Arte, Gioielli

I DIADEMI DEI TOLOMEI

IL DIADEMA DI UN NOBILE

Image Credit: Getty Villa, Public Domain, via Wikimedia Commons

Con l’avvento al potere dei Tolomei l’Egitto continuò a difendere fieramente la propria identità culturale ed i sovrani, al fine di farsi accettare dalla popolazione locale, le permisero di mantenere la propria religione e le proprie tradizioni, si dichiararono diretti successori degli antichi Faraoni, iniziarono a sposarsi tra fratelli, a farsi raffigurare sui monumenti abbigliati in stile egizio, ad edificare templi in onore delle divinità locali ed a partecipare attivamente alle cerimonie religiose.
La classe dominante greco – macedone, tuttavia, si pose sempre in posizione di superiorità nei confronti degli Egizi continuando a considerare il paese un territorio conquistato e rimase una minoranza privilegiata, ricevendo una formazione greca ed essendo assoggettata al diritto della madre patria come cittadini ellenici a pieno diritto.

I veterani macedoni, invece, che in premio del loro servizio avevano ricevuto in Egitto terreni coltivabili, si integrarono positivamente, fondarono colonie in tutto il paese, vi importarono la propria lingua ed il proprio patrimonio intellettuale e crearono attraverso i matrimoni misti una nuova classe istruita greco-egizia.
La fusione tra le due culture diede origine alla civiltà detta «ellenistica», che fiorì tra la morte di Alessandro Magno (323 a. C.) e la conquista romana (30 a. C.) e fu un periodo di grande splendore in campo filosofico, economico, religioso, scientifico ed artistico.

L’Egitto tolemaico era straordinariamente ricco in quanto Alessandria si trovava in posizione strategica per il commercio con il Medio Oriente e con gli altri Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo.


In questo periodo, inoltre, l’enorme quantità di oro e di argento sottratta dal re macedone ai persiani rientrò in circolazione, e presso i nobili, i ricchi proprietari terrieri ed i mercanti divennero di gran moda i gioielli, indossati soprattutto dalle donne come ornamento e per ostentare il proprio status sociale e la ricchezza ed utilizzati come amuleti, offerte votive ed investimento economico.
Essi tuttavia non avevano più nulla di egizio; visto che erano destinati all’élite dei conquistatori, i monili dell’epoca si ispiravano al gusto greco ed orientale e per questo erano vistosi, spesso adornati con pietre preziose e semipreziose ed erano lavorati a filigrana, ad intaglio ed a granulazione; esistono solo pochi esemplari che mostrano uno stile ibrido, come alcuni amuleti Udjat in oro con decorazioni in filigrana di tipo ellenistico (si vedano a questo proposito le immagini sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/09/30/ludjat/)

Il motivo decorativo di Iside – Hathor venne mantenuto, ma apparvero il nodo di Eracle simbolo di salute, felicità ed amore e dal valore apotropaico (secondo la leggenda l’eroe, dal quale la nobiltà macedone riteneva di discendere, usò questo nodo per legare sotto il mento le zampe anteriori della pelle invulnerabile del leone Nemeo che egli indossava per proteggersi), i serpenti emblemi di salute e lunga vita (si veda in proposito l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/11/08/i-gioielli-a-forma-di-serpente/), le teste di animali, le figure di Afrodite, Eros e Nike, le linci, i delfini e le gazzelle.


L’evoluzione stilistica ha coinvolto anche i diademi: quello descritto, venne probabilmente realizzato ad Alessandria d’Egitto (famosa all’epoca per i suoi laboratori di oreficeria, la cui produzione veniva per lo più esportata all’estero) tra il 220 ed il 100 a. C. (regno di Tolomeo IV o V), appartenne verosimilmente ad un nobile ed è in stile pienamente ellenistico.

Esso è costituito da due segmenti a forma di foglia, ciascuno realizzato da un unico pezzo di lamina d’oro, su ognuno dei quali è applicata una fiaccola accesa; essi sono uniti nella parte centrale anteriore da una doppia cerniera, contrassegnata da un nodo di Eracle.

Il corpo delle fiaccole è decorato con complesse applicazioni in filigrana e granulazione ed è fiancheggiato su entrambi i lati da delicati viticci floreali che spuntano da minuscoli calici di acanto su ciascun lato del retro del diadema.
In origine sul bordo inferiore erano applicati ad intervalli regolari otto gruppi di pendenti (solo cinque dei quali sono sopravvissuti) decorati con corniola, vetro verde screziato e probabilmente conchiglia.

Esso è conservato a Malibu, presso il museo Villa Getty.


FONTI;

LE IMMAGINI PROVENGONO DA QUESTE PUBBLICAZIONI

PFROMMER M. – TOWNE E., cit.
https://www.historyhit.com/the-oldest-crowns-in-the-world/

Arte, Gioielli

I DIADEMI DEL TERZO PERIODO INTERMEDIO

IL DIADEMA DI KAROMAMA II

Nel 1915 l’archeologo scozzese Edgar Campbell Cowan fu incaricato dall’Egyptian Antiquities Services di scavare a Tell el-Muqdam (Leontopolis), nel Basso Egitto, località che rivestì una certa importanza a far tempo dalla XIX dinastia, fu sede delle necropoli degli alti funzionari e dei componenti della famiglia reale della XXII e XXIII dinastia e continuò a prosperare anche in epoca tolemaica e romana; oggi sopravvive solo il tempio del dio leone Mahes, la principale divinità locale, in quanto monumenti e statue furono usurpati dai sovrani successivi e gli edifici esistenti furono smantellati per riutilizzarne i materiali.

Nel corso della campagna, tuttavia, venne riportata alla luce la tomba della regina Karomama II che visse durante il Terzo Periodo Intermedio (primo millennio a. C.); Dodson ed Hilton, redattori di un pregevole dizionario delle famiglie reali egizie la identificano in Karomama Meritmut, nota anche come Karomama D, Karomama II o Merytmut II), Sposa del Re, Figlia del Re, Signora dell’Alto e del Basso Egitto.

I suoi nonni erano Osorkon II e Karomama I, raffigurata nella famosissima statua in bronzo ageminato in oro ed argento, oggi conservata al Louvre; suo padre era il Sommo Sacerdote di Amon Nimlot C, figlio cadetto del predetto faraone, ed ella divenne grande sposa reale di Takelot II; il suo cartiglio compare sia in testi coevi che nel tempio di Karnak, accanto ad un rilievo raffigurante suo figlio Osorkon III.

La statua di Karomama I al Louvre; foto di Di Rama, CC BY-SA 3.0 fr, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80363878

La tomba è costituita da un ipogeo a due camere decorato con immagini sacre; in una di esse si trovava un sarcofago di granito rosso (materiale pregiato indicativo dell’alto lignaggio della defunta) contenente la mummia e pochi reperti sfuggiti alla rapacità degli antichi ladri di tombe, in particolare un diadema, un pendente a forma di scorpione con testa umana, due bracciali ed un pettorale, custoditi al Museo del Cairo.

Il diadema è modesto, realizzato con un sottile filo in oro e reca sulla fronte l’ureo simbolo del rango reale della proprietaria; peraltro l’Egitto era ormai frammentato in molteplici centri di potere (dinastie nel nord, personaggi tebani, reti sacerdotali e famiglie potenti), i nemici stranieri premevano ai confini e la favolosa ricchezza del Paese era ormai un ricordo.

Probabilmente esso, attualmente conservato nei magazzini del Museo del Cairo (n. 45339), doveva essere indossato sopra una parrucca insieme ad altri ornamenti o ad una corona più elaborata.

Il diadema fotografato in occasione di una esposizione straordinaria da @Ali Hussein, pubblicato in data 20 maggio 2018 sulla pagina @Ali Hussein – Egyptologist».

Il pendente a forma di scorpione con testa umana in oro ha il corpo in agata; indossa una corona hathorica, costituita da un disco solare e corna bovine, talvolta utilizzata anche per altre divinità femminili, in particolare Iside).

Il pendente, dalla pagina ufficiale del Museo Egizio “The Egyptian Museum” pubblicata il 10 marzo 2023

Esso probabilmente rappresenta la benevola Serkhet, raffigurata sia come una donna con una corona a forma di scorpione, sia come scorpione, oppure Iside, oppure ancora la stessa regina nelle vesti di Iside, o di Serket oppure di una divinità derivata dalla fusione delle due.

I bracciali sono in oro intarsiati con pietre semipreziose, la maggior parte delle quali è andata perduta; essi recano incisi lo scarabeo (simbolo di creazione e rinascita), l’occhio udjat (simbolo di salute e completezza) e il cobra alato (simbolo di sovranità e protezione reale).

I bracciali; foto The Egyptian Museum https://www.facebook.com/profile/100069344553975/search/…

Il pezzo più straordinario appartenuto alla regina tuttavia è il pettorale, che non aveva solo una valenza estetica: il materiale con il quale era stato realizzato e la squisita fattura indicavano lo status della defunta, e l’iconografia su di esso rappresentata le garantiva protezione.

Esso è costituito da una base in oro al cui centro si apre un fiore di ninfea con lavorazione a cloisonné in lapislazzuli circondato da alcuni boccioli; nella cosmogonia ermopolitana la ninfea rappresentava la rinascita, in quanto il sole sarebbe sorto per la prima volta da una ninfea emersa dalle acque dell’oceano primordiale; nella tradizione menfita, invece, il fiore era associato al dio Nefertum, al profumo, alla freschezza e al rinnovamento.

Sopra la ninfea è applicata una placchetta di lapislazzuli incisa con l’immagine accovacciata di Khnum, il dio dal corpo umano e dalla testa d’ariete che regge un segno ankh ed ha sul capo un grande disco solare in oro ornato da un ureo, protettore della regalità e simbolo di forza e potenza.

Questo dio è legato alla creazione ed alla fertilità, perchè gli Egizi credevano che con il suo tornio plasmasse tutti gli esseri viventi dal fango del Nilo.

A destra ed a sinistra di Khnum si trovano una statuetta in oro di Hathor ed una di Maat; la prima era la dea della bellezza e della musica e la protettrice della monarchia e in particolare delle regine, la seconda impersonava la verità, la giustizia e l’equilibrio universale ed avrebbe sostenuto la defunta nel giudizio davanti ad Osiride.

FONTI:

Arte, Gioielli

 LA FASCIA D’ORO E LA CUFFIA DI TUT

Foto d’epoca colorata digitalmente che offre un’idea di come appariva la testa di Tut al momento del suo sbendaggio.

Dopo la rimozione delle bende dalla mummia si scoprì che Tut portava attorno alla fronte e sulle tempie un’ampia fascia d’oro che finiva dietro le orecchie e che serviva a fissare il nemes, sgretolatosi nel tempo; sotto uno strato di imbottitura, il suo cranio rasato era coperto con una cuffia in lino fine e con il diadema del quale ho parlato nella scorsa puntata.

Foto di Burton dove sono visibili il diadema e la banda d’oro

A suo tempo Patrizia Burlini ci aveva proposto un bel post sulla fascia d’oro e sulla cuffia, che trascrivo di seguito per estratto ed in diverso carattere grafico, pubblicando anche le immagini allegate. Grazie Patrizia!

“Nelle foto qui sotto, scattate da Harry Burton durante le operazioni preliminari di studio della mummia, si vedono chiaramente il diadema, la fascia d’oro e la cuffia.

Foto di Burton che evidenzia la delicata lavorazione di perline realizzata sulla calotta

La cuffia, molto fragile, era stata realizzata in un tessuto di lino tipo batista. Era decorata con quattro urei ricamati arricchiti con splendide perline di maiolica blu e rosse e perline d’oro. Gli urei presentavano dei piccoli cartigli di Aton in lamina d’oro. La calotta era estremamente fragile, pertanto Carter decise di consolidarla, versando della cera di paraffina, lasciandola al suo posto.

Foto di Burton in cui è chiaramente visibile la banda d’oro

La cuffia con la fascia d’oro era sicuramente presente nel 1922 e nel 1929, ma già nel 1968 era scomparsa.

Che fine avranno fatto?

Purtroppo oggi solo le foto ci testimoniano questa ulteriore incredibile raffinatezza di coloro che prepararono il giovane faraone per il suo viaggio nell’Aldilà.

Foto di Burton in cui è chiaramente visibile la calotta.

FONTI:

SUMMERS J. , The diadem and skullkap of the kikg, in Ancient egypt, vol. 17, n. 3, Issue n. 99, dicembre 2016 gennaio 2017

Arte, Gioielli

IL DIADEMA DI TUTANKHAMON

Foto e foto di copertina: Kenneth Garrett Photography a questo link: https://it.pinterest.com/pin/480548222750865625/

Questo reperto, rinvenuto sulla mummia di Tutankhamon rappresenta la massima espressione della raffinatezza raggiunta dall’arte orafa nel corso della XVIII dinastia; esso è custodito al museo del Cairo (JE 60684) e fu registrato da Carter con il numero “Carter 256,4,o” mentre l’ureo recava il numero “Carter 256r” e l’avvoltoio il numero “Carter 256s”.

Come si evince dalla raffigurazione del re che compare sullo schienale del suo famoso trono (si veda il particolare nella foto in basso), esso doveva essere indossato sopra una parrucca; venne ritrovato sul capo della mummia, dove era stato collocato prima che venisse fasciata; l’ureo e l’avvoltoio invece erano sulle cosce del re, avvolti tra le bende, forse per evitare che la maschera d’oro potesse danneggiarli; essi erano rimovibili probabilmente perché potessero essere utilizzati con altre corone.

Il diadema è costituito da una fascia frontale in oro puro lavorata a cloisonné i cui bordi inferiori e superiori sono decorati con sottili fregi composti da una alternanza di rettangolini in pasta di vetro di color lapislazzuli e turchese, che racchiudono piccoli tondi color cornalina bordati d’oro ed impreziositi al centro da un punto in rilievo, anch’esso d’oro.

Sul retro è chiuso da una fibbia a forma di fiocco, composta da un disco solare in calcedonio con ai lati fiori di papiro intarsiati in malachite dalla quale pendono quattro bande in oro decorate in maniera simile alla fascia frontale, le più esterne delle quali terminano con due urei eretti.

Sulla parte anteriore del diadema compaiono le divinità protettrici dell’Alto e del Basso Egitto, la dea cobra Wadjet, in oro con testa di pasta vitrea blu ed occhi di ossidiana ed il cappuccio intarsiato in cornalina e pasta vitrea color blu scuro e la dea l’avvoltoio Nekhbet, in oro intarsiato di pietre semipreziose e pasta di vetro, emblemi della regalità e simboli dell’unificazione del regno e del potere esercitato dal sovrano sulle Due Terre; il corpo e la coda dell’ureo si estendevano al centro del capo del re in modo da sostenere la fascia frontale del diadema.

… foto di Andreas F. Voegelin, Antikenmuseum Basel e Sammlung Ludwig

Per un altro articolo sul medesimo tema si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-diadema-con-ureo-e…/ di Grazia Musso

FONTI:

Kemet Djedu, Sarcofagi, Tutankhamon

COME FA L’AMORE UN DIO

A cura del Docente Livio Secco

Un particolare evento è rappresentato nel tempio di Deir el Bahari, riguardante la regina Hatshepsut.


Hatshepsut, figlia del defunto Thutmose I, è sposa di Thutmose II e, quindi, è regina d’Egitto. Alla morte prematura del coniuge, padre di Thutmose III generato con una regina secondaria, diventa tutrice del nuovo re poiché è un fanciullo di circa sei anni. L’Egitto è, perciò, governato dalla coreggenza della matrigna Hatshepsut con il figliastro Thutmose III.

Volendo proseguire la sua permanenza sul trono, ma non essendo più la sposa del re in carica, decide di affermarne la miracolosa predestinazione.
Dai Racconti di re Cheope deriva la mitologia del dio Ra che ingravida la sposa di un sacerdote di Ra facendole partorire i primi tre re della V dinastia. Da quel momento i re titoleranno il Quinto Protocollo Reale come Figlio di Ra.
Hatshepsut, supportata dal clero amoniano di Karnak, replica l’unione carnale di un dio, questa volta Amon, con la Grande Sposa Reale Ahmose di Thutmose I per generare Hatshepsut stessa che, in questo modo, resterebbe sul trono d’Egitto per eredità divina. La nascita è raffigurata sulle pareti del tempio di Deir el Bahari.

Il dio Amon decide di procreare una figlia. Per far ciò ha bisogno di una regina. Perciò invia il dio Thot a prendere informazioni su di Ahmose, grande sposa del re Thutmose I.
Questi ritorna dicendo che è una donna bellissima.

Nel rilievo epigrafico tratto dalla tavola 47 del volume 2 di Naville, si può vedere Thot che, per mano, accompagna di notte Amon nelle stanze private della regina. Poi lo lascia solo con lei che dorme.

Per non spaventarla Amon prende le sembianze del re e si avvicina ad Ahmose. Ma il profumo del dio è particolare ed è molto intenso. L’aroma si diffonde immediatamente nella stanza buia e la regina si sveglia.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:

CATALOGO

GRAMMATICA EGIZIA

(I livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Kemet Djedu, Sarcofagi, Tutankhamon

LA PARETE SUD DELLA KV62

A cura del Docente Livio Secco

Anubi, Tutankhamon, Hathor

La parete sud della KV62 di Tutankhamon presenta Tutankhamon accolto da Anubi ed Hathor
Proviamo a leggere le iscrizioni parietali.

Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.

Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

Le pareti della camera funeraria del celeberrimo faraone sono stati oggetto delle Traduzioni Archeologiche (TA) del Corso Grammaticale di secondo livello, di una lezione di Egittologia e del relativo Quaderno nr 35 che gli interessati possono trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

CATALOGO

DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE

472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI

Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto

Volume 1: Dal Predinastico alla XVII dinastia

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Volume 2: Dalla XVIII dinastia ai Romani

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

DIZIONARIO ANTROPONIMICO POPOLARE

Più di 700 nomi propri egizi e 50 soprannomi scritti in geroglifico, traslitterati e tradotti

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Quaderno di Egittologia 22

IL PROTOCOLLO REALE

Composizione dell’onomastica faraonica

Com’era compilato il Protocollo Reale. Con due esemplificazioni complete: Tutankhamon e Ramesse II.

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

GRAMMATICA EGIZIA

(I livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Kemet Djedu, Sarcofagi, Tutankhamon

LIRICHE D’AMORE

A cura del Docente Livio Secco

SAN VALENTINO … all’egizia

Qualche anno fa, con i miei allievi, traducemmo il Papiro Harris 500 dove sono riportate alcuni brani che possono davvero essere definiti Liriche d’Amore.

La narrazione rappresenta il discorso di due innamorati che testimoniano le loro emotività, i loro desideri, le loro paure e le loro ansie.

I discorsi di lei e di lui si alternano nelle diverse “stanze” dando libertà alla fantasia del lettore di ricreare la situazione di due innamorati che si desiderano.

In questo brevissimo passaggio, preso dalla quinta stanza, parla lui.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare l’egizio a chi non lo ha (ancora) studiato.

BUON SAN VALENTINO A TUTTI.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:

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PINEDJEM U.S.A.

A cura del Docente Livio Secco

Al PENNMUSEUM di Filadelfia, ovviamente Stato della Pennsylvania, è custodito un ornammento che lo stesso museo definisce come “Perlina lentoide in faience blu. La parte superiore è incisa e il retro è piatto. Ci sono due fori per l’infilatura a ciascuna estremità, che si collegano a un canale centrale sul retro della perlina”.

Ad essere sinceri il testo geroglifico riportato sopra è abbastanza complesso da definire, figuriamoci da leggere. Però, con l’aiuto del Museo, ce la potremo fare.

Il reperto è lungo 5,21 cm, largo 1,5 cm e profondo 0,6 cm. Fu realizzato tra il 1075 e il 945 a.C. ed appartiene alla XXI dinastia.

Interessante che il sovrano identificato non abbia il nome iscritto in un cartiglio.

Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.

Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.


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Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto

Volume 1: Dal Predinastico alla XVII dinastia

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IL PROTOCOLLO REALE

Composizione dell’onomastica faraonica

Com’era compilato il Protocollo Reale. Con due esemplificazioni complete: Tutankhamon e Ramesse II.

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LE ISCRIZIONI DEL SARCOFAGO DI TUTANKHAMON

A cura del Docente Livio Secco

il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ubicato nella KV62 è stato oggetto del nostro XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA.
Ne abbiamo analizzato e tradotto tutte quattro le facciate.
Vi allego qui le pagine iniziali di ogni lato per mostrarvi la tipologia di lavoro che abbiamo fatto sulle iscrizioni geroglifiche.

XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/manuali-e-corsi/668352/xvii-laboratorio-di-filologia-egizia/


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https://liviosecco.it/…/2025/12/Catalogo20260101.pdf

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EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA QUARTA DINASTIA: SNEFRU

Secondo la sequenza dinastica redatta dallo storico greco Manetone, Snefru (Immagine n. 1) fu il primo re della IV Dinastia. Con lui si chiude un’epoca cruciale che si estende dal periodo arcaico sino all’alba dell’Antico Impero e da inizio a uno dei periodi più straordinari di tutta la storia egizia.

Immagine n. 1 In origine questa statua a grandezza naturale di Snefru, rappresentato con la corona bianca dell’Alto Egitto, era inserita nella nicchia di una delle cappelle del suo Tempio in Valle a Dashur. Museo Egizio del Cairo (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 47)

La tradizione letteraria giunta sino a noi, ce lo rappresenta come un buon sovrano attento alle esigenze dei suoi sudditi (secondo le leggende popolari si rivolgeva loro chiamandoli “amici” e persino “fratelli”), tanto che, nonostante sia stato artefice di un programma architettonico a dir poco titanico, a differenza dei suoi successori Khufu Kaefra, la sua reputazione non fu mai messa in discussione. Quel poco di lui che ci è noto lo si deve grazie ad un documento che riporta gli avvenimenti salienti anteriori alla VI Dinastia: gli annali della Pietra di Palermo (Immagine n. 2). Si tratta di una porzione di stele incisa facente parte di un reperto ben più consistente del quale si conservano altri frammenti presso il Museo del Cairo e il Petrie Museum of Egyptian Archeology di Londra. Da questo reperto apprendiamo che Snefru fece arrivare quaranta imbarcazioni cariche di legno importato dal Medio-Oriente. Sappiamo, inoltre, che durante la prima parte del suo regno promosse una spedizione in Nubia con cui si procurò materiale umano da impiegare nei suoi progetti edili (si riferisce di 4000 donne e 3000 uomini, ma i numeri sembrano un po’ esagerati) e razziò un enorme quantità di bestiame (200.000 capi).

Immagine n. 2 Copia della Pietra di Palermo, Museo del Cairo. Si tratta di un oggetto in diorite nera e deve il suo nome al fatto che l’originale è conservato al Museo Antonino Salinas nel capoluogo siculo. Altri cinque frammenti sono al Museo del Cairo ed uno al Petrie Museum di Londra. Il frammento palermitano misura cm. 43 di altezza x 25 cm. di larghezza ed è iscritto su entrambi i lati. Si ritiene che l’intero reperto in origine dovesse misurare cm. 210 x 60. Il testo contiene una lista di sovrani che ha inizio con quelli mitici, che avrebbero regnato sull’Egitto all’inizio dei tempi, e i cui regni sono calcolati in migliaia di anni. Si passa poi ai re la cui esistenza è storicamente accertata. L’ultimo ad essere menzionato e Neferirkara della V Dinastia. Le iscrizioni sono disposte su registri all’interno di caselle delimitate da linee con la punta ricurva verso sinistra ad imitazione del segno geroglifico dell’anno (in egiziano “renepet”). Di anno in anno viene indicato l’evento di maggior rilievo e, a partire dal regno di Djer (I Dinastia), il livello dell’inondazione. Nella parte più bassa sono riconoscibili i cartigli del re Snefru (IV Dinastia) (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 46) 

Un’ iscrizione presente in questa regione, presso la località di Khor el-Aquiba, sembra fare riferimento proprio a questa campagna in quanto menziona un corpo di spedizione composto da 20.000 soldati e la cattura di 7.000 prigionieri. Più tardi l’operazione fu ripetuta, ma questa volta in Libia, e fruttò 1.100 prigionieri e 13.100 capi di bestiame sistemati successivamente in trentacinque nuove tenute reali del Fayyum e del Delta. Questo consistente approvvigionamento di mano d’opera e di animali fu posto in atto, evidentemente, per alleggerire in modo considerevole il carico lavorativo sulla popolazione egizia.

Tra le altre realizzazioni collegabili al suo regno figurano la realizzazione di un nuovo palazzo reale, probabilmente nella zona di Dashur, caratterizzato da grandi portali in legno di cedro, il varo di molte imbarcazioni, la lavorazione di statue reali a grandezza naturale in rame e in oro e la produzione di un’arpa insolitamente grande e preziosa.

Le fonti contemporanee circa l’ascendenza di questo sovrano sono ancora più scarse; probabilmente la madre, Meresankh, fu una sposa secondaria di Huni, ultimo re della III Dinastia, ma gli antenati reali dell’Antico Regno non sono mai menzionati direttamente dal momento che il re era, per natura di origine divina.

Sorprendentemente, la costruzione delle piramidi non è mai annotata nelle iscrizioni contemporanee di re o dignitari, nonostante rappresentasse il principale evento di un regno. Verosimilmente, siccome ciò era riconducibile all’espletamento dei rituali giornalieri nei templi (le cerimonie che garantivano il sorgere ed il tramontare del sole, la ricorrenza delle stagioni, l’esondazione periodica del Nilo, ecc.), e quindi facente parte dei compiti che un re doveva essere in grado di svolgere e assicurare in vita, non aveva alcun bisogno di essere menzionato.

In ogni caso, Snefru fu senza dubbio alcuno il più grande costruttore dell’Antico Egitto se non addirittura di tutto il mondo antico. A lui si devono, infatti, l’edificazione di tre grandi piramidi, di cui una situata a Meidum e le altre due a Dashur (oltre a due più piccole), per la cui realizzazione furono utilizzati oltre 3,6 milioni di metri cubi di pietra: un milione in più di quanti servirono a suo figlio per edificare la Grande Piramide di Giza. Nonostante l’attribuzione definitiva di questi monumenti costituisca ancora motivo di dibattito tra gli esperti, non esiste alcuna prova che consenta, ragionevolmente di dubitarne.

A partire dal suo regno ebbe inizio un ulteriore incredibile impulso evolutivo che portò in breve tempo a raggiungere vette di perfezione non solo nel campo dell’architettura, ma anche nelle arti della scultura, del rilievo e della pittura, nelle scienze naturali e in medicina dove furono gettate basi destinate a rimanere valide fino all’epoca greca. Il credo nell’onnipotente Ra, creatore universale, ormai dominava la religione, l’etica, lo Stato e la società egizia, che divenne sempre più ricettiva nei confronti di chi era in grado di lavorare su grandi progetti. Questi personaggi diedero forma alla nuova classe degli scribi, accademici istruiti nella conduzione teorica e pratica dello Stato; un gruppo costituito da principi ed individui che si erano elevati per chiari meriti. Garante di questo sofisticato sistema era il dio Ra che conferiva potenza al sovrano, la cui divinità consisteva non nella sua persona, bensì nel ruolo assunto in funzione della sua capacità di governare le Due Terre. Egli era il dio benevolo, il dio delle necropoli la cui costruzione era suo compito e dovere. Il nome di Horo di Snefru, nb m3՚ t, (neb maat) significa, infatti, “Signore della Maat, dove Maat è proprio riferito all’ordine divino universale (Immagine n. 3)

Immagine n. 3 La Stele di Snefru proveniente dalla cappella della piramide satellite di Dashur Sud. Rappresenta Snefru, assiso in basso a sinistra, come Signore delle due Terre e Signore della Maat (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 112)

Da questo sovrano in poi, influenzata dal culto del dio sole, la forma del complesso piramidale conobbe importanti e significative modificazioni trasformandosi da un rettangolo orientato secondo l’asse nord-sud, in un quadrato in direzione est-ovest che seguiva il percorso dell’astro diurno ed enfatizzava un nuovo elemento architettonico di grande significato simbolico. Si tratta della lunga rampa che prendendo avvio da est, la terra dei viventi, giungeva sino ai piedi della tomba-piramide per poi concludere il suo percorso nel tempio funerario che da allora in avanti sarebbe sempre stato collocato sul lato orientale del monumento. La porta d’accesso alla rampa era, invece, situata nel tempio in valle, vale a dire il centro cultuale della città della piramide al cui interno la dea Hathor e il sovrano erano adorati come divinità locali.

Immagine n. 4 Ricostruzione a cura di Franck Monnier della sequenza cronologica dei tre cantieri di Snofru (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 49)

Prima di occuparci della sequenza cronologica (Immagine n. 4) dei cantieri di Snefru e delle ragioni che lo spinsero a dotarsi di tre tombe, si rendono necessarie alcune considerazioni riguardanti il proprietario della piramide di Meidum (Immagine n. 5). Da alcuni decenni questa località è spesso associata a Huni, ultimo sovrano della terza dinastia, la cui sepoltura non è stata ancora localizzata. Per il momento, come unica motivazione, si argomenta che sia irragionevole concedere al suo successore Snefru la costruzione di un terzo edificio di tali dimensioni, presumendo che sarebbe stato impossibile portare avanti tre cantieri in un lasso di tempo relativamente così breve quale fu il suo regno (24 o 29 anni a seconda delle fonti). Di conseguenza sembrerebbe del tutto naturale pretendere che la costruzione della piramide a gradoni di Meidum sia stata opera del re Huni e che in seguito sia stata modificata due volte dal suo successore al fine di farle assumere la classica forma a pareti lisce.

Immagine n. 5 La piramide di Meidum (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 52)

Tuttavia, finora nessuna menzione al sovrano della III Dinastia è stata ritrovata “in situ”, né alcun documento antico lo associa a questa sepoltura. Viceversa, gli egizi di tutte le epoche, mai hanno smesso di considerare Snefru, come intestatario del monumento: lo testimoniano i numerosi graffiti lasciati durante il Nuovo Regno sulle pareti del piccolo tempio funerario. Alcuni di questi lo evocano come “Il tempio di Snefru” e altri come la “grande piramide di Snefru”. Inoltre, i suoi figli Nefermaat, Rahotep e Ranefer, si fecero inumare in grandi mastabe situate proprio a Meidum.

È vero che fino ad oggi non è stata riportata alla luce alcuna iscrizione contemporanea dell’edificio recante il nome di Snefru, ma ciò non è sufficiente a escludere che sia stato egli stesso ad aver iniziato il cantiere e ad esigere per ben due volte la modifica del progetto. Per di più, nulla esiste che possa attestare l’usanza, durante l’Antico Regno, di un sovrano che si appropriasse della sepoltura del suo predecessore. Pertanto, l’ipotesi che possa essere stato Huni il committente del monumento resta solo un’idea vaga e senza alcuna evidenza che possa comprovarla; viceversa, gli indizi di cui siamo in possesso puntano tutti e decisamente in direzione del suo successore. Basta considerare la struttura interna a gradini, le dimensioni ridotte degli elementi costruttivi e delle camere funerarie, perché il confronto con la piramide di Dashur dimostri l’innegabile anteriorità della piramide primitiva di Meidum. Non c’è quindi dubbio che i primi due stati relativi alla piramide a gradoni iniziale siano stati realizzati all’inizio del regno e solo successivamente il sovrano decise di modificare le sue scelte sia riguardo alla forma che al luogo della sua sepoltura. Una volta completata la piramide di Meidum, infatti, ordinò la costruzione di una piramide di maggiori dimensioni e dal profilo triangolare presso la località di Dashur-Sud (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 La piramide romboidale di Dashur-Sud (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56)

Un tale fervore innovativo dovette, con ogni probabilità, costringere gli architetti ad avviare un nuovo cantiere e a cercare, a tal fine, un giacimento ricco di materie prime. A tal proposito i geologi Dietrich et Rosemarie Klemm* hanno recentemente posto in evidenza che il rivestimento esterno della piramide di Meidum dovette essere completato utilizzando un calcare locale ed un altro estratto dalla più lontana cava di Maasara, situata nei pressi di Dashur, sulla riva opposta del Nilo. (Questa cava fu, in seguito l’unica fonte di approvvigionamento, relativamente alle pietre da rivestimento, per i cantieri di Dashur). É probabile che proprio durante questa fase si presentassero problemi di portata tale da spingere i costruttori a modificare l’edificio una seconda volta, conferendogli, sembrerebbe, le proporzioni e le dimensioni della futura Piramide Rossa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La piramide rossa di Dashur-Nord (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65)

Sono emerse alcune iscrizioni, datate al 15° anno di regno sui tre siti piramidali, rispettivamente su un blocco di fondazione della Piramide Rossa, su un altro facente parte del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale ed infine su alcuni blocchi della piramide di Meidum. Di conseguenza deve essere stato in quel momento che il cantiere fu nuovamente trasferito ed è fuor di dubbio che, nei dintorni di quella data, i problemi strutturali occorsi alla piramide di Dashur-Sud finirono per convincere gli architetti a cercare, una volta ancora, alternative al progetto in corso. Se ne dispose, perciò, un altro che finì per fare assumere alla piramide la caratteristica forma definitiva “piegata o a doppia pendenza”. Si procedette, a questo punto, con l’apertura cantiere della Piramide Rossa e, allo stesso tempo, si riaprì quello di Meidum con lo scopo di trasformare la struttura a gradoni in una piramide rispondente alle nuove concezioni (Immagine n.8).

Probabilmente, si voleva prevenire l’eventualità dell’improvvisa scomparsa del sovrano che, consapevole della propria vecchiaia, temeva che la sua tomba non sarebbe stata completata in tempo.

Alla morte di Snefru, comunque, la Piramide Rossa era stata certamente completata (così come pure la piramide sussidiaria di Dashur-sud e forse anche quella di Meidum), ma sicuramente non i suoi edifici annessi, come dimostra l’impiego di mattoni crudi per portare a termine il suo tempio funerario. Analogamente, anche quello di Meidum si presenta con facce parzialmente sgretolate e totalmente prive di decorazioni.

Alcuni ricercatori rifiutano di prendere in considerazione l’ipotesi che gli architetti egizi avessero avuto dubbi sulla bontà dei loro progetti e, conseguentemente, cambiarli più volte. La tesi sostenuta è che nulla sarebbe dovuto al caso e l’insieme sarebbe stato accuratamente pianificato e pensato al fine di ottenere un risultato complessivo del tutto coerente. La dualità che si osserva a Dashur (due piramidi sul sito e doppia pendenza per quella romboidale) sarebbe, pertanto, di natura strettamente simbolica. Ma quella che a prima vista sembrerebbe una riflessione interessante è contraddetta innanzitutto dall’analisi architettonica delle due piramidi. Durante la costruzione della romboidale, infatti, si presentarono diversi problemi di natura statica che imposero numerose modifiche. Come metro di paragone, basta considerare le caratteristiche della Piramide Rossa che mostrano una netta e decisiva evoluzione delle tecniche di costruzione. Inoltre, la sequenza cronologica dei due monumenti è fuori discussione, dal che ne consegue che se l’idea iniziale fosse stata quella di erigere a Dashur un complesso architettonico bipartito, sarebbe stato del tutto logico procedere ad una edificazione simultanea e non successiva. Infine, non esiste alcun documento che possa in qualche modo avvalorare questo punto di vista.

Tutto ciò, comunque, non implica che una volta completato l’insieme, questo non apparisse perfettamente coerente e armonico agli occhi degli egizi dell’epoca. L’attenzione dedicata ad un secondo sito non comportò, infatti, l’abbandono del primo che era stato consacrato per i rituali di fondazione e continuò ad essere sempre considerato come parte integrante di un dominio funerario che si era progressivamente ingrandito.

Al momento non siamo ancora in possesso di dati che possano permettere di determinare con certezza il tempo che occorse per portare a termine il grandioso progetto di Snefru. Il Canone Reale di Torino gli attribuisce 24 anni di regno, ma è noto che questo documento non è esente da errori. Segni datati, venuti alla luce presso i siti di Dashur e Meidum, indicano che, quanto meno, questa cifra deve essere elevata a 29 anni.

Si può tentare di fare un paragone con la Grande Piramide di Khufu, sulla quale siamo meglio informati circa i tempi di edificazione. Con il suo volume di circa 2.600.000 mc., è presumibile che l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente, sia stata realizzata in meno di 27 anni (la durata massima attribuita al regno di questo sovrano). Adottando un criterio di proporzionalità e assumendo che i lavori si siano protratti in maniera continua per tutta la durata del regno, se ne deduce che per portare a compimento la Piramide Rossa furono necessari 18 anni; 15 anni per la Piramide Romboidale e 6 anni e mezzo per quella di Meidum, per un totale di circa 40 anni (una cifra evidentemente in disaccordo con i pochi riferimenti attualmente a nostra disposizione).

In ogni caso, che il regno di Snefru abbia avuto una durata di una trentina o una quarantina di anni, è certo che per realizzare i suoi tre complessi funerari fece estrarre, tagliare e mettere in opera qualcosa come circa 3.900.000 mc. di pietra calcarea, ossia ben 1.300.000 mc. in più di quanti ne furono necessari al suo successore.

* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm, sono stati protagonisti di un importantissimo lavoro relativo allo studio dei materiali di costruzione utilizzati per l’edificazione delle tre piramidi di Giza. I risultati delle loro ricerche, pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”, aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Chi fosse interessato all’argomento può trovarne un’ampia descrizione a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/01/lo-studio-di-dietrich-e-rosemarie-klemm/

A circa 45 km. a sud di Menfi, ad est del Fayyum, simile ad un possente torrione, si erge l’imponente profilo della piramide di Meidum (Immagine n. 9) la cui forma, così particolare, trae origine da danni e distruzioni che le fecero perdere gran parte del suo rivestimento esterno.

Immagine n. 9 La piramide di Snefru, a Meidum, fu eretta come un maestoso monumento a gradoni e fu poi trasformata, verso la fine del regno, in una piramide vera e propria, a pareti lisce. L’aspetto attuale è il risultato delle asportazioni di materiale che si sono succedute dall’epoca greco-romana fino all’era moderna (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 114-115).

La struttura del complesso funerario è caratterizzata da una netta cesura con quella della dinastia precedente, nel senso che la piramide acquisisce, da questo momento, un’importanza assolutamente predominante all’interno del quadro d’assieme. Gli edifici cultuali presenti nel complesso di Djoser, così vari e molteplici, appaiono qui sotto una forma molto semplice (oggi diremmo “minimalista”) riducendosi, in pratica, ad una cappella addossata alla facciata orientale. Questo edificio, di circa 9 metri di lato, comprende un piccolo corridoio a zig-zag che conduce a un cortile interno, al centro del quale si ergono, accanto a un tavolo sacrificale, due alte stele monolitiche con la sommità arrotondata (Immagine n. 10). Tutto, in questo luogo, mostra segni di incompiutezza: rifacimento delle pareti interrotto, iscrizioni contemporanee assenti e stele vergini.

Immagine n. 10 In questa immagine ripresa dalla piramide di Meidum sono visibili il tempio delle offerte con le due stele e la via processionale che conduceva al tempio in valle ad est (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 115).

Un recinto in pietra, alto circa 2 metri, delimitava uno spazio sacro intorno alla piramide. Una piccola piramide satellite, la prima del suo genere, fu edificata in posizione decentrata a sud così come una mastaba sul versante settentrionale. Di fronte al tempio funerario, una via processionale collegava l’unico ingresso a un piccolo tempio situato ai margini della valle. Lunga circa 210 metri, questa strada si presentava come una semplice via di comunicazione a cielo aperto delimitata da due muri paralleli: niente che possa, anche lontanamente, essere paragonabile alle gigantesche strade ascensionali che sarebbero state realizzate sotto il regno di Khufu.

É stato localizzato anche il tempio in valle ma, purtroppo, le coltivazioni che lo ricoprono hanno impedito lo svolgimento di scavi su larga scala. Ciò nonostante, nel sito, così come in quello della Piramide romboidale, si sono potuti rintracciare con evidenza i primi elementi costitutivi di un complesso funerario reale classico dell’Antico Regno: piramide, piramide satellite, tempio superiore e tempio inferiore (o tempio della valle) collegati da una lunga strada rialzata (Immagine n. 11).

Snefru costruì le sue prime piramidi a Meidum ancora nella forma a gradoni. Una di queste, piccola e solida, fungeva da torreggiante punto di riferimento sopra il palazzo reale di Seila, presso il margine orientale del Fayyum.

Il primo vero e proprio complesso piramidale, invece, domina la valle del Nilo, una decina di chilometri più ad est e include la grande piramide a gradoni, che fu ampliata e modificata in successive fasi costruttive fino a raggiungere, nel suo stadio finale, la vertiginosa altezza di circa 92 metri e ad acquisire la forma classica a pareti lisce.

La tipologia della piramide a gradoni è senz’altro da far risalire alla dinastia precedente, la terza, ma sotto il regno di Snefru, si diede inizio ad una serie di fondamentali modificazioni riguardanti sia l’orientamento del complesso sia la disposizione delle camere interne.

Rispetto alle arcaiche costruzioni cultuali della III Dinastia, sopravvissero, in pratica, solo il tempio funerario e la tomba sud che fu adattata a sepolcro del re sotto forma di una piccola piramide a gradoni situata direttamente a sud del monumento principale. Come già accennato precedentemente, a Meidum, il tempio funerario era un piccolo e semplice santuario a est della piramide, affiancato da due grandi stele che sostituivano e rappresentavano il re sepolto altrove.

La disposizione dei vani interni alla piramide fu anch’essa oggetto di ripensamenti rispetto al modello tipico della III Dinastia; la camera sepolcrale, infatti, non era più situata sul fondo di un pozzo scavato nella roccia del sottosuolo, ma fu allestita ben al di sopra del livello del terreno, in prossimità del centro del monumento.

Durante l’Antico Regno, l’entrata (o uscita) della piramide era sempre situata sulla facciata nord. Il re, attraverso il corridoio che sale dalla camera sepolcrale, poteva così ascendere alle stelle circumpolari (quelle che “non tramontano mai”) per congiungersi al dio sole Ra, nella sua barca. A ben vedere, questo assetto interno tripartito può essere rintracciato già nelle tombe risalenti alla I Dinastia, caratterizzate dalla presenza di una camera del sarcofago vera e propria alla quale si aggiungevano due vani supplementari utilizzati per immagazzinare le offerte più rilevanti da destinare al re defunto. Successivamente, a partire dall’epoca di Dioser, l’anticamera e le camere laterali furono già concepite con finalità e funzioni strettamente religiose, introducendo una concezione secondo la quale l’ascesa verso gli astri cominciasse dall’anticamera che, per questo motivo, aveva saracinesche in pietra decorate con stelle. I corridoi orientali e le cosiddette “camere blu” erano, invece, la rappresentazione di un modello di palazzo in cui il re avrebbe soggiornato nell’Aldilà.

Con la IV Dinastia, cambiò pure la collocazione spaziale delle camere; si passò da una disposizione orizzontale ad una verticale che trovò la sua massima espressione nella Grande Piramide di Khufu.

A Meidum, inoltre, prese avvio una tendenza riguardante il cimitero reale, che prevedeva l’allineamento in file regolari, a nord-est delle piramidi, delle mastabe dei figli di Snefru e delle loro mogli. Solo una di queste (la mastaba n. 17), però, sorge presso l’angolo nord-orientale della piramide e dunque in posizione particolarmente privilegiata: imponente e costruita apparentemente in gran fretta, conteneva la sepoltura di un principe, probabilmente l’erede al trono defunto in giovane età nei primi anni di regno del sovrano (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Sul lato orientale della piramide, all’estremità settentrionale della scarpata, ci sono diverse mastabe risalenti al regno di Snefru. La più grande di queste, situata appena fuori del muro di recinzione, nell’angolo nord-orientale è noto come Mastaba 17, secondo il numero attribuito da Petrie che la indagò nel 1910 (©ph. https://egyptsites.wordpress.com/…/25/meidum-necropolis/)

Il prestigioso sito di Meidum, essendo stato in gran parte smantellato, ci offre la rara opportunità di ricavare informazioni sulla struttura interna di una grande piramide. Il monumento si caratterizza per il fatto di essere stato rimaneggiato durante tre successivi interventi, designati tradizionalmente come E1, E2, E3 (Immagine n. 13).

Immagine n. 13 I tre stadi di edificazione della piramide di Meidum secondo la ricostruzione di Franck Monnier (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 53).

Il primo stadio (E1) fu edificato, attenendosi rigorosamente allo schema costruttivo della III Dinastia, realizzando otto fasce concentriche di muratura inclinata, appoggiate l’una contro l’altra fino a formare un tronco centrale. Si pervenne così a una piramide a sette gradoni avente un’altezza di circa 65 metri, le cui facciate furono poi accuratamente rivestite. Successivamente, si decise di aumentarne le dimensioni aggiungendo una sezione supplementare di muratura e rialzando ogni gradone fino a raggiungere un totale di otto livelli (stato E2). Anche in questo caso l’edificio fu completato, come dimostra il perfetto rivestimento della parte torreggiante attualmente esposta (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 La perfetta rifinitura delle pareti esterne della piramide dimostrano che anche la fase n. 2, relativa all’ampliamento del monumento, fu portata a compimento (© ph. Kurohito – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19314250

Infine, fu deciso di modificare radicalmente il monumento (stato E3) sovrapponendovi un ulteriore involucro in muratura, ma questa volta disposto in strati orizzontali, in modo da fargli assumere la forma completamente nuova di una piramide dal profilo triangolare. A causa della struttura esistente, le facce risultanti assunsero una pendenza dell’ordine di 52°, un’inclinazione che più tardi fu ripresa per la piramide di Khufu.

Nel suo stadio finale l’edificio si presentava con una base quadrata di 144,32 metri di lato ed un’altezza di ben 91,90 metri. L’orientamento delle facce est e ovest deviano, rispetto all’asse nord-sud, di meno di mezzo grado; Il quadrato di base, pressoché perfetto, presenta una tolleranza di 15,50 centimetri e il livellamento della prima base su cui poggia il rivestimento è davvero notevole, con un errore massimo di soli 8,30 centimetri da un’estremità all’altra!

Immagine n. 15 In questa che ci mostra l’angolo nord-est, della piramide, sono stati evidenziate le tre fasi costruttive del monumento, indicate convenzionalmente con E1, E2, E3. (@Di derivative work: GDK (talk)Image:Meidoum pyramide 002.JPG: user:Neithsabes – Image:Meidoum pyramide 002.JPG, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5226985

Allo stato attuale, l’aggiunta dell’ultima stadio (E3) è rintracciabile solo nella parte inferiore del monumento, ancora ricoperta da una parte dei suoi splendidi blocchi di rivestimento in calcare fine. Le pareti del “torrione centrale” costituiscono una sorta di veduta tridimensionale ed in sezione dell’edificio nativo dal momento che, ormai, è possibile osservare lo stato originario del monumento attraverso i vari strati della muratura alternativamente smantellati e solo abbozzati.

Questa piramide fu la prima, in assoluto, ad essere dotata di appartamenti funerari allestiti nel corpo dell’edificio, invece che nel sottosuolo. L’ingresso, leggermente spostato verso est rispetto all’asse nord-sud, si apre nella facciata nord ad un’altezza di 18,50 metri da dove prende avvio una discesa che si inoltra all’interno per una distanza di circa 57 metri. Nonostante il materiale utilizzato per la realizzazione dell’opera muraria sia un calcare molto fine, lo stato generale di questo ambiente è altamente degradato, ove si eccettui la prima sezione. La roccia, infatti, ha subito un deterioramento tale che il passaggio, attualmente, presenta il brutto aspetto di un condotto cavernoso (Immagine n. 16).

Immagine n. 16 il corridoio di accesso della piramide di Meidum come appare oggi nel suo stato di grave deterioramento (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 54).

Quest’ultimo conduce a due anticamere, anch’esse in pessime condizioni, disposte una di seguito all’altra. Si tratta di ambienti di dimensioni molto modeste (2,60 metri di lunghezza per 2,20 metri di larghezza) e con un’altezza appena sufficiente a permettere di tenersi in posizione eretta. Nel 2000, i ricercatori francesi Gilles Dormion e Jean-Yves Verd’hurt hanno scoperto l’esistenza di due volte a sbalzo che scaricano i soffitti di queste due stanze (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 ricostruzione in prospettiva degli appartamenti funerari della piramide di Meidum (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 54).

All’estremità meridionale del corridoio, un passaggio verticale piuttosto irregolare conduce alla camera sepolcrale. Rispetto a quelle presenti nelle piramidi di Dashur, questa sala ha dimensioni modeste (2,65 metri di larghezza per 5,90 metri di lunghezza); una volta di scarico ne eleva il soffitto a 5,05 metri (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 La camera funeraria della piramide di Meidum (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 55).

All’ingresso del pozzo verticale, Flinders Petrie scoprì alcuni frammenti di sarcofago in legno che riteneva risalissero all’epoca dell’Antico Regno. Purtroppo, a causa delle occupazioni tardive del sito e dei rapporti di scavo molto sommari, solo delle analisi potrebbero confermare o smentire le ipotesi dell’archeologo britannico.

Nelle immediate vicinanze del monumento principale, a sud, fu elevata una piccola piramide di circa 28 metri di lato di base; non ne resta altro che qualche blocco e alcune vestigia di appartamenti scavati sotto il livello del terreno circostante.

A un certo punto del suo regno, Snefru decise di lasciare il cantiere di Meidum per puntare sulla località di Dashur, più vicina alla capitale, ad una trentina di chilometri a sud dell’odierna Il Cairo.

Le ragioni che lo spinsero ad abbandonare un palazzo e una piramide ormai quasi completata per dare inizio all’edificazione di una nuova residenza una cinquantina di chilometri più a nord, non sono note per cui, in proposito, è solo possibile avanzare delle ipotesi.

È possibile che la località di Meidum, per la sua posizione, ponesse problemi di controllo delle vie commerciali e di colonizzazione del Medio Egitto. Il nuovo sito di Dashur, viceversa, offriva un bacino naturale per il porto assicurando lo sviluppo economico dell’intera regione. Ad est si poteva utilizzare una via commerciale che conduceva al Sinai, mentre la presenza di un wadi permetteva di raggiungere le oasi occidentali e il Fayyum. Infine, il sito offriva cave di pietra calcarea da costruzione di facile accesso e sfruttamento. Dashur, quindi, rappresentava un’opportunità straordinaria per impegnare operai e specialisti in un’impresa ardita quale poteva essere la costruzione di una grande piramide dall’inclinazione simile a quella di una a gradoni (ma priva di questi) che avrebbe raggiunto la vertiginosa altezza di circa 140 metri, se non fossero intervenuti problemi in fase di realizzazione.

A proposito del passaggio da una piramide a gradoni ad una dalla forma geometrica pura, è fondamentale considerare che una simile evoluzione non è affatto consequenziale, come verrebbe naturale da pensare; lo dimostra il fatto che nessuna delle civiltà che costruirono piramidi a gradoni pose in atto la trasformazione verso quelle a pareti lisce. Il progresso tecnologico che portò alla conformazione tipica è il risultato di un’avventura unica e straordinaria che avvenne proprio ai tempi di Snefru. Per la nuova piramide di Dashur sud (Immagine n. 19), che a causa del suo aspetto finale è oggi nota, secondo le varie denominazioni, come “Piramide romboidale”, “a doppia pendenza” oppure “piegata”, si previdero anche audaci miglioramenti alle camere. Gli ambienti interni, infatti, avrebbero dovuto avere volte a mensoloni, come quelle già concepite a Meidum, ma qui ampiamente perfezionate e alte fino a 15 metri. Purtroppo, a causa dei cedimenti del terreno e dei conseguenti danni occorsi alla struttura in fase di edificazione, si resero necessarie modifiche di tale portata da produrre un sistema interno di vani incredibilmente complicato e difficile da ricostruire.

Immagine n. 19 In questa veduta aerea, la Piramide Romboidale di Dashur Sud compare con i propri edifici di culto: a est sorge il piccolo tempio delle offerte con due stele e a sud la piramide di culto con i resti di altre due steli di Snefru (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 116-117).

Secondo le tradizioni religiose più antiche riguardanti la vita ultraterrena del sovrano, la dimora mistica era situata nelle viscere del mondo sotterraneo, per cui la più bassa delle tre camere doveva essere collocata in profondità nella roccia come nel caso del sepolcro di Djoser. L’inclinazione del corridoio della tomba, coerentemente, fu determinata dall’esigenza di disporre di un passaggio senza deviazioni puntato direttamente verso le stelle circumpolari. Si iniziò dunque a scavare in profondità, sotto il livello del suolo, per giungere all’uscita posta sulla facciata settentrionale poco più in alto della base della piramide. La camera centrale è simbolicamente connessa all’ascesa del re al cielo, rappresentato dalla camera superiore, per quanto questa (intendo l’ascesa), sia strettamente legata anche alla direzione seguita dal corridoio della tomba (Immagine n. 20).

Immagine n. 20 Pianta e sezione trasversale della Piramide Romboidale secondo Rainer Stadelmann (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 116-117).

Per facilitare lo scavo di un pozzo di circa 7×7 metri e profondo 22,5 metri fu scelto, come a Saqqara, un suolo costituito da strati compositi di marna e ardesia. Questo espediente, però si rivelò insufficiente a sostenere il peso della massa di pietre. Via via che la costruzione della piramide procedeva, si presentarono importanti lesioni nelle tre camere e nel corridoio che, in un primo momento, si ritenne di poter riparare con riempimenti. Purtroppo, l’intervento non portò ai benefici sperati e presto ci si dovette arrendere all’evidenza che sia le camere sia il corridoio d’entrata erano ormai così danneggiati da non poter essere salvati e a nulla valsero la rinuncia alla camera inferiore e la riduzione dell’angolo di pendenza dell’edificio.

Ciò nonostante, la Piramide romboidale rimane un monumento straordinario sotto ogni punto di vista. Grazie al suo rivestimento di calcare fine (Immagine n. 21), in gran parte intatto, offre l’impressione di essere la meglio preservata e la sua forma atipica, dovuta al brusco cambiamento di pendenza delle facce, che comincia un po’ più in basso della metà della sua altezza, costituisce un “unicum” per questo tipo di edifici.

Immagine n. 21 In questa immagine si può notare come gran parte del rivestimento in calcare sia sia conservato (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56).

Il monumento troneggia a sud di Dashur, al centro di un’area delimitata anticamente da un recinto quadrato di 298,60 metri per lato e 2 metri di spessore. Proprio sotto l’entrata nord della piramide fu realizzata una cappella in mattoni contenente una tavola per le offerte in calcare. Ai piedi della facciata orientale fu eretto un tempietto costituito inizialmente solo da due alte stele monolitiche e da una tavola d’offerte, ma che fu progressivamente arricchito con l’aggiunta di una cappella e di un muro di cinta. Le stele, con sommità arrotondate ed alte in origine una decina di metri, erano decorate con le titolature del re: oggi sono completamente distrutte. Questo piccolo edificio venne rimesso in servizio e ampliato più volte nel corso del Medio Regno, allorquando fu ripristinato il culto in onore di Snefru.

La via ascensionale era affiancata da due muri paralleli per una lunghezza di 704 metri ed offriva ai sacerdoti la possibilità di raggiungere l’area sacra, senza mostrarsi al mondo esterno, risalendo da un tempio di accoglienza (o tempio basso).

Quest’ultimo, largo 26,20 metri di base e lungo 4,76 metri, doveva rappresentare una vera novità nell’architettura funeraria grazie alla ricchezza del suo programma decorativo. Una data rinvenuta sotto uno dei suoi blocchi di fondazione confermerebbe che la sua realizzazione fu contemporanea sia alla fondazione della Piramide Rossa, sia agli ultimi stadi di costruzione della Piramide Romboidale e di quella di Meidum.

Questo tempio, forse collegato alle cerimonie relative alla festa-sed, era dotato di magazzini, un cortile e di sei cappelle contenenti una grande statua con l’effigie di Snefru. Le pareti erano decorate in leggero rilievo con scene diversificate: riti di fondazione, festa-sed, visite del re nei vari santuari, rappresentazione dei domini reali (Immagine n. 22).

Immagine n. 22 Illustrazione prospettica della cappella e del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 57).

Scavi recenti hanno rivelato che in questo luogo era stato già costruito un edifico in mattoni, poi demolito e sostituito dal tempio di accoglienza in pietra. La costruzione primitiva annoverava anche un giardino piantumato con diverse essenze arboree la cui funzione resta ancora enigmatica. Secondo l’egittologo Felix Arnold, avrebbe fatto da cornice allo svolgimento di qualche cerimonia rituale durante la vita del re.

Una seconda strada, ma realizzata con in mattoni e lunga 148 metri, collegava questo complesso cultuale a un bacino rettangolare di 145×95 metri che rappresenta il primo porto d’approdo ad oggi conosciuto in un contesto funerario (Immagine n. 23). Questi siti di culto furono rioccupati e ripristinati sotto il Medio e Nuovo Regno, fino alla XIX Dinastia, epoca durante la quale furono smontati per riutilizzarne i materiali.

Immagine n. 23 pianta del complesso funerario della piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56).

La piramide “a doppia pendenza” di Dashur sud si innalza per 104,71 metri e poggia su una base quadrata di 189, 43 metri in media per lato. Le facce sono orientate ai quattro punti cardinali con un errore massimo di un solo quarto di grado e mostrano una brusca variazione di pendenza (da circa 55° a circa 44°), che inizia a circa 47 metri di altezza. Questa piramide, eccezionalmente, ha al suo interno due distribuzioni diverse: una ha l’ingresso sulla facciata nord a 11,33 metri dal livello del suolo, l’altra con accesso sulla parete ovest a 32,76 metri di altezza (immagine n. 24).

Immagine n. 24 Vista prospettica degli appartamenti funerari della Piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 57).

Il corridoio discendente che parte da nord si compone di un primo troncone lungo 12, 60 metri, inclinato di 28° e 38’, al termine del quale sono visibili consistenti fratture sulle pareti laterali; prosegue per altri 66 metri all’interno della piramide, con una pendenza leggermente più dolce, fino a confluire in un vestibolo molto alto ricoperto da una volta a sbalzo. Sul muro meridionale di quest’ultimo, a circa 6,75 metri di altezza, una grande apertura funge da accesso alla cosiddetta “camera inferiore” che misura 4,96 metri lungo l’asse est-ovest e 6,30 su quello nord-sud. Questo maestoso locale è coperto da una magnifica volta ad aggetto che gli permette di raggiungere l’incredibile altezza di 17,30 metri. Considerevoli tracce di malta riconoscibili sulle pareti dimostrano che la parte inferiore era stata riempita con una muratura (oggi scomparsa), lasciando completamente libero solo lo spazio sotto la volta (Immagine n. 25).

Immagine n. 25 Camera inferiore della Piramide Romboidale con la sua volta a sbalzo (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 58)

Dal muro meridionale un piccolo passaggio conduce ad un condotto verticale, generalmente definito “camino”, che si innalza fino ad un’altezza di oltre 15 metri ed è privo di aperture. Negli alloggiamenti laterali, la presenza di due blocchi disposti di taglio e collocati in posizione di attesa sembra avvalorare l’ipotesi che fossero destinati a sigillare questo ambiente (Immagine n. 26).

Immagine n. 26 Ricostruzione del dispositivo di chiusura per mezzo di blocchi scorrevoli (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 59)

Per diversi aspetti una simile distribuzione ricorda chiaramente quella della piramide di Meidum, in particolare per il corridoio ed il camino, che forse erano stati progettati inizialmente per condurre ad una camera funeraria. Ma gli architetti dovettero modificare ben presto i loro piani, come dimostrano la presenza del camino senza sbocco, dei due blocchi di chiusura che non hanno mai svolto la loro funzione e la presenza di una distribuzione superiore .

Ad un’altezza di 12,50 metri dal livello del suolo, nella parete meridionale della camera inferiore, si apre l’accesso ad un tunnel scavato nella muratura al fine di collegare questi ambienti al corridoio orizzontale della distribuzione superiore (Immagine n. 27).

Immagine n. 27 Ricostruzione degli appartamenti funerari prima dell’abbandono della Piramide Romboidale. In azzurro sono evidenziati i sistemi di chiusura, mentre in arancione le strutture provvisorie (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 58).

La discesa che parte dall’ingresso occidentale si contraddistingue per la doppia pendenza: una parte iniziale (poco meno di 22 metri) inclinata di 30°09′, seguita da una parte più lunga (circa 46 metri) inclinata di 24°17′. Essa fu ostruita utilizzando decine di grossi blocchi di calcare del peso di svariate tonnellate e, quando negli anni ’50 del secolo scorso fu totalmente sgomberata, si scoprì l’entrata sulla parete ovest, fino ad allora assolutamente invisibile dall’esterno.

Questo lungo tunnel discendente conduce ad un corridoio orizzontale situato qualche metro sopra il livello del suolo e interrotto da due sistemi di chiusura a blocchi scorrevoli di cui solo il più occidentale fu utilizzato (Immagine n. 28). Un antico foro permette oggi di attraversarlo. L’intonacatura dei giunti su entrambi i lati del blocco di chiusura indica che fu abbassato prima dello sbarramento completo della galleria di discesa e che si rese necessario costruire un condotto che collegasse la camera inferiore al corridoio orizzontale per poter continuare ad accedere alla distribuzione superiore.

Immagine n. 28 Veduta del corridoio orizzontale verso il primo dispositivo di chiusura (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 59)

Ciascuno dei sistemi di chiusura si compone di una sezione trasversale nella quale è alloggiato un blocco di calcare pesante circa 7 tonnellate. Quest’ultimo poggiava su un piano inclinato di 35° ed era trattenuto in posizione di attesa da una grossa trave, un cuneo o una corda che, una volta ritirati, lo facevano scivolare, grazie alla sola forza di gravità, nella parte bassa dell’alloggiamento ostruendo definitivamente il passaggio.

Il sistema di chiusura orientale, invece, non fu mai utilizzato ed il relativo blocco giace ancora in loco trattenuto da una trave.

La camera superiore, situata all’estremità del condotto orizzontale, ha una pianta rettangolare; misura 5,26×7,97 metri ed è orientata da nord a sud. Questo ambiente è ricoperto da una volta a sbalzo su quattro lati che gli consente di raggiungere un’altezza di circa 14 metri. Il suo stato generale è molto deteriorato e la copertura è talmente danneggiata che non è più possibile distinguerne il profilo. Nelle pareti, inoltre, sono presenti numerose mancanze ed il rivestimento non fu mai completato.

Negli anni ’40, durante lo smantellamento di un massiccio blocco di pietra che riempiva interamente la camera funeraria fino ad un’altezza di 6 metri, fu rinvenuto un possente puntellamento in legno di cedro del Libano inserito nello spazio delimitato dalle pareti. Qui, fu scoperto il nome di Snefru scritto con inchiostro rosso. Di questa struttura ne rimane oggi solo circa un terzo (Immagine n. 29).

Immagine n. 29 La camera superiore con la sua carpenteria di costruzione in cedro del Libano (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 60)

La camera fu realizzata per mezzo di una carpenteria, che probabilmente serviva facilitare il posizionamento e la stabilizzazione dei blocchi di rivestimento delle pareti durante l’innalzamento dei vari corsi. L’alta volta a sbalzo avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dal carico sovrastante esercitato dalla piramide. Prima dello smantellamento del sistema di puntellamento provvisorio, si decise di rialzare il pavimento della camera aggiungendo un massiccio strato di muratura accuratamente pavimentato. Si passò successivamente a ritagliare e ridurre gli sbalzi della volta al fine di ottenere delle pareti relativamente lisce ed uniformi. Tuttavia, ancor prima di completare queste operazioni, si volle procedere ad un nuovo innalzamento del suolo della camera il che comportò un ulteriore intervento di appianamento dei costoloni della volta, tanto che ne rimasero intatti solo i cinque superiori (Immagine n. 30). Tutto ciò fu realizzato in modo molto accurato, affinché l’ambiente risultante presentasse le caratteristiche indispensabili per svolgere la particolare funzione cui era destinato.

Immagine n. 30 Schematizzazione dello stato attuale degli appartamenti superiori della Piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 60).

Fino a non molto tempo fa, si riteneva che la camera, una volta consolidata, fosse stata immediatamente abbandonata a causa della comparsa di fessure e criticità statiche; ma, in realtà, alla luce dei recenti dati emersi da ulteriori rilievi sullo stato dei luoghi, questa ipotesi è da ritenersi errata. È vero che l’ambiente si presenta in condizioni di estremo degrado, ma ciò è conseguenza di un successivo intervento operato sulla volta che, a causa della cattiva qualità del calcare ha causato la frammentazione delle pietre che si sbriciolarono e crollarono nel corso dei secoli facendo si che oggi il luogo assomigli più a una grotta piuttosto che a una camera funeraria.

Le ragioni di queste numerose modifiche operate sulla struttura restano ancora da comprendere e se la camera fu concepita per accogliere le spoglie del sovrano, sembra evidente che non abbia mai assolto a questa funzione. Di certo, durante le ultime fasi della costruzione, alcuni movimenti strutturali ebbero un impatto sull’edificio. La piramide fu sottoposta a un ampliamento che ebbe ripercussioni inaspettate, innescando fratture e cedimenti che costrinsero gli architetti a dare al monumento questa forma a dir poco atipica.

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119