La gravidanza e il parto, allora come oggi, erano un momento molto delicato nella vita delle donne. Proprio per questi, oltre a prestare cure particolari si cercava di assicurare una protezione speciale, aggiuntiva, alle future madri dotandole di amuleti specifici per l’occasione raffiguranti il dio Bes, che allontanava gli spiriti maligni, oppure una gatta con i suoi cuccioli, immagine stessa della maternità, e infine la dea Toeris. Porre un pezzo di vestito della donna incinta all’interno di una statua cava della dea, ad esempio, avrebbe evitato un parto difficile, eventualità da scongiurare il più possibile, visto l’alto tasso di mortalità. Sul papiro medico di Berlino è descritto un test di gravidanza e il metodo per sapere il sesso del nascituro :”. Metodo per riconoscere se una donna è incinta o no: mettere orzo e grano in due sacchi di tela che la donna bagnerà con la propria urina ogni giorno, mettere allo stesso modo due sacchi con sabbia e datteri. Se germoglierà per primo l’orzo sarà maschio, se germoglierà per primo il grano sarà femmina; se non germoglieranno non partorirà”. Il parto seguiva un rituale stabilito: la donna sedeva su una sedia da travaglio, detta meskhen, ad aiutarla vi erano le levatrici, dato che gli uomini erano esclusi, che impersonavano le dee Nefti, Heket e Iside.Durante il travaglio, la gestante pregava il dio vasaio Khnum, che presiedeva al parto. La placenta veniva conservata, perché ritenuta capace di curare le malattie del neonato, per favorirne l’espulsione, la donna si sedeva sopra un tampone imbevuto di segatura di abete e feccia. Alla partoriente e al bambino venivano donati amuleti, spesso statuette votive che avevano le sembianze delle dee protettrice del parto.
Fonte: sito Museo Archeologico Nazionale di Firenze. ‘Magia e Iniziazione nell’ Egitto dei faraoni, Rene’ Lachaud.
Un pezzo curioso e affascinante come questo ha bisogno forse di una piccola spiegazione: è stato trovato nell’annesso della tomba di Tutankhamon, probabilmente assieme ai vasi di profumo che vi si trovavano o nell’anticamera, assieme a frammenti del piatto. E’ costituito da una scodella, poggiata su una base circolare, che rappresenta un nido. Sia il nido che la base sono realizzati in calcite (alabastro), così come le quattro uova. Il pulcino è di legno, dipinto in un colore marrone chiaro con dettagli in nero tra cui le piume. La sua lingua è realizzata in avorio tinto di rosa. Il piccolo nato è appena emerso dal suo uovo e si estende, provando a sbattere le sue piccole ali. C’è forse un riferimento ai sentimenti di Amarna sulla natura, espressi nel grande inno ad Aton? (“Quando il pulcino nell’uovo parla contro il guscio, tu gli dai dentro dell’aria per farlo vivere. Quando l’hai completato dentro l’uovo perché possa spezzarlo, esce dall’uovo per parlare e completarsi e cammina sui suoi piedi”)
Questa magnifica statua in granito, oggi conservata al museo del Cairo, è alta 2,52 m e rappresenta il dio Khonsu con le fattezze di Tutankhamon, anche se inizialmente gli studiosi ritennero trattarsi di Horemheb. Essa venne alla luce in pezzi alla fine del XIX secolo sotto la pavimentazione del tempio che Ramses III dedicò alla triade tebana formata da Amon, Mut e Khonsu nell’area del recinto di Amon a Karnak, e probabilmente arredava un santuario preesistente costruito o abbellito da Tutankhamon.
Il dio è in piedi, ha forma vagamente mummiforme e tratti infantili; dal copricapo decorato con un ureo fuoriesce la treccia laterale. Egli porta la barba posticcia, un ampio collare ousehk ed una collana spessa dotata di contrappeso, rigata nella parte centrale e costituita nel resto da una fila di perle rotonde. Le braccia sono incrociate sotto il petto e le mani sovrapposte stringono oltre al flagello ed allo scettro uncinato un lungo scettro formato dai segni ouas, ankh e djed.
La base, arrotondata nella parte anteriore, e il pilastro dorsale non recano alcuna iscrizione
Il Nome di Horo: È la forma più antica del nome di un faraone, speso racchiusa nel serekh, una sorta di “scudo araldico” che rappresenta la facciata di un palazzo: Useret kau: Potente di Ka
Il Nome Nebty: le Due Signore, ovvero le due divinità araldiche Nekhbet e Wadjet, che rappresentano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto: Wadjet renput: Fiorente di anni
Il Nome Horo d’Oro: l’oro era fortemente associato all’eternità ma il significato di questo titolo è controverso: Netjeret kau: di Apparenza Divina
Il Nome del Trono (o prenomen): pronunciato al momento dell’incoronazione e scritto all’interno di un cartiglio: Ma’at ka Ra: La Verità è il ka di Ra
Il Nome di Nascita (o nomen): il nome attribuito alla nascita, anch’esso riportato in un cartiglio: Henemet Amon Hatshepsut: Colei che Amon abbraccia, la prima fra le Nobili Dame
Difficile pensare che “la prima fra le Nobili Dame” sia un nome adeguato per un re, teologicamente identificato come principio maschile. Tuttavia il fatto stesso che Hatshepsut non cambiò mai il suo può fornire una prova evidente della forte resistenza alla modifica del nome di nascita. Una resistenza che non fu mai spezzata prima di Akhenaton (nato Amenhotep) . . .
La cassa dei canopi era contenuta in uno splendido sacrario di legno rivestito d’oro. Quattro dee tutelari, connesse con i figli di Horus, protettori dei vasi canopici erano poste a guardia del sacrario. Figli di Horus, interiora del defunto, dee e punti cardinali erano interconnessi.
Nella foto vediamo Selket che era connessa con l’ovest e con Qebehsenuf, protettore degli intestini.
Dalla Valle dei Re, Tomba KV 62, di Tutankhamon, XVIII Dinastia.
Legno stuccato e foglia d’oro, sacrario: altezza 198 cm.Il Cairo, Museo Egizio.
Figlia di Thutmosis I e della regina Ahmose ( a sua volta figlia di Amenhotep I), Hatshepsut fu la prima figlia e la preferita di suo padre, il quale, morto il figlio maschio Amenemes, sin dall’inizio del suo regno la portò con sé nei suoi viaggi in Egitto, specie nel Delta e l’associò al trono già nel suo secondo anno di regno. Tuttavia Hatshepsut dovette attendere per regnare veramente, dato che alla morte del padre salì al trono il fratellastro Thutmosis II, che la regina sposò per legittimarlo al trono e dal quale ebbe una figlia di nome Neferura. Thutmosis II morì di malattia verso i trent’anni e lasciò il paese e il suo legittimo erede, Thutmosis III, avuto da una sposa secondaria, nelle mani della moglie, la regina Hatshepsut, che governò in qualità di tutrice del figliastro, il quale aveva solo tre anni e che quindi era troppo giovane per esercitare concretamente il suo ruolo. La situazione è ben descritta nella biografia di Ineni, architetto ed intendete dei granai di Amon, incisa su di una stele collocata sotto il portico della sua tomba rupestre nella necropoli di Sheik Abd el-Gurna:” ( Il re) salì al cielo e si unì agli dei. Suo figlio prese il suo posto come re delle Due Terre, e fu sovrano sul trono di colui che lo aveva generato. Sua sorella, la sposa divina Hatshesut, si occupava degli affari del paese: le Due Terre erano sotto il suo governo e le si pagavano le imposte”.
La sua ascesa al trono è avvolta nel silenzio: il suo predecessore Amenhotep I, morì giovane, senza lasciare eredi, e Thutmosis I in effetti non sostenne mai di essere suo figlio. Il re menzionò solo la propria madre, una dama di nome Seniseneb che non ha altro titolo che quello di “madre di re”. Da questa dama nacque anche una figlia, chiamata Ahmes, che sposò il regale fratello. Thutmosis I fu considerato dai suoi contemporanei e nella storia successiva come sovrano assolutamente legittimo. Benché il suo regno sia durato solo tredici anno, egli fu capace di estendere i confini dell’Egitto più dei suoi predecessori. Fra le due costruzioni si ricordano quelle di Karnak, che sono le più antiche conservati nel sito. Thutmosis I ebbe da Ahmes, Hatshepsut che divenne regina e poi faraone .Dalla seconda moglie Mutnefert, ebbe Thutmosis II. Resta un mistero la sua sepoltura.
Fonte: Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane. Maurizio Damiano – Appia.
Thutmosis III
Raffigurazione della regina Ahmes, incinta
FIGLIA DIVINA DI AMON
Thutmosis III
Dopo la morte di Thutmosis II Hatshepsut si trovò a reggere le sorti del paese per conto del figliastro Thutmosis III ancora troppo giovane per regnare. Mentre il giovane re portava sul suo capo la corona d’Egitto, la sposa reale si occupava degli affari di stato, fino a quando si fece incoronare faraone dando inizio a una co-reggenza con Thutmosis III. Per rafforzare la sua posizione e giustificare il suo potere fece incidere all’interno del tempio funerario di Deir El – Bahari il racconto della teogamia (“divino matrimonio”) tra il dio Amon e la regina Ahmes, grande sposa reale di Tuthmosis I, dal quale sarebbe nata l’erede al trono delle Due Terre.
Amon incorona Hatshepsut. Rilievo nella cappella rossa della regina, al Museo all’Aperto di Karnak
Da quell’incredibile ciclo di rilievi parietali del tempio si apprende che durante il regno di Thutmosis I, Amon riunì il consiglio degli dei ed espresse l’intenzione di dare all’Egitto un nuovo re. Thot lo ascoltò con attenzione e gli suggerì come sua sposa mortale, per generare il futuro sovrano, la regina Ahmes, la moglie del re. Il dio Amon prese l’aspetto di Thutmosis I, si introdusse all’interno del palazzo reale e si recò nella camera dove dormiva la regina, che svegliandosi trovò accanto il suo sposo. In seguito Amon si presentò alla regina e le annunciò che sarebbe nata una figlia che avrebbe portato il nome di ” Colei che Amon abbraccia, la prima delle dame venerabili”. Il dio Khnum provvide a plasmare la bimba con il suo tornio, dandole la forma di un giovinetto poiché avrebbe rappresentare un re dalle prerogative maschili. La sovrana partorì assistita dalle divinità del Nord e del Sud; la dea Hathor prese tra le braccia Hatshepsut neonata e la portò al cospetto del dio Amon e del dio Thot che predisse gli anni di regno della futura sovrana. La figlia divina di Amon salì sul trono quando il dio Seth le consegnò la corona dell’Alto Egitto, mentre Horus le affidò quella del Basso Egitto. Divenuta “Signora delle Due Terre”, Hatshepsut assicurò ai suoi sudditi un periodo di pace e splendore e la dea della scrittura Seshat, insieme con il dio Thot, poté scriverne il nome sulle foglie del sacro albero ished, che cresceva nel regno celeste come garanzia di un regno eterno.
Fonte : Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata da Maurizio Damiano.
THUTMOSIS II
Thutmosis II
Figlio di Thutmosis I e della dama Mutnefert, ebbe un regno estremamente breve, che forse non superò i tre anni.
Egli fece intraprendere molti progetti edilizi: in Nubia vi sono resti del suo regno a Napata, Semma, Kumman in Egitto a Elefantina e specialmente a Karnak , dove fece costruire la monumentale “Corte delle feste”, di fronte al quarto pilone. Molti altri monumenti portano il nome del sovrano, ma spesso si tratta di costruzioni di Hatshepsut che Thutmosis III fece attribuire al padre. Da una sposa secondaria, di nome Aset, ebbe un figlio, il futuro Thutmosis III, che succedette al padre assieme a Hatshepsut.
Non si è identificata con certezza la tomba del re, le candidature sono tre: quella nota con la sigla WN A, a Bab El Mullaq (ai piedi della cima tebana in linea retta a nord-ovest del Ranesseum); la tomba della Valle dei Re KV 42 e quella di Deir El Bahari, DB 358. Oggi si pensa che fosse quest’ultima la sepoltura originale del re, il cui corpo fu trasferito una prima volta, alla fine del Nuovo Regno, nella tomba di Amenhotep I e quindi sotto la XXI Dinastia, nella cachette di Deir El Bahari.
Il tempio funerario a suo nome, scavato presso Medinet Habu, fu in realtà costruito da Thutmosis III in memoria del padre.
Fonte : Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.
Grazie alla sua forte personalità e alla sua spiccata saggezza politica, Hatshepsut riuscì a mantenere la pace nei confini del suo impero e a regalare ai suoi sudditi un periodo di prosperità.
Il suo grande senso estetico ed il gusto raffinato la portarono a dare notevole impulso all’architettura: edificò il tempio di Deir el- Bahari, ampliò il tempio di Amon a Karnak, costruì il tempietto a Medinet Habu, ove più avanti sarebbe sorto il ” tempio di milioni di anni” di Rameses III e lo Speos Artemidos, primo tempio rupestre d’Egitto che sorge a due chilometri da Al-Minya e fu dedicato alla dea – leonessa Pakhet.
Inoltre Hatshepsut restaurò i monumenti distrutti o abbandonati nel corso del secondo periodo intermedio ed estese la sua intensa attività costruttiva fino alla Nubia, dove edificò templi a Qasr Ibrim , a Buhen e infine a Sai.
Fonte : Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.
Tempio di Deir el-BahariTempio di Amon a KarnakTempio di AL – MinyaObelisco di HatshepsutObelisco di Hatshepsut a KarnakObelisco incompiuto, di Hatshepsut, ad AssuanLa regina-faraone inginocchiata ai piedi di Amon, nella cuspide del l’obelisco di KarnakