IL DIADEMA DELLE TRE MOGLI STRANIERE DI TUTHMOSE III
Con l’inizio del Nuovo Regno e con il superamento del periodo di ristrettezza legato alla guerra per la cacciata degli Hyksos e la riunificazione della Due Terre la produzione orafa riprese con estremo vigore, segnando l’apogeo della potenza egizia.
Soprattutto nel Nuovo Regno l’espansione territoriale dell’Egitto determinò l’ingresso nell’harem del sovrano di molte principesse orientali, che portavano con sé il proprio seguito introducendo a corte nuove conoscenze e usanze.
Alcune erano figlie di vassalli inviate a corte in segno di sottomissione e lealtà, altre invece, il cui padre era un re potente, giungevano in Egitto per siglare accordi ed alleanze attraverso un matrimonio diplomatico con il sovrano; da quel che si sa dalle fonti a nostra disposizione, esse rivestivano di solito il ruolo di mogli secondarie e risiedevano nell’harem reale con il proprio seguito e conducevano una vita agiata ma non sfarzosissima.
Questo diadema appartenne ad una delle tre mogli straniere di Tuthmose III (probabilmente siriane) che furono sepolte insieme in una tomba scavata nella roccia in fondo al Wadi Gabbanat el-Qurud, nella zona a sud-ovest di Malqatta utilizzata come necropoli per donne e bambini reali all’inizio della XVIII dinastia.
Essa venne scoperta ancora intatta nell’agosto 1916 dagli abitanti di Gurna, che la saccheggiarono e dispersero gli oggetti sopravvissuti sul mercato antiquario, dove vennero in parte recuperati; Howard Carter ne acquistò un nutrito lotto per Lord Carnarvon, la cui vedova in seguito li cedette al Metropolitan Museum di New York, ove sono tuttora esposti.
Thutmose III aveva fatto predisporre per le tre donne dei corredi funerari identici, costituiti dai loro gioielli personali, uno specchio, un nemset d’argento, coppe di alabastro e pietra, talvolta bordate d’oro, un sistro; le loro mummie, deterioratesi a causa dell’acqua piovana che nei secoli era penetrata nella tomba, indossavano sandali e guaine in oro per le dita delle mani e dei piedi.
Il diadema in oro lungo 48 cm. è conservato al Metropolitan Museum di New York (Inventario 26.8.99) ed è costituito da una fascia a “t” decorata da sei rosette del diametro di 2,3 cm. composte da dodici petali ed intarsiate in corniola e pasta di vetro turchese e blu terminante con protomi feline dotate di un foro attraverso il quale passava il nastro che consentiva di allacciarlo dietro il capo.
Sotto le gazzelle vi sono sette anellini dai quali, probabilmente, pendevano ornamenti frontali oggi scomparsi.
Esso si ispirava al modello più arcaico ed era stato “modernizzato” con l’aggiunta sulla parte frontale di due teste di gazzella, elemento decorativo di origine asiatica associato al sole, alla fertilità e alla rinascita e nel corso della XVIII dinastia riservato alle donne reali di rango secondario in sostituzione dell’ureo o dell’avvoltoio, prerogativa delle spose principali.
L’immagine del manichino che indossa il diadema è stata pubblicata su “The treasure of three Egyptian princesses” di H. E. Winlock, Metropolitan Museum of Art (New York, N.Y.), 1948.
La regina Meresankh III (o Mersyankh III) fu un personaggio di grande rilievo nel corso della IV dinastia e ricevette l’onore unico di un’ampia e raffinata mastaba nella necropoli orientale di Giza.
Ella portava i titoli di “figlia del re, figlia del suo corpo” (sorprendente perché suo padre non divenne sovrano), custode di Horus e Seth, la grande favorita delle due Signore, molto lodata, sacerdotessa di Thoth, seguace di Horus, consorte di colui che è amato dalle Due Signore, amata moglie del re”.
I titoli “Custode di Horus e Seth” e “Compagna di Horus” sono tipici della IV, della V e della VI dinastia e si riferiscono al rapporto privilegiato che legava la regina al sovrano – dio, colui che univa e riconciliava il Basso e l’Alto Egitto, come si spiegherà in un post di domani.
Snefru ed Hetepheres I furono i suoi bisnonni e Cheope suo nonno, in quanto era figlia di Hetepheres II e del vicerè d’Egitto Kawab, primogenito del sovrano e della regina Merytytes I, destinato al trono ma sfortunatamente premorto al padre.
L’erede di Cheope fu dunque Djedefre, il quale sposò Hetepheres II, vedova del fratello (peraltro anche sua sorella o sorellastra) rendendola regina; dopo otto anni Djedefre morì senza figli ed il trono passò a Chefren, fratello o figlio di Cheope, che sposò la nipote Meresankh III; ella gli diede numerosi figli, alcuni dei quali sono raffigurati e citati sulle pareti della sua mastaba (i principi Duaenre, Nebemakhet, Khenterka, Niuserre A e la principessa Shepsetkau).
Il trono delle Due Terre andò a Micerino, nato da un’altra moglie, ma Meresankh III continuò a godere di un ruolo di estremo rilievo a corte.
Ella è rappresentata in alcune statue scolpite direttamente nella parete di roccia della parte sotterranea della tomba, che vedremo in seguito, ed in altre rinvenute in frantumi nel piccolo cortile antistante la cappella della mastaba.
La più famosa di esse è il reperto 30.1456 custodito al MFA di Boston: si tratta di una gruppo scultoreo in calcare dipinto che si trovava probabilmente nel serdab posto sul lato sud del cortile della mastaba e che raffigura Meresankh III e sua madre Hetepheres II in piedi, l’una accanto all’altra, con quest’ultima che cinge affettuosamente le spalle della figlia con un braccio.
Le due donne non hanno un aspetto regale, e sono vestite in modo semplice; la più giovane addirittura non porta la parrucca, e sono state identificate grazie alle iscrizioni sulla base del gruppo statuario che definiscono la prima come “Colei che contempla Horus – Seth, consorte di colui che è amato dalle Due Signore” e la seconda come “Sua figlia, moglie del re, che egli ama”.
Dall’analisi dei resti di Meresankh III, rinvenuti scheletrizzati nel sarcofago profanato (ora esposto sulla grande scalinata del GEM al Cairo), emerge che ella era alta circa cm. 152 e che morì all’età di 50 – 55 anni; il decesso avvenne probabilmente nel primo anno di regno del figliastro e deve essere stato improvviso, in quanto sua madre Hetepheres II le cedette sia la mastaba G7530 della necropoli di Giza che era stata preparata per lei (in effetti vi è raffigurata moltissime volte) che il suo imponente sarcofago in granito nero (GEM45475), recante titoli di Hetepheres II, ma anche la seguente iscrizione: “Io ho dato il sarcofago a mia figlia, Meresankh, che era amata”.
Hetepheres II, madre di Meresankh III, era di purissimo lignaggio reale in quanto figlia di Cheope, e sposò in prime nozze il fratello Kawab, vicerè e principe ereditario d’Egitto; accanto alla G7120 di quest’ultimo, infatti, si trovano anche la G7110 ed il pozzo sepolcrale G7110B in origine a lei destinati.
Essi tuttavia rimasero inutilizzati in quanto, rimasta vedova, ella sposò il fratello Djedefra, successore di Cheope e divenne la sua regina, consolidandone il diritto al trono.
Hetepheres II morì ad oltre 70 anni d’età (alcuni dicono addirittura a 90) attorno al 2500 a. C., nel primo anno del regno di Shepseskaf, dopo aver attraversato i regni di Cheope, Djedefre, Chefren e Micerino; venne probabilmente inumata accanto alla figlia Meresankh III nella vicina mastaba G7350.
La sua eccezionale longevità le permise di garantire stabilità al paese in un’epoca che vide succedersi questi cinque sovrani, gestendo la burocrazia di corte nei periodi di transizione e supervisionando le risorse durante la realizzazione dei progetti monumentali che essi avevano commissionato.
Rappresentando la continuità dinastica in quanto aveva stretti legami di sangue con tutti i faraoni della IV dinastia, ebbe un’influenza immensa, che traspare dai numerosi titoli conferitile nel corso della sua vita, non tutti puramente onorifici.
In qualità di figlia del sovrano era definita “Figlia del re dell’Alto e Basso Egitto Cheope”, “L’amata figlia del re del suo corpo”; in relazione al suo status di regina e moglie di colui che rappresentava l’unificazione delle Due Terre era ”Moglie del re”, “La moglie del re, la sua amata”, “Colei che vede Horus – Seth”, “Consorte di colui che è amato dalle Due Signore”; con riferimento agli incarichi cultuali connessi al ruolo di sposa reale era “Sacerdotessa di Thoth”, “Sacerdotessa di Bapefy” e “Sacerdotessa di Tjasep” ed infine aveva anche il delicatissimo incarico amministrativo di “Supervisore dei macellai della casa dell’acacia”, che le attribuiva la responsabilità di supervisionare l’approvvigionamento e la distribuzione della carne e dei prodotti alimentari essenziali per le funzioni religiose ed i servizi civili.
Hetepheres II è ampiamente rappresentata nella tomba di Meresankh III in quanto essa era stata in origine preparata per lei; per l’analisi di tale iconografia si rinvia ai post successivi sulla mastaba.
Un reperto unico che verosimilmente la rappresenta, inoltre, è una sfinge in calcare dipinto esposta al NMEC del Cairo (JE 35137); essa è una delle primissime raffigurazioni di quel genere, e fu scoperta nel tempio funerario della piramide di Djedefre ad Abu Rawash.
Sfinge in calcare dipinto raffigurante probabilmente Hetepheres II, oggi al NMEC del Cairo (JE 35137). Foto da un post del gruppo Facebook Ancient Egypt Alive del 24 luglio 2024
Molto famoso è anche il gruppo statuario in pietra calcarea alto quasi 60 cm. illustrato più in alto, rinvenuto nella cappella della tomba di quest’ultima regina ed ora al MFA di Boston.
Essa raffigura Hetepheres II e sua figlia in piedi, abbracciate; sulla base reca iscrizioni incise con i loro nomi e titoli, a conferma della loro identità e del loro stretto legame.
Il corredo funerario della regina comprendeva anche un’altra sedia, detta “sedia II”, della quale sopravvivevano solo le quattro gambe identiche a quelle della sedia I e gli intarsi, che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., per ben due mesi pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.
I frammenti ritrovati vennero esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono. Il lavoro di ricostruzione si prospettava estremamente complesso e non fu mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, tessere in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, corde di cuoio e rame.
La sedia ricostruita
Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da un computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nelle immagini.
La seduta era un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.
Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio.
Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica.
La riproduzione del falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica
La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi della dea Neith, ognuno dei quali issato sul suo stendardo rivolto verso il centro; sotto di essi c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre. Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di tessere di maiolica azzurra disposte a zig – zag.
Una parte della decorazione originale, esposta al museo del Cairo.
Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda.
FONTI:
DER MANUELIAN P., The Lost Throne of Queen Hetepheres from Giza: An Archaeological Experiment in Visualization and Fabrication, in J.A.R.C.E. vol. 53, 2017
Il corredo funerario della regina Hetepheres è il più ricco tra quelli risalenti all’Antico Regno giunti fino a noi; come si è già detto la sua tomba conteneva in gran disordine oggetti personali, mobili, braccialetti, vasi in alabastro, in oro ed in ceramica, tornati all’antico splendore grazie a sapienti restauri ed ora trasferiti nel nuovo Grand Egyptian Museum del Cairo dopo essere stati esposti per anni nel Museo di Piazza Tahrir.
La ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale: sulla sinistra si nota il sarcofago sul quale sono deposti i pali del baldacchino e la cassa, a destra la sedia ed il trono e dietro di essi la portantina ed il vasellame. La fotografia è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ
Questo baldacchino smontabile era realizzato con pali in legno dorato ed era ricoperto da un telo di lino; è verosimile che la regina lo utilizzasse come tenda quando era in viaggio; esso era associato ad una cassa lunga e stretta parzialmente coperta da foglia d’oro (Museo del Cairo JE72030), destinata forse a contenerne alcune parti.
Come si è detto, le parti lignee dei manufatti erano quasi completamente distrutte, e così nel 1929 l’MFA di Boston ne fece realizzare una riproduzione dall’ebanista Joseph Gerte; la decorazione della cassa, costituita da intarsi in faience, venne invece trovata sul sarcofago, accanto ai pali, nella medesima posizione che aveva in origine sul supporto ligneo.
La cassa è l’unico oggetto della tomba oltre alla portantina a recare i cartigli di Snefru (gli altri sono contrassegnati da quello di Cheope).
Frammento del nome di Snefru, fotografato da Reisner all’epoca della scoperta. Foto d’epoca
Il letto (Museo del Cairo – n. di reg. 53261) è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, appoggiata su quattro gambe a forma di zampe leonine fissate con stringhe di cuoio al piano, costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso.
Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.
La sedia I (JE53263), era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.
Foto di di @Silvia Vitrò
La seduta era leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda e lo schienale era rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto; le gambe erano a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedini sono stati aggiunti tamburi per offrire stabilità.
La struttura era in legno naturale e decorata da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro.
Foto di di @Silvia Vitrò
Lo schienale probabilmente era in origine decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la sedia, che raffigurava Hetepheres assisa che annusa un fiore di ninfea e che parrebbe essere la sua unica immagine superstite (si veda il post sulla biografia, nel quale l’immagine è stata pubblicata).
I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.
Un altro reperto unico è la portantina della sovrana (E53262 Museo del Cairo).
Fin dalla I’ dinastia gli egizi delle classi più elevate amavano spostarsi su di una portantina sorretta da servi: essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla.
E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre alla cassa del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope.
Sui lati anteriore e posteriore dello schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate recanti i titoli della regina.
Com’era possibile che la mummia della regina Hetepheres, madre, figlia, sorella e moglie di re, fosse scomparsa, mentre il sarcofago sigillato, il corredo ed i canopi si trovavano ancora nella camera funeraria all’ombra della piramide di Cheope?
