Details of the coffin found in Valley of the Kings tomb KV 55.
Inside was believed to be the mummy of the heretic King Akhenaten.
The tomb, like the king it contained, is controversial and only made worse by its poor excavation by men who were capable of doing a much more professional job.
Add to the mess no photographs appeared to have been taken during the taking apart of the mummy found in this most outstanding royal coffin that had been found up to that time.
The missing cartouche inlay down the center of the lid was likely a jewel made of carnelian or glass to match the color scheme of the coffin. This inlay was not violently hacked at and likely was not destroyed during its removal. Instead, it appears to have been popped out with a sharp instrument which may have left its mark in the wood on the upper right side of the slot creating no damage to the delicate surrounding inlays.
Egyptian Museum Caïro
Two years of DNA testing and CAT scans on 16 royal mummies conducted by Egypt’s Supreme Council of Antiquities, however, gave the firmest evidence to date that an unidentified mummy – known as KV55, after the number of the tomb where it was found in 1907 in Egypt’s Valley of the Kings – is Akhenaten’s.
La mummia di Nesparehan, un sacerdote di Amon della XXI Dinastia, fu esaminata nel 1920 da Ruffer e mostra i tipici segni del collasso dei corpi vertebrali dovuta alla tubercolosi e della conseguente cifosi
Fino a pochi decenni fa le prove delle malattie infettive nell’Antico Egitto erano sostanzialmente indiziarie, non potendo dimostrare la presenza dell’agente infettivo nelle mummie pervenute fino a noi. La possibilità di analizzare il materiale genetico o di rintracciare antigeni specifici costituisce ora un grosso aiuto, ma le difficoltà procedurali sono comunque notevoli – si vedano tutte le contestazioni fatte al lavoro pubblicato da Hawass nel 2010 sull’analisi del DNA delle mummie reali della XVIII Dinastia.
Non aiuta inoltre la quasi totale mancanza di riferimenti diretti nei papiri medici – ricordiamoci infatti che la medicina egizia trattava i sintomi, ma aveva scarsissima conoscenza delle cause.
Per questo motivo – la mancata correlazione diretta con le patologie – i rimedi utilizzati dai medici egizi verranno trattati successivamente sulla base invece dei sintomi.
LA TUBERCOLOSI (Mycobacterium tubercolosis)
Il Mycobacterium tubercolosis (Bacillo di Koch) come lo conosciamo oggi, al microscopio elettronico
Ci sono evidenze della presenza di tubercolosi, probabilmente veicolata dai bovini, fin dalle prime dinastie con statuette che raffigurano persone con il morbo di Pott (infezione della colonna, che inizia in un corpo vertebrale e spesso si diffonde a vertebre adiacenti, con un restringimento dello spazio discale tra di esse causando deformazioni tipiche della colonna vertebrale).
Riproduzione di una statuetta dell’Antico Regno con i segni di cifosi da tubercolosi
Segni di spondilite da tubercolosi in mummie della necropoli tebana (Nuovo Regno). Si nota la perdita di materiale osseo (osteolisi) che arriva alla perforazione dei copri vertebrali (da Zink, Albert, et al. “Molecular analysis of skeletal tuberculosis in an ancient Egyptian population.” Journal of medical microbiology 50.4 (2001))
Come appaiono con le moderne metodiche gli effetti della tubercolosi spinale con la distruzione dell’osso vertebrale: risonanza magnetica e TAC di un caso di tubercolosi spinale a livello delle vertebre lombari L4-L5 e della prima vertebra sacrale, con la cosiddetta “carie vertebrale” ed estese alterazioni erosive
Reperti radiografici di lesione distruttiva tubercolare a livello delle vertebre toraciche T5-T7 in un paziente di 14 anni, molto simile a quella della mummia di Nesparehan
Anche in questo caso, però, si è dovuta aspettare la fine del XX secolo per avere le prove definitive della tubercolosi nell’Antico Egitto. Anche la prima mummia in assoluto sottoposta ad esame autoptico (la cosiddetta “mummia del Dr. Granville” dal medico che la esaminò nel 1825) ed il cui decesso fu inizialmente (ed erroneamente) attribuito ad un carcinoma ovarico, fu causata dalla tubercolosi.
