Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO PER PROFUMO (O UNGUENTO) CON TESTA DI HATHOR

A cura di Ivo Prezioso

Il tema principale di questo vaso è costituito dalla rappresentazione, estremamente elaborata, del motivo “sma tawy” (unione delle Due Terre).

L’utilizzo frequente di questa composizione decorativa su numerosi grandi vasi può essere sia legato alla bellezza del soggetto e alla possibilità di variazioni che offre, sia al suo significato simbolico politico. In questo caso, si aggiunge anche un riferimento religioso che lo associa al culto di Hathor, una divinità dai molteplici aspetti.

La sua testa appare, infatti, sul collo del vaso in forma di maschera funeraria adorna di un ampio collare. La base, realizzata separatamente include due gruppi di amuleti rappresentati da due “ankh” centrali che stringono, ciascuno, due scettri “was” (Vita e Potenza).

La molteplicità di riferimenti religiosi e simbolici che ritroviamo nella decorazione di oggetti elaborati come questi vasi per profumi, lascia supporre che i loro progettisti e realizzatori non siano stati soggetti ad una stretta supervisione, ma che sia stato loro lasciata ampia libertà espressiva.

Questo splendido contenitore di cosmetici preziosi si differenzia dagli altri per il complicato nodo che unisce i vari steli delle piante intorno al” collo” ; la base in cui si suggerisce l’ambiente dove crescono le due vegetazioni .

Museo del Cairo: Altezza cm. 50

Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

IL GRUPPO STATUARIO DI IDET E RUIU

A cura di Patrizia Burlini

Questa bella statua rappresenta una coppia femminile la cui relazione non è nota. Sicuramente è una statua insolita, dato che normalmente ad essere rappresentati abbracciati erano marito e moglie (ma non solo). Idet occupa il posto d’onore, essendo seduta a destra, ed è identificata con il titolo di “Signora della Casa”, mente Ruiu non porta alcun titolo.

Sui lati del seggio sono presenti delle formule di offerta a Osiride. Quella di destra recita: “A Osiride…signore dell’eternità, perché dia…ogni cosa buona e pura, e il dolce soffio del vento del nord all’anima della Signora della Casa, Idet, giustificata”. Belle ed eleganti, con lo stesso abito, la stessa parrucca e la stessa collana, presentano volti in cui è evidente una ricerca ritrattistica che le rende diverse e riconoscibili.

Calcare, XVIII Dinastia, 1480-1390 a.C., forse proveniente dalla necropoli tebana, conservata presso il Museo Egizio di Torino

Didascalia: MET Torino

Il testo completo del lato Idet (a cura di Nico Pollone)

Un’offerta che il re da ad Osiri, dio grande sovrano/principe per l’eternità, affinché lui dia invocazione di offerta di: pane, birra, buoi, uccelli, abiti/tessuti, incenso e olio/unguento, ogni cosa buona e pura, il dolce soffio del vento del nord al ka della Signora della Casa Idet Giustificata (giusta di voce).

Imm. Museo Egizio di Torino.

Nuovo Regno

LA REGINA NEFERTARI

A cura di Laura Tella

La parola nefer vuol dire bella; il nome della Regina significa: Bellissima, La-più-bella.

Nefer non aveva sangue reale nelle vene; forse era figlia di un Dignitario o forse era una delle tante belle ragazze che vivevano a corte. Il principe Ramseth, il futuro Faraone, se ne innamorò subito e la sposò prima ancora che il padre, il faraone Seti Primo, lo nominasse suo erede.

Ramseth, però, aveva già una Grande Consorte Reale, la sorella Istnofret, principessa di sangue reale, che gli aveva trasmesso il diritto di occupare il trono. Innamoratissimo di Nefertari, però, egli concesse anche a lei il titolo di Grande Consorte Reale.

Nefertari, donna bellissima e di grande ingegno, ebbe una grande influenza sul Sovrano e appariva costantemente al suo fianco in ogni Cerimonia pubblica. Influì anche nelle sue decisioni militari, ma soprattutto diplomatiche ed è stata trovata una ricca documentazione che la riguarda, circa un Trattato di Pace ed alleanza con il popolo Ittita, con cui l’Egitto era spesso in guerra.

Nefertari morì a 40 anni circa, compianta da tutti. Il Sovrano, che aveva di lei la massima considerazione, volle tangibilmente dimostrarlo, dedicandole un Tempio nel famosissimo complesso templare di Abu Simbel. Volle per lei, inoltre, una delle più belle tombe nella Valle delle Regine, nell’attuale sito di Deir-el-Medina.

Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LO SPEOS ARTEMIDOS

A cura di Grazia Musso

A sud della necropoli di Beni Hassan, nella cosiddetta Valle del Coltello, poco distante dalla città di Minya, si trova lo Speos Artemidos o Grotto di Artemide, dall’arabo Stabl Antar cioè “scuderia di Antar”, fu edificato dalla regina Hatshepsut, unitamente al reggente Tuthmosis III, sulle rovine di un precedente monumento andato in rovina, probabilmente ad opera degli Hyksos.

Il tempio fu dedicato dalla sovrana alla dea Pakhet, un connubio tra la dea gatta Bastet e la dea leonessa Sekhmet, in realtà uno dei molteplici aspetti della dea Hator. In suo onore fu chiamato dalla regina “Dimora divina della Valle”.

In epoca successiva il santuario fu decorato, seppur in maniera incompleta, dal faraone Sethi I che vi sostituì il nome della sovrana con il proprio.

