Luce tra le ombre

IL “WiFi” DI EDFU

Di Nico Pollone

La raffigurazione del “wifi” di Edfu ha sempre posto il quesito di cosa rappresenti l’offerta che è tenuta in mano dal personaggio. E’ stata trattata in precedenza QUI

C’è da sottolineare che queste rappresentazioni sono due e si trovano entrambe nella “Salle d’offrande” del tempio di Edfu.

La posizione dei rilievi nel tempio

Non si è arrivati a dare una interpretazione certa e nel post che ho indicato si cita una ipotesi.

Nel formulare una idea, io ho seguito ciò che esprimono i testi che sono collegati alle raffigurazioni.

I testi che accompagnano le due raffigurazioni non sono uguali e citano mansioni differenti che però portano a indicare le offerte come carni in generale, di bovidi o uccelli. Le mansioni sono definite come servo e maggiordomo/cuoco nel riquadro e di macellaio capo sovrintendente del macello di Ra nell’altro riquadro B (molto più danneggiato).

Per il segno del Wifi, la rappresentazione conduce ai segni di scrittura che vanno da F41 e similari: F41A: Vertebre convenzionalmente raffigurate, o F43: Costine di manzo.

Più difficile interpretare la seconda offerta . Seguendo il testo, oltre alla rappresentazione di un pezzo di carne, si può pensare a un vasetto di grasso animale, dai dizionari definito anche “olio denso”, perciò non assimilabile all’olio da spremitura che sarebbe oltretutto raffigurato con un altro tipo di recipiente.

Pictures

Mummy mask of a man

By Jacqueline Engel

This mask would have covered the head of the mummy of a an Egyptian man. It is highly decorated with images of protective amulets and gods to aid in the journey towards becoming a glorified spirit in the afterlife. Over the head spread the wings of a vulture while a winged sun disc, symbol of rebirth in the afterlife is on its forehead.

A mummy mask decorated with images of amulets to protect and deities to help and protect the deceased. Some beautiful details, in a pendant the four sons of Horus and on both sides a hawk headed god, the one on the left is holding the white-crown of Egypt. While the one on the right is holding the red crown of Egypt in its hands.

Mummy masks of the Ptolemaic and Roman periods often had gilded faces that reflected the association of the deceased with the gods. This mask has been molded over a core, with layers of mud and linen. They were used to protect and idealize the facial features of the deceased.

Roman Period, ca. 30 BC-395 CE. Gilded and painted cartonnage. From Meir. Now in the Egyptian Museum, Cairo. JE28440

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Kemet Djedu

GIOIELLI D’ORO AD AKHETATON

A cura del Docente Livio Secco

E’ stata annunciata pochi giorni fa la scoperta di una sepoltura femminile ad Akhetaton.

Vi sono stati repertati alcuni gioielli tra cui un anello che riporta un’iscrizione geroglifica.

Ne da una lettura Walter Lucci (“s3.t nb t3wy (sat neb taui), ovvero “FIGLIA del Signore delle due Terre”, ovvero figlia del Faraone.“) che, secondo me, va parzialmente corretta. Infatti Walter legge una t sola invece di due.

Per lo spazio disponibile è evidente che se la prima fa riferimento al codone, mettendosi sulla sua schiena nella classica metatesi grafica relativa abituale ai due segni (codone + pagnotta), la seconda t è in metatesi grafica del secondo sostantivo maschile nb convertendolo al femminile.

La seconda pagnotta non può riferirsi al terzo sostantivo  poiché questo è già espresso al duale maschile con desinenza wy.

La traduzione che ne viene fuori è LA FIGLIA DELLA SIGNORA DELLE DUE TERRE che è anche un epiteto per una regina. Resta il mistero del motivo per cui sia presente un attributo simile piuttosto di uno molto più importante di FIGLIA DEL RE. Sarebbe davvero importante (storico?) riuscire ad identificare la proprietaria di questo anello.

Allego le immagini dell’anello in questione. Una ha i colori in negativo. Spesso è utile per vedere eventuali segni che sono sfuggiti ad una prima analisi.

Arte militare

QADESH – L’interrogatorio degli esploratori catturati

Di Livio Secco

Nell’ormai lontano 2020 ho pubblicato un articolo su un evento particolare avvenuto poco prima che si svolgesse la battaglia di Qadesh.

L’evento fu così importante che il faraone Ramesse II lo comprese nella sua esposizione grafica e narrativa. Il suo dettaglio ci sorprende ancora oggi per la drammaticità della tortura alla quale furono sottoposti i militari nemici.

Noi qui ripercorriamo rapidamente gli eventi che portarono alla battaglia e poi, filologicamente, analizziamo la didascalia relativa ai due sfortunati esploratori che caddero nelle mani degli Egizi.

Anni fa ebbi già l’idea di fonetizzare la pronuncia italiana per coloro che non conoscono la scrittura geroglifica e quindi non la sanno leggere. All’epoca, diversamente da oggi, non usavo ancora la codifica IPA, ma semplicemente davo le indicazioni colloquiali.

Spero che apprezziate il lavoro ugualmente.

Per coloro che fossero interessati alla narrazione completa della pianificazione e sviluppo della guerra che portò Ramesse alla battaglia di Qadesh do il collegamento per trovare il testo: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/storia-e…/624937/qadesh/

C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

MENTUHOTEP II (HORO SAMTAWY)

Di Piero Cargnino

Il Medio Regno nel quale Manetone fa confluire due dinastie, la XI e la XII, in realtà ha inizio solo alla fine della XI dinastia con la riunificazione dell’Egitto ad opera di Mentuhotep II, figlio di Antef III, che regnò dal 2061 al 2010 a.C. circa. L’XI dinastia inizia nel Primo Periodo Intermedio o, meglio, in quella fase in cui si fa più aspra la rivalità fra Tebe ed Eracleopoli. I tre Antef che precedono Mentuhotep II hanno gettato le basi e preparato la strada al loro successore.

Sono molti gli studiosi che considerano la nascita del Medio Regno con l’avvento di Mentuhotep II. A Tebe ora è lui a regnare, con lui ha inizio una lunga lotta per sottomettere i governatori della regione del Delta, lotta che durerà fino al suo 40° anno di regno e terminerà con la riunificazione delle Due Terre sotto un unico sovrano.

A lungo si è dibattuto su quale fosse la corretta identità di questo faraone a causa del fatto che per ben tre volte cambiò il suo nome. In un primo momento, senza però adottare il titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto”, assunse il nome di Horo Seankhibtawy. Poi, dopo aver represso una rivolta nei distretti tiniti nel 14° anno di regno, lo cambiò in Netjerihedjet per cambiarlo nuovamente in Samatatwi.

Con l’avvenuta riunificazione dell’Egitto e la sua incoronazione mutò ancora il suo nome in Horo Nebhepetre.

Mentuhotep II fissa la sua residenza a Tebe, la “Città dalle 100 porte”, (Pi-Amon, o Wast, o Niwt per gli egiziani), dove la divinità più importante era Montu, dio della guerra, ma pure un’altra divinità fino ad allora poco conosciuta che diverrà di gran lunga la più famosa, Amon.

Gli anni bui del Primo Periodo Intermedio hanno stravolto l’antica concezione religiosa secondo la quale solo al faraone è riservata l’oltretomba, l’immortalità è adesso raggiungibile da tutti. Mentuhotep II si dedicò alla riorganizzazione dell’amministrazione statale con l’obiettivo primario di indebolire il potere dei nomarchi locali ed il conseguente rafforzamento del potere centrale. L’Egitto era stremato dal lungo periodo passato e richiedeva riforme urgenti per risollevarsi.

Mentuhotep II favorì la nascita di un ceto commerciale e riaprì le cave di pietra di Assuan, dello Uadi Hammamat e di Hatnub. A Tebe fece giungere alti funzionari ed artisti specializzati, in gran parte da Menfi, e presto si giunse ad una rinnovata concezione artistica in cui la letteratura godette di un momento di particolare fioritura. Nascono nuovi generi letterari e la lingua raggiunge la massima purezza ed eleganza. L’egiziano che studiamo ancora oggi è quello scritto e parlato nel Medio Regno, la lingua classica per eccellenza.

Mentuhotep II si dedicò anche alla politica estera provvedendo alla difesa della regione del Delta del Nilo rendendone sicuri i confini orientali ed occidentali. Scese in Nubia, che nel frattempo si era proclamata indipendente e la riconquistò. Sempre a sud Mentuhotep II iniziò l’espansione dell’Egitto superando la prima cateratta per garantirsi lo sfruttamento delle miniere d’oro della Nubia e quelle di Berenice Pancrisia oltre al controllo dell’oasi di Kurkuk.

Dopo molto tempo finalmente ripresero nuovamente le spedizioni commerciali a sud verso Punt, anche grazie alla riapertura della pista commerciale che da Coptos conduce al Mar Rosso. Altre spedizioni si diressero a nord, verso il Libano per procurare legno di cedro. Documenti giunti fino a noi parlano di campagne militari di Mentuhotep II contro le tribù nomadi libiche, i Temehu e i Tenehu e contro gli Amu della Terra di Djahi, i  Setjetiu e i Mentju, popolazioni nomadi della penisola del Sinai.

Tra le mogli del sovrano ricordiamo la regina Tem ma poi sposò anche Neferu, forse una sorella. Mentuhotep II scelse per erigere la sua tomba un pendio roccioso, sulla riva occidentale del Nilo, vicino all’odierna Deir el-Bahari.

Il suo complesso funerario, che egli chiamò “I luoghi (di culto) di Mentuhotep risplendono”, esce da tutti gli schemi precedenti. Gli egittologi concordano solo su un punto, il complesso unisce in se sia elementi delle “tombe-saff, (sepolcri la cui facciata è costituita da file, (saff in arabo), di pilastri), sia elementi dei complessi piramidali.

Henri Edouard Naville e Henry Hall indagarono il complesso per quattro anni, dal 1903 al 1907, Il Metyropolitan Museum di New York incaricò Herbert Winlock di effettuare degli scavi che si protrassero dal 1911 al 1931 ma, come i precedenti, non vennero mai completati. Bisognerà aspettare il 1968, quando il gruppo dell’Istituto archeologico tedesco del Cairo, sotto la guida di Stefan Arnold,  riprenda gli scavi.

Il complesso funerario di Mentuhotep II consisteva in un tempio a valle, i cui resti si trovano oggi sotto i campi sul bordo della valle del Nilo, una lunga rampa cerimoniale e la struttura a terrazze sovrapposte del tempio funerario, la cui parte occidentale è direttamente ricavata nella roccia. La rampa, scoperta, era costeggiata ad intervalli regolari, da statue del sovrano in forma osiriaca. Il tempio funerario si stagliava, coi suoi pilastri di calcare, sullo sfondo della parete rocciosa piena di crepacci, mentre una larga rampa dava accesso al tempio. La rampa si presentava contornata sui due lati da un bosco con file di sicomori e tamerici piantati artificialmente.

Il suo complesso sepolcrale, da lui chiamato “I luoghi (di culto) di  Mentuhotep risplendono”, per il periodo rappresenta un’innovazione in quanto consiste in uno dei primi esempi di architettura del Medio Regno a Tebe ovest di fronte al Grande tempio di Amon di Deir el-Bahari. La falesia tebana ne costituisce lo sfondo del complesso così come per altri templi tra i quali spicca quello della regina Hatshepsut. Ho detto che costituisce un’innovazione in quanto il tempio di Mentuhotep II è il primo caso di transizione dal classico complesso piramidale dell’Antico Regno a quello che sarà il “Tempio di Milioni di Anni” con tomba ipogea del Nuovo Regno.

In questo caso si tratta dell’unione della caratteristica tomba a “Saff” con la mastaba sormontato il tutto dal tumulo primordiale della II dinastia. Scoperto da Lord Frederik Dufferin nel corso di molte missioni svoltesi tra il 1859 ed il 1869 il quale però lo attribuì ad una necropoli. Fu Howard Carter a scoprire il cenotafio nel 1899 ed a pubblicarne il resoconto nel 1901. A differenza di quello di Hatshepsut, abbastanza simile ma di dimensioni più ridotte si trova in cattive condizioni.

Ora andiamo a visitare l’intero complesso cercando di capire come è composto. Secondo l’egittologo Herbert Winlok il complesso a terrazze venne eretto in tre fasi, mentre secondo Arnold in quattro: a) l tempio a valle, di cui oggi non rimane nulla poiché si trova sepolto sotto i campi, b) la rampa cerimoniale scoperta e costeggiata da statue del sovrano in forma osiriaca e c) il tempio vero e proprio formato da terrazze sovrapposte e da una camera funeraria sotterranea.

La facciata orientale del terrazzamento inferiore, con la cosiddetta “Aula a pilastri inferiore”, era costituita da un portico con due file di pilastri diviso a metà dalla rampa di accesso al primo terrazzamento le cui pareti erano decorate con scene di battaglia a rilievo. Una rampa, molto ampia, contornata sui due lati con file di sicomori e tamerici, dava accesso alla prima terrazza e quindi al tempio vero e proprio.

La terrazza si componeva di tre parti, il nucleo centrale in argilla indurita stava a rappresentare il colle primigenio formato da un corpo murario cubico. Intorno, sui quattro lati, si trovava un ambulacro colonnato a sua volta delimitato sui lati nord, sud ed est da un portico a pilastri, la cosiddetta “Aula a pilastri superiore”, costituita da due file di pilastri in calcare. La parte anteriore dei pilastri era interamente ricoperta da bassorilievi che rappresentavano il sovrano con delle divinità e numerose iscrizioni.

All’ambulacro colonnato si accedeva dall’ala orientale dell’aula in corrispondenza dell’asse principale del complesso. L’ambulacro era sostenuto da centoquaranta colonne ottagonali che si ergevano su tre file, ad ovest solo su due. Una scarsa illuminazione proveniva solo dai lucernari presenti nel muro esterno.

Sul lato occidentale della terrazza centrale, dietro agli edifici principali, sono state rinvenute sei tombe a pozzo scavate nel fondo roccioso, sormontate da cappelle costruite con blocchi di calcare con false porte e statue cultuali. Si tratta delle tombe delle regine e principesse della famiglia di Mentuhotep II, Aashait, Henhenet, Kawit, Kemsit, Sadeh e Mayet. Le indagini portano a presumere che siano morte più o meno nello stesso periodo forse per una disgrazia o una epidemia.

Aashait, dalla cui carnagione marrone si deduce che fosse nubiana, il cui rango era palesato sul suo sarcofago dorato, vantava tra gli altri il titolo di “Amata Sposa del Re”, lei e altre tre delle sei donne furono regine e la maggior parte di loro, secondo Arnold, sarebbero tutte appartenenti alla categoria delle “Sacerdotesse di Hathor”, dea protettrice della necropoli tebana. Callender invece pensa abbiano fatto parte dell’Harem di Mentuhotep II in qualità di garanti delle alleanze che il sovrano si sforzava di mantenere per rendere stabile la situazione politica e mantenere unito il paese. Il sarcofago in calcare di Aashait è un manufatto di notevole pregio.

All’interno il corpo della regina giaceva in un sarcofago di legno mentre dalla tomba proviene anche una statua lignea della regina, il tutto è conservato al Museo Egizio del Cairo. Dalla tomba di un’altra moglie, Kawit, fu rinvenuto un sarcofago in calcare con stupendi rilievi, anch’esso oggi si può ammirare al Museo Egizio del Cairo.

In un secondo tempo il complesso di Mentuhotep II venne ampliato verso ovest, al livello della terrazza centrale, formando il cortile colonnato aperto, la sala ipostila, formata da ottantadue colonne ottagonali ed il tempio rupestre, (speos). Lo Speos si trovava nella parte più occidentale del complesso ed era formato da un ambiente stretto e lungo con il soffitto a volta in blocchi di calcare ed il pavimento in arenaria.

Qui fu scoperta una statua del dio Amon assiso ed altri strumenti per il culto delle varie divinità, Amon, Month, Osiride e Hathor. Nella terza parte scenderemo nell’ipogeo ed esamineremo le varie supposizioni avanzate dagli egittologi sia sulla forma che sul significato, soprattutto religioso, del monumento funerario di Mentuhotep II

Proseguiamo nell’esplorazione del tempio funerario di Mentuhotep II e andiamo a visitare l’ipogeo. Superato l’ingresso un corridoio discendente, con soffitto a volta,, lungo alcune dozzine di metri, conduce alla camera funeraria. Indagato da Naville nel 1906 poi da Arnold nel 1971 il corridoio presenta numerose nicchie sulle pareti laterali dove erano collocate seicento figure in legno che riproducono modelli di botteghe, panifici ed imbarcazioni che appartenevano al corredo funerario.

La camera funeraria è costruita in granito con il soffitto a doppio spiovente. Gran parte della camera era occupato da una cappella in alabastro il cui accesso avveniva da una porta di legno a doppio battente. L’assenza di un sarcofago al suo interno venne interpretata da Naville come trattarsi di una camera simbolica per il Ka reale. Arnold arrivò ad una diversa conclusione rifacendosi ad un’altra scoperta curiosa.

Nel 1899, Howard Carter, lo scopritore della tomba di Tutankhamon, stava facendo una cavalcata nella parte anteriore del cortile del complesso di Mentuhotep II quando all’improvviso il cavallo inciampò in qualcosa, sceso per controllare che il cavallo non si fosse ferito, Carter fece una straordinaria scoperta, davanti a lui si presentò un ingresso che accedeva al sottosuolo. In seguito a quell’episodio gli arabi lo chiamarono poi, “Bab el-hussan”, (Porta del cavallo).

Dapprima si presentava come un fossato a cielo aperto poi continuava in un corridoio in mattoni crudi con il soffitto a volta. Carter si inoltro all’interno e, ad una profondità di circa 17 metri scoprì una porta sigillata da un muro di mattoni largo 4 metri. Alle spalle dello sbarramento il passaggio continuava per un tratto verso ovest per poi piegare a nord nella parte terminale. Nel punto in cui il passaggio svoltava Carter scoprì un pozzo profondo circa 2 metri con sul fondo i resti di una cassa di legno sulla quale era riportato il nome di Mentuhotep. Il corridoio continua fino ad un altro pozzo sul pavimento del quale si trova l’ingresso alla camera funeraria situata sotto il tempio.

All’interno furono rinvenuti i resti di un sarcofago vuoto e privo di iscrizioni, oggetti in ceramica e ossa di animali probabilmente offerti in sacrificio. Ma la sorpresa fu il ritrovamento di un oggetto più prezioso di tutti, avvolta in tele di lino fine, una statua di calcare policromo che raffigurava un uomo assiso. La statua raffigura Mentuhotep II con la corona del Basso Egitto, questa è diventata uno dei più celebri reperti custoditi al Museo del Cairo e contrassegnata con la sigla JR 36.1957.

E qui la conclusione cui arrivò Arnold, questa sarebbe una tomba simbolica costruita forse in occasione di una festa sed di Mentuhotep II. Sulla terrazza superiore del monumento, secondo Naville, avrebbe spiccato una piccola piramide, Arnold obiettò che, in assenza di almeno un frammento di roccia che presentasse un’inclinazione tipica delle piramidi, sulla sommità del tempio ci sia stata una massiccia costruzione rettangolare con una bassa terrazza di coronamento, il tutto a rappresentare in forma stilizzata il colle primigenio. Stadelmann avanzò un’ulteriore ipotesi, sull’ultima terrazza avrebbe trovato posto una collinetta di sabbia con alberi, secondo la sua rielaborazione il tutto avrebbe rappresentato una fusione del colle primigenio e della tomba di Osiride dio dei morti.

Indipendentemente dalle varie supposizioni persistono ancora molti dubbi motivati da un’altra importante scoperta, un documento risalente ad oltre mille anni dopo. Come noto a seguito dei crescenti episodi di saccheggio di tombe, i sovrani cercarono di porvi rimedio ordinando periodiche ispezioni alle varie tombe.

Dal Papiro Abbot, risalente all’epoca di Ramesse IX, apprendiamo:

<< Diciottesimo giorno del terzo mese della stagione dell’inondazione, nel sedicesimo anno del regno del sovrano dell’Alto e Basso Egitto, il signore dei due paesi Neferkare Stepenre.……..che viva a lungo, che goda di buona salute e sia prospero……..figlio di Ra……..Ramesse Miamun……piramidi, tombe.…….visitate dagli ispettori……..>>.

Nel documento il complesso di Mentuhotep II viene espressamente definito come una piramide. Malgrado ciò i dubbi rimangono anche perché il Papiro Abbot nomina come piramidi anche altre tombe dell’XI dinastia che in realtà non lo sono affatto.

Graffiti risalenti al Nuovo Regno scoperti nei dintorni, che si riferiscono alla tomba di Mentuhotep II, ricordano una terrazza sormontata da un obelisco con tanto di pyramidion. Il tutto nasce probabilmente da un equivoco, in passato, descrivendo la tomba di un sovrano gli scribi usavano accostare al nome il determinativo che designa la piramide, è probabile che la cosa sia continuata anche quando la tomba del sovrano non era più una piramide.

Comunque sia è innegabile che la forma così originale di questo monumento abbia ispirato gli architetti posteriori. Ciò è testimoniato dal fatto che circa mezzo secolo dopo, proprio vicino a quello di Mentuhotep II, sia stato realizzato il tempio a terrazze della regina Hatshepsut della XVIII dinastia.

Nel 2014, a soli 150 metri dal tempio di Seti I di Abydos, è stata scoperta una cappella funeraria in pietra calcarea, le iscrizioni in essa trovate confermano che trattasi di una cappella del faraone Nebhepetre Mentuhotep II dedicata a Khenti-Amentiu, antica divinità di Abydos.  Le foto di “Luxor Times Magazine” sono pubblicate su autorizzazione de “Il Fatto Storico” rilasciata il 27.04.2021), “Una cappella egizia di Mentuhotep II ad Abydos”, 15 luglio 2014

Fonti e bibliografia:

  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

LA SAGA DEGLI ANTEF

Di Piero Cargnino

Alla morte di Mentuhotep I gli succede il figlio primogenito Antef I (Horo Sehertawy) che si può considerare a tutti gli effetti il primo sovrano della  XI dinastia il quale si fregerà del titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto”, ossia di faraone.

Antef I si scontrò subito con il nomarca di Hierakompolis, il principe Ankhtifi, fedele al sovrano di Heracleopolis Magna. Si è venuti a conoscenza di questo personaggio e di altre notizie relative a questo periodo grazie alla scoperta della sua tomba a El-Moalla la quale reca inciso sulle pareti una specie di autobiografia che lo stesso  Ankhtifi fece incidere.

Fedele al sovrano di Heracleopolis Kaneferra (probabilmente uno dei vari Neferkara heracleopolitani), era in lotta contro la neonata XI dinastia di Antef I. Nella sua  vanagloriosa biografia, Ankhtifi tesse le lodi del suo operato in qualità di nomarca di Hierakompolis omettendo ovviamente di citare la sua eventuale sconfitta ad opera di Antef I, non solo ma la conclude affermando trionfalmente di “aver ridonato vita ai nomoi di Hierakonpolis, Edfu, Elefantina ed Ombos”. Con la vittoria su Ankhtifi e la conquista dei governatorati a sud di Tebe, Antef I si annette anche le città di Coptos e di Dendera capoluoghi del 5° e 6° nomos dell’Alto Egitto proclamandosi quindi faraone. Pare che abbia regnato non più di 16 anni e che la sua tomba sia quella trovata ad el-Tarif nella necropoli tebana detta il “cimitero degli Antef”.

Alla sua morte gli successe al trono il fratello minore Antef II che continuò la lotta contro gli heracleopolitani guidati da Uakhara Khen, in effetti non si trattò di una vera guerra ma più che altro di scaramucce di confine intervallate da periodi di pace. In tali periodi Antef II si dedicò ad opere di costruzione e al restauro di templi. E’ citato da diverse fonti quali il “Papiro Abbott”, dove il suo nome compare come “Sa Ra Intef aha” (figlio di Ra, Antef, grande come suo padre),  e nella “Sala degli Antenati” di Karnak.

Secondo gli studiosi regnò per 49 anni ma la sua stele funeraria fu eretta in occasione del suo 50º anno di regno (?). Su di un’altra stele vengono menzionate le sue vittorie nella conquista dell’Alto e Medio Egitto, si tratta della famosa “Stele dei cani”, oggi conservata al Museo Egizio del Cairo (CGC 20512), che riporta le sue conquiste di Abido e Thinis.

A sud sono stati rinvenuti reperti col suo nome nel santuario del nomarca Hekaib ad Elefantina dove è stata pure ritrovata una statua dove compare con indosso il mantello della festa zed. Alla sua morte anch’egli venne quasi sicuramente sepolto nel “cimitero degli Antef” dove sono state trovate le due stele citate sopra.

Il Papiro Abbott riporta che, a seguito di un’ispezione delle tombe reali voluta da Ramesse IX, quasi mille anni dopo, la tomba di Antef II era ancora inviolata.

Arriviamo dunque all’ultimo degli Antef, il terzo, figlio di Antef II, che successe al padre quando si trovava già in tarda età adottando il nome di “Hor nakht-nebtep-nefer” (forte, Signore del buon inizio) anche se “il buon inizio” (la riunificazione delle Due Terre) avverrà solo con il regno di suo figlio Mentuhotep II.

Non conosciamo a fondo gli avvenimenti che caratterizzarono il suo regno; da alcuni testi si evince che durante il suo regno ci fu una grande carestia che però Antef III affrontò con decisione e la superò grazie alle sue capacità organizzative. Menzionato ad Elefantina per la donazione, al tempio locale di Satis di un portale in arenaria e per la sua opera di restauro della tomba rupestre del nomarca Hekaib che si trovava in rovina.

Di lui si possiedono poche rappresentazioni più che altro realizzate dal figlio che gli succedette al trono. In un graffito scoperto nello Uadi Scatt el-Rigal nei pressi del Gebel Silsila viene raffigurato con la moglie Iah ed al figlio Mentuhotep II. Nel tempio di Montu a Tod si trova una rappresentazione di Mentuhotep II insieme ai tre Antef che lo precedettero.

Il suo regno fu breve, Antef III regnò solo 8 anni e fu sepolto probabilmente nella necropoli tebana nel “cimitero degli Antef” ad el-Tarif. A questo proposito voglio accennare ad un particolare che forse non tutti conoscono, tutti e tre gli Antef furono sepolti in particolari tombe dette a “Saff” che consistono in ipogei caratterizzati da una facciata a pilastri con uno o più ingressi. Dopo l’ingresso esterno si estendeva un cortile recintato lungo un centinaio di metri, delimitato dalla facciata a pilastri dalla quale si accedeva alle varie stanze funerarie interne. Pare certo che la tomba di Antef III comprendesse anche una piramide, oggi distrutta che si chiamava “Saff el-Kisasiya”.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999 Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012
Mai cosa simile fu fatta, Statue, XVIII Dinastia

LA STATUARIA DELLA XVIII DINASTIA

Di Grazia Musso

Il Nuovo Regno ha fornito un enorme contributo alla storia dell’arte egizia.

Gli artisti toccarono il loro apice qualitativo con le statue di genere ritrattistico, nelle quali conferivano fisionomia realistiche sia ai sovrani, sia ai privati, raggiunsero una perfezione unica per quanto riguarda i rilievi dei Templi, le pitture tombali e le iscrizioni.

L’immagine del re non rappresentava un determinato sovrano, bensì l’istituzione faraonica stessa che guidava L’Egitto.

All’inizio del Nuovo Regno nulla della carica magico-religioso e simbolica viene meno, ma vengono esplorate nuove soluzioni per il senso estetico che si stava sviluppando nella nuova società.

In alcune statue appaiono degli spazi, per esempio, fra parrucca e collo, la figura si alleggerisce, e sparisce lo schienale dei troni lasciando libero il tronco.

Non viene dimenticato il passato, il Medio Regno, a cui guarderanno gli artisti, lo si può vedere nelle monumentali statue di Tutmosis I, o nelle grandi statue di Hatshepsut che mantengono le stesse funzioni celebrativo e architettoniche che ebbero i loro analoghi del Medio Regno.

Si ritrovano le statue a cubo che vengono arricchite di nuovi elementi, come si può vedere nella statua di Senenmut che protegge la principessa Neferura, ed è la prima volta in cui compare la figura dell’artista.

L’individualismo espresso nell’ambito sia dell’arte regale, sia di quella privata crebbe nell’epoca successiva.

Amenofi I compare nelle statue e nei rilievi che lo raffigurano come un giovane sovrano, Thutmosi IV, che morì giovane appare nei suoi ritratti con sembianze adolescenziali.

Fu però sotto Amenofi III che la tendenza idealizzante dell’arte, tipica dell’inizio della XVIII Dinastia, perse definitivamente il proprio valore.

Il faraone veniva raffigurato con i tratti del volto piuttosto morbidi e corporatura massiccia, le caratteristiche personali del sovrano vennero trasposte nei ritratti statuari, tale tendenza artistica poneva l’avvento sui tratti individuali ed era indice dell’atteggiamento più aperto e liberale.

Con Amenofi III e l’apertura verso il mondo esterno caratterizzò anche l’arte con nuove conoscenze e prospettive

Con Tutmosis IV fioriscono nuove forme e la ricerca del bello troverà il suo apice durante il regno di Amenhotep IIIl

Fonti

  • Tesori egizi nella collezione del museo del Cairo – Edizioni White Star – Dietrich Wildung
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Foto tratte dai testi citati

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

GLI INIZI DEL NUOVO REGNO

1550-1069 a.C.

Di Franca Loi

THUTMOSI I
La mummia del re Thutmosi I della XVIII dinastia (Nuovo Regno), trovata nel nascondiglio di Deir el-Bahari (TT320) nel 1881, è una delle 22 mummie che è stata trasferita dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà Egizia.
Divenne re dopo la morte senza eredi del re Amenhotep I. Salì al trono all’età di quasi quarant’anni, durante il suo regno il dominio egiziano si estese a Sud. Le sue campagne militari hanno aperto nuove opportunità di scambio commerciale e relazioni diplomatiche ed economiche con i vicini dell’Egitto. Ha avuto molti figli, tra cui la regina Hatshepsut.
British Museum di Londra

La riunificazione del paese durante il regno di Ahmose I, che cinse la doppia corona fondando la XVIII dinastia, influisce in maniera determinante sulla cultura, come del resto era già accaduto nel Medio Regno.

“La XVIII dinastia segna l’inizio del periodo più celebre e glorioso dell’intera storia egizia.”

Copia di Nina de Garis Davies di un rilievo raffigurante Thutmose I accompagnato dalla madre Seniseneb, dalla Cappella di Anubi nel Tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari. Metropolitan Museum of Art, New York.

I sovrani, sentendosi gli eredi della tradizione faraonica, tendono a realizzare monumenti e opere d’arte che richiamano nelle forme idealizzate l’Antico Regno. Vengono esplorate nuove strade e nuove soluzioni per il senso estetico che si andava sviluppando in quella società e una delle prime novità è la liberazione dell’opera dalla materia. Il cambiamento più determinante avviene con Hatshepsut, la sposa di Thutmose II che, rimasta vedova, usurpa il potere al nipote Thutmose e si presenta nel titolo e nelle statue ufficiali ufficiali come “re” : legittima tale pretesa per elezioni da parte del dio Amon.

Statuetta di Hatshepsut come “Grande sposa reale” di Thutmose II.
Museum of Fine Arts, Boston.

Sfinge di Hatshepsut
Scultura: granito
Metropolitan Museum of Art, New York ( USA )

Statua di Hatshepsut con gli attributi faraonici (la barba posticcia, l’ureo) e il copricapo khat. Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Neues Museum, Berlino.

Statua in basalto del supremo dio Amon, che Hatshepsut reclamò come proprio padre carnale.
Pennsylvania Museum of Archeology and Anthropology.

Dopo un secolo e mezzo di guerra dona all’Egitto un ventennio di pace e prosperità; promuove splendide opere d’arte, principale il suo tempio funerario, costruito a Deir-el Bahari dal ministro Senmut, imitando il vicino tempio di Mentuhotep, a esempio perfetto di inserimento di edificio in paesaggio.

Il ministro Senenmuth con la principessa Neferure, figlia di Hatshepsut.
Senenmut, il grande ministro di Hatshepsut.
Di umili origini, Senenmut fece carriera alla corte egizia fino a diventare l’uomo di fiducia della regina Hatshepsut. Prima di morire si costruì due monumenti funebri, ma la sua mummia non è mai stata trovata..
Chicago Field Museum of Natural History
Granito nero

Ricordiamo che si dedicò con tenacia al restauro di tutto quello che era andato distrutto o trascurato durante il lungo e difficile periodo degli Hyksos. “Io ho ripristinato ciò che era in rovina, ho terminato ciò che era rimasto incompiuto quando gli asiatici erano ad Avari, e i barbari in mezzo a loro, e distruggevano ciò che era stato fatto perché governavano nell’ignoranza di Ra e il principe Apopi scelse come suo signore soltanto Seth.”

Thutmose III in un’incisione di fine ‘800.

Lo Speos Artemidos (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/01/11/lo-speos-artemidos/)
È un piccolo tempio rupestre fatto realizzare dalla regina Hatshepsut.
Questo tempietto fu costruito nella cosiddetta Valle del Coltello, a sud della necropoli di Beni Hassan; si tratta del primo tempio rupestre dell’antico Egitto.
La particolarità di quest’opera architettonica consisteva nel fatto che fosse integramente scavata nella viva roccia e che infatti Hatshepsut chiamò la dimora divina della valle. I monumenti di questo tempio erano degradati dall’abbandono e deteriorati forse da qualche invasione, così che Hatshepsut li fece restaurare.
Più avanti, nello stesso luogo, per opera di Ramesse III fu edificato il cosiddetto castello dei milioni di anni.

L’iscrizione è nel tempietto rupestre costruito dalla regina a Beni Hassan.

FONTE:

  • ANTICO EGITTO DI MAURIZIO DAMIANO- ELECTA
  • L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA
  • ARCHIVIO FOTOGRAFICO MUSEO EGIZIO
  • WIKIPEDIA

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Sky goddess Nut

By Jacqueline Engel

Sky goddess Nut on sarcophagus of Pharaoh Merenptah, Ramses II’s son.

Cairo, Egypt.

Merneptah or Merenptah (reigned July or August 1213 BC – May 2, 1203 BC) was the fourth pharaoh of the Nineteenth Dynasty of Ancient Egypt.

He ruled Egypt for almost ten years, from late July or early August 1213 BC until his death on May 2, 1203 BC, according to contemporary historical records.

He was the thirteenth son of Ramesses II, only coming to power because all his older brothers had died, including his full brother Khaemwaset or Khaemwase.

By the time he ascended to the throne, he was probably around seventy years old. He is perhaps best known for his victory stele, featuring the first known mention of the name Israel.

His throne name was Ba-en-re Mery-netjeru, which means “The Soul of Ra, Beloved of the Gods”.

(Wikipedia)

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