La “mummia del Dr. Granville” si chiamava Irtyersenu e visse nel VII secolo BCE. La sua autopsia aprì il campo alla paleopatologia moderna. Soffriva di un tumore ovarico, che alla luce delle moderne tecniche di indagine si è scoperto benigno, mentre i suoi polmoni erano devastati dalla tubercolosi.
Evidenza di tubercolosi in un bambino di circa 6 anni. La malattia ha colpito la colonna vertebrale in larga misura, distruggendo completamente i corpi di alcune vertebre lombari con conseguente collasso spinale e una forte angolazione della colonna vertebrale indicata come morbo di Pott.
LA LEBBRA (Mycobacterium leprae)
La lebbra è un’infezione progressiva cronica, acquisita con il contatto stretto e prolungato con la persona infetta (spesso un componente famigliare). Le manifestazioni più evidenti sono deformità dovute a noduli nella pelle e la perdita di sensibilità periferica che conduce spesso alla perdita delle dita delle mani e dei piedi.
La lebbra è causata dal Mycobacterium leprae, un patogeno obbligato che non può crescere se non in un ospite vivente; predilige cute e nervi causando neuropatia periferica con perdita definita di sensibilità e disabilità. Il Mycobacterium leprae può essere riconosciuto nei resti scheletrici umani dai tipici cambiamenti paleopatologici riscontrati principalmente nella regione naso-mascellare del viso, nelle ossa lunghe delle braccia e delle gambe e nelle piccole ossa delle mani e dei piedi. E’ simile al Mycobacterium tuberculosis, dal quale si distingue per una dimensione del genoma sensibilmente più corto. La malattia è nota all’uomo da tempo immemorabile. Il DNA prelevato dai resti di un uomo scoperto in una tomba vicino alla città vecchia di Gerusalemme è la prima dimostrazione della lebbra finora riscontrata. I resti sono stati datati con metodi al radiocarbonio all’1–50 d.C. La malattia probabilmente ebbe origine in Egitto e in altri paesi del Medio Oriente già secoli prima, ma al momento non ne abbiamo prove.
Ad oggi ci sono solo sospetti di lebbra in alcune mummie dell’epoca tolemaica (la prima apparizione relativamente sicura con l’esame del DNA risale al IV-V secolo CE), ma esiste un riferimento nel Papiro Ebers molto misterioso (Ebers 874) in cui si parla del “tumore di Khonsu” (aaa net khonsu):
“…è terribile ed ha molti noduli; ha qualcosa dentro come se fosse aria di cui è gonfio…non farai nulla per guarirlo”
I terribili effetti della lebbra: è questo il “tumore di Khonsu” del papiro Ebers?
È quindi “un male che non posso curare”; l’identificazione non è però così semplice: molti termini sono ancora oscuri e misteriosi, e alcuni Autori hanno riferito questi sintomi alla peste – di cui però non c’è traccia nelle mummie pervenute fino a noi e da cui l’Egitto apparentemente rimase immune fino alla conquista islamica.
IL FRUTTO DELLA RELAZIONE SEGRETA TRA HATSHEPSUT E SENENMUT?!?!? UNA TEORIA SUGGESTIVA MA IMPROBABILE
Di Luisa Bovitutti
Il viso di Maiherpri….. chissà che luminoso futuro lo attendeva…..
Nel 1899 Victor Loret scoprì nella Valle dei Re, accanto alla tomba di Amenhotep II, un pozzo che conduceva ad una camera sepolcrale dalle pareti grezze, in seguito nota con la sigla di KV36, che era stata profanata già nell’antichità e spogliata di buona parte degli oggetti preziosi, della biancheria non funeraria e degli abiti del ricco corredo.
Tuttavia i ladri avevano lasciato oltre alla mummia ed ai sarcofagi, anche un magnifico papiro iscritto con i testi del Libro dei Morti e recante il ritratto, il nome ed i titoli del proprietario, resti di piante, pane, pezzi di carne, vasi di pietra e ceramica, una ciotola in terracotta blu con il disegno in nero di due pesci e di una gazzella con il suo piccolo, vasi per unguenti, quattro piccoli sigilli, due collari per cani uno dei quali con la scritta “La cagna della sua casa chiamata Ta niut”, due braccialetti, settantacinque frecce, due faretre, una scatola per il gioco del senet e le relative pedine, i vasi canopi e il loro scrigno, un letto di Osiride, orecchini, perline, parti di un collare, amuleti.
La ciotola in faience azzurra con disegni di pesci, di vegetazione e di una gazzella che allatta il suo piccolo
La mummia portava una maschera dorata con occhi di diaspro bianco ed era custodita all’interno di due sarcofagi antropomorfi ricoperti sia all’interno che all’esterno di bitume; essi erano a loro volta contenuti in un sarcofago a forma di parallelepipedo, in legno di cedro dipinto di nero con geroglifici in foglia d’oro, molto simile a quelli trovati nella tomba di Yuya e Tuya.
La maschera funeraria
Nel sepolcro c’era anche una terza bara antropoide inutilizzata, probabilmente perché non ci stava nel sarcofago più grande, come ci ha spiegato Andrea Petta a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/12/23/un-antico-errore/
Il corpo, che nell’antichità i predatori avevano profanato con un’ascia per impadronirsi degli amuleti e dei gioielli nascosti su di esso, fu sbendato il 22 marzo 1901 da Georges Daressy, che rinvenne sulla mummia e nel sarcofago la placca d’oro destinata a coprire l’incisione praticata per l’imbalsamazione, lo scarabeo del cuore e una dozzina di gioielli oltre a due lastre d’oro poste sotto le piante dei piedi, probabilmente la suola di un paio di sandali d’oro, segno inequivocabile delle origini reali del defunto.
Il sarcofago esterno a forma di parallelepipedo
L’uomo inumato in quella tomba era morto tra i venticinque ed i trent’anni, così come confermato da recenti studi sulla mummia (inizialmente Daressy aveva ipotizzato vent’anni) era di probabili ascendenze nubiane, desunte dal colore scuro della pelle, dalla parrucca a fittissimi ricci neri da lui indossata, dal suo corredo funerario, che comprendeva frecce, faretre, un bracciale da arciere ed una collana di cuoio, prodotti tipici del paese nubiano di Wawat e dal suo ritratto che figura sul papiro trovato nella sepoltura, che lo rappresenta con la pelle nera.
Particolare del Libro dei morti con l’immagine del defunto
Un braccialetto a sezione triangolare realizzato in ebano intarsiato in avorio
Il nome del giovane era Maiherpri, che significa “Il leone del campo di battaglia”, e portava il titolo di “Figlio del Kap”; inoltre era “Portatore del flabello alla destra del re”, o “Portatore di flabello del Signore delle Due Terre lodato del perfetto Dio”, titolo che ricorre su tutti gli oggetti del suo corredo funerario e che era conferito solo a chi aveva una particolare vicinanza con il sovrano, in particolare ai suoi figli.
Uno stretto legame con il Faraone emerge anche dal suo papiro funerario, nel quale viene definito come “uno che segue il re nelle sue marce verso il Paesi esteri del nord e del sud”, nonché “compagno del Re”, e dal fatto che gli fu concesso il grandissimo onore di essere sepolto nella Valle dei Re. Il suo titolo di Portatore dello stendardo reale mostra il ruolo effettivo che avrebbe svolto nel suo servizio militare.
I due collari per cani facenti parte del corredo funerario suggeriscono che forse egli era anche custode dei cani da caccia del faraone.
Il collare per il cane
Il sacrario dei canopi di Maiherpri è a forma di santuario su slitta con coperchio a cornicione, rivestito di bitume e decorato con fasce di testo dorate e divinità funerarie; è alto 59 cm. con una base di 52 cm x 52 cm..
I quattro vasi canopi di calcite sono stati trovati avvolti in teli di lino, con solo il volto esposto; recano iscrizioni intarsiate di pasta vitrea blu e hanno il coperchio a forma di testa umana probabilmente non originale perché non si adatta alla bocca del vaso.
Uno dei quattro vasi canopi
Sia Loret che Maspero datarono la mummia alla XVIII dinastia, e, dal momento che Daressy gli aveva attribuito una somiglianza con i thutmosidi, ritennero che Maiherpri potesse essere un principe reale nato dall’unione del Faraone con una concubina nubiana, vissuto tra il regno di Hatshepsut e al più tardi quello di Amenhotep III.
La mummia tuttavia era avvolta con teli di lino, uno dei quali recava su di un angolo un’iscrizione in parte ricamata in parte scritta ad inchiostro che rappresentava l’avvoltoio Nekhbet ed il cobra Uadjet sulle loro ceste che avevano alla loro sinistra il segno nefer, il segno ankh e la piuma di Maat ed alla loro destra il cartiglio di Maat ka ra (Hatshepsut).
Il pozzo che dà ingresso alla tomba sotterranea
Questo labilissimo indizio indusse la grande egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt ad ipotizzare qualche decennio orsono e con molta circospezione la teoria secondo la quale il giovane potesse essere figlio della sovrana e del suo grande architetto Senenmut, anch’egli probabilmente nubiano e di pelle scura come Maiherpri e da quanto si poteva arguire dai ritratti disponibili, con lo stesso naso sottile e le labbra leggermente pronunciate (anch’egli figlio del kap, probabilmente di Thutmose I, per la cui storia rinviamo ai bei post di Grazia Musso e Nico Pollone, a questo link https://laciviltaegizia.org/…/senenmut-il-grande…/.
La studiosa ipotizzava addirittura che Hatshepsut avesse conosciuto Senenmut quando ancora era re suo padre Thutmose I, ed avesse intessuto con lui una relazione extraconiugale, dalla quale sarebbe nato Maiherpri quando già aveva sposato Thutmose II ed era diventata madre di Neferura.
Il piccolo avrebbe avuto circa quattro anni quando Thutmose II salì al trono, e pur essendo stato tenuto nell’anonimato perché frutto di un adulterio, avrebbe ricevuto un’educazione degna del suo rango, crescendo a contatto con la regina della quale sarebbe diventato il paggio preferito ed assumendo il titolo di portatore di flabello alla destra del re, di diritto riservato alla prole reale.
L’intrigante teoria peraltro non ebbe seguito in quanto sugli oggetti del corredo funerario egli non è mai definito come “Figlio del re”, per cui è da escludere che fosse un principe di sangue reale.
Catharine Roehrig, curatrice della sezione egizia del Metropolitan di New York, sulla base delle caratteristiche stilistiche degli oggetti del corredo della KV36 colloca la sepoltura in un periodo compreso tra la morte di Hatshepsut e la distruzione sistematica del suo nome e delle immagini, intervenuta vent’anni dopo la sua morte; in particolare la maschera funeraria è simile a quella di Hatnefer (madre di Senenmut); il sarcofago antropoide interno ha una forma “arcaica”, caratterizzata dalla lunga parrucca tipica dei primi tempi della Diciottesima dinastia; quello inutilizzato ha lo stesso viso ampio, gli occhi spalancati ed il naso leggermente appuntito di alcuni rappresentazioni di Hatshepsut.
Il ricercatore milanese Christian Orsenigo posticipa la datazione al periodo intercorrente tra il regno di Thutmose IV e quello di Amenhotep III, trovando analogie tra molti oggetti della KV36 ed altri rinvenuti nella tomba delle tre mogli straniere di Thutmose III a Wadi Gabanât el Qurûd – come i vasi canopi, i vasi per unguenti in calcite, i braccialetti in maiolica, una perlina di corniola e una perlina “occhio” di vetro policromo, nonché un bocciolo di ninfea intarsiato, oltre che somiglianze tra il sarcofago di Maiherpri e l’esterno di quelli di Kha e Merit e di Yuya e Tuya, e tra i canopi di Maiherpri e quelli dei suoceri reali di Amenhotep III.
Questa datazione è oggi la più accreditata: egli potrebbe essere stato un principe straniero mandato a studiare in Egitto, per prepararsi a governare un territorio vassallo. In effetti, pur essendo morto giovane, Maiherpri era già Portatore di ventaglio alla destra de re, titolo di solito usato dai viceré di Kush durante il Nuovo Regno.
Journal of Association of Arab Universities for Tourism and Hospitality (JAAUTH) Volume. 16, June 2019, No.1, Page. (1 – 11). Maiherpri’s Canopic Chest (CG24005) and Jars (CG.24006) from the Cairo Museum, A Full Publication MANAL B. HAMMAD – MARIAM A. GERGES
ORSENIGO C., Revisiting KV36: The Tomb of Maiherpri. In: KMT. A Modern Journal of Ancient Egypt, 28/2 (Summer 2017), pp. 22-38 a questo link: https://www.academia.edu/…/Christian_Orsenigo…
Amenirdis I (throne name: Hatneferumut) was a God’s Wife of Amun during the 25th Dynasty of ancient Egypt.
She also held the priestly titles of Divine Adoratrice of Amun and God’s Hand. Biography She was a Kushite princess, the daughter of Pharaoh Kashta and Queen Pebatjma.
She is likely to have been the sister of pharaohs Shabaka and Piye.
Kashta arranged to have Amenirdis I adopted by the Divine Adoratrice of Amun, Shepenupet I, at Thebes as her successor.
This shows that Kashta already controlled Upper Egypt prior to the reign of Piye, his successor.
She ruled as high priestess approximately between 714 and 700 BCE, under the reigns of Shabaka and Shabataka, and she adopted Piye’s daughter Shepenupet II as her successor.
Upon her death, she was buried in a tomb in the grounds of Medinet Habu.
Shepenupet II (alt. Shepenwepet II, prenomen: Henutneferumut Irietre) was an ancient Egyptian princess of the 25th Dynasty who served as the high priestess, the Divine Adoratrice of Amun, from around 700 BC to 650 BC.
She was the daughter of the first Kushite pharaoh Piye and sister of Piye’s successors, Shabaka and Taharqa.
Si tratta dell’ufficiale Amenemheb, titolare della tomba TT85. Il militare è anche conosciuto con il soprannome di Mahu.
Volendo arricchire il lavoro svolto da Luisa avrei piacere di presentarvi due brevissimi frammenti della sua autobiografia che l’ufficiale fece incidere sulle pareti della sua sepoltura.
Il lavoro qui allegato deriva da una pubblicazione che ho fatto nel 2020. All’epoca, per agevolare la lettura di coloro che non conoscono i geroglifici, avevo già iniziato a suggerire la pronuncia, ma non usavo ancora i codici IPA. Si tratta di un primo tentativo (appena sufficiente) usando la scrittura della fonetizzazione colloquiale.
The high curved back of the Ceremonial Throne of Tutankhamun is fitted to a stool with crossed legs carved to represent the necks and heads of ducks. The deeply curved seat (designed to hold a cushion) is inlaid with ebony and ivory in imitation of a spotted animal skin.
ebony and ivory…..
The glory of this chair is the back; it is made of wood covered with gold foil and is inlaid with semi-precious stones and colored glass. On the upper part of the back, we see the vulture goddess with her outspread wings protecting the names of the king.
It seems that this throne was made early in the reign of Tutankhamun because of his name, which is written in the royal cartouche as Tutankhaten.
Gilded Footstool of Tutankhamun Decorated with Prisoners. Wood, Gesso, Faience Tomb of Tutankhamun, Antechamber JE 62046-SR 1/881-Carter 90
It was most probably used by the king during hunting and we deduce this from the decoration especially on the seat of the throne.
From the Tomb of Tutankhamun (KV62).
Collection of the Egyptian Museum, Cairo. JE 62030