Calcare, altezza cm 24,5 Tell el-Amarna Museo Egizio del Cairo – JE 67921 a
Questa bella testa di Akhenaton, ritrovata ad Amarna durante i lavori per la costruzione di una strada in vista della visita di re Farud, appartiene allo stile più classico dell’arte amarniana, lontano da quell’espressionismo che caratterizza gran parte gran parte della produzione tebana nei primi anni del suo regno.
Il volto è sereno, ma fermo, attraversato da una evidente tensione spirituale.
La predilezione del sovrano per la corona azzurra, ideale completamento del suo profilo, si conferma anche in questa opera.
La testa, che fu donata al re Fuad, fini’ poi al Museo del Cairo poco prima della morte di questi.
La composta eleganza e fierezza dello sguardo tradiscono la ferma volontà del sovrano.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
Legno dorato, altezza 190 cm ciascuna, Museo Egizio del Cairo, JE 60707 e 60708, Carter 22 e 29
Le due statue poste originariamente a guardia del passaggio verso la Camera del Sarcofago sono molto simili, ma non identiche. In legno stuccato, dipinto in nero sulle parti scoperte del corpo ad indicare la rigenerazione e con tutti gli ornamenti dorati a parte i sandali e l’ureo sulla fronte, in bronzo. Il collare ha un pendente con lo scarabeo alato, ricorrente nei pettorali del faraone. Entrambe hanno una mano un’asta ed una mazza.
La due statue ancora in situ dopo il parziale svuotamento della tomba. Carter e Carnarvon decisero di lasciarle al loro posto fino all’apertura del passaggio alla Camera Sepolcrale in maniera simbolica: i guardiani ancora al loro posto a vigilare che lo scavo fosse compiuto con il rispetto dovuto al Faraone. Probabilmente la decisione fu di Carter, avvezzo alla “scenografia” locale, per rendere la cerimonia di apertura ancora più impressionante. L’effetto fu più tardi descritto come “un’atmosfera straordinaria di presenza divina” (Hornurg, 1982)
L’imballaggio della 60707 effettuato in situ per il trasporto in laboratorio. Sullo sfondo il “muro d’oro” visibile dopo l’apertura del passaggio alla Camera Sepolcrale
La 60707 pronta per essere trasportata. Queste foto di Burton ci danno un’idea del lavoro necessario per ogni singolo reperto ritrovato, ed il rischio di danneggiamento sempre presente lavorando in spazi così angusti
Mace e Lucas al lavoro sulla 60707 nel laboratorio. Da notare il tavolo “forato” usato come supporto per il gonnellino, probabilmente un’idea di Callender che con il suo spirito pratico risolse così tanti problemi
Nel tempo si era diffusa l’idea che fossero anche un nascondiglio segreto per i papiri legati al culto dei morti, ipotesi smentita agli inizi del secolo con una serie di radiografie delle statue
Le forme risentono ancora dell’influenza di Amarna: i volti sono realistici ed i lineamenti sono quelli reali di Tutankhamon, l’addome leggermente sporgente, le gambe non massicce.
La due statue appena “stabilizzate” in laboratorio
Qui si evidenziano i lineamenti aggraziati e realistici della statua
Gli occhi hanno il profilo in bronzo e sono intarsiati con calcare cristallino ed ossidiana. Una delle due statue è riprodotta con il copricapo “nemes” (JE60707) come la maschera funeraria e legato alla rinascita solare, mentre l’altra ha il copricapo “khat” più arrotondato e legato al simbolismo lunare nonché alla “radianza” (iAxw – oggi forse lo chiameremmo “aura”) simbolo della trasformazione divina del sovrano.
Anche le iscrizioni sul gonnellino sono diverse: quella col nemes riporta: “Il Dio perfetto di cui essere fieri, il sovrano di cui tutti si gloriano, Nebkheperure, Figlio di Ra, Signore dei Diademi,. Tutankhamon, Sovrano di Eliopoli del Sud, che vivrà per sempre come Ra”. La statua con il khat riporta invece “Dio buono al quale tutti si inchinano, il sovrano di cui tutti si gloriano, il Ka di Harakty, l’Osiride, il Sovrano, il Signore delle Due Terre, giustificato”.
La statua del Faraone con il nemes esposta al Museo del Cairo
E quella del suo Ka con il copricapo khat, sempre al Museo del Cairo
Quindi in realtà abbiamo Tutankhamon sovrano, con il nemes, di fronte al suo Ka, con il khat, come parte integrante di sé e sua parte ultraterrena, due “lati” della stessa essenza come erano ai due lati del passaggio alla Camera del Sarcofago. Il simbolismo solare e lunare rappresenta la ciclicità e l’eterna trasformazione di cui la Camera Sepolcrale rappresenta lo spazio sacro in cui avvengono.
Le dimensioni maggiori di quelle reali suggeriscono l’importanza data al culto del Ka durante il regno di Tutankhamon.
Fonti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori, 1985
Museo Egizio del Cairo
Bell, L., 1985, ‘Luxor Temple and the Cult of the Royal Ka’, ‘Journal of Near Eastern Studies’, Vol. 44, No. 4, The University of Chicago Press, USA
Kawai N., 2000, ‘Development of the Burial Assemblage of the Eighteenth Dynasty Royal Tombs’ Orient Magazine, Volume XXXV, The Johns Hopkins University, USA
O’Neill, B. The Grave Goods of Tutankhamun – Expectations of a Royal Afterlife
Arenaria, altezza cm 293 Karnak, Tempio di Aton, scavi di H. Chevrier 1926 Museo Egizio del Cairo – JE 49529
Queste statue colossali di Amenhotep IV provengono da uno dei Templi che si trovavano a ridosso di quello di Amon – Ra, a Karnak , e che furono dedicati dal giovane monarca prima di trasferire la propria capitale a Tebe a Tell El-Amarna, ad Aton.
Essi decoravano i cortili dei Templi, appoggiandosi ai pilastri: il sovrano è rappresentato stante, abbigliato con un gonnellino plisettato che gli fascia completamente le cosce.
Le braccia sono conserte e le mani stringono il flabello e lo scettro heqa.
Sui polsi e sulle braccia compare il “nome didattico’ dell’Aton, ovvero l’appellativo programmatico del dio solare, riassunto della dottrina propugnata dallo stesso sovrano:” Viva Ra – Horskhty che gioisce all’orizzonte nella sua qualità di luce che è nell’Aton”.
Il volto del sovrano appare scavato, gli occhi sono ridotti a due fessure ed emergono da pesanti palpebre rilevate.
Il naso, diritto ed estremamente allungato, si dispone con una netta geometricita” al di sopra di una bocca dalle labbra carnose,ai bordi della quale è da due righe do espressione che partono dalle radici, il mento è sproporzionalmente lungo e continua con una barba posticcia dalla forma ancora più allungata.
Le orecchie si iscrivono nell’esasperazione complessiva delle forme: sono anch’esse molto lunghe e presentano i lobi forati.
I colossi che decoravano i pilastri del Gemetpaaton indossavano alternativamente due diverse acconciature.
Entrambe prevedevano il nemes con l’ureo sulla fronte.
Sopra di questo erano poste o la doppia corona o le due piume caratteristiche dell’iconografia del dio Shu ( ” l’aria”, che nell’interpretazione amarniana è però incarnazione della luce del disco solare).
Tra i colossi di Akhetaton rinvenuti a Karnak, e che rappresentano poche varianti significative, ve ne è uno che mostra il re nudo e in versione “asessuata”.
Alcuni studiosi ritengono che il re intendesse proporsi in questo modo come “madre e padre” del suo popolo…
Fonte:
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Tesoro Egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
XVIII dinastia, regno di Amenhotep III – Circa 1390-1352 a.C. Materiale: granodiorite – Tecnica: incisione Dimension: Larghezza: 82 centimetri, Lunghezza 216 centimetri, Altezza:40 centimetres Data di acquisto:1834 Dal tempio di Amon-Ra a Tebe, Karnak, Egitto. (British Museum, Londra).
Questa scultura rappresenta una barca sacra su una slitta. Comprendeva una figura seduta della regina Mutemwia, moglie di Thutmose IV. Solo le gambe e la mano destra sono rimaste intatte, ma anche parte della testa è al British Museum.
Mutemwia stringe una croce ad anello, il simbolo geroglifico della vita (ankh). Un avvoltoio spiega le sue ali intorno alla regina e al trono. Questa è un’immagine di Mut, consorte del dio supremo Amon-Ra.
