E' un male contro cui lotterò

ORTOPEDIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

FRATTURE

Abbiamo visto che la diagnostica delle fratture era già molto evoluta nell’Antico Egitto, con termini diagnostici già molto moderni. Ovviamente non potevano contare sulle attuali radiografie, ma l’uso di un termine onomatopeico per indicare la crepitazione ossea (il rumore percepibile muovendo una superficie ossea fratturata) ci suggerisce che fosse il sintomo principale – ed estremamente doloroso per il paziente! “anche se (il paziente) ne avrà grande paura” viene infatti menzionato nel Papiro Edwin Smith – utilizzato per diagnosticare una frattura.

E non era sicuramente un evento raro.

Studiando circa 6,000 corpi provenienti dalla regione di Assuan, Wood Jones trovò una percentuale molto alta di fratture – circa il 3% di tutte le mummie esaminate – soprattutto di radio ed ulna (31%), ma anche di clavicola (13%) e femore (10%). Elliot Smith, probabilmente il più grande esperto di mummie egizie del secolo scorso, attribuì questa elevatissima percentuale all’uso del bastone, sia in battaglia che nella vita quotidiana (!).

Sir Grafton Elliot Smith (1871–1937), il primo anatomista ad utilizzare tecniche radiografiche per studiare le mummie egizie. Sviluppò una sorta di venerazione per l’Antico Egitto, da cui (secondo la sua teoria dell’iperdiffusionismo) si sarebbero diffuse le principali innovazioni del mondo antico.

Straordinariamente, molte delle fratture riscontrate erano perfettamente saldate “tanto da distinguere a malapena le linee di frattura” (Nunn, 1995) grazie all’uso di tecniche di steccaggio che hanno poco da invidiare ai gessi moderni.

Fratture perfettamente ricomposte di omero, ulna, radio, femore, perone e tibia scoperte su mummie nubiane (sud della prima cataratta). Da: Jones FW. Some Lessons From Ancient Fractures. Br Med J. 1908 Aug 22;2(2486):455-8

Sempre il solito Elliot Smith ha analizzato i ritrovamenti in una tomba di Naga ed Deir, risalente alla V Dinastia, dove sono state ritrovate due mummie con fratture di radio, ulna e femore ancora steccate. Le stecche in corteccia erano sagomate e non piallate per mantenerle concave ed aderire perfettamente all’arto, legate strettamente con più strati di bende di lino (sovrapposte ed incrociate) con l’ultimo strato legato con un nodo piano, ottimo per tenere ben stretta la fasciatura e contemporaneamente facile da sciogliere.

Steccaggio di radio ed ulna, Naga ed Deir. Da notare la forma concava delle stecche per aderire meglio all’arto

Steccaggio del femore, Naga ed Deir. Da notare il bendaggio molto stretto con le bende sovrapposte perpendicolarmente ed il nodo piano di chiusura.

In questo caso, purtroppo, il paziente non sopravvisse all’incidente che evidentemente aveva avuto, ma Elliot Smith notò nei suoi scritti che “…i medici egizi avevano adottato tecniche che servivano mirabilmente al loro scopo…

SLOGATURE

Il lavoro dell’ortopedico non si limitava alle sole fratture.

Nel papiro Edwin Smith viene descritta la riduzione di una dislocazione della mandibola (“…trovi la sua bocca aperta e la sua bocca non si può chiudere…”) e la manovra è descritta in maniera talmente perfetta (“…posizionerai le tue dita sui rami della mandibola dentro la bocca, con i pollici sotto il suo mento, e spingerai la parte posteriore verso il basso fino a quando non tornerà nella sua posizione corretta.”) da sembrare uscita da un libro moderno, se non fosse che oggi si usano i pollici per fare più forza internamente..

La moderna manovra di riduzione della lussazione della mandibola. Rispetto al Papiro Edwin Smith sono invertire le posizioni di pollice e delle altre dita, ma la manovra è identica.

Dalla tomba di Ipwi (che abbiamo già incontrato nelle patologie oculari) ci è invece pervenuta un’immagine di quello che sembra la prima fase della manovra di Kocher per la riduzione della dislocazione della spalla (braccio ruotato verso l’esterno per allungare i muscoli pettorali prima di portare in avanti il gomito sul petto e ruotare l’avambraccio verso la spalla opposta per completare la riduzione).

Il rilievo cosiddetto “del catafalco” dalla tomba di Ipwi ed il particolare ingrandito con quella che sembra a tutti gli effetti essere una manovra di riduzione della lussazione della spalla. Notare la somiglianza con le prime due fasi della manovra di Kocher.

Nonostante le (ovvie) discussioni sul fatto che si tratti effettivamente di una manovra ortopedica, i moderni ortopedici egizi ne sono così certi da averne fatto il logo della loro società scientifica. Un collegamento diretto tra il passato ed il presente.

Il logo della società scientifica che raduna gli ortopedici egiziani
I FARAONI

DJER

We now reach the end of the 30th Century BCE with the reign of King Djer who is thought to have reigned as many as 41 years. Unfortunately, I did not have very interesting photos of Djer (Oooh! Arrowheads! Wouldn’t you have been excited? 🤣 ) so, I will take a short break from my own collection of photos to show you my very favorite artifact that, sadly, I have yet to see with my own eyes. That’s because the Bier of Osiris, found in the Tomb of Djer at Umm el-Qa’ab in the low western desert of Abydos, has always been in a traveling exhibition for five or more years … even when I was last in the Egyptian Museum in November.

Shown in the accompanying photo shortly after it was found in the Tomb of Djer in Umm el-Qa’ab, the Bier of Osiris was excavated by Emile Amelineau, a French Egyptologist, in 1898.

From the New Kingdom onwards, the Tomb of Djer was regarded as the Tomb of Osiris and it was here that the famous five-day passion play of Osiris was re-enacted to commemorate the Myth of Osiris. How do we know this? The details of the passion play are recorded on the Dynasty 12 Stela of Ikhernofret now in the Neues Museum in Berlin. We call the passion play the Khoiak Festival but that’s a Coptic name. The ancient Egyptians called it kaherka or ( 𓂓 𓁷 𓏤 𓂓 𓎱 𓇳 ). As you can see, there is a heb sign (𓎱) shown to indicate that it was a festival. Some of the activities during the festival were shaping earth to look like the profile of Osiris. Seeds were sown in a ceramic Osiris Mold and then watered until germination.

But back to Djer! Remember? Dynasty I’s third king? 😀 According to Josef Wegner, his serekh name (meaning “Defender of Horus”) is pronounced “JAIR” as in chair, and his name is spelled as 𓇦 (M37 among Gardiner numbers). On the Abydos Kinglist in the Temple of Sety I, his name appears as his throne name or 𓇋 𓏏 𓍘 (Iteti). He is thought to be the son to Hor-Aha and Hor-Aha’s other wife named Khenthap. When his tomb was found, his mummified arm was found with four bracelets around his wrist (of which I will post a photo of in the comments along with a photo of his tomb … now back-filled).

I FARAONI

HOR-AHA

As you may remember, I started with the first king of Dynasty I and his name is Narmer. In his case, at least we had an image of him on his famous palette which, until 25 years ago, also contained the earliest-known hieroglyphs. Now, that oldest record of hieroglyphs has been superseded by even earlier hieroglyphs on tags found by Gunter Dryer in Umm el-Qa’ab in Abydos.

© Dave Robbins

But pictured is yet other very ancient hieroglyphs … those of the 2nd king of Dynasty 1, Hor-Aha, and his wife, Benerib. The hieroglyphs were found on a fragment from a box made from hippopotamus ivory also found at Umm el-Qa’ab. Once again, we see a falcon standing above the serekh or palace facade used for the Horus or serekh name of the king, that being Hor-Aha, sometimes just referred to as “Aha” and spelled with the shield and mace (D34) shown as: 𓂚 (Admittedly, it’s not an exact match but it’s close and I’ll go along with it.)

To the left, we see the name of Benerib which means the queen was just called “Sweetheart!” 🤣 It’s true! The “ib” (𓄣) means heart … that being the same heart you see on the scale in the Judgment Hall and the “bnr” or “bener” (𓇟) means “sweet.”

The “Ivory Box fragment of Hor-Aha” is found in the British Museum and carries the accession number of EA 35513. My photo is from December 2017.

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

L’OSIREION E IL FIORE DELLA  VITA

Di Piero Cargnino

Nella descrizione dell’Osireion abbiamo parlato del fatto che le sue pareti sono completamente prive di incisioni e geroglifici, solo su alcuni pilastri vi sono rappresentate delle navi con le vele ammainate, poi, quasi con noncuranza, ho accennato che ci troviamo anche eccezionalmente il “Fiore della Vita”.

Ho detto quasi con noncuranza perché ho dato per scontato che tutti conoscano il “Fiore della Vita”, non ho però tenuto conto che forse in realtà non tutti ne conoscano il significato per cui vorrei parlarne un po’.

Il fiore della vita è una forma geometrica composta da più cerchi equidistanti e sovrapposti, disposti in una simmetria esagonale che vanno a formare una figura che ricorda un fiore con simmetria a sei pieghe come un esagono. Il centro di ogni cerchio è posto sulla circonferenza di sei cerchi sovrapposti dello stesso diametro.

La forma, la proporzione e l’armonia perfette del “Fiore della Vita” sono state conosciute da filosofi, architetti e artisti di tutto il mondo. I pagani lo consideravano una geometria sacra di antico valore religioso, una sorta di “Registro Akashico” che raffigura le forme fondamentali di spazio e tempo. Akasha è un termine sanscrito per indicare l’etere e conterrebbe le informazioni di base di tutti gli esseri viventi  rappresentando l’espressione visiva delle connessioni della vita che attraversano tutti gli esseri senzienti.

La rappresentazione di tale simbolo ha origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi, lo si trova più spesso nella forma esagonale dove il centro ci ciascun cerchio sta sulla circonferenza di sei cerchi circostanti dello stesso diametro. E’ formato da 19 cerchi completi e 36 archi circolari parziali, il tutto inserito in un grande cerchio.

Il “Fiore della Vita” lo troviamo citato in numerosi manoscritti risalenti alle più disparate epoche e culture di tutto il mondo. Nella sua rappresentazione può assumere diverse forme sempre riconducibili al numero “sei”, simbolo dei giorni della creazione (per questo in molti casi è chiamato anche “Sesto giorno della Creazione”).

Come simbolo lo troviamo nelle più antiche culture, in quella egizia nelle “Tavole Di Thoth” oltre ad essere rappresentato, come detto, sulle colonne dell’Osireion di Seti I, nel tempio di epoca romana dedicato a Hibis a El-Kharga, compare nella cultura assira e fenicia, viene citato nel Talmud babilonese e nella Bhagavadgītā degli Induisti oltre che nella Bibbia dove viene citato più volte.

Lo troviamo anche in un manoscritto di Leonardo da Vinci.

Secondo alcuni la più vecchia rappresentazione del “Fiore della Vita” si troverebbe su un gradino di alabastro di uno dei palazzi del re Assurbanipal e sarebbe datato al 645 a.C. Opinione che non tiene conto di quello rappresentato nell’Osireion ad Abydos, in Egitto risalente ad almeno 6000 anni fa (alcuni lo farebbero risalire a 10.500  a.C. o prima.

Inciso con incredibile precisione, si pensa che potesse rappresentare l’occhio di Ra, un simbolo dell’autorità del faraone. Rappresentato nella sua forma estesa, il “Fiore della Vita” assume un’importanza notevole in quanto nella sua struttura emerge una matematica perfetta, con la presenza del “numero aureo” che è esotericamente considerato sacro. Gli architetti, fin dal più lontano passato  lo hanno sapientemente inserito in ogni struttura da loro costruita

I FARAONI

NARMER

Today, I will begin a long series of posts on each Egyptian pharaoh, that is, one by one through each of the kings in which I have photographed statues, wall-relief images or artifacts of said king. Of course, since there are said to be 170 such pharaohs (and my own list contains 189 (not including Predynastic kings or Roman Emperors), I won’t have anything for some, maybe many? pharaohs, of course, but I’ll remember to mention them.

© Dave Robbins

Everybody knows this first one, that is, Narmer, and his Palette, found in 1898 at the ‘main deposit’ in Hierakonpolis by James Quibell. As you can see, Narmer is wearing the white crown of upper Egypt called the hedjet ( 𓌉𓏏 𓋑 ) which, itself, just means the color white. In fact, in this literally 5000-year-old artifact, we can see the start of one of the longest lasting cultural traditions we’ve ever known in human civilization. That is, the smiting motif, where Narmer is about to clobber his captive (held by the hair in his left hand) with the mace held in his right hand. Other traditions started with this image include the false beard, the chin strap, the kilt, and the bull’s tail … all worn by Egyptian kings for the next 30 centuries.

In its home in the atrium of the Egyptian Museum … ground floor, gallery 43 … less than ten seconds from the museum entrance.
La collocazione nell’atrio del Museo Egizio … piano terra, galleria 43 … a meno di dieci secondi dall’ingresso del museo.
© Dave Robbins

How do we know Narmer’s name? Just above the very tip of his crown are his name’s hieroglyphs. “Nar” is a catfish represented by the hieroglyph K24 (which I can only substitute for with K8, that is, 𓆢, along with U23 or 𓍋 i.e. ‘mr’ which represents a chisel shown vertically. So his name, Narmer, was spelled: 𓆢 𓍋 (i.e. nr-mr). Enclosing the two hieroglyphs is a palace facade. The facade itself (𓊁) became part of the Horus name or serekh name of the fivefold royal titulary. Thus, we know Narmer’s serekh name is, of course, Narmer. What do you suspect would be his ‘throne name?’

In front of Narmer’s face on this thought-to-be ‘recto’ side of the palette is a falcon holding yet another captive with a nose ring. The six papyrus plants under the falcon may be hieroglyphs for 6000 (𓇀𓆼) which it is speculated may be the number of prisoners captured.

Behind Narmer, also on the battlefield, is his sandal-bearer who carries, of course, royal sandals in his left hand and, likely, a pot of water in his right hand. The goddess Bat is found in each upper corner. Bat, an important influence on the cult of Hathor, is thought to mean “female spirit.”

As mentioned, this, of course, is just the recto side of the palette. The accession number in the Cairo Museum is CG 14716. My photo is from February 2018 when, believe it or not, Janet and I went to the Egyptian Museum in Cairo, everyday for five consecutive days. 🤣 Not kidding.

The top half of the ‘verso’ side of the Narmer Palette. I won’t explain all of this side but, on this side, Narmer wears the red crown of lower Egypt called the ‘deshret’ represented by the hieroglyph shown as 𓋔 and, as you can see, contains a spiral representing the partly unrolled tongue or proboscis of a honey bee. The honey bee was a symbol of lower Egypt and was even part of their name for a king, that being, bity, or: 𓆤 𓏏𓀰
La metà superiore del “verso” della Paletta di Narmer. Non spiegherò tutto di questo lato, ma su di esso Narmer indossa la corona rossa del basso Egitto chiamata “deshret”, rappresentata dal geroglifico 𓋔 e, come si può vedere, contiene una spirale che rappresenta la lingua o proboscide parzialmente estesa di un’ape. L’ape mellifera era un simbolo del basso Egitto e faceva persino parte del nome di un re, detto bity ovvero: 𓆤 𓏏𓀰
The lower half of the verso side. Was it actually the ‘verso side?’ We don’t actually know but this is what is commonly thought.
La metà inferiore del verso. Questo lato era davvero il “verso”? In realtà non lo sappiamo, ma è ciò che si pensa comunemente.
E' un male contro cui lotterò

GLI INGREDIENTI DELLA MEDICINA EGIZIA

Di Andrea Petta

ACACIA

«šnt» («scenet») o «šnḏt» (scenedet»)

L’acacia era un prezioso aiuto per i medici egizi. Le foglie macerate in acqua o birra venivano utilizzate per combattere i vermi, come rimedio per le gambe gonfie, per la preparazione di colliri, per il trattamento della psoriasi e come antidiarroico.

Noi l’abbiamo incontrata nel nostro “viaggio” specificatamente come cura per il tracoma, come antiemorroidario (sfruttandone le proprietà lenitive) e perfino come componente di un tampone anticoncezionale, sfruttandone il pH acido.

La resina dell’acacia era invece usata come “film” protettivo in caso di ustioni.

Da notare che l’acacia è utilizzata tuttora dalla medicina tradizionale anche nel trattamento del prolasso uterino e di quello rettale.

Il suo nome lo troviamo con due ortografie diverse (probabilmente per le note ragioni di praticità e spazio sui papiri), entrambe con il simbolo Gardiner M1, simboleggiante un albero, ad indicare che si sta parlando di una pianta.

ASPIRINA (SALICE/ACIDO SALICILICO)

«trt» («tjeret»)

Gli antichi egizi conoscevano l’aspirina?

Difficile da dire con certezza. Nel Papiro Ebers si fa riferimento ad un estratto di una parte sconosciuta del salice per “dare pane  nutrimento) al cuore”.

Non sappiamo però con sicurezza se lo scopo fosse effettivamente somministrare dei salicilati estratti dalla corteccia del salice, in particolare delle specie Salix purpurea e Salix fragilis che sono ricche di salicina, un glucoside ossidato ad acido salicilico direttamente nel corpo umano.

Il fatto però che il salice, o parti di esso, fosse indicato anche per la “debolezza dei sinu (=vasi)” e per le otiti la rende un’ipotesi affascinante.

BIRRA

henket

Dal momento che la birra, così diffusa nell’Antico Egitto fin dalla preistoria, era usata come parte del salario del lavoratore, il suo determinativo è una specifica giara usata soltanto per questa bevanda (Gardiner W22). La giara per la birra doveva contenere una quantità ben precisa di liquido (la “misura”) ed era controllata dai funzionari statali per evitare frodi.

Il suo consumo è attestato fin dall’Epoca Predinastica, ed il valore ad essa dato è evidenziato dalle centinaia di giare sepolta nella tomba del Re Scorpione.

Veniva spesso utilizzato come “vettore” per molti medicamenti

CIPOLLA

«ḥḏw» («hedju»)

La cipolla (Allium cepa) è uno dei vegetali più “antichi” di cui abbiamo traccia nella storia millenaria dell’Egitto faraonico, essendo già riportata nell’Antico Regno durante la V Dinastia.

Della cipolla i medici egizi sfruttavano le proprietà antibiotiche, diuretiche ed espettoranti. Il liquido ottenuto schiacciando i bulbi veniva usato anche come antispastico e per regolarizzare il flusso mestruale, un’indicazione ripresa pari pari da Ippocrate e tramandata per secoli.

Ricordiamo anche che veniva usata come “prova” della fertilità di una donna (vedi https://laciviltaegizia.org/…/fertilita-gravidanza-e…/).

Scritto con diverse grafie (questa è la più frequente), è possibile che il termine hedju possa indicare anche l’aglio nei papiri medici, in quanto il termine normale per l’aglio (“kheten”) non vi compare mai.

DATTERI (Phoenix dactylifera)

«bnr» («bener»)

I datteri, ossia le bacche della Phoenix dactylifera, sono tra gli alimenti più antichi conosciuti. Ricchi in potassio, vitamine e sali minerali, nonché con un alto contenuto di zuccheri, il “pane del deserto” era consumato fin dall’epoca predinastica in Egitto. Si usava la bacca fresca, quella disidratata, la farina che se ne ottiene, l’infuso in acqua o vino ed era ampiamente coltivata nei giardini delle case e dei templi egizi.

Da un punto di vista medico, rientra in moltissime prescrizioni – probabilmente più per il senso di benessere indotto dagli zuccheri assunti, visto che si tratta di una vera e propria panacea usata dai medici egizi.

Lo troviamo infatti usato fresco per i problemi urinari, come farina addensante negli sciroppi contro la tosse, per evitare la caduta dei capelli, come antiparassitario, come sostegno per il cuore affaticato, contro i blocchi intestinali, per favorire le contrazioni uterine durante il parto (sfruttando una sostanza simile all’ossitocina che riduceva anche l’emorragia dopo il parto) – ma anche, come abbiamo visto, come anticoncezionale applicato come tampone vaginale.

L’importanza dei datteri era tale che, secondo alcuni studiosi, il nome stesso deriverebbe da quello del Benu, l’uccello sacro a Ra, simbolo della rinascita in quanto guida dei defunti nell’oltretomba (si veda al riguardo: https://laciviltaegizia.org/2021/02/02/il-benu/). Per le bacche il determinativo usato è il Gardiner M30, che indica la loro caratteristica principale: “dolce”.

GIUGGIOLO (Ziziphus spina-christi)

«nbs» («nebes»)

Il giuggiolo “spina di Cristo” è noto nella cultura cristiana principalmente perché, secondo la tradizione, i suoi rami spinosi sarebbero stati usati per formare la corona di spine posta sulla testa di Gesù. Addirittura la tradizione identifica in una pianta precisa, tuttora in vita nella parte meridionale di Israele, la fonte originale di tali spine.

Nella cultura beduina e nubiana, dove si chiama sidr, i suoi frutti e l’estratto delle foglie sono tuttora usati come farmaci in caso di malessere e febbre.

I rami spinosi del giuggiolo

Di sicuro il giuggiolo era noto e ampiamente coltivato nell’Egitto faraonico, tanto che il pane di nebes era tra le offerte rituali per i defunti.

Il giuggiolo viene menzionato in ben 33 prescrizioni dei papiri medici, soprattutto utilizzando le foglie ma anche la polpa dei frutti o la sua corteccia. Nel Papiro Ebers e nel Papiro Hearst diventa il farmaco che “guarisce ogni male di cui un uomo possa soffrire…in particolare ogni gonfiore” (Ebers 536, Hearst 134), mentre il pane di nebes, macerato in acqua, veniva posto sulle ferite ed i traumi in generale.

La cosa straordinaria è che studi recenti, con i moderni strumenti di analisi, hanno dimostrato la presenza (soprattutto nelle foglie di giuggiolo) di diverse sostanze anti-infiammatorie ed anti-tumorali, individuando il fattore di trascrizione (ossia la proteina che legandosi al DNA stimola la produzione di fattori infiammatori) inibito dagli estratti di questa pianta.

Una volta ancora i medici egizi avevano individuato empiricamente dei principi attivi che sono “sopravvissuti” nella medicina tradizionale fino a noi.

MIELE

“bit”

Il miele d’api è probabilmente l’ingrediente più usato nelle prescrizioni egizie, sia applicato esternamente che nei rimedi presi per bocca. Poteva essere utilizzato come “veicolo” per altri principi attivi, sfruttando la sua dolcezza, oppure come principio attivo esso stesso.

Composto principalmente da glucosio e fruttosio, era il principale dolcificante in una società che non conosceva lo zucchero di canna o quello di barbabietole. Ma gli zuccheri componenti ne innalzano soprattutto l’effetto osmotico, rendendolo un potente battericida e fungicida.

Come abbiamo visto, veniva usato anche nelle ferite aperte proprio per questo motivo, un effetto accelerante della guarigione di ferite, ustioni ed ulcere riscoperto negli ultimi decenni e dimostrato in studi scientifici moderni.

Al simbolo Gardiner L2, quello dell’ape, veniva aggiunto il simbolo W22 (solitamente usato per la birra) per indicare che si sta parlando del loro “prodotto”, conservato in questi contenitori, solitamente da 450 ml (= 1 “henu”).

NINFEA

“sšn» («seshen»)

Il termine “seshen” può indicare indifferentemente la Nymphaea caerulea (ninfea azzurra o, impropriamente, loto blu), la Nymphaea lotos (ninfea bianca o, impropriamente, loto bianco) e la Nelumbo nucifera (il loto vero e proprio), anche se gli studiosi non sono concordi. Va sottolineato per l’ennesima volta, però, che fino all’invasione persiana l’Egitto faraonico conosceva SOLO il genere Nymphaea – quindi tutti i riferimenti al “loto” antecedenti al 525 BCE ed alla XXVII Dinastia sono in realtà riferimenti alla ninfea. La svista colossale è dovuta ad una certa ignoranza botanica dei primi archeologi inglesi (“Sembra come se i botanici da un lato abbiano ignorato gli archeologi, e questi a loro volta non apprezzino le distinzioni botaniche”, Spanton 1917)

In campo medico, il Papiro Ebers comprende l’utilizzo del “khau” di ninfea in diverse preparazioni, lasciato in infusione con vino o birra; oggi sappiamo che solo il fiore ed il rizoma contengono ben quattro alcaloidi narcotici, per cui si tende ad interpretare “khau” come il fiore e a considerare il vino “aromatizzato” con i fiori di ninfea come una droga allucinogena.

L’utilizzo era prescritto per “un’ostruzione del lato destro del ventre” (Ebers 209) o per il “trattamento del fegato” in caso di ittero (Ebers 479). Il Papiro Chester Beatty VI lo prescrive anche come clistere.

Una curiosità: il termine venne mantenuto anche nella lingua copta (šōšen) ed in quella ebraica (šōšannā) arrivando fino a noi nel nome Susanna.

TOPO

«pnw» («penu»)

E cosa ci fanno i topi tra gli ingredienti delle prescrizioni egizie?

Il Papiro Hearst li cita come rimedio per prevenire l’ingrigire dei capelli (Hearst 149) – vedi https://laciviltaegizia.org/…/la-cura-del-corpo-i-capelli/ – cuocendoli nell’olio, anche se non specifica bene il modo di applicarli sullo scalpo del malcapitato.

Ma se pensate che sia una cosa raccapricciante e legata all’ignoranza dei medici egizi, sappiate che i topi ricorreranno per millenni nei “rimedi” medici almeno fino al 1747, quando John Wesley, prete anglicano fondatore del metodismo, si lanciò in un’opera temeraria intitolata “Primitive physic”, a cavallo tra scienza (poca) e teologia (tanta), in cui suggerì come rimedio per la tosse dei bambini di “Acchiappare un topo, ucciderlo, metterlo nel forno e cuocerlo finché non sia ridotto a cenere; dopodiché toglierlo dal forno e mettere la cenere in una scodella di latte da far bere al bambino”.

Il volume fu un vero bestseller del XVIII secolo in Inghilterra, tanto che lo trovate ancora su Amazon (https://www.amazon.com/Primitive-Physic…/dp/1592442587) se volete sperimentare i suoi rimedi naturali…

VINO

“irp”

Il vino è comparso dopo nelle abitudini alimentari egizie, probabilmente all’inizio del periodo dinastico con gli scambi commerciali con l’attuale Palestina. Prodotto nella zona del Delta, rimase costoso per le classi meno abbienti. L’unità di misura era lo “hin” corrispondente a circa mezzo litro. Il determinativo in questo caso è una doppia giara, Gardiner W21.

Anche il vino venne utilizzato come liquido per preparare dei medicamenti, riservati ovviamente alle persone più facoltose

IN AGGIORNAMENTO

Fonti ulteriori, oltre alla bibliografia principale:

  • Allen, James P. Middle Egyptian: An introduction to the language and culture of hieroglyphs. Cambridge University Press, 2000
  • Secco, Livio. “Dizionario egizio-italiano, italiano-egizio.” Kemet, 2016.
  • Gardiner, Alan H. “Egyptian grammar. Being an intr. to the study of hieroglyphs.” (1969).
  • Gardiner, Alan H. “The House of Life.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 24, no. 2, 1938, pp. 157–79.
Luce tra le ombre

UNO SGUARDO ALLE CONOSCENZE EGIZIE

INTRODUZIONE

A questo punto, è opportuno affrontare il problema sulle reali conoscenze tecniche degli egizi. Sull’argomento si sono versati fiumi di inchiostro e avanzate le teorie più disparate, dalle più plausibili a quelle più astruse e sensazionalistiche. In realtà, la documentazione in merito di cui disponiamo ad oggi è piuttosto limitata, ma le scoperte nella terra dei faraoni sono all’ordine del giorno e, molto probabilmente le ricerche, condotte in modo rigorosamente scientifico, permetteranno di comprendere in maniera sempre più approfondita e precisa le metodologie progettuali e costruttive adottate in un passato così remoto.

Gli scribi egiziani si sono certamente affidati alle loro conoscenze geometriche e matematiche per progettare e sviluppare un’architettura così grandiosa. Estremamente pratici e concreti, non sembra nutrissero una particolare propensione per l’astrazione. Probabilmente, riferendosi a questo popolo di costruttori e agricoltori, inquadrato in un sistema amministrativo rigoroso, è decisamente più appropriato parlare di matematica applicata. La scarsa documentazione giunta sino a noi, cui accennavo in precedenza, è sicuramente da attribuirsi all’estrema fragilità del papiro ed è un caso davvero fortunato che alcune raccolte, come il papiro Rhind (Immagine n. 1) e quello di Mosca (Immagine n. 2), abbiano potuto resistere alle ingiurie del tempo.

Immagine n. 1 Papiro matematico Rhind. Londra, British Museum EA10057 (particolare). Alcuni dei problemi esposti in questo frammento riguardano il calcolo della pendenza o dell’altezza di una piramide. (©The British Museum, www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA10057)

Si tratta di due esemplari che datano alla fine del Medio Regno ed entrambi comprendono una serie di esercizi, principalmente di natura contabile e geometrica, che trovavano larga applicazione pratica nella vita quotidiana. Da soli costituiscono la stragrande maggioranza del corpo dei problemi matematici egizi che ci sono noti, dalle origini al Nuovo Regno. Vi sono esposti numerosi enunciati seguiti dalle relative soluzioni e sei di essi sono relativi a problemi legati alle piramidi.

Immagine n. 2 Papiro di Mosca (particolare). Denominato in origine papiro di Golenischev, in onore del suo primo possessore, fu ceduto al governo russo nel 1912. E’ conservato presso il Museo Puškin delle belle arti di Mosca, catalogato con il n. 4576. Il papiro non è giunto fino a noi integro. In tutto si conservano nove piccoli frammenti della parte iniziale ed un segmento più lungo. Quest’ultimo è stato tagliato, in epoca moderna, in 11 fogli di larghezza variabile dai 64 ai 33,5 cm. La lunghezza totale del papiro è di 544 cm, e l’altezza di 8 cm. E’ scritto in ieratico ed è stato datato, con metodo paleografico, attorno al 1850 a.C. Si tratterebbe, in tal caso, del più antico testo matematico egizio ad oggi noto. Conserva 25 problemi, alcuni dei quali purtroppo illeggibili, o di difficile interpretazione. Spicca tra tutti Il problema n. 14, in cui è illustrata la procedura per calcolare il volume di un tronco di piramide a base quadrata. (Fonte: Alice Cartocci, la Matematica degli antichi egizi – I papiri matematici del Medio Regno, Firenze University press. Immagine reperita in rete)

Anche se molto posteriori alla IV dinastia, alcune affermazioni si riferiscono ai calcoli della pendenza delle facce di una piramide (il seqed), le cui caratteristiche sono tipiche di quell’epoca. In particolare, il problema n. 56 del papiro Rhind ha la finalità di determinare il seqed di una piramide di 250 cubiti (131 metri) di altezza e di 360 cubiti (188,64 metri) di lato di base. La soluzione riporta il risultato di 5 palmi e 1/25 (vale a dire, un’inclinazione equivalente a 54°15’). Sono valori che si approssimano in maniera estremamente rimarchevole per dimensioni e proporzioni a quelli della Piramide romboidale di Dashur (IV dinastia) allorché la costruzione era ancora al suo secondo stadio. I dati relativi ai problemi n. 57 e 58, sono invece del tutto identici alle dimensioni della piramide di Userkaf a Saqqara (V dinastia). Questo parallelismo indica, con tutta probabilità, un chiaro legame tra l’architettura dell’ Antico Regno ed i problemi matematici della fine del Medio Regno dal momento che nessun monumento di quest’ ultimo periodo offre un possibile paragone. Tutto ciò lo si può spiegare solo ammettendo una fonte documentaria che si è protratta per diversi secoli, ma della quale purtroppo non rimane nulla.

MISURAZIONI E PENDENZA (SEQED)

L’unità di misura utilizzata dagli antichi egizi per il progetto dei loro edifici era il “cubito reale” e i suoi sottomultipli, il palmo e le dita. Un cubito reale era equivalente a 7 palmi, ovvero 28 dita. Non utilizzavano gli angoli, così come li conosciamo, per esprimere un’inclinazione. Si avvalevano di un rapporto di pendenza in cui la differenza di livello era sempre fissata a un cubito (ossia 7 palmi). Il seqed era il denominatore di questo rapporto che si esprimeva attraverso una misura di lunghezza. Ad esempio, il seqed di un angolo di 54°27’ corrispondeva a 5 palmi; Il seqed di 42°5’ a 1 cubito e 3 dita (ovvero 7 palmi e 3 dita) ecc. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Esempi di seqed (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.210)

A causa della mancanza di documentazione coeva, è fiorita tutta una letteratura sulle presunte proprietà matematiche delle piramidi e l’immaginazione, più che la ragione, ha dato la stura ad ogni sorta di divagazione. Così, saltano fuori presunte relazioni geometriche celate nell’architettura della Grande Piramide di Cheope (chissà perché sempre e solo in quella, come se fosse l’unica esistente in Egitto!) in cui il numero aureo ϕ, oppure π occupano un ruolo preponderante.

I documenti di cui siamo in possesso non fanno alcun accenno, sia pure vago, a π: certamente non era noto, né impiegato dagli egizi almeno fino alla fine del Medio Regno. Ciò, d’altra parte, non deve essere interpretato come la prova di una scienza rozza e primitiva. Gli scribi avevano semplicemente trovato un diverso, semplice modo per calcolare l’area di un cerchio, avendo notato che essa corrispondeva (all’incirca) a quella di un quadrato avente i lati più corti di un nono rispetto al diametro. E’ un procedimento del tutto differente, ma altrettanto efficace per le loro esigenze. Il risultato era un poco diverso in quanto equivalente a quello ottenuto applicando un valore di π pari a circa 3,16. (Immagini n. 4-5)

Immagine n. 4 Il problema R50 del papiro Rhind che descrive il metodo per calcolare l’area di un cerchio (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.211)
Immagine n. 5 Approssimazione dell’area di un cerchio tramite un quadrato secondo il metodo egizio. Il lato del quadrato è calcolato equivalente a 8/9 del diametro del cerchio (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.211)

Calcoliamo, ad esempio, l’area di un cerchio avente diametro 10 cm. (ossia una raggio pari a 5 cm.)

Applicando la formula che ci è nota fina dalle scuole elementari abbiamo:
πrr= 3,14×25= 78,50 cmq

Utilizzando il metodo degli antichi egizi abbiamo:
(10-10/9)x(10-10/9)= (10-1,11)x(10-1,11)= 8,89×8,89= 79,03 cmq.

L’irrazionalità del valore di π è stata stabilita solo in epoca moderna, pertanto l’importanza quasi metafisica che oggigiorno gli viene attribuita da taluni non aveva alcuna ragione di esistere nelle scuole greche, né tantomeno, e a maggior ragione, in quelle degli egizi dell’ Antico Regno, che addirittura ne ignoravano l’esistenza.

Quanto al numero o sezione aurea ϕ, nessun documento ci autorizza a pensare che, all’epoca, se ne avesse una sia pur vaga nozione. Come per π, si tratta di una coincidenza fortuita scaturita dalla scelta di un semplice rapporto di pendenza per controllare l’inclinazione delle facce. Appare ovvio che i “mistici” che vedono la piramide di Khufu come un monumento unico che concentra gli elementi di una conoscenza superiore e nascosta si sbagliano nel considerarla sotto questa luce. La sua pendenza trae origine dalla piramide, eretta a Meidum, dal padre Snefru, edificio che è il risultato di due modifiche successive rispetto al progetto iniziale.

E che dire delle svariate figure geometriche che secondo alcuni sono alla base della planimetria interna degli edifici e la cui complessità “alchemica”, indizio lampante di schemi “rivelati”, ha un senso unicamente per quegli autori ostinatamente convinti di averne ricavato la prova di un sapere dimenticato o di un messaggio nascosto? In realtà, le piramidi si avvalevano di pendenze semplici e variabili e le correlazioni tra figure geometriche e schemi architettonici sono di scarsa utilità dal momento che non è possibile farsene un’idea senza il ricorso ad un massiccio impiego di ipotesi.

ORIENTAMENTO E CONOSCENZE ASTRONOMICHE

Come per la matematica, ciò che sappiamo in merito alle conoscenze astronomiche lo si apprende da fonti più tarde (posteriori al Secondo Periodo Intermedio). Tuttavia, i collegamenti tra le piramidi e le osservazioni della volta celeste non sono, per questo, da scartare. Si sa che, durante l’Antico Regno, l’orientamento degli edifici ha costantemente come riferimento il nord e punta verso la regione circumpolare dell’emisfero boreale. Gli studiosi concordano pressoché unanimemente sul significato religioso di questa disposizione che avrebbe permesso all’anima del sovrano di ricongiungersi con le stelle che “non tramontano mai”. Inoltre, testi di epoca tarda descrivono tradizionali cerimonie di fondazione durante le quali il posizionamento di un monumento, in base alla posizione degli astri, giocava un ruolo di grande importanza (Immagine n. 6). È senza dubbio durante il rituale della “tensione della corda” che venivano gettate le fondamenta di una piramide, prestando particolare attenzione a orientarla secondo i quattro punti cardinali.

Immagine n. 6 Rituale della tensione della corda rappresentato su un muro del tempio di Edfu. Il faraone e la dea Seshat piantano dei picchetti ai quatto angoli dell’edificio. Epoca Tarda. (© Émile Chassinat, 1934. Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.212).

Nessun documento ci è pervenuto, al momento, che possa fornirci chiarimenti sui metodi impiegati. A causa della precessione degli equinozi, la Stella Polare, agli inizi dell’ Antico Regno, non era quella a cui ci riferiamo oggi (Alpha dell’ Orsa Minore), ma un punto del cielo situato a meno di 2° da Thuban (la stella Alpha della costellazione del Dragone). Questa stella era quindi troppo lontana per fornire un risultato soddisfacente in relazione alla precisione osservata (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La stella Thuban della costellazione del Dragone si trovava, all’epoca della costruzione delle piramidi, spostata di circa 2° rispetto al nord (Immagine reperita in rete)

I ricercatori, che si sono interessati al problema dell’orientamento, hanno proposto svariate tecniche verosimili che avrebbero permesso di determinare con precisione la direzione del nord utilizzando i mezzi dell’epoca. Una di queste suggerisce una meticolosa osservazione notturna della posizione degli astri. Determinando la levata ed il tramonto di una stella, gli egizi avrebbero potuto ottenere l’esatta direzione del nord. Era però necessario ricreare una linea dell’orizzonte perfettamente orizzontale per godere di condizioni di osservazione ottimali.

In tempi più recenti, Kate Spence ha evidenziato un’evoluzione lineare delle differenze di orientamento nelle piramidi erette tra la IV e l’inizio della V dinastia che l’ha portata a concludere che gli architetti avevano utilizzato la volta stellata come punto di riferimento. Un indicatore che, con il passare dei decenni, si è prima avvicinato al polo e poi, in modo sempre più consistente, vi si è rapidamente allontanato a causa della precessione degli equinozi. Secondo l’egittologa britannica, i geometri, muniti di filo a piombo, avrebbero scelto di prendere come punto di riferimento le stelle Mizar (Orsa maggiore) e Kochab (Orsa Minore), aspettando che si allineassero verticalmente (Immagine n. 8).

Immagine n. 8 Determinazione della direzione del Nord attraverso l’osservazione della levata e del tramonto di una stella oppure osservando l’allineamento verticale della stella Mizar dell’Orsa Maggiore, con la stella Kochab dell’Orsa Minore (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.212)

All’epoca il polo celeste corrispondeva all’allineamento dei queste due stelle e, pertanto, è probabile che gli egizi lo individuassero in questo modo. Con il progressivo spostamento dell’asse di rotazione terrestre e l’allontanamento di questi due astri dal polo, il margine di errore sarebbe divenuto sempre più ampio e reso i riferimenti inadeguati.

Il nord avrebbe anche potuto essere determinato attraverso osservazioni diurne, contrassegnando, su un suolo perfettamente livellato, le ombre proiettate da una pertica in momenti opposti della giornata (levata e tramonto del sole). La bisettrice dell’angolo che veniva a formarsi avrebbe indicato la direzione (Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Determinazione della direzione del nord attraverso l’osservazione diurna (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.213)

Oltre a orientare la piramide, la fase preparatoria consisteva nel tracciarne i confini, stabilirne gli angoli e livellare la piattaforma su cui doveva essere eretta. I geometri e gli agrimensori egizi hanno dimostrato anche in questo caso tutta la loro abilità, poiché gli angoli retti della Grande Piramide sono pressoché perfetti, con uno scarto medio di 3’38″ e il dislivello della base fa segnare uno stupefacente valore di soli 2,10 centimetri!

La perfetta orizzontalità dei lati, con molta probabilità, fu ottenuta mediante un piano di riferimento rigorosamente livellato e punti di riscontro situati ai quattro angoli della struttura. Confrontandoli l’uno rispetto agli altri, permise di allinearli, asportando gradualmente il suolo roccioso fino ad ottenere una superficie del tutto piana. La geometria dell’epoca permetteva sicuramente di risolvere il problema della perpendicolarità degli angoli, anche se la presenza dell’enorme massa rocciosa impediva, ovviamente, di avvalersi del tracciamento delle diagonali. Ci si poteva,pertanto, basare unicamente su misure prese lungo il perimetro esterno. Intorno alle piramidi di Khufu e Khaefra furono scavate buche circolari o quadrate per ospitare dei marcatori distanziati di 3-5 metri. Questi fornivano un grosso riferimento nel mantenere la linearità dei lati, ma è probabile che giocassero un ruolo altrettanto importante nel tracciamento di angoli perfettamente ortogonali (Immagine n. 10).

Immagine n. 10 Allineamento delle cavità lungo i lati della Grande Piramide di Khufu (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.213)

Gli egizi dimostrano di avere avuto una buona conoscenza del comportamento delle strutture, sia in termini di resistenza dei materiali sia nello studio della loro stabilità. Questo è senz’altro uno degli aspetti più rivoluzionari e sorprendenti che si riscontrano nella loro architettura. Le tecnologie che misero a punto suscitano enorme ammirazione soprattutto in considerazione dei rudimentali mezzi di cui disponevano e della limitatezza delle loro conoscenze teoriche. Queste conquiste furono il risultato di un percorso empirico e pragmatico intrapreso da tecnici tenaci e desiderosi di vincere la sfida posta dal sovrano e dai suoi architetti, mentre la mancanza di basi scientifiche fu compensata dalle ampie risorse messe a loro disposizione.

Alcuni componenti dell’edificio furono progettati e realizzati prima di essere trasferiti in cantiere: è il caso, ad esempio, delle volte e delle coperture su cui si sarebbe retto l’equilibrio della distribuzione interna (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 Ricostruzione della posa in opera di una grande volta a capriate. Questo tipo di copertura veniva impiegato negli ambienti funerari delle piramidi della V e VI dinastia. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.214)

Altrettanto si può dire dei sistemi di bloccaggio e sigillatura delle tombe che, senza alcun dubbio, venivano sperimentati in precedenza, così come sembrerebbe dimostrare il sistema di passaggi in miniatura (la cosiddetta “maquette”) scoperto nei pressi della Grande Piramide* (Immagini n. 12-13).

Immagine n. 12 A circa 87,50 metri dal lato orientale della Grande Piramide furono scavati stretti corridoi nella roccia dell’altopiano di Giza in direzione Nord. Il sito fu scoperto da Vyse ed esaminato e misurato da Perring che lo considerò come un modello di prova per il sistema di corridoi della Grande Piramide. Anche Maragioglio e Rinaldi e altri scienziati concordano con questa tesi, anche se il dibattito è tuttora in corso. (©https://nefershapiland.de/Cheops-Pyramide.htm). Questo complesso si trova vicino e a nord della carreggiata, nei pressi del tempio superiore. Si estende per una lunghezza di 22 metri e una profondità di 10. È considerato una replica parziale degli ambienti della Grande Piramide: il passaggio discendente, la giunzione con i blocchi di ostruzione, il corridoio ascendente e il pianerottolo della Grande Galleria con le sporgenze laterali(©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.79)

Quando gli egizi decisero di innalzare questi edifici, dovettero, al contempo, elaborare un’architettura in grado di sfidare il tempo. I primi stadi della piramide di Djoser a Saqqara, rivelano che fu durante la sua costruzione che fu inventata la struttura a “piani rovesciati”. I muri con fianchi inclinati esistevano già da lungo tempo, ma, evidentemente, furono ritenuti insufficientemente stabili per utilizzarli in questo tipo di monumento. La piramide a gradoni è costituita da un tronco centrale il cui profilo è simile alla muratura con pareti inclinate, ma con le basi inclinate verso il centro invece che essere orizzontali. A questo tronco sono addossati contrafforti avvolgenti montati allo stesso modo. Gli sforzi si trasmettevano così verso l’interno dell’edificio e comprimevano gli elementi della costruzione impedendo che potessero scivolare verso l’esterno. I blocchi che compongono l’edificio sono squadrati, ma le facce sono solo approssimativamente verticali.

In seguito, quando si decise di posare le pietre in corsi orizzontali, si capì chiaramente che i basamenti dovevano essere perfettamente piani per non comprometterne la stabilità. Fu necessario neutralizzare il rischio di assestamenti localizzati e di scivolamento laterale della muratura (Immagine n. 14).

Immagine n. 13 Le sezioni e le inclinazioni sono simili a quelle della Piramide di Khufu. Poiché le lunghezze sono notevolmente ridotte, l’accento è stato posto sulle aree che hanno a che vedere con la protezione del monumento. Si tratta probabilmente di una “maquette” progettata per testare come una serie di blocchi potesse attraversare il pianerottolo e sbarrare la giunzione. Il pozzo offriva una vista là dove il primo blocco si sarebbe incastrato. L’improvviso restringimento della sezione del condotto ci porta ad ipotizzare che il progetto prevedesse l’introduzione massi di sbarramento. Anche in questo caso si impone un parallelo con i dispositivi di chiusura della Grande Piramide. Inoltre, secondo l’egittologo David Ian Lightbody, il dispositivo veniva utilizzato anche per le osservazioni notturne per determinare la direzione del nord geografico (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.79)

La piramide di Meidum evidenzia molto bene la differenza qualitativa della muratura tra le sezioni interne, dove si riscontrano notevoli differenze di livello, e quelle dell’involucro esterno, dove le fondazioni sono livellate con un errore di soli 8,30 centimetri. Le ragioni del passaggio da una piramide a gradoni con corsi rovesciati ad una a facce lisce con corsi orizzontali sono, probabilmente, sia di natura tecnica, sia religiosa; ancora però non è chiaro in quale misura l’una sia in relazione o prevalga sull’altra. E’ però ipotizzabile che l’impiego di blocchi sempre più voluminosi abbia costretto i direttori dei lavori a rinunciare all’inclinazione verso l’interno dei piani di posa.

Lo studio dei comportamenti di un edificio ci ha permesso di comprendere che i costruttori impararono presto a non preoccuparsi troppo delle crepe che comparivano durante l’ edificazione. I massicci architravi che coprono i corridoi sono molto spesso fratturati, ma questo non impedì agli egizi di metterli ugualmente in opera. Del resto, portarono a compimento l’erezione della piramide romboidale di Dashur-Sud, nonostante i grandi cambiamenti strutturali che intervennero ben prima della fine del progetto. Questo dimostra che avevano la capacità di valutare l’incidenza dei danni e dei sommovimenti della struttura e di decidere di conseguenza sulle azioni da intraprendere.

*I corridoi del cosiddetto “Passaggio di prova” sono quasi identici, per sezione e orientamento, ai corridoi della Piramide di Khufu, solo in scala ridotta di circa 1:5. Inoltre, sono stati realizzati gli incavi per la copertura delle tavole, il che fa supporre che la funzionalità dei blocchi di chiusura sia stata testata sul modello. All’estremità inferiore del passaggio sud è stata lasciata una piccola sporgenza di roccia, che doveva impedire ai blocchi di chiusura di scivolare nel passaggio in uscita, in modo che rimanesse possibile per i sacerdoti lasciare la piramide dopo la sepoltura e la chiusura. Questo elemento di chiusura non è stato adottato nella struttura originale. Al contrario, la navata fu resa più stretta di 2 cm, in modo che i blocchi di chiusura si bloccassero in questo punto. Questo è visibile ancora oggi su due blocchi originali.

Gli architetti di questa struttura hanno imitato il corridoio discendente, il corridoio ascendente, la parte inferiore della Grande Galleria e anche il corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina. Questo sistema fu scoperto da Vyse e Perring e da questi esaminato e rilevato. Quando, nel 1990, l’altopiano orientale della Piramide di Khufu è stato ripulito dalle macerie e dalla sabbia, anche il modello di “passaggio di prova” è stato riportato alla luce. (Fonte: https://nefershapiland.de/Cheops-Pyramide.htm)

Fonte: Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.209

Pictures

Grieving Isis

Isis cries over her husband’s death.

On her head the hieroglyph of her name.

Tomb statue; wood; from Middle Egypt, Greek Period (ca. 300-200 BC)

Hildesheim, Pelizaeus-Museum, ime 1584046]

E' un male contro cui lotterò

QUELLO CHE NON FU

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo già visto come uno dei pericoli peggiori nello studiare la medicina degli Antichi Egizi sia farsi “contaminare” dalle conoscenze moderne. Ciò che diamo per scontato non lo era affatto più di 4,000 anni fa, quando vennero presumibilmente scritti i papiri medici.

Anche in ambito chirurgico ci sono stati “voli pindarici” mai supportati da prove concrete – come nel caso degli oppiacei, che giunsero sì in Egitto, ma in epoca più tarda e mai usati dai medici – come abbiamo visto. Vediamone alcuni.

CHIRURGIA PLASTICA

Per un certo periodo si pensò che i medici egizi fossero in grado di intervenire con operazioni di chirurgia plastica mediante un “trapianto di pelle”.

La mummia di un’anziana sacerdotessa di Amon vissuta durante la XXI Dinastia, indicata dal Prof. Elliott Smith come “Nesi-Tet-Kab-Taris”, presentava diverse piaghe da decubito su spalle, schiena e natiche coperte da due quadrati di pelle bovina finissima – probabilmente di gazzella – cuciti alla pelle sottostante.

La mummia di “Nesi-Tet-Kab-Taris” disegnata da Elliott Smith. Si vedono chiaramente le due applicazioni di pelle di gazzella tra le spalle e sulle natiche per coprire presumibilmente le piaghe da decubito che afflissero questa anziana signora in vita.

Elliott Smith le descrisse nel 1904 come applicazioni post-imbalsamazione per mantenere l’integrità del corpo, ma in seguito Ruffer nel 1912 ed altri studiosi ipotizzarono che fosse un intervento di chirurgia plastica per alleviare le piaghe da decubito. Purtroppo ai tempi gli studiosi erano più interessati alle lesioni osteoarticolari e la mummia è stata smembrata per studiarne tali lesioni, ma è al limite ipotizzabile che la pelle di gazzella fosse una sorta di “cuscino” in vita e sia stata cucita alla pelle sottostante solo nel processo di mummificazione.

Quel che rimane di Nesi-Tet-Kab-Taris, la donna con la pelle di gazzella a coprire le piaghe da decubito. Soffriva di un’artrosi invalidante ad entrambe le anche e deve avere sofferto moltissimo nell’ultimo periodo della sua vita – ma la sua pelle non fu ricostruita dai chirurghi egizi.

TRACHEOTOMIA

In due rilievi trovati da Flinders Petrie ad Abydos e da Saad a Saqqara, entrambi risalenti alla I Dinastia, sembra essere rappresentata – con una certa fantasia – una tracheotomia effettuata su un paziente seduto a terra con le mani dietro la schiena.

Il rilievo pubblicato da Flinders Petrie e proveniente dalla tomba di Aha (I Dinastia), interpretato erroneamente negli anni ’50 come una tracheotomia (da Petrie, William Matthew Flinders, The royal tombs of the first dynasty. Vol. 2. 1901”).
La seconda “tracheotomia” ritrovata a Saqqara (da Emery, Walter B., and Zakī Jūsuf Saʻd. The tomb of Hemaka. Government Press, Bulâq, 1938).

A prescindere dal fatto che la posizione sia estremamente inusuale per una tracheotomia e che tale procedura non sia riportata in alcun papiro medico, vista la somiglianza della posizione del “paziente” con il simbolo Gardiner A13 (“prigioniero”), è stata proposta la teoria che si tratti di un sacrificio umano (reale o simulato).

Il simbolo Gardiner A13, il prigioniero inginocchiato con le braccia legate dietro le spalle

Ricordiamo che la pratica dei sacrifici umani terminò nel periodo Protodinastico – per chi volesse approfondire può trovare un dettagliato articolo di Giuseppe Esposito QUI – ed infatti non ci sono pervenuti finora altri esempi di “tracheotomia”.

In alternativa, alcuni studiosi ritengono che si tratti invece di un rituale magico per fornire al Faraone il “respiro della vita” nella cerimonia del giubileo “heb-sed” – ipotesi che però contrasta con la posizione delle braccia della persona raffigurata.

TRUCCHI DA IMBALSAMATORE

Da menzionare infine tutti i tentativi da parte degli imbalsamatori di “ricostruire” i corpi a loro affidati per renderli simili alle persone in vita – e che a volte sono stati scambiati per interventi in vita. Oltre ad alcune protesi dentarie (ma non tutte!) già viste, sono state trovate mummie a cui erano state aggiunte ossa lunghe alle gambe (Leiden, ma non era un innesto osseo, dovevano adattare la mummia al sarcofago!).

Da molto tempo si discute invece se gli antichi egizi usassero occhi artificiali per sostituire esteticamente quelli persi in battaglia o per una malattia, senza risultati conclusivi. Se è vero che il mito di Horus – che perde l’occhio sinistro nella battaglia con Seth, occhio magicamente ripristinato da Thot – farebbe immaginare che fosse possibile, non ci sono pervenute prove tangibili che fosse effettivamente stato realizzato se non come riempimento delle cavità orbitali delle mummie.

La mummia della regina Nodjmet (XXI Dinastia) con gli occhi artificiali applicati post mortem per rendere il viso il più possibile somigliante alla regina in vita

Da notare che l’occhio artificiale usato in vita più antico finora ritrovato appartiene ad una principessa mesopotamica e datato intorno al 2,800 BCE; quindi, sarebbe stato presumibilmente fattibile anche per i medici egizi. Dal V secolo BCE furono invece introdotti “occhi” in argilla dipinta, ma da indossare solo sopra l’orbita vuota.

Il primo occhio artificiale indossato in vita, ritrovato sul corpo di una principessa mesopotamica vissuta intorno al 2,800 BCE

Alcuni occhi in quarzo applicati alle statue (come quelli dello “Scriba seduto” del Louvre) e lavorati molto finemente – quasi delle lenti multifocali – hanno fatto pensare che fosse possibile nell’Egitto faraonico produrre tali lenti come ausilio esterno alla vista, ma sempre senza reperti giunti fino a noi.

L’effetto dello “sguardo che segue l’osservatore” dello scriba seduto conservato al Louvre, uno degli esempi più famosi di lavorazione del quarzo come lente dell’Antico Egitto.

Iconografia, Medio Regno

LA MUCCA PIANGENTE

Dal sarcofago di Kawit

Nelle immagini una lacrima scende dall’occhio della mucca mentre viene munta e mentre ha vicino il suo vitellino.

Che significato avrà questa scena?

La scena è presente sui sarcofagi di almeno due regine, Kawit (JE47397) e Aashyt (JE47267), entrambe mogli di Montuhotep II (XI Dinastia).

Dal sarcofago di Kawit

Una delle spiegazioni avanzate (per la scena di Kawit) è che la mucca pianga per essere costretta a dare il suo latte all’uomo anziché al suo vitellino. Secondo Dietrich Wildung, invece, il vitellino nel sarcofago di Aashyt rappresenta Horus in fuga dal pericolo e in cerca di protezione presso la sua divina madre Hathor, che mostra la sua preoccupazione attraverso la lacrima.

Sarcofago di Aashyt

La prima spiegazione non può essere considerata valida perché la mucca con la lacrima è rappresentata in questo modo anche quando non viene munta e anche quando è senza il vitellino.

La rappresentazione delle mucche nei vari contesti dei due sarcofagi ha certamente una funzione rituale: non è una semplice rappresentazione della vita quotidiana e dell’’approvvigionamento di cibo per il defunto. Nel sarcofago di Aashyt è presente un altare di fronte alla mucca, un’indicazione certa di un contesto rituale.

Sarcofago di Aashyt

Un interessante parallelismo va fatto con le mucche e i vitellini in corteo nelle rappresentazioni del Nuovo Regno, dove i vitellini sono sovente rappresentati con una zampa amputata. Secondo un’interpretazione, si tratta di una rappresentazione di Horus a cui Iside amputa e poi sostituisce la mano che aveva toccato il seme di Seth, secondo il racconto della storia di Horus e Seth.

Il vitello con la zampa amputata da una tomba del Nuovo Regno

Il dolore della mucca è anche collegato al dolore per il proprietario della tomba. Il ruolo della mucca è quindi equiparato a quello di Iside che piange per suo marito Osiride e per il figlio Horus.

Anche se la scena dell’amputazione della zampa non è presente nei due sarcofagi, è ragionevole supporre che la mucca pianga per il destino che, all’interno di un noto rituale, sarà riservato al vitellino.

Tale rituale solo raramente viene esplicitato in immagini e lo sarà prevalentemente in età molto più tarda, (XVIII e XIX Dinastia).

Riassumendo:

  • La lacrima potrebbe rimandare al rituale del taglio della zampa non rappresentato sui due sarcofagi citati
  • La lacrima non ha collegamento con la mungitura
  • Il vitellino rappresenterebbe Horus

Questo tipo di rappresentazione fu molto limitata nel tempo e nello spazio (presente qui, nella zona di Tebe, un’invenzione iconografica limitata e accessibile a dei privilegiati).

Il motivo della mucca con la lacrima fu un’invenzione limitata quindi solo alla XI Dinastia e in seguito si preferì utilizzare il motivo della mucca e vitellino che muggiscono quando separati, secondo una tradizione già in voga nell’Antico Regno.

Fonte:

Perspectives on lived religions. Edited by N. Starling, H. Twiston Davies and L Weiss Palma 21, Papers on Archeology of the Leiden Museum, Sidestone Press, 2019