The group represents King Ramesses the Third, the god Horus and the god Seth. The three statues are standing and are all approximately the same height.
The statue of the king is between the other two, which are represented in profile.
Ramesses the Third is wearing the white crown of Upper Egypt with the royal cobra on the front, a wide collar of many rows, and the royal pleated kilt, the shendyt, with a long belt hanging down to the bottom of it.
He is holding the ankh sign of life in his right hand and the roll of power in his left hand. His left leg is forward.
The statues of the gods, Horus and Seth, are in the same posture with the left leg forward; they are each holding the ankh, and wearing the Egyptian pectoral and the shendyt kilt.
Each god has placed one hand on the crown of the king, performing the Coronation of Ramesses the Third.
Calcare, Larghezza 54 cm Deir el-Medina Museo Egizio di Torino – C. 1593.
Stele dedicata a Meretseger che lo ha guarito, da una malattia che lo affliggeva da tempo:
Chiamai la mia Signora
e trovai che era venuta a me con dolci brezze,
Fu misericordia con me:
mi ha teso la mano, si è rivolta a me favorevolmente,
Mi ha fatto dimenticare la malattia che era stata sopra di me.
Ecco, la Cima dell’Occidente è misericordiosa, se uno la invoca.
( adattamento da E . Bresciani, – Cultura e società attraverso i testi p. 447l
Sulla stele a incavo, Meretseger è raffigurata sulla destra con un corpo serpentiforme a tre teste: la prima di avvoltoio, la seconda di donna e la terza di serpente ; dinnanzi a lei si trova un altare con una brocca e dei fiori di loto.
Il documento appartiene al “Servitore della Sede della Verità” Neferabu, vissuto sotto il regno di Ramesse II, la cui tomba è la n. 5 della necropoli del villaggio.
Legno dipinto, Misure: 33 x 14,5 x 33 Collezione Drovetti Museo Egizio di Torino – C 2446
Dalla tomba di Kasa, un artigiano vissuto a Deir el-Medina durante il regno di Ramesse II, proviene questo piccolo Naos, o cappella, di destinazione culturale.
Si tratta di un manufatto di notevole pregio, sia per la sua complessa struttura lignea, sia per la sua ricca decorazione dipinta.
Il Naos era stato probabilmente realizzato per l’abitazione di Kasa e solamente dopo la morte del proprietario era entrato a far parte del suo corredo funerario
I capitelli che sormontato le colonnine lignee sul fronte del naos sono convenzionalmente noti come “hatorici”, dal momento che riproducono l’effige di Hathor, la dea della fecondità, dell’amore e della musica. Il volto, incorniciato da una massiccia parrucca nera, è caratterizzato da orecchie bovine appuntite, che fanno riferimento alla vacca, l’animale sacro alla dea.
Tra la comunità del villaggio era assai diffusa, sopratutto in epoca ramesside, la pratica dei culti domestici rivolti a divinità e antenati.
In questo caso le preghiere del dedicante sono rivolte al dio Khnum e alle dee Satet e Anuqet, che costituiscono la cosiddetta “triade di Elefantina”, venerata nell’isola situata in corrispondenza della prima cateratta del Nilo.
Le divinità sono raffigurate sui lati del Naos dove sono riprodotte scene di natura religiosa disposte su registri.
La parte anteriore della cappella riproduce la struttura di un tipico tempietto egizio , con due esili colonne che formano un piccolo proano e con la consueta modanatura arcuata, nota come “gola egizia”, a coronamento delle pareti.
Una porta due battenti, consente di aprire questa piccola cappella, la cui parte posteriore è ornata con la figura di Kasa in atto di recitare la preghiera scritta al suo fianco.
Fonte
I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electra
Il termine Seneto /Sen’to/Senat significa “passaggio”. Il gioco probabilmente aveva, infatti, una funzione multipla: gioco di sfida e gioco con significati religiosi legati al “passaggio” dalla vita terrena all’aldilà.
La regina Nefertari gioca a senet contro il destino, parte di un affresco proveniente dalla sua tomba (QV66).
In un primo momento fu un gioco praticato solo dalla classe sociale più alta, quella dei faraoni (V- IV millennio a.C.). In seguito, intorno al 1500 a.C. divenne un gioco per tutti, e assunse anche significato religioso: si cominciò a credere che le sorti dopo la morte fossero legate al risultato di una partita di senet, giocata fra il defunto e il Destino in persona, il che spiegherebbe perché si siano ritrovati nelle tombe molti giochi, immagini e spiegazioni di partite di senet; ad esempio, nella tomba di Tutankhamon sono stati ritrovati tavoli da gioco in legno e avorio, con cassetti per le pedine sotto la tavola. Raffigurazioni di giocatori di senet si trovano anche nei geroglifici egizi che raccontano la vita quotidiana e il passaggio dalla vita alla morte.
Un set completo di pedine e scacchiera al Museo Egizio di Torino.
Regole:
Nonostante siano state trovate numerose testimonianze sul senet, le sue regole non sono arrivate fino a noi in forma integrale e univoca. Vari studiosi del gioco hanno cercato di ricostruire il funzionamento del senet e oggi esistono, quindi, diverse varianti moderne di questo gioco antichissimo (le più note sono quelle di Timothy Kendall e R.C. Bell), comprese alcune versioni online.
Si presentano qui le regole proposte dal “Gruppo di ricerca sul gioco” dei CEMEA.
lanciano nuovamente il legnetti (o dado). Quando si realizza 2 o 3, si sposta una delle pedine secondo il numero ottenuto e si passa la mano all’avversario. Nel caso di tiro nullo per l’avanzamento, il giocatore fa retrocedere una pedina qualsiasi per un numero di caselle pari al punteggio ottenuto; se anche ciò non è possibile si passa la mano.
Se una pedina arriva in una casella occupata da un pezzo avversario, quest’ultimo retrocede fino alla casella occupata dalla pedina attaccante.
Se per forza di gioco si deve occupare una casella occupata da una propria pedina, questa ritorna alla casella 1 o, in caso sia occupata, alla successiva disponibile.
Due pedine dello stesso colore non possono mai occupare la stessa casella. Due pedine dello stesso colore situate in due caselle contigue, costituiscono un “muro” che non può essere attaccato, ma può essere oltrepassato se il punteggio lo consente. Tre pedine dello stesso colore che si trovino in tre caselle consecutive, formano un “muro” che non può essere né attaccato né superato dai pezzi avversari.
Le ultime cinque caselle hanno un significato particolare per lo svolgimento del gioco:
• La casella 26 è la “casa dell’abbondanza”, è di buon augurio e protegge dalle insidie della ventisettesima il giocatore che, se ottiene 1, ha la possibilità di saltare la “casa della malasorte”.
• La casella 27, contrassegnate con una “X”, rappresenta la “casa della malasorte”. La pedina che arriva sulla casella 27 deve tornare indietro fino alla casella 15, denominata “casa della rinascita”. Se la 15 è occupata, il giocatore rimane bloccato con tutte le sue pedine finché non ottiene 4, punteggio che gli permette di far uscire la pedina sventurata dal gioco.
• Le caselle 28, 29 e 30 sono dei rifugi: la pedina che vi si trova non può essere attaccata. I simboli III, II, I raffigurati in queste caselle indicano il numero preciso da ottenere con i legnetti per poter uscire con le pedine.
Il tavolo di Tutankamon da senet, in questa foto sono perfettamente visibili le caselle 26, 27, 28, 29 e 30. (Questo tavolo è una copia del originale quindi un prodotto commerciale).
Conclusione del Gioco
Nella versione moderna, vince il giocatore che per primo riesce a portare fuori dalla scacchiera tutte le sue pedine. Molto probabilmente in epoca antica, quando il gioco veniva praticato anche con un significato religioso, tutti e due i giocatori dovevano comunque terminare la partita. Il giocatore che era uscito prima non abbandonava l’altro, ma lo assisteva fino a che anche lui non fosse arrivato alla meta.
La porta che chiudeva la camera funebre della tomba TT1 di Sennedjem. è stata descritta QUI.
Non mi dilungherò su di essa, ma come consuetudine mi limiterò ad un commento filologico del manufatto che è stato oggetto di una traduzione completa (facciata esterna ed interna) come uno dei soggetti del mio XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA 2022-2023.
Sul lato esterno la porta presenta due registri dotati di una figura e di una didascalia geroglifica. Prendiamo in esame il primo in alto. Come abitudine ho aggiunto la fonia italiana secondo il codice IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha studiati.
Per coloro che volessero intraprendere questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare il seguente strumentario completo creato per gli autodidatti:
Legno stuccato e dipinto, altezza cm 135, larghezza cm 117 Deir el-Medina, Tomba di Sennedjem Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886 Museo Egizio del Cairo – JE 27303
Gli Scavi diretti fa G. Maspero nella necropoli di Deir el-Medina portarono alla luce la tomba inviolata di Sennedjem, uno dei tanti artigiani che lavoravano alla costruzione dei ipogei reali nella vicina Valle dei Re.
L’accesso alla camera del sarcofago, allestita in fondo a un pozzo, era chiusa da questa porta di legno che recava intatto il sigillo della necropoli tebana: il dio Anubi.
La calda tonalità dei colori e la natura dei temi raffigurato, scene di vita oltremondana tratte dal repertorio figurativo del Libro dei Morti, unisce in un’insieme armonico la decorazione della sala funeraria e della porta d’ingresso.
Sulla facciata esterna, il battente raffigura Sennedjem con la moglie e la figlia in adorazione di Osiride e della dea Maat; il dio è seduto in trono, con la tiara-atef, gli scettri reali e il bastone-uas, verde come il volto e le mani, a simboleggiare il potere di Osiride anche sui cicli eterni della rinascita vegetale.
Nella scena inferiore, il defunto compare seguito dai figli, mentre rende omaggio alla sintesi divina di Ptah-Sokari-Osiri e a Iside.
La facciata interna della porta presenta Sennedjem e la sposa Iyneferty seduti sotto un padiglione di canne; la coppia indossa una parrucca sormontata da un cono di grasso aromatico e quella della donna è ornata da boccioli di loto, fiore dal profumo divino che donava vita eterna.
L’artigiano sta giocando alla senet, un gioco popolare che assume, in contesti funerari, forti valenze simboliche: il defunto scommette il destino dell’anima, se vince sopravviverà.
La scena si chiude con una ricca tavola d’offerta e provvigioni d’ogni genere per il sostentamento di Sennedjem.
Al di sotto una lunga iscrizione riporta estratti del Libro dei Morti: il primo è una preghiera agli dei dell’eternità affinché non chiudano le porte al defunto ( Capitolo 72) e il secondo legittima il desiderio dello spirito giustificato di giocare alla senet anche nell’Oltremondo ( Capitolo 17).
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
Propongo un breve testo estratto dell’inizio delle annotazioni scritte al momento dello spostamento del sarcofago in luogo più sicuro. La prima linea è tratta dal sarcofago di Sethi I.
La seconda riga, senza particolari rilievi, è inserita solo in lettura e recita:…. fu traslato fuori dalla sua tomba affinché venisse portato da colui che è……. Stesura grammaticalmente complessa ma dal significato indubbio.
A questo punto le tre linee iniziali mi portano a questa ipotesi di traduzione:
“Anno 18 ?, 4° mese peret (inverno), giorno 13 ?, per il re (figlio di Amon). Giorno in cui viene trasportato via il re (Men Maat Ra Sethy Mery Ptah) vita, prosperità e salute, e fu traslato fuori dalla sua tomba affinché venisse portato da colui che èsulla altura (lett. alto luogo) ? = ( kAy) di Inhapi che appartiene al grande luogo ? ( st Aat ), da parte del profeta di Amon-Ra, Ankhefenamon figlio….”
Diverso il caso della linea tre che inizia con una parola la cui bibliografia è da valutare ed è proposta la traduzione nella immagine.del testo
La prima parola, traslitterata qAy, viene tradotta da Faulkner/Vygus, come: altura, altopiano, (Lett.terra alta). La parola termina (ma non ne sono certo) con due segni = O39, e N35.
Questo è il primo quesito ? Tutti i segni formano una parola sola ? dove la si può trovare in bibliografia.?
Nel prosieguo della frase, si trova la parola composita: ( st Aat ) “che appartiene al grande luogo”. Non ci sono riferimenti. Secondo me si riferisce alla monumentalità del sito di Deir el Bahari.
Secondo quesito ? cosa ne pensate
A seguire il nome di Ankhefenamon, preceduto dai suoi titoli, che si affronterà nella linea, la quattro.
Legno stuccato e dipinto Altezza cm 35,6, larghezza cm 12,5, lunghezza cm 20 Deir el-Medina, tomba di Sennedjem Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886 Museo Egizio del Cairo – JE 27299
Le statuine funerarie che avrebbero dovuto lavorare per il defunto nell’aldilà, rispondendo alla chiamata del loro padrone, come indica il loro nome ushabty ” i rispondenti” erano deposte all’interno di cassette lignee dipinte.
Khonsu, “Servitore nella Sede della Verità”, visse e lavorò nel villaggio operaio di Deir el-Medina, dove alloggiavano i costruttori delle tombe regali nella Valle dei Re.
Del suo corredo funerario faceva parte una cassetta destinata a contenere gli ushaty preparati per la sua sepoltura.
La sommità a doppia volta è delimitata da due pannelli verticali e le quattro pareti laterali sono decorate da vivaci disegni, che rappresentano Khonsu sia da vivo sia mummificato.
Su un lato Khonsu è seduto accanto alla moglie, entrambi indossano vesti eleganti e indossano una parrucca sormontata da un cono profumato.
Sul lato opposto, invece, la mummia del defunto è purificata dal figlio Nakhtmut, nel corso di una cerimonia rituale.
Su entrambi i i lati brevi della cassetta compare la Mummia di Khonsu stante.
Brevi iscrizioni geroglifiche, recanti il nome e i titoli del defunto, incorniciando le scene figurate.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto, nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
La regina della seconda dinastia Nimaathap, è stata descritta QUI.
Come consueto mi permetto di presentare l’analisi filologica dell’antroponimo della sovrana e della titolatura assegnata alla regina.
Come ormai siamo abituati a riscontrare, anche in questo caso si tratta pienamente di scritture difettive con conseguente difficoltà per una corretta traslitterazione e traduzione. Ogni egittologo ha dato e darà la sua personale interpretazione dei segni.
Mi permetto solo di richiamare l’attenzione dei membri del Gruppo alle iscrizioni geroglifiche che sono presenti su Wikipedia. Se da un lato è apprezzabile e pregevole il gesto di offrire al consultatore una interpretazione degli antroponimi e delle titolature, molto spesso riscontro traduzioni non corrette oppure “vecchie”. Spesso si tratta di traduzioni prese da testi stranieri che definire classici e indubbiamente positivo, ma sovente sono testi sorpassati.
Come spesso scrivo la filologia egizia è un divenire. Gli studi filologici si aggiornano di continuo e, ad esempio, una grammatica come quella del Gardiner (sulla quale si sono formati fior di egittologici di tutti i continenti) è ormai da considerare desueta e impraticabile a fronte di pubblicazioni più recenti ed autorevoli.
Nimaathap (anche Nimaat-hapi o Nimhap-maat; “Verità di Hapy”) (Menfi, dopo il 2680 a.C.) è stata una regina egizia tra la II e la III dinastia, nota per il culto postumo di cui fu oggetto nel corso di vari secoli.
Il nome di Nimaethap fu trovato su sigilli di argilla scoperti principalmente nella tomba del faraone Khasekhemwy, l’ultimo sovrano della II dinastia. Altri sigilli sono stati trovati a Beit Khallaf nei luoghi di sepoltura delle tombe mastaba K1 e K2 ; tuttavia, i rapporti dei proprietari originali della tomba con Nimaethap sono sconosciuti. Il suo nome compare anche su frammenti di lastre di pietra provenienti da Heliopolis.
La mia tavola di traduzione dei titoli di Nimaethap.
Questi mostrano Nimaethap inginocchiata ai piedi del faraone Djoser , insieme alla moglie di Djoser, la regina Hetephernebti e la figlia di Djoser, la principessa Inetkaes. Il rilievo viene valutato come prova che Nimaathap era ancora viva in quel momento e che ha partecipato ad almeno una cerimonia Heb-Sed. Il nome di Nimaethap non compare nella necropoli piramidale di Djoser a Saqqara ; lì, il suo nome fu sostituito dalle raffigurazioni del dio del dolore e delle mummie, Anubis.
Un frammento recante il Nome di Nimaethap al The Petrie Museum of Egyptian Archeology (2015).
Il nome di Nimaathap compare anche in un’iscrizione tombale dell’alto ufficiale Metjen, che ricoprì cariche sotto i re Huni e Sneferu. Metjen era “sorvegliante della casa Ka di Nimaethap”; così ha supervisionato e amministrato il culto funerario per la regina. Gli egittologi lo prendono come una prova di quanto deve essere stato famosa Nimaethap durante il periodo dell’Antico Regno.
Iscrizione nella mastaba di Metjen, che menziona la madre del re Nimaathapi; III/IV dinastia dell’antico Egitto, Neue Museum Berlin.
Il nome di Nimaethap è anche letto come Nimaathapi ; il suo nome è collegato al dio della terra Hapi. Questo è simile al nome della regina Khenthap della prima dinastia. In entrambi i casi alcuni studiosi ritengono che la connessione tra i nomi della regina e il dio Apis si riferisca a un titolo del re introdotto un po’ più tardi: toro di sua madre. Un’antica lettura una volta era Hepenmaat , perché la sillaba “Hapi “non era ancora riconosciuta come il nome di Hapy.
Titoli:
Come regina, Nimaathap portava diversi titoli d’élite:
• Madre di un re (egiziano: Mwt-neswt-bity ). Il titolo più importante di Nimaathap, a dimostrazione del fatto che ha dato alla luce almeno un re.
• Madre di figli reali (egiziano: Mwt- mesw -nesw ). Questo titolo unico potrebbe indicare che Nimaathap diede i natali a diversi pretendenti al trono.
• La moglie del re (egiziano: hemet -nesw ). Questo titolo appare su una tazza di granito, ma l’autenticità del manufatto è messa in dubbio dagli studiosi.
• Colei che dice qualcosa ed è fatto (per lei) immediatamente (egiziano: Djed-khetneb-iret-nes ). Un titolo raramente menzionato di poteri esecutivi, che dava alla regina il diritto di dare qualsiasi comando alla corte reale.
• Sigillatore del cantiere navale (egiziano: Sedjawty-Khwj-retek ). Non è chiaro se questo titolo fosse effettivamente suo, o se il barattolo appartenente al sigillo provenisse semplicemente dal (anonimo) funzionario del cantiere navale.
Famiglia:
Nimaathap è generalmente vista come la regina consorte del faraone Khasekhemwy. Ciò si basa sul fatto che la maggior parte dei suoi sigilli sono stati trovati nella tomba di Khasekhemwy ad Abydos . Non si sa quanti figli avesse Nimaathap. Djoser, il suo immediato successore Sekhemkhet e il suo successore Sanakht sono visti in modo variabile come suoi figli.
Ruolo storico:
Si ritiene ora che Nimaethap fosse una principessa della casa reale settentrionale. Quando Khasekhemwy combatté nell’Alto Egitto e vinse, Nimaathap fu consegnato come una sorta di trofeo.
Gli studiosi sono ora anche convinti che Djoser sia stato davvero il fondatore di una nuova dinastia perché Djoser e Nimaethap seppellirono Khasekhemwy nel cimitero thinita di Abydos, ma Djoser fondò un nuovo cimitero menfita a Saqqara.
Djoser seppellì suo padre nel luogo da cui proveniva la casa di Khasekhemwy. Insieme, Djoser e Nimaethap hanno organizzato la sepoltura.
Dopo questo, Nimaathap probabilmente mantenne suo figlio per alcuni anni, come potrebbe indicare il frammento di rilievo di Heliopolis. Dopo la sua morte, Nimaethap è stata ovviamente ricordata a lungo e onorata come co-fondatrice di una nuova dinastia, come dimostra il servizio funerario del sacerdote funerario della IV dinastia Metjen.
La Tomba:
La tomba di Nimaathap non è stata identificata con certezza. Alcuni egittologi considerano sua la mastaba K1 a Beit Khallaf, perché all’interno di questa tomba è stata trovata una notevole quantità di impronte di sigilli con il suo nome. Altri studiosi pensano che Nimaathap fosse sepolta ad Abydos, a causa del suo matrimonio con Khasekhemwy. Ma poi forse fu sepolta da qualche parte ad Abusir, perché un alto funzionario di nome Metjen era responsabile del culto funerario attorno a quella regina. Di solito, il sovrintendente di un culto funerario veniva sepolto vicino alla tomba da lui supervisionata.