La barca sacra vista di profilo e più ravvicinata per evidenziare le gambe e la mano destra della regina, rimaste intatte.
Mutemwia infatti significa “Mut è nella barca sacra”, quindi la scultura è anche un rebus che visualizza il nome della regina. La doppia faccia sulla prua rappresenta Hathor, la dea più amata e universale dell’Egitto, i cui compiti includevano feste e musica. I cartigli sulla sua corona nominano il figlio di Mutemwia, re Amenhotep III.
La doppia faccia sulla prua rappresenta Hathor, la dea più amata e universale dell’Egitto, i cui compiti includevano feste e musica. I cartigli sulla sua corona nominano il figlio di Mutemwia, re Amenhotep III.
XVIII dinastia egizia (1550 a.C. –1295 a.C.) – Data tra il 1479 e il 1425 a.C. Tecnica/materiale: bronzo e oro Dimensioni: lunghezza 8,8 cm; altezza 7,8 cm; larghezza 3,8 cm
La Sfinge di bronzo di Thutmose III è una statuetta di una sfinge realizzata durante la XVIII dinastia egizia sotto il regno di Thutmose III, che regnò dal c. Dal 1479 al 1425 a.C.
Fu acquistato dal Louvre nel 1826 e fa parte delle collezioni permanenti.
La statuetta è ornata da intarsi dorati che mettono in risalto i simboli del potere reale. La sfinge raffigura il Faraone sdraiato sui Nove archi, che rappresentano i tradizionali nemici dell’Egitto portati alla sottomissione.
La parte anteriore della statuetta usa l’uccello Rekhyt pavoncella per scrivere: “tutte le persone lodano”.I pilastri Djed di “Dominion” adornano il lato della statuetta.
Calcare, altezza 700 cm Tebe, Medinet Habuscavi di A. Mariette Museo Egizio del Cairo – JE 33906
In origine questo gruppo si trovava nel tempio di Amenhotep III a Tebe Ovest, edificio fatto distruggere da Merenptah per costruire il proprio e di cui sono rimaste solo le due statue monumentali poste ai lati del pilone, i così detti ” Colossi di Memnone”
Rinvenuto a frammenti a Medinet Habu, da dove fu traslato e riassemblato al Museo del Cairo, il gruppo rappresenta il sovrano e la regina Tiye, seduta al suo fianco, e di tre figlie: Henuttaneb, Nebetah e un’altra, il cui nome è oggi perduto, le principesse sono raffigurate in scala minore i piedi davanti al trono.
La regina Tiye viene regolarmente rappresentata a fianco del suo sposo nella scultura, nei rilievi templari e tombali, nonché sulle stele.
Ciò denota la sua importanza nella vita del regno: con lei, per la prima volta, la sposa del faraone, la ” Grande Sposa del Re”, assume un’importanza politica maggiore rispetto a quello della regina madre.
Nella sua iconografia compaiono inoltre nuovi elementi che denotano il suo carattere divino ( oltre a quello del re), quali le corna vaccine e disco solare sul capo, attributi della dea Hathor, Tiye fu anche la prima regina cui fu consacrato un tempio, a Sedeinga, tra la seconda e terza cataratta.
Nel gruppo in esame la regina porta una pesante parrucca tripartita con ureo regale e un modio sul quale dovevano trovarsi appunto gli attributi hathorici.
Indossa un lungo abito aderente, la mano sinistra poggiata col palmo aperto sulla coscia, mentre con la destra cinge, in un gesto affettuoso la vita del re.
Fonte
I tesori dell’ Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic g Edizioni White Star
Arenaria dipinta, altezza cm 225, lunghezza cm 227 Deir-el Bahari, tempio di Thutmosi III Scavi dell’Eghypt Exploration Fund (1906) XVIII dinastia Regno di Thutmosi III (1479-1425 a.C.) Regno di Amenhotep II (1424 -1397 a.C)
La statua della vacca hathorica reca il cartiglio di AMENHOTEP II inscritto sul collo dell’animale. Essa riproduce la medesima scena raffigurata sulle pareti della Cappella: la vacca da un lato protegge il re adulto che si trova in piedi sotto il suo collo, dall’altro allatta il sovrano bambino, riprodotto accovacciato sulla sinistra della scultura. Il sovrano indossa un gonnellino corto e ha la gamba sinistra avanzata, mentre le mani sono appoggiate sul gonnellino con i palmi aperti; sulla testa porta il copricapo nemes;il volto è completamente distrutto.
La vacca è circondata da steli di papiro, ha in capo le corna hathoriche con il disco solare e l’ureo sulla fronte.
Sulla montagna di Tebe Ovest il culto di Hathor in forma vaccina era molto sviluppato; anche Hatshepsut aveva dedicato un santuario a questa Dea nel recinto del suo “Tempio dei milioni di anni” accanto a quello di Thutmosi III III.
Questa statua in arenaria che raffigura Qen, un sacerdote che portava il titolo di “padre divino di Amon di Elefantuns e di Khnumit, Satis e Anukis. Il Naos contiene una figura femminile con un lungo abito, un alto copricapo piuma to, un collare, e uno scettro detto uas: si tratta di Anukis, dea dell’inondazione del Nilo, la quale con il dio a testa di ariete Khnumit è la dea Satis forma la triade di Elefantina, dal cui tempio sull’isola di Sehel proviene probabilmente la statua, che è databile all’epoca ramesside.
Se il favore del sovrano è il presupposto di ogni elevato status sociale e del sostentamento nell’ Aldilà, è sempre esistita nell’ Antico Egitto una devozione privata, la ricerca cioè di un rapporto diretto, non mediato dal sovrano, con una specifica divinità.
Nel Nuovo Regno questo fenomeno, per il quale gli egittologi hanno coniato la definizione ” pietà personale”, acquista una grande visibilità , non solo in documenti testuali privati, ma anche nello spazio pubblico del tempio, tramite la creazione di inediti tipi di statua che mostrano la persona nell’atto di offrire un oggetto sacro, si tratta spesso di statue di sacerdoti.
Abbiamo così, per esempio, il “naoforo”, che offre un’edicola ( in greco Naos) contenente l’immagine della divinità di cui si cerca il favore.
Il tipo di naoforo accovvaciato , ” statua a cubo” è semplificato da una statua in Arenaria.
Altre statue, dette “teofore”, offrono immagini divine, esempio l’esemplare del Museo di Torino che presenta una testa di ariete, l’animale che è manifestazione del dio sovrano di Tebe, Amon.
Questa statuetta è in steatite, una pietra relativamente tenera e facile da lavorare, è alta 20 cm, ma ha una fattura molto raffinata. È priva di di epigrafe, ma la testa completamente rasata potrebbe indicare che il personaggio ritratto sia un sacerdote. La rasatura dei capelli era una forma di purificazione e pulizia praticata da chi era in contatto con le immagini divine. Gli occhi allungati e contornati suggeriscono una datazione al regno di Amenhotep III.
Uno dei culti più importanti e antichi era quello di Hathor, il cui animale simbolo è la vacca.
Per i devoti della dea fu elaborato, nel Nuovo Regno, un tipo particolare di statua votiva, quella del “calvo di Hathor”, raffigurante un personaggio seduto o inginocchiato con una particolare calvizie o più probabilmente una tonsura.
Questo esemplare appartiene a un funzionario minore, un “guardiano” (sauty) di nome Iner. Nel cavo del braccio regge l’immagine di un sonaglio, il “sistro”, raffigurante il viso della dea con orecchie bovine e la caratteristica acconciatura. La mano aperta è rivolta verso l’alto è portata verso la bocca: una esplicita richiesta ai fedeli di posare sulla mano della statua le offerte alimentari, in cambio delle quali, come si legge sulle iscrizioni di altre statue di “calvi di Hathor”, il titolare della statua si farà portavoce delle loro preghiere presso la dea, esplicita testimonianza di un aspetto fondamentale delle statue dei privati erette nei cortili dei Templi, che cercano un rapporto non solo conla divinità, ma anche con i frequentatori di questi spazi pubblici.
Il “calvo” è stato datato finora alla XXV Dinastia, ma si ritiene che vi siano elementi stilistici, fra cui la resa dell’abito pieghettato con il grembiule riginfio, che fanno propendere invece per una datazione al Nuovo Regno, e più precisamente all’epoca ramesside, ipotesi confermata dal nome del personaggio, tipico di quest’epoca.
Fonte
Museo Egizio di Torino – fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore