Museo Egizio del Cairo, JE 85914-17. Alabastro, foglia d’oro e bronzo
I quattro vasi canopi di Psusennes I erano stati deposti davanti al sarcofago in granito rosa, senza nessun naos a contenerli.
Sono realizzati in alabastro ricoperto da una sottilissima foglia d’oro che si è brunita in molte parti.
Qebehsenuf a testa di falco
Anche i coperchi sono erano ricoperti di foglia d’oro con una decorazione dipinta, azzurra verticale e ricordare il nemes faraonico, e rossa e azzurra ad imitare un collare variopinto.
Su tutte le teste spicca un ureo in bronzo dorato e decorato.
L’ureo sulla testa di Duamutef
Le iscrizioni associano come d’abitudine Iside e Imsety al vaso con testa umana, Nephti ed Hapi al vaso con testa di babbuino, Neith e Duamutef a quello con testa di sciacallo, ed infine Selqit e Qebehsenuf a quello con testa di falco. I quattro canopi contenevano rispettivamente il fegato, i polmoni, lo stomaco e l’intestino del defunto.
Hapi a testa di scimmia
All’interno non c’erano, come nel caso di Sheshonq, piccoli sarcofagi ma direttamente gli organi interni che si sono ovviamente deteriorati.
Le quattro teste nelle foto originali di Montet
I quattro canopi al Museo Egizio
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Getty Images
Museo Egizio del Cairo, JE 85912; lunghezza: 185 cm
Come abbiamo visto, il 28 febbraio 1940, alla presenza del Re Faruk I, Pierre Montet procedette all’apertura del sarcofago nero di Psusennes.
Non ci è dato di sapere che cosa si aspettasse Montet dopo due sarcofagi “riciclati”; forse un terzo sarcofago usurpato, forse un cartonnage sulla mummia del Faraone.
Invece no.
La bara d’argento appena scoperta, ancora all’interno del sarcofago nero. Si noti come si adatti perfettamente.Dall’alto spicca l’ureo in oro massiccio.
Aperto il sarcofago si presentò agli occhi un capolavoro assoluto dell’arte funeraria egizia, di un valore inestimabile: una bara in argento massiccio ed oro, creata appositamente per Psusennes.
In realtà non è argento puro ma una lega composta prevalentemente da argento, con oro e rame. Un valore inimmaginabile al tempo, dal momento che l’Egitto non aveva miniere d’argento e doveva importarlo.
Il Faraone è rappresentato come Osiride, con le mani sul petto che impugnano il flagello ed il pastorale. I tratti del viso sono idealizzati e ricordano i ritratti reali del periodo Ramesside. Una fascia d’oro circonda la fronte (ricordate quella sulla mummia di Tutankhamon?), ornata da un ureo in oro massiccio. Gli occhi sono intarsiati con pasta di vetro colorata e delineati in nero.
La fascia d’oro che cinge la fronte del Faraone a chiudere il nemes
Il re indossa il “nemes” e la barba cerimoniale, di cui si vedono chiaramente i lacci che la fissavano alla testa realizzati in rilievo.
Nella foto ufficiale di Montet si vede bene il laccetto di sostegno della barba cerimoniale, realizzato in rilievo
Al collo è raffigurato un ampio collare inciso nell’argento, che termina con fiori di loto rivolti verso l’alto.
La foto ufficiale del Museo del Cairo
Tre uccelli con le ali spiegate sono raffigurati sul petto e sullo stomaco; le loro ali si estendono fino alla vasca della bara. I tre uccelli – rispettivamente con una testa di avvoltoio, di ariete e di falco – stringono tra gli artigli gli usuali anelli “shen” (potere).
La bara d’argento di Psusennes compete con quella d’oro di Tutankhamon per munificenza dei materiali usati e per il senso artistico del suo autore
In due righe di iscrizioni che scendono fino ai piedi, il re fa un’invocazione a Nut molto simile a quelle trovate sui sacrari di Tutankhamon, ripetuta due volte:
“Parole dette dall’Osiride, il Signore delle Due Terre Aakheperre Psusennes: Oh madre Nut, stendi le tue ali su di me e fai che io sia imperituro come le stelle eterne”
Lo schema di Montet delle iscrizioni sulla bara d’argento. Si vede bene la triade di uccelli con le ali distese; sul piede Iside e Nephti
Il resto della bara è decorato con un motivo rishi, una decorazione caduta in disuso alla fine della XVIII Dinastia ma tornata in auge nella XXI. Infine, ai piedi del coperchio sono raffigurate le dee Iside e Nephti. Nut è invece rappresentata in piedi sul dorso della vasca della bara.
Il dettaglio della lavorazione rishi della bara
Nut in piedi sul dorso della bara, dove arrivano le punte delle ali
La vasca andò completamente in pezzi nell’estrazione dal sarcofago in granito nero e richiese un lunghissimo lavoro di restauro al Museo Egizio del Cairo
Argento, “le ossa degli dèi”.
Lo sguardo di Psusennes, fisso nell’eternità
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books
Oro e pasta vitrea, h 48 cm, larghezza 38 cm. Museo Egizio del Cairo, JE 85913
È lei.
È quella che è sempre stata “l’altra maschera”. Perché i riflettori sono sempre stati puntati su quella, stupefacente, di Tutankhamon.
La maschera appena estratta dalla bara d’argento, prima della ripulitura.
È stato il più grande cruccio di Montet fino alla sua morte: che “l’altra maschera” non ricevesse le dovute attenzioni, il dovuto posto tra i capolavori dell’arte orafa egizia; come un padre dispiaciuto perché non vengono apprezzate le doti del proprio figlio.
Il confronto tra le due maschere: nonostante anche Psusennes sia ritratto in età giovanile, il volto di Tutankhamon appare molto più fanciullesco, le guance e gli zigomi pieni e rotondi. Psusennes è chiaramente un adulto imvece.
Le due maschere, divise da quasi tre secoli, si guardano in questo gioco di immagini. Si vede bene l’allacciatura della barba cerimoniale sulla maschera di Psusennes
È composta da due pezzi che si incastrano, uno frontale ed uno dorsale. Copriva completamente la testa ed il torace della mummia, ma non la schiena.
Il retro della maschera, che “termina” all’altezza della nuca
La realizzazione è in lamina d’oro, ma è molto più sottile di quella di Tutankhamon (0.6 mm contro gli 1.5-3.0 mm di quella di Tutankhamon). La sottigliezza della lamina d’oro ha fatto sì che si danneggiasse parecchio nella deposizione del Faraone nella bara d’argento.
La vista laterale completa permette di vedere i danni sul nemes dovuti alla sottigliezza della lamina d’oro
Il Faraone è raffigurato giovane (Psusennes regnò per quasi 50 anni e morì invece in età avanzata). Gli occhi, le sopracciglia ed il laccetto della barba cerimoniale sono incastonati sulla base in oro, e sono in pasta vitrea nera (sclera bianca in calcite). La barba è stata realizzata separatamente ed applicata al volto successivamente.
Le foto “ufficiali” di Montet
Sulla fronte, come sulla bara d’argento, è inserito il solo ureo, sempre in oro.
Il particolare dell’ureo sulla fronte
La decorazione sul petto del Faraone è composta da dodici collane di dischetti, seguite da due serie di foglie ed una di fiori di loto.
Dentro la sua teca, Psusennes sembra guardare melanconico le frotte di turisti che si ammassano nella sala vicina, pensando alla “maledizione di Tanis”
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books
Museo Egizio del Cairo, JE 85911 lunghezza: 220 cm; larghezza: 65 cm; altezza 80 cm
Il sarcofago esterno di Psusennes I, appartenuto a Merenptah, ne racchiudeva un secondo, antropomorfo in granodiorite nera, anche questo proveniente probabilmente dalla XIX Dinastia.
La prima foto del sarcofago
Pierre Montet esamina il sarcofago appena scoperto
Questa volta non ci è noto il nome del legittimo proprietario, forse un funzionario vissuto sotto Ramses II o Merenptah stesso; sicuramente non è un sarcofago reale in quanto mancano le insegne del potere faraonico (flagello e pastorale) e non c’è traccia di ureo ed avvoltoio sulla fronte. Nonostante l’apparenza massiccia, Montet rileva che “le pareti del sarcofago sono molto sottili, tanto da avere delle rotture sul lato destro”
La foto originale di Montet, che era rimasto molto colpito dall’espressività del volto ritratto
Tra in primo ed il secondo sarcofago un certo numero di oggetti è andato perso per sempre a causa delle infiltrazioni d’acqua: sono stati identificati i resti di almeno sei bastoni ricoperti con una foglia d’oro che avvolgeva anche il pomo a fiore di loto (eppure non risulta che Psusennes avesse un piede equino…), tre spade la cui lama in bronzo è andata distrutta ed una mazza cerimoniale.
Si intravede Nut sul torace del defunto, appena sotto le braccia incrociate sul petto
Le iscrizioni fanno tutte riferimento a Psusennes. Ancora una volta, la figura predominante è Nut, che stende le sue ali sul torace della figura scolpita:
“Io sono Nut, [ho] messo le mie due braccia su di te, ti stringo al mio petto.” Il Faraone implora il suo aiuto: “Stenditi su di me affinché io sia posto tra le stelle imperiture e non muoia mai”.
Nut (dettaglio)
Una voluminosa parrucca striata che arriva fino alle spalle circonda il viso del defunto. Le orecchie sono state lasciate scoperte, mentre un corto pizzetto adorna il mento. Gli occhi a mandorla e la bocca finemente ricurva secondo alcuni studiosi potrebbero indicare un’opera del periodo post-amarniano.
Il naso è stato leggermente danneggiato quando è stato chiuso il sarcofago esterno in granito rosso
Il corpo del sarcofago è decorato con colonne di testo e rappresentazioni delle divinità funerarie. Sulla sinistra due dei figli di Horus, Hapi e Qebehsenuf, ai lati di Anubi e Thoth declamano il loro supporto al defunto:
“Io sono Hapi, sono venuto a proteggerti, ho rimesso al loro posto la testa e le membra” e “Sono Qebehsenuf, ho riunito le tue ossa, ho portato il tuo cuore”
I figli di Horus sul fianco del sarcofago insieme ad Anubi e Thot
Sulla destra, gli altri due figli di Horus, Imsety e Duamutef, insieme ad Anubis si rivolgono a Thot per proteggere il re e per rigenerarlo come hanno fatto per Osiride.
“Io sono Imsety, io sono tuo figlio, Osiride amato dagli dei…sono venuto a proteggerti, come do stabilità alle case per ordine di Ra”
“Io sono Duamutef, sono tuo figlio, Horus, vieni a vendicare Osiride per colui che l’ha ferito e fallo resuscitare per sempre”
Due occhi udjat permettono al defunto di vedere all’esterno del sarcofago.
I due occhi udjat sul fianco del sarcofago
Ai piedi del coperchio, Iside veglia su Psusennes stendendo le sue ali.
Iside ai piedi del sarcofago, una rappresentazione tipica nel Nuovo Regno
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books
Psusennes I (Akheperre Setepenamun Pasebakhaienniut-Meriamon – Grandi sono le manifestazioni di Ra, Scelto da Amon, Psusennes, Amato da Amon)) è stato il terzo Faraone della XXI Dinastia. Regnò probabilmente dal 1040 al 992 BCE (l’ultimo anno registrato del suo regno è il 49°) in un’epoca in cui il potere era nuovamente diviso tra Alto e Basso Egitto.
Era figlio di Pinudjem I, Primo Profeta di Amon che praticamente agiva come re a Tebe (ricordate? Ritrovato nella cachette 320 a Deir-el-Bahari), e Henuttawi, figlia di Ramses XI.
Sposò la propria sorella Mutnodjemet, da cui ebbe Amenemope (che gli successe dopo essere stato coreggente, e che “incontreremo” più avanti) e Ankhefenmut, che probabilmente fu invece coinvolto in qualche congiura fallita dal momento che il suo nome venne scalpellato dalle iscrizioni della sua camera funeraria (sempre nella tomba NRT-III) e la sua mummia fu rimossa dalla tomba (e mai ritrovata finora). Psusennes ebbe da Mutnodjemet anche almeno una figlia, Esemkhebe, ed altre due spose minori.
Psusennes fu responsabile della trasformazione di Tanis in una capitale a tutti gli effetti. Costruì mura di cinta e la parte centrale del Grande Tempio di Tanis, che era dedicato alla trinità di Amon, Mut e Khonsu. Molti blocchi vennero recuperati dalle rovine di Pi-Ramesse, appena a sud di Tanis. Molti di questi blocchi rimasero inalterati e conservarono il nome di Ramses II, compresi parti di obelischi, come quello che chiudeva l’accesso alla sua tomba.
Una ricostruzione del Grande Tempio di Tanis, il contributo più importante di Psusennes I. A destra, accostata al primo pilone, la necropoli reale
Lo scheletro pervenutoci mostra i segni dell’età avanzata, soprattutto nella dentatura e con un’importante artrite che potrebbe averlo paralizzato negli ultimi anni di vita.
IL SARCOFAGO IN GRANITO ROSSO DI MERENPTAH/PSUSENNES I
Museo Egizio del Cairo, JE 87297
Lungo 2,40 m per 1,20 di larghezza ed alto 1,55 m con il coperchio, il sarcofago è uno splendido esempio di scultura della XIX Dinastia. Fu infatti preparato per Merenptah, il successore di Ramses II, due secoli prima di Psusennes, ed era in origine il terzo sarcofago di Merenptah (dei quattro preparati per il figlio di Ramses). Il sarcofago esterno di Merenptah è infatti ancora nella Valle dei Re e misura ben 4 m di lunghezza. Come abbiano fatto ad estrarre e trascinare fuori dalla tomba KV8 di Merenptah, che ha una lunghezza di circa 160 metri, questo sarcofago non riesco ad immaginarlo…
Pierre Montet esamina il sarcofago di granito rosa appena scoperto
Schema dei sarcofagi di Psusennes I, quello esterno in granito rosa, quello interno antropomorfo in granito nero e la bara d’argento che racchiudeva la mummia del Faraone
Sul coperchio, il corpo del Faraone in forma di Osiride, sdraiato su un “letto” a forma di cartiglio, è vegliato da una dea, presumibilmente Iside o Nephti. Le sue braccia sono incrociate sul petto mentre tiene in mano il pastorale ed il flagello. Indossa una lunga parrucca scanalata e la barba cerimoniale intrecciata. Ai piedi e alla testa del coperchio si trovano due brevi montanti rettangolari, uno dei quali funge da sostegno posteriore per una piccola figura di dea che protegge la testa del re con le braccia aperte.
Particolare della dea senza nome che protegge la testa del Faraone
All’altezza della cintura un cartiglio di Merenptah è sopravvissuto: una svista o lasciato appositamente a testimoniare a chi appartenesse quel sarcofago.
L’esposizione al vecchio Museo Egizio del Cairo, con uno specchio in basso per poter ammirare la decorazione con Nut del lato interno del coperchio
La parte più spettacolare del sarcofago è la parte interna del coperchio, con Nut che si protende sul corpo del Faraone con le braccia tese sopra di sé a proteggerlo. La dea indossa un abito aderente tempestato di stelle ed è di una bellezza stordente.
Nut protende il suo corpo a difendere il Faraone
Il volto di Nut
LE FOTO DI NUT DI DAVE RUDIN
Ai lati di Nut sono raffigurate le barche che attraversano la seconda e la terza ora della notte e le stelle del Settentrione a sinistra della dea, mentre quelle del Meridione sono rappresentate alla sua destra.
L’esterno della vasca con la decorazione ispirata al Libro delle Porte
La vasca ha una decorazione in stile classico, con il registro inferiore inciso a ricordare la facciata di un palazzo con 14 porte, ciascuna delle quali reca il nome di una delle parti in cui fu smembrato il corpo di Osiride.
Il lato dietro la testa del Faraone: due falconi mummiformi racchiudono due gruppi di figure. A sinistra Horus ed un personaggio raffigurato con il viso di fronte ed armato di coltello; a destra una scimmia armata d’arco (“Colui che distoglie lo sguardo ed ha molte facce”) precede una divinità a testa di ippopotamo che porta un vitello sulle spalle chiamata “Voce Triste”
Il lato destro della vasca (foto originale di Montet)
Il lato destra della vasca. Mut, in forma di avvoltoio, precede una dea-ippopotamo, un Guardiano rappresentato di fronte e con due coltelli, “Colui che vive di parassiti”, un airone “Bennu”, una divinità seduta senza alcun supporto, “Il Terribile” in piedi e tre ragazzi seduti anch’essi senza supporto: “Colui che dà il nome a se stesso”, “Colui che vede suo padre” e “Dietro-Davanti”.
Il lato sinistro della vasca (foto originale di Montet)
Il lato sinistro della vasca: da destra “Colui che Vigila” a testa di leone, “Colui che fa ritornare immediatamente” a testa di coccodrillo, “Colui che mangia carne putrefatta” con una tartaruga al posto della testa, “Grande di Voce” a testa di ariete, “Il Giudice” con due bastoni a testa di antilope, una scimmia in piedi e due sedute. Dietro le scimmie si vede Anubi, “Colui che si sdraia sul davanti”, “Il Ghiottone” ed i 4 figli di Horus, due con lucertole in mano e due con dei serpenti. Chiude la processione un pesce sul simbolo di un palazzo.
Sul lato dei piedi due figure mummiformi, “Colui che si sdraia sul davanti”, stavolta rappresentato con una testa d’ibis, ed una con testa di sciacallo seguono Anubi ed un uomo armato di coltello chiamato “Colui che scaccia il male” che sormontano due leoni. Due falconi, uno mummiforme a sinistra, chiudono la rappresentazione
L’interno con la processione degli dei ad invocare forza vitale per il Ba del Faraone
Una parte della processione degli dèi all’interno della vasca. Da destra: una divinità a testa di coccodrillo coinvolta nella cerimonia dell’apertura della bocca, Hounit, a testa di gatta, Anubi, Maat e Semd, già rappresentato nella tomba di Seti I
Sull’esterno ritroviamo alcuni dei Guardiani che abbiamo incrociato raffigurati nella tomba di Nefertari o sui sacrari di Tutankhamon. All’interno una processione di divinità recita invocazioni a Ra affinché conceda vita al Ba del Faraone e si perpetui la sua rinascita.
Come confronto, uno dei Guardiani della camera sepolcrale di Nefertari
La decorazione del sarcofago fu utilizzata anche come modello per le decorazioni murali della tomba, effettuate con maestria molto minore rispetto agli artisti della XIX Dinastia.
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books, Dave Rudin
Oro, lapislazzuli e pasta vitrea blu, verde e rossa; 7 x 5 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72172
Questo pettorale, che ricorda l’iconografia classica egizia, vede al centro uno scarabeo che spinge il disco solare di fronte a sé mentre due urei sembrano “emergere” dal sole a cui sono ancora collegati con le rispettive code.
Un confronto famoso: il pettorale con urei di Tutankhamon, Museo Egizio del Cairo JE 61899. In questo caso il cartiglio del Faraone sostituisce il disco solare, che incorona invece i due urei al posto della corona dell’Alto Egitto
Entrambi gli urei indossano la corona bianca dell’Alto Egitto ed hanno il cappuccio decorato con pasta vitrea blu e rossa. Il loro corpo passa attraverso un anello “shen” (potere).
La base del pettorale, formata da una seconda lamina incernierata alla prima, è decorata con tre fiori di loto aperti e due boccioli, insieme a sei dischi d’oro.
Gli stessi motivi sono incisi sul retro del pettorale.
La foto originale di Montet con, a sinistra, il retro inciso del pettorale e l’inserzione della collana, sempre ovviamente in oro. Da notare il dettaglio di torace ed addome dello scarabeo
La collana si inseriva in un anello dietro l’unione tra lo scarabeo ed il disco alato.
Questo pettorale, come quello con la barca solare, è stato ritrovato sulla mummia di Sheshonq II agganciato al pettorale con lo scarabeo alato che abbiamo visto precedentemente
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Chi ritiene che l’unico merito nella vita di Tutankhamon sia stato quello di morire ed essere sepolto chissà cosa può pensare di Sheshonq II.
Di lui non sapevamo assolutamente niente prima della scoperta del suo sepolcro da parte di Pierre Montet, e non è che dopo ne abbiamo saputo molto di più.
L’interno della NRT-III appena scoperta. A destra la testa della bara d’argento di Sheshonq II
Non sappiamo neanche quando esattamente abbia regnato. Viene considerato il secondo del suo nome soltanto perché nella sua tomba sono stati ritrovati due bracciali con il cartiglio di Sheshonq I ed un pettorale che fa riferimento ad un titolo (“Grande capo dei Ma”, una tribù libica) utilizzato anch’esso da Sheshonq I. Per il resto, più nebbia che nella Pianura Padana a novembre. Potrebbe essere quindi il terzo sovrano della XXII Dinastia, succeduto probabilmente ad Osorkon I od associato al trono con quest’ultimo per (forse) 3-5 anni. Si tratterebbe di uno dei tre Faraoni non identificati collocati da Manetone tra Osorkon I e Takelot I. Potrebbe essere il Gran Sacerdote di Amon, Sheshonq C, figlio di Osorkon I, elevato a coreggente. Tanti “potrebbe”, nessuna certezza finora.
Pierre Montet subito dopo aver visto “una bara d’argento con la testa di falco. Sembrava intatto. Attraverso una fessura si vedeva l’oro che brillava dentro”. Era il faraone Shoshenq II, la prima tomba di un faraone egiziano trovata intatta, e fino ad allora un faraone sconosciuto.
L’ipotesi della coreggenza è alimentata dal ritrovamento di una mummia dell’epoca sulle cui bende vengono riportati gli anni 3 / 33, in cui il “33” sarebbe riferito ad Osorkon I (che regnò 35 anni) ed il “3” a Sheshonq II. Ma le due datazioni non sono sulla stessa benda, per cui la coreggenza rimane un’ipotesi a tutt’oggi.
Il fatto che i cartigli sul sarcofago, sui canopi e sui gioielli ritrovati ci sia il nome di intronizzazione di Heqakheperre (Ra è il signore delle trasformazioni) fa pensare che sia stato un Faraone con pieni poteri e non solo un coreggente. L’esame autoptico effettuato dal Prof. Derry ha evidenziato un’età apparente di 50 anni al momento della morte, quindi confermando la possibilità teorica di una coreggenza con Osorkon I ed un eventuale periodo indipendente alla morte del suo predecessore. Derry ha anche identificato la causa della morte in una sepsi susseguente ad una ferita alla testa, di cui però non conosciamo l’origine.
La bara d’argento con i vasi canopi, illustrati qui
È probabile che Sheshonq II sia stato sepolto in un’altra tomba adiacente, ma che i lavori effettuati da Osorkon II per la costruzione della propria sepoltura abbiano danneggiato o fatto crollare quella di Sheshonq II costringendo i sacerdoti di Tanis ad un’altra inumazione nella parte del Vestibolo della tomba di Psusennes I. Scrisse Derry: “A quanto pare l’acqua era penetrata anche nella tomba di Sheshonq Heqakheperre ed era entrata anche nella bara d’argento del re. Di conseguenza, tutto il materiale organico, compresi i rivestimenti, si era dissolto. Il cranio era stato inzuppato di umidità, le ossa degli arti inferiori erano ricoperte da sottili fibre radicali. Una massa terrosa, che era senza dubbio entrata nella bara attraverso l’acqua nella tomba, si era depositata nelle ossa dell’anca e nell’osso sacro”. Secondo altri studiosi, la sepoltura originale di Sheshonq II potrebbe essere stata a Bubastis, luogo di origine della famiglia.
I SARCOFAGI
Nonostante le notizie incerte ed un posto nella sequenza faraonica non di primissimo rilievo, il sarcofago esterno di Sheshonq II è unico nella storia egizia. In argento massiccio, è l’unica bara reale con la testa di falco conosciuta.
La bara d’argento di Sheshonq II, foto originale di MontetLa testa di falco incisa sulla bara ha un fascino particolare, di regalità estrema nonostante contravvenga la tradizione egizia secondo la quale il defunto doveva essere chiaramente riconoscibile per il suo “ba”
L’utilizzo di una testa di falco al posto del volto reale del defunto fu una sorta di moda all’inizio della XXII Dinastia, ed è stato uno degli elementi per la datazione di questo Faraone precedentemente sconosciuto.
Il resto delle decorazioni segue uno schema più tradizionale: un’immagine del dio sole con testa di ariete e corpo di avvoltoio è seguita da figure alate di Iside e Nefti e poi dai quattro figli di Horus. Ai piedi ci sono le figure protettive inginocchiate di Selqet e Neith.
Le incisioni sul corpo della bara d’argento. Si notino le mani, separate ed applicate sul coperchio. Sotto di esse, l’avvoltoio a testa di ariete stringe tra gli artigli due simboli “shen” (potere). Ai lati della coda due urei con la corona dell’Alto Egitto. Si scorgono le ali di Iside in bassoLe gambe ed il piede della bara, con i figli di Horus incisi
L’iscrizione centrale recita: “Re-Osiride Sheshonq, amato da Amon, hai ricevuto il pane da Het-ka-Ptah (‘casa dello spirito di Ptah’, il tempio di Ptah a Menfi), mentre rinnova le offerte a Unu. Possa la tua anima essere viva in qualsiasi forma le piaccia. Possa tu vedere sorgere nella sua barca il disco solare che crea ogni giorno eternamente”.
Il coperchio, compresa la testa, è ricavato da un’unica lastra di argento massiccio battuta e modellata. Le mani ed i tradizionali simboli del flagello e pastorale sono stati invece applicati con dei rivetti.
Anche i simboli del potere regale, il flagello ed il pastorale, sono stati ricavati da lamine separate ed applicati con dei rivetti al coperchio
La fascia laterale del coperchio, qui ben visibile, doveva servire a sigillare il contenuto ma in realtà ha favorito l’infiltrazione d’acqua all’interno che ha compromesso la mummia
La vasca della bara non è decorata esteriormente; all’interno una figura di Nut sul fondo rimasta stranamente incompiuta.
All’interno della prima bara, una seconda in cartonnage è andata quasi interamente perduta ma è stata ricostruita successivamente grazie alle parti placcate in oro sopravvissute. Anch’essa con testa a forma di falco, è realizzata con sottili lamine d’oro incise e decorate con uno schema simile a quello della bara d’argento. Sulle lamine d’oro la maggior parte delle iscrizioni era ancora leggibile
Il cartonnage ricostruito di Sheshonq II
Lo schema delle iscrizioni sul cartonnage (disegno di Pierre Montet). Iscrizione verticale centrale: “Parole dette da Osiride Khentamenti, Signore di Abydos, che concede che la tua Anima sorga e veda il disco solare venire da lui e trovare il suo cadavere. «Possa tu ricevere i pani che appaiono davanti a […..] sulla tavola di. .. Re-Osiride Sheshonq» A sinistra: “Parole dette dall’Osiride Sheshonq, giustificato: «0 ladri di cuori, rapitori di cuori, fate esistere il cuore del re di Osiride con ciò che ha fatto, perché non si riconosce in quello che fate»” (Libro dei Morti, capitolo 27) A destra: “Parole dette dall’Osiride Heqakheperre Sotepenra, giustificato: «Io sono la Fenice, l’anima di Ra, la guida degli spiriti del Duat, le cui anime appaiono sulla terra per fare ciò che il loro Ka vuole eternamente» (Libro dei Morti, capitolo 29) In orizzontale, prima linea: “L’Osiride, Signore delle Due Terre Heqakheperre, le porte del Duat sono aperte per lui in eterno»
Nelle altre due righe orizzontali il defunto viene definito “imakhy” (venerabile) dai quattro figli di Horus
Il cartonnage esposto al Museo del Cairo
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
BROEKMAN, GERARD P. F. “FALCON-HEADED COFFINS AND CARTONNAGES.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 95, [Egypt Exploration Society, Sage Publications, Ltd.], 2009
Oro, pasta vitrea e pietre dure; 16.5 x 18 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72170
Questo pettorale, che ricorda la forma di un naos o di un piccolo tempio, è formato da una spessa lamina d’oro con un castone al centro che ospita uno scarabeo in pietra dura, di colore verde a sottolineare il significato di rinascita.
Intorno ad esso, sulla parte frontale sono cesellate due ali piumate sorrette da Iside (a destra) e Nephti (a sinistra).Lo scarabeo “spinge” davanti a sé un cartiglio con il prenomen di Sheshonq II (Hekakheperre Setepenre) verso un disco solare alato con due urei, e trascina con le zampe posteriori un secondo cartiglio con il nomen (Sheshonq Meriamon).
Il pettorale sulla mummia, subito sotto il pettorale a forma di avvoltoio che abbiamo già visto
Questa scena centrale è inserita all’interno di una cornice formata dall’alternanza di riquadri d’oro e pasta vitrea scura, al di sopra della quale un cornicione a cavetto è decorato con la figura di un secondo disco solare alato simile al primo.
La parte posteriore della placca è completamente d’oro ed è incisa con la stessa decorazione visibile sulla parte anteriore dell’amuleto.
Il pettorale è agganciato ad una collana d’oro per mezzo di due anelli fissati sul retro della cornice superiore.
Le figure in oro delle due dee Iside e Nephti, il disco solare e i cartigli sono stati realizzati separatamente e saldati alla piastra. La decorazione è stata eseguita con la tecnica del cloisonné egiziano, con sottili fili d’oro che formano piccole “celle”, riempite con pasta vitrea verde scuro, per creare le ali piumate dello scarabeo e dei due dischi solari.
Nephti e Iside (particolare)
Sulla base dello scarabeo è inciso il capitolo 30B del Libro dei Morti in cui il defunto spera che il suo cuore non testimonierà contro di lui durante il giudizio finale alla presenza di Osiride.
“Parole dette dal re Osiride Sheshonq, amato da Amon: “Oh mio cuore, cuore di mia madre (bis), cuore delle mie trasformazioni, non insorgere contro di me come testimone. Non sopraffarmi nel tribunale divino. Non essere separato da me di fronte alla bilancia (nota: riferimento alla psicostasia). Tu sei il mio Ka che è nel mio grembo; il Khnum che ha reso il mio corpo completo. Possa tu arrivare al bene dove ci dirigiamo. Assicuriamoci che il nostro nome non sia sgradito (letteralmente: non puzzi di pesce) a corte. Le azioni degli uomini sono ricchezza. Se doniamo del bene, ci sarà del bene per chi ascolta e gioia per i giudici. Non ricordare i miei inganni e sarai esaltato, sarai trionfante” (traduzione di Pierre Montet).
Il retro del pettorale con il testo inciso sullo scarabeo nella foto originale di Montet
La base del pettorale, formata da una seconda lamina incernierata alla prima, è decorata con nove nodi di Iside “tyet” (vita) e nove pilastri di Osiride “djed” (stabilità) alternati.
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Oro, lapislazzuli e pasta vitrea, diametro esterno 6,7 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72189
La mummia di Shehshonq II indossava sette magnifici bracciali, tre al braccio destro e quattro al braccio sinistro. Il loro valore simbolico è particolarmente importante, legato a garantire l’immortalità del defunto (abbiamo già visto quelli con l’udjat).
Uno dei più rilevanti è questo bracciale in oro massiccio con scarabeo in lapislazzuli.
Il corpo del bracciale è realizzato piatto all’interno e leggermente bombato all’esterno: raffigura un gambo di papiro che termina con due corolle aperte, cesellate ed intarsiate con pasta vitrea nera, blu e rossa. Le sommità piatte delle corolle racchiudono un magnifico scarabeo in lapislazzuli, incastonato in una struttura a “nido d’ape” in oro ornata da un doppio motivo a treccia che ruota su un perno fissato alle due corolle.
La lavorazione dello scarabeo è stata effettuata con notevole precisione e maestria.
Come sappiamo, la simbologia dello scarabeo, legato al divenire ed alla eterna rinascita del sole al mattino, era particolarmente importante nelle pratiche funerarie egizie
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Un piccolo capolavoro racchiuso in 19 x 8 cm ritrovato sulla mummia di Shashonq II.
Oro, lapislazzuli e pasta vitrea, Museo Egizio del Cairo JE 72171 – Foto Christoph Gerigk
Sotto una striscia in lapislazzuli che rappresenta il cielo (Gardiner N1 “pt”) ed ornata da 14 stelle in oro (una purtroppo andata persa) una barca solare in oro attraversa il mondo ultraterreno.
Due falchi reali con la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto, realizzati da una spessa lamina d’oro massiccio, sormontano il cielo e forniscono l’aggancio alla collana.
Uno stelo di loto (a sinistra) ed uno di papiro (a destra), entrambi in oro, fanno sbocciare i propri fiori in pasta vitrea blu e rossa, e contemporaneamente sostengono il cielo sopra di loro.
La barca solare al centro, in oro, reca un disco solare in lapislazzuli protetto ai lati da Hathor e Ma’at con le ali spiegate e da due composizioni dei simboli “udjat”, “nefer” e “neb”, tutti intarsiati di lapislazzuli.
Il disco solare stesso è cesellato in rilievo con una scena in cui è rappresentata la dea Ma’at in piedi di fronte ad Amon-Rê-Horakhty, seduto sul trono celeste. Maat, custode dell’ordine cosmico, alza le mani in segno di adorazione al dio. Indossando due piume di struzzo, tiene la croce ‘ankh‘ in una mano e lo scettro ‘was‘ nell’altra.
Il particolare della barca solare al centro
La barca “naviga” su un mare primordiale in lapislazzuli in cui le strisce a zig-zag in oro simboleggiano le onde; al di sotto un fiore di papiro con petali in oro e lapislazzuli ed un bocciolo di loto in oro e turchese erano ripetuti cinque volte – ma i due di sinistra sono andati persi.
Le estremità della barca poggiano su due placche d’oro con un’iscrizione che recita:
“Amon-Rê Horakhty percorre ogni giorno il cielo per proteggere il grande capo dei Me (shouesh), il grande dei grandi Sheshonq, giustificato, figlio del grande capo dei Me (shouesh) Nimlot.” (Nota: su questa iscrizione si basano alcune delle congetture sulla genealogia di Sheshonq II che abbiamo visto).
Il pettorale apparterrebbe quindi a Sheshonq I e sarebbe un cimelio di famiglia che ha accompagnato Sheshonq II nel suo eterno viaggio.
La foto originale di Montet. In questo caso il bianco e nero aiuta a decifrare il decoro centrale sul disco solare
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti