Oro, pasta vitrea, faience, pietre semipreziose, ossidiana. Diadema – diametro massimo 19,9 cm; fasce: lunghezza massima 31,5 cm; ureo: lunghezza 28,5 cm; avvoltoio: altezza 4 cm. Carter 256,4,o – diadema; Carter 256r – ureo; Carter 256s – avvoltoio
L’ureo flessibile era stato cucito, insieme a un avvoltoio d’oro, su un copricapo in lino del tipo khat o nemes, avvolto intorno alla testa della mummia di Tutankhamon con l’ausilio di una fascia in oro.
Il corpo dell’ureo è composto da 12 segmenti in oro separati fra loro e incorniciati, su entrambi i lati, da file di perline legate fra loro da un cordino; tale struttura consentiva al corpi e alla coda di potersi piegare sopra la testa del faraone.
Il “cappuccio” del cobra, in oro intarsiato con cornalina e pasta vitrea blu scuro, era fissato ai segmenti del corpo tramite fili in oro fatti passare attraverso piccoli occhielli. La testa del serpente è in pasta vitrea blu, con occhi in ossidiana.
Il diadema che doveva essere indossato sopra una parrucca, è stato trovato sulla mummia nella sua posizione originaria, sopra la cuffia di perline che ne copriva il capo.
Di sicuro e stato fatto appositamente per il sovrano: è costituito da una fascia frontale in oro puro e intarsiato di pasta vitrea turchese e lapislazzuli e decorata con cerchi in pasta vitrea color cornalina, ciascuno dei quali ha un punto d’oro al centro.
Sul retro è chiuso da una fibbia simmetrica a forma di fiocco, composta da un disco solare in calcedonio con ai lati fiori di papiro intarsiati in malachite.
Dalla fascia frontale pendono 4 “bande” in oro: 2 vicino alla fibbia e una su ciascuno dei lati, sono decorate in maniera simile alla fascia frontale e 2 di esse hanno degli urei sollevati.
Il disegno di Howard Carter degli urei sulle bande laterali
L’ureo e l’avvoltoio sono stati trovati avvolti nelle bende della mummia sopra i fianchi, forse per evitare che potessero essere danneggiati, visto che non c’era più spazio sotto la Maschera d’oro.
La testa di avvoltoio separata dal diadema, come è stata ritrovata
Alcuni forellini sul retro consentivano di appenderlo alla fascia frontale del diadema, una volta posizionati, il corpo e la coda dell’ureo si estendevano al centro del capo del re, così che il diadema ne assumesse la forma.
La testa dell’ ureo è in faience color blu scuro, mentre la parte alta del corpo è completamente intarsiata con dettagli incisi nell’oro.
La testa dell’avvoltoio è in oro, mentre gli occhi sono intarsiati di ossidiana.
I due animali rappresentano le dee protettrice dell’Alto e Basso Egitto.
Fonte: Tutankhamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Legno e lamina d’oro – Lunghezza 105,5 cm – Carter 242.
Il ventaglio in legno dorato con la scena di caccia allo struzzo ha una decorazione a rilievo con dettagli incisi che narra di un viaggio intrapreso da Tutankhamon nel deserto orientale, a caccia di giovani struzzi.
Su un lato della “palma” c’è la scena di caccia vera e propria: il re guida il carro tirato da due stalloni, il cui movimento in avanti è reso secondo la cosiddetta posizione del “galoppo volante”, a fianco di essi corre il cane del sovrano.
Dietro il carro si trova un simbolo ankh antropomorfo che regge un ventaglio del tutto identico a quelli qui raffigurati e fornisce così a Tutankhamon il “respiro della vita”. Il faraone indossa la veste da caccia, costituita da un gonnellino plissettato che arriva al ginocchio, un corsetto, un ampio collare, la polsiera tipica degli arcieri e la corta parrucca “Nubiana”.
Il re conduce il carro con le redini avvolte intorno ai polsi, in modo di avere le mani libere per impugnare l’arco. Davanti ai cavalli sono raffigurati due giovani struzzi i fuga, colpiti dalle frecce del re, uno di essi è a terra, mentre l’altro tenta ancora la fuga.
L’iscrizione che accompagna la scena identifica il sovrano come “Il buon dio, Nebkeperure, che ha vita eterna come Ra” e “Signore della Forza“.
Sull’altro lato della “palma” è raffigurato il trionfale viaggio del cacciatore verso casa. In questo caso i cavalli procedono lentamente e conducono il re al suo palazzo. Due uomini trasportano gli struzzi abbattuti, mentre il re tiene sotto braccio un ciuffo delle loro piume.
Fonte:
Tutankhamon, il tesoro della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.
Legno placcato in oro e argento con intarsi di paste vitree, altezza 104 cm, Museo Egizio del Cairo, JE 62028 e 62046, Carter 90 e 91
Lo abbiamo già visto in tutte le salse, ma non smette mai di stupirci. È uno degli oggetti più belli e maggiormente simbolici del delicato periodo post-amarniano.
Fu posizionato nella tomba sotto uno dei letti funebri, quasi nascosto, come se fosse stato aggiunto furtivamente. Su di esso furono trovati resti di un tessuto di lino, probabilmente una copertura, ad avvalorare l’ipotesi che non facesse parte dell’arredo funebre “ufficiale”.
Fu trovato così, sotto uno dei letti funerari, con il poggiapiedi appoggiato sulla seduta ed un mucchio di oggetti sparsi intorno e sotto ad esso – come potremmo mettere noi una vecchia sedia in cantina
La celeberrima scena sullo schienale mostra la regina che spalma un unguento profumato al consorte, un temo intimo e lontano dalla retorica faraonica classica anche se comunque carica di significati legati alla figura del Faraone e del suo viaggio ultraterreno.
Tutankhamon e Ankhesenamon nella scena familiare rappresentata sullo schienale
I raggi del sole si irradiano verso la coppia reale e terminano con delle mani, di cui quelle rivolte al Faraone e sua moglie portano due simboli “ankh” di vita nella classica iconografia di Aton.
La foto di inventario di Burton
Il re, seduto su un trono sotto un’edicola con pilastri floreali e una cornice di urei a fiori, indossa una corona “atef” e un ampio pettorale, mentre la regina indossa un copricapo piumato con diadema di urei e corna a forma di lira. I corpi e le parrucche di entrambi sono intarsiati con squisiti vetri colorati e le loro vesti di lino sono rappresentate con l’argento.
Lo schienale con i quattro grandi urei
Gli intarsi sono in pasta vitrea rossa per il corpo ed in faience blu per i copricapi.
Il retro dello schienale è decorato con quattro grandi urei.
Due teste di leone sporgenti proteggono la seduta del trono mentre i bracci assumono la forma di serpenti alati che indossano la doppia corona e custodiscono i nomi del re, a sinistra il prenomen Nebkheperure, mentre a destra il nomen è ancora Tutankhaton, come anche sullo schienale.
Particolare di uno dei due serpenti alati dei braccioli. Foto Jacqueline Engel
I leoni di guardia alla seduta
Il bracciolo sinistro con il praenomen Nebkheperure. Foto: Jacqueline Engel
Il bracciolo destro con il nomen “incriminato” di Tutankhaton
Il poggiapiedi in legno abbinato è inciso con figure soggiogate dei nemici del nord e del sud, conosciuti come i “nove archi”, che giacciono legati (ne sono raffigurati 6).
Il bordo è decorato con uccelli “rekhyt”, simili ai nostri grifoni e simboleggianti il popolo d’Egitto, anch’esso sotto il controllo del re.
Il poggiapiedi con 6 dei 9 archi rappresentati
Fonti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori, 1985
Museo Egizio del Cairo
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
O’Neill, B. The Grave Goods of Tutankhamun – Expectations of a Royal Afterlife
Legno decorato con lamina d’oro e intarsiato in pasta vitrea e calcite. Lunghezza 124,7 cm. Carter 245
Ventagli e parasole, oltre a essere oggetti di quotidiana utilità, simboleggiavano il respiro, e dunque, la vita stessa.Il “portatore di flabello de re” fu una figura importante dal punto di vista sia cerimoniale sia pratico per tutto il corso della storia dell’Egitto.
Il ventaglio è dotato di lungo manico, che veniva impugnato per farlo sventolare sopra il re.L’asta del ventaglio con cartigli è in ebano massiccio, decorata da sei ampi registri di lamina d’oro con un complesso intarsio di calcite e pasta vitrea colorata. La sommità dell’asta ha la forma di un fiore di papiro rivestito in oro con, nella parte inferiore, petali intarsiati di pasta vitrea colorata. Su questa estremità sono incisivi tre geroglifici nefer (virtù e perfezione), beka (dominio) e ankh (vita).
Al fiore di papiro è fissato un semplice semicerchio in legno piatto (la palma) al quale un tempo erano attaccate le piume. Anch’esso è rivestito, da entrambi i lati, di lamina d’oro e ha la parte centrale incorniciata da una serie di rettangoli intarsiati in calcite e pasta vitrea colorata.
Al centro, al di sotto del geroglifici che sta per “cielo”, si trovano i cartigli con il nome di trono e di nascita del re (Nebkheperure e Tutankamon). Ciascuno dei due nomi poggia sul segno che significa “oro” ed è sormontato da un disco solare, mentre reca a fianco lo scettro was e il segno shen, che simboleggia l’autorità del re. Su due lati sono presentati degli avvoltoi, uno indossa la Corona Bianca (qui in azzurro) dell’Alto Egitto e l’altro indossa la Corona Rossa del Basso Egitto. I due animali dispiegano le ali a protezione dei nomi del sovrano.
La palma ha dei fori tutto attorno al bordo, nei quali venivano infilate 41 piume di struzzo, delle quali Carter ha rinvenuto alcuni esigui frammenti
Fonte:
Tutankamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Ankhesenamon non riuscì a dare un erede a Tutankhamon; nella tomba del sovrano furono rinvenute le mummie di due bimbe, che probabilmente egli aveva concepito con la sua Grande Sposa Reale e che nacquero premature, morendo subito dopo.
Ognuna delle piccole mummie, una delle quali portava una maschera di cartonnage dorato con i tratti del viso dipinti di nero, era custodita in un sarcofago antropoide in legno ricoperto di foglia d’oro, a sua volta contenuto in un altro sarcofago dipinto di nero con bande dorate; essi erano stati deposti in una scatola di legno non decorata che misurava circa 61 centimetri di lunghezza, in origine chiusa con una corda e con il sigillo dello sciacallo e dei nove prigionieri, infranto già nell’antichità.
È verosimile che anche per il secondo feto fosse stata predisposta una maschera, da identificarsi in quella rinvenuta nel 1907 da Davis, nel pozzo n. 54 della Valle dei Re insieme a residui di imbalsamazione, non utilizzata perché probabilmente troppo piccola.
L’autopsia venne eseguita nel 1932 dal dott. Douglas Derry; i corpicini sono lunghi rispettivamente 39,5 cm e 27,7 cm.; la bambina più piccola era nata al quinto mese di gestazione ed è ben conservata sebbene non fosse stata imbalsamata, mentre la più grande, di sette od otto mesi, è in condizioni meno buone ed il corpicino era stato imbottito di lino attraverso le narici ed una piccola incisione addominale.
Più recenti analisi, svolte presso l’Università di Liverpool dal professor R.G. Harrison, hanno rivelato che la piccola era affetta da deformità di Sprengel, spina bifida e scoliosi.
Nelle immagini: a sinistra in alto la scatola con i piccoli sarcofagi al momento della scoperta; a sinistra in basso la maschera funeraria; a sinistra in altoi sarcofagi esterni; a destra al centro e in basso le mummie con i loro sarcofagi.
FONTI: liberamente tratto da un articolo di Jimmy Dunn, in rete; ampia bibliografia in calce all’articolo.
Questa seggiolina di uso quotidiano fu trovata nell’anticamera della tomba di Tutankhamon. Si ipotizza che il faraone la usasse da bambino alla corte di Amarna.
È realizzata in ebano massiccio con intarsi in avorio e con pannelli in oro sui braccioli, dove sono rappresentati degli orici feriti e piante del deserto. Le gambe, a forma di zampe anteriori e posteriori di leone, terminano con artigli in avorio.
Questa sedia è uno straordinario esempio di manifattura: lo schienale leggermente curvo è sostenuto da tre doghe verticali; il sedile è composto da cinque doghe scolpite, su cui probabilmente veniva posto un cuscino: il tutto in un insieme armonioso ed elegante – dove anche l’ergonomia trova il suo posto – che ci lascia stupiti ancor oggi.
L’ebano nell’antico Egitto era un legno estremamente raro e difficile da trovare, probabilmente proveniente da scambi commerciali con l’Africa occidentale.
La foto originale di Burton che mostra l’ottimo stato di conservazione e la descrizione di Carter
Altezza della seduta 32 cm.
Dimensioni totali; cm. 40,6×39,1×71,5.
Proveniente dalla KV 62, Valle dei Re e conservata al Museo del Cairo JE 62033
Fonti:
Web
The Immutability of the Core Construction of a Chair: The Building Techniques from Ancient Egypt to Contemporaneity By André Patrício Published : April 3rd 2019
SEGGIO PICCOLO IN LEGNO
A cura di Grazia Musso
Seggio piccolo in legno Altezza 73 cm. Carter 349
Questa seggiola da bambino fu usata dal faraone in giovane età.
Le gambe hanno la forma di zampe di leone, a simboleggiare i concetti di protezione e rinascita nell’aldilà.
La seduta ha doppia curvatura e lo schienale è inclinato, la sedia non ha braccioli.Fra le gambe ci sono dei pannelli lavorati a giorno che fungono da supporti e sono decorati con i fiori di loto e papiri, piante araldiche che simboleggiano l’Alto e il Basso Egitto.
I vegetali sono intrecciati al geroglifici che raffigurano. i polmoni e la trachea che significa “unire”.
Sull’alto schienale è raffigurato Horo in forma di falco, mentre dispiega le ali, a protezione del re seduto sulla sedia, fra gli artigli tiene i segni shen, simboli dell’eternità e al di sotto delle ali ci sono due ankh, simboli della vita, fra scettri was, emblemi di potere e autorità.
Al di sopra delle ali di Horo si trovano i cartigli del faraone, dunque Horo protegge sia i nomi del re sia il sovrano in persona.
Fonte : Tutkhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Einaudi.
8Luisa Bovitutti, Franco Nicoli e altri 6Commenti: 2
A cura di Ivo Prezioso; contributi di Grazia Musso
L‘esterno
Tra gli innumerevoli splendidi manufatti che costituiscono il tesoro di Tutankhamon, il sacrario dei vasi canopi è da annoverare senz’altro tra i più commoventi. Gli artisti vi hanno saputo infondere oltre, alla indiscutibile maestria tecnica, una tenerezza espressiva ed una partecipazione emotiva davvero straordinarie.
Lo scopo di questo capolavoro era quello di proteggere gli organi interni imbalsamati del re. E’ sistemato sotto un baldacchino aperto è poggia su una slitta. Tutti i componenti sono in legno e ricoperti di foglia d’oro. I sostegni angolari che sorreggono la parte superiore recano iscrizioni contenenti la completa titolatura del re. I pilastri sostengono una pesante cornice sormontata da uno scenografico fregio di “urei” con disco solare, intarsiati con vetro blu rosso e verde, dall’effetto visivo spettacolare. Tra i pilastri, ogni facciata, è vegliata da una delle dee incaricate di proteggere i contenitori dei visceri: Iside è identificata da un seggio posto sulla sua testa; Neftis da un cesto su un recinto; Selkit da uno scorpione e Neith da due archi. Queste rappresentazioni sono tra le più attraenti dell’arte figurativa egizia. Ciascuna dea è raffigurata con un corpo snello, leggermente allungato, secondo le proporzioni fissate dai canoni artistici dell’età Amarniana. Indossano un’aderente tunica finemente plissettata ed un copricapo, dal quale pende, raccolto all’altezza del collo, una ciocca di cappelli che corre lungo la schiena. La testa di ciascuna dea è rivolta verso sinistra in maniera molto affascinante, anche se del tutto insolita per l’iconografia egizia. Occhi e sopracciglia sono drammaticamente sottolineati in nero.
Il sacrario stesso è sormontato da una cornice che ripete il fregio composto da urei intarsiati. Ciascuna parete mostra scene di un dio o di una dea che stendono una mano verso le divinità che si identificano con i vari organi: Iside verso Amsety, Geb verso Duamutef, Ptah-Sokar verso Qebhsenuef e Neftis verso Hapy. Anche tra queste figure divine si osservano gli effetti dei canoni dello stile Amarniano: le loro teste sono infatti, di dimensioni piuttosto dilatate.
Rappresentazione delle parti costituenti il sacrario. La disposizione dei sacrari e dei sarcofagi, prevista per la protezione la mummia di Tutankhamon, è stata paragonata all’idea delle scatole cinesi o delle matrioske russe. Una simile composizione, anche se meno elaborata, fu realizzata anche per la protezione dei vasi contenenti gli organi interni del faraone. L’illustrazione mostra la sequenza degli elementi che costituiscono il sacrario dei canopi. Un padiglione aperto sormonta il sacrario stesso che è custodito dalle quattro dee disposte in una posa affascinante e commovente. All’interno del sacrario era disposta la cassa canopica composta da due pezzi di alabastro finemente lavorato e suddiviso in scomparti. Rimuovendo il coperchio diventavano visibili quattro teste reali. Costituivano la chiusura di quattro depressioni cilindriche modellate nella calcite della cassa. Ciascuna di queste depressioni conteneva un sarcofago in miniatura d’oro massiccio decorato con la tecnica cloisonné. Al loro interno, infine, erano conservati gli organi interni, imbalsamati, del re
Due vedute dell’esterno del sacrario e, a destra, particolare della dea Selket
LE FOTO DI STEVE HARVEY DELLE “ISTRUZIONI PER IL MONTAGGIO”
I segni sulla cornice del sacrario per il rimontaggio
“Retro” indicato sulla parte posteriore del sacrario
Istruzioni per il rimontaggio: “A” deve coincidere con “A”
“Fronte” indicato sulla parrucca di Iside
LA CASSA CANOPICA D’ALABASTRO
Cassa canopica – JE 60687 All’interno dello scrigno i vasi canopi erano racchiusi in un ulteriore contenitore, posato anch’esso su una slitta in legno dorato e ricoperto da un grande sudario. Agli angoli, lavorate ad alto rilievo, le quattro dee prottettrici. Le iscrizioni si riferiscono alle dee e ai “figli di Horus”, protettori delle viscere del sovrano
Veduta della cassa canopica aperte
Museo egizio del Cairo, calcite. Altezza totale cm. 85,5. Larghezza di ciascun lato alla base cm. 54
Smontata la struttura esterna del sacrario ci troviamo al cospetto della splendida cassa canopica.
Il più antico scrigno canopico noto fu realizzato per la regina Hetepheres, madre di Khufu (Cheope) che visse oltre un millennio prima di Tutankhamon. Anch’esso era di alabastro egizio (calcite) ed aveva una forma estremamente semplice. Qui ci troviamo di fronte ad un manufatto estremamente più elaborato e raffinato. Posto all’interno del sacrario era ricoperto da un telo di lino.
Durante la XVIII Dinastia la maggior parte di questi contenitori aveva dei compartimenti in cui trovavano posto i vasi che contenevano gli organi interni imbalsamati. Questo di Tutankhamon ha quattro depressioni cilindriche, ricavate direttamente dalla massa di calcite per accogliere quattro piccoli sarcofagi canopici, ciascuno dei quali sormontato da un coperchio a forma di testa regale, finemente scolpita con alcuni dettagli evidenziati da vernice nera, per gli occhi e le sopracciglia, e dal rosso per le labbra. Le figure sembrano essere dei veri e propri ritratti. Ma di chi? Ci sono buone ragioni per credere che non rappresentino Tutankhamon, ma, forse, il suo predecessore. La questione sarà meglio illustrata quando ci occuperemo dei sarcofagi contenenti gli organi interni.
La cassa canopica è mirabilmente scolpita, in forma di tabernacolo, a partire da un blocco di calcite finemente venata; presenta la consueta trabeazione tipica di questo disegno. Il massiccio coperchio inclinato (che costituisce la trabeazione) era saldamente fissato al recipiente mediante una corda legata ad anelli esterni d’oro, con un sigillo recante la figura dello sciacallo Anubi che sovrasta le nove razze umane in forma di prigionieri: in pratica si trattava del sigillo della necropoli reale. Poggia su una slitta di legno dorato. Lo zoccolo inferiore è decorato da incisioni dorate costituite dagli amuleti Djed e Tyet, correlati ad Osiride ed Iside. I fianchi sono in leggera pendenza e sugli spigoli sono scolpite in altorilievo, le figure delle quattro dee protettrici: Iside sull’angolo sud-occidentale, Nephtys su quello nord-occidentale, Neith su quello sud-orientale e infine Selkit su quello nord-orientale. Le iscrizioni incise sulla cassa sono riempite con pigmento blu che crea un netto e suggestivo contrasto con il colore giallo ceroso della calcite. I testi invocano la protezione delle quattro divinità.
Coperchio dei vasi canopi – JE 60687 L’interno della cassetta presentava quattro scomparti cilindrico, ognuno dei quali chiuso da un coperchio a forma di testa e attaccati Ra delle spalle.
Vista frontale. Le due colonne di geroglifici recitano la protezione di Neith (a sinistra) e di Selkit (a destra)
La parte posteriore. Le due colonne di geroglifico recitano la formula di protezione per il re: a sinistra da parte di Neith per l’Osiride Tutankhamon heqa Iunnu sheema e, a destra, da parte di Selkit per l’Osiride, il re Nebkheperura, giustificato
Veduta laterale. In primo piano vi sono le invocazioni di protezione di Iside ad Amsety (colonna a sinistra: “Parole, pronunciate da Iside: Le mie braccia racchiudono ciò che è in me. Io proteggi Amset (dio dei canopi) che è in me, l’Amset del re Osiride Tutankhamon, il giustificato”) e di Neith a Qebehsenuef (colonna a destra). In secondo piano, il coperchio inclinato che costituisce la trabeazione del sacrario.
I SARCOFAGI CANOPICI
Oro e intarsi colorati. Ciascuno altezza cm. 39, larghezza cm. 11, profondità cm. 12. Museo Egizio del Cairo
Sollevati i coperchi d’alabastro a testa umana della cassa canopica, si raggiunge il cuore e la parte più sacra del santuario, che serba un’ulteriore straordinaria sorpresa.
Cassetta dei vasi canopi aperta – JE 60687 Nella fotografia si possono osservare la partizione interna in quattro scomparti quadrangolare della cassetta e i bordi cilindrico sui quali poggiava o i coperchi. Dei sarcofagi in miniatura, posti all’interno dei canopi, sono visibili solo le teste.
Il termine vaso Canopico, in questo caso, deve ritenersi fondamentalmente errato o, comunque, estremamente limitativo.
E qui apro una piccola parentesi sul perché si utilizza questo termine. I primi studiosi videro in questi contenitori dalla testa umana la conferma della storia di Canopo, il timoniere di Menelao che, secondo i miti omerici, sarebbe morto per il morso di un serpente nel Delta del Nilo. Qui Menelao gli avrebbe fatto erigere un mausoleo ed attorno ad esso sarebbe sorta la città omonima.
Per Tutankhamon, non furono utilizzate giare per contenere i suoi organi. I vasi d’alabastro, con coperchio a forma di testa umana, che ho illustrato nel paragrafo precedente, contenevano ciascuno una splendida bara d’oro in miniatura, avvolta nel lino ed ornata da un complicato intarsio: al loro interno erano contenuti i sacri visceri, imbalsamati, del re.
Sarcofago degli organi interni Gli organi interni del re defunto erano conservati all’interno dei vasi canopi in quattro sarcofagi in miniatura. Identici nell’aspetto al sarcofago mediano del sovrano, presentano incrostazioni in vetro, ossidiana e corniola. Sulle pareti interne erano incise formule del Libro dei Morti
Ognuna di esse è un meraviglioso esempio delle straordinarie abilità degli antichi orafi egizi. Realizzate in oro massiccio, la maggior parte del corpo è ricoperto dal motivo decorativo piumato “rishi”, eseguito con tecnica “cloisonné”, con i castoni intarsiati con pezzi di vetro colorato tagliati singolarmente. Sono, praticamente la copia, in miniatura, del sarcofago mediano del faraone, ma ornate da un ancor più complicato disegno delle piume, che le ricopre interamente, ad eccezione dei volti in oro brunito. Ciascuna reca anteriormente, in basso, la formula relativa alla dea e al genio cui appartiene e le superfici interne appaiono splendidamente incise con testi rituali.
La parte superiore del corpo è avvolto dalle ali di due avvoltoi che rappresentano le dee tutelari Nekhbet (con testa di vulture) e Uadjyt (con testa di cobra). L’interno ha una figura della divinità appropriata in atteggiamento protettivo ed un lungo testo magico in favore del re.
Un attento esame dei reperti ha svelato che i cartigli posti all’interno dei sarcofagi, sono stati corretti! Le tracce di questi cambiamenti mostrano chiaramente che il nome era, in origine, Ankhkheperura, vale a dire il praenomen di quel misterioso personaggio noto come Neferneferuaton (Meritaton, la figlia di Akhenaton e Nefertiti che avrebbe potuto, per breve periodo, regnare da sola dopo la morte di Smenkhare?). In ogni caso, appare chiaro che sia le teste d’alabastro della cassa canopica che i sarcofagi in miniatura furono realizzati per il suo predecessore: o non sono mai stati utilizzati oppure sono stati riciclati per il giovane faraone. La fisionomia delle teste in calcite e quella delle piccole bare d’oro, così diversa da quella di Tutankhamon, cui sono riferibili il sarcofago interno e quello esterno, è un indizio molto forte di questo riutilizzo.
Sopra: il sarcofago canopico posto sotto la protezione di Neftis contenente i polmoni del re identificati con Hapy. Sotto: il sarcofago canopico posto sotto la protezione di Neith contenente lo stomaco del re identificato con Duamutef.
Fonti:
Tutankamun, T.G.H. James
Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Egitto, la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni. Konemann
Calcite, avorio, oro, pigmenti rossi, gialli, blu e verdi. Provenienza: tomba di Tutankhamon (KV62). Museo del Cairo: JE 62119.
A cura di Ivo Prezioso
Thierry Morant in Profumi e cosmetici nell’Antico Egitto, ricorda: “ L’Egiziano antico viveva in un mondo dove il sacro era essenziale; una convinzione per cui era indispensabile, al termine dell’esistenza terrena, prepararsi alla propria seconda vita in quello che, forse impropriamente, chiamiamo paradiso di Osiride. E per arrivarci, l’uso di cosmetici, fard, balsami, profumi, erano essenziali”.Così, oli e unguenti, usati abbondantemente durante la fase di mummificazione, finivano col divenire anch’essi parte integrante del corredo funerario. Nella tomba di Tutankhamon, Howard Carter, stimò che, prima del passaggio dei profanatori, nel solo piccolo ambiente denominato “Annesso”, dovevano esserci “non meno di 350 litri di oli, grassi e altre materie untuose immagazzinate lì per il re”. D’altronde Christiane Desroches Noblecourt, ci ricorda che i saccheggiatori, che penetrarono per due volte nella tomba si impadronirono innanzitutto dell’oro e degli unguenti.
Queste sostanze rare e costosissime, molto spesso importate, erano a loro volta, per riguardo al loro valore, conservate in contenitori realizzati con materiali delicati ed altrettanto preziosi, come la calcite (o alabastro egiziano). La loro forma il più delle volte originale e di grande gusto estetico, si ispirava in genere alla flora ed alla fauna. Quando si osservano le foto scattate da Harry Burton nell’annesso, ci si rende immediatamente conto del disordine che vi regnava e dovette sembrare un miracolo che oggetti così fragili e delicati potessero essere ancora intatti. In seguito, Carter preciserà che “tra i tanti oggetti straordinari, è necessario citare il seguente esempio: un vaso con le forme di un leone mitico, in piedi in un atteggiamento aggressivo, stranamente araldico come “un leone guardiano”; la zampa destra sollevata con gli artigli all’aria in una nobile rabbia, mentre la sinistra poggia su un simbolo che significa protezione. Montato sulla corona posta sulla testa si trova il collo del vaso che rappresenta un fiore di loto che prende esso stesso la forma di una corona. La decorazione di questo oggetto è incisa e riempita di pigmenti, la lingua e i denti sono in avorio”.
Questo oggetto alto 60 cm. e largo 19.8 cm, stante sul suo sgabello splendidamente realizzato, secondo Zahi Hawass “appare oggi più toccante che feroce”. In effetti, con la lingua fuori e la zampa anteriore destra alzata, come in segno di saluto, sembra sfidare, con ostentata ironia, chi lo guarda.
Christiane Desroches Noblecourt nel suo “Tutankamon e i suoi tempi” ce ne fornisce una descrizione molto dettagliata. Il colletto di pelo che incornicia la bocca, i dettagli delle orecchie, i due piccoli cuscinetti delle zampe anteriori, gli artigli dell’animale, il ciuffo terminale della coda, le piccole rosette di pelo sulle spalle, tutto ciò è evidenziato dal colore blu-nero, Il naso, una volta dipinto di nero, ha ancora tracce di rosso che indicavano le narici; gli occhi circondati di nero, sono interamente dorati, come a dare l’illusione della fosforescenza. La bocca aperta mostra otto zanne d’avorio bianche, così come le mucose laterali e la lingua pendente, dipinte di rosso. Sul petto, un piccolo dipinto sormontato dal segno del cielo, reca i cartigli del re e della regina, introdotti dai loro titoli abituali. Le orecchie dell’animale, forate, probabilmente, dovevano essere adornate da cerchi d’oro, come si vede spesso sulle statuette di gatti sacri. Gli artigli (cinque per ciascuna zampa) dovevano essere inseriti (forse in avorio): nelle cavità null’altro resta se non una materia rossastra”……”Il copricapo costituisce il recipiente per i preziosi unguenti che il felino doveva proteggere, tenendo a distanza coloro che avrebbero voluto impadronirsene. La sua composizione figurativa permette l’identificazione della divinità: l’acconciatura floreale, la natura stessa del leone e soprattutto i suoi occhi d’oro, penetranti, che sono qui riprodotti in maniera eccezionale, permettono di associare questa rappresentazione al dio Nefertum (figlio di Ptah e di Sekhmet) nel ruolo di formidabile protettore contro le forze del male. Eretto sulle zampe, può attaccare i nemici e divorare loro la testa. Il dio-fiore originale, sotto la cui forma è normalmente e più spesso riconosciuto Nefertum, è anche il dio dei profumi protettivi (Il Gradevole al naso degli Dei, colmo di fragranze), in quanto questi unguenti, oltre a purificare, costituivano il più potente rimedio contro le influenze nefaste”.
Iorwerth E.S. Edward, nel suo “Tutankhamon: la sua tomba e I suoi tesori”, vede piuttosto una rappresentazione del dio Bes: “I vasi di unguento incarnavano spesso immagini di Bes, una divinità domestica associata ai piaceri e generalmente rappresentata come un nano dalle gambe fasciate, con orecchie, criniera e coda da leone. Questo vaso è stato probabilmente scolpito in forma di leone con corona floreale a causa del collegamento tra gli animali e Bes”.Per Abeer El-Shahawy (del Museo Egizio del Cairo), invece: “Il leone, talvolta, rappresenta il dio Ra stesso, come nel capitolo 62 del Libro dei Morti (per gli egizi “Formule per poter uscire nel giorno”) che recita: “Io sono colui che è il cielo, io sono il leone di Ra””.
Le foto in bianco e nero sono tratte da: “Tutankahamun: Anatomy of an Excavation, The Howard Carter Archives Photographs by Harry Burton, The Griffith Institute”.
Quando sul pavimento dell’anticamera fu scorta questa meraviglia, un oggetto in alabastro traslucido che, alla luce delle torce, rimandava bellissimi riflessi, Carter ne restò particolarmente affascinato. Si trovava lì, sicuramente abbandonata dai profanatori, probabilmente colti sul fatto. Si tratta di un calice a forma di fior di loto in piena fioritura con i petali arrotondati magnificamente scolpiti in bassorilievo. E’ ricavata da un unico blocco di calcite ed è sostenuta da un piede a forma di tromba rovesciata dal quale si dipartono due elaborate composizioni che vanno a costituirne i manici. Tre steli per ciascun lato, prendono la forma di fiori di loto blu (uno aperto e due boccioli) in cima ai quali, inginocchiata su un cesto “neb”(= signore), si staglia la figura di Heh, il dio simboleggiante l’eternità. Tiene in ciascuna mano un ramo di palma le cui tacche per il computo rappresentano il geroglifico “rnpt” (=anno). Esso poggia su un girino (equivalente di centomila) a sua volta disteso su un simbolo “shn”(= infinito). Tra le mani del dio sono presenti due “ankh”(= vita). L’intera rappresentazione è, quindi, l’augurio di regno eterno per il faraone. Il fiore di loto a calice aperto che forma la coppa è quello della varietà bianca che sembra essere stato utilizzato nell’antico Egitto espressamente come modello per la realizzazione di eleganti oggetti per servire da bere. Nella collezione dell’ Eton College è conservato il frammento di una placca che mostra Tutankhamon sorseggiare da un calice simile. La coppa è inoltre decorata da una serie di raffinate iscrizioni incise e riempite con pigmento blu. Al centro, un rettangolo riporta all’interno il nome e il prenome del faraone affiancati da un’iscrizione che lo definisce “Amato da Amon, Signore dei troni delle Due Terre e del Cielo”. Il bordo ospita, invece, due iscrizioni distribuite sulla stessa linea.
Traslitterazione e traduzione delle iscrizioni sulla coppa in alabastro. (A cura di Paolo Belloni)
La lettura inizia dal centro, precisamente dal segno “ankh” in un gioco di simmetria così tipico dei canoni estetici egizi. Una metà del testo ci restituisce la titolatura del re, l’altra metà recita “Che abbia vita il tuo Ka, possa tu trascorrere milioni di anni, oh tu che ami Waset (Tebe), seduto col tuo viso verso il vento del nord, i tuoi occhi vedendo la felicità”. Per questa frase l’oggetto fu soprannominato “Tazza dei desideri”.
Carter doveva essere particolarmente legato a questo reperto. Dispose infatti che sulla sua lapide nel cimitero di Putney Vale a Londra fosse scolpita proprio questa frase. Parole che nonostante i 3300 anni trascorsi conservano intatte la loro eterna bellezza.
Il tema principale di questo vaso è costituito dalla rappresentazione, estremamente elaborata, del motivo “sma tawy” (unione delle Due Terre).
L’utilizzo frequente di questa composizione decorativa su numerosi grandi vasi può essere sia legato alla bellezza del soggetto e alla possibilità di variazioni che offre, sia al suo significato simbolico politico. In questo caso, si aggiunge anche un riferimento religioso che lo associa al culto di Hathor, una divinità dai molteplici aspetti.
La sua testa appare, infatti, sul collo del vaso in forma di maschera funeraria adorna di un ampio collare. La base, realizzata separatamente include due gruppi di amuleti rappresentati da due “ankh” centrali che stringono, ciascuno, due scettri “was” (Vita e Potenza).
La molteplicità di riferimenti religiosi e simbolici che ritroviamo nella decorazione di oggetti elaborati come questi vasi per profumi, lascia supporre che i loro progettisti e realizzatori non siano stati soggetti ad una stretta supervisione, ma che sia stato loro lasciata ampia libertà espressiva.
Questo splendido contenitore di cosmetici preziosi si differenzia dagli altri per il complicato nodo che unisce i vari steli delle piante intorno al” collo” ; la base in cui si suggerisce l’ambiente dove crescono le due vegetazioni .