La questione è tuttora aperta e potrà essere risolta solo attraverso nuovi ritrovamenti archeologici: non vi sono prove del fatto che, come è stato ipotizzato, essa sia stata distrutta, e neppure si sa con certezza se la sua prima tomba sia stata violata e se la camera funeraria in fondo al pozzo G7000X fu effettivamente la sua ultima dimora.
In primo piano quanto rimane della piramide attribuita ad Hetepheres; dietro di essa le altre due piramidi delle regine di Cheope. Immagine di Neithsabes (secondo quanto affermano i diritti d’autore; autore non evidenziato on line). Pubblico dominio, a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1761399
L’amico José Barroso Sánchez, che ringrazio, ha pubblicato un interessante post nel quale ha illustrato le differenti teorie formulate in merito da Reisner all’epoca della scoperta della tomba e, più recentemente, da Lehner e da Hawass, che riporto per estratto in un diverso carattere grafico aggiungendo qualche osservazione critica, che evidenzia come nessuna di esse sia supportata da prove inconfutabili.
I tre illustri egittologi individuano tre siti come possibile dimora per l’eternità di Hetepheres:
a) Una presunta piramide satellite di Snefru a Dashur
b) La piramide G1-a, satellite di quella di Cheope a Giza
c) La tomba-pozzo G7000X, molto vicina alla G1A e all’imponente monumento funerario di Cheope.
* REISNER: DA DASHUR A G7000X
La reputazione del “Petrie Americano” era così grande che forse per questo motivo ha osato esporre una teoria degna di un romanzo d’avventura, per spiegare ciò che probabilmente era accaduto.
Reisner era certo che il pozzo G7000X fosse una seconda sepoltura e che i danni alla parte superiore del sarcofago e quella inferiore del coperchio (citati nel precedente post) fossero stati causati in un’altra tomba, dove inizialmente la regina sarebbe stata inumata.
Questa seconda tomba si sarebbe trovata a Dashur vicino alle piramidi del marito, il re Snefru; nei primi anni del regno di suo figlio e successore Cheope essa fu saccheggiata e la mummia della regina distrutta dai ladri per spogliarla dei gioielli e degli amuleti.
Hemiunu non disse tutta la verità al re, limitandosi ad informarlo che la tomba di sua madre era stata violata e che i danni cagionati erano poco importanti e suggerendogli che sarebbe stato meglio riseppellirla vicino alla sua stessa tomba a Giza.
Cheope non immaginava che il corpo di Hetepheres non fosse all’interno del sarcofago e dispose una nuova inumazione nel pozzo G7000X accanto alla sua piramide, facendovi trasferire tutti gli oggetti del corredo funerario portati dalla vecchia tomba.
Il sarcofago in alabastro della regina
Gli studiosi moderni evidenziano molteplici criticità nella teoria esposta da Reisner, osservando in primo luogo che l’affermazione in merito all’intervenuta sepoltura di Hetepheres accanto al marito non trova alcun riscontro concreto.
Infatti, sebbene tutte le altre tombe note di regine “madri del re” siano vicino alle piramidi dei loro coniugi, l’unica che sorge a Dashur e che si trova di fianco alla piramide a doppia pendenza è quasi unanimemente ritenuta un luogo di culto e non una sepoltura (per qualche informazione in più su questa piramide, guardate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2024/07/14/la-piramide-satellite/).
L’area della necropoli orientale di Giza vista dall’alto della Grande Piramide. Il punto B indica la tomba a pozzo (guardando bene si nota l’ingresso quadrato), il punto A indica invece la piramide di Hetepheres ed i resti del perimetro di una quarta piramide appena sbozzata e mai completata, che nel progetto originario poteva forse essere associata alla G7000x. Immagine da LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985,pag. 90.
Ha inoltre osservato Lehner che è poco verosimile che gli ipotetici predoni di questa piramide, che dovevano agire rapidamente per non essere scoperti, non avessero semplicemente arraffato i preziosi oggetti del corredo funerario per poi darsi alla fuga, preferendo aprire con cautela il sarcofago invece di sfondarne il coperchio al fine di accedere alla mummia della regina.
E’ infine poco logico che per garantire maggiore sicurezza alla sepoltura sia stato organizzato il trasferimento a Giza della mummia, dei canopi e del corredo funerario, quando sarebbe stato sufficiente disporre un più stretto servizio di sorveglianza a Dashur, del quale avrebbero beneficiato anche le numerose altre tombe principesche della zona.
L’interno della tomba al momento del ritrovamento: a sinistra il sarcofago, sul quale si trovano i pali del baldacchino ed i resti degli intarsi della scatola lunga e stretta destinata a contenere parti del baldacchino, a terra il vasellame infranto e gli altri oggetti completamente sbriciolati. Immagine di pubblico dominio, scattata all’epoca del ritrovamento della tomba.
* LEHNER: DA G7000X A G1-a
Lehner invece sostiene che Hetepheres venne inizialmente sepolta nella tomba-pozzo G7000X. Quando la costruzione della piramide G1-a venne completata, si procedette a riseppellirla, spostando solo la mummia e lasciando nella collocazione originaria i vasi canopi ed il suo magnifico corredo funerario.
* HAWASS: DA G1A A G7000X
Hawass afferma l’esatto opposto di Lehner, e cioè che la regina fu inumata nella G1-a e che dopo la depredazione della piccola piramide venne scavata la G7000X, dove si procedette alla nuova e definitiva sepoltura.
Della tomba a pozzo G7000X si è già ampiamente parlato: si tratta di una camera sepolcrale sotterranea nella quale certamente venne sepolta la regina, in quanto al suo interno sono stati trovati i vasi canopi con i visceri, il corredo funerario contrassegnato dal suo nome e da quelli del marito e del figlio ed un sarcofago di alabastro bianco sigillato recante i segni di una precedente apertura.
A differenza delle altre sepolture della piana di Giza, essa fu realizzata senza sovrastruttura e senza cappella per le offerte, perché secondo Reisner doveva restare segreta; l’interpretazione non regge, in quanto si trovava a meno di 15 metri dalla strada rialzata della Grande Piramide, percorsa ogni giorno da migliaia di lavoratori che abitavano nei pressi, per cui era impossibile che passasse inosservata, a maggior ragione se l’area fosse stata inibita al transito durante i lavori di scavo.
Lehner sostiene che ci siano prove sufficienti per dimostrare che la G7000X fu riaperta per prelevare la mummia della regina e poi richiusa per ordine di Cheope, in quanto il pozzo recava i suoi sigilli, ed ipotizza che il corredo funerario fosse in disordine e molti vasi di ceramica erano a terra infranti non a causa di una precedente violazione (in quel caso, infatti, Cheope avrebbe provveduto a reintegrare il corredo funerario sostituendo i pezzi danneggiati o sottratti) quanto per la goffaggine degli operai, che si trovarono a lavorare per aprire e richiudere il sarcofago in uno spazio ristretto.
Non è peraltro possibile affermare con sicurezza che essa fosse una sepoltura provvisoria in attesa che venisse completata la G1-a, la più settentrionale delle tre piramidi delle regine che sorgono sul lato est della Grande Piramide.
