Calcare dipinto, altezza cm 29 Tebe Ovest, Sheikh Abd El-Qurna Scavi del Metropolitan Museum of Art 1936 Museo Egizio del Cairo – JE 66247
La statuina appartiene al defunto Amenhotep, come ricorda il geroglifico della colonna centrale.
Il testo della colonna di destra “da parte di suo fratello Senu, il quale fa vivere il suo nome” si ricollega al fatto che il culto funerario di Amenhotep era affidato alle mani del fratello, grazie al quale si sarebbe conservata la sua memoria dopo la morte.
Il corpo dell’ushabty, come simboleggia il colore bianco utilizzato, è completamente avvolto nelle bende di lino, da cui fuoriescono soltanto le mani incrociate sul petto.
La barba posticcia e la parrucca striata sono in azzurro, gli occhi, molto espressivi contornati sono di colore nero come le sopracciglia.
Fonte
I tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Questo magnifico gruppo statuario fa parte del l’eccezionale rinvenimento nella Cachette del tempio di Luxor, che conteneva opere che vanno dalla XVIII alla XXV Dinastia.
Il faraone Horemheb inginocchiato ai piedi del dio Atum, che siede in trono.
Horemheb tiene in mano due vasi sferici (probabili contenitori di vino). Indossa il copricapo Nemes, l’ureo, la barba reale, lo shendyt-kilt e i sandali. Atum è seduto su un trono e indossa la doppia corona, una lunga parrucca e una barba ricurva. La sua mano sinistra regge un Ankh. Ogni lato del trono è decorato con due divinità del Nilo che rappresentano l’unificazione dell’alto e del basso Egitto, il giglio a destra e il papiro a sinistra.
Sul retro di Atum un’iscrizione recita: parole pronunciate da Atum, signore delle due terre: l’amato figlio, signore delle due terre, Djeser-Khepru-Re Horemheb-Mry-en-Amun….
Con Horemheb si completa il processo di ritorno all’ortodosdia e si moltiplicano i gruppi statuari del re accompagnato da varie divinità.
Sakkara, tomba di Maya Calcare, altezza 158 cm. Leida, Rijsmuseum van Oudheden – AST 3
Maya era Sovrintendente del Tesoro e Sovrintendente dei lavori durante il regno di Tutankhamon.
Questo lo rese responsabile degli affari interni dell’Egitto Nell’epoca instabile che seguì la morte di Akhenaton.
Alla morte di Tutankhamon, Maya era responsabile della sepoltura regale.
Successivamente si perdono le sue tracce, ma fu sicuramente di nuovo in carica nel momento in cui Horemheb divenne il nuovo faraone.
Maya sembra essere morto intorno all’anno 9 del regno di Horemheb.
Sua moglie, Merit morì prima di lui.
Questo gruppo statuario raffigura Maya e Merit come destinatari delle offerte.
Le figure rappresentano quindi il principio vitale o il Ka
Se sono spariti i manierismi amarniani, in questa splendida opera spira ancora il vento del naturalismo, i volti, gli abiti, le elaborate parrucche e l’eleganza degli abiti, che aveva caratterizzato l’arte del periodo amarniano.
Questa statua ha una sola scritta, in verticale al centro del gonnellino. Nella immagine trascrizione e testo (a cura di Nico Pollone)
Una delle più belle donne dell’Antico Egitto mai ritratte.
Il suo nome è incerto, ma era la moglie del generalissimo Nakhtmin.
Secondo molti studiosi, Nakhtmin A (definito in una statua “principe ereditario” e “figlio del re”) era figlio di Ay e sembra essere stato il successore prescelto di Ay.
Fu un alto funzionario durante il regno di Tutankhamon e dedicò al faraone 5 bellissimi ushabti.
Non va confuso con Nakhtmin B, un funzionario sacerdotale che probabilmente sposò Mutemnub, la sorella della moglie di Ay, Tey. (Secondo Dodson, però, era la moglie di Nakhtmin A).
Nel tumulto che seguì il dopo-Amarna, Nakhtmin scomparve improvvisamente e il nuovo faraone divenne il generalissimo Horemheb.
La sua tomba e quella della moglie non sono ancora state ritrovate e si può supporre che siano state usurpate.
Come mostra questa bella statua, Nakhtmin e sua moglie furono entrambi sottoposti a un’estesa damnatio memoriae, con le loro statue devitalizzate (naso, orecchie e bocca danneggiati).
La parte posteriore e la relativa trascrizione del testo in colonne geroglifiche (immagine di Nico Pollone).
Ora si trova al museo di Sharm al- Sheik.
Questa è una ricostruzione digitale della statua spesso spacciata per la statua originale. Attenti alle bufale!
FONTI:
A. DODSON – D. HILTON, The Complete Royal Families of Ancient Egypt, Thames & Hudson, Londra 2004; pagine 144-145.
Calcare, altezza cm 34 Provenienza ignota, acquistata nel 1897 Fine della XVIII Dinastia Museo Egizio del Cairo – JE 31630=CG 779 A
Il frammento di questa testa faceva parte di un gruppo statuario che ritraeva Nakhtmin insieme alla moglie.
Le due figure erano state realizzate in un unico blocco di pietra, unite da una lastra dorsale con la sommità centinata.
Il viso di Nakhtmin è incorniciato da una parrucca con treccine ondulate, realizzate con sottili incisioni.
Il viso è giovanile con occhi a mandorla con la pupilla e il profilo dipinti, incorniciati da sopracciglia notevolmente arcuate.
Il naso, la bocca e il mento sono stati scalpellati.
Il volto è stato volutamente danneggiato, sono infatti scalpellati il naso la bocca per impedire alla statua di “respirare”.
I lobi delle orecchie sono forato.
Lungo la parte destra della parrucca sono visibili i resti di un ventaglio composto da una piuma di struzzo innestata su un manico che termina a fiore di papiro.
La piuma si dispone lungo la curva che avvolge la parrucca e si contrappone alla linea data deal bordo delle trecce.
Il gioco di contrappunto geometrico è peraltro rilevabile nella forma dell’ovale del viso che si sviluppa specularmente rispetto alla forma trapezoidale della parrucca che lo incornicia.
Tutto questo denota un’accurata ricerca della perfezione formale e sono elementi che permettono di datare l’opera agli ultimi regni della XVIII Dinastia.
La statuina è infatti la chiara manifestazione del tentativo di ripristinare il discorso interrotto da Akhenaton e riecheggia perciò soluzioni che richiamano lo stile ricercato del Regno di Amenofi III.
L’iscrizione geroglifica , riportata sui resti della lastra dorsale dietro l’effige della miglie, attribuisce a Nakhtmin i titoli di nobile, scriba reale e generale supremo.
Altre fonti riportano che Nakhtmin è figlio di una cantatrice di Iside, la connessione con questa dea e la menzione del dio Mi nel nome di Nakhtmin rendono assai verosimile un’origine di questo funzionario dalla città di Coptos o da Akbmim.
La seconda località è anche il luogo di origine di Tiye, moglie di Amenofi III ed è perciò assai probabile che Nakhtmin provenisse da qui e avesse assunto alte cariche all’interno dello Stato egizio proprio grazie ai suoi legami con l’aristocrazia cittadina che, in questo periodo, detiene un ruolo di primo piano nella gestione degli affari politici di tutto il Paese.
Prossima uscita la statua della moglie di Nakhtmin.
Fonti:
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
Tesori egizi Nell collezione del Museo Egizio del Cairo.- F. Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Granito rosa, altezza 1,03 – base cm 74,5 x 70,5 Roma, area dell’Iseo Campense, 1881 Firenze, Museo Egizio, inventario n. 5419.
Statua di Hathor in forma di vacca che allatta il faraone Horemheb
La statua raffigura la dea Hathor, in forma di vacca, in atto di allattare il faraone Horemheb.
Dell’animale è conservata solo la parte posteriore, poggiata su una base a forma di parallelepipedo.
Il faraone è raffigurato di profilo sul lato destro della vacca, inginocchiato sulla gamba sinistra.
Con la mano destra porta alla bocca la mammella della dea e sulla testa Indossa il copricapo nemes.
Intorno alla base é incisa un’iscrizione geroglifica frammentaria, con i resti di un cartiglio con il nome del faraone Horemheb.
L’atteggiamento in cui è raffigurato il faraone è molto raro nella statuaria egizia, mentre è più frequente nei rilievi che adornano nei templi, le cappelle dedicate al culto di Hathor, dove sono presenti immagini della dea in atto di allattare il faraone : il latte aveva infatti per gli egizi un importante rituale di purificazione e resurrezione.
Questa statua fu rinvenuta durante gli Scavi eseguiti nel 1881 a Roma nel luogo dove sorgeva l’antico Iseo, detto Iseo Campense, presso la chiesa di S. Maria sopra Minerva, e fu acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione per il Museo Egizio di Firenze.
Fonte:
I Faraoni – a cura di Christiane Ziegler – Bompiani
L’abbandono delle forme esasperate, caratteristiche dei primi anni del periodo amarniano, avvenne già nella seconda parte del regno di Akhenaton.
Gli artisti operanti ad Amarna passarono da una prima fase di sperimentazione alla creazione di un paradigma privo di qualunque esagerazione, ma aderente al nuovo clima sociale.
L’equilibrio raggiunto si mantenne anche nel corso degli anni successivi alla morte di Akhenaton e si ritrova riflesso nei tratti delicati delle effigie di Tutankhamon.
Al breve regno del giovane sovrano fecero seguito quelli del sacerdote Ay e del generale Horemheb che diede inizio a una vera e propria persecuzione contro le manifestazioni del culto atoniano.
Nonostante il completo smantellamento dei santuari dedicati all’Aton la sopravvivenza di alcune caratteristiche di quest’arte è percepibile in opere di statuaria privata, come dimostrano le statue mutile di Nakhtmin e della sua sposa.
La sposa di Nakhtmin Calcare, altezza cm 85 Museo Egizio del Cairo – 1897, JE 31629=CG 779 B.
La XVIII Dinastia si chiude non solo con il ritorno dell’ortodossia, la riapertura e il restauro dei Templi, ma in un rinnovato potere del clero di Amon.
Nell’arte vediamo riapparire il dio nell’iconografia e il canone cerca di riportare ai parametri pre-amarniani ma senza riuscirvi: le innovazioni, la libertà, la sperimentazione del periodo di Amarna hanno lasciato un segno ben visibile nell’arte dei regni di Tutankhamon, Ay e Horemheb.
Per un ritorno ai canoni pre-amarniani bisognerà aspettare la XIX Dinastia e Ramses II.
Gruppo statuario di Maya e Merit, da Sakkara, tomba di Maya Calcare, altezza 158 cm Leida, Rijsmuseum van Oudheden – AST 3.
Una svolta decisiva per tutta la cultura dell’epoca venne data dal 1291 a. C. dall’ascesa al trono di una famiglia proveniente dal Delta, il cui capostipite, Pramessu, era stato compagno di armi di Horemheb.
Pramessu sali’ al trono con il nome di Rameses I, e fu dunque il fondatore di una nuova Dinastia, la XIX.
Fonte
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo de Luca – Edizioni White Star
Oro, lapislazzuli, vetro, turchese e corniola. Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Tutankhamon Valle dei Re, tomba di Tutankhamon KV62 Carter 253
Secondo il credo degli antichi egizi ogni essere umano era costituito da cinque elementi: il cuore, il corpo e l’ombra, il nome della persona, il Ka e il Ba. Per vivere e poter proseguire l’esistenza anche nell’aldilà, l’individuo aveva bisogno di tutti questi elementi.
Tra gli ornamenti esterni della mummia di Tutankhamon fu trovato un prezioso pettorale con uccello Ba posizionato sotto le mani che impugnavano Il pastorale e Il flagello.
Dettaglio del pettorale
Disegno di Howard Carter, 1925 – Matita su carta. Il disegno di Carter mostra la fascia dorata, le mani che impugnano Il pastorale e Il flagello, e l’uccello Ba. Università di Oxford – Griffith Institute
Il corpo del defunto, subito dopo l’essiccazione, “veniva fasciato con bende di lino, tra le cui pieghe venivano posti degli amuleti protettivi, mentre si recitavano le formule in modo da creare un involucro fisico e magico a difesa del defunto, spesso corredato da una maschera sopra la testa”.
Dopo la morte, il ba del defunto avrebbe seguito il dio solare nel suo viaggio attraverso i cieli, ma solo se costui aveva vissuto in modo virtuoso. Era insomma la personalità di qualcuno, ciò che lo rendeva unico, e veniva raffigurato come un uccello dotato di testa umana.
il Ba veniva spesso rappresentato come un uccello dalla testa umana e, talvolta, anche dotato di braccia.
Il Ba, l’energia personale del defunto, era praticamente assimilato alla personalità che rende unico l’individuo, era la parte spirituale in grado di effettuare il viaggio nell’aldilà: poteva uscire dalla tomba e poi farvi ritorno come in una sorta di migrazione perpetua, per questo era rappresentato col segno geroglifico di un volatile dalla testa umana.
Il Ba del defunto, Irynefer, esce dal sepolcro, nell’affresco della tomba tebana tt290 è raffigurato anche Shut, l’ombra.
Legno dipinto, parzialmente stuccato e dorato, pasta colorata, rame Altezza 70 cm, larghezza 43,5 cm, profondità 40 cm Museo Egizio del Cairo – Carter 403
Questa cassettiera mi piace per la sua eleganza e semplicità.
Ha una forma quasi quadrata e poggia su quattro gambe lunghe e sottili.
È in legno dipinto di marrone rossastro, a simulare il costoso cedro del Libano, con una cornice che imita l’ebano, i dettagli della decorazione sono in vernice nera e lamina d’oro.
Fra le gambe si trovano delle barre di rinforzo e lo spazio fra di esse e la cassettiera vera e propria è riempito con dei pannelli traforati e decorati con ankh affiancati da scettro was e posti sopra alcune ceste, cioè il segno neb, che vuole dire “tutto”.
I registri scritti recano i nomi e gli epiteti del re.
Il coperchio si unisce alla base tramite una cerniera in rame e si apre verso l’alto.
I pomoli di chiusura sono coperti in lamina d’oro e vi sono scritti i nomi del re..
Come nel caso di molte altre cassette, un cordino doveva essere legato attorno ai pomoli e poi chiuso con un pezzo di argilla, su cui si imprimeva una sigillatura.
La cassettiera si trovava in cima ad una catasta composta da vari mobili al centro dell’annesso.
Era stata forzata dai tombaroli, che ha quando sembra l’avevano svuotata del suo contenuto originario.
All’interno Carter trovò solo quattro poggiatesta e un frammento di veste.
Fonte
Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass-fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
ORO E VETRO NUOVO REGNO – XVIII DINASTIA (REGNO DI TUTANKHAMON) VALLE DEI RE – TOMBA DI TUTANKHAMON (KV62) CARTER 620/67
Nella tomba di Tutankhamon Howard Carter ritrovò molti amuleti sul pavimento per cui è stato impossibile identificare la loro posizione originaria. Questo amuleto a forma di cuore fu trovato sul pavimento dell’ annesso e contiene la figura intarsiata di un airone.
L’ airone, uccello sacro, simbolo della nascita e della risurrezione, era associato al culto di Eliopoli dove veniva chiamato benu, il precursore della fenice.
Uccello Benu affresco dalla tomba di Iry-nefer a Deir el-Medina
Secondo la cosmologia eliopolitana, il benu stava in cima alla pietra Benben, che emerse a Eliopoli dalle acque primordiali in seguito alla creazione del mondo. Durante il processo di mummificazione, gli antichi egizi, per gran parte della loro storia, hanno lasciato il cuore al suo posto, poiché rappresentava l’intelligenza ed era la sede dei sentimenti del defunto. Il Libro dei Morti riferisce formule per evitare che il defunto si separi dal proprio cuore nell’aldilà.
Si suppone che il nome Benu possa derivare da wbn verbo egizio che significa “brillare”, “sorgere”: infatti, nelle raffigurazioni trovate sul Libro dei morti o in molti affreschi esso sembra sorgere dalle acque