C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE WENEG

Di Piero Cargnino

Weneg è il quarto re della II dinastia il cui nome del trono era Wenwg-Nebty.

Nelle liste di Abidos e di Saqqara viene riportato con il nome di Wadjnas mentre Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea, riportando Manetone, lo chiamano Tlas. Il nome di questo sovrano compare, scritto con inchiostro nero su frammenti di alabastro e su vasi di scisto. Il suo nome è stato inoltre trovato su diciassette navi undici delle quali sono state rinvenute a Saqqara all’interno delle gallerie che si estendono al di sotto della piramide a gradoni di Djoser. A questo proposito gli egittologi Wolfgang Helck e Francesco Tiradritti affermano che i nomi di Waneg sono stati tracciati successivamente su altre iscrizioni preesistenti.

Il nome del re è rappresentato dal simbolo del cosiddetto “fiore Weneg”, raramente usato nella scrittura egiziana. Il “fiore Weneg” riporta su ciascun lato del bocciolo del fiore tre “tratti” verticali dei quali non si conosce il significato.

Con la morte del re Weneg il simbolo del fiore non viene più utilizzato- Lo si ritroverà poi nei “Testi delle piramidi” che compaiono nella tomba del faraone Teti (VI dinastia) per indicare il cielo: “Figlio di Ra” e nello stesso tempo “seguace del re defunto”. Pare quindi di poter ritenere che il “fiore Weneg” avesse qualche attinenza con il sole ed il culto della morte.

Nonostante tutte le supposizioni va detto che il vero significato del fiore come nome di un re rimane un mistero. Il nome Weneg ha sollevato numerose ipotesi circa il suo significato, ipotesi molto controverse che vedono cimentarsi molti studiosi. L’egittologo tedesco Joachem Kahl sostiene che Weneg sarebbe la stessa persona del re Raneb, questo sulla base di iscrizioni rinvenute su frammenti di un vaso di materiale lavico, trovato nella tomba del re Peribsen  nel quale si vedrebbe chiaramente il nome di Raneb. Inutile dire che tale teoria è oggetto di molte controversie in quanto il frammento di vaso è gravemente danneggiato lasciando quindi ampio spazio a interpretazioni diverse. Un’altra teoria sul re Weneg è stata avanzata da egittologi di fama quali Grimal, Helck ed Emery secondo i quali Weneg andrebbe identificato con Sekhemib-Peribsen in base al presupposto che in realtà questo nome non corrisponda ad un solo sovrano bensì a due, Sekhemib e Peribsen, entrambi pretendenti alla successione di Ninetjer (!). Questa teoria viene osteggiata in quanto i sigilli di argilla di Sekhemib-Peribsen furono rinvenuti nella tomba di Khasekhemwy, ultimo re della II dinastia, pertanto si presume che il regno di Sekhemib-Peribsen doveva essere più vicino a quello di Khasekhemwy. Non mi dilungherei oltre ad esaminare le varie teorie che riguardano questo sovrano in quanto non farebbero che aumentare l’incertezza, già di per se notevole, ma anche perché, indipendentemente da coloro che le avanzano, sono tutte controverse e basate su interpretazioni personali.

Noi cercheremo di restare su quel poco che si sa, iscrizioni su vasi o frammenti che menzionano il suo nome solo in relazione ad eventi cerimoniali, tra questi uno riporta le celebrazioni in occasione della festa del “sollevamento dei pilastri di Horus”, festa citata in molte incisioni sulle barche di Ninetjer, cosa che induce a pensare che il regno di Weneg sia stato molto vicino a quello di Ninetjer.

Per quanto tempo abbia regnato Weneg è un mistero, se si tratta del re che Manetone cita come “Tlas” avrebbe regnato per 17 anni, se invece si tratta del re Wadjnas, come citato nelle liste di Saqqara e di Abidos e, anche se in modo poco chiaro, nel Canone di Torino, avrebbe regnato per 54 anni. Inutile dire che la maggior parte degli archeologi moderni non concorda su nessuna delle due interpretazioni. Secondo le ricostruzioni delle iscrizioni sulla pietra del Cairo, Richard Weill e Peter Kaplony sono del parere che potrebbe aver governato per 12 anni.

E’ stata avanzata un’ulteriore teoria secondo la quale il regno dell’Egitto, una volta unificato ad opera di Hotepsekhemwy, fu nuovamente diviso in due parti dopo la morte di Ninetjer (come peraltro già citato nell’articolo precedente). Questo porterebbe a pensare che Weneg fosse solo un sovrano separato. Questa ipotesi parte dall’analisi delle varie liste dei re, quella di Abidos, sia nei re Thiniti che in quelli Menphiti, cita due nomi come immediati successori di Ninetjer, “Wadjenas” e “Senedj” dopo di che non ne cita altri fino a  Khasekhemwy che chiama Djadjay, in totale per la II dinastia ne cita solo 6. La lista di Saqqara ne menziona 9 ed il Canone di Torino 8.

Il luogo in cui fu sepolto Weneg rimane a tutt’oggi sconosciuto. Per quanto riguarda la ricostruzione storica bisogna prendere atto che questo è un periodo molto oscuro della II dinastia egizia.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Edizioni Kemet 2017 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
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IL FARAONE NINETJER

Di Piero Cargnino

Ninetjer è il nome Horus del terzo re della II dinastia, successore al trono del re Raneb.

A seconda di dove viene citato il suo nome cambia, nel Canone di Torino è citato con il nome Netjer-ren, nel suo cartiglio, nella lista dei re di Abydos, compare come Banetjer ed in quella di Saqqara come Banetjeru. Nella Pietra di Palermo è citato con l’insolito nome d’oro di Ren-nebu che significa “progenie d’oro” o “vitello d’oro”.

Alcuni egittologi, tra cui Helck e Wilkinson, sono del parere che con questo nome “d’oro di Horus” Ninetjer abbia in un certo senso anticipato quella che sarà la titolazione reale che verrà successivamente adottata, all’inizio della III dinastia, dal faraone Djoser. Riportando Manetone, Sesto Africano lo chiama Binothris mentre Eusebio da Cesarea lo cita come Biophis.

Più di ogni altro re della II dinastia, Nynetjer è quello il cui nome compare su una moltitudine di iscrizioni, su vasi di pietra e su manufatti di argilla trovati nella sua tomba s Saqqara; numerosi altri provengono da reperti trovati nella tomba di Peribsen ad Abydos e nel dedalo di gallerie scavate sotto la piramide a gradoni di Djoser. Il suo nome è stato rinvenuto anche su un’iscrizione rupestre nei pressi di Abu Handal in Bassa Nubia che, pur non fornendo particolari informazioni, farebbe pensare ad una spedizione militare inviata da Nynetjer per qualche ragione in quella zona.

Sulla durata del suo regno le ipotesi sono contrastanti, il Canone di Torino riporta una cifra esagerata, 96 anni, Manetone ci dice che regnò per 47 anni. Gli egittologi propendono per una durata di 43 – 45 anni basandosi sulle informazioni provenienti dalla Pietra di Palermo che descrive gli anni dal 7 al 21 e dalla Pietra del Cairo che riporta gli anni dal 36 al 44.

La maggior parte delle informazioni ci provengono dai frammenti principali della Pietra di Palermo dove sono elencati molti dei più importanti avvenimenti degli anni citati: nel 7° anno ci fu la 3^ “conta del bestiame” e così per gli anni 9°, 11°, 13°. 15°, 17°, 19° e 21°;  nell’8° si celebrò la cerimonia del “tendere le corde” per “Hor-Ren”, nel 12° anno si celebrò la seconda “Festa del Sokar”; nel 14° anno venne celebrata la prima “Festa Hor-seba-pet” (Horus la stella in cielo); nel 16° anno viene citata l’apparizione del re del Basso Egitto per la “Razza del Toro Apis” (phrr Hp); nel 18° anno si  celebrò la terza “Festa del Sokar”; nel 20° anno l’offerta per la madre del re con la celebrazione della “Festa dell’eternità” (cerimonia di sepoltura).

Per quanto riguarda la Pietra del Cairo questa si presenta molto danneggiata e non è possibile leggere gli avvenimenti ad eccezione di una parte che cita la “nascita” (creazione) di un feticcio di Anubi oltre ad un’altra parte dove è citata una “Apparizione del re del Basso e dell’Alto Egitto……”. Negli Aegyptiaca Manetone riporta che durante il regno di Binothris (Nynetjer) “le donne ricevettero il diritto di ottenere la dignità regale” che significa che anche una donna poteva diventare faraone. Gli egittologi, tra cui Walter Bryan Emery, ritengono però che questo sia stato un atto dovuto e rispettoso riconoscimento postumo per le regine Meritneith e Neithhotep le quali avevano già rivestito quel ruolo agli inizi della I dinastia essendo i loro figli troppo giovani.

Durante il regno di Nynetjer l’evento annuale, chiamato “Scorta di Horus”, fu sostituito da un nuovo evento che era di massima importanza economica per il regno egiziano, la “Conta del bestiame” in quanto costituiva l’implementazione ufficiale per la riscossione annuale delle tasse. Da quel momento questo evento è stato mantenuto per sempre mentre la “Scorta di Horus” verrà abbandonata già dall’inizio della III dinastia.

Egittologi quali Helck, Grimal, Schlogl, Tiradritti ed altri sono del parere che, forse ritenendo che l’amministrazione di un regno così grande e complesso fosse eccessiva per un solo sovrano, Nynetjer abbia deciso di dividere l’Egitto in due regni ponendo a capo di ciascuno i propri figli (o due successori) nella convinzione che sarebbe stato più semplice amministrare uno stato più piccolo. Una teoria contraria è stata avanzata da altri egittologi, con in testa Barbara Bell, i quali sostengono che la causa della divisione dell’Egitto in due stati sia originata da una carestia, con tanto di grave siccità di lunga durata, che colpì il paese in questo periodo. Onde poter affrontare al meglio il problema dell’alimentazione della popolazione, Nynetjer deve aver pensato che sarebbe stato più opportuno dividere il paese almeno fino alla fine della carestia. Bell afferma che a sostegno di questa tesi interviene la Pietra di Palermo che indica per ciascun anno di regno di Nynetjer il livello raggiunto dalle acque del Nilo, i dati riportano un livello costantemente basso durante tutti gli anni del suo regno. La teoria di Bell ha incontrato la netta opposizione dell’egittologo tedesco Stephan Seiglmayer il quale ha fatto presente che le misurazioni del livello delle acque nella Pietra di Palermo tiene conto solo dei dintorni di Menfi, nelle altre parti del paese pare che la cosa non si sia verificata, sarebbe quindi da scartare l’ipotesi di una lunga siccità. Difficile stabilire chi fu realmente il successore di Nynetjer tanto meno stabilire se il (o i) suo successore fosse già stato affiancato al trono prima della morte del re.

La lista di Saqqara, come quella di Abydos ed il Canone di Torino indicano due nomi come successori: “Wadjenas” (Weneg) e “Senedj”. La confusione di questo periodo porta a pensare che se l’Egitto venne diviso con Senedj significa che egli governò il Basso Egitto seguito da Hudjefa mentre Sekhemieb- Perenmaat e Peribsen avrebbero governato l’Alto Egitto. La divisione dell’Egitto si concluderà poi con l’avvento del faraone Khasekhemwy che riunificherà le Due Terre.

Andiamo ora al luogo di sepoltura di Nynetjer, Per un certo tempo si credette che la grande mastaba S2302 fosse la sua tomba, per la grande quantità di sigilli di argilla con il nome serekh di Nynetjer che sono stati trovati all’interno, poi si scoprì che era invece la tomba di Ruaben, alto ufficiale che servì sotto il suo regno.

La tomba di Nynetjer si trova nei pressi della piramide di Unas a Saqqara e misura 94 x 106 metri. Attraverso una rampa si scende ad una profondità di 25 metri da cui dipartono tre gallerie in direzione est-ovest per estendersi in un intricato sistema di porte, vestiboli e corridoi. All’interno furono rinvenuti coltelli, rasoi, lame e orci di birra, la galleria meridionale era sorprendentemente integra e conteneva al suo interno più di 50 vasi di vino sigillati, reti da trasporto, scatole di immagazzinaggio in legno e bottiglie di alabastro decorate. Un’altra galleria conteneva un sarcofago appartenuto ad una donna di epoca Ramesside oltre a maschere per le mummie, indizio questo che la tomba fu riutilizzata in epoche successive. La camera sepolcrale principale si trova all’estremità sud-ovest del complesso in pessimo stato di stabilità a rischio di crollo.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Edizioni Kemet 2017 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
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IL FARAONE RANEB (O NEBRA) KAKAU

Di Piero Cargnino

Forse figlio di Hotepsekhemwy, Raneb gli succede al trono, siamo intorno al 2800-2900 a.C. e troviamo un Egitto se non proprio unito ma almeno in pace sotto un unico sovrano.

Il nome di questo faraone crea non pochi problemi di interpretazione, il suo nome Horus contiene due segni: un sole (Ra) e una ciotola (Nb o Neb) se lo si legge come Raneb significa “Ra è il signore”, se invece lo si legge Nebra significa “Signore del sole di Horus”.

La cosa che sorprende è che per la prima volta nel nome di Horus di un re compare il geroglifico che indica il sole (Ra) divinità solare di Eliopolis, questo alla luce del fatto che al tempo di Raneb il disco solare non era ancora adorato. I culti religiosi del suo tempo erano ancora saldamente imperniati sul dualismo Horus e Seth, il sole era semplicemente un’entità astrale controllata da questi stessi dei, non era quindi ancora un dio indipendente.

Appare perciò evidente che l’interpretazione del nome di questo re diventa alquanto problematica.

Gli egittologi sono maggiormente propensi a tradurre il nome Raneb come “Signore del sole (di Horus)” che indicherebbe il dominio del faraone sul sole e non il contrario come avverrà in futuro.

In un altro cartiglio Raneb viene chiamato “Kakau” col significato di “il toro di Apis” e con questo nome lo troviamo nel Canone di Torino, nella lista di Abydos ed in quella di Saqqara.

Manetone, interpretato da Sesto Africano, lo chiama “Kaiechos” mentre in Eusebio da Cesarea lo troviamo come “Kaichus”. Sesto Africano ci dice inoltre che:

<<….. durante il suo regno il toro Api di Menfi, il toro Mnevis di Eliopoli e Banebdjedet, l’ariete di Mendes venivano adorati come divinità……>>.

Gli egittologi obiettano a questa affermazione ricordando che il culto del toro Api esisteva già fin da prima della I dinastia. Inoltre permangono molti dubbi sul nome Kakau poiché non esiste alcuna fonte dell’epoca di Raneb che permetta di formare questa parola.

Circa gli eventi del suo regno abbiamo poche notizie, non ci aiuta la Pietra di Palermo, gravemente danneggiata proprio in corrispondenza di questo sovrano, Sesto Africano gli attribuisce 39 anni di regno. Nonostante anche la Pietra di Palermo assegni 39 anni di regno sia a Hotepsekhemwy che a Raneb gli studiosi pensano che il suo regno sia durato assai meno di quello del suo predecessore.

Alcune informazioni che riguarderebbero la successione le ricaviamo dalla statua di Radjit e dalla ciotola di pietra che porta i serech di entrambi i sovrani. Sono state rinvenute impronte di sigilli risalenti al suo periodo dove compaiono eventi di culto religioso come “Il montaggio delle colonne di Horus” mentre per la prima volta troviamo raffigurata la dea Bastet.

Sulla consorte di Raneb non si conosce nulla e per quanto riguarda figli, come abbiamo detto nel precedente articolo, rimane il dubbio se Perneb, il cui nome è riportato su dei sigilli di argilla come “figlio del re” e “sacerdote di Sopdu”, fosse figlio suo o di Hotepsekhemwy.

Non si conosce la posizione esatta della sua tomba anche se il recente ritrovamento di sigilli cilindrici porta Helkh e Munro ad ipotizzare che Raneb, al contrario di Hotepsekhemwy, sia stato sepolto nella “Grande Galleria B” infatti, la maggior parte dei manufatti che portano il nome di Raneb sono stati trovati là.

Un’ultima notizia su questo sovrano ci proviene dagli egittologi Pierre Tallet e Damien Leisney che nel 2012, lavorando nel Sinai del sud, hanno trovato tre iscrizioni rupestri dove compare il nome Horus di Raneb. Le tre iscrizioni si trovano in tre località diverse, una nello Wadi Abu Madawi, la seconda nello Wadu Abu Koua e la terza nello Wadi Ameyra, tre siti che si trovano presso località dove un tempo sorgevano miniere di rame e turchese. Nei vari Wadi presenti nella zona si possono trovare nomi di altri sovrani fino alla IV dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
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IL FARAONE HOTEPSEKHEMWY

Di Piero Cargnino

Per Manetone Hotepsekhemwy inaugura la II dinastia del protodinastico egizio.

Come abbiamo visto gli ultimi tre faraoni della I dinastia devono aver contato talmente poco che le loro tracce sono talmente scarse e frammentarie per cui non è stato possibile ricostruire più di quanto esposto nei tre articoli precedenti.

Il primo faraone della II dinastia si trova dunque ad amministrare un paese non del tutto unificato, a nord il Delta e più a sud la Valle, il suo nome Hotepsekhemwy significa “I due poteri sono in pace”.

Si sono in pace ma ancora ben lontani da una vera unità, a separarli era principalmente, come avviene ancora oggi, la religione.

Coloro che conoscono la mitologia antico egizia sanno che Osiride, dio e re buono e generoso, sposa la sorella Iside ma il fratello Seth, dio cattivo e terribile, per strappargli la corona lo uccide quindi fa a pezzi il corpo spargendoli in tutto l’Egitto. Iside ricompone il corpo dello sposo e, grazie alla sua magia, riesce a rimanere incinta. Nasce così Horus. Il dio falco, che ingaggia una lotta furibonda con lo zio che durerà più di ottant’anni finché il tribunale degli dei non sancisce la vittoria di Horus su Seth.

Ad Horus viene assegnato il dominio del Basso Egitto mentre a Seth quello dell’Alto Egitto. Il mito della contesa tra i due dei è in realtà una metafora per giustificare la lotta tra il nord e il sud del paese che aveva per molto tempo caratterizzato le prime epoche della storia egizia. Come abbiamo visto il re Narmer (o Menes) riappacificò l’Egitto che però era ancora ben lungi dal potersi definire riunificato completamente. Tutta la I dinastia passa governando un paese non omogeneo pur se la pace regna comunque tra il popolo.

Ma veniamo ora al re della II dinastia, il suo nome Horus Hotepsekhemwy ha creato non pochi problemi di interpretazione agli egittologi. Poiché la parola egizia “Hotep” significa “pacifico”, ma può anche assumere il significato di “riconciliazione”, potrebbe riferirsi al superamento delle turbolenze politiche che hanno interessato il paese, in modo particolare durante il regno degli ultimi re della I dinastia, turbolenze politiche ma forse ancor più di carattere religioso che, con il suo avvento al potere,  Hotepsekhemwy avrebbe risolto portando la pace tra Alto e Basso Egitto.

Il suo nome potrebbe quindi essere letto come “i due poteri sono riconciliati” o “piacevoli nei poteri”, chiaro riferimento all’Alto e al Basso Egitto ma anche, dal punto di vista religioso  a Horus e Seth.

Il nome di questo sovrano è stato identificato dagli studiosi sulla base di impronte di sigilli di argilla, vasi di pietra e pezzi di osso cilindrici provenienti da Saqqara, Giza, Badari e Abidos. Sono inoltre stati rinvenuti vasi di pietra sui quali compaiono i nomi di  Hotepsekhemwy e del suo successore Raneb.

In realtà Hotepsekhemwy viene identificato con svariati nomi, nella lista dei re di Abydos di epoca ramesside nel suo cartiglio viene indicato come “Bedjau”, a Giza è chiamato “Bedjatau”, mentre nella lista di Saqqara “Netjer-Bau” e nel Canone di Torino “Bau-hetepju”. Rimangono un mistero i nomi “Netjer-bau” di Saqqara e “Bau-hetepju” del Canone di Torino in quanto gli egittologi non sono riusciti a trovare alcuna fonte di nome del tempo di Hotepsekhemwy che possa essere usata per formarli.

Secondo l’egittologo tedesco Wolfgang Helck il nome corretto sarebbe “Bedjatau”, questo nome compare su un’iscrizione scoperta nella mastaba G100 di Mesdjeru, alto ufficiale dell’esercito.

Per completezza va detto che dal regno di Hotepsekhemwy in poi il nome Horus e quello Nebty dei sovrani che seguirono vennero scritti nello stesso modo.

Altro motivo di incertezza è la durata del suo regno, il Canone reale di Torino gli assegna 95 anni che paiono eccessivi, Manetone, che lo chiama “Boethos” riporta la durata di 38 anni, la maggior parte degli egittologi propende per assegnargli 25-29 anni di regno anche perché, come sottolinea Nabil Swelim, non è stata trovata alcuna iscrizione che riporti di una Festa Sed di Hotepsekhemwy il che significa che non raggiunse i 30 anni di regno.

Sconosciuto è anche il nome della regina moglie di Hotepsekhemwy, in quanto a figli, anche se sono stati trovati sigilli di argilla che riportano il nome di un “figlio del re” e “sacerdote di Sopdu” di nome Perneb, è incerto se quest’ultimo fosse realmente suo figlio.

Del regno di Hotepsekhemwy si conosce molto poco, fonti contemporanee (come tali da prendere con le molle) raccontano di lotte intestine di carattere dinastico ma anche religioso che avrebbero visto come protagonisti due re effimeri, Horus Bird e Sneferka che non compaiono in alcuna lista. L’egittologo  Wolfgang Helck avanza l’ipotesi che i loro nomi siano stati omessi in quanto ritenuti fattori del crollo della prima dinastia. Sesto Africano ci parla di un evento eccezionale che si sarebbe verificato durante il regno di Hotepsekhemwy, scrive:

<<………durante il suo regno si aprì una voragine a Bubasti e molti persero la vita…….>>,

si pensa che la notizia sia attendibile in quanto Bubasti si trova in una zona ad alto rischio sismico. Sempre dalle impronte di sigilli si apprende che Hotepsekhemwy si fece costruire una nuova residenza che chiamò “Horus la stella splendente” oltre ad un tempio presso Buto dedicato ad una divinità di secondo piano, “Netjer-Achty”.

Per quanto riguarda la sua sepoltura esistono alcune incertezze, Petrie, Barsanti e Wilkinson sostengono che fu sepolto nella “Grande Galleria A” poiché all’interno sono state rinvenute diverse impronte di sigilli col suo nome. Di parere contrario Helck e Munro che ritengono si tratti invece della “Grande Galleria B” sempre in virtù del ritrovamento di impronte di sigilli con il nome. Al momento la teoria che prevale è quella secondo cui Hotepsekhemwy sia stato sepolto con suo figlio Raneb nella “Grande Galleria A”.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999)
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IL FARAONE QA’A (o KHEB)

Di Piero Cargnino

Secondo Manetone siamo giunti all’ultimo re della I dinastia, Qa’a (o Kebh, come compare nelle liste di Abydos e di Saqqara o (Qe)beh nel Codice Reale di Torino), anche se non è ben chiaro perché lo storico greco abbia suddiviso in due dinastie i re protodinastici.

Di fatto è evidente l’assenza di tombe dei primi tre re della II dinastia ad Abydos, in quanto le loro sepolture hanno avuto luogo a Saqqara, a sud del complesso di Djoser, ma nulla lascia supporre che, nel periodo immediatamente successivo al regno di Qa’a, si sia verificata una rottura nei rapporti tra Menfi e Abydos tale da giustificare la suddivisione in due dinastie anche se pare che a Qa’a siano succeduti 2 o 3 re effimeri.

Non si conosce gran che di quanto è avvenuto durante il regno di Qa’a da indurre Manetone a dividere la dinastie tant’è che il Canone Reale di Torino elenca i re di queste due dinastie in sequenza, senza interruzione.

Riconosciuto legittimo successore di Semerkhet, di cui forse ne era il figlio, sembra che Qa’a abbia regnato circa 33 anni (Manetone ne cita 26).

Sono state ritrovate iscrizioni su vasi di pietra dove viene citata una seconda Festa Sed per Qa’a, come risaputo la prima Festa Sed si teneva al 30° anno di regno, le successive ogni tre o quattro anni. Alcuni elementi, ricavati dalla purtroppo scarsa documentazione, portano a credere che nel corso del suo regno ci sia stata una evoluzione nella tecnica costruttiva con l’introduzione della volta aggettante.

Durante il suo regno iniziarono a verificarsi scontri tra i seguaci di Horus e quelli di Seth.

Per quanto riguarda la sua tomba, in un primo tempo gli venne attribuita la 3505 scoperta dall’egittologo britannico Walter Bryan Emery nel 1954 a Saqqara, ma in seguito al rinvenimento di una stele con relative iscrizioni di nomi e titoli si pensò che la mastaba fosse in realtà appartenuta al sacerdote e profeta di Neith, Merka.

Qui però si scontrano teorie divergenti, il discorso del luogo di sepoltura dei sovrani delle prime due dinastie vede la contrapposizione di coloro che propendono a favore di Abydos, Kees, Weill, Edwards, Kemp, Kaiser e Kaplony, secondo cui quella che viene attribuita a Merka, la tomba 3505 a Saqqara, non può essere la sepoltura di questo sacerdote poiché la tomba dello stesso è costituita da una piccola sepoltura satellite (l’unica) a sud della via d’accesso alla mastaba di Qa’a, e quelli che invece sostengono l’ipotesi di Emery, Lauer ed altri che propongono l’ipotesi della localizzazione menfita.

Nel 1993 gli scavi di una missione tedesca ad Abydos hanno dimostrato che la vera tomba del re Qa’a si trova nella necropoli di Umm el-Qa’ab presso Abydos ed è la tomba alla quale Petrie aveva già assegnato, in base ad impronte di sigilli e a due stele frammentarie in basalto, la sigla “Q”.

Più volte modificata la mastaba, che misura 30 per 23 metri, si presenta oggi come una semplice stanza in mattoni ancora circondata da 26 sepolture sussidiarie, forse appartenute a cortigiani sacrificati alla sua morte. Sul lato est della mastaba, Petrie e Fischer scoprirono una stele frammentata sulla quale compariva il nome di Horus del re Qa’a.

Il ritrovamento di un sigillo presso l’ingresso della mastaba, avvenuto nel 1990, sul quale è impresso il nome di Hotepsekhemwy, confermerebbe che quest’ultimo sia stato il suo successore e che fu lui a curarne le cerimonie funebri e l’inumazione.

Pare assodato che con la fine del regno di Qa’a si perse anche l’usanza delle sepolture satellite a Saqqara ma continuò per  diversi altri regni ad Abydos per poi perdersi definitivamente verso la fine della II dinastia.

Già le tombe di Peribsen e Khasekhemwy sono del tutto prive di sepolture satellite presentando solo un esiguo numero di persone sacrificate (?) poste all’interno della loro tomba. In conclusione va detto che, in seguito ai  recenti scavi tedeschi ad Umm el Qaab, sito già oggetto di scavi fin dalla fine del secolo scorso, nella tomba di Qa’a sono state rinvenute impronte di sigilli di Hotepsekhemwy.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE SEMERKHET

Di Piero Cargnino

La I dinastia volge ormai al termine, Semerkhet, è il nome Horus del settimo e penultimo re della I dinastia.

Nel Papiro Regio di Torino lo troviamo come Semsem e nella lista di Abydos è chiamato Semsu. Il nome di questo sovrano viene interpretato come “compagno della comunità divina”, secondo alcuni si può anche intendere come “amico premuroso”, traduzione quest’ultima contestata da altri studiosi, tra cui Gardiner, secondo i quali il geroglifico “khet” rappresenterebbe il simbolo di “corpo” o “comunità divina”.

Sono scarse le notizie che riguardano Semerkhet nonostante il suo nome compaia in molte iscrizioni su vasi di scisto, alabastro, breccia e marmo oltre che su tavolette di avorio e su sigilli di terracotta; tutti reperti provenienti da Abydos e Saqqara.

Contrariamente al suo predecessore, non si sa per quale ragione, Semerkhet non utilizzò il titolo di “Nebwy” (le due signore) ma fu il primo ad adottare il titolo nella sua forma definitiva: “Iry-Nebty” (guardiano delle Due Signore), un titolo che si riferisce alle dee Nekhbet e Wadjet, divinità protettrici degli antichi egizi, adorate da tutti dopo l’unificazione delle sue due terre, il Basso e l’Alto Egitto, forse si riteneva in contatto con le “Due Signore”.

Il suo praenomen era “nsw-bit nbtj-jrj” (“Nisut-Bity-Nebty-Iry”) col significato di: “Re dell’Alto e Basso Egitto, lui delle due dame è colui che appartiene a loro” o “Colui che le due signore custodiscono”. 

Come già accennato nel precedente articolo a proposito del re Anedijb, pare che Semerkhet abbia condannato alla “damnatio memoriae” sia il proprio padre che la regina Mer(it)neith, forse perché li considerava usurpatori, ma poiché chi la fa l’aspetti, il suo successore, Qa’a rispettò questi nomi e fece invece scalpellare quello di Semerkhet, dal che si presume che per lui l’usurpatore fosse Semerkhet.

Secondo una vecchia teoria, sostenuta da egittologi del calibro di Lauer, Emery, Helck e Rice, l’usurpatore, e non il legittimo erede al trono, era proprio Semerkhet questo in quanto l’attenta osservazione di diversi vasi di pietra avrebbe rivelato che il nome di Semerkhet sarebbe stato inciso dopo aver cancellato quello di Anedijb. Altri egittologi quali Wilkinson, Edwards e Needler rifiutano questa teoria e pensano non si sia verificata alcuna usurpazione in quanto su numerosi altri vasi, trovati nelle gallerie sotterranee della piramide di Djoser a Saqqara, il nome di Semerkhet compare insieme a quello di Den, Anedijb e Qa’a.

Gli egittologi hanno inoltre riscontrato che era una prassi comune, per i sovrani della I dinastia, impossessarsi dei vasi speciali, i “vasi dell’anniversario” dei loro predecessori sostituendo il loro nome con il proprio.

Dalle impronte dei sigilli provenienti dalla tomba di Semerkhet si nota un altro titolo reale, “Horwep-khet” (Horus, il giudice della comunità divina) con il nome della famiglia privata, “Hut-Ipty” con il significato di “casa dell’Harem” che sottostava alla guida delle mogli di Semerkhet.

Su di una etichetta è rappresentata l’unica Festa di Sokar celebrata durante il suo regno. Notizie ancora ci provengono dalla Pietra di Palermo dove anche a lui viene attribuita una guerra vittoriosa sugli Iuntyu che si erano insediati nel nord-est del Delta del Nilo.

Manetone ci racconta che Semerkhet regnò per 18 anni mentre sulla Pietra di Palermo ne vengono citati solo 9. Sulla stessa pietra, seppure molto danneggiata in quel punto, pare leggersi che nel suo nono anno di regno la piena del Nilo sia stata disastrosa.

A questo proposito, Sesto Africano, riportando Manetone, che lo cita con il nome di Semémpsés, narra che:

<<…….annunciata da presagi funesti, durante il suo regno una grande calamità si abbatté sull’Egitto…….>>.

Nulla sappiamo su quali siano stati i “presagi funesti” ma sicuramente qualcosa deve essere successo. Anche Eusebio di Cesarea ci racconta che:

<<……. suo figlio, Semémpsés, che regnò per 18 anni; durante il suo regno una grandissima calamità colpì l’Egitto…….>>.

Esiste anche una versione armena che riporta:

<<…….Mempsis, 18 anni. Sotto di lui sono accaduti molti presagi e una grande pestilenza…….>>.

Semerkhet fu sepolto ad Abidos nella tomba che il suo scopritore Sir William Flinders Petrie scavò nel 1899 e la chiamò “Tomba U”.

Dall’ingresso della tomba non vi erano scale come per i suoi predecessori ma una rampa che, partendo da una decina di metri ad est della tomba, con una pendenza media di circa 12 gradi, conduceva direttamente alla camera sepolcrale.

Un episodio curioso sorprese Petrie, durante i lavori per liberare la rampa dalla sabbia che si era accumulata l’egittologo notò che era ricoperta da uno spesso strato di olio aromatico che emanava ancora profumo.

Vicino alla rampa si trovavano alcuni cesti di legno e vasi di terracotta mentre nei pressi della tomba venne dissepolta una stele di granito nero, molto danneggiata che riportava ancora il serekh di Semerkhet.

La camera sepolcrale, delle dimensioni di 29,2 per 20,8 metri, è stata costruita in modo molto semplice, Petrie scoprì che in origine l’intero complesso della sepoltura comprendeva le 67 tombe sussidiarie che la circondano. Secondo gli egittologi Bryan Emery e Toby Wilkinson le tombe sussidiarie avrebbero contenuto i corpi dell’intera famiglia reale uccisi alla morte del sovrano. Wilkinson è del parere che facendosi seppellire tutti i membri della famiglia accanto a se Semerkhet abbia voluto dimostrare il suo potere sulla morte e sulla vita dei suoi servi e dei membri della famiglia anche nell’aldilà. Orribile consuetudine che finirà con Qa’a, infatti la tomba del successore Hotepsekhemwy non presenta tombe sussidiarie.

All’interno della camera sepolcrale vennero rinvenuti 17 sigilli oltre ad altri reperti quali: frammenti di mobili con intarsi, armature in rame, oggetti di ebano e gioielli di ametista e turchese.

Fonti e bibliografia:

  • Eva-Maria Engel, “Il dominio di Semerkhet.”.  Conferenza Internazionale “Origine dello Stato, Egitto predinastico e primo dinastico”, Cracovia, 28 agosto – 1 settembre 2002 Peeters, Lovanio 2004
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE ANEDJIB

Di Piero Cargnino

Siamo giunti al sesto re della I dinastia, Anedijb (o Adjib); il suo nome Horus era “Hor-Anedijb e Enezib.

Manetone, che lo chiama “Miebidos”, riportato da Sesto Africano, gli attribuisce 26 anni di regno mentre Eusebio di Cesarea 29. Il Papiro di Torino gliene attribuisce 74.

Secondo gli studiosi entrambe esagerano nella durata e propendono per un regno di una decina di anni. Il nome di questo sovrano è il primo che compare nella lista di Saqqara.

Alla sua già lunga titolatura, Anedijb si attribuì un’ulteriore titolo, quello di “Nebwy” (le due signore), ed è rappresentato da due falchi che simboleggiano i due patroni del suo stato divino, Horus e Seth e starebbero ad indicare l’Alto e il Basso Egitto legittimando ancor più, se ce n’era bisogno, il suo ruolo di re unico, sarà comunque l’unico a portarlo perché in futuro più nessun faraone lo utilizzerà.

Figlio di Den e della regina principale Seshemetka, alla morte del padre salì al trono e sposò una donna di nome Betrest la quale è citata nella Pietra di Palermo come la madre del successore di Anedijb, ovvero suo figlio Semerkhet, sicuramente la sua prole era molto più numerosa ma non viene citata in alcuna documentazione storica.

Sempre dalla Pietra di Palermo apprendiamo che questo re, nel secondo anno di regno condusse una guerra contro gli invasori Iuntyu (o Intiu) il “Popolo del pilastro” proveniente dal Mediterraneo orientale o forse semplicemente nomadi autoctoni dell’Egitto. Vinti in battaglia furono costretti a dividersi in tre gruppi di cui uno si ritirò nel Sinai, un altro si diresse sul lato opposto, il deserto libico e l’ultimo scese a sud, nella Nubia, fin oltre la prima cateratta.

Da impronte di sigilli reali apprendiamo che Anedijb fondò una nuova fortezza, che prese il nome di “Hor nebw-khet” (“Horus, l’oro della comunità divina”), e costruì una nuova residenza reale “Hor seba-khet” (“Horus, la stella della comunità divina”).

Dalle iscrizioni su alcuni vasi si deduce che fece costruire una notevole quantità di statue che lo rappresentavano stante con tutti gli attributi reali. Sempre su vasi di pietra compaiono delle incisioni che lo rappresentano mentre celebra ben due giubilei, le feste Heb Sed, di cui la prima dopo 30 anni di regno poi ogni tre o quattro anni, questo contrasterebbe con la stima della durata del suo regno di una decina di anni.

Indagini recenti avrebbero appurato che le incisioni che riportano Heb Sed accanto al nome di Anedijb sarebbero state falsificate sostituendo il nome del suo predecessore Den con il proprio.

Secondo gli egittologi Nicolas Grimal e Wolfgang Helck il re Anedijb sarebbe salito al trono in età avanzata e non avrebbe mai celebrato una festa Heb Sed. Le indagini di Grimal ed Helck hanno messo in evidenza un fatto curioso, le immagini che riproducono la festa Sed riportano una specie di nota scritta sulle scale del padiglione della festa: “Qesen” (calamità) cosa che fa supporre che la fine del regno di  Anedijb sia stata traumatica.

La sua tomba è stata rinvenuta a Umm el-Qa’ab presso Abydos e siglata come “Tomba X”. E’ la tomba più piccola tra quelle dei sovrani di questo periodo misurando 16,4 x 9 metri. L’ingresso si trova sul lato orientale dal quale una scala conduce alla camera funeraria. Questa si compone di due parti che sono circondate da 64 tombe minori, forse la servitù sacrificata per il sovrano. Altro particolare interessante è che all’interno della tomba sono stati rinvenuti molti cocci di vasi dai quali è stato raschiato il nome del sovrano e quello di sua madre Mer(it)neith.

Gli studiosi hanno dedotto che questo sia il frutto di una “damnatio memoriae” ordita dal figlio di  Anedijb, Semerkhet forse perché li considerò usurpatori.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Edwards I.E.S. “Il dinastico antico in Egitto – Storia antica del Medio Oriente” Il Saggiatore, Milano 1972
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE DEN

Di Piero Cargnino

Den, quinto sovrano della I dinastia, figlio di Djet e (forse) della moglie principale la sorellastra Mer(it)neith la quale alla morte del marito subentrò come reggente in suo nome.

Questo causò probabilmente contrasti con alti funzionari di corte che si ritenevano favoriti alla successione di Djet ma nessuno dei pretendenti riuscì a prevalere su Den.

Quel poco che si conosce di Den è quanto riportato sulla Pietra di Palermo e su alcune etichette d’avorio trovate presso la sua tomba ad Abydos ed a Saqqara.

Salito al trono Den si preoccupò di intrattenere una politica di distensione verso i nomarchi del Delta per mantenerseli fedeli, a tal fine creò un apposito centro per la loro amministrazione.

Fu durante il suo regno che nacquero due nuovi simboli della sovranità che verranno poi adottati dai sovrani che lo seguirono, il primo fu la “Doppia Corona” (nebti) col significato di “Le due Signore” (Le due Potenti); il secondo è un titolo che caratterizza appieno la potenza del faraone, “Colui che appartiene al giunco ed all’ape” che in effetti rimarca che il faraone è il “Re dell’Alto e Basso Egitto”.

Un altro titolo col quale è conosciuto è quello di “uomo del deserto”  assunto, probabilmente, in seguito ad una vittoriosa spedizione nel deserto del Sinai dalla quale tornò con un ingente bottino del quale facevano parte anche alcune fanciulle destinate all’harem reale.

Sposò, in qualità di regina principale, Seshemetka, dalla quale ebbe come figlio Anedjib che in seguito gli succederà al trono, ed altre due mogli Semat e Serethor.

Secondo Sesto Africano ed Eusebio di Cesarea avrebbe regnato 20 anni mentre la Pietra di Palermo gliene assegna più di 40. La cosa è più probabile in quanto si sa che al 30° anno di regno celebrò la sua prima festa giubilare (la festa Sed) mentre intorno al suo 32° anno iniziò ad intraprendere una politica di regolamentazione delle acque del Nilo, a tal proposito viene menzionata l’esecuzione di un canale per deviare l’acqua del fiume allo scopo di irrigare i campi. Va precisato che trattasi della prima opera di tale portata in Egitto.

Den muore probabilmente intorno al 2995 a.C. e, come quasi tutti i sovrani della I dinastia si fa costruire due tombe, quella ufficiale, denominata tomba T, a Umm el-Qa’ab presso Abydos ed un cenotafio nella necropoli di Saqqara numerata 3035.

Come detto a proposito del faraone Djer, nella tomba del sovrano Den venne rinvenuta l’impronta di un sigillo a rullo che riporta i glifi del nome di sua madre, Mer(it)neith preceduto da quello della dea avvoltoio Nekhbet che aveva il ruolo di protettrice del sovrano dell’Alto Egitto.

A partire dal regno di Den si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia.

Un’ultima notizia che riguarda questo sovrano è stata annunciata di recente dal Segretario di Stato egiziano per le Antichità, Mohamed Ibrahim Ali che riguarda il ritrovamento ad Abu Rawash, circa otto chilometri a nord di Giza, di una barca che risalirebbe al 3000 avanti Cristo circa, quando sull’antico Egitto regnava il faraone Den della prima dinastia, la più antica barca faraonica finora ritrovata. Si tratterebbe della barca che avrebbe dovuto traghettare il sovrano nell’aldilà. Il team dell’istituto francese di Archeologia orientale che ha ritrovato il reperto ha provveduto al suo recupero ed a curarne il trasporto al Museo egizio del Cairo per il restauro (notizia ansa).

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Edwards I.E.S. “Il dinastico antico in Egitto – Storia antica del Medio Oriente” Il Saggiatore, Milano 1972
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE DJET

Di Piero Cargnino

Alla morte di re Djer gli succede il figlio Djet (o Uadyi o Uagi) il re serpente, così detto perché nel suo serekh, sotto il falco Horus, compare un serpente.

Quarto faraone della I dinastia avrebbe regnato, secondo Manetone, intorno ai 30 anni, molti studiosi ritengono che la durata del regno di Djet non sia stata così lunga.

Le notizie che riguardano questo faraone sono assai scarse ed altrettanto scarsa è la documentazione archeologica in nostro possesso, cosa che porterebbe a supporre che si sia trattato di un re di minor importanza, per cui si pensa che la durata del suo regno sia da valutare tra i cinque ed i dieci anni.

Sempre Manetone ci racconta che durante il regno di re Djet si sia verificata una grande carestia dovuta alla mancata piena del Nilo. La Pietra di Palermo, che riporta i vari livelli raggiunti dal Nilo, è rotta nel punto che riguarda questo faraone.

Racconta ancora Manetone che il quarto re della I dinastia, per l’appunto Djet, abbia fatto costruire la piramidi di Kokome, la cosa non è verificabile in quanto la località non è mai stata trovata.

Djet prese come moglie principale la sorellastra Mer(it)neith, madre (forse) del successore di Djet, il figlio Den del quale avrebbe rivestito il rango di reggente. Nella tomba del sovrano Den è stata rinvenuta l’impronta di un sigillo a rullo dove compaiono i glifi del suo nome Mer(it)neith preceduto da quello della dea avvoltoio Nekhbet che aveva il ruolo di protettrice del sovrano dell’Alto Egitto.

Si nutrono dubbi sul luogo di sepoltura della regina in quanto esistono due tombe che riportano il suo nome, una si trova a Saqqara (n. 3503) l’altra ad Abidos denominata “Tomba Y”.

In un primo momento si presentò un dilemma sul sesso del personaggio in quanto il nome era scritto al maschile, successivamente venne trovato anche in forma femminile. Ciò che fece propendere per considerarla una regina fu il ritrovamento di due stele della stessa forma di quelle dei re nelle quali il suo nome non compariva in un serekh e mancava anche il falco Horus, a questo punto non vi erano più dubbi, si trattava di una regina.

Si sa che durante il regno del faraone Djet avvenne una grande spedizione commerciale nell’Egitto orientale.

La tomba di Djet (denominata “Tomba Z”) si trova nella vasta necropoli di Umm el-Qa’ah (“Peqer” in geroglifico) presso Abydos, la tomba, con quelle dei faraoni della I dinastia, fu scoperta durante gli scavi effettuati da Emile Amélineau che scavò fino al 1899 anno in cui subentrò l’egittologo Flinders Petrie che continuò per altri tre anni.

Per anni si pensò che Djet fosse stato sepolto in una mastaba a Saqqara ma questa era probabilmente appartenuta ad un alto funzionario della corte.

La tomba di Djet, come altre dello stesso periodo ad Abydos, vennero intenzionalmente bruciate e non se ne conosce la ragione, in seguito vennero ristrutturate e associate al culto di Osiride.

All’interno della tomba, Emile Amélineau rinvenne una stele funeraria che riporta sul fronte il nome di Horus Djet rappresentato da un serpente sormontato dal falco Horus, (da cui, come detto sopra, interpretato come “Horus il serpente”). La stele mette in evidenza come già a quel tempo lo stile era completamente sviluppato.

Oltre alla stele furono ritrovati utensili di rame e ceramica ed un pettine di avorio sul quale è riportato il nome di Horus Djet.

Come già accennato in altro articolo, durante il Periodo Protodinastico, ma in particolare per la I dinastia, era in uso la pratica dei sacrifici umani. Il faraone Djet non fu certo da meno, intorno alla sua tomba ad Abydos furono rinvenute 174 sepolture, per lo più di servitori, sacrificati alla morte di Djet per servirlo nell’oltretomba, altri 62 vennero sepolti nel suo complesso funerario di Saqqara.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Edwards I.E.S. “Il dinastico antico in Egitto – Storia antica del Medio Oriente” Il Saggiatore, Milano 1972
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999)
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IL FARAONE DJER

Di Piero Cargnino

Djer è il terzo (o secondo) sovrano della I dinastia egizia che ha regnato intorno al 1055 a.C.

Premesso che di lui si sa molto poco e le notizie in nostro possesso sono spesso slegate tra di loro. Le notizie scarseggiano ma come sempre abbondano le teorie avanzate dagli studiosi, teorie spesso contrastanti ma che sono il frutto di un lungo e meticoloso studio e lavoro sul campo che noi neppure immaginiamo. Per quanto possibile esamineremo queste teorie nel rispetto di chi le ha formulate tenendo conto delle difficoltà che incontrano gli egittologi nel collocare questo o quel faraone. La ragione sta nella difficoltà di individuare i faraoni presenti in una lista con un nome mentre in un’altra compare con un nome diverso.

La titolatura reale del faraone, che troviamo nel cartiglio, era fondamentale perché il faraone possedeva  ben cinque nomi:

il nome di Horus, il dio falco, presente fin dalla prima dinastia, il nome di “Giunco e Ape” giunco per la valle del Nilo e l’ape per il Delta, il nome delle “Due Signore” le dee Wadjet e Nekhbet tutelari delle due terre. Con l’Antico Regno, dalla IV dinastia appare il nome di “Horus d’Oro” e quindi il vero nome di nascita del sovrano.

E’ facile capire che, a seconda di come veniva indicato, non è certo facile individuarlo.

Oggi tutti concordano sul fatto che il terzo (o secondo) faraone della I dinastia fosse Djer. Djer sarebbe stato il figlio di Aha e della moglie secondaria Khenthap. Prima di salire al trono, probabilmente per la giovane età, avrebbe attraversato un periodo sotto la reggenza della regina Neithotep, sposa principale di Aha, per alcuni la vera madre, per altri la nonna.

Secondo Manetone avrebbe regnato per 57 anni, Toby Wilkinson, che ha effettuato una ricerca approfondita negli Annali reali dell’antico Egitto, propende di più per la Pietra di Palermo che gli attribuisce un regno di 41 anni “interi e parziali” (?) citando tra l’altro che Djer abbia celebrato la festa Heb Sed, che si celebrava ai 30 anni di regno. Nella lista di Abidos il terzo faraone è citato come iti mentre nel, purtroppo danneggiato, Papiro di Torino in quella posizione si legge solo la prima parte del nome it… Manetone lo chiama Utenephes. Dalla Pietra di Palermo si rileva la notizia di un “massacro dei Setju”, probabilmente una tribù di asiatici.

Di Djer si parla anche su di una stele scoperta a Gebel Sheikh Suleiman, in Nubia a proposito di una razzia e su altre fonti è riportato di una sua spedizione nel Sinai. Altre notizie che riguardano Djer le troviamo su stampe di sigilli trovati in tombe a Saqqara, iscrizioni in altre tombe, un’impronta di sigillo e iscrizioni a Helwan presso Menfi.

Djer ebbe numerose mogli di cui la principale fu Nakhmaith. Djer fu un faraone attivo, su una placchetta di avorio è riportato che si recò in visita a Buto e Sais nel Delta mentre la Pietra del Cairo narra che un anno del suo regno viene chiamato “Anno di colpire la terra di Setjet” che potrebbe intendere il Sinai o anche la terra di Canaan.

Djer si fece seppellire nella necropoli di Umm el-Qa’ab presso Abydos come gli altri faraoni della I dinastia. Non si sa per quale ragione, la tomba di Djer a partire dalla XVIII dinastia fu considerata la tomba del dio Osiride e l’intero complesso funerario della prima dinastia, che include la tomba di Djer, era molto importante nella tradizione religiosa egiziana.

In questa tomba, Petrie trovò un braccio mummificato, adorno attorno al polso di braccialetti in oro, turchese, perline di ametista e amuleti, che attribuì alla sposa di Djer.

Il tutto fu portato al museo del Cairo dove, sfortunatamente, l’allora curatore, Emile Brugsch, conservò i braccialetti ma gettò via il braccio, ritenendolo del tutto privo di importanza dal punto di vista storico.

Il braccio del faraone Djer ornato da braccialetti.
(Petrie, W. M. F.: The Royal Tombs of the Earliest Dynasties, Part II, 1901)

Lo studio dell’intero complesso funerario del re Djer, come per altri faraoni, conferma che, almeno per l’intero periodo arcaico o predinastico, ma in particolare per la I dinastia, era in uso la pratica dei sacrifici umani. I riti funebri che si celebrarono per il re Djer ci confermano che furono 318 gli individui che vennero sepolti nella sua tomba ed altri 269 furono sepolti nello spazio circostante. Il Dr. O’Connor ritiene che più di 200 tombe scoperte nel complesso funerario di Djer conterrebbero i resti dei servitori a lui sacrificati.

Secondo lo studio “Storia sociale dell’antico Egitto” (“Ancient Egypt: A Social History”), di B. G. Trigger, si ipotizza che Djer sarebbe stato sepolto con più di 580 servitori. Secondo  National Geographic sarebbero 569 i servitori immolati mentre un’altra fonte parla di 338.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano-Appia, “Egitto l’età dell’oro”, Fabbri Editori, 1997
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Wilson, John A., “Egitto, “I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 Mondadori, Milano 1967)