Nel V secolo AD lo Speos fu trasformato in una cappella copto-cristiana come si evidenzia dalle notevoli iscrizioni copte esistenti sulla parete sud.

Le iscrizioni contenute nel monumento furono scoperte e pubblicate a fine Ottocento per la prima volta dall’egittologo russo Vladimir S. Gilenischeff.

Si tratta di un monumento semplice, ma di grande importanza, dal momento che fu il primo dei santuari rupestri del Nuovo Regno.

Fonte:

Articolo di Mario Menichetti, che si trova su www.egittologia.net

Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

MA ALLA FINE, VOGLIAMO RAGIONARE DAVVERO SUL POVERO TUT?

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Rispondo ai tanti che su altre pagine mi chiedono ancora una volta (è un tormentone) del solito, vecchio Tutankhamon e il già decrepito documentario di National Geographic, sull’aspetto del faraone; e poi l’altro sul pugnale e sul corsetto. Vediamo dunque un po’. Ritorniamo un attimo al famoso “ritratto” di Tutankhamon, alle presunte deformità, al fatto che sarebbe stato “zoppo”, handicappato e chi più ne ha più ne metta (ma chissà… forse era un extraterrestre e dunque hanno frainteso???). Bah… ridiamoci su… E torniamo seri.

Il volto, il corpo ricostruito in quel celebre documentario fortemente commerciale della National Geographic (e non da egittologi) ha dato una ben misera raffigurazione del faraone. Visione del tutto errata, fatta da occidentali che non hanno idea dell’importanza di determinate idee per gli egizi e la vita nell’aldilà, e soprattutto non spinta da motivazioni scientifiche ma dal sensazionalismo di cassetta. Me ne dolgo perché la rivista ha una nobile e serissima tradizione (io sono abbonato dal 1975) mentre chi gestisce la parte documentaristica ha fatto altre scelte, commerciali. Non dico questo per partito preso, ma perché ci sono prove evidenti: la più eclatante è che la mentalità religiosa egizia non avrebbe mai permesso nulla di simile: un ritratto (e con ciò intendo volto e corpo) così falso del faraone (si confrontino la celebre maschera, o tutte le statue, con la “ricostruzione” di quel ridicolo mostriciattolo) avrebbe precluso al defunto l’aldilà, poiché non sarebbe stato lui, ma un altro.

PARTE PRIMA – LA MASCHERA

La celebre maschera aurea di Tutankhamon. Essa ritrae i tratti reali del faraone. Non per ragioni estetiche o artistiche, perché era destinata a non essere mai più vista dai mortali, ma solo dagli dèi e, se non avesse riprodotto fedelmente i tratti del faraone, gli avrebbe precluso l’aldilà.

PARTE SECONDA – LA TOMBA

Andiamo con ordine. Benché non fosse stata prevista per il faraone, ma per un alto personaggio (probabilmente Ay, che poi prese quella in origine destinata a Tutankhamon, WV 23, che era ancora abbozzata e rimase incompiuta), la tomba fu adattata per il sovrano; benché con lo schema di una tomba privata intende comunque riprodurre il cammino di rinascita del re, che vediamo nello schema. Questo punto è importante, poiché tutto in una tomba è volto alla resurrezione (nell’aldilà, non in questo mondo) del sovrano; che i suoi ritratti siano fedeli alla realtà è fondamentale per la rinascita.

PARTE TERZA – IL VOLTO

N ALTO: il corpo con la testa ancora coperta dalla maschera all’apertura del sarcofago (a destra, colorazione moderna).

IN BASSO: a sinistra, il corpo del re rimontato sul letto di sabbia dopo l’estrazione; al centro, sempre il corpo ricostruito dalla TAC, mentre a destra si vede il cranio con l’indicazione delle varie anomalie (inclusioni da mummificazione, fratture ecc.)

PARTE QUARTA – LA RICOSTRUZIONE

IN ALTO: La “ricostruzione” che ha fatto tanto scalpore… senza alcun fondamento scientifico (poi vedremo perché). I denti sporgenti, che si vedono anche nella mummia, in quest’ultima lo sono perché ovviamente le labbra si sono disseccate e ritratte con la mummificazione; ciò che non rispecchia una situazione in vita.

IN BASSO A SINISTRA: Il corpo del re, oggi, nella sua tomba.

IN BASSO A DESTRA: La maschera con i veri tratti di Tutankhamon (poi vedremo perché).

PARTE QUINTA – LA VERA RICOSTRUZIONE

IN ALTO: La TAC del cranio di Tut e, a destra, la stessa TAC a cui ho aggiunto i gruppi muscolari (in trasparenza; il lavoro non è scientifico, ossia basato sui punti da misurazione, che richiederebbe la presenza del corpo, ma solo esemplificativo); l’aggiunta serve per il passaggio successivo, ma anche per mostrare una cosa banale ma che ha tratto in inganno molti: lo studio antropometrico del cranio di Tut (come anche quello della KV 55 – Akhenaton?) non solo non ha rivelato dolicocefalia né deformazioni craniche, ma una lieve brachicefalia (nella norma, non patologica); l’impressione di molti non addetti ai lavori che vi sia una dolicocefalia, un cranio particolarmente allungato, deriva da due ragioni psicologiche: da una parte la visione delle sculture amarniane, con tale allungamento (dovuto a ragioni di iconografia religiosa); dall’altra la visione di profilo del cranio. In realtà si tratta di un’illusione poiché tutti i crani danno questa impressione, dovuta alla mancanza, nello scheletro o nelle mummie, dei fasci muscolari della nuca, del collo.

IN BASSO: A sinistra, la maschera con i tratti reali di Tutankhamon e la sovrapposizione (non forzata, non deformata) del cranio visto dalla TAC con la muscolatura. A destra, la sovrapposizione della maschera al cranio; si noti come, dalla fronte al mento, vi sia una coincidenza perfetta, particolarmente dal mento, che ha un prognatismo nella norma e si adatta perfettamente al ritratto della maschera

PARTE SESTA – LA VERA RICOSTRUZIONE

Nell’immagine a sinistra la sovrapposizione della maschera con i tratti reali di Tutankhamon e della pseudo “ricostruzione”, dimostratasi del tutto errata nelle ricostruzioni degli esperti anatomopatologi che hanno lavorato con egittologi; come si vede, non vi è corrispondenza, particolarmente fra labbro superiore e mento, e nella parte bassa della fronte; a destra, ancora la sovrapposizione (non forzata, non deformata) del vero cranio visto dalla TAC.

Come si vede, la corrispondenza è perfetta, a dimostrazione del fatto che la maschera (come le statue, e tutti gli altri ritratti) furono realizzati sul modello del vero volto del faraone; in questo caso, probabilmente misurandone i dettagli o prendendo un calco del viso, data la perfetta corrispondenza.

PARTE SETTIMA – CONCLUSIONI

Infine una pausa di riflessione sul nostro mondo mediatico, basato su impressioni, emozioni, audience, visibilità, voglia di novità. E, purtroppo, superficialità.

Queste immagini ne sono un esempio: tre visioni del celebre “ritratto” del tutto avulso dalla realtà sia del corpo fisico del re, che del pensiero egizio. In basso, il cranio del faraone che, come abbiamo visto, non ha deformità e non è dolicocefalo. Si guardi nuovamente la “ricostruzione”: la deformità del cranio accentua l’avvallamento naturale di quello vero; ma non perché ne sia una copia, bensì perché s’ispira a un’opera come il “Ra che sorge dal fiore di loto”, in cui la forma ha le ragioni di iconografia religiosa di cui parlerò più avanti. Questa identificazioni fra opere e realtà fisica è uno degli errori più gravi e ingenui di questi lavori.

Per avere la misura di quanto siano superficiali, si noti uno dei caratteri più evidenti: il mento rientrante (assente nel cranio e in qualsiasi ritratto del faraone); si compari poi con l’immagine in basso a sinistra: la “recente ricostruzione somatica computerizzata”, che è esattamente all’opposto, caratterizzata da un forte prognatismo; e, per finire, un’ennesima ricostruzione, questa volta più vicina ai ritratti, ma anch’essa intrisa di fantasia.

Tutto, pur di far notizia: allontanarsi dal vero sembra essere ciò che fa parlare.

PARTE OTTAVA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON

Che quelli della maschera e di altri reperti del corredo fossero i veri tratti del faraone si può ancora constatare da varie opere che raffigurano divinità con i tratti del re con le variazioni dell’età, anche se morì molto giovane.

Di seguito metto solo qualcuno dei molti esempi:- La scultura lignea di “Ra che sorge dal fiore di loto”, in cui la forma ha le ragioni di iconografia religiosa cui accennavo: Amenhotep IV decise già di primi anni tebani di rivoluzionare non solo la religione e l’iconografia religiosa, ma anche quella della famiglia reale che ormai s’integrava pienamente nella teologia. Nella nuova visione (vedremo meglio più avanti) le “deformazioni” erano caratteristiche che si rifacevano solo vagamente a tratti somatici (esagerandoli); in realtà tendevano a creare immagini di una nuova entità semidivina. Il faraone era divino, figlio e profeta di Aton, la famiglia derivava dalla sua essenza. Il faraone sperimentò varie forme, a partire dalle famose statue di Karnak di cui parlerò più avanti. Il dio Ra sorge dal loto è un ritratto del giovane re trovato nella sua tomba, oggi al Museo del Cairo.

Il motivo di “Ra che nasce dal fiore di loto” richiama il mito cosmogonico da cui deriva la successiva assimilazione al simbolismo di rinascita del sole e dei defunti, com’è questo caso, quello di Hatshepsut e di tutti i defunti. Questo è uno degli aspetti della straordinaria capacità di osservazione degli egizi, che erano straordinari naturalisti. In questo caso avevano notato che il loto pone le sue radici sotto le acque e appare alla superficie; inoltre si chiude la sera e si apre al mattino. Era uno splendido simbolo di ciò che affonda le radici nel limo del Nilo, attraversa l’oceano primordiale del Nun per affiorare sulle acque ed aprirsi al mattino della creazione, e chiudersi con la morte del sole al tramonto (Atum che diviene If), attraverserà le 12 ore della notte rigenerandosi e tornando a risorgere il mattino successivo. Meraviglioso simbolo di resurrezione personale e cosmica

PARTE NONA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON

Le statue guardiano del faraone; i nuovi studi sulla mummia hanno appurato che le statue guardiano hanno esattamente le stesse misure del corpo (1,70 ca.), e ne riproducono esattamente fattezze e misure.

Questo ci mostra varie cose: come ben sappiamo, la necessità di riprodurre le fattezze reali dei defunti; inoltre, che tali fattezze sono sempre necessariamente realistiche per la stessa ragione; vengono idealizzate ma non genericamente, bensì nel fermare i tratti del defunto nello stadio da lui scelto, per esempio, negli anni migliori della sua giovinezza o, in età avanzata, nell’infondere ancora un grande vigore. Quindi un’idealizzazione del meglio della vita dell’individuo, non un’idealizzazione generica che ne farebbe un personaggio non riconoscibile nell’aldilà. Queste due statue ne sono un esempio.

Notiamo che la colorazione della pelle è nera (resina) per simbolizzarne il ruolo ultramondano: come si vede nelle numerose statue divine, tutte lignee, esse erano in parte dorate e in parte coperte di resina nera; le prime avevano il ruolo solare di questo piano dell’esistenza; quelle nere il ruolo che si realizzava nell’oltretomba. Anche queste statue guardiano hanno lo stesso ruolo; da una parte proteggono la sepoltura, e dall’altra rappresentano parti spirituali del re; la statua con il nemes reca chiaramente espresso, nell’iscrizione, di essere il ka di Tutankhamon.

NOTA: LA CARNAGIONE DI TUTANKHAMON

Oggi, sia dal punto di vista della Biologia, che della storia, dell’archeologia e dell’antropologia, sono stati abbandonate le discussioni sulle differenti sfumature della carnagione. Ciò non per orientamenti (e mode) “politicamente corretti” o altre ragioni ideologiche, ma su pura base scientifica; come tutti sappiamo, dalla metà del ‘900 si è iniziato a rilevare che la nozione di “razza” riferita all’Homo sapiens sapiens era errata, esistendo una sola razza umana; ciò perché era impossibile rilevare differenziazioni biologiche nette, ma esistono tutte le varianti e sfumature possibili; oggi si parla di razza umana e di differenziazioni etniche; lo sviluppo della tecnologia del DNA ha fornito e continua a fornire ulteriori informazioni; là dove un tempo si parlava di “razza dinastica” o “razza egizia”, si è visto che la particolare formazione storico-antropologica del popolo egiziano ne fa un clamoroso esempio di popolazione mista, frutto genetico del mescolamento di differenti popoli mescolatisi nella preistoria sahariana, e poi confluiti nel deserto (allora non deserto) egiziano, poi verso le oasi e la valle; qui si aggiunsero apporti asiatici da nord e africani da sud (non ancora i kushiti, che apparvero dal Medio Regno), formando quella particolare popolazione mista (come nella Nubia Sudanese di oggi) in cui figli degli stessi genitori possono avere variazioni estreme sia nella carnagione che nei tratti somatici.

Nel caso di Tutankhamon era un tipico esempio dell’etnia egizia, di carnagione relativamente chiara (per capirci, come un magrebino o siciliano dei nostri giorni) che a seconda dell’esposizione al sole poteva andare dallo scuro a quelle tonalità tipiche del Nordafrica (forse viste come “scure” dagli Occidentali, ma chiare per gli africani). Lo specifico perché gli Egizi vedevano sé stessi così, e lo stilizzavano con il nero per i kushiti o altri popoli più meridionali, il giallo per asiatici e libici, ocra rossa per gli uomini e i servi e le serve (che stavano al sole) e ocra gialla per il corpo femminile delle nobili (che non stavano al sole).

PARTE DECIMA – ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON

Altri esempi dell’importanza e dello sforzo di riprodurre i tratti del faraone sono gli ushabti (le statuette/servitori che si dovevano occupare dei lavori nell’aldilà: formula 6 del Libro dei Morti).

Benché fossero fatti in materiali diversi e da artigiani differenti si nota lo sforzo di somiglianza a tratti comuni. Vi sono ovviamente molte variazioni nella qualità e nei tratti di questi ushabti; nella tomba ve n’erano 413; alcuni “standard”, ossia di pasta vitrea, fatti in serie, ma molti altri preziose sculture, ma nei migliori, scolpiti, si vede il modello del volto regale.

PARTE UNDICESIMA- ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON

Il dio Khonsu, con i tratti del re; da Tebe.

Questa statua in granito grigio in passato fu variamente datata, secondo alcuni all’inizio della 19a dinastia; tuttavia oggi viene datata con certezza, proprio per lo stile e i tratti inconfondibili, per la fine della 18a dinastia: raffigura i tratti del faraone Tutankhamon (proveniente da Karnak, scavi Legrain, 1904). Cairo, Museo Egizio (granitoide; alt. cm. 252; CG 38488).

Anche questa statua del dio Amon, nel cuore del complesso di Amon a Karnak, raffigura Tutankhamon; nelle immagini, com’era qualche anno fa, priva del naso, e oggi, dopo il ritrovamento e restauro del naso

PARTE DODICESIMA- ICONOGRAFIA DI TUTANKHAMON

Anche questi colossi raffigurano Tutankhamon; se ne appropriò Ay e dopo Horemheb; provenienti dal loro tempio funerario a Tebe Ovest, Medinet Habu. A sinistra, Museo del Cairo; a destra, Chicago.

PARTE TREDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON

Visto il cranio scendiamo al corpo: i “ricostruttori” hanno fatto un’operazione del tutto antiscientifica, un pastrocchio assurdo: hanno del tutto buttato a mare la vera documentazione egizia e, dando per certa al 100% la paternità di Akhenaton (è certa la correlazione fra Tutankhamon e il corpo della KV 55, di cui l’identità non è ancora al 100%, anche se ormai lo è quasi del tutto), hanno attribuito al corpo di Tutankhamon l’aspetto del tutto immaginario dell’Akhenaton erroneamente dedotto negli anni ’20-’60 sulla base delle raffigurazioni del primo periodo tebano, poi amarniano.

Andiamo dunque con ordine: In questa tavola ho messo a confronto gli elementi che hanno portato alla fantasiosa ricostruzione del documentario: a sinistra, il corpo di Tutankhamon che, benché danneggiato, non ha mostrato i segni di nessuna delle malattie attribuite a lui e alla famiglia reale sulla base dei colossi di Amenhotep IV (è questo il nome che aveva ancora nel periodo iniziale del regno, a Tebe, prima di cambiarlo in Akhenaton); al centro vediamo uno di questi colossi e accanto la ridicola “ricostruzione” non basata sul corpo ma sulle statue… di un altro. Su queste statue torniamo subito.

PARTE QUATTORDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON

Le fantasiose immagini degli anni ’20-’70, di un Amenhotep IV (poi Akhenaton) con molte sindromi, in realtà sono tutte basate sui colossi di Karnak e sulle raffigurazioni di quell’epoca, che però cambiano negli anni: inizialmente esagerate in alcuni dei tratti, poi questi vengono sempre meno accentuati e si avvicinano di più alla realtà; queste statue di Amenhotep IV (che ancora non aveva preso il nome di Akhenaton), come tutta una parte dell’arte amarniana, presenta quelle deformazioni per motivi simbolico-religiosi (oggi comprovati dai testi), e si limitano alla prima parte del regno, ossia gli anni di Tebe e i primi anni ad Akhetaton; poi lo stesso faraone fece togliere e seppellire le statue di Karnak che avevano ormai svolto il loro compito previsto in questa prima parte di transizione rivoluzionaria della riforma.

Nell’immagine sotto, pianta di Karnak con (in viola) le costruzioni di Amenhotep IV e l’area Est ove si trovavano i colossi (pianta su base Google Earth; cartografia © M. Damiano/Archivio CRE); in basso, a sinistra immagine di Karnak est, al centro immagine degli scavi del 1926 nella quale si notano i colossi e a destra la facciata del tempio di Amenhotep IV (disegno e © M. Damiano/Archivio CRE).

PARTE QUINDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON

N ALTO: colosso del re che incarna la funzione di faraone-profeta; con il nemes dovrebbe incarnare il ka, la parte più divina (il ka reale è universale, appartiene a tutti i sovrani passati e futuri).

IN BASSO: Colosso del re che incarna la funzione di faraone-profeta, con l’acconciatura khat (si veda la foto già pubblicata delle statue guardiano di Tutankhamon).

PARTE SEDICESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON

Le forme di anche e ventre furono una caratteristica voluta da Akhenaton e rimasta (pur se moderata nel tempo) sino alla fine dell’epoca per ragioni religiose: i reali erano incarnazione della fecondità divina. Questo lo sappiamo dall’iscrizione dello scultore Bak che riferisce le parole del suo signore Amenhotep (IV) che personalmente dettò le nuove regole della raffigurazione; inoltre, è testimoniato della stesse statue, che raffigurano diverse divinità con i tratti “divinizzati” del faraone.

Nulla di nuovo in questo: le statue divine recavano sempre i segni della loro specificità (piume sul capo, corna di vacca, calotta, ecc.), cui si aggiungevano i tratti del faraone regnante; tuttavia, nella nuova concezione di Amenhotep IV prendeva forma una nuova idea: le divinità scomparivano, a parte Aton; ma anche questo, che parte da “Ra-Harakty nel suo nome di […] Aton”, perde i tratti antropomorfi, ieracocefali, e mantiene solo il disco solare con raggi e mani.

Per comprendere ciò di cui ho parlato qui sotto troviamo il volto del re, dai tratti esasperati: la nuova forma del nuovo re-dio.

PARTE DICIASSETTESIMA – RICOSTRUZIONE DEL CORPO DI TUTANKHAMON

Allo stesso tempo, è il faraone che si pone come tramite fra il dio unico e l’umanità; e quindi non è più un dio, con le proprie caratteristiche, che adotta i tratti del faraone; ma è quest’ultimo che accoglie e assimila i tratti che furono di altre divinità, che incarnavano certi aspetti del creato che continuano ad esistere, e dunque continua ad assicurare tali funzioni (fecondità da Hapy, l’aria che respiriamo da Shu, ecc.) come faraone-Shu, faraone-Hapy, ecc.; e per far questo la statua non poteva più essere solo di Akhenaton. Mi spiego: gli egizi distinguevano il faraone-uomo (colui che nasce, cresce, viene intronizzato, muore), dal faraone-funzione, che è eterno; l’uomo muore, la funzione resta. Riassumendo: esiste solo un dio: Aton. Esiste un solo figlio e profeta, tramite fra Aton e l’uomo: Akhenaton; questo tramite non si limita a essere la “bocca di Dio”, ma esercita anche le funzioni vitali per il Paese che furono di altri dèi. Quindi non è Akhenaton-faraone-uomo, ma il faraone-funzione-dio; e in quanto tale deve avere caratteristiche proprie, e il re le crea nell’esaltazione dei caratteri della fecondità (seni, anche, cosce, come Hapy) e dei tratti somatici che si distaccano dalla realtà.

Per inciso, colui che fu “l’erede spirituale occulto” di Akhenaton, Ramses II (che ufficialmente contribuì a cancellarne il ricordo), ne seguì le tracce ripetendone, con maggiore accortezza, i passi di divinizzazione. Ma questo è un altro discorso che farò… o forse no, chissà?

Concludo questa parte con un esempio: la ricostruzione grottesca di “Tut” è un po’ fatta con un concetto che – per capirci – somiglia a qualcosa del genere: “tu trovi il mio corpo mummificato; decine di statue e fotografie, ma non ti fidi; allora prendi i ritratti di mio padre fatti da Picasso, ti scervelli di capire perché avesse l’orecchio al posto del naso e il naso sul collo, e sciorini una serie di possibili malattie genetiche; dopo di che, ricostruisci non il “suo”, ma il mio ritratto alla Picasso, sostenendo che “finalmente si conosce il mio aspetto”.

Il Faraone-Hapy; la divinità è da sempre androgina, e per questo il faraone è nudo e senza sesso; dilettanti appassionati di pseudo egittologia e giornalisti anche in questo caso si sono scatenati alla ricerca di malattie.

Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)

Colosso nudo e asessuato; da Karnak, area est; arenaria. Museo Egizio del Cairo.

Secondo alcuni potrebbe essere il faraone asessuato, secondo altri sarebbe Nefertiti.

Il Faraone-Shu.

Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)

Colosso di Akhenaton come Shu; da Karnak, area est. Museo Egizio del Cairo.

Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)

Stele di Bek e della moglie Tahery; alt. 67 cm; Aegyptische Museum, Berlin

La stele dello scultore Bek, il quale ci parla delle precise istruzioni in campo di iconografia religiosa dettate dal faraone in persona.

PARTE DICIOTTESIMA – ANCORA SUI TRATTI SOMATICI DI AKHENATON E DEI SUOI FAMILIARI

La controprova viene dai numerosi ritratti di Akhenaton e famiglia, che sono assolutamente normali quando non sono creati per ragioni religiose o di diffusione del messaggio politico/religioso, ma solo ad uso interno dello scultore, che li impiegava come modelli, in modo che reali e nobili non dovessero posare più volte (si vedano le splendide teste di Nefertiti dallo studio di Djehtymose e altri, confrontate con le raffigurazioni deformate della stessa regina).Nell’immagine

Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)

Akhenaton con una tavola d’offerta; da una casa privata di Amarna. Museo Egizio del Cairo.

Diversa funzione, diversa raffigurazione: qui i tratti del faraone sono meno esasperati che nei colossi (che ormai erano stati tolti e sepolti per volontà del re)

Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)

Altro splendido esempio di come, cambiando la funzione della statua, cambino le esasperazioni dei tratti, che sono pur sempre riconoscibili.

Akhenaton (XVIII Dinastia; 1348-1331 o, in caso di coreggenza: 1359-1342)

Ritratto realistico di Akhenaton. Aegyptische Museum, Berlin

Questi sono i veri tratti del re: si tratta di uno dei ritratti (spesso dei calchi) negli studi degli scultori, che dovevano dar modo di avere sempre il modello realistico in laboratorio.

Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL SOFFITTO ASTRONOMICO DELLA TOMBA DI SENENMUT

A cura di Grazia Musso

Il soffitto della sala, appartenente alla tomba TT 353, è rettangolare, suddiviso in due parti suddivise dal colmo del tetto.

Tutto il soffitto è circondato da una cornice di stelle. Mentre una delle parti rappresenta l’universo con le costellazioni note e con riferimenti di tipo astronomico, l’altra è costituita da una serie di dodici cerchi rappresentanti i dodici mesi dell’anno identificati con le relative tre stagioni di appartenenza: Akhet, Peret e Shemu, ciascuno dei quali suddiviso in ventiquattro settori.

I cerchi/mesi sono a loro volta separati tra loro, da un triangolo isoscele molto acuto, a costituire due gruppi: uno formato da quattro cerchi, l’altro da otto. Il triangolo collega il punto di osservazione terrestre a un punto della volta celeste che si trova sulla sua verticale; qui una divinità indica una stella componente la costellazione egizia della “coscia di toro” corrispondente all’Orsa Maggiore ad indicare il passaggio dalla seconda alla terza stagione dell’anno ( da Akhet, ” dell’innondazione “, a Peret ” comparsa delle terre” al ritirarsi delle acque).Altra area del soffitto rappresenta invece il riapparire della stella Rigel, o Beta Orionis, della costellazione di Orione associata al dio Osiride.

Altri riferimenti legati alla figura del dio e indicazioni di costellazioni recate da altre divinità, pure rappresentate, indicano l’inizio della terza stagione, Shemu, ” della semina”.

La tomba TT 353 è sito dell’UNESCO per le rappresentazioni astronomiche riprodotte.

È stato possibile rilevare i principali pianeti e costellazioni in particolare, in uno dei dettagli viene riprodotta la Cintura di Orione. Il fatto che la stella centrale della costellazione sia circondata da tre anelli ( che nella pittografia babilonese indicano acqua e vita) ha dato via ad infinite ipotesi sull’origine delle conoscenze astronomiche degli Egizi.

FONTE: Andrea Petta – WIKIPEDIA.

Nuovo Regno, Testi, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MASCHERA FUNEBRE DI TUTANKHAMON

Uno degli oggetti più famosi al mondo dell cultura egizia.

Di Giuseppe Esposito

Condizioni

La maschera, alta 54 cm, larga 39,3 cm e profonda 49, è costituita da due strati d’oro di differente caratura[1], dello spessore variante da 1,5 a 3 mm, per un peso complessivo di 10,23 kg.

Le peripezie cui è stata sottoposta, a seguito della scoperta nel 1922, ma anche in fase di apposizione al corpo del faraone, hanno lasciato alcuni danni[2] con perdita di parti degli intarsi in pasta vitrea sul davanti e, specie nella treccia, sul retro del copricapo “nemes”.

Gran parte di questi danni furono causati dallo stesso Carter quando, con i modi più inusuali[3] cercò di estrarre il corpo del re dal suo “letto” a cui era ormai saldato a causa dell’antica gran quantità di resine utilizzate.

Altro danno, stavolta risalente di certo alle cerimonie d’inumazione, è quello riscontrabile sul petto là dove, verosimilmente, furono, estemporaneamente e speditivamente, praticati due fori per fissare in loco gli scettri che si incrociavano sul torace[4]. È verosimile che tale operazione si sia resa necessaria durante la cerimonia di “apertura degli occhi e della bocca” quando, come peraltro visibile anche nei dipinti murari della stessa KV62, i sarcofagi si trovavano in piedi. È quindi probabile che in tale posizione pastorale e flagello non restassero in loco o rischiassero di cadere al suolo. Si rese perciò necessario fissarli in qualche modo.

Una vistosa ammaccatura, forse un urto violento o addirittura una caduta, con perdita di materiale, viene inoltre citata negli appunti di Carter che recuperò alcuni frammenti d’oro dal suolo[5].

Benché la maschera non sembri possa essere stata preparata o adoperata per precedenti sepolture, tuttavia Carter[6] rilevò che, a suo avviso, era stata tuttavia preparata per qualcun altro. A suffragio di tale ipotesi, l’archeologo fece notare la presenza, alle orecchie della maschera e del sarcofago in oro più interno[7], di fori per orecchini che, in entrambi i casi, erano stati, però, mascherati con dischi d’oro[8]. Sono note, infatti, solo pochissime rappresentazioni di sovrani (due in realtà[9]) che, in età adulta, indossano orecchini; ciò fa’ supporre che se gli orecchini fossero “accettati” in età prepuberale, non lo fossero altrettanto in età adulta[10]. Ciò potrebbe indicare che la maschera fosse stata predisposta per altri (come ventilato da Carter) o, ad esempio, quando Tutankhamon era ancora considerato “bambino” e non nell’imminenza della morte.

Altra ipotesi possibile, come si vedrà nel paragrafo successivo, potrebbe vedere il viso, di fatto, staccato dal “nemes” e dalle orecchie, così convalidando la possibilità che, mentre copricapo e orecchie appartenessero ad una struttura “standard” già predisposta, il viso rappresentasse effettivamente le fattezze del faraone fanciullo.

STRUTTURA DELLA MASCHERA

Esami radiografici cui la maschera è stata sottoposta nel 2001 e, più recentemente, nel 2009[11], hanno consentito di individuare una serie di rivetti alla base della gola e una visibile linea di saldatura lungo i bordi del viso e del collo, nonché nella fascia frontale[12]. Esami approfonditi hanno infine consentito di appurare che la maschera è costituita da ben otto parti distinte, tutte collegate tra loro mediante rivettature, martellamento, saldature o semplicemente a pressione (come nel caso della barba):

  1. pannello frontale;
  2. pannello posteriore;
  3. cobra e avvoltoio sulla fronte;
  4. viso;
  5. orecchio destro;
  6. orecchio sinistro;
  7. barba;
  8. collare.

A causa di un maldestro incidente nel 2014 (cadde mentre veniva sostituita l’illuminazione della teca rompendo la barba) è stata sottoposta ad un primo restauro altrettanto maldestro e ad un secondo per riallineare la barba stessa ed eliminare i residui di colla.

Attualmente al Museo del Cairo; ne esistono diverse copie utilizzate per le esibizioni itineranti


[1]     Viso e collo sono ricavati da una lamina di 18,4 carati, mentre il resto della maschera da lamine di 22,5 (Nicholas Reeves. “Tutankhamun’s Mask Reconsidered”. In Bulletin of the Egyptological Seminar. [BES] 2015 19. P. 513).

[2]     [Bulletin of the Egyptological Seminar (New York)] BES (2015), p. 514.

[3]     Sarcofago più interno e maschera furono trovati solidali con il corpo del re a causa della gran quantità di resine che era stata versata al loro interno. Nel tentativo di staccare il corpo dal suo sarcofago, Carter dapprima tentò esponendolo al calore del sole egiziano e sperando che questo sciogliesse le resine, passò poi a fortissime lampade e al tentativo utilizzando lame arroventate giungendo, infine, a porre l’intero sarcofago e il suo contenuto sul fuoco quasi al limite della temperatura di fusione dell’oro. Questi “trattamenti” causarono, come prevedibile, danni non solo al sarcofago e alla maschera, ma anche allo stesso corpo del re che, al termine, risultò frazionato in più parti. Nel 1925, quando il Dottor Douglas Erith Derry si apprestò ad eseguirne l’autopsia, dovette operare con il corpo ancora nel sarcofago per l’impossibilità di estrarlo. 

[4]     Dagli appunti di Carter, carta n.ro 256(b) 4 (presso “The Griffith Institute” presso l’Università di Oxford)

[5]     BES (2015), p. 515.

[6]     Dagli appunti di Carter, carta n.ro 255.

[7]      BES (2015), p. 518.

[8]     Tale particolare non è chiaramente visibile dalle foto di Burton dell’epoca del ritrovamento, ma viene espressamente citato da Carter -carta n.ro 256a (1) dei suoi appunti- come “camuffamento”. SI legge, infatti: “…Gold mask or similitude of the King; The face with pierced ears (afterwards covered over with gold foil)…”

[9]     Si tratta di un frammento in calcare che rappresenta Amenhotep I, proveniente dal tempio di Meniset a Tebe e di un rilievo di Ramses II, oggi al Louvre cat. N522.

[10] Jean Thibault (1968), La masque d’or de Toutankhamon radiographié, Photo-ciné-revue (May 1968), pp. 216-217.

[11]     BES (2015), p. 516

[12]     Emily Teeter (1979), in The Treasures of Tutankhamun: A Supplementary Guide, n.ro 25, pp. 19-20 riporta che la “maschera è costruita in più parti. Il viso è stato lavorato a parte e unito al preesistente nemes con piccoli rivetti d’oro difficilmente individuabili anche dall’interno…”. Vedi anche Reeves (2015) citato.

Nuovo Regno, Testi, Tutankhamon, XVIII Dinastia

IL TESTO DELLA MASCHERA FUNEBRE DI TUTANKHAMON

A cura di Nico Pollone

Testo completo di lettura della maschera funeraria di Tutankhamon
(retro)

Salute a te, bello è il tuo viso che irradia la luce
posseduta da Ptah-Sokar, esaltato da Anubi, e fa che siano date a
Thot , lodi (= glorificare).

Bello è il volto che è presso (lett. in) gli dei.

Il tuo occhio destro è nella
barca del dio sole della sera, il tuo occhio sinistro è nella barca del dio sole del mattino, le
tue sopracciglia nell’enneade degli dei.

La tua fronte è in Anubi, la tua nuca è in Horo, la tua chioma è in Ptah-Sokaret e sei (lett. in/nel) davanti a Osiri,

Egli ti vede (lett. il vedere suo te), e ti guida verso le strade belle, a colpire per lui
la confederazione di Seth, (così che) sconfigga egli i tuoi nemici presso
L’enneade degli dei del grande palazzo che è in Heliopolis.

Lui ha preso possesso della corona, ed è (sotto la maestà) di Horus signore dell’umanità.
L’osiri sovrano [Neb-Kheperu-ra] giusto di voce, dia vita come Ra.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO DI ALABASTRO PER UNGUENTI CON COPERCHIO A FORMA DI LEONE ACCOVACCIATO

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo

Questo vaso è stato trovato davanti alle porte del secondo sacrario nella camera. Il suo contenuto era intatto: una massa grassa di circa 450 grammi. Questo materiale analizzato all’epoca, risultò essere un cosmetico costituito per circa il 90% da un grasso animale neutro, e per il restante 10% da resina o balsamo. Sicuramente un’indagine con metodi moderni produrrebbe dei risultati molto più precisi.

L’oggetto, scolpito in calcite traslucida, si presenta veramente regale nel suo aspetto complessivo. Di forma cilindrica, il vaso presenta un coperchio girevole sorretto su due lati da colonnine in miniatura con capitelli lotiformi sormontate da teste di Bes, la cui lingua, di avorio dipinto in rosa, è simile a quella del leone (che rappresenta il potere e la forza del re) accovacciato sul coperchio.

Il felino, reca un cartiglio con il nome di intronizzazione Nebkheperura, e ha occhi dorati. Dorature sono presenti anche alla base dei capitelli delle colonnine laterali.

Il coperchio è imperniato su un piolo d’avorio ed fermato da due pomelli dello stesso materiale. La figura sdraiata posa maestosamente sui tradizionali nemici dell’Egitto, Asiatici e Nubiani. Scolpite rispettivamente in pietre rosse e nere, le teste delle figure sono attaccate alle traverse sotto il contenitore a sottolineare il dominio del faraone.

Il vaso presenta due fasce decorative; quella superiore è costituita da un ornamento floreale stilizzato, mentre quella inferiore presenta delle forme geometriche, un motivo architettonico. Tra di loro sono incise e dipinte scene di animali che attaccano la loro preda. Lo sfondo è colorato di una tonalità scura in modo che le piante e gli animali risaltino.

Un leone che attacca un toro predomina su entrambi i lati e segugi che attaccano uno stambecco sono rappresentati nella scena secondaria.

Nuovo Regno, Testi, XVIII Dinastia

LE ISCRIZIONI DELLA TOMBA KV55

A cura di Nico Pollone

Chi è l’ospite (o gli ospiti) della KV55?”

Nessuna velleità di dare risposte a questa domanda. L’ aggiunta alla “biblioteca” di questo mio studio, vuole solo mettere a disposizione tutte le prove scritte, che nonostante una condotta archeologica disastrosa, si sono salvate da una potenziale e probabile distruzione.

La lettura, confortata da interventi di due amici è illuminante, e merita attenzione.

Questo lavoro risulterà un po’ tecnico ai più. Gli altri si potranno accontentare delle foto e disegni.

Altre informazioni di altri piccoli oggetti privi di iscrizioni e sconosciuti ai più saranno inseriti successivamente.

Il file in pdf è scaricabile qui sotto: