C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

IL FARAONE TAKELOT I

Di Piero Cargnino

Siamo dunque arrivati a Takelot I, Hedjkheperre Setepenre, uno dei figli di Osorkon I e della regina Tashedkhons – ed è forse il meno conosciuto dei sovrani della XXII dinastia.

Manetone, nell’epitome di Sesto Africano, lo chiama Tachelotis e lo colloca dopo “…..tre re per 25 anni…..” che avrebbero regnato per un tempo brevissimo tra Osorkon I e Takelot I; Manetone potrebbe anche aver ragione sulla durata di 25 anni, gli eventuali tre re potrebbero aver regnato contemporaneamente. Allo stato attuale non si conosce nulla di costoro anche se due di essi  potrebbero essere Sheshonq C e Sheshonq III; dell’altro non si possono neppure fare supposizioni.

Introducendo la XXII dinastia avevo anticipato che ci stavamo addentrando in un groviglio di regnanti tra re, sacerdoti e profeti cercando di capire a malapena le scarse notizie che possediamo.

Takelot I sarebbe il padre di Osorkon II avuto dalla regina Kapes. Pur concordando sui 13 anni di regno che gli assegna Manetone, gli studiosi hanno dibattuto a lungo su chi sia stato effettivamente questo Takelot o addirittura se fosse realmente esistito. Di lui non esistono monumenti conosciuti né a Tanis né in altre città del Basso Egitto. Che sia esistito pare di si, in quanto viene menzionato nella Stele di Pasenhor, sacerdote di Ptah e profeta di Neith nella quale riporta tra l’altro la propria genealogia, risalendo per sedici generazioni.

Ad ulteriore conferma sulla sua esistenza, negli anni ‘80 gli egittologi hanno trovato diversi documenti che menzionano un re Takelot nel Basso Egitto; a questo punto è stato definito che si trattava del primo Takelot mentre il già noto Takelot è diventato Takelot II. Tra i due Takelot esiste una differenza sostanziale, quello che è ora Takelot II si attribuiva l’epiteto di ispirazione tebana “Si-Ese” “Figlio di Iside” nel suo secondo cartiglio, mentre Takelot I non ha mai utilizzato tale epiteto.

Ora si può tranquillamente dire che Takelot I era il  Hedjkheperre Setepenre che compare su di una stele dell’anno 9 di Bubastis come riportato dall’egittologo tedesco Karl Jansen Winkeln nel suo libro “Varia Aegyptiaca” del 1987 (pag. 253-258) che cita anche un’altra stele, ora a Berlino (sempre da Bubastis) e un frammento nell’ex collezione Grant.

In una tomba reale scoperta a Tanis, saccheggiata nell’antichità, il cui titolare era precedentemente sconosciuto, lo studioso tedesco Jansen Winkeln nel 1987, dopo aver esaminato parecchie iscrizioni trovate sulle pareti e sui corredi funerari all’interno della tomba, ha dimostrato, senza dubbio, che la persona sepolta qui poteva essere solo Takelot I, il padre di Osorkon II.

Alcune iscrizioni menzionavano i suoi genitori; un braccialetto d’oro (Cairo JE 72199) e un vaso di alabastro (Cairo JE 86962) di suo padre Osorkon I e un ushabti di sua madre, la regina Tashedkhons. Inoltre su di uno scarabeo del cuore il suo nome è riportato come “Takelot Meryamun” senza l’epiteto “Si-Ese” usato da Takelot II. Le conclusioni di  Winkeln oggi sono accettate dalla maggior parte degli egittologi, compreso il professor Kenneth Kitchen.  

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996)
  • DA Aston, “Takeloth II: A King of the “Theban Twenty-Third Dynasty?”, Sage, 1989
  • Karl Jansen Winkeln, “Thronname und Begräbnis Takeloth I”, Varia Aegyptica 3, 1987
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

I FARAONI SHESHONQ C E SHESHONQ II

Di Piero Cargnino

Come ho detto in precedenza la storia di questi due Sheshonq C e  Sheshonq II è un po’ intricata e confusa a seconda dell’egittologo che li tratta. Ovviamente non li troviamo in nessun reperto con gli identificativi “C” o “III”, assegnati loro dagli egittologi moderni le cui ipotesi sono spesso contraddittori e comunque scarsamente chiare.

Sheshonq C potrebbe essere il figlio maggiore di Osorkon I, nominato dal padre Sacerdote di Amon al posto di suo fratello (o fratellastro) Iuput ricoprendo de facto la carica di viceré dell’Alto Egitto. Come già accennato, secondo l’egittologo britannico Kennet A. Kitchen, Sheshonq C sarebbe stato un coreggente di breve durata di Osorkon I, sepolto a Tanis; si pensa che possa aver regnato per pochi mesi tra il padre e Takelot I e comunque sia premorto al padre. Farebbero testo alcune iscrizioni su una statua del dio Nilo, oggi al British Museun di Londra, dove viene citato come figlio di Osorkon I e della regina Maatkara.

Nelle iscrizioni non compaiono ne il nomen ne il praenomen di Sheshonq C che viene rappresentato a fianco delle gambe del dio Nilo con dimensioni minori, mentre per un re dovrebbero essere maggiori, e viene citato come “Signore delle Due Terre” (Signore, non Re).

Delle tre mogli di Sheshonq C nessuna porta il titolo di “Moglie del Re”, così come suo figlio Horsaset non viene mai chiamato “Figlio di Re”.

Secondo altri studiosi, tra cui l’egittologo tedesco Jurgen von Beckerath, in base ad alcune valutazioni stilistiche sul coperchio del suo sarcofago, ritengono che  Sheshonq C fosse  un fratello maggiore di Takelot I ed avrebbe regnato per un breve periodo tra Osorkon I e Takelot I. L’egittologo britannico Kennet A. Kitchen invece è convinto che Sheshonq C e  Sheshonq II sarebbero la stessa persona che svolse per brevissimo tempo il ruolo di coreggente del padre Osorkon I ma sarebbe morto prima di questi.

Secondo alcuni Sheshonq II potrebbe essere figlio di Sheshonq I il cui nome compare su due braccialetti trovati nel tomba da Sheshonq II; inoltre su di uno dei pettorali un’iscrizione riporta il titolo di “Grande Capo dei Ma Sheshonq”, titolo che fu attribuito a Sheshonq I da Psusennes II prima che diventasse re. Inutile dire che si tratta di ipotesi in attesa di ulteriori conferme.

Sheshonq II fu sepolto in una tomba a Tanis che in seguito venne danneggiata seriamente durante i lavori per la costruzione della tomba di Osorkon II facendo  crollare quella di Sheshonq II. Ciò costrinse a traslare la sepoltura di Sheshonq II nel vestibolo della tomba di Psusennes I, la solita NRT III scoperta da Pierre Montet nel 1939, già più volte citata e che non era mai stata saccheggiata dai ladri.

Alcuni non sono d’accordo sul primo luogo di sepoltura di Sheshonq II ma pensano che in un primo tempo il sovrano sia stato sepolto a Bubastis da dove proveniva la sua famiglia. Anche qui non possiamo che prendere atto delle varie teorie aspettando (se mai arriverà) una conferma.

Il sarcofago d’argento venne aperto da Montet nel 1939. Il Prof. Douglas Erith Derry racconta che la mummia di Sheshonq II, all’interno del sarcofago d’argento con la testa di falco, era completamente dissolta a causa dell’acqua che era entrata nel sarcofago portando con se una massa terrosa che aveva impregnato interamente lo scheletro.

Il sarcofago d’argento conteneva molti braccialetti e pettorali incastonati e la mummia indossava una maschera funeraria d’oro.

L’intero coperchio del sarcofago è costituito da un’unica lastra d’argento battuto mentre le mani, il flagello ed il pettorale sono fatti a parte e fissati sul coperchio. Il coperchio è interamente decorato, compaiono, oltre al dio Ra con testa di ariete e corpo di avvoltoio, due figure alate delle dee Iside e Nefti ed i quattro figli di Horus mentre ai piedi ci sono le figure protettive inginocchiate di Selqet e Neith.

Un’iscrizione nella parte centrale recita:

La parte sottostante esterna del sarcofago non presenta decorazioni, solo all’interno sul fondo si trova una figura della dea Nut stranamente incompiuta.

All’interno del sarcofago d’argento si trovava un secondo sarcofago in cartonnage,  anch’esso con testa a forma di falco, quasi interamente disfatto Grazie alle parti placcate in oro, che si sono preservate rendendo addirittura ancora leggibili le iscrizioni, è stato possibile ricostruirlo ed oggi lo possiamo ammirare.

Le iscrizioni sono state riportate da Pierre Montet in un disegno dove si legge, nell’iscrizione verticale centrale:

in quella a sinistra:

in quella a destra:

nella prima riga orizzontale:

mentre nelle altre due righe orizzontali il re viene definito “imakhy” (venerabile) dai quattro figli di Horus. Non è chiaro il fatto che Sheshonq, contravvenendo la tradizione secondo cui sui sarcofagi era sempre riportato il volto del sovrano, abbia fatto fare il sarcofago d’argento e per di più con una testa di falco, forse voleva dare un tono di estrema regalità alla sua sepoltura.

Il suo regno forse non è durato più di un anno ed alla sua morte gli successe il fratellastro Takelot I.

FONTI:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Rupert L. Chapman III, “Putting Sheshonq I in his place”, Palestine Exploration Quarterly, 2009
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Mostafa El-Alfi, “Una stele di donazione dal tempo di Osorkon I”, Discussioni in egittologia 24, 1992
  • Andrea Petta, “Cose meravigliose, Tanis, Sheshonq II”, Articolo su la Civiltà Egizia
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

IL FARAONE OSORKON I

Di Piero Cargnino

Sekhemkheperre Osorkon I, figlio di Sheshonq I e della Grande Sposa Reale Karomama, fu il secondo re della XXII dinastia libica.

Il suo nome del trono, Sekhemkheperre significa “Potenti sono le manifestazioni di Ra”, mentre il suo nome di Horo era Ka-nekhet Merira. Salì al trono alla morte di suo padre e regnò per un lungo periodo circa 35 anni. Manetone gliene assegna solo 15 ma probabilmente sbagliava. Nella fasciatura della mummia di Nakhtefmut, compariva un’iscrizione relativa alla sua seconda Festa Sed risalente all’anno 33 del suo regno. La mummia di Nakhtefmut conteneva inoltre una collana menat-tab sulla quale erano incisi sia il nomen che il praenomen di Osorkon I ovvero “Osorkon Sekhemkheperre”.

Va detto inoltre che su di un’altra mummia, quella di Khonsmaakheru, conservata a Berlino, si trovano tre bende separate che riportano gli anni di regno 11, 12 e 23. Le bende sono anonime ma risalenti sicuramente al regno di Osorkon I perché sulla mummia si trovavano anche fasce di cuoio con una linguetta menat-tab con il nome di Osorkon I.

Grande Sposa Reale di Osorkon I fu Maatkare B, probabile madre di Sheshonq II, mentre la madre di Takelot I fu la moglie secondaria Tashedkhons.

Come per molti altri sovrani di questo confuso periodo, anche di lui non si sa molto, durante il suo regno, da Bubasti, divenne preminente in tutto l’Egitto il culto della dea Bastet. Per quanto riguarda il suo governo, si sa che proseguì nella politica paterna nell’area palestinese e mantenne un ferreo controllo sul clero tebano designando a Primo Sacerdote di Amon il proprio figlio Sheshonq C al quale concesse anche di iscrivere il proprio nome nei cartigli.

Secondo lo studioso britannico Kennet A. Kitchen, Sheshonq C sarebbe un coreggente di breve durata di Osorkon I; tale ipotesi si basa sul fatto che, essendo stato sepolto a Tanis, si pensa che possa aver regnato per pochi mesi tra il padre e Takelot I.

Dallo studio delle genealogie e delle sepolture dei tori Api nel Serapeo di Karnak si dedurrebbe che Sheshonq C sia premorto al padre. Altri studiosi, tra cui l’egittologo tedesco Jurgen von Beckerath, nel suo libro del 1997 “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, lo identificano invece con Sheshonq II affermando che fosse un re indipendente di Tanis e che governò a pieno titolo per circa due anni. A supporto della sua tesi, von Beckerath evidenzia il fatto che Sheshonq II possedeva un suo distinto praenomen, Heqakheperre.

Ma ora lascerei da parte questi Sheshonq le cui storie sono un po’ intricate per cui preferisco parlarne quando li tratteremo. Ma vediamo ancora cosa fece il nostro Osorkon I; nonostante l’Egitto vivesse un periodo di relativa pace, il re non si sentiva troppo sicuro per cui fece erigere la fortezza di Pi-Sekhemkheperre, che significa “La tenuta di Sekhemkheperre”, ponendo come “Capo di Pi-Sekhemkheperre” e di “Herakleopolis”, un figlio del futuro Osorkon II, come compare sulla stele JdE 45327 riferita all’anno 16 di Osorkon II, oggi conservata al Museo del Cairo.

Questo è quanto si sa ma la fortezza di Pi-Sekhemkheperre non è mai stata scoperta, si ritiene che si trovi all’ingresso del Fayyum, a nord di Herakleopolis Magna. Quando il sovrano nubiano Piye della XXV dinastia invase la Valle del Nilo, Pi-Sekhemkheperre era tenuta dal “Capo dei Ma” Tefnakht, la “Stele della Vittoria” riporta che Piye cinse d’assedio la fortezza e riuscì ad ottenerne la resa senza spargimento di sangue catturando anche il figlio di Tefnakht.

  

Di Osorkon I possiamo dire che il suo regno fu pacifico e tranquillo ma lo sarà meno durante i regni dei suoi successori Takelot I e Osorkon II che avranno il loro daffare a controllare il paese a causa di un “re” rivale Harsiense A. A questo proposito mi limiterò a citare l’egittologo Kennet Kitchen che definisce Harsiense A. sia come Sommo Sacerdote di Amon che come figlio dello stesso Sommo Sacerdote di Amon, il citato Sheshonq C.

E qui mi fermo perché sono troppo controverse le notizie che si riesce a reperire che si corre il rischio di riportare una notizia per poi contraddirla. Quello che non si può contraddire, almeno fino ad oggi è che la tomba di Osorkon I non è mai stata trovata.  

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Rupert L. Chapman III, “Putting Sheshonq I in his place”, Palestine Exploration Quarterly, 2009
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Mostafa El-Alfi, “Una stele di donazione dal tempo di Osorkon I”, Discussioni in egittologia 24, 1992
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

IL FARAONE SHESHONQ I

Di Piero Cargnino

Incontriamo per la prima volta questo sovrano citato in una iscrizione rinvenuta ad Abydos che egli stesso fece iscrivere quando era ancora “gran capo dei Meshwesh, principe dei principi”. Come abbiamo descritto in precedenza, Sheshonq proveniva da una famiglia di libici che si era stabilita nella regione di Heracleopolis ormai da tempo, tanto che lo stesso Sheshonq aveva servito i faraoni come capo militare e successivamente come sacerdote.

Alla morte di suo padre Nemrod (o Nimlot), figlio di una donna di nome Mehetemwaskhe, Sheshonq chiese al faraone in carica, Psusennes II, il permesso per instaurare un culto funebre, ad Abydos, in onore di suo padre; sia il re che il “grande dio” (senza dubbio Amon) avevano dato risposta favorevole. Fu così che in tale occasione ottenne anche l’ereditarietà dei titoli paterni.

La sua ascesa al potere avvenne in modo del tutto pacifico senza azioni di forza nei confronti del suo predecessore della XXI dinastia, Psusennes II del quale, anzi, ne onorò la memoria.

Di Sheshonq I possediamo la già citata “Stele di Dakhla”, scritta in geroglifico nel suo V anno di regno, dove  viene citato che i pozzi dell’oasi, unitamente ai terreni, furono regolarmente accatastati dal sovrano Psusennes II. Va detto comunque che l’ascesa al potere di Sheshonq fu in gran parte dovuta all’appoggio del clero di Tanis, dell’esercito e dei principati libici.

Sheshonq I eresse la sua capitale, che continuerà ad esserlo per tutta la XXII dinastia a Bubastis. Sicuramente una certa opposizione alla sua ascesa al trono si sarà fatta sentire dal potente clero tebano di Amon che tendeva a difendere la sua quasi totale autonomia del governo dell’Alto Egitto, opposizione repressa grazie all’uso dell’esercito.

A sua tutela Sheshonq I pose subito il proprio figlio, Iuput sul seggio di “Primo Profeta di Amon”, in tal modo il governo dell’Egitto era di fatto riunificato. Ad un altro figlio, Nimlot, venne assegnato il comando militare di Heracleopolis dove si costituì, in pratica, un principato quasi del tutto autonomo. Sheshonq I ebbe numerosi figli ed a ciascuno di loro affidò i più importanti incarichi atti a permettergli la continuità del suo regime. Al suo futuro erede Osorkon I fece sposare la figlia di Psusennes II, Maatkara.

Dalla stele di Harpson si apprende che  Sheshonq I prese in moglie la principessa Karomama che però, ricopriva il ruolo di “Divina Sposa di Amon”; la cosa appare molto strana perché tale titolo, fino a quel momento era stato assegnato solo a principesse reali prive di vincoli coniugali.

Con Sheshonq I l’Egitto tornò ad interessarsi dei suoi confini e per tutelarli si rivolse nuovamente all’area palestinese, ripristinò rapporti commerciali con Biblo contrapponendosi, nel contempo, al Regno di Giuda sul cui trono sedeva il re Salomone.

Secondo alcuni studiosi Sheshonq I sarebbe il faraone Sisak che viene citato nella Bibbia (I Re; 11:40),

Sheshonq I (o Sisak) appoggiò dunque Geroboamo che, dopo la morte di Salomone ritornò in Palestina dove riuscì a sconfiggere il successore di Salomone, Roboamo ed a fondare il Regno di Israele. (I Re; 14:25)

Roboamo, sconfitto, tornò a Gerusalemme dove, con le uniche due tribù che gli erano rimaste fedeli, Giuda e Beniamino, fondò il Regno di Giuda. Altri studiosi contestano questa ipotesi ritenendo che Sheshonq I sarebbe vissuto circa un secolo dopo, senza alcun riscontro la questione rimane aperta; noi consideriamo che l’ipotesi sia valida.

A questo punto Sheshonq I si sentiva tranquillo, con la divisione in due regni la potenza ebraica non creava più preoccupazioni. Col pretesto che alcune tribù di beduini avevano fatto delle incursioni nel Sinai, decise di intervenire militarmente anche in Palestina e, probabilmente, visto che era già li attaccò anche Israele e Giuda sconfiggendo entrambi i regni ebraici e conquistando Gerusalemme, da qui arrivò fino a Megiddo dove fece erigere una stele celebrativa. I regni di Israele e Giuda divennero così tributari dell’Egitto. Le vittorie militari di Sheshonq I furono celebrate con un lungo testo inciso sul muro meridionale del tempio di Karnak dove era riportato il nome di 150 città conquistate, oggi ne rimangono leggibili solo più una settantina, non tutte identificate.


A Sheshonq I, con il figlio Iuput, si deve anche la costruzione del “Vestibolo di Bubasti” che conduceva entro il recinto del tempio principale di Karnak. Il Vestibolo era inserito fra il Secondo Pilone e un piccolo tempio di Ramses III. Le pietre necessarie alla costruzione del  cortile progettato e per il Pilone vennero prelevate da una nuova cava di arenaria aperta appositamente da Sheshonq I a Silsila dove compare la data del suo ventunesimo anno di regno, l’ultimo secondo Manetone.

Alcune statue di Sheshonq I e del suo successore Osorkon II sono state rinvenute a Biblo, probabilmente un dono dei faraoni per confermare la secolare amicizia dell’Egitto con i principi di quella città. Non si sa dove Sheshonq I abbia fatto costruire la sua tomba e non è mai stata rinvenuta la sua mummia.   

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Rupert L. Chapman III, “Putting Sheshonq I in his place”, Palestine Exploration Quarterly, 2009
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
  • Helen Jacquet-Gordon, “A Statuette of Ma’et and the Identity of the Divine Adoratress Karomama”, ZAS, 1967
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

LA XXII DINASTIA

Di Piero Cargnino

Non a torto Manetone fa finire la XXI dinastia con Psusennes II anche se non si sa in base a quale linea dinastica i faraoni che lo hanno preceduto siano saliti al trono.

Ora però con Sheshonq I si apre una dinastia del tutto estranea all’Egitto, la XXII dinastia dei faraoni di origini libiche. Attenzione però a non pensare ad una occupazione libica dell’Egitto, Sheshonq I come quasi tutti i libici che vivevano in Egitto non erano stranieri nel vero senso della parola. Essi erano gli eredi dei Mashwesh libici che furono respinti con tanta difficoltà prima da Merenptah poi da Ramses III quando tentarono di invadere il Delta e che poi finirono per scegliere di rimanere in Egitto integrandosi. Scelsero per modo di dire, direi piuttosto che accettarono di essere inviati nelle oasi per ripopolarle. Altri entrarono nell’esercito come mercenari ricevendo in cambio dai faraoni delle terre sulle quali si stanziarono e si integrarono creando delle vere e proprie enclave sotto la guida di un capo che si faceva chiamare “capo dei Ma”, dove Ma stava ad indicare Mashwash.

Va detto che in precedenza i Mashuash erano perennemente in conflitto con lo stato egizio anche se poi, durante la XXI dinastia, giunsero in numero sempre più numeroso insediandosi nella regione occidentale del Delta del Nilo della quale si impossessarono al tempo di Osorkon il Vecchio. Costoro, come abbiamo detto, adottarono abitudini e costumi degli egizi e ambivano ad apparire egizi di nascita senza però cambiare i loro nomi e continuando ad ornarsi il capo con delle piume che erano sempre state una caratteristica del loro costume, proprio in virtù di questa usanza gli egiziani usavano chiamarli “Gente che porta la doppia piuma”.

Che i Mashuash fossero di origini libiche lo apprendiamo anche dalla Stele di Pasenhor (detta anche Stele di Harpeson nella letteratura più antica); la stele risale all’anno 37 del regno di Sheshonq V (XXII dinastia) e venne rinvenuta nel Serapeo di Saqqara da Auguste Mariette nel 1851. Nella stele il sacerdote di Ptah e profeta di Neith, Pasenhor, descrive il rito al quale è chiamato ad officiare in occasione della morte di un toro Apis, con l’occasione riporta sulla stele la propria genealogia, risalendo per sedici generazioni, e sottolineando il fatto che il titolare della stele, (se stesso) è un discendente di “Buyuwawa il libico”. Esaminando poi i loro nomi, che come abbiamo detto sopra non cambiarono mai (Osorkon, Takelot, Nimlot, Sheshonq, ecc) non si può che prendere atto della loro reale provenienza libico/berbera.

Per quanto riguarda Sheshonq va detto che la sua famiglia era ormai da generazioni in Egitto e sicuramente aveva già superato quel processo di assimilazione della cultura egizia pur sentendosi legata alle origini. Stabilitisi nella regione di Heracleopolis, da sempre zona libica per eccellenza, i Sheshonq avevano servito i faraoni come capi militari ed in seguito come sacerdoti e fu grazie a questo titolo che Sheshonq di Heracleopolis ottenne da Psusennes II il permesso per instaurare un culto funebre, ad Abydos, in onore di suo padre Nemrod (o Nimlot), come pure l’ereditarietà dei titoli paterni.

Sheshonq I, alla morte di Psusennes II assunse il potere e  rafforzò il suo diritto a regnare facendo sposare a suo figlio, e futuro successore, una figlia di Psusennes II, Maatkara. Certo è che questa presa di potere da parte dei libici non fu ben vista e fu anche causa di disordini in tutto l’Egitto. Pare anche possibile, nonostante non esistano prove, che una parte del clero di Amon si esiliò volontariamente in Sudan.

Questo è uno dei periodi più oscuri della decadenza egizia, certo i sovrani libici mantennero un  carattere assai simile a quello della XXI dinastia, lasciarono la capitale a Tanis o a Bubastis anche se i sacerdoti di Amon a Tebe continuavano ad esercitare un indiscusso potere religioso, nonostante i rapporti tra le due parti del paese si trovavano in un clima fra l’amicizia e l’ostilità. Lo stato stesso di un’epoca così confusa non è certo di aiuto agli studiosi i quali non dispongono che di scarse fonti.

Forse l’unico sussulto dei sovrani libici per far sentire la presenza dell’Egitto in Palestina fu una spedizione organizzata da Sheshonq I con la quale attaccò e prese Gerusalemme saccheggiandone il tempio. Non si trattò di una conquista vera e propria ma semplicemente di un atto inspiegabile che però fruttò un ricco bottino per i templi egiziani.

Per quanto riguarda le successioni nulla era cambiato rispetto a prima, al sud l’influenza del clero di Amon era sempre molto forte. Per contrastare questa tendenza, nella ricerca di diminuire l’influenza della casta sacerdotale, i sovrani crearono un nuovo titolo religioso, quello di “Sposa del dio” o di “Divine adoratrici di Amon”; il titolo veniva dato alle principesse. Certo il risultato non fu quello sperato, col tempo si formò una vera e propria dinastia delle “Divine adoratrici di Amon” le quali acquisirono altrettanto potere di quello dei grandi sacerdoti, in particolar modo nella XXV dinastia, senza però essere più fedeli al re.

L’Egitto conobbe una divisione senza precedenti, più volte Tebe si ribellò al re del nord; con gli ultimi re della XXII dinastia si era in piena anarchia in modo particolare nella zona del Delta del Nilo. Il tutto, secondo Manetone, durò 120 anni ma gli studiosi sono propensi ad attribuirle due interi secoli. Vediamo ora nel dettaglio i nove faraoni di questo brutto periodo.  

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
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‘Book of Memories’

Sehel Island, Aswan.

Sehel Island, is considered by the Egyptologists as a piece of Pharaonic diary of 550 stones engraved by ancient Egyptian kings, rulers, pilgrims, travellers, and patients.

The god Khnum as a ram.

Whenever a king or priest passed by the island, he wrote his memory like ‘I am…son of…my mother is…’. The area has 550 engraved memories dating from the prehistoric period to Roman Greek era.

The engraved stories also served as a way of documenting tasks. “Any state official who was sent to get gold from the South used to engrave his mission on the stone.

The goddess Anuket.

Sehel was a place of worshipping the Goddess Anuket, one of the Elephantine triad; the stones could be classified into two categories: royal engravings and inscriptions by individuals.

Most engravings include the depiction of the triad, where travelers or patients asked for success in life or treatment from an illness.

Offer to the cartouche of Thutmoses IV.

The stones also include one of the most important engravings that prove that Senusret III (1878 BC to 1839 BC) decreed to dig and expand a canal in the western side of the Sehel Island, for his warships and to serve as a maritime trade passage.Sehel Island Aswan.

  

(Egypt Today)

Oggetti rituali

LE CASE DELL’ANIMA

(SOUL HOUSES)

British Museum, EA32612

Scavando a Rifah, vicino ad Assiut, accanto alle tombe prestigiose di notabili e di governatori, Petrie ne trovò molte appartenute a persone meno abbienti, semplici pozzi funerari sopra o davanti ai quali erano stati deposti vassoi d’offerta e circa 150 modellini di edifici in argilla cotta risalenti al Primo Periodo Intermedio ed all’inizio del Medio Regno, giunti intatti fino a noi in quanto protetti dalla sabbia depositatasi sopra di essi nel corso dei secoli.

VASSOIO – CASA DELL’ANIMA – M. EGIZIO TORINO
https://collezioni.museoegizio.it/it-IT/material/S_11962/
Questo reperto risale al Primo periodo intermedio e fu rinvenuto da Schiaparelli nel corso dei suoi scavi a Gebelein. E’ realizzato in modo piuttosto grossolano, e presenta una dimora costituita da un semplice riparo ad arco, la cui sommitè è raggiungibile tramite una scala; nel cortile sono visibili ricche offerte: verdure, cosce di manzo, un pesce e la testa di un animale, probabilmente un bovino. Anche qui era previsto un beccuccio per permettere lo scolo delle offerte liquide. Misura cm. 7,5 x 33,9

Poiché questi reperti sono completamente anepigrafici, sono stati datati sulla base del loro contesto archeologico, costituito dal vasellame trovato nelle tombe; essi sono tipici del Medio Egitto (oltre che a Rifah ne sono stati trovati anche ad Assyut ed a Beni Hassan) e Petrie li catalogò in ordine cronologico, dalle semplici tavole recanti cibo alle più elaborate case per l’anima, contrassegnandoli dai più antichi ai più recenti con le lettere dalla A alla N.

KMKG DI BRUXELLES – N. DI INV. E.3175
https://www.globalegyptianmuseum.org/record.aspx?id=492…
Questa “casa dell’anima” proviene da Rifah; rappresenta una casa rettangolare a tetto piatto, sostenuto da quattro colonne. Davanti ad essa alla sua destra si trovano delle offerte: una testa di bue, una coscia animale e dei pani. I fori intorno al bacino centrale servivano come fissaggio per dei pali od ospitavano in passato delle piante.
Altezza cm. 20; larghezza cm. 30; lunghezza cm. 32.

In realtà gli studi più recenti effettuati dall’egittologo polacco Andrzej Niwiński e pubblicati nel 1984 hanno permesso di affermare che i modelli più elaborati non rappresentano un’evoluzione dei vassoi d’offerta e quindi che non c’è una differenza cronologica tra le due versioni.

Petrie (ed in seguito la quasi totalità della comunità scientifica) ipotizzò che questi reperti fossero una specie di tavole d’offerta che le persone comuni meno abbienti ponevano sulla tomba perché il ka potesse disporre delle offerte raffigurate su di essi (teste, cosce e costole di bue, pani, pesci, fasci di cipolle, verdure, giare di birra e recipienti per l’acqua) perché non sarebbe stato loro possibile portarne regolarmente di fresche.

VASSOIO – CASA DELL’ANIMA – M. EGIZIO TORINO
https://collezioni.museoegizio.it/it-IT/material/S_11963/
Questo reperto risale al Primo periodo intermedio e fu rinvenuto da Schiaparelli nel corso dei suoi scavi a Gebelein. E’ in vassoio per le offerte in senso stretto, in quanto non presenta la miniatura dell’abitazione; rappresenta comunque un cortile circondato da un muro basso, come erano quelli in uso in Egitto nel corso della sua lunga storia.
Nell’area disponibile sono visibili le offerte: verdure, una coscia di manzo, dei pani e la testa di un bovino. Anche qui sono previsti due beccucci per permettere il defluire delle offerte liquide. Misura cm. 6,5 x 28 x 22

Gli Egizi, infatti, ritenevano indispensabile fornire cibo ai defunti, o attraverso la reale deposizione di offerte alimentari presso la tomba, oppure recitando o scrivendo su stele degli incantesimi definiti “formule d’offerta”, oppure ancora attraverso l’uso di tavole d’offerta vere e proprie, sulle quali erano rappresentate simbolicamente.

L’egittologo inglese ritenne altresì che servissero come dimora per il ba quando transitava nel mondo dei vivi (da qui il nome di “case dell’anima” da lui attribuito a questi singolari oggetti) ed alcuni ne sottolineano la somiglianza con le facciate delle tombe dell’élite site nella necropoli di Rifah, in particolare il reperto E4368 custodito al MET in New York.

MUSEO PUSHKIN – MOSCA https://pushkinmuseum.art/…/1_1_a/1_1_a_6114/index.php…
Casa dell’anima risalente al Medio Regno (XII dinastia).
lunghezza 29,5 cm; altezza 37,7 cm; larghezza 32 cm
Acquistato da una collezione privata a Londra nel 1913 – n. I.1.a 6114

La catalogazione più semplice individua tre grandi tipi di case dell’anima: 1) tavole d’offerta, 2) tavole d’offerta che includono un piccolo modello di cappella e 3) casa completa del tutto simile ad una vera abitazione; tutte, però, hanno un beccuccio perchè i liquidi delle libagioni che venivano versate su di esse potessero defluire a terra.

I vassoi per le offerte e le case dell’anima costituiscono le copie economiche degli altari di pietra tipici dell’Antico Regno e sopravvissuti per tutta la storia dell’Egitto, a loro volta subentrati a stuoie sulle quali veniva posto un vaso di offerte (dalla quale è derivato il geroglifico htp) che nelle prime dinastie venivano deposte ad est della tomba.

PETRIE MUSEUM – LONDRA https://www.worldhistory.org/…/egyptian-pottery-soul…/
Casa dell’anima, da El Kab, XI-XII dinastia. Le palline tonde che si trovano lungo la parte superiore della casa rappresentano pali di legno che costituivano il soffitto (visto che alcuni ritengono che la casa dell’anima rappresentasse una tomba, mi chiedo se non potessero essere dei coni funerari). Uno dei due pilastri che sorreggono il tetto è andato perduto. Sul vassoio compaiono due piccole vasche per la raccolta dell’acqua e miniature di pane e carne che avrebbero sostenuto il defunto nell’aldilà.

FONTI:

Kemet Djedu

IL TERZO PILASTRO

CAMERA SEPOLCRALE DI NEFERTARI – LATO NORD

Di Livio Secco

  

All’interno della camera sepolcrale di Nefertari quattro pilastri circondavano il sarcofago della regina; i due lati di ciascun pilastro rivolti verso il sarcofago erano decorati con figure mummiformi di Osiride (asse est/ovest) e con pilastri “djed“, simbolo di Osiride, (asse nord/sud) mentre gli altri due lati erano decorati con diverse divinità insieme a Nefertari.

Qui vediamo raffigurato il lato nord del III pilastro, con la regina al cospetto di Hathor.

Come al solito ho aggiunto la pronuncia usando la codifica IPA.


Ricordatevi che lo studio del geroglifico è una stupenda ginnastica intellettuale.
Per coloro che volessero cimentarsi con la filologia egizia non posso che consigliare:

Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

  
Tutankhamon

LA CUFFIA E LA FASCIA D’ORO DI TUTANKHAMON

Una ricostruzione a colori di quello che Carter poté vedere

Il tesoro e la storia di Tutankhamon non smettono mai di stupirci ed essere oggetto di post quotidiani.

Forse non tutti sanno che quando Howard Carter scoprì la mummia di Tut, vide che il faraone indossava una calotta decorata con perline e pietre preziose con una fascia d’oro che gli copriva le tempie.

Sopra la cuffia e sopra il capo bendato, era posto il famoso diadema composta da un nastro d’oro allacciato dietro la nuca, con gli urei. Sulla sommità della testa, vicino l’ureo, c’era l’avvoltoio Nekhbet .

Nelle foto qui sotto, scattate da Harry Burton durante le operazioni preliminari di studio della mummia, si vedono chiaramente il diadema, la fascia d’oro e la cuffia.

Foto di Burton in cui sono chiaramente visibili sia la calotta che la benda d’oro
Foto di Burton dove sono visibili il diadema e la banda d’oro
Posizionamento del l’avvoltoio Nekhbet

La cuffia, molto fragile, era stata realizzata in un tessuto di lino tipo batista. Era decorato con quattro urei ricamati arricchiti con splendide perline di maiolica blu e rosse e perline d’oro. Gli urei presentavano dei piccoli cartigli di Aton in lamina d’oro. La calotta era estremamente fragile, pertanto Carter decise di consolidarla, versando della cera di paraffina e lasciarla al suo posto.

La calotta con gli urei

La cuffia con la fascia d’oro era sicuramente presente nel 1922 e nel 1929, ma già nel 1968 era scomparsa.

Che fine avranno fatto?

Resti della cuffia ancora visibili sul capo di Tut

Purtroppo oggi solo le foto ci testimoniano questa ulteriore incredibile raffinatezza di coloro che prepararono il giovane faraone per il suo viaggio nell’Aldilà.

Oggetti rituali

STATUETTE DI PRIGIONIERI

Prigioniero siriano, fango. NMEC. Dettaglio foto di David G.Robbins, 2022

Queste statuette di prigionieri, conservate al NMEC, appartengono alla XIX Dinastia, 1295-1186 BC.

Statuine come queste venivano utilizzate in rituali sacri che venivano svolti nei templi con l’intento di proteggere l’Egitto e il sovrano dai nemici.

I riti di esecrazione, diffusi in Egitto fin dall’Antico Regno, sono comparabili, semplificando, a moderni riti woodoo oppure esorcismi. Sulle statuine, con le sembianze del nemico, in questo caso i Siriani, venivano incisi degli incantesimi ed esse venivano legate con corde e gettate nel fuoco oppure fatte a pezzi.

Scrive Silverman, (Silverman, David P. Ancient Egypt. Oxford University Press, 2003):

Prigionieri siriani, NMEC. Courtesy of Merija Attua

I rituali servivano ad attirare il favore degli dei sulle campagne militari che il faraone portava avanti. Durante la XIX dinastia, in particolare, ci fu una forte spinta all’espansione delle terre d’Egitto e alla costruzione di templi con il rafforzamento del culto del faraone.

Perché le statuine venivano distrutte o bruciate? Secondo gli Egizi, la distruzione del nome o dell’immagine di una persona significava neutralizzarne il potere, poiché significava cancellarla dalla storia.

I rituali di stato venivano svolti per punire i ribelli e i traditori e per diminuire il potere dei nemici dell’Egitto ma lo stesso tipo di formule veniva usato in ambito privato.

Queste statuine, realizzate in fango, sono state trovate a Tura-El-Asmant.NMEC

Foto:

  • Merja Attia
  • David G. Robbins, 2022

Fonti e approfondimenti: