Nuovo Regno, Testi, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MASCHERA FUNEBRE DI TUTANKHAMON

Uno degli oggetti più famosi al mondo dell cultura egizia.

Di Giuseppe Esposito

Condizioni

La maschera, alta 54 cm, larga 39,3 cm e profonda 49, è costituita da due strati d’oro di differente caratura[1], dello spessore variante da 1,5 a 3 mm, per un peso complessivo di 10,23 kg.

Le peripezie cui è stata sottoposta, a seguito della scoperta nel 1922, ma anche in fase di apposizione al corpo del faraone, hanno lasciato alcuni danni[2] con perdita di parti degli intarsi in pasta vitrea sul davanti e, specie nella treccia, sul retro del copricapo “nemes”.

Gran parte di questi danni furono causati dallo stesso Carter quando, con i modi più inusuali[3] cercò di estrarre il corpo del re dal suo “letto” a cui era ormai saldato a causa dell’antica gran quantità di resine utilizzate.

Altro danno, stavolta risalente di certo alle cerimonie d’inumazione, è quello riscontrabile sul petto là dove, verosimilmente, furono, estemporaneamente e speditivamente, praticati due fori per fissare in loco gli scettri che si incrociavano sul torace[4]. È verosimile che tale operazione si sia resa necessaria durante la cerimonia di “apertura degli occhi e della bocca” quando, come peraltro visibile anche nei dipinti murari della stessa KV62, i sarcofagi si trovavano in piedi. È quindi probabile che in tale posizione pastorale e flagello non restassero in loco o rischiassero di cadere al suolo. Si rese perciò necessario fissarli in qualche modo.

Una vistosa ammaccatura, forse un urto violento o addirittura una caduta, con perdita di materiale, viene inoltre citata negli appunti di Carter che recuperò alcuni frammenti d’oro dal suolo[5].

Benché la maschera non sembri possa essere stata preparata o adoperata per precedenti sepolture, tuttavia Carter[6] rilevò che, a suo avviso, era stata tuttavia preparata per qualcun altro. A suffragio di tale ipotesi, l’archeologo fece notare la presenza, alle orecchie della maschera e del sarcofago in oro più interno[7], di fori per orecchini che, in entrambi i casi, erano stati, però, mascherati con dischi d’oro[8]. Sono note, infatti, solo pochissime rappresentazioni di sovrani (due in realtà[9]) che, in età adulta, indossano orecchini; ciò fa’ supporre che se gli orecchini fossero “accettati” in età prepuberale, non lo fossero altrettanto in età adulta[10]. Ciò potrebbe indicare che la maschera fosse stata predisposta per altri (come ventilato da Carter) o, ad esempio, quando Tutankhamon era ancora considerato “bambino” e non nell’imminenza della morte.

Altra ipotesi possibile, come si vedrà nel paragrafo successivo, potrebbe vedere il viso, di fatto, staccato dal “nemes” e dalle orecchie, così convalidando la possibilità che, mentre copricapo e orecchie appartenessero ad una struttura “standard” già predisposta, il viso rappresentasse effettivamente le fattezze del faraone fanciullo.

STRUTTURA DELLA MASCHERA

Esami radiografici cui la maschera è stata sottoposta nel 2001 e, più recentemente, nel 2009[11], hanno consentito di individuare una serie di rivetti alla base della gola e una visibile linea di saldatura lungo i bordi del viso e del collo, nonché nella fascia frontale[12]. Esami approfonditi hanno infine consentito di appurare che la maschera è costituita da ben otto parti distinte, tutte collegate tra loro mediante rivettature, martellamento, saldature o semplicemente a pressione (come nel caso della barba):

  1. pannello frontale;
  2. pannello posteriore;
  3. cobra e avvoltoio sulla fronte;
  4. viso;
  5. orecchio destro;
  6. orecchio sinistro;
  7. barba;
  8. collare.

A causa di un maldestro incidente nel 2014 (cadde mentre veniva sostituita l’illuminazione della teca rompendo la barba) è stata sottoposta ad un primo restauro altrettanto maldestro e ad un secondo per riallineare la barba stessa ed eliminare i residui di colla.

Attualmente al Museo del Cairo; ne esistono diverse copie utilizzate per le esibizioni itineranti


[1]     Viso e collo sono ricavati da una lamina di 18,4 carati, mentre il resto della maschera da lamine di 22,5 (Nicholas Reeves. “Tutankhamun’s Mask Reconsidered”. In Bulletin of the Egyptological Seminar. [BES] 2015 19. P. 513).

[2]     [Bulletin of the Egyptological Seminar (New York)] BES (2015), p. 514.

[3]     Sarcofago più interno e maschera furono trovati solidali con il corpo del re a causa della gran quantità di resine che era stata versata al loro interno. Nel tentativo di staccare il corpo dal suo sarcofago, Carter dapprima tentò esponendolo al calore del sole egiziano e sperando che questo sciogliesse le resine, passò poi a fortissime lampade e al tentativo utilizzando lame arroventate giungendo, infine, a porre l’intero sarcofago e il suo contenuto sul fuoco quasi al limite della temperatura di fusione dell’oro. Questi “trattamenti” causarono, come prevedibile, danni non solo al sarcofago e alla maschera, ma anche allo stesso corpo del re che, al termine, risultò frazionato in più parti. Nel 1925, quando il Dottor Douglas Erith Derry si apprestò ad eseguirne l’autopsia, dovette operare con il corpo ancora nel sarcofago per l’impossibilità di estrarlo. 

[4]     Dagli appunti di Carter, carta n.ro 256(b) 4 (presso “The Griffith Institute” presso l’Università di Oxford)

[5]     BES (2015), p. 515.

[6]     Dagli appunti di Carter, carta n.ro 255.

[7]      BES (2015), p. 518.

[8]     Tale particolare non è chiaramente visibile dalle foto di Burton dell’epoca del ritrovamento, ma viene espressamente citato da Carter -carta n.ro 256a (1) dei suoi appunti- come “camuffamento”. SI legge, infatti: “…Gold mask or similitude of the King; The face with pierced ears (afterwards covered over with gold foil)…”

[9]     Si tratta di un frammento in calcare che rappresenta Amenhotep I, proveniente dal tempio di Meniset a Tebe e di un rilievo di Ramses II, oggi al Louvre cat. N522.

[10] Jean Thibault (1968), La masque d’or de Toutankhamon radiographié, Photo-ciné-revue (May 1968), pp. 216-217.

[11]     BES (2015), p. 516

[12]     Emily Teeter (1979), in The Treasures of Tutankhamun: A Supplementary Guide, n.ro 25, pp. 19-20 riporta che la “maschera è costruita in più parti. Il viso è stato lavorato a parte e unito al preesistente nemes con piccoli rivetti d’oro difficilmente individuabili anche dall’interno…”. Vedi anche Reeves (2015) citato.

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IL TESTO DELLA MASCHERA FUNEBRE DI TUTANKHAMON

A cura di Nico Pollone

Testo completo di lettura della maschera funeraria di Tutankhamon
(retro)

Salute a te, bello è il tuo viso che irradia la luce
posseduta da Ptah-Sokar, esaltato da Anubi, e fa che siano date a
Thot , lodi (= glorificare).

Bello è il volto che è presso (lett. in) gli dei.

Il tuo occhio destro è nella
barca del dio sole della sera, il tuo occhio sinistro è nella barca del dio sole del mattino, le
tue sopracciglia nell’enneade degli dei.

La tua fronte è in Anubi, la tua nuca è in Horo, la tua chioma è in Ptah-Sokaret e sei (lett. in/nel) davanti a Osiri,

Egli ti vede (lett. il vedere suo te), e ti guida verso le strade belle, a colpire per lui
la confederazione di Seth, (così che) sconfigga egli i tuoi nemici presso
L’enneade degli dei del grande palazzo che è in Heliopolis.

Lui ha preso possesso della corona, ed è (sotto la maestà) di Horus signore dell’umanità.
L’osiri sovrano [Neb-Kheperu-ra] giusto di voce, dia vita come Ra.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO DI ALABASTRO PER UNGUENTI CON COPERCHIO A FORMA DI LEONE ACCOVACCIATO

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo

Questo vaso è stato trovato davanti alle porte del secondo sacrario nella camera. Il suo contenuto era intatto: una massa grassa di circa 450 grammi. Questo materiale analizzato all’epoca, risultò essere un cosmetico costituito per circa il 90% da un grasso animale neutro, e per il restante 10% da resina o balsamo. Sicuramente un’indagine con metodi moderni produrrebbe dei risultati molto più precisi.

L’oggetto, scolpito in calcite traslucida, si presenta veramente regale nel suo aspetto complessivo. Di forma cilindrica, il vaso presenta un coperchio girevole sorretto su due lati da colonnine in miniatura con capitelli lotiformi sormontate da teste di Bes, la cui lingua, di avorio dipinto in rosa, è simile a quella del leone (che rappresenta il potere e la forza del re) accovacciato sul coperchio.

Il felino, reca un cartiglio con il nome di intronizzazione Nebkheperura, e ha occhi dorati. Dorature sono presenti anche alla base dei capitelli delle colonnine laterali.

Il coperchio è imperniato su un piolo d’avorio ed fermato da due pomelli dello stesso materiale. La figura sdraiata posa maestosamente sui tradizionali nemici dell’Egitto, Asiatici e Nubiani. Scolpite rispettivamente in pietre rosse e nere, le teste delle figure sono attaccate alle traverse sotto il contenitore a sottolineare il dominio del faraone.

Il vaso presenta due fasce decorative; quella superiore è costituita da un ornamento floreale stilizzato, mentre quella inferiore presenta delle forme geometriche, un motivo architettonico. Tra di loro sono incise e dipinte scene di animali che attaccano la loro preda. Lo sfondo è colorato di una tonalità scura in modo che le piante e gli animali risaltino.

Un leone che attacca un toro predomina su entrambi i lati e segugi che attaccano uno stambecco sono rappresentati nella scena secondaria.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

SCODELLA CON UOVA E PULCINO D’ANATRA

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo. Inventario JE 62072 (Carter 435)

Un pezzo curioso e affascinante come questo ha bisogno forse di una piccola spiegazione: è stato trovato nell’annesso della tomba di Tutankhamon, probabilmente assieme ai vasi di profumo che vi si trovavano o nell’anticamera, assieme a frammenti del piatto. E’ costituito da una scodella, poggiata su una base circolare, che rappresenta un nido. Sia il nido che la base sono realizzati in calcite (alabastro), così come le quattro uova. Il pulcino è di legno, dipinto in un colore marrone chiaro con dettagli in nero tra cui le piume. La sua lingua è realizzata in avorio tinto di rosa. Il piccolo nato è appena emerso dal suo uovo e si estende, provando a sbattere le sue piccole ali. C’è forse un riferimento ai sentimenti di Amarna sulla natura, espressi nel grande inno ad Aton? (“Quando il pulcino nell’uovo parla contro il guscio, tu gli dai dentro dell’aria per farlo vivere. Quando l’hai completato dentro l’uovo perché possa spezzarlo, esce dall’uovo per parlare e completarsi e cammina sui suoi piedi”)

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

STATUA DI KHONSU CON I TRATTI DI TUTANKHAMON

Di Luisa Bovitutti

Questa magnifica statua in granito, oggi conservata al museo del Cairo, è alta 2,52 m e rappresenta il dio Khonsu con le fattezze di Tutankhamon, anche se inizialmente gli studiosi ritennero trattarsi di Horemheb. Essa venne alla luce in pezzi alla fine del XIX secolo sotto la pavimentazione del tempio che Ramses III dedicò alla triade tebana formata da Amon, Mut e Khonsu nell’area del recinto di Amon a Karnak, e probabilmente arredava un santuario preesistente costruito o abbellito da Tutankhamon.

Il dio è in piedi, ha forma vagamente mummiforme e tratti infantili; dal copricapo decorato con un ureo fuoriesce la treccia laterale. Egli porta la barba posticcia, un ampio collare ousehk ed una collana spessa dotata di contrappeso, rigata nella parte centrale e costituita nel resto da una fila di perle rotonde. Le braccia sono incrociate sotto il petto e le mani sovrapposte stringono oltre al flagello ed allo scettro uncinato un lungo scettro formato dai segni ouas, ankh e djed.

La base, arrotondata nella parte anteriore, e il pilastro dorsale non recano alcuna iscrizione

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

SELKET

A cura di Grazia Musso.

LA DEA SCORPIONE.

La cassa dei canopi era contenuta in uno splendido sacrario di legno rivestito d’oro. Quattro dee tutelari, connesse con i figli di Horus, protettori dei vasi canopici erano poste a guardia del sacrario. Figli di Horus, interiora del defunto, dee e punti cardinali erano interconnessi.

Nella foto vediamo Selket che era connessa con l’ovest e con Qebehsenuf, protettore degli intestini.

Dalla Valle dei Re, Tomba KV 62, di Tutankhamon, XVIII Dinastia.

Legno stuccato e foglia d’oro, sacrario: altezza 198 cm.Il Cairo, Museo Egizio.

Fonte : Antico Egitto di Maurizio Damiano.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO PER OLIO CON PIEDISTALLO E CASSA IN CALCITE

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo. Vaso: altezza 58,5 cm. Cassa: Lunghezza 33 cm, larghezza 17 cm, altezza 24 cm

Vaso per olio profumato

Carter scrisse che quando questo vaso fu ispezionato conteneva ancora dei residui del contenuto originario. Sotto la crosta dura, l’olio si era mantenuto viscoso fino ai nostri giorni. Questo oggetto differisce notevolmente dagli altri vasi per oli e profumi rinvenuti nell’Annesso. Ha forma a bulbo, con bordo svasato e un coperchio a cupola. Poggia su una base in calcite separata. Sia il coperchio sia il corpo sono riccamente decorati con disegni e testi intarsiati con paste e vetri colorati. Sul coperchio vi è un uccello con le ali spiegate, circondato da un fregio di intarsi a scacchi e motivi floreali. Sotto il bordo sono incisi fiori di papiro alternati ad intarsi verdi. Decorazioni a scacchi e floreali impreziosiscono anche la parte superiore del vaso e più sotto si trovano quattro linee finemente iscritte di geroglifici colorati, recanti i nomi di Tutankhamon ed Ankhesenamon cui viene offerto potere, benessere e vita dalla dea cobra Wadjyt

Cassa in alabastro

Questo cofanetto di pietra fa pensare che doveva avere uno scopo speciale. È stato suggerito che potrebbe essere stato usato per contenere un contratto magico tra Tutankhamon e sua moglie, stipulato al momento dell’incoronazione. Conteneva, tra gli altri oggetti piuttosto banali, palline di fango con capelli e frammenti di papiro in un miscuglio dall’apparente valenza magica. Non c’è certezza al riguardo. Il testo inciso sul bordo non fornisce alcun chiarimento in merito. Contiene, infatti i cartigli di Tutankhamon e sua moglie Ankhesenamon e la protocollare formula “dotato di vita in eterno e per sempre” (per il re) e “possa vivere ed essere prolifica” (per la regina). La cassa è realizzata con due pezzi di alabastro tagliati con estrema precisione. I due pomelli sono di ossidiana (vetro basaltico nero naturale). Bouquets di fiori decorano il coperchio e bande di motivi a scacchi e petali di fiori adornano i lati e le estremità della cassa.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA BARCA

Di Ivo Prezioso

Museo del Cairo, altezza 37cm. Larghezza 58,3 cm.

Qualunque sia il suo scopo, quest’oggetto è uno dei prodotti più notevoli degli antichi artigiani.

Un piedistallo inserito in una vasca rettangolare sorregge una barca con teste di stambecco a prua e a poppa.

Al centro del battello si trova ciò che sembra essere un sarcofago aperto posto sotto un chiosco supportato da quattro colonne con capitello doppio a forma di papiro e di loto.

A prua è inginocchiata una figura femminile nuda che stringe un fiore di loto; a poppa una nana nuda è alla guida dell’imbarcazione.

Sia il battello che la vasca sono riccamente decorati con motivi floreali e geometrici, intarsiati con vernici colorate ed impreziositi con oro utilizzato in modo non eccessivo, ma straordinariamente elegante.

Il pannello delle iscrizioni sulla facciata minore della vasca non ci fornisce indizi sullo scopo del pezzo: contiene i cartigli con i nomi di Tutankhamon e della moglie Ankhesenamon affiancati da ureos su papiro (a destra) e su fiori di loto (a sinistra) che simboleggiano rispettivamente le dee Wadjyt (per il Basso Egitto) e Neith (stranamente, per l’Alto Egitto).

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA LAMPADA

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo, altezza 51,4 cm. Larghezza 28,8 cm.

Durante il Nuovo Regno la maggior parte delle lampade di uso domestico erano dei semplici piattini di ceramica in cui dell’olio, probabilmente di sesamo o di ricino, veniva bruciato per mezzo di uno stoppino di lino. Quelle presenti nelle case più lussuose erano, di sicuro, molto più elaborate. Ce ne offre uno splendido esempio quella che mi appresto ad illustrare, veramente unica nella sua imponenza e bellezza decorativa. Il corpo centrale, costituito dalla lampada stessa, ha la forma del calice di un fior di loto. E affiancata su entrambi i lati da una composizione perfettamente simmetrica, che incorpora due rappresentazioni del dio Heh (divinità che rappresenta l’eternità e l’infinito), che supportano i cartigli del faraone: a sinistra con il nome proprio (Tutankhamon heqa Iunu sheema) e a destra col nome di intronizzazione (Nebkheperura), posti sul segno dell’oro, nbw, e accompagnati dal simbolo della vita ankh.

Le figure del dio Heh, inginocchiate su un cesto (il simbolo che si legge neb e significa “signore” e “ogni”), sono sorrette da ciuffi di papiri. Tutte e due le scene sono contornate esternamente da rami di palma dentellati, che simboleggiano la lunga vita offerta da Heh al re. Il ramo di palma ha infatti il significato di anno e ogni tacca incisa ne rappresenta uno. L’insieme è cementato su una base anch’essa in calcite avente la forma di un basso tavolo con lavorazione a graticcio.

La promessa di un lungo regno è il tema simbolico di questo oggetto. E’ ancor di più sottolineato dalla scena che appare in tutta la sua bellezza quando la lampada è accesa. Questa è dipinta all’interno di un secondo inserto di alabastro che aderisce al calice esterno, in maniera così stretta che la sua precisione non può che sbalordire.

Quegli antichi artigiani avevano una maestria superlativa! La scena che risplende attraverso la trasparenza dell’alabastro, ci presenta il re con la corona blu seduto su un trono; di fronte gli sta sua moglie Ankhesenamon che regge due rami di palma intaccati: in pratica si sta presentando a lui con l’augurio di un lunghissimo regno.

Sul lato opposto della lampada può essere visto sempre in trasparenza il nome del re che è “il dio buono signore delle Due Terre, Signore delle apparizioni e figlio di Ra il suo amato Signore dei Diademi” Eccola nelle due versioni: diurna e notturna.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

IL CONTENITORE PER PROFUMI

A cura di Ivo Prezioso

Museo del Cairo: contenitore per profumo, calcite (alabastro egiziano). Altezza cm. 70, larghezza cm. 36,8. Inv. JE 62114

Fin dal periodo predinastico, gli egizi utilizzarono, per la maggior parte della produzione del loro vasellame in pietra, un materiale comunemente identificato come alabastro, ma che sarebbe più corretto chiamare calcite. Si tratta di una forma cristallina del carbonato di calcio di colore dal bianco al giallo, translucida e spesso caratterizzato da strisce o zone di diverso colore molto affascinanti. Fino al Nuovo Regno, la maggior parte dell’ “alabastro egiziano” veniva estratto presso Hatnub, ad una ventina di chilometri da Tell El-Amarna. La pietra è relativamente facile da lavorare e si può osservare come il vasellame ed altri oggetti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon, fossero trattati con grande perizia e virtuosismo.

E’ mia intenzione, se lo trovate di vostro gradimento, proporvi una carrellata dei più affascinanti tra questi oggetti, conservati al Museo del Cairo e caratterizzati da forme di raffinata eleganza, fantastiche e stravaganti e da un simbolismo estremamente spinto e manifesto.

Per anni, vasi elaborati come questo sono stati osteggiati da intenditori, legati ad assurdi principi morali, perché ritenuti oltraggiosamente volgari. Un modo di vedere che probabilmente avrebbe prima stupito e poi fatto sorridere gli antichi egizi. Verrebbe da chiedersi, piuttosto, per quale motivo si sia compiuto uno sforzo creativo così impegnativo per realizzare, in fin dei conti, un “semplice” contenitore per olio profumato. Chi troverebbe comodo versare qualche goccia del prezioso liquido da un oggetto così ingombrante ed elaborato? Il simbolismo ha, in questo caso, una netta precedenza sulla funzionalità dell’oggetto.

Il tema della scena è rappresentato dall’unione delle Due Terre, enunciato da un’impressionante ricchezza di dettagli emblematici. Procediamo con ordine. Il corpo centrale dell’oggetto, è il segno Sma-Tawy, (l’unione delle Due Terre), composto da un simbolo che rappresenta cuore e trachea (richiamo al geroglifico trilittero nfr, bello, buono, perfetto) dal quale si dipartono le piante araldiche: il papiro per il Basso Egitto, il loto per l’Alto.

A sinistra vi è una paffuta divinità del Nilo (chiaro riferimento all’opulenza apportata dalle piene del fiume) sulla cui testa è posato un ciuffo di papiri, mentre con le mani afferra gli steli della stessa pianta. Il tutto simboleggia il Basso Egitto e il riferimento è ancor più enfatizzato dall’ureo che indossa la corona rossa del Delta, appollaiato su uno scettro posto dietro questa pianta.

Analogamente, in perfetta simmetria, tanto cara ai canoni artistici egizi, un’altra divinità nilotica esprime l’identico simbolismo, ma questa volta riferito all’Alto Egitto: ciuffo di fior di loto sulla testa, mani che afferrano gli steli con il fiore della pianta, ureo sullo scettro che indossa, questa volta, la corona bianca della Valle.

A sorvegliare il tutto è la figura di un avvoltoio, con le ali protettive spiegate, situato sul bordo superiore dell’oggetto. Indossa la corona Atef e regge tra gli artigli due simboli shn auguranti eternità e potere. Dovrebbe rappresentare la dea Nekhbet. Il testo sul collo del vaso, recita pressappoco:

Sul corpo del contenitore si leggono, invece, le dediche a Tut, indicato nei primi due cartigli a partire da sinistra, con nome di intronizzazione e nome proprio (Nebkheperura e Tutankhamon heqa Iunu sheema) e a sua moglie (terzo cartiglio), la Grande Sposa Reale Ankhesenamon.

La base presenta il cartiglio col nome Nebkheperura sostenuto da due immagini di Horus. Tutte e tre le figure poggiano sul simbolo dell’oro. Questo straordinario ed elaboratissimo oggetto è composto da quattro pezzi di calcite cementati insieme. Gli elementi principali sono impreziositi da dorature e intarsi di paste vitree colorate o faience.

Un dettaglio di grande finezza è la doratura dei corpi dei due urei, che avvolgono le loro spire attorno agli scettri da cui emergono. Questo vaso si trovava di fronte alle porte del secondo sacrario nella Camera Funeraria.

le iscrizioni sono sufficientemente visibili, possiamo tentarne la traduzione insieme.

Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.

Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

CATALOGO

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DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE

472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI

Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto

Volume 1: Dal Predinastico alla XVII dinastia

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