo, aveva saracinesche in pietra decorate con stelle. I corridoi orientali e le cosiddette “camere blu” erano, invece, la rappresentazione di un modello di palazzo in cui il re avrebbe soggiornato nell’Aldilà.
Con la IV Dinastia, cambiò pure la collocazione spaziale delle camere; si passò da una disposizione orizzontale ad una verticale che trovò la sua massima espressione nella Grande Piramide di Khufu.
A Meidum, inoltre, prese avvio una tendenza riguardante il cimitero reale, che prevedeva l’allineamento in file regolari, a nord-est delle piramidi, delle mastabe dei figli di Snefru e delle loro mogli. Solo una di queste (la mastaba n. 17), però, sorge presso l’angolo nord-orientale della piramide e dunque in posizione particolarmente privilegiata: imponente e costruita apparentemente in gran fretta, conteneva la sepoltura di un principe, probabilmente l’erede al trono defunto in giovane età nei primi anni di regno del sovrano (Immagine n. 12).
La caccia ai volatili con la rete. Mastaba di Ptah-Hotep e Akhti-Hotep – Sakkara, V dinastia Foto a questo link: https://www.meisterdrucke.it/,
La scena dell’uccellagione con le reti fa parte del protocollo decorativo tipico delle tombe egizie fin dall’Antico Regno; si è visto che essa appare nella camera principale della tomba di Meresankh III, ma come si può costatare dai rilievi tombali sotto pubblicati, rimase in auge per molti secoli, fino almeno alla XVIII dinastia.
La caccia ai volatili con la rete. Mastaba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, fotografia da Osirisnet.net
Nell’antico Egitto la caccia di animali di grossa taglia come leoni, gazzelle ed ippopotami si svolgeva nel deserto o lungo il Nilo e fu lo sport preferito dai nobili, mentre quella a piccioni, anatre, oche, gru e vari tipi di uccelli acquatici fu sempre molto praticata anche dai ceti più bassi per procurare cibo.
I cacciatori si servivano del bastone da lancio oppure si organizzavano in squadre e tendevano sulla superficie di uno specchio d’acqua una rete esagonale od ottagonale ancorata a due pertiche; quando gli uccelli si posavano sopra di essa, al segnale del loro capo gli uomini tiravano energicamente la corda che passava probabilmente per ciascun angolo della rete e la richiudevano intrappolando gli uccelli che si erano posati su di essa.
La caccia ai volatili con la rete. Mastaba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, fotografia da Osirisnet.net
La selvaggina catturata veniva uccisa, spennata e ripulita delle interiora direttamente in loco, quindi subito cucinata, offerta al tempio, oppure messa sotto sale in capienti giare o essiccata appendendola a delle rastrelliere per essere conservata a lungo: nelle scene di uccellagione infatti talvolta si trovano raffigurazioni di uomini impegnati a spiumare ed eviscerare delle anatre.
La spiumatura, l’eviscerazione e la conservazione delle prede per il successivo consumo. Tomba di Nakht, Sheikh Abd el-Qurna. XVIII dinastia. Autore sconosciuto, Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Spesso gli esemplari venivano tenuti in vita ed allevati insieme ad oche ed anatre per fornire uova, carne e grasso, come si evince dai rilievi tombali che mostrano effettivamente volatili addomesticati rinchiusi in recinti e servi che li stanno alimentando forzatamente.
Sulla sinistra, dotato di una porta metallica, l’ingresso della tomba, sito sul fianco della mastaba G7530; sullo sfondo, l’esterno della mastaba G7510. Immagine di Prof. Mortel, rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica, a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Tomb_of_Queen…
La tomba di Meresankh sorge molto vicino alla Grande Piramide, nella settima fila della necropoli orientale di Giza, dove i membri della famiglia reale e gli alti dignitari venivano sepolti accanto al loro sovrano.
Essa fu scoperta nell’aprile 1927 dal team dell’Università di Harvard e del MFA di Boston guidato dall’egittologo G. A. Reisner, che riportò alla luce l’ingresso scavato nella roccia sottostante la doppia mastaba G7530/G7540, che già esisteva e che venne sfruttata come sua sovrastruttura.
E’ una delle più belle della necropoli per la qualità e la policromia dei bassorilievi che raffigurano scene di vita quotidiana e di offerte e molti congiunti della defunta, tra i quali i suoi genitori Hetepheres II e Kawab ed i suoi figli Nebemakhet, Khenterka, Niuserreankh e Duaenre; stranamente il suo reale sposo Chefren non è mai né raffigurato né menzionato.
Gli Egizi ritenevano che rappresentando nelle tombe queste scene avrebbero garantito magicamente al defunto un flusso perpetuo di cibo e di beni che gli avrebbe permesso di mantenere nell’Aldilà la stessa agiatezza della quale aveva goduto in vita.
E così, tra gli oggetti preparati per il suo corredo funerario si notano, ad esempio, oltre a derrate alimentari in gran quantità, anche un baldacchino, un letto, una sedia ed una portantina molto simili a quelli scoperti nella sepoltura di Hetepheres I della quale abbiamo già parlato.
La tomba, incompiuta, consiste nella citata doppia mastaba di superficie con una pianta di 36 x 17 m. (G7530 – G7540) risalente ai primi anni del regno di Chefren ed ora quasi scomparsa, in una sottostruttura vagamente cruciforme (G7530 sub) scavata nella roccia, accessibile tramite due scale contrapposte ricavate nel vicolo che separa la mastaba di Meresankh dalla G7650 ed in una camera sepolcrale alla quale si accede tramite un pozzo verticale ampio circa due metri quadrati e profondo cinque metri.
Pianta di ciò che rimane della sovrastruttura, dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Oggi quest’ultimo è stato dotato di una scalinata moderna, ma sulle sue pareti sono ancora visibili le tacche semicircolari che gli antichi avevano scolpito ed usato come rudimentali gradini.
La sottostruttura (o cappella), il cui ingresso è impreziosito da larghi stipiti in pietra che riportano il nome di Meresankh, i suoi titoli, la data in cui il suo corpo fu portato al luogo dell’imbalsamazione e quella in cui avvenne la sepoltura (ben 272 giorni dopo la sua morte) è composta da tre ambienti scavati due metri sotto il livello del suolo edorientati in direzione nord- sud.
Foto risalente al 1927 raffigurante la facciata dell’ingresso recante il nome, i titoli e la data di inizio della mummificazione e della sepoltura della regina, a questo link: http://Isida-project.org/egypt…/giza_meresankh_en.htm Oggi le iscrizioni sono state coperte da un rivestimento in pietra ed è stato aggiunto anche un moderno portale di sicurezza.
Essa ha il soffitto dipinto di rosso per imitare il pregiato granito di Assuan e conserva ancora in parte un fregio di fiori stilizzati lungo la parte superiore delle pareti; è decorata con scene di navigazione, agricoltura, uccellagione, pesca che vedono protagoniste anche Meresankh e la madre.
Stipite sinistro dell’ingresso decorato con un’immagine di Meresankh mentre annusa una ninfea; sopra di lei si trovano Anubi ed il testo di una preghiera di accompagnamento per garantirle la rinascita. Davanti a lei il sacerdote funerario Khemetenu si inchina e legge dal papiro che tiene in mano delle disposizioni riguardanti la salvaguardia del culto funerario. L’immagine è tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Stipite destro dell’ingresso che mostra la defunta in piedi, che guarda verso l’esterno, come se stesse accogliendo dei visitatori. Immagini tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Nella camera sotterranea sono stati trovati il sarcofago che conteneva ancora le ossa della regina, i suoi vasi canopi, posti in una nicchia sul pavimento e centinaia di amuleti, ushabtis, wadjet, intatti o in frammenti.
I vasi canopi, i più antichi ad oggi ritrovati, si trovano al MFA di Boston; hanno tutti diametri diversi, coperchi leggermente arrotondati e sono privi di iscrizioni.
LA CAPPELLA DI MERESANKH III
La parete est della sala principale.
Le scale dell’ingresso conducono direttamente nella sala principale della cappella, splendidamente decorata; ammireremo insieme le scene dipinte sulle pareti, che offrono una vivace immagine della vita di una persona di altissimo lignaggio dell’Antico Regno.
Appena entrati nella tomba, si ammira questo spettacolo; la parete analizzata in questo post è quella sulla destra, sulla quale si apre l’ingresso; il personaggio al centro è il principe Kawab; alla sua destra quattro registri con scene campestri, di caccia e di offerta. https://www.experienceegypt.eg/…/giza-e-le-antiche…
Cominciamo ponendoci di fronte alla parete est ed osservando il lato sinistro.
La prima immagine, alta fin quasi al soffitto e completamente avulsa dal programma decorativo circostante raffigura il principe Kawab, padre di Meresankh, che è già stato oggetto di trattazione da parte di Grazia.
Dietro di lui, nella metà superiore della parete, sono raffigurate Meresankh e sua madre su di una barca che navigano tra i canneti della palude svolgendo l’antico rituale del “far tintinnare i papiri” che serviva ad ottenere la presenza sacra della dea Hathor in forma bovina.
Meresankh III e la madre scuotono i papiri per Hathor. La palude rappresentava l’ambiente associato alle acque primordiali ed al liquido amniotico ed era legata alla rinascita (perchè Osiride fu riportato in vita in un papireto) ed al culto della dea. Il rito consisteva nello scuotere gli steli dei papiri facendo frusciare gli ombrelli e producendo un rumore simile a quello che le mucche selvatiche fanno muovendosi nel canneto, che avrebbe richiamato la dea; anche il sistro, che veniva utilizzato dalle sacerdotesse di Hathor, produceva un suono simile. E’ una scena suggestiva, anche se il boschetto di papiri è scomparso a causa delle infiltrazioni penetrate da un’apertura superiore praticata dagli antichi per far entrare un po’ di luce naturale nella stanza. Hetepheres è in piedi nella parte anteriore dell’imbarcazione, governata da un marinaio in piedi a poppa; ella è abbigliata secondo la moda delle nobildonne della sua epoca con una parrucca nera che le ricade sulle spalle ed un abito bianco lungo ed aderente sostenuto da larghe spalline, un collare e una collana, braccialetti e cavigliere e sta cogliendo il papiro con entrambe le mani; ai suoi piedi un bambino non identificato tiene con una mano una ninfea e con l’altra si regge alla sua gamba. Meresankh è dietro la madre; ha una parrucca corta e nera ed un diadema a nastro molto in voga all’epoca; il suo abito è identico a quello di Hetepheres, ma è impreziosito sul petto da una decorazione di perline colorate; con la mano destra sta strappando uno stelo di papiro mentre con la sinistra abbraccia la madre intorno alla vita. https://egypt-museum.com/queen-hetepheres-with-daughter…/
La parte rimanente della parete è divisa in quattro registri.
Il primo dall’alto mostra una processione di offerenti; ognuno di loro, tranne l’ultimo, è identificato da un’iscrizione verticale che indica il terreno funerario dal quale proviene il bene che sta portando; di seguito tre uomini stanno realizzando una stuoia di papiro.
Una processione di offerenti, che portano prodotti dei vari terreni destinati alla produzione di derrate per la tomba; il cartiglio che si nota accanto a ciascun servo è quello di Cheope. https://it.thebrainchamber.com/the-tomb-of-queen…/
Il secondo mostra la cattura degli uccelli acquatici nella palude, rappresentata come uno specchio d’acqua circondato da ninfee; questa scena è tipica della decorazione delle cappelle funerarie dell’Antico e Medio Regno e ne parleremo in un successivo approfondimento;
La scena dell’uccellagione raffigura come contestuali vari momenti succedutisi nel tempo, così come usuale all’epoca. E così vediamo cinque uomini che ad un segnale del loro capo tirano energicamente una fune per chiudere la rete esagonale ed intrappolare i volatili che si erano posati su di essa; alcuni uccelli che riescono a fuggire e volano via; un servo che ne cattura alcuni rimasti impigliati. https://egymonuments.gov.eg/…/tomb-of-queen-meresankh-iii – foto di Sandro Vannini
Nel terzo registro si vede una processione di gru, oche, buoi ed un vitello guidati dai propri custodi e destinati ad essere offerti alla defunta.
Il quarto registro è composto da due scene nautiche ed una agreste.
La prima di esse potrebbe ricordare un pellegrinaggio verso un luogo di culto e mostra due barche cariche di cesti, di ninfee, di uccelli in gabbia e addirittura un vitello, forse destinati ad essere offerti al tempio; la seconda raffigura una giostra acquatica che si svolge tra gli equipaggi di due imbarcazioni che si fronteggiano armati di remi e pali.
Immediatamente a destra tre pastori accudiscono un gregge ed un quarto si trova tra le pecore con la frusta alzata; due contadini portano sulle spalle un sacco di grano destinato alla semina ed un alto funzionario appoggiato al suo bastone sorveglia il lavoro dei subordinati.
Il lato destro della parete è stato scolpito nella roccia e rivestito con uno strato di intonaco ma è molto deteriorato; i due registri superiori rappresentano un viaggio in barca, mentre i tre inferiori raffigurano degli artigiani che stanno preparando il corredo funerario della regina, il sarcofago e due false porte.
In questo settore vi è una scena di grande interesse, che raffigura tale “Rehay” intento a dipingere una statua della regina e di fianco a lui il suo collega “Inkaf”, nell’atto di modellarne una seconda: non sappiamo se questi due personaggi siano realmente i principali decoratori della tomba, ma è certo che si tratta della prima volta in cui gli artigiani sono rappresentati con i loro nomi.
Accanto a loro degli uomini, con l’aiuto di funi, trascinano una slitta sulla quale si trova un tabernacolo di legno che ospita una statua di fronte al quale un sacerdote effettua un’incensazione ed una statua della regina assisa in trono.
Nel registro più in basso a sinistra è raffigurata una scena di metallurgia: quattro uomini inginocchiati a terra sotto una tettoia, con dei mantici soffiano in una piccola fornace per alimentare il fuoco e fondere l’oro; sulla loro sinistra un altro operaio sembra intento a frantumare il minerale aurifero.
Disegno delle scene della lavorazione del legno e del metallo, tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
La sezione destra del registro, divisa in due sottoregistri sovrapposti e molto danneggiata è dedicata infine ai falegnami, rappresentati mentre costruiscono un tavolo da offerta, delle casse ed una portantina.
La parete sud della camera principale
La parete sud della camera principale presenta tre nicchie; quella a destra e quella centrale contengono la statua di uno scriba; quella a sinistra invece quattro statue di scribi; sopra di esse vi è una decorazione composta da cinque registri, tutti dedicati alla preparazione del corredo funebre ed al suo trasporto nella tomba di Meresankh.
La regina è raffigurata di grandi dimensioni sul lato destro della parete, assisa su di un trono cubico, e riceve le offerte portate dai servi in processione raffigurati nei tre registri dinanzi a lei; accovacciato ai suoi piedi c’è un personaggio di sesso indeterminato.
Statua di scriba scolpita direttamente nella parete Autore Hannah Pethen, da Flickr
L’iconografia di Meresankh è quella tipica delle nobildonne dell’Antico Regno: ella indossa un lungo abito ed una parrucca, annusa una ninfea che tiene nella mano destra e ne tiene un’altra avvolta intorno alla sinistra, appoggiata sulla coscia.
Di fronte a lei, distribuiti su quattro sotto-registri, vi sono tavoli e supporti colmi di offerte: volatili, verdure, dolci, ciotole, giare, nonché una brocca e un catino per lavarsi prima e dopo i pasti; nel sotto registro più basso, accanto al tavolo più grande, si trova un cane con orecchie dritte e coda arricciata.
Le statue dei quattro scribi cementate nella nicchia. Autore Hannah Pethen, da Flickr
Dietro le offerte si snodano altri registri: nel primo dall’alto compaiono quattordici figure con le braccia incrociate in atteggiamento di saluto o sottomissione, undici delle quali in ginocchio e tre in piedi.
Disegno di un particolare del registro raffigurante la preparazione del corredo funerario: la sedia ornata da un leone, un poggiatesta, un letto, un baldacchino ed una statua, tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Nel secondo vi è una processione di dieci offerenti, guidati dal “Direttore della sala da pranzo, il sacerdote funebre, Rery” e nel terzo, molto danneggiato, alcune donne trasportano vari oggetti e fabbricano un letto mentre un uomo sta dipingendo una statua.
Disegno dei registri raffiguranti le offerte e la preparazione del corredo funerario, tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Il quarto ed il quinto registro mostrano altre fasi della preparazione e del trasporto del corredo: una donna spolvera una sedia con i braccioli ornati da un leone e le gambe a forma di zampa leonina; un’altra sorveglia i servi che trasportano una poltrona dotata di parasole; altre portano una grande borsa, delle casse, una scimmia al guinzaglio, uno sgabello con zampe taurine, un tabernacolo, vasi, un baule; varie casse e contenitori, un poggiatesta, un alto sacco di lino, una testa di vitello, un tavolo basso sono pronti per essere trasportati.
Meresankh di fronte alle offerte. Disegno tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Su una bassa piattaforma, due donne, sotto un baldacchino di legno, stanno costruendo un letto; all’estrema destra il già citato pittore Rahay sta dipingendo una grande statua della regina (foto n. 4).
IL DIADEMA DELLE TRE MOGLI STRANIERE DI TUTHMOSE III
Con l’inizio del Nuovo Regno e con il superamento del periodo di ristrettezza legato alla guerra per la cacciata degli Hyksos e la riunificazione della Due Terre la produzione orafa riprese con estremo vigore, segnando l’apogeo della potenza egizia.
Soprattutto nel Nuovo Regno l’espansione territoriale dell’Egitto determinò l’ingresso nell’harem del sovrano di molte principesse orientali, che portavano con sé il proprio seguito introducendo a corte nuove conoscenze e usanze.
Alcune erano figlie di vassalli inviate a corte in segno di sottomissione e lealtà, altre invece, il cui padre era un re potente, giungevano in Egitto per siglare accordi ed alleanze attraverso un matrimonio diplomatico con il sovrano; da quel che si sa dalle fonti a nostra disposizione, esse rivestivano di solito il ruolo di mogli secondarie e risiedevano nell’harem reale con il proprio seguito e conducevano una vita agiata ma non sfarzosissima.
Questo diadema appartenne ad una delle tre mogli straniere di Tuthmose III (probabilmente siriane) che furono sepolte insieme in una tomba scavata nella roccia in fondo al Wadi Gabbanat el-Qurud, nella zona a sud-ovest di Malqatta utilizzata come necropoli per donne e bambini reali all’inizio della XVIII dinastia.
Essa venne scoperta ancora intatta nell’agosto 1916 dagli abitanti di Gurna, che la saccheggiarono e dispersero gli oggetti sopravvissuti sul mercato antiquario, dove vennero in parte recuperati; Howard Carter ne acquistò un nutrito lotto per Lord Carnarvon, la cui vedova in seguito li cedette al Metropolitan Museum di New York, ove sono tuttora esposti.
Thutmose III aveva fatto predisporre per le tre donne dei corredi funerari identici, costituiti dai loro gioielli personali, uno specchio, un nemset d’argento, coppe di alabastro e pietra, talvolta bordate d’oro, un sistro; le loro mummie, deterioratesi a causa dell’acqua piovana che nei secoli era penetrata nella tomba, indossavano sandali e guaine in oro per le dita delle mani e dei piedi.
Il diadema in oro lungo 48 cm. è conservato al Metropolitan Museum di New York (Inventario 26.8.99) ed è costituito da una fascia a “t” decorata da sei rosette del diametro di 2,3 cm. composte da dodici petali ed intarsiate in corniola e pasta di vetro turchese e blu terminante con protomi feline dotate di un foro attraverso il quale passava il nastro che consentiva di allacciarlo dietro il capo.
Sotto le gazzelle vi sono sette anellini dai quali, probabilmente, pendevano ornamenti frontali oggi scomparsi.
Esso si ispirava al modello più arcaico ed era stato “modernizzato” con l’aggiunta sulla parte frontale di due teste di gazzella, elemento decorativo di origine asiatica associato al sole, alla fertilità e alla rinascita e nel corso della XVIII dinastia riservato alle donne reali di rango secondario in sostituzione dell’ureo o dell’avvoltoio, prerogativa delle spose principali.
L’immagine del manichino che indossa il diadema è stata pubblicata su “The treasure of three Egyptian princesses” di H. E. Winlock, Metropolitan Museum of Art (New York, N.Y.), 1948.
La regina Meresankh III (o Mersyankh III) fu un personaggio di grande rilievo nel corso della IV dinastia e ricevette l’onore unico di un’ampia e raffinata mastaba nella necropoli orientale di Giza.
Ella portava i titoli di “figlia del re, figlia del suo corpo” (sorprendente perché suo padre non divenne sovrano), custode di Horus e Seth, la grande favorita delle due Signore, molto lodata, sacerdotessa di Thoth, seguace di Horus, consorte di colui che è amato dalle Due Signore, amata moglie del re”.
I titoli “Custode di Horus e Seth” e “Compagna di Horus” sono tipici della IV, della V e della VI dinastia e si riferiscono al rapporto privilegiato che legava la regina al sovrano – dio, colui che univa e riconciliava il Basso e l’Alto Egitto, come si spiegherà in un post di domani.
Snefru ed Hetepheres I furono i suoi bisnonni e Cheope suo nonno, in quanto era figlia di Hetepheres II e del vicerè d’Egitto Kawab, primogenito del sovrano e della regina Merytytes I, destinato al trono ma sfortunatamente premorto al padre.
L’erede di Cheope fu dunque Djedefre, il quale sposò Hetepheres II, vedova del fratello (peraltro anche sua sorella o sorellastra) rendendola regina; dopo otto anni Djedefre morì senza figli ed il trono passò a Chefren, fratello o figlio di Cheope, che sposò la nipote Meresankh III; ella gli diede numerosi figli, alcuni dei quali sono raffigurati e citati sulle pareti della sua mastaba (i principi Duaenre, Nebemakhet, Khenterka, Niuserre A e la principessa Shepsetkau).
Il trono delle Due Terre andò a Micerino, nato da un’altra moglie, ma Meresankh III continuò a godere di un ruolo di estremo rilievo a corte.
Ella è rappresentata in alcune statue scolpite direttamente nella parete di roccia della parte sotterranea della tomba, che vedremo in seguito, ed in altre rinvenute in frantumi nel piccolo cortile antistante la cappella della mastaba.
La più famosa di esse è il reperto 30.1456 custodito al MFA di Boston: si tratta di una gruppo scultoreo in calcare dipinto che si trovava probabilmente nel serdab posto sul lato sud del cortile della mastaba e che raffigura Meresankh III e sua madre Hetepheres II in piedi, l’una accanto all’altra, con quest’ultima che cinge affettuosamente le spalle della figlia con un braccio.
Le due donne non hanno un aspetto regale, e sono vestite in modo semplice; la più giovane addirittura non porta la parrucca, e sono state identificate grazie alle iscrizioni sulla base del gruppo statuario che definiscono la prima come “Colei che contempla Horus – Seth, consorte di colui che è amato dalle Due Signore” e la seconda come “Sua figlia, moglie del re, che egli ama”.
Dall’analisi dei resti di Meresankh III, rinvenuti scheletrizzati nel sarcofago profanato (ora esposto sulla grande scalinata del GEM al Cairo), emerge che ella era alta circa cm. 152 e che morì all’età di 50 – 55 anni; il decesso avvenne probabilmente nel primo anno di regno del figliastro e deve essere stato improvviso, in quanto sua madre Hetepheres II le cedette sia la mastaba G7530 della necropoli di Giza che era stata preparata per lei (in effetti vi è raffigurata moltissime volte) che il suo imponente sarcofago in granito nero (GEM45475), recante titoli di Hetepheres II, ma anche la seguente iscrizione: “Io ho dato il sarcofago a mia figlia, Meresankh, che era amata”.
Hetepheres II, madre di Meresankh III, era di purissimo lignaggio reale in quanto figlia di Cheope, e sposò in prime nozze il fratello Kawab, vicerè e principe ereditario d’Egitto; accanto alla G7120 di quest’ultimo, infatti, si trovano anche la G7110 ed il pozzo sepolcrale G7110B in origine a lei destinati.
Essi tuttavia rimasero inutilizzati in quanto, rimasta vedova, ella sposò il fratello Djedefra, successore di Cheope e divenne la sua regina, consolidandone il diritto al trono.
Hetepheres II morì ad oltre 70 anni d’età (alcuni dicono addirittura a 90) attorno al 2500 a. C., nel primo anno del regno di Shepseskaf, dopo aver attraversato i regni di Cheope, Djedefre, Chefren e Micerino; venne probabilmente inumata accanto alla figlia Meresankh III nella vicina mastaba G7350.
La sua eccezionale longevità le permise di garantire stabilità al paese in un’epoca che vide succedersi questi cinque sovrani, gestendo la burocrazia di corte nei periodi di transizione e supervisionando le risorse durante la realizzazione dei progetti monumentali che essi avevano commissionato.
Rappresentando la continuità dinastica in quanto aveva stretti legami di sangue con tutti i faraoni della IV dinastia, ebbe un’influenza immensa, che traspare dai numerosi titoli conferitile nel corso della sua vita, non tutti puramente onorifici.
In qualità di figlia del sovrano era definita “Figlia del re dell’Alto e Basso Egitto Cheope”, “L’amata figlia del re del suo corpo”; in relazione al suo status di regina e moglie di colui che rappresentava l’unificazione delle Due Terre era ”Moglie del re”, “La moglie del re, la sua amata”, “Colei che vede Horus – Seth”, “Consorte di colui che è amato dalle Due Signore”; con riferimento agli incarichi cultuali connessi al ruolo di sposa reale era “Sacerdotessa di Thoth”, “Sacerdotessa di Bapefy” e “Sacerdotessa di Tjasep” ed infine aveva anche il delicatissimo incarico amministrativo di “Supervisore dei macellai della casa dell’acacia”, che le attribuiva la responsabilità di supervisionare l’approvvigionamento e la distribuzione della carne e dei prodotti alimentari essenziali per le funzioni religiose ed i servizi civili.
Hetepheres II è ampiamente rappresentata nella tomba di Meresankh III in quanto essa era stata in origine preparata per lei; per l’analisi di tale iconografia si rinvia ai post successivi sulla mastaba.
Un reperto unico che verosimilmente la rappresenta, inoltre, è una sfinge in calcare dipinto esposta al NMEC del Cairo (JE 35137); essa è una delle primissime raffigurazioni di quel genere, e fu scoperta nel tempio funerario della piramide di Djedefre ad Abu Rawash.
Sfinge in calcare dipinto raffigurante probabilmente Hetepheres II, oggi al NMEC del Cairo (JE 35137). Foto da un post del gruppo Facebook Ancient Egypt Alive del 24 luglio 2024
Molto famoso è anche il gruppo statuario in pietra calcarea alto quasi 60 cm. illustrato più in alto, rinvenuto nella cappella della tomba di quest’ultima regina ed ora al MFA di Boston.
Essa raffigura Hetepheres II e sua figlia in piedi, abbracciate; sulla base reca iscrizioni incise con i loro nomi e titoli, a conferma della loro identità e del loro stretto legame.
Il corredo funerario della regina comprendeva anche un’altra sedia, detta “sedia II”, della quale sopravvivevano solo le quattro gambe identiche a quelle della sedia I e gli intarsi, che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., per ben due mesi pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.
I frammenti ritrovati vennero esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono. Il lavoro di ricostruzione si prospettava estremamente complesso e non fu mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, tessere in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, corde di cuoio e rame.
La sedia ricostruita
Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da un computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nelle immagini.
La seduta era un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.
Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio.
Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica.
La riproduzione del falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica
La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi della dea Neith, ognuno dei quali issato sul suo stendardo rivolto verso il centro; sotto di essi c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre. Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di tessere di maiolica azzurra disposte a zig – zag.
Una parte della decorazione originale, esposta al museo del Cairo.
Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda.
FONTI:
DER MANUELIAN P., The Lost Throne of Queen Hetepheres from Giza: An Archaeological Experiment in Visualization and Fabrication, in J.A.R.C.E. vol. 53, 2017