In origine era alta 30,25 metri ma ha perso il rivestimento esterno ed oggi è praticamente crollata; era costituita da un nucleo con tre o quattro gradini in calcare giallo rivestito con calcare di Tura; l’ingresso si trova nella parete nord ed immette in un corridoio che sul fondo si piega ad angolo retto sulla destra e conduce ad una piccola camera sepolcrale scavata nella roccia e rivestita con blocchi di calcare.
Al di là di quanto sostenuto sia da Reisner che da Lehner e da Hawass, peraltro, non vi sono prove del fatto che essa fosse stata costruita od occupata da Hetepheres, non essendoci neppure unanimità tra gli studiosi in relazione alla titolarità delle piramidi delle regine di Cheope.
Lehner sottolinea che la sua camera funeraria sembra essere stata progettata proprio per contenere alla perfezione il corredo poi rimasto nella G7000x: lo studioso ha calcolato l’ingombro degli oggetti, concludendo che l’intero ambiente verosimilmente poteva essere occupato dal baldacchino, salvo un minimo spazio necessario agli operai per il montaggio delle varie parti, e che sotto di esso avrebbero potuto trovare posto tutti gli altri beni stivati ordinatamente.
Peraltro anche le camere delle altre due piramidi minori hanno dimensioni analoghe a quella di G1-a, il che suggerisce che ospitassero un corredo funerario simile a quello di Hetepheres I, che doveva essere “standard” per le regine dell’epoca, come si desume da un rilievo sulla parete sud della cappella sotterranea della mastaba di Meresankh III (G7530), che raffigura il corteo funebre nel quale vengono trasportati un baldacchino, un letto, una portantina, un trono e un cassone con tenda del tutto simili a quelli rinvenuti nella G7000x.
L’attribuzione delle tre piramidi delle regine (G1-a, G1-b e G1-c) non è certissima.
La G1-c è ritenuta essere l’ultima dimora di Henutsen, che a quanto pare fu moglie di Cheope e madre di Chefren ma della quale non si sa praticamente nulla.
La G1-b trova gli studiosi discordi: alcuni ritengono sia appartenuta ad una regina sconosciuta, altri, invece l’interpretano come la tomba di Meryetyotes I (o Meritites), sorella e moglie principale di Cheope e figlia di Snefru e della stessa Hetepheres I.
Ma molti, ed inizialmente lo stesso Reisner, sostengono invece che ella, e non Hetepheres I, sia stata sepolta nella G1-a in virtù del fatto che la piccola piramide sorge proprio di fronte alla mastaba di suo figlio Kawab (G7110-20) e che era consuetudine che i familiari più stretti venissero sepolti uno accanto all’altro.
Un recente studio del dott. Peter Janosi ha dimostrato che nell’Antico Regno solo le regine madri venivano seppellite nelle piramidi minori, mentre per le altre mogli del re venivano predisposte mastabe o tombe scavate nella roccia; in effetti Meryetyotes era anche madre di Djedefra, successore di Cheope, così come Henutsen fu madre di Chefren.
Ciò implica che, se effettivamente la G1-a appartenne ad Hetepheres I, allora la sua tomba segna un’importante modifica nelle pratiche funerarie della IV dinastia, in quanto fu sepolta accanto al figlio e non al marito (Lehner ritiene che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di dea madre, forse Hathor, Iside o Nut, e favorire la rinascita di Cheope nell’Aldilà), ed il riconoscimento di uno speciale status alla regina madre, gratificata con una piramide personale.
Infine, a meno di ipotizzare che la tomba a pozzo e la piccola piramide, vicinissime, non venissero considerate quasi come facenti parte di un medesimo complesso funerario, pare del tutto inconcepibile che solo la mummia di Hetepheres fosse stata traslata nella G1-a lasciando nella G7000X la maggior parte del corredo funerario e soprattutto la cassa canopica, che di solito veniva deposta accanto al sarcofago nella stessa camera funeraria o in un suo annesso.
SITO-BIBLIOGRAFIA DEI POST SU HETEPHERES E LA SUA TOMBA:
I diari di scavo di George Reisner e le fotografie originali scattate sul campo sono disponibili online su Digital Giza, un database completo della spedizione dell’Università di Harvard al Museum of Fine Arts, a questo link: giza.fas.harvard.edu.
REISNER, The tomb of the queen Hetep-heres, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Special number, supplement to volume XXV, (May 1927)
LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985
GRIMAL N., Storia dell’antico Egitto, Bari, 2021
CIMMINO F., Dizionario delle Dinastie Faraoniche, Milano, 2003
DAMIANO M., Dizionario enciclopedico dell’Antico Egitto e delle civiltà nubiane, Segrate, 2002
HAWASS Z., a cura di, Piramidi, Tesori misteri e nuove scoperte in Egitto, Vercelli, 2011
CALLENDER G. The queen Hetepheres, in The bullettin of the australian center for egyptology, vol. I, 1990.
REISNER, The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Vol. 27, No. 164 (Dec., 1929), a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
DODSON A. /HILTON D., The complete Royal families of ancient Egypt, Il Cairo, 2010
Nella tomba della regina Hetepheres, accanto al sarcofago, venne rinvenuto un raffinato cofanetto lungo 41,9 cm, largo 33,7 cm ed alto 21,8 cm. rivestito all’interno e all’esterno con foglia d’oro decorata da una fitta serie di linee orizzontali e con i bordi incisi con un motivo che imita la trama delle stuoie di paglia.
Il coperchio, fissato tramite cerniere, è dotato di un pomello in avorio posto al centro, ai lati del quale sono presenti due iscrizione geroglifiche orizzontali, che recitano a sinistra “scatola contenente braccialetti” e a destra “madre del re dell’Alto e del Basso Egitto Hetepheres”; sotto questa seconda iscrizione è stata aggiunta la parola “braccialetti”, tracciata con inchiostro nero da uno scriba.
All’interno, infilati su due perni cilindrici rimovibili, in origine erano custoditi venti braccialetti rigidi, larghi e spessi, di diametro variabile da 9 ad 11 cm. (dall’unica immagine della regina si deduce che ne indossava dieci per ogni avambraccio, ma ne sono sopravvissuti solo quindici), realizzati da un’unica lastra d’argento curvata e cava all’interno, intarsiata con un motivo decorativo in pietre semipreziose raffiguranti quattro farfalle con le ali spiegate separate l’una dall’altra da un piccolo disco di corniola rossa.
La testa degli insetti è di turchese, il corpo di lapislazzuli e corniola, le ali di turchese, lapislazzuli, berillo e diaspro verde.
Sedici braccialetti (dal n. JE 53266 al n. JE 52281) ed il cofanetto (JE 53265) sono oggi esposti al GEM, mentre uno di essi venne donato nel 1947 al Museum of Fine Arts di Boston (MFA 47.1700) insieme a frammenti di altri, con i quali i restauratori ne hanno ricomposto un altro (MFA 52.1837).
FONTI:
GRILLOT M., Les bracelets “papillons” de la reine Hétéphérès, a questo link:
REISNER A., The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Vol. 27, No. 164 (Dec., 1929), pp. 83-90 a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
Le immagini a colori dei bracciali e del cofanetto dorato aperto sono tratte dal sopracitato articolo di Marie Grillot.
Le immagini dei bracciali sul loro supporto all’interno del cofanetto e del cofanetto chiuso sul cui coperchio sono visibili le scritte e l’annotazione in inchiostro nero si trovano a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres
La fine del Medio Regno vide il progressivo indebolimento del potere centrale e lo stanziamento nel Delta degli Hyksos, una popolazione di origine probabilmente semita che nell’arco di mezzo secolo estese il proprio dominio in tutta la parte settentrionale dell’Egitto fino a Menfi, costituendo uno stato autonomo con capitale Avaris e relegando i governanti Egizi nel Sud del paese.
La convivenza tra i locali e gli invasori fu per molti anni abbastanza pacifica: questi ultimi assimilarono la cultura locale e vi infusero elementi della propria, quali l’uso del carro da guerra e del cavallo, il telaio verticale, la coltura dell’olivo, la lavorazione del bronzo, nuovi tipi di pugnali e spade, l’arco a lunga gittata.
L’influenza Hyksos in campo artistico invece fu modesta ed emerge solo nella decorazione dei palazzi recentemente riportati alla luce ad Avaris, ispirata all’iconografia minoica, e in alcuni oggetti in stile asiatico rinvenuti nel corso degli scavi, come questo originale diadema, risalente alla XV dinastia, rinvenuto probabilmente a Salhiya, nei pressi di Avaris ed oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York (Accession Number : 68.136.1).
Esso è realizzato in elettro (una lega naturale di argento e oro proveniente dal Deserto Orientale), è alto più di 1 cm., lungo 49,5 cm. ed è decorato con quattro teste di gazzella dalle corna sottili (simbolo di rigenerazione poiché cadono e ricrescono periodicamente) e con una testa centrale alta 8,9 cm. (forse di daino persiano già raro in Egitto in epoca faraonica) alternate a quattro rosette con petali appuntiti, forse ninfee.
Questa decorazione è tipicamente asiatica ma l’oggetto è stato realizzato secondo una tecnica egizia, il che induce a ritenere che fosse di produzione locale e quindi che appartenesse ad una nobile Hyksos oppure ad una principessa straniera andata in sposa ad un faraone per consolidare i legami di amicizia tra il suo popolo e le Due Terre.
FONTI:
ARNOLD D., An Egyptian Bestiary, in The Metropolitan Museum of Art Bullettin, Spring 1995
I sovrani egizi continuarono ad utilizzare i diademi tradizionali, derivati dalle fasce per tenere i capelli lontani dal viso: quello raffigurato nelle fotografie allegate appartenne sicuramente ad un re perchè reca sulla fronte l’ureo in oro e perchè la sua raffinata fattura lo indica come opera degli orafi di corte; a ciò si aggiunga il suo notevole valore venale; esso infatti è realizzato in argento, metallo considerato più prezioso dell’oro perché in Egitto si estraeva in piccola quantità e la maggior parte di quello disponibile derivava dal commercio o era bottino di guerra oppure tributo di paesi sottomessi.
La fascia del diadema imita il lino delle originarie fasce per trattenere i capelli anche nei motivi decorativi a linee verticali, è ricavata da una foglia d’argento martellata dello spessore di mm. 1 o 1,5 mm. ed un diametro di cm. 18; le estremità sono saldate insieme e il “nodo” è nascosto da due fiori di ninfea intarsiati con pasta vitrea blu; i lunghi nastri pendenti sul retro sono costituiti ciascuno da due strisce di foglia d’argento; all’interno di essi sono stati rinvenuti frammenti di lino, probabilmente i residui delle bende che avvolgevano la testa della mummia sulla quale è stato trovato l’ornamento.
Il diadema venne alla luce nel 1827 in una sepoltura di Dra Abu el-Naga, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, nella necropoli dei sovrani della XVII dinastia tebana; qui gli abitanti del luogo rinvennero le tombe ed i sarcofagi in stile rishi di Nubkheperre Antef, Sekhemre-Heruhermaat Antef e Sekhemre-Upmaat Antef.
Foto: Sailko, CC BY 3.0 , via Wikimedia Commons
L’esatta linea di successione dei tre sovrani è tuttora controversa, ma probabilmente Nubkheperre Antef, ritenuto il proprietario del diadema, era il fratello ed il successore di Sekhemre-Wepmaat Antef poiché sul sarcofago di quest’ultimo, ora al Louvre (E3019), si trova un’iscrizione che specifica che esso gli era stato donato da suo fratello il re Antef, il quale, quindi, essendosi preso cura della sua sepoltura secondo la tradizione doveva essere il suo erede.
I tombaroli dispersero i beni rinvenuti, alcuni dei quali furono venduti a collezionisti occidentali; il sarcofago attribuito a Nubkheperre Antef fu acquistato da Salt, che poi lo cedette al British Museum (numero di catalogo EA 6652), mentre il diadema giunse al Rijksmuseum van Oudheden di Leida nel 1828 come parte della collezione di Jean d’Anastasi e qui si trova tuttora con il numero di catalogo AO11a-2 Oggi si dubita del fatto che sia appartenuto a questo Antef: esso si trovava indosso alla mummia sul cui sarcofago erano incisi testi a nome di quest’ultimo, ma lo scarabeo del cuore era destinato ad un faraone chiamato Sobekemsaf, che regnò nel corso della XVII dinastia; è quindi possibile che la mummia di Sobekemsaf fosse stata collocata nel sarcofago di Antef, o che i tombaroli locali avessero spacciato i predetti reperti, provenienti da differenti sepolture, come facenti parte di un unico corredo al fine di renderli più appetibili per gli acquirenti ed aumentarne il prezzo.
Anche questo diadema d’argento risale al Secondo Periodo Intermedio; esso è del tutto simile a quello di Antef che abbiamo visto qui sopra, ma visto che reca due urei anziché uno solo, prerogativa del re, appartenne certamente ad una regina.
Tale convenzione si affermò in quest’epoca e divenne usuale con la XVIII dinastia; sono sopravvissute infatti immagini di Ahmose-Nefertari, di Tiye, di Nefertiti e di Nefertari che indossano diademi adornati con il doppio ureo.
Rilievo raffigurante Tiye, grande sposa reale di Amenhotep III, che indossa il doppio ureo
Il reperto, di provenienza sconosciuta, venne donato allo Yorkshire Museum di York che nel 1953 lo cedette a privati; riapparve poi in una vendita di Christie’s nel 2015, quando fu acquistato dall’attuale proprietario, lo sceicco Hassan al-Sabah del Kuwait.
Esso non reca segni di usura, per cui verosimilmente aveva un uso meramente funerario; potrebbe provenire dalla tomba della regina Montuhotep, ritrovata intatta tra il 1822 ed il 1825 a Dra Abu el-Naga da alcuni scavatori locali oppure da quella della regina Sobekemsaf, che nel 1890 fu scoperta inviolata ad Edfu da alcuni contadini.
Montuhotep era la moglie di Djehuty, un re della XVI dinastia tebana che regnò meno di un secolo prima di Antef, e fu sepolta in un grande sarcofago dipinto con i primi esempi conosciuti di formule tratte dal Libro dei Morti, che vennero ricopiati da John Gardner Wilkinson prima che esso e la mummia che conteneva andassero perduti.
Sobekemsaf era la moglie dello stesso Antef e fu sepolta nella sua città natale con un sontuoso corredo funerario, che comprendeva un ciondolo d’oro, due braccialetti con distanziatori d’oro recanti figure di gatti ed i nomi dei reali coniugi incisi a graffio sulla base ed un anello d’oro con uno scarabeo di lapislazzuli, sulla cui montatura era inciso il nome di Antef; nel 1924, un collezionista privato donò l’anello e i distanziatori al British Museum, dove si trovano ancora oggi.
Statua di Nefertari sulla facciata del tempio minore di Abu Simbel con il doppio ureo
L’oreficeria raggiunse in Egitto l’apice della sua evoluzione nel corso della XII dinastia grazie alla conquista dei territori a sud del paese fino alla seconda cataratta del Nilo ed al conseguente afflusso di grandi quantitativi di oro dalla Nubia.
Gli scavi condotti da Jacques de Morgan nel 1894 a Dashur, presso le piramidi di Sesostri III hanno permesso di riportare alla luce tombe di principesse (forse in origine piccole piramidi), all’interno delle quali, nascosti in nicchie, sono stati rinvenuti cofanetti in ebano ormai deteriorati che contenevano i gioielli appartenuti a Sithathor e Mereret, miracolosamente sfuggiti agli antichi razziatori che già nell’antichità avevano profanato e saccheggiato le sepolture. L’anno successivo, scavando presso la piramide di Amenemhat II rinveniva le tombe e i gioielli delle principesse Iti e Khnumet.
Nel 1914 Flinders Petrie e Guy Brunton, indagando ad El-Lahun il complesso piramidale di Sesostri II scoprirono la sepoltura a pozzo della principessa Sithathoriunet (“Figlia di Hathor di Dendera”), probabilmente figlia e moglie di quel faraone, sorella di Sesostri III e defunta dopo l’ascesa al trono del nipote Amenemhat III (1860 a.C. o 1846 a.C.), dato che nella sua tomba furono rinvenuti oggetti recanti il nome di questo sovrano.
All’interno si trovavano solo il suo sarcofago in granito rosso e una serie di vasi canopi; anche in questo caso tuttavia la fretta impedì ai ladri di trovare i cinque cofanetti con la parte più preziosa del corredo funerario comprendente gioielli, uno specchio, rasoi e vasetti per cosmetici, nascosti in una nicchia nel muro poi intonacata.
Tra i fantastici oggetti si trovava anche il diadema della fotografia, che rappresenta evidentemente l’evoluzione preziosa di quello indossato più di sette secoli prima da Nofret.
Esso è costituito da una fascia circolare d’oro decorata al centro con un ureo eretto e con rosette lavorate a cloisonné e costituite ognuna da quattro fiori di ninfea che si incontrano al centro con quattro foglie della stessa pianta inserite negli spazi tra loro.
Nell’antico Egitto queste piante acquatiche erano associate alla rinascita, al sole, alla potenza di Ra e per la loro simmetria radiale anche alle stelle.
Dalla parte centrale posteriore del diadema si levano due penne rimovibili e dal lato inferiore pendono sei bande ritagliate in lamina d’oro, fissate in modo da poter oscillare liberamente.
L’ureo è in oro, anch’esso mobile, ed è intarsiato con lapislazzuli, corniola e forse amazzonite ed ha gli occhi di ossidiana, mentre le rosette sono intarsiate con lapislazzuli, corniola e faience verde o amazzonite.
Il diadema era destinato ad essere indossato sopra una parrucca composta da decine di lunghe ciocche trattenute da fascette in oro.
L’oggetto si trova ora al museo del Cairo (n. di catalogo JE 44919), mentre la maggior parte del corredo, inizialmente offerto da Petrie al British museum, fu alla fine acquistato dal Metropolitan Museum di New York ove è tuttora esposto.
IL DIADEMA DI SENEBTISI
Anche questo fragile diadema di filo d’oro unico nel suo genere, decorato sulla fronte con uno strano ornamento nel quale alcuni studiosi vedono un doppio ureo stilizzato, risale al primo Medio Regno ed appartenne a Senebtisi, una donna vissuta intorno al 1800 a.C. (XII dinastia), nota solo per il suo ricco corredo tombale, trovato nel 1907 a Lisht nord, fossa 763, da una missione del MET di New York, ove oggi esso si trova (Numero di adesione: 07.227.6lA). La sua tomba inviolata si trovava in una camera sotterranea posta in fondo ad un pozzo funerario che sorgeva vicino al complesso di Senwosert, visir di Senwosret I ed Amenemhat II, per cui si è ipotizzato che potesse essere sua figlia. In realtà i suoi beni non hanno fornito indizi sull’identità dei suoi genitori o di suo marito, nè sull’importanza della sua famiglia; ella viene semplicemente definita come Sathapy (figlia di Apis) e Signora della casa, ma la tomba era così ricca da escludere che potesse appartenere ad una persona comune. La mummia di Senebtisi era stata inumata in tre sarcofagi di legno mal conservati, il più interno dei quali antropoide, ed indossava tre ampi collari, bracciali, cavigliere, diverse collane di perline ed aveva allacciata alla vita una cintura dalla quale pendevano file di perline; nella tomba furono altresì rinvenute armi e insegne reali; accanto ai sarcofagi, in una nicchia, si trovava una cassa con i quattro vasi canopi ed ai piedi di essi erano stati deposti molti vasi di terracotta. Nella tomba sono state rinvenute anche molteplici rosette decorative in lamina d’oro, che in passato si pensava fossero decorazioni per parrucche.
Le rosette in lamina d’oro
Uno studio dettagliato delle fotografie della sepoltura le mostra raggruppate, suggerendo che fossero cucite su un pezzo di stoffa arrotolata o piegata, piuttosto che distanziate sui capelli. Le rosette erano simboli stellari associati in particolare alle donne, e venivano usate per decorare finte pelli di leopardo e mantelli o drappi funerari (si veda, ad esempio, il drappo di Tut decorato di stelle). Date le loro piccole dimensioni sembra molto probabile che provenissero da un mantello.
L’ipotetica ricostruzione dell’acconciatura di Senebtisi (fotografia di Albert Shoucair per il libro Jewels of the Pharaohs di Cyril Aldred, 1971. Thames and London Limited)
Come si è già detto, una ventina di anni prima della scoperta della tomba di Sithathoriunet da parte di Petrie, Jacques de Morgan aveva riportato alla luce a Dashur le sepolture di quattro principesse del Medio Regno, tra le quali quella inviolata di Khnumit, figlia di Amenemhat II presso la cui piramide aveva trovato l’estremo riposo e forse sorella e moglie di Sesostri II.
Il primo diadema di Khnumit
In un annesso alla camera sepolcrale vennero rinvenuti i canopi, resti di offerte ed il corredo funerario che comprendeva vasetti per cosmetici ed altri oggetti di uso personali, oltre a meravigliosi gioielli, tra i quali i due diademi policromi sotto rappresentati, “eredi” di quelli in voga nella IV dinastia.
L’immagine pubblicata nel giornale “L’Illustration” dell’11 maggio 1895 raffigurante De Morgan al momento della scoperta del diadema.
Il primo (foto in alto) è formato da dieci fili d’oro intrecciati, con applicazioni di numerosi fiorellini a cinque petali simili a stelle (ed al geroglifico che la rappresenta) in turchese e granelli tondi in lapislazzuli, a loro volta fermati da sei motivi cloisonnés a forma di croce di Malta con i bracci a forma di ninfea in turchese ed il cuore in cornalina.
Esso è esposto al Museo del Cairo, con il numero di inventario JE 31104 – CG 52859
Il secondo diadema di Khnumit
Il secondo era destinato probabilmente ad uso cerimoniale, presenta motivi floreali e campanule stilizzate, lavorate con paste vitree e pietre dure ed è esposto al museo del Cairo, n. di inv. CG 52860.
Per una dettagliata descrizione rimando al post di Grazia Musso sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-diadema-della…/; richiamo semplicemente l’attenzione sul piccolo avvoltoio ad ali spiegate al centro del diadema (nella foto non si vede tantissimo, è sullo sfondo), emblema reale destinato ad apparire sulla fronte della principessa e personificazione della dea Nekhbet.
Esso tiene in ciascun artiglio un segno shen simbolo di eternità, decorato al centro con una corniola; il dorso e le ali sono costituiti da un’unica lamina d’oro, leggermente curvata ed incisa sia all’esterno che all’interno, mentre la testa, il corpo e le zampe sono cavi e realizzati separatamente; è sopravvissuto solo uno dei due occhi di ossidiana.
Aggiungo infine che probabilmente erano previsti anche pennacchi decorativi, in quanto nella parte anteriore del diadema, dietro ad un fiore di giunzione, è saldato un tubicino destinato al loro inserimento.
IL DIADEMA DI ABISHEMU, RE DI BYBLOS
Diadema di Abishemu, re di Byblos, conservato a Beirut presso il Museo Nazionale. La fotografia enfatizza l’oggetto in modo notevole. In realtà si tratta di una lastrina sottile in oro lunga circa 15 cm. ed alta non più di 1,5 cm., evidentemente destinata ad essere legata sulla nuca con un cordino o altro. Essa è decorata a sbalzo con un fregio composto da segni ankh, djed e was; sopra di essa si erge un ureo in argento niellato in oro. Immagine tratta dal libro di Henry Stierlin, L’oro dei Faraoni, Bologna 2001
I sovrani egizi continuarono anche durante il Medio Regno ad utilizzare i diademi tradizionali a fascia, simbolo del loro potere in quanto sormontati dall’ureo, e tale manifestazione di regalità venne adottata anche dai monarchi di alcuni piccoli regni sui quali l’Egitto esercitava la propria supremazia.
Il diadema sotto raffigurato appartenne ad Abishemu, sovrano della città-stato fenicia di Byblos, che sorgeva in Libano, nei pressi dell’odierna Jbeil; verosimilmente fu vassallo dell’Egitto tra la fine della XII e l’inizio della XIII dinastia, quando sul trono delle Due Terre sedeva Amenemhat III.
In quell’epoca la città stabilì importanti legami commerciali con la Mesopotamia, l’Anatolia, Creta e l’Egitto e gli artigiani locali crearono manufatti di grande raffinatezza, adottando motivi artistici provenienti dalle culture limitrofe.
Pettorale d’oro cesellato, ad imitazione di un ousekh egizio che risale ad un’epoca compresa tra il 2100 ed il 1550 a. C. circa. Esso è decorato con un falco che tiene due segni shen negli artigli ed ha le ali spiegate; fu ritrovato nella tomba della nocropoli reale di Byblos appartenente al re Ip Abi Shemu. H: 12 cm.; L.: 20,5 cm. Museo del Louvre, Parigi. Numero di inventario AO 909 Immagine a questo link: https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010169781
L’influenza più significativa venne esercitata dall’Egitto, in quanto i signori di Byblos assunsero a modello la monarchia faraonica, adottarono i titoli reali ed amministrativi egizi, la scrittura geroglifica ed alcune tradizioni religiose e sfoggiarono i beni di lusso che venivano importati dalle Due Terre o fatti copiare dalle maestranze locali.
Nelle necropoli e nei templi infatti sono stati scoperti numerosi reperti di provenienza o in stile egizio e doni preziosi inviati da Amenemhat III allo stesso Abishemu e da Amenemhat IV al successore di costui Ip Shemu Abi.
La tomba di Abishemu (individuata dal numero I ed attribuita a lui per il ritrovamento al suo interno di frammenti di terracotta con il suo nome, scritto in geroglifici) venne casualmente alla luce il 16 febbraio 1922, quando forti piogge provocarono una frana nella scogliera costiera di Jbeil.
Essa si ispirava alle mastabe egizie ed era costituita da una sovrastruttura a forma di parallelepipedo, oggi praticamente scomparsa, con una base in pietra e malta nella quale si apriva l’ingresso di un pozzo funerario che conduceva alla camera sepolcrale sotterranea.
Retro di un pettorale in oro in origine lavorato a cloisonnée (ora gli intarsi sul recto sono completamente perduti) rinvenuto nella Tomba I a Byblos ed oggi custodito al Museo Nazionale di Beirut. Anche questo oggetto è di evidente produzione egizia ed ha un fine protettivo, garantito dai molteplici simboli che sono incisi su di esso. La decorazione è speculare e comprende l’immagine della dea Hathor raffigurata come la vacca sacra che nutre il faraone con il suo latte divino, offrendogli energia e protezione. La dea reca sul dorso il cartiglio con il nome di intronizzazione di Amenemhat III (Nemaatra). Sopra di esso la dea Wadjet in forma di cobra e l’occhio udjat, simbolo di prosperità, del potere regale e di buona salute, che la rappresenta ed un fiore di ninfea, emblema araldico dell’Alto Egitto. Al centro dal basso uno scettro was ed un segno ankh dividono due immagini del faraone bambino che mostra affetto filiale nei confronti della dea Hathor, sormontato da un disco solare dal quale si dipartono due urei e due segni ankh, le corna e le due piume simbolo di Amon fiancheggiate da uno stelo di papiro, emblema araldico del Basso Egitto. Immagine tratta dal libro di Henry Stierlin, L’oro dei Faraoni, Bologna 2001
Scavi successivi permisero a Pierre Montet di scoprire altri otto sepolcri attribuibili ai re che governarono la città tra il XIX e l’XI secolo a. C. e che furono denominate con i numeri da II a IX; le più antiche (da I a IV) risalivano al XIX secolo a.C. ed erano le più raffinate; le prime tre, trovate intatte, contenevano ricchi corredi funerari che comprendevano oggetti preziosi e gioielli egizi o in stile egizio (vasi in ossidiana e oro, pettorali in oro cesellato o intarsiato, anelli e bracciali con scarabei, uno specchio d’argento con un manico papiriforme in legno ricoperto di foglia d’oro ed un secondo con manico di legno a forma di testa d’anatra ricoperto di foglia d’oro, khopesh in bronzo ed oro finemente decorati, un coltello d’argento e vasi in oro, argento, bronzo, alabastro e terracotta).
Pettorale in oro lavorato a cloisonnée rinvenuto a Byblos, nella Tomba Reale II appartenuta ad Ip-Chemou-Abi Risale ad un’epoca compresa tra il 1900 a.C. ed il 1700 a.C. circa. Oggi conservato al Museo Nazionale di Beirut. La decorazione è tipicamente egizia, ricca di simbologia: si nota il falcone che regge tra gli artigli due segni shen e che con le sue ali spiegate avvolge e protegge il cartiglio del sovrano, sopra il quale si ergono uno scarabeo Khepri e due urei. Fotografia di Jona Lendering, Licenza CC0 1.0 Universal, a questo sito https://www.livius.org/…/byblos-royal-tomb-ii-ip…/
Con il passare dei secoli il popolo continuò ad utilizzare la fascia sulla fronte con finalità eminentemente pratiche; verso la fine dell’Antico Regno e poi definitivamente nel Medio Regno tuttavia la nobiltà ne fece un accessorio ornamentale che fu ampiamente in voga fino a tutto il Nuovo Regno.
I barcaioli indossano la fascia. Modellino di barca in legno, scoperto a Licopoli, risalente al Medio Regno. Dimensioni: L. 81 cm.; h. 38,5 cm. Ora al Louvre. N. di accesso E 12027. Questi modellini raffiguranti gruppi di persone che svolgevano attività quotidiane venivano posti nelle tombe durante il Medio Regno, e devono considerarsi un’evoluzione delle statue serventi: gli Egizi ritenevano che i personaggi rappresentati avrebbero continuato anche nell’Aldilà a lavorare per il defunto. https://commons.wikimedia.org/…/File:Ancient_Egyptian… Autore Vania Teofilo – licenza Creative Commons.
Si trattava di una banda larga circa 2 cm. ritagliata da una sottile lastra in metallo prezioso, decorata in modo semplice con delle barrette incise sulla superficie e chiusa sulla nuca con un fermaglio a forma di fiocco decorato con ombrelli di papiro dal quale si dipartivano le due bande che scendevano sulla schiena; quello del Faraone e delle donne reali era adornato con un ureo, simbolo del potere reale.
Barcaioli che indossano la fascia sulla fronte. Modellino in legno proveniente dalla tomba di Shemes ad Asyut e risalente al Primo periodo intermedio, Asyut. Oggi al Museo Egizio, Torino. Non ho informazioni sulla provenienza dell’immagine. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura rimuoverla o riconoscere il dovuto credito.
Questa principessa chiamata Watetkhethor e soprannominata Sesheshet visse alll’inizio della VI dinastia ed era figlia del re Teti e moglie del suo visir Mereruka. Il rilievo proviene dalla mastaba costruita per la sua famiglia a Sakkara, e la rappresenta defunta, seduta sul suo scranno, vestita all’ultima moda e con il diadema a fascia sulla testa, mentre annusa un fiore di ninfea simbolo di rinascita; davanti a lei una tavola d’offerta carica di beni. Questa immagine è raffigurata specularmente sulle due pareti poste di fianco ad una falsa porta nella sua camera per le offerte, decorate con processioni di offerenti che si dirigono verso di lei. Foto di cairoinfo4u da Flickr.
Questo rilievo raffigura Kagemni, visir e probabilmente genero di Teti (inizio VI dinastia) per avere sposato una delle sue figlie, e proviene dalla sua mastaba di Sakkara. Il nobiluomo tiene nelle mani i simboli del suo potere ed ha la fronte cinta dal diadema a nastro. https://commons.wikimedia.org/…/File:Tomb_of_Kagemni… Autore della foto: Prof. Mortel. File rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica
Una menzione a parte deve essere fatta con riferimento ad un particolare tipo di diadema a fascia adornato da rosoni realizzati in gesso dipinto, o in bronzo, o in stucco e foglia d’oro ritrovato in sei esemplari simili tra loro (tre intatti e tre frammentari) sulla testa di corpi femminili sepolti a Giza in sarcofagi di pietra o di legno all’interno di mastabe risalenti alla V dinastia.
Questi diademi facevano parte del corredo funerario di donne appartenenti all’élite ma non reali, probabilmente sacerdotesse di Hathor e/o di Thoth, forse non erano mai stati indossati in vita e potrebbero aver rivestito un ruolo importante nel cerimoniale funebre, anche se oggi sono possibili solo ipotesi non supportate da riscontri oggettivi.
Il primo di essi è il cosiddetto diadema “del Cairo”, rinvenuto nell’area G 8887, Pozzo 294 (Cimitero Centrale), attualmente conservato al GEM presso la capitale egiziana; esso è intatto, in oro, misura cm. 24,6 ed i rosoni sono costituiti da quattro ombrelli di papiro con intarsi in corniola rossa; doveva essere legato intorno alla fronte.
Diadema del Cairo
Nella medesima sepoltura furono rinvenute perline in faience, pendenti in rame a forma di ninfea ed un cerchietto in rame ricoperti di foglia d’oro; una collana con geroglifici e dei braccialetti; un poggiatesta in alabastro; 50 ciondoli a forma di coleottero dorato, infilati su un filo d’oro e resti di offerte alimentari.
Diadema del Cairo aperto
Il secondo è denominato diadema “Boston”, rinvenuto nell’area G 7143 Pozzo B (Cimitero orientale) insieme a fasce di rame e due braccialetti, oggi al MFA di Boston.
Diadema di Boston, rosone centrale
Il cerchietto è stato in parte ricostruito in epoca moderna; è lungo 18,5 cm. ed è realizzato in rame, foglia d’oro, stoffa, gesso, vernice, corniola; sulla parte centrale della fascia di rame, a sinistra ed a destra si trovano tre rosoni ricoperti da un sottile strato di stoffa, gesso e foglia d’oro e sono costituite da due ombrelli di papiro contrapposti con un disco di corniola alla loro giunzione.
Diadema di Boston, rosoni laterali
Da questo disco si erge un ankh, e sui papiri sono posati uno di fronte all’altro con i becchi incrociati sopra il segno ankh due uccelli akh (ibis crestati), che richiamano l’idea di rigenerazione e beatitudine del defunto; dall’ornamento centrale più grande inoltre pende un ulteriore elemento floreale a forma di campana a cinque petali affiancato su ciascun lato da un bocciolo chiuso.
Ricostruzione del rosone centrale del diadema di Boston con i colori originali
Il terzo è definito Diadema “Lipsia”, proviene dall’area D 208 Pozzo 9 (Cimitero occidentale; vicino al campo G 4000) insieme ad una collana in faience con 20 pendenti a forma di scarabeo e perline blu, verdi e nere, ed è conservato nel Museo Egizio dell’Università di Lipsia.
Diadema di Lipsia
Il cerchietto intatto misura 21,5 cm. ed è in rame ricoperto di foglia d’oro e doveva essere legato sulla nuca.; il medaglione centrale è originale, ed è in legno ricoperto di foglia d’oro o dipinto, mentre quelli laterali sono riproduzioni moderne; esso è costituito da tre ombrelli di papiro aperti raggruppati lateralmente e verso il basso intorno al centro, ognuno perpendicolare all’altro.
FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:
LUBARR Lisa R. 2024. Paths to Immortality: Female Burial Diadems of Old Kingdom Egypt. Master’s thesis, Harvard University Division of Continuing Education, a questo link: