Come abbiamo ampliamente spiegato la morte di Tutankhamon fu sicuramente prematura, si parla di ragioni di salute, si parla di infezioni, qualcuno ha azzardato parlare di omicidio, chissà, penso non lo sapremo mai. Quello che è certo è che la sua morte giovò al funzionario Ay.
Nato a Akhmin (Panopoli) si intrufolò alla corte di Akhenaton dove, grazie alla sua abilità ed alle sue doti, ricoprì incarichi di notevole importanza, fu “Portatore del flabello alla destra di sua maestà”, “capo di tutti i cavalli del re”, “primo degli scribi di sua maestà” e “padre del Dio”. Le sue origini sono del tutto o quasi oscure, secondo alcuni, con sua moglie Tey, era il padre di Nefertiti, moglie di Akhenaton, e di Mutnodjemet, moglie di Horemheb. Tesi respinta da altri in quanto Tey godeva del titolo di “Nutrice della Grande sposa Reale” (Nefertiti) e come nutrice non poteva essere la madre. Vi sono altre teorie che però non spiegherebbero come Ay riuscì ad ottenere tutto quel potere durante il regno di Akhenaton. Con la fine dell’eresia amarniana la sua abilità di trasformista lo portò a non subire conseguenze, anzi, da quel grande statista che era, riuscì ad ottenere ancora altri vantaggi. L’esperienza maturata in 25 anni sotto i regni di Akhenaton e Tutankhamon, lo portò a succedere a quest’ultimo al momento della sua morte prematura.
Secondo molti studiosi Ay avrebbe sposato la moglie di Tutankhamon, Ankhesenamon, assicurandosi in tal modo il diritto alla successione. Questa è una teoria basata solo sul fatto che su di un anello, noto anche a Carter, compaiono i nomi di Ay e di Ankhesenamon affiancati. Ovviamente la questione non è del tutto condivisa dagli studiosi.
NOTA: per maggiori informazioni sull’anello di Ay e Ankhesenamon vedi QUI
Sicuramente avrebbe avuto maggiori diritti alla successione il generale Horemheb che vantava il titolo di “Rappresentante del Signore delle Due Terre”, diritti non certo trascurabili. Certo è che l’astuto funzionario, potrebbe aver ordito l’ipotetico matrimonio con la vedova reale, argomento più che valido per garantire la sua successione a discapito del capo dell’esercito, Horemheb. Infatti nella tomba di Tutankhamon troviamo Ay che, indossando la corona blu khepresh, esegue la “cerimonia di apertura della bocca” alla mummia del faraone defunto.
Anche per il regno di Ay non ci sono eventi di rilievo come per il suo predecessore Tutankhaton tranne l’annosa discussione sulle modalità di successione al trono sia di Ay che di Horemheb che gli succederà. Quando salì al trono Ay si trovava già in età avanzata, per l’epoca, 69 anni, e regnò per soli quattro anni. Il suo indubbio equilibrio lo portò a continuare la moderata restaurazione religiosa iniziata dal suo predecessore, ma ovviamente da lui guidata, sarà poi Haremheb a dare la sferzata decisiva.
Dal punto di vista costruttivo si fece edificare il suo tempio funerario a Medinet Habu. Con la prima moglie, Iuy, “Adoratrice di Min” e “Cantante di Iside” pare che abbia avuto un figlio, il generalissimo Nakhtmin, erede designato al trono. Su di una statua danneggiata del generale, conservata presso il Museo Egizio del Cairo, viene chiamato “Figlio della carne del re”, Nakhtmin vantava inoltre i titoli di “Principe della corona” e “Figlio del Re”. Non è chiaro se morì prematuramente ma alla morte di Ay subentrò Horemheb.
Ay si fece costruire una tomba nella Valle Occidentale nota come WV23 denominata “Bab el-Gurna” (Tomba delle scimmie) a causa dei numerosi babbuini in essa raffigurati sulle pareti. Fu scoperta da Giovanni Belzoni nel 1816 e Lepsius compì rilievi epigrafici nel 1824.
Nel 1908 Haward Carter, su disposizione di Gaston Maspero iniziò una campagna di scavi durante i quali riuscì a recuperare i numerosi frammenti del sarcofago di granito rosso che permisero di ricostruirlo integralmente per esporlo nel Museo Egizio del Cairo dove, recentemente il Supreme Council of Antiquites egiziano, lo ha fatto prelevare per rimetterlo nella tomba originaria.
Forse in origine la WV23 non era destinata ad Ay bensì ad Akhenaton o Smenkhara o addirittura a Tutankhamon che sarebbe poi stato trasferito nella KV62. E’ ancora oggetto di dibattito se, nonostante la presenza di suppellettili intestate ad Ay, questi sia mai stato sepolto in questa tomba. Va detto però che, la damnatio memoriae verso l’eresia amarniana ordinata da Horemheb, potrebbe aver colpito anche Ay perché nella tomba WV23 risultano quasi completamente danneggiati cartigli e immagini e, come detto sopra, il sarcofago fu ridotto a pezzi ed il coperchio rovesciato.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Alfred Heuss et al., “I Propilei“. I, Verona, Mondadori, 1980
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004 Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
L’antico Egitto conobbe periodi di massima magnificenza come, inevitabilmente, la propria decadenza e la conquista del proprio territorio da parte di potenze straniere.
Normalmente la Geopolitica ci insegna che l’impero conquistatore si impone sul conquistato imponendogli molti delle proprii valori. Come esempio possiamo citare l’Impero Romano e il suo corpo di leggi che hanno, praticamente, civilizzato l’intera Europa conosciuta di allora.
In ogni caso una particolarità della Civiltà Egizia fu quella di impressionare così tanto i conquistatori da riceverne il loro rispetto. Non solo. Ma i sovrani stranieri fecero di tutto per apparire, agli occhi degli Egizi di allora, come continuatori della loro storia millenaria facendosi raffigurare come antichi faraoni. Sovrani persiani, come sovrani lagidi e pure gli imperatori romani.
Tra i primissimi possiamo considerare ALESSANDRO MAGNO. Lo vediamo nella prima illustrazione raffigurato su un muro templare di Luxor. Ovviamente è il personaggio di sinistra che riceve la vita (=ankh) da parte delle divinità.
I Macedoni furono infatti così ammaliati dalla Civiltà Egizia non solo da farsi raffigurare come faraoni, ma al punto tale da adottarne il Protocollo Reale con tutti i cinque Grandi Nomi al completo.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo il codice IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.
Per chi volesse approfondire il tema del Protocollo Reale non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia nr 20 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potrete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
E siamo arrivati al più famoso ma insignificante faraone, non solo della XVIII dinastia, ma poverino, era un bambino o poco più, per governare l’Egitto ci vuole ben altro. Questo lo aveva capito benissimo il marpione Ay che riuscì a salvarsi dalla persecuzione dei seguaci di Aton e non solo, ma riuscì a portare la situazione a proprio vantaggio. Personaggio molto potente oltre a staccarsi dall’Aton riuscì a mantenere il diritto alla successione al trono all’erede di Akhenaton, Tutankhamon ovvero “Immagine vivente di Amon”, nonostante questi avesse tra i nove e i dieci anni.
Il prenomen con cui era maggiormente conosciuto Tutankhamon era Neb-Kheperu-Ra. Poche fonti ci parlano di questo faraone fanciullo, Flavio Giuseppe, in un’epitoma di Manetone, parla di un certo Rahotis che regnò 9 anni, mentre Sesto Giulio Africano lo chiama Rathos.
Sicuramente, durante l’eresia amarniana, la parte teofora del suo nome era riferita all’Aton, quindi il suo nome era Tutankhaton, ma di questo ne abbiamo già parlato.
L’esatta genealogia di Tutankhamon non è chiara, per alcuni sarebbe figlio di Amenhotep III e della regina Tye, e quindi fratello di Akhenaton, ma potrebbe anche essere figlio di Akhenaton e Nefertiti o di quest’ultimo re e di una regina minore, altri suggeriscono che potrebbe essere figlio di Akhenaton e della propria figlia Maketaton.
Data la tenera età con la quale ascese al trono certamente non avrebbe potuto assolvere a tutti i compiti che competevano al sovrano, non solo la “normale” amministrazione dello Stato ma in quanto re era il capo dell’esercito ed inoltre doveva presenziare alle funzioni religiose. Venne quindi costituito un “Consiglio di Reggenza” che avrebbe assolto a tutti i compiti che competevano al sovrano.
Capo del Consiglio fu il “Padre Divino”, cioè Ay, altri componenti furono: Maya, sovrintendente reale e poi sovrintendente della necropoli reale tebana ed il generale, comandante dell’esercito Horemheb. Assistito dalla ferrea reggenza di Ay, Tutankhaton intorno ai 10 anni viene fatto sposare con Ankhesepaaton “Che lei possa vivere per Aton”, più o meno coetanea.
La decisione di abbandonare Amarna per Tebe non la prese certamente lui, questa venne presa dal “Consiglio di Reggenza”, sicuramente ad opera dei due più potenti a corte, Ay e Horemheb anche per fornire al clero di Amon un segnale forte di distacco dall’eresia amarniana.
Abbandonata Amarna sia Tutankhaton che la moglie Ankhesepaaton mutarono subito i loro nomi in Tutankhamon e Ankhesenamon e il sovrano aggiunse alle sue titolature anche quella di “Sovrano di On del sud” con chiaro riferimento a Tebe dimostrando, seppure non in modo esplicito, il riconoscimento della stessa quale capitale del Regno.
Non ci sono eventi di particolare rilievo durante il regno di Tutankhamon, pare abbia regnato 9 o 10 anni e data anche la giovane età non commissionò grandi opere, si fece costruire una sua statua di granito nero che lo ritrae in posa offerente (oggi al British Museum) oltre ad un’altra dove compare come Amon (oggi al Metropolitan Museum of Art di New York).
Nell’enfasi di rendere omaggio al dio Amon, spodestato dal suo predecessore, fece ripristinare l’antica “Festa di Opet”, soppressa durante l’eresia amarniana. Festa che consisteva nel ricreare la trinità alla base della religione egizia, il dio Amon e la dea Mut concepivano annualmente il divino figlio Montu.
Fece inoltre costruire nel grande tempio di Luxor un monumento dove compariva assiso con la sua Grande Sposa Reale Ankhesenamon. Il monumento verrà in seguito usurpato da Ramses II che farà sostituire i cartigli dei due sposi con quello suo e della regina Nefertari.
Nulla si sa sulle cause della morte del faraone fanciullo, dalle analisi ed esami clinici effettuati sulla mummia è stato possibile evidenziare alcuni problemi che lo affliggevano. Oltre ad avere il piede destro equino aveva malformazioni anche al piede sinistro, soffriva della Malattia di Kohler che colpisce i bambini (generalmente i maschi) dai 3 ai 5 anni d’età e si verifica su un solo piede. Questo gonfia e provoca dolore che aumenta più si carica il piede camminando, facendo tenere un’andatura claudicante, per questo il sovrano necessitava di appoggiarsi ad un bastone. Nella sua tomba sono stati rinvenuti ben 130 bastoni da passeggio, tutti con evidenti tracce di usura.
E’ stato accertato che si trattava di un ragazzo molto fragile al quale tutti quei disturbi potrebbero aver generato delle infiammazioni cumulative che in un soggetto così debilitato avrebbero portato ad un’infezione malarica che avrebbe potuto essergli fatale. Gli esperti inglesi, che hanno eseguito ulteriori indagini con l’aiuto di periti legali si sono indirizzati sulla morte per cause traumatiche. Questo in base al fatto che la mummia si presenta frammentaria con molte lesioni sul lato sinistro, stranamente è priva del cuore che non veniva mai asportato, perché era considerato la sede dell’anima. Le lesioni gravi sul lato sinistro del corpo indurrebbero a pensare che sia stato asportato in quanto troppo danneggiato dall’evento traumatico. Evento che fa pensare ad uno schiacciamento del corpo, le lesioni sono compatibili con l’essere parzialmente travolto dalla ruota di un carro.
Certamente dopo 3000 anni, completamente impregnata da resine e oli essenziali che la tenevano incollata al sarcofago, non hanno giovato alla sua integrità le operazioni di estrazione dal sarcofago messe in atto da Carter e dal dottor Douglas Derry.
Tuankhamon fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba KV62 dove venne trovato da Howard Carter nel novembre 1922 mentre lavorava ad una missione per conto di George Herbert, V, Conte di Carnarvon. Fortunatamente la tomba era sfuggita ai profanatori in quanto l’ingresso rimase sepolto sotto le macerie prodotte durante la costruzione della tomba di Ramses VI, la KV9, costruita oltre 200 anni dopo, cosa che dimostra che già a quell’epoca della tomba di Tutankhamon si erano perse le tracce.
La tomba si presentava quasi inviolata ed ha restituito una ingente quantità di oggetti che non sto qui a citare, cosa che richiederebbe un tempo enorme, per chi fosse interessato esistono parecchie pubblicazioni a riguardo sicuramente molto dettagliate. Vorrei però evidenziare un ritrovamento decisamente interessante, in due piccoli sarcofagi vennero rinvenute le mummie di due feti di sesso femminile, con ogni probabilità figlie di Tutankhamon e della regina Ankhesenamon.
La mummia di Tutankhamon venne sfasciata da Carter che rinvenne tra le bende oltre 150 oggetti. Per quanto riguarda la tomba c’è ancora da dire che rimangono aperte alcune ipotesi circa la possibilità che esistano altre camere oltre quelle scoperte, nel marzo 2016 vennero eseguite indagini con il georadar, secondo il ministro delle antichità egiziano Mamdouh al-Damati esiste il 90% di probabilità che esistano altre due camere non ancora scoperte. Notizia che a quanto pare sarebbe stata smentita da ulteriori indagini col georadar nel maggio 2018.
Come faraone da vivo non ha molto da dirci, ma da morto ci ha fornito un’ingente quantità di reperti che ci illustrano parecchie cose sugli usi e costumi di quell’epoca. La sua tomba scoperta quasi intatta da Carter ne ha fatto il faraone per eccellenza grazie ai tesori in essa contenuti. E’ stata sicuramente la scoperta del secolo che ha catturato l’attenzione del mondo intero ma anche alimentato l’immaginazione dei tanti appassionati di storia egizia e non solo. Sono stati scritti montagne di libri ed ancora oggi questo piccolo faraone cattura l’attenzione di tutti. Ma la scoperta della sua tomba non ci ha solo fornito un gran numero di informazioni, oltre a porci diversi interrogativi ha anche fatto in modo che attorno ad essa si creassero numerose leggende più o meno vere. Il più delle volte vere e proprie speculazioni per vendere un libro o esaltare un documentario ingenerando confusione e diffondendo false notizie alle quali la gente crede.
Una di queste, che è forse la più conosciuta e diffusa è quella della “maledizione del faraone”.
Tutto ebbe inizio la sera stessa dell’apertura della tomba quando Carter, rientrato a casa, scoprì che un cobra si era mangiato il suo canarino dorato che si era portato appresso dall’Inghilterra. Il cobra nella religione egizia rappresenta il dio che doveva difendere la tomba appena profanata. Immaginatevi cosa non successe appena la notizia si diffuse, a diffonderla ci pensò la scrittrice, Mari Corelli, che, sentita la notizia della morte del canarino di Carter, mise in guardia sulla possibile maledizione del faraone.
Ma per capire bene occorre sapere che Carter e lord Carnarvon avevano concesso l’esclusiva della diffusione delle notizie riguardanti le operazioni che si sarebbero svolte all’interno della tomba di Tutankhamon al Times e questo aveva irritato non poco tutti gli altri giornali ma in modo particolare l’egittologo e giornalista Arthur Weigall, corrispondente da Luxor del Daily Mail. Cogliere al volo una simile notizia e costruirci sopra un significato simbolico e nefasto fu per lui una manna. Non è certo che il fatto del canarino sia realmente accaduto ma diffuso da uno studioso del calibro di Weigall diede credibilità alle tesi di eventi sovrannaturali.
Ma il tutto non era finito lì, tre mesi dopo la scoperta della tomba lord Carnarvon venne punto da una zanzara sulla guancia sinistra. Forse li per li non ci fece caso ma la puntura gli causò un’infezione che si trasformò in setticemia ed il lord, che già da anni si trovava in precarie condizioni di salute, il 5 aprile 1923 muore. Apriti o cielo, Weigall e altri giornalisti, esclusi come lui dalla diffusione delle notizie, non aspettavano altro, ci si mise pure lo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, sostenitore dello spiritismo, il quale scrisse che la morte del lord era causa della maledizione del faraone. Se ne scrissero di tutti i colori, Sui giornali comparve una notizia secondo la quale all’interno della tomba si trovava una scritta che Carter avrebbe ignorato, la scritta diceva:
<< La morte verrà su agili ali per colui che profanerà la tomba del Faraone >>.
Non era vero, lo testimoniano le foto fatte da Harry Burton, ma la diffusione di una notizia del genere riscosse un’eco mondiale innescando così una violenta campagna denigratoria nei confronti della scoperta.
Vennero riportati fatti sempre più incredibili che richiamavano la maledizione del faraone, pare che anche il cane del conte morì in Inghilterra nello stesso momento del suo padrone, (le versioni riportate dai parenti sono dubbie anche in presenza di incongruenze enormi). Si parlò di frequenti ed inspiegabili blackout al Cairo (cosa del tutto normale per l’epoca); altri asserirono che era comparsa una macchia scura sulla guancia della mummia di Tutankhamon nello stesso posto in cui era stato punto Carnarvon, (non esiste nessuna macchia).
La cosa prese una brutta piega in quanto si diffuse la notizia che tutti i partecipanti alla scoperta, in quanto colpiti dalla maledizione del faraone, sarebbero morti entro breve. Nulla di più falso in quanto i membri della spedizione morirono anni dopo la scoperta della tomba e per ragioni più che plausibili: Arthur Cruttenden Mace morì sei anni dopo, Arthur R. Callender, quattordici, Howard Carter, diciassette, Harry Burton, diciotto, Alfred Lucas, ventitre, Percy Newberry, ventisette, la figlia di lord Carnarvon, anch’essa presente morì nel 1980, ben cinquantotto anni dopo e il medico D.E. Derry, che eseguì la prima autopsia sul corpo di Tutankhamon, morì quarantasette anni dopo. Di tutte le altre persone presenti all’apertura della tomba o all’apertura del sarcofago o allo sbendaggio della mummia, solo sei morirono per cause naturali prima di dieci anni successivi alle operazioni cui avevano assistito.
Veniamo ora ad uno dei presunti misteri che circondano il nostro giovane faraone, quello della stupenda maschera d’oro massiccio che tutti conosciamo. Così la definì l’egittologo Nicholas Reeves:
<< la maschera è non solo l’immagine quintessenziale della tomba di Tutankhamon, ma probabilmente anche il più famoso oggetto proveniente dall’antico Egitto >>.
Bene, circa la proprietà della maschera sono state effettuate ricerche nel 2001 che hanno portato alcuni a ritenere che questa non fosse all’inizio destinata a Tutankhamon in quanto presentava dei fori per le orecchie, insolito per un faraone in quanto venivano praticati solo per i principi e le donne. Da un cartiglio parzialmente cancellato e quasi illeggibile sul retro della maschera, qualcuno azzarda a leggere Ankhtkheperura nome regale di Neferneferuaton, nulla è provato. Nella parte posteriore della maschera si trovano 10 colonne verticali e 2 orizzontali in geroglifico che riportano il capitolo CLI del “Libro dei Morti”, cosa già in uso su altre maschere dal Medio Regno. Il testo richiama la protezione delle divinità ed è espressamente dedicato a Tutankhamon.
<< Salute a te. Bello è il tuo viso che irradia luce completato da Ptah-Sokar, esaltato da Anubi. Fa’ in modo che siano innalzate lodi a Thot. Bello è il volto che è presso gli dei. Il tuo occhio destro è nella barca della sera [la barca solare di Ra], il tuo occhio sinistro è nella barca del giorno, le tue sopracciglia nell’Enneade. La tua fronte è [quella di] Anubi, la tua nuca è [quella di] Horus, i ciuffi dei tuoi capelli [sono quelli di] Ptah-Sokar. Sei dinanzi ad Osiride [identificato con lo stesso Tutankhamon], egli ti rende grazie, egli ti conduce lungo le buone strade, tu abbatti per lui i cospiratori di Seth, cosicché egli possa sconfiggere i tuoi nemici dinnanzi alla Enneade degli dei, nel grande Palazzo del Principe che è in Eliopoli […….] che è Osiride, il re dell’Alto e del Basso Egitto, Nebkheperura [Tutankhamon], defunto, dia vita come Ra >>.
Ma proseguiamo ora con altre curiosità o misteri che ci riserva la tomba di Tutankhamon. Durante lo sbendaggio della mummia del faraone, Carter rinvenne tra le bende che avvolgevano il faraone un pugnale. Sulle prime parve un normale pugnale ma poi analizzandolo meglio ci si accorse che la lama era di ferro.
E’ noto che a quell’epoca gli egizi non conoscevano il ferro ed, anche qualora avessero trovato quello strano metallo non avrebbero saputo come lavorarlo, i loro forni non erano in grado di raggiungere le alte temperature occorrenti anche solo per batterlo. Poi con cosa lo avrebbero battuto? Con i loro mazzuoli di legno o con delle pietre per farne cosa poi?
Le analisi svolte sul pugnale sono state molte ed hanno rivelato che quel ferro conteneva una percentuale di nichel del 10% e di cobalto dello 0,6%, concentrazioni tipiche delle meteoriti metalliche, il nichel è praticamente assente negli oggetti di ferro fuso. Ma, se come abbiamo detto gli egizi non conoscevano il ferro e per di più non possedevano una tecnologia in grado di lavorarlo, allora da dove proveniva quel pugnale e chi lo aveva forgiato?.
Gli studiosi, sulla scorta delle tavolette di Amarna, hanno supposto che il pugnale provenisse dalla Mesopotamia dove pare che già si lavorasse il ferro. In una di queste, che il re di Mitanni Tushratta inviò a Tiy, sposa di Amenofi III (nonno di Tutankhamon), si menziona, tra i tanti doni ricevuti dalla corte egizia, un pugnale di ferro con caratteristiche identiche a quelle di Tutakhamon. Questo sarebbe stato regalato ad Amenhotep III, nonno di Tutankhamon, da Tushratta re di Mitanni. Questa potrebbe essere la prova che il pugnale proviene dai territori situati sulla sponda sinistra dell’Eufrate, oggi la Siria.
Ovviamente non finisce qui, vediamo ora i sarcofagi che racchiudevano questo giovane faraone. Quello che vide Carter, dopo aver aperto tutte le quattro cappelle di legno dorato, fu un grande sarcofago in quarzite gialla lungo 274 cm, largo 147 cm e alto 147 cm, del peso di oltre 430 kg. Il coperchio si presentava fratturato e riparato con una colata di gesso cui era stato applicato del colore per rendere simile la tonalità all’intera struttura.
Il sarcofago in quarzite conteneva al suo interno altri tre sarcofagi antropomorfi di cui due erano in legno laminato d’oro mentre il terzo era in oro massiccio dello spessore di di 2-3 millimetri. Ai lati del primo sarcofago le dee Iside e Nefti ricoprivano con le loro ali il sottostante sarcofago. Sotto il primo si trovava un secondo sarcofago antropomorfo sempre di legno dorato, un drappo di lino lo ricopriva con sopra ghirlande di fiori, un ramoscello d’ulivo e petali di fiori di loto blu e fiordaliso. Sull’ultimo sarcofago ora stendevano le ali il cobra Uadjet e l’avvoltoio Nekhbet, Dieci tenoni d’argento bloccavano il coperchio e riportavano il prenome del faraone, Kheperu-Ra.
L’ultimo dei tre sarcofagi antropomorfi, in oro massiccio del peso di circa 110 kg., ad esclusione del capo tutto il sarcofago era ricoperto da un telo di lino rosso. Sul torace si trovava un ampio collare in perline di vetro blu, oltre a foglie, fiori e frutti di vario genere. Il faraone è rappresentato con le braccia incrociate sul petto con flagello e bastone ricurvo a simboleggiare Osiride. Rimosso quest’ultimo sarcofago comparve la mummia con la famosa maschera d’oro.
Poiché in questa sede intendo trattare solo le cose che hanno un che di misterioso, alcuni di voi si chiederanno: ma nei sarcofagi cosa c’è di misterioso? C’è, c’è, alcuni studiosi hanno rilevato che il viso dei tre sarcofagi presenterebbe delle differenze, l’espressione del volto non sarebbe la stessa per tutti e tre, come se non appartenessero tutti a Tutankhamon. La questione è ancora dibattuta.
Passiamo ora ad un altro particolare che forse a molti non è noto, si tratta di uno dei pezzi più belli e affascinanti che adornavano il faraone, il famoso Pettorale di Tutankhamon. E’ realizzato con lapislazzuli, turchese, vetro azzurro, ossidiana e oro e faceva bella mostra sul petto del sovrano durante le manifestazioni ufficiali. Ma perché l’ho chiamato famoso? La particolarità di questo Pettorale risiede nel grande Scarabeo centrale di colore giallo verde che sta a simboleggiare il dio Khepri.
Quando è stato rinvenuto assieme a tutti gli altri gioielli una volta aperta la tomba del faraone venne messo in un angolo, poco considerato dagli studiosi e dai visitatori che avevano molto altro da guardare. Gli esperti dell’epoca che esaminarono lo scarabeo classificarono lo stesso come normalissimo calcedonio, e quindi scarsamente interessante sotto ogni punto di vista. Invece lo scarabeo riservava una storia “magica” assolutamente unica rispetto alle altre pietre preziose del tesoro. Fu durante una visita al Museo Egizio del Cairo nel 1996 che due italiani, il geologo Giancarlo Negro e il conservatore emerito del Museo di storia naturale di Milano e direttore dell’Istituto gemmologico italiano, Vincenzo De Michele si chiesero perché su di uno stupendo pettorale il pezzo più evidente era fatto con un materiale di così poco valore. Subito si convinsero che lo scarabeo di Tutankhamon non poteva essere solo una pietra dura, la loro esperienza li portò ad ipotizzare che in realtà si trattasse di “Silica Glass”.
Dopo studi ed analisi, autorizzate in via del tutto eccezionale dal Museo Egizio del Cairo, venne accertato che si trattava proprio di Silica Glass. Ma cos’è il Silica Glass? Si tratta di una pietra verde, già nota fin dalla preistorica, sono stati trovati reperti di questo vetro lavorati mediante scheggiatura, probabilmente con strumenti litici, provenienti dal Pleistocene. Non vorrei sembrare pignolo ma io mi chiedo con che cosa lo hanno lavorato gli egiziani.
Sul come si è formato esistono due teorie, secondo la più accreditata si tratterebbe del risultato di un violento impatto di un enorme meteorite che generò un forte calore che fuse enormi quantità di sabbia silicea producendo questa specie di vetro che si trova disseminata su una vastissima area del Deserto Libico Orientale ed in parte del territorio egiziano. Un’altra teoria, meno accreditata, ipotizza invece che si sia trattato di un enorme meteorite siliceo che sia esploso in aria spargendo ovunque questi frammenti fusi. L’evento è stato datato a 26-28 milioni di anni fa. Una leggenda egiziana racconta che queste pietre erano un “dono degli Dei”, un vero dono piovuto dal cielo per il faraone fanciullo
Vediamo ora il corpo del faraone ragazzo che si trovava nel sarcofago d’oro più interno, le sue condizioni non erano delle migliori a testimoniare un’imbalsamazione poco accurata.
Il corpo era praticamente incollato al sarcofago a causa della solidificazione degli unguenti e delle resine versati, aderiva saldamente alla cassa. Ovviamente l’intenzione era quella di estrarlo per essere più comodi a sbendarlo ma nel fare questo Carter ed il prof. Douglas Erith Derry fecero solo dei disastri.
Dapprima il sarcofago fu esposto al calore del sole, non ottenendo risultati si provò con forti lampade per poi arrivare a scaldare direttamente il sarcofago col fuoco, poco mancò che il calore sciogliesse l’oro. Carter si avvalse quindi di coltelli arroventati con l’esito che estrasse sì il corpo ma sezionandolo a pezzi. Ovviamente l’egittologo evitò di citare queste operazioni nella sua pubblicazione.
Come prima operazione si cercò di stimare l’altezza, la mummia misurava 163 cm, per cui si stimò che fosse alto circa 167 cm., esattamente l’altezza delle due statue di colore nero che si trovavano ai fianchi della porta della camera funeraria. In quanto all’età, sulla base della struttura ossea ed alla mancata fusione delle epifisi delle ossa lunghe, venne stabilito che il re doveva avere intorno ai 17-19 anni all’atto della morte.
Le radiografie cui venne sottoposta la mummia da Harrison nel 1968 scartarono l’ipotesi, fino ad allora suggerita, che Tutankhamon fosse morto di tubercolosi, da queste emerse pure che all’interno della scatola cranica era presente un frammento osseo, cosa dovuta forse alla scarsa attenzione degli imbalsamatori durante l’estrazione del cervello.
Si riscontrò inoltre una evidente frattura al femore della gamba sinistra, anche qui non fu possibile stabilire se la frattura esisteva già all’atto della morte o se era dovuta agli imbalsamatori se non addirittura allo stesso Carter. A quanto pare non era possibile stabilire le ragioni della morte del sovrano finché nel 1998 il noto egittologo Bob Brier suggerì che a suo parere il re doveva essere morto di una morte violenta. Brier notò che il cranio presentava una grave lesione alla base, nella zona occipitale rilevabile da un ispessimento dell’osso, il classico callo osseo o ematoma subdurale cronico, dovuto a una frattura. Secondo Brier questo non sarebbe dovuto ad un incidente ma piuttosto ad un atto violento volontariamente inferto.
Omicidio? Questo non è possibile stabilirlo dalla semplice analisi dei raggi X per cui non si può né confermare né smentire queste congetture. Nel 2005 la mummia fu sottoposta ad una TAC il cui esito venne esaminato da esperti egiziani, italiani e svizzeri e diffuso dal Supremo Consiglio delle Antichità egiziano. Si leggeva che la TAC non aveva evidenziato alcuna prova fisica di omicidio ed escludeva che la causa della morte potesse derivare da una lesione del cranio o da un trauma toracico, Qualcuno avanzò l’ipotesi che la causa avrebbe potuto essere un’infezione mortale dovuta alla rottura del femore, ipotesi però contraddetta da altri esperti.
Le cause della morte del faraone fanciullo forse rimarranno sepolte con la sua mummia. Poiché ritengo che Howard Carter sia una figura ormai indissolubile da Tutankhamon vorrei parlare delle vicende che seguirono la scoperta e che qualcuno chiama la “Cospirazione di Tutankhamon”.
Pare ormai assodato che Carter e lord Carnarvon entrarono di nascosto nella tomba ben prima dell’apertura ufficiale e, secondo alcuni asportarono oggetti all’insaputa delle autorità e tra di questi pare ci fossero alcuni rotoli di papiro. Sorse poi una disputa tra Carter e lord Carnarvon da una parte ed il Ministero delle Antichità egizie dall’altra circa la già citata esclusiva della diffusione delle notizie sui lavori che si effettuavano nella tomba, concessa da Carter e Carnarvon al Times, accresciuta poi dal fatto che il Ministero egiziano decise che non ci sarebbe più stata la spartizione degli oggetti della tomba come era uso che avvenisse. La disputa originò una causa legale che portò il Ministero egiziano a minacciare di dichiarare decaduta la concessione di scavo a Carter.
La vicenda che si protrasse per un certo tempo è complicata e lunga per cui cercherò di condensarla in poche parole (per approfondire leggere il libro di Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, “La cospirazione di Tutankhamen”). Indispettito ed irritato pare che Carter abbia minacciato che se non gli veniva rinnovata la concessione avrebbe reso pubblico il contenuto di alcuni papiri trovati nella tomba di Tutankhamon i quali conterrebbero notizie esplosive circa l’Esodo degli ebrei dall’Egitto. Ci si trovava in un periodo molto delicato per la diplomazia inglese che stava cercando di permettere la costituzione di uno stato israeliano in Palestina. Gli Israeliani rivendicavano quella terra che sarebbe stata conquistata da Giosuè dopo l’Esodo. Se fossero emerse notizie che provassero che Giosuè ed il suo esercito non avevano mai conquistato Canaan, questo avrebbe indebolito notevolmente il legame storico sionista con quel territorio. Non si poteva permettere che si insinuassero dubbi in proposito in quanto questo avrebbe indebolito il valore politico ed economico del futuro stato di Israele.
Fantasia? Questo non ci è dato a sapere, quello che sappiamo è che, con l’assassinio del governatore generale britannico del Sudan, nonché comandante dell’esercito egiziano, avvenuto il 19 novembre 1924 al Cairo ad opera di terroristi che si ritenne vicini al nazionalista Zaghlul, che governava in Egitto, le autorità britanniche colsero l’occasione per destituire Zaghlul e il suo governo sostituendolo con un governo filobritannico guidato da Ahmad Pasha Ziwar che era anche conoscente di Carter. Dopo di ciò a Carter venne concessa nuovamente l’autorizzazione ad esplorare la tomba di Tutankhamon. Cosa in realtà contenevano e dove siano finiti i papiri nessuno lo sa, forse in un cassetto nello scantinato di un museo e più nessuno li troverà. Certamente Carter non li diffuse mai, lo avesse fatto non ci avrebbe guadagnato nulla ma avrebbe messo a repentaglio la sua onorata carriera.
Vorrei ancora segnalare una curiosità sulla tomba del faraone fanciullo, non sono molti quelli che ne parlano in quanto i tesori contenuti nella tomba sono talmente interessanti che qualcosa passa inevitabilmente in secondo piano.
Come sapete quando Carter entrò nella camera funeraria non si imbatté subito nel sarcofago del faraone, questo era racchiuso entro quattro cappelle, o sacrari, in legno dorato che occupavano quasi interamente la camera. La prima cappella era dotata di porte a due battenti ancora chiuse e con i sigilli della necropoli. Ciascuna cappella si presentava decorata e nell’intercapedine tra una e l’altra erano contenuti numerosi oggetti.
Quello di cui voglio parlarvi è una scena rappresentata su di una parete della seconda cappella occupandola per intero. Prendo da un articolo dell’egittologo francese di origini russe, Alexandre Piankoff dal titolo “Une Reprèsentation rare sur l’une des chapelles du Tutankhamon”, pubblicato sua J.E.A. 35 del 1949 e tratto dal suo libro “Il libro del giorno e della notte” dove descrive, tra l’altro, la scena di cui vi parlo. L’articolo fa riferimento ad una rappresentazione unica nell’iconografia egizia, anche se figure analoghe si ritrovano nelle tombe di Ramesse VI e Ramesse IX.
Al centro della scena il faraone defunto è rappresentato imbalsamato in forma osiriaca con due grossi cerchi che racchiudono: quello superiore la testa fino alle spalle mentre quello inferiore si estende dalle ginocchia fino in fondo ai piedi. In ciascuno dei due cerchi sono racchiusi dei serpenti nell’atto di mordersi la coda. Esaminando il cerchio che racchiude la testa nel suo interno si trovano due iscrizioni identiche contrapposte formate da tre segni il cui significato è “Colui che nasconde le ore”.
Sopra il capo del Re una breve iscrizione indica che il serpente è Mehen, lo stesso che nel “Libro dell’Amduat” e nel “Libro delle Porte” protegge la cabina del Dio sulla barca solare. Il serpente-tempo, simbolo del non esistente, del caos che circonda il mondo creato e che si rigenera da solo.
Al centro della figura del Re, racchiuso in un cerchio con le braccia alzate in atto di adorazione, un uccello con la testa di ariete, il ba di Ra. A destra della figura di Tutankhamon si trovano tre registri sormontati da una scritta che inneggia a Ra.
Il primo registro contiene il capitolo 17 del Libro dei Morti con alla sua destra otto divinità sormontate da un testo che dice: “Questi Dei sono così nelle loro caverne che sono nella Duat. I loro corpi sono nelle tenebre”. Ancora più a destra Iside e Nephti adorano un bastone con la testa di ariete di RA. Il secondo registro di tre righe orizzontali contiene il cap. 92 del Libro dei Morti seguito da sette rappresentazioni simboliche. Il terzo registro riporta il cap. 1 del Libro dei Morti seguito da un gruppo di otto divinità. Ancora più a destra due Dee adorano il collo di Ra, un bastone con la testa di sciacallo sormontato da un disco solare contenente il ba di Ra. Sulla sinistra del Faraone altri tre registri, nel primo sette divinità racchiuse nei loro tabernacoli (naoi). Ancora più a sinistra un testo di 4 colonne che contiene un’invocazione alle due Enneadi divine. Nel secondo registro una corda che esce dal disco che contiene il ba di Ra e passa su 7 personaggi rivolti al Faraone con le braccia alzate in adorazione, accanto a ciascuna è riportato il proprio nome meno che alla settima. Alle loro spalle è riportato il cap. 29 del Libro dei Morti. Nel terzo registro si trovano due Dei stanti con al centro la figura di un lunghissimo serpente dalla testa umana, Tepy, che racchiude due cartigli, in uno pare esservi Osiride mentre l’altra figura non è identificabile. A destra un contenitore che racchiude un braccio, quattro mani e la testa di un ariete, il significato è incomprensibile. Il testo sulla scena descrive gli Dei sottostanti. La restante parte del registro riporta il cap. 26 del Libro dei Morti.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Tutankhamon. Un faraone adolescente al centro di una questione dinastica”, Rusconi, 2002
Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, “La cospirazione di Tutankhamen”, Newton & Compton, 2003
Philipp Vandenberg, “Tutankhamon, il faraone dimenticato”, Sugar, 1992
Henri T. James, “Tutankhamon. Gli eterni splendori del faraone fanciullo”, White Star, 2000
Thomas Hoving, “Tutankhamon”, Milano, Mondadori, 1995
Bob Brier, “L’omicidio di Tutankhamon. Una storia vera”, Corbaccio, 1999
Haward Carter, “The Tomb of Tutankhamon”, Barrie & Jenkins, 1972
Christian Jacq, “L’affare Tutankhamon”, Milano, RCS, 2001
H.V.F. Winstone, “Alla scoperta della tomba di Tutankhamon”, Grandi tasc. econ. Newton, 1975
Il gruppo statuario che mostra il dio Amon che protegge il giovane Tutankhamon è davvero particolare.
La statua è particolare perché ha subìto una damnatio memoriae già nell’antichità. Infatti le braccia del dio, poggiate sul sovrano a scopo protettivo, furono spezzate così come fu mutilata l’immagine del re. Ovviamente lo scopo fu quello di impedire che si realizzasse la tutela divina.
Poiché la statua reca un’iscrizione posteriore, ne facciamo qui il commento filologico.
Come sempre ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.
Ricordo, come sempre, che il Protocollo Reale del re è uno studio importante per l’Egittologia e la Filologia Egizia in particolare. Infatti la corretta traduzione permette di comprendere il programma politico e la situazione che si era creata nel regno al momento della salita al trono del nuovo sovrano. Per chi fosse intenzionato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22, IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potrete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
La celeberrima arma di Ahmose rappresentata è uno dei reperti più famosi dell’inizio della XVIII Dinastia.
Mi permetto di dettagliare alcuni aspetti del reperto sia dal punto di vista oplologico che filologico.
Il manufatto è un’arma cerimoniale. Sia la legatura che i materiali con il quale è prodotto non reggerebbero un’uso bellico. La sua destinazione è quindi di sola rappresentanza per celebrare un evento importante. Verosimilmente la vittoria sugli Hyksos.
Sulla lama ci sono diverse raffigurazioni che commento in dettaglio con le illustrazioni. Sul secondo registro del lato riconoscibile con il Protocollo Reale c’è la classica raffigurazione del re che giustizia un nemico. E’ molto probabile che si tratti, appunto, di un Hyksos.
Mi sembra inutile precisare che si tratti di una raffigurazione mitologica, cerimoniale e politica. Il re non ammazzava nessuno in prima persona in quel modo.
Il manufatto si trova al Museo di Luxor. In passato fu anche esposto al Museo Egizio del Cairo nella sala P53. Il suo numero di catalogo è JE 4673.
Aggiungo anche un dettaglio oplologico poiché il reperto è spesso accompagnato con definizioni errate: si tratta di un’ACCETTA, non di una scure né, peggio, di un’ascia.
Con la morte (o l’Esodo) di Akhenaton si chiude quella parentesi storica che alcuni chiamano “Rivoluzione religiosa”, tornano gli dei che fin dagli albori della civiltà hanno vegliato sul popolo egizio. Chi siede sul trono delle Due Terre dopo il faraone eretico è un enigma che ancora oggi fa scervellare molti studiosi.
Secondo alcuni sarebbe Smenkhara ma altri obiettano che varie fonti antiche parlano di una regina che però non è identificata, potrebbe trattarsi di Nefertiti, Grande Sposa Reale di Akhenaton o più probabilmente si tratterebbe di Merytaton (Ankhtkheperura Meri-Neferkheperura), prima figlia di Akhenaton e Nefertiti. Su di un monumento è citata come “l’unica figlia del Re”, anche se in realtà dopo la costruzione del monumento, Akhenaton ebbe molte altre figlie.
Merytaton “Colei che è amata da Aton”, sarebbe stata in seguito la “Grande Sposa Reale” di Smenkhara, fratellastro o figlio dello stesso Akhenaton. Il condizionale è d’obbligo in quanto la quasi totale assenza di dati storici, dovuta alla “damnatio memoriae” voluta principalmente dal faraone Horemheb, non permette una ricostruzione delle sequenze degli immediati successori di Akhenaton.
Smenkhara viene a volte confuso da alcuni con la stessa Nefertiti o con Merytaton con la quale condivide la prima parte del suo nome, Ankheperura Smenkhara-Djeser-Kheperu. Nel 1845, durante l’esplorazione della tomba di Merira II, sovrintendente della regina Nefertiti, scriba reale, maggiordomo, sovrintendente dei due tesori e sovrintendente dell’harem reale di Nefertiti, venne trovata una rappresentazione di Smenkhara e Merytaton nelle vesti di faraone e di “Grande Sposa Reale”, sovrastati dai raggi dell’Aton mentre premiano Merire.
Oggi i nomi non compaiono più ma quando li vide Lepsius, nel 1850, erano ancora ben visibili e l’egittologo li copiò. Non mi dilungo a raccontarvi la grande confusione che si venne a creare, cercherò di spiegarla in poche parole. I due nomi erano: <<“Ankhtkheperura meri” [amato da] “Neferkheperura” >> e << “Neferneferuaton meri” [amato da] “Uaenra” >>, ma sia Neferkheperura che Uaenra erano i nomi reali di Akhenaton, (li amava tutti e due?).
Nella stele di Berlino (cat. 17813) compare un rilievo dove è raffigurato Akhenaton con un altro re in un atteggiamento che parrebbe affettuoso se non addirittura intimo. Di conseguenza per tutta la seconda metà dell’800 e fino agli anni ’70 del novecento si pensava che lo stesso Smenkhara fosse nominato con svariati epiteti femminili in quanto tra i due ci sarebbe stato un rapporto omosessuale.
Gli egittologi Marc Gabolde e James Peter Allen esaminando alcuni oggetti provenienti dalla tomba di Tutankhamon che recavano il nome di Neferneferuaton, appellato come “desiderato/a da Akhenaton”, in origine erano iscritti come Akhet-en-hyes “utile al suo sposo”; mentre il primo epiteto potrebbe anche riferirsi a Smenkhara, il secondo, che parla di uno sposo, non può che riferirsi ad una donna.
Va detto inoltre che per quanto riguarda Merytaton il suo sesso è confermato dalle forme femminili presenti nel suo cartiglio e dal suo epiteto “Akhet-en-hyes” (Utile al Suo Sposo). Nella foto n. 4 sono riprodotti tre cartigli esplicativi. <<Ankheperura nella versione femminile (93, 94) e in quella maschile (95). 93: Ankheperura desiderata da Neferkheperura (Akhenaton). 94: Ankhteperura desiderata da Uaenra Akhenaton). 95: Ankheperura desiderato da Uaenra >>.
Che Smenkhara abbia sposato Merytaton non ci dovrebbero essere dubbi in quanto viene chiamato da Akhenaton “suo genero”, questo porterebbe a pensare che, almeno nell’ultima parte del suo regno sia stato nominato coreggente con il faraone. Unico indizio archeologicamente testato di cui disponiamo circa la durata del regno di Smenkhara è la data dell’anno 1 che compare su una giara di vino proveniente “dalla casa di Smenkhara”.
Secondo Aidan Dodson Smenkhara non avrebbe mai regnato ma sarebbe stato solo coreggente di Akhenaton a partire dal tredicesimo anno di regno di quest’ultimo. James Allen pensa che sia stato un effimero successore dell’altrettanto effimera Neferneferuaton (Merytaton). Altri ipotizzano che abbia regnato due o tre anni perché su alcune giare di vino trovate ad Amarna compare la dicitura “anno 2, “anno 3” sebbene il nome del faraone non compaia.
Capite in che terreno ci stiamo muovendo? Se poi ci rivolgiamo agli epitomi di Manetone la confusione nella conoscenza di questo periodo sale alle stelle, essi riportano che ad Akhenaton successe:
<<………sua figlia Achencheres per 12 anni e 1 mese, poi suo fratello Rathotis (che verrebbe associato a Tutankhamon) per 9 anni……..>>.
Secondo l’egittologo Marc Gabolde Achencheres sarebbe Neferneferuaton (Merytaton) e a causa di un errore di trascrizione sarebbero stati riportati 12 anni e 1 mese anziché 2 anni e 1 mese. In un simposio tenutosi al Metropolitan Museum of Art, venne affermato che:
<< Non esiste un consenso generale sull’ordine di successione di Neferneferuaton e Smenkhara. A causa della grave scarsità di prove che permettano di fissare le date dei loro regni con certezza, l’ordine di successione dipende dall’interpretazione soggettiva delle evidenze archeologiche conservatesi >>.
Bene, mentre questi due “effimeri sovrani” spariscono nel nulla, forse seguendo le sorti di Aketaton, qualcuno già pensava al dopo e si stava organizzando per lasciare la città e tornare a Tebe. Questo era Ay, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton, maestro dei cavalli imparentato con Nefertiti, alcuni pensano che fosse addirittura il padre. Da quello statista potentissimo che era, con un’esperienza di 25 anni riuscì a staccarsi dal credo di Aton divenendo il primo reggente al trono durante il regno di Tutankhamon, cosa che gli permise di succedere a quest’ultimo al momento della sua morte prematura.
Fonti e bibliografia:
Elio Moschetti, “Akhenaton storia di un’eresia”, Torino, Ananke, 2009
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, La Spezia, Melita Edizioni, 1995
Alfred Heus et al., “I Propilei”, vol. I, Verona, Mondadori, 1980
Alan Gardine, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Franco Cimmino, “Akhenaton e Nefertiti, Storia dell’eresia amarniana”, Milano, Bompiani, 2002
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Aidan Dobson e Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 2004
Cyril Aldred, “Akhenaton il Faraone del sole”, Newton & Compton, 1979
Idy fu un antico Egizio che visse durante il periodo della VI dinastia (ca 2305-2118 (+25) a.C.) ricoprendo l’incarico di nomarca. Potremmo associare questa funzionalità alla carica di governatore di un nomo o provincia. Nella sua tomba e con il suo corredo funerario si auto celebra anche con i titoli di “Tesoriere Reale” e “Sacerdote ritualista”.
Tra i reperti della sua sepoltura c’è un oggetto particolarmente curioso. Si tratta di un tavolo offertorio fatto in rame, quindi decisamente costoso. Il tavolo ha una forma particolare e su ben due lati assume il profilo del geroglifico ḥtp [hetep] che, appunto, significa “offerta”. Il tavolo è completamente accessoriato di tutto il vasellame necessario alla sua funzionalità e quindi è dotato di ben tredici diversi tipi di vasi per ogni tipologia di impiego, utili ad una corretta esecuzione dei riti offertori.
Sul profilo del mobile c’è un’iscrizione che ci parla del defunto.
Qual è la particolarità del tavolo? La fotografia ci tradisce. In realtà è molto piccolo. Non è un vero tavolo ma soltanto un … modellino. Si trova al British Museum di Londra e porta il numero di catalogo EA5315.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare il geroglifico anche a chi, purtroppo per lui, non si è ancora messo a studiarlo!
Oggi vi porto indietro nel tempo ad Heracleion, nota anche come Thonis, una città dell’antico Egitto situata nel Delta del Nilo le cui rovine si trovano oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa.
La città si trovava in origine su una delle isole del Delta del Nilo, ed era attraversata da una rete di canali. Possedeva diversi ancoraggi ed un grande tempio dedicato a Khonsu, che i greci identificarono poi con Eracle. In tempi successivi, il culto di Amon divenne preminente.
I piloni del Tempio di Khonsu visti dalla piazza al suo esterno.
All’interno del cortile al Tempio di Khonsu.
Era anche il luogo della celebrazione dei Misteri di Osiride, che si compiva ogni anno durante il mese di khoiak. Il dio nella sua barca cerimoniale veniva portato in processione dal tempio cittadino di Amon fino al suo santuario a Canopo.
Heracleion prosperò particolarmente tra il VI ed il IV secolo a.C. come dimostrato da numerosi ritrovamenti archeologici: in questo periodo fu probabilmente il principale porto d’Egitto. Il faraone Nectanebo I, che regnò dal 380 al 362 a.C., ordinò molte aggiunte al tempio.
Tempio di Hapy a Thonis/Heracleion.
La città affondò nel VI o VII secolo d.C., probabilmente a causa di grandi terremoti e/o inondazioni.
Le rovine sommerse vennero infine individuate e riscoperte dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio nel 2000. Fino ad allora, gli studiosi non avevano la certezza che Heracleion e Thonis fossero un’unica città.
Colossi di Amon posti fuori dal Tempio che ospitava una parte interamente a lui dedicata.
Testimonianze Anteriori alla Riscoperta:
Fino a tempi assai recenti, la città di Heracleion era nota solamente da poche fonti letterarie ed epigrafiche.
Nel periodo greco le origini leggendarie di Heracleion venivano fatte risalire al XII secolo a.C.. Secondo la tradizione, Paride ed Elena vi rimasero bloccati durante la loro fuga da Menelao, prima che iniziasse la guerra di Troia. Inoltre, Eracle stesso avrebbe visitato la città, la quale avrebbe poi preso da lui il nome.
Un mercante al grande mercato di Thonis/Heracleion.
Tra le testimonianze storiche antiche, la città viene citata da Diodoro Siculo e Strabone, oltre che da Erodoto.
Una fonte riferisce che la città fosse un emporion, allo stesso modo della più famosa Naucratis.
Tra i reperti che la menzionano c’è la cosiddetta Stele di Naucratis, realizzata sotto Nectanebo I: nella stele si specifica che un decimo delle tasse d’importazione delle merci giunte a Thonis/Heracleion stava al santuario di Neith a Sais. Una copia identica di tale stele è stata ritrovata proprio nel sito subacqueo dove sorgeva Heracleion. Viene citata anche nel Decreto di Canopo, onorante da Tolomeo III.
Le case di Thonis/Heracleion.
Khonsu è una divinità egizia appartenente alla religione dell’antico Egitto, dio della luna, del tempo, della guarigione e della giovinezza. Il suo nome significa Viaggiatore e potrebbe riferirsi al viaggio della luna attraverso il cielo notturno. Era anche il dio che misurava il passare del tempo, caratteristica condivisa con l’altro dio lunare Thot: mentre quest’ultimo determinava il tempo in generale, Khonsu era legato al tempo degli uomini. Era inoltre parte della triade tebana insieme ad Amon e Mut di cui era considerato figlio.
Si riteneva che proteggesse coloro che viaggiavano di notte. Come dio della luce nella notte, Khonsu era invocato come protettore contro gli animali selvatici, oltreché come dio guaritore in generale. Gli egizi credevano che, quando Khonsu si produceva nella luna crescente, la potenza sessuale si incrementasse, le donne concepissero, le mandrie diventassero fertili e le narici e le gole si riempissero di aria pura.
I moli navali di Thonis/Heracleion.
Mentre numerose divinità, nel corso della storia egizia, furono fuse ad altri dei, Khonsu cominciò viceversa a essere adorato in molteplici aspetti, ad esempio Khonsu-Bambino e Khonsu-di-Tebe.
Un altro ruolo di Khonsu era quello di accompagnare il ba (anima) dei defunti nella duat (aldilà).
Un evento particolare della vita di questa regina – faraone è la rappresentazione della sua teogamia.
Hatshepsut, figlia del defunto Thutmose I, è sposa di Thutmose II e, quindi, è regina d’Egitto. Alla morte prematura del coniuge, padre di Thutmose III generato con una regina secondaria, diventa tutrice del nuovo re poiché è un fanciullo di circa sei anni. L’Egitto è, perciò, governato dalla coreggenza della matrigna Hatshepsut con il figliastro Thutmose III.
Volendo proseguire la sua permanenza sul trono, ma non essendo più la sposa del re in carica, decide di affermarne la miracolosa predestinazione. Dai Racconti di re Cheope deriva la mitologia del dio Ra che ingravida la sposa di un sacerdote di Ra facendole partorire i primi tre re della V dinastia. Da quel momento i re titoleranno il Quinto Protocollo Reale come Figlio di Ra. Hatshepsut, supportata dal clero amoniano di Karnak, replica l’unione carnale di un dio, questa volta Amon, con la Grande Sposa Reale Ahmose di Thutmose I per generare Hatshepsut stessa che, in questo modo, resterebbe sul trono d’Egitto per eredità divina. La nascita è raffigurata sulle pareti del tempio di Deir el Bahari.
COME FA L’AMORE UN DIO
Il dio Amon decide di procreare una figlia. Per far ciò ha bisogno di una regina. Perciò invia il dio Thot a prendere informazioni su di Ahmose, grande sposa del re Thutmose I. Questi ritorna dicendo che è una donna bellissima.
Nel rilievo epigrafico tratto dalla tavola 47 del volume 2 di Naville, si può vedere Thot che, per mano, accompagna di notte Amon nelle stanze private della regina. Poi lo lascia solo con lei che dorme.
Per non spaventarla Amon prende le sembianze del re e si avvicina ad Ahmose. Ma il profumo del dio è particolare ed è molto intenso. L’aroma si diffonde immediatamente nella stanza buia e la regina si sveglia.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA in modo che anche coloro che non hanno studiato filologia egizia possano pronunciare la scrittura geroglifica.
UN’ANNUNCIAZIONE… EGIZIA
Il dio Amon, dopo aver ingravidato la regina, fa comunicare ad Ahmose il suo stato. L’incarico è dato a Thot, dio del linguaggio e della scrittura.
Quello a cui assistiamo è una vera e propria ANNUNCIAZIONE. Qui si tratta di quello che, tecnicamente, chiamiamo annunciazione muta, cioè non viene comunicato nulla di preciso a parole. E’ sufficiente, infatti, analizzare le figure. Thot è davanti alla regina con il braccio alzato per eloquenza, mentre Ahmose sembra irrigidita e sorpresa di quando Thot le sta rivelando.
Il testo di Thot, in realtà, potrebbe essere semplicemente andato perso. Infatti la colonna 1 è stata abrasa in precedenza ed è stata poi riscolpita con una didascalia amoniana che non è pertinente alla situazione. Anche le colonne 5 e 7 sono corrotte a metà e avrebbero potuto recare qualche testo dettagliato in merito all’annunciazione.
Qui vi riporto le colonne didascaliche di Ahmose (1, 2 e 3).
Il tema dell’Annunciazione non è una caratteristica della religione cristiana – cattolica. Come si è visto è molto più antico. C’è da specificare però che gli artisti europei ne hanno diversificato la rappresentazione. Gli storici dell’arte hanno assegnato a loro delle terminologie latine che provo ad illustrarvi con degli esempi.
Per tornare a Thot e ad Ahmose: quale secondo voi è la tipologia cristiana per la nostra annunciazione… egizia?
Per coloro che volessero affrontare questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che consigliare il seguente strumentario pressoché completo:
Ignoriamo tutto, non esistono prove storiche o archeologiche che possano supportare le notizie che ci troviamo a leggere solo sulla Bibbia. Ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti i fatti, ignoriamo perfino se davvero il popolo ebreo sia mai stato in Egitto. Più approfondisco le mie ricerche e più mi rendo conto che, praticamente privi di prove archeologiche o storiche, ciascuno scrive un po’ quello che immagina a seconda della propria interpretazione, alcuni arrampicandosi sui vetri per scovare un indizio che, magari un po’ forzato se non addirittura manipolato, possa confermare la sua tesi.
La realtà è che a tutt’oggi, al di fuori della fede religiosa, non esiste l’ombra di una prova, e ripeto, storica o archeologica, che ci permetta di confermare con assoluta certezza che sia mai avvenuta la discesa in Egitto del popolo ebraico ed il conseguente Esodo, almeno come viene raccontato nella Bibbia.
Prima di arrivare al nocciolo della questione, ovvero: “Gli ebrei sono stati realmente schiavi in Egitto? e “L’Esodo è avvenuto davvero come ce lo racconta la Bibbia?”, vorrei iniziare prendendo l’argomento un po’ alla larga. Non vorrei immergermi in una diatriba religiosa dalla quale non se ne esce più, ma per rispetto alla storia dell’antico Egitto, almeno come la conosciamo noi, vedrò di seguire le diverse ipotesi che fior di studiosi hanno formulato. Ci terrei però ad esprimere anche le mie opinioni in proposito (da profano) ma non privo della capacità di ragionare.
Quello che per me è un punto fondamentale è quello di stabilire innanzitutto “Chi erano gli Ebrei?”. Si può parlare di ebrei come popolo prima che Giosuè fondasse Gerusalemme? Se riusciamo a risolvere questo enigma dopo, forse, sarà tutto più facile.
L’Enciclopedia Treccani alla voce Ebrei specifica:
<< Persone appartenenti al “popolo” ebraico o comunque legate all’identità religiosa e storica israelitica. Il nome Ebrei, di origine incerta, entrò nell’uso comune attraverso la letteratura dell’età ellenistica per designare quel gruppo di tribù del Vicino Oriente antico apparse nella seconda metà del II millennio a.C. in Palestina, costituitesi in seguito in una entità politica e religiosa >>.
E’ qui sorge un’altra domanda: “Che cosa s’intende per popolo?”. Faccio ancora ricorso all’Enciclopedia Treccani che definisce Popolo:
<< Il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione, indipendentemente dal fatto che l’unità e l’indipendenza politica siano state realizzate >>.
Bene a quanto risulta dalle testimonianze riportate nella Bibbia stessa, all’epoca della presunta discesa in Egitto e fino al successivo Esodo, non esisteva alcun complesso di individui accomunati dalla stessa fede religiosa o politica da potersi considerare “popolo ebraico”. Si può iniziare a parlare di un “popolo ebraico”, unito, però solo da un rapporto religioso anche se non ancora un’entità sovrana, solo al termine del presunto peregrinare attraverso il Sinai, quando Mosè riuscì finalmente ad affermare il Dio unico a coloro che lo seguivano (anche se in effetti coloro che lo seguivano erano ancora credenti in molti dei).
Molti studiosi sostengono che il termine “ebrei” lo si trova citato per la prima volta in un papiro risalente alla XIII dinastia e rinvenuto a Tebe, il cosiddetto “Papiro di Brooklin” n. 35.1446 nel quale viene riportato un lungo elenco di nomi di servitori della corte di Khutawy.
In esso si racconta che il visir Ankhu riceve in dono, per ordine del sovrano, del cibo da ripartire fra tutti i suoi collaboratori di molti dei quali vengono citati i nomi. L’interesse storico del papiro sta nel fatto che 45 nomi su 79, sono palesemente asiatici, cosa questa che confermerebbe la notevole presenza in Egitto di gente proveniente dalla Palestina prima ancora dell’invasione degli Hyksos. Privi di connotazioni etniche comuni e senza linguaggio comune; i loro nomi personali denunciavano una provenienza semitica, ma anche hurrita o indo-europea. Mi pare ovvio supporre che in Egitto dimorassero popolazioni di origine palestinese, siriana o cananea.
Nel papiro si parla inoltre della presenza di Hapiru (o Habiru o Apiru), nome principalmente usato nel II millennio a.C. per identificare gruppi di persone appartenenti ad una classe sociale inferiore, che vivevano ai margini della società. Un’altra citazione degli “Apiru” la troviamo su di una scena parietale, rinvenuta durante gli scavi di un monumento egizio risalente all’epoca della regina Hatshepsut e Tutmosi III (1470 a.C. circa). In essa sono rappresentati uomini che lavorano ad un pigiatoio per il vino. La didascalia sotto l’immagine porta scritto: “Estrazione del vino degli Apiru”.
Gli Apiru sono inoltre citati in una lettera presente sul Papiro di Leiden, risalente all’epoca di Ramesse II (1250 a.C. circa), dove vengono impartite le seguenti disposizioni:
“…….distribuire grano agli uomini dell’esercito e agli Apiru che trainano la pietra per il grande pilone di Ramses II…….”.
Come specificato in precedenza, molti studiosi hanno ritenuto di associare il termine Apiru o Habiru o Hapiru con Ebrei; questo in virtù di una presunta assonanza che passa attraverso il termine “Ivri” (o evriu) da cui Ebrei. Io penso che già non sappiamo di preciso come, a quei tempi, venisse pronunciata oralmente la parola Apiru, e forse neppure la parola Ebrei, che caso mai l’assonanza la intuiamo solo oggi.
L’argomento che stiamo affrontando è estremamente delicato per l’importanza che riveste nei confronti delle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Lungi da me l’idea di scoprire se la Bibbia, o meglio, l’Antico Testamento (Pentateuco), rappresenta un testo sacro storico-religioso o se in esso siano contenuti miti e leggende provenienti da un lontano passato e comuni a diverse antiche culture mediorientali. In linea di massima la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che i testi biblici furono scritti a partire dal VII secolo a.C. anche se le date esatte della compilazione di queste scritture restano a tutt’oggi fonte di interrogativi.
Secondo alcuni studiosi la Bibbia, o almeno gran parte di essa, sarebbe stata composta durante il periodo successivo all’esilio babilonese (587 – 539 a.C.) e potrebbe rappresentare la base su cui un popolo oppresso intendeva affermare una propria identità storica e religiosa dopo oltre mezzo secolo di esilio.
Secondo il professor Eliezer Piasetzky, l’alfabetizzazione presente nelle fasi terminali del Regno di Giuda (600 a.C.), sarebbe stata tale da costituire il primo passo verso la redazione di molti scritti veterotestamentari. Sicuramente ci troviamo di fronte a successive riscritture di testi molto più antichi dai quali gli autori (quaranta secondo alcuni), hanno attinto, ma soprattutto a racconti e tradizioni tramandate più che altro oralmente dal popolo e solo più tardi, quando, in seguito all’“Editto di Ciro” (Esdra: 6:3-5), gli ebrei poterono tornare a Gerusalemme, i vari testi furono riuniti in libri ai quali fu dato un titolo ed in seguito integrati in quella che sarà la Bibbia.
Possiamo anche pensare che durante la cacciata degli Hyksos un gruppo, secondo alcuni sarebbero i famosi Hapiru (o Habiru), abbia scelto di andarsene per proprio conto senza seguire gli altri asiatici seguendo un personaggio di spicco tra di loro (Mosè?), il quale si era creato un unico Dio (chissà perche?) ed in suo nome abbia promesso ai suoi seguaci di portarli in una fantomatica “Terra Promessa”. La Bibbia stessa ci dice che i seguaci di Mosè non erano fedeli a quel Dio che veniva imposto loro e che loro manco ne avevano mai sentito parlare. Ma allora perché girovagare per 40 anni nel deserto del Sinai? Sempre la Bibbia ci dice che gli “Israeliti” non obbedirono al Dio di Mosè e infransero spesso i suoi comandamenti, furono perciò puniti con 40 anni di peregrinazione prima di giungere nella Terra Promessa.
La vicenda del Patriarca legislatore che attraversa il Mar Rosso, si dirige a sud nel Sinai dove vaga per 40 anni e riceve le tavole della Legge dal suo Dio, si può includere nel mito, sacro e nobile, della narrazione biblica. La quale narrazione biblica ci presenta una delle tante contraddizioni, ci descrive il Monte Sinai non in Sinai ma in Arabia.
<<………ora questa Agar significa il Sinai, un monte nell’Arabia, e corrisponde alla Gerusalemme d’oggi………>> (Galati, 4:25).
Questa è la teoria che colloca l’Esodo in concomitanza con la cacciata degli Hyksos, condivisibile? Personalmente la ritengo poco probabile.
Proviamo ora a guardare la vicenda da un altro punto di vista. Con Amenhotep III avviene il primo distacco vero e proprio della casa regnante dal centro cultuale per eccellenza del dio Amon a Karnak, il sovrano infatti fece costruire una nuova reggia oltre il Nilo, a Malqata, dove fece costruire anche il suo complesso funerario del quale oggi rimangono solo più gli enormi Colossi di Memmone.
Questo allontanò ulteriormente la casa reale dalle interferenze dei sacerdoti del dio Amon i quali erano sempre più invadenti verso il potere politico del sovrano. Come abbiamo accennato in precedenza, già con Thutmosi IV iniziarono ad affermarsi nuove idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo, si nota un certo distacco dal culto di Amon in favore di quello che con Akhenaton troverà una piena affermazione, Aton, ovvero il “disco solare”.
Il padre della psicanalisi, Sigmund Freud scrive in proposito:
<< Il credo ebraico, come è noto, recita “Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad”. Se la somiglianza del nome dell’egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: “Ascolta Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l’unico Dio”. >>.
Particolarmente evidente è la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo (notare però che Adonai è plurale e significa “Miei Signori”).
Importante notare che non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa di Aton. Il pensiero vola alla Bibbia:
<<………Non ti farai immagine scolpita, ne forma simile ad alcuna cosa che è lassù nel cielo………>> (Es. 20:4).
Cogliendo le somiglianze tra la visione religiosa del faraone eretico e gli insegnamenti di Mosè, Sigmund Freud è stato il primo a sostenere che Mosè era in realtà un egiziano. Ora Ahmed Osman, con recenti scoperte archeologiche e documenti storici, sostiene che Akhenaton e Mosè fossero la stessa persona. In una splendida rivisitazione della storia dell’Esodo, Osman dettaglia gli eventi della vita di Mosè/Akhenaton:
<<……….è stato allevato da parenti israeliti, ha governato l’Egitto per diciassette anni, fatto arrabbiare molti dei suoi sudditi, sostituendo il tradizionale pantheon egizio con il culto di Aton, ed è stato costretto ad abdicare al trono. Ritirandosi nel Sinai con i suoi sostenitori egiziani e israeliti, è morto fuori dalla vista dei suoi seguaci, presumibilmente per mano di Seti I, dopo un fallito tentativo di riconquistare il suo trono >>.
Un po di fantasia non guasta mai. Oltre Freud, anche gli egittologi Arthur Weigall e Jan Assmann, dell’Università di Costanza, e molti altri hanno posto in evidenza le numerose analogie tra Mosè, adoratore di Adonai e Akhenaton adoratore di Aton.
Un’ulteriore analogia la troviamo nelle moltissime similitudini tra “L’Inno ad Aton”, scritto sulle pareti della tomba inutilizzata del visir Ay, con quelle contenute nel Salmo biblico n. 104. La tesi secondo cui Mosè sarebbe lo stesso Akhenaton è però contestata da molti i quali affermano che il faraone sarebbe morto in Egitto prima dell’eventuale Esodo. A questo punto si potrebbe ipotizzare che Mosè sia stato un seguace di Akhenaton, fedele all’Aton, e che, con il fallimento della rivoluzione religiosa e la probabile persecuzione contro i fedeli atoniani da parte del clero di Amon abbia deciso di scappare dall’Egitto con i suoi adepti.
Mosé, secondo gli antichi egizi significava “figlio di” poi la tradizione ebraica lo ha fatto derivare dal termine “Masciah” che significa “salvato dalle acque”; secondo i più si tratta di un nome decisamente egiziano che diversi faraoni portarono. Mosè quindi deve aver vissuto fin dall’inizio la deriva in favore del culto atoniano e l’educazione che ricevette nella corte del faraone fu tale per cui venne iniziato al culto di Aton. Nato probabilmente sotto Amenhotep III divenne poi un cortigiano di Akhenaton e come lui seguace del culto di Aton. D’altronde la Bibbia, nella Genesi, parla sempre di un dio che non è conosciuto da tutti, egli è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e, anche di Giuseppe, sono loro che parlano con il dio, il popolo non viene mai coinvolto se non per interposta persona.
Con la morte di Giuseppe cala il silenzio, un silenzio che dura fino all’avvento della schiavitù ad opera del faraone:
<<……..che non aveva conosciuto Giuseppe………>> (Es. 1:8).
Da quel momento gli ebrei sarebbero diventati schiavi in Egitto. In Genesi 15:13, Dio dice ad Abramo:
<< …….i tuoi discendenti dimoreranno come stranieri in un paese che non sarà loro: saranno fatti schiavi e saranno oppressi per 400 anni……>>,
cosa che viene confermata dallo stesso Mosè in Esodo 12:40-41 quando afferma:
<<…….i figli di Israele abitarono in Egitto per quattrocentotrent’anni……>>.
A questo punto possiamo immaginare che dopo quattro secoli qualcuno ancora si ricorda del dio di Abramo? Tanto meno Mosè che, indipendentemente da come si vuol considerare la sua nascita, è a tutti gli effetti un egiziano e come tale la sua vita si svolge alla corte del faraone.
Manetone scrive che Mosè divenne sacerdote del Sole in Egitto per un periodo di tredici anni. In realtà egli parla di una figura semi leggendaria che chiama Osarseph (altro nome di Mosè secondo Manetone, il quale specifica che tale nome deriva da Osiride e che la parte finale seph è una variante di Seth). Anche Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione” associa Osarseph al profeta ebraico affermando che fu un alto sacerdote del clero di Osiride della città di Eliopoli durante il regno del faraone Amenhotep senza precisare quale.
Forse non è errato pensare che la figura di Mosè, magari non proprio come lo descrive la Bibbia, sia realmente esistita. Indipendentemente dalla sua nascita ed infanzia quale gli viene attribuita nella Bibbia, Mosè visse presso la corte del faraone e:
<<……istruito in tutta la sapienza degli egiziani. Infatti era potente in parole e in opere……>> (Atti 7:22).
Manetone parla di lui citandolo come Osarseph che Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione”, in seguito associa ad un alto sacerdote del clero di Osiride. Sempre Giuseppe Flavio, nelle “Antiquitates Iudaicae”, aggiunge che Mosè fu mandato dallo stesso faraone a guidare l’esercito egiziano contro gli etiopi, che erano avanzati da sud impossessandosi di molte città, per cui divenne un potente generale dell’esercito egiziano.
Di lui la Bibbia dice che, seppur formatosi presso la famiglia reale, ad un certo punto non condivise più i metodi disumani coi quali venivano trattati gli ebrei “schiavi” e decise di aiutarli ad uscire da quella situazione. Fin qui il racconto della Bibbia e di alcuni storici antichi dei quali non si nutre piena fiducia.
Ma vediamo prima quando Giuseppe e con lui Giacobbe (Israele) sarebbero scesi in Egitto. Come ho detto in precedenza Dio dice ad Abramo che i suoi discendenti:
<<…….saranno fatti schiavi e saranno oppressi per 400 anni……>> (Gen. 15:13).
Datando il regno del faraone Akhenaton intorno al 1350 a.C. e quello di Ramses al 1280 a.C. in tutti e due i casi risalendo di 400 anni ci troviamo agli inizi dell’invasione degli Hyksos circa il 1720 a.C.. Questo ci porterebbe a pensare che Giuseppe sia stato, come asseriscono alcuni, un principe semita, sceso in Egitto con gli Hyksos dove poi si sarebbe stabilito con la sua gente. Questo ci porterebbe a scartare l’ipotesi che porrebbe l’Esodo al tempo della cacciata degli Hyksos avvenuta intorno al 1530 a.C.
Ad esclusione della Bibbia nulla ci dice quali furono i faraoni coinvolti nella vicenda della riduzione in schiavitù del popolo ebraico. L’unico nome riconducibile ad un faraone egizio è quello di Ramses quando vengono citate le città che gli ebrei avrebbero costruito:
<<…….ed edificarono città come luoghi da magazzini per faraone, cioè Pitom e Raamses…….>> (Es. 1:11).
Stando alla Bibbia dunque, il faraone che: <<……..non aveva conosciuto Giuseppe……..>> (Es. 1:8), e che quindi ridusse in schiavitù gli ebrei sarebbe Ramses II.
Qui però sorgono delle contraddizioni, l’antica città di Pitom (in egiziano Pi-Atum, “casa di Atum”), che si trova nella zona dei Laghi Amari nel Delta orientale del Nilo, era già stata costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I (nonno di Ramses II), la città non subì modifiche in seguito. Pi-Ramses, capitale dell’antico Egitto durante tutto il periodo ramesside è un’antica città perduta il cui nome significa letteralmente “Casa di Ramses”. In seguito a recenti rilevamenti si è potuto stabilire che doveva trovarsi presso un ramo del Nilo oggi del tutto scomparso nel Delta, si troverebbe nei pressi dell’odierno villaggio di Kathana-Qantir a circa 100 chilometri dal Cairo.
Pi-Ramses fu edificata sotto il controllo di Paramses, visir di Horemheb, che poi salirà al trono con il nome di Ramses I, in seguito verrà ampliata sotto Seti I ed arriverà ad inglobare il tempio del dio Seth sulle antiche rovine di Avaris, ex capitale degli Hyksos occupata da popolazioni di Habiru provenienti dalla terra di Canaan. La città fu del tutto abbandonata agli inizi della XX dinastia quando il ramo del Delta si prosciugò e tutte le pietre e le statue delle divinità furono spostate nella nuova capitale Tanis che si trova più a nord.
I riscontri archeologici non ci parlano mai di una massa così consistente di schiavi presenti in Egitto, e di questo ne abbiamo parlato in molte occasioni. La Bibbia invece tende a rimarcare la condizione di schiavitù cui sarebbe stato sottoposto il popolo d’Israele:
<< ………gli egiziani resero i figli d’Israele schiavi……la dura schiavitù alla malta d’argilla……con ogni forma di schiavitù nel campo, si, ogni loro forma di schiavitù nella quale li impiegavano come schiavi sotto la tirannia……>> (Es. 1:13,14).
Non ci viene in aiuto neppure un testo inciso su di una stele, la “Stele di Merenptah” che descrive, tra l’altro, l’esito vittorioso di una spedizione militare condotta da Merenptah, figlio di Ramses II, verso la terra di Canaan.
Tra i popoli e le città sconfitti viene citato:
<<……Ysrir è desolata e non ha più seme……>>,
molti studiosi moderni avrebbero identificato Ysrir con Israele. Si tratterebbe pertanto della prima testimonianza storica extrabiblica relativa al popolo ebraico.
Ma se l’interpretazione è corretta sorge un’altra contraddizione. Ramses II regnò intorno al 1279-1212 a.C., ipotizzando che l’Esodo degli ebrei, impegnati a costruire le sue città (!), sia avvenuto verso la fine del suo regno e che la spedizione militare di Merenptah si sia verificata verso la metà del suo regno, che durò una decina d’anni, è praticamente impossibile che gli israeliti si trovassero già a Canaan perché, come dice la Bibbia vagarono nel deserto del Sinai per 40 anni. A fronte di tutte queste contraddizioni proviamo ora a collocare l’Esodo un po’ prima negli anni, magari al tempo di Akhenaton.
CHI ERA MOSE’?
Penso che, nonostante le molte contraddizioni ed inesattezze storiche e bibliche, un personaggio quale Mosè deve essere sicuramente esistito. Secondo alcuni Mosè altri non era se non lo stesso Akhenaton. L’identificazione del faraone ribelle Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Particolarmente evidente è la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo. La cosa potrebbe essere verosimile poiché non si sa più nulla di lui da un certo periodo in poi, la damnatio memoriae cui fu soggetto, principalmente durante il regno del faraone Horemheb fu talmente meticolosa da cancellare quasi completamente il suo ricordo.
Arriviamo dunque al momento in cui Akhenaton prende coscienza che l’opposizione nel paese, sobillata soprattutto dal clero di Amon, si fa sempre più forte assumendo anche caratteri di rivolta. Come abbiamo già detto in Egitto e parte del Medio Oriente, pare si sia verificata un’epidemia molto grave la cui natura resta in gran parte sconosciuta. Forse proprio a causa di questa epidemia nella famiglia reale avvennero molte morti, dapprima la regina madre Tiy (intorno al 13º anno di regno) seguita dopo poco dalle giovanissime principesse Setepenra e Neferneferura. Queste morti furono precedute, intorno al 12º anno di regno, dalla morte della secondogenita, Maketaton (morta forse di parto). Tutti questi lutti dovettero colpire duramente il sovrano già provato dalla delusione dovuta alla consapevolezza dell’ormai imminente fallimento del suo culto atoniano. A complicare ulteriormente le cose pare che intorno al dodicesimo anno di regno, la sposa reale Nefertiti esca di scena, di lei non si sa più nulla, secondo alcuni cadde in disgrazia, ma potrebbe anche essere morta. In un edificio situato a sud della città di Akhetaton, detto Maruaten, il nome di Nefertiti è stato cancellato ed al suo posto compare quello della figlia maggiore Merytamun che pare sia poi andata sposa a Smenkhara, successore di Akhenaton.
In una tomba di Amarna Akhenaton e Nefertiti sono rappresentati insieme mentre offrono dell’oro al defunto ma inspiegabilmente al posto dei loro cartigli compaiono quelli di Smenkhara e Merytamun, questo porterebbe a pensare che Akhenaton non era più presente ad Akhetaton prima che il nuovo faraone lasciasse Amarna per Tebe. A questo punto non ci sono che due spiegazioni, o Akhenaton era morto oppure aveva già lasciato Amarna con i suoi seguaci per dirigersi in Palestina sotto le spoglie di Mosè.
Secondo altri studiosi Akhenaton morì intorno al suo diciassettesimo allo di regno ma Akhetaton non fu abbandonata subito, a succedere al trono salì dunque Smenkhara, sarà lui a lasciare Amarna abbandonando l’eresia dell’Aton. Una testimonianza ci arriva da un graffito in ieratico trovato a Qurna e risalente al terzo anno di regno di Smenkhara dove un certo Pwah innalza un inno al dio ancestrale:
<<……scriba delle offerte di Amon nel palazzo di Ankhkeprure (prenome di Smenkhara) a Tebe…..>>.
E’ evidente che l’eresia era già stata abbandonata. Certo Akhenaton potrebbe essere morto ma non dimentichiamo il generale Thutmose che Manetone cita come Osarseph ripreso anche da Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apione”. Nato forse durante il regno di Amenhotep III o addirittura di Thutmosi IV, con molta probabilità da genitori egiziani facenti parte della corte se non addirittura da una sposa secondaria di uno dei due faraoni citati sopra, [Thut] Mose fu partecipe a pieno titolo della vita di corte e con questa condivise le nuove tendenze religiose ormai orientate verso l’Aton. Quasi certamente affiancò Amenhotep IV nella sua rivoluzione religiosa, che porterà il faraone a mutare il suo nome in Akhenaton, e con lui partecipò alle sorti dell’Egitto incluso il trasferimento della capitale ad Akhetaton.
Come abbiamo già accennato in precedenza Flavio Giuseppe, nelle “Antiquitates Iudaicae”, identifica Mosè con il generale Thutmose, a parziale conferma di ciò, su vari testi egiziani è attestato che il faraone Akhenaton fece sedare un’insurrezione nubiana, nell’odierno Sudan e questo avvenne nel suo dodicesimo anno di regno, a guidarla fu il generale Thutmose. Possiamo quindi immaginare una collaborazione molto stretta fra il faraone e Mosè entrambi adoratori dell’Aton.
Alla morte di Akhenaton sale al trono Smenkhara che cede al clero di Amon e cancella l’eresia atoniana. Mosè raccoglie i seguaci di Aton e con essi parte per cercare una nuova terra dove professare il suo credo. Certo non erano molti come ci racconta la Bibbia:
<<……i figli d’Israele partivano da Ramses per Succot in numero di seicentomila……>> (Es. 12:37).
Coloro che seguirono Mosè non erano quindi gli schiavi biblici bensì normali cittadini di Amarna, magari pure benestanti, che se ne andavano portandosi dietro tutti i loro averi, oro, argento, gioielli e vestiti oltre a rifornimenti per il viaggio. Non credo che se si fosse trattato di schiavi, liberati dal faraone dopo le dieci piaghe, questi gli avrebbe pure dato:
<<……oggetti d’argento e oggetti d’oro e mantelli……ed essi spogliarono gli egiziani……>> (Es. 12:35,36).
Certamente Mosè si vide costretto a cambiare qualcosa del credo atoniano, in quanto enoteista il credo ammetteva la presenza, seppur marginale di altri dei, prima fra tutti la Maat. Mosè fonda perciò un nuovo credo, monoteista, che vede un unico dio che non ha nome:
<<……Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi al di fronte a me…….non ti farai idolo né immagine scolpita di ciò che è lassù nel cielo……>> (Es. 20:2,3,4).
Riguardo a quest’ultima parte viene solo ribadito quello che già esisteva nel credo dell’Aton infatti non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa del dio atoniano, Aton rappresenta solo il disco solare.
Un’ultima considerazione che mi pare doveroso fare perché ci troveremo tra poco a dover affrontare è che, mentre tutto ciò che riguardava Amarna per quanto possibile fu cancellato dalla damnatio memoriae, così come i personaggi che non seguirono Mosè ma che erano coinvolti nell’amministrazione, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton non solo mantenne la sua posizione ma la migliorò diventando in seguito faraone, fu il maestro dei cavalli Ay, forse per il fatto di essere imparentato con la regina e, come tale, avere una grande influenza negli affari di stato in quanto il faraone che seguirà Smenkhara, ovvero Tutankhamon, era ancora un fanciullo.
Fonti e bibliografia:
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Johannes Lehmann, “Mosè l’egiziano” Garzanti, Milano 1987
Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
Giovanni Garbini, “Storia e ideologia nell’Israele antico”, Brescia, 1986
Edda Bresciani, “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”, Torino, Einaudi, 1969
Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
Martin McNamara, “I Targum e il Nuovo Testamento”, Bologna, 1978
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, 1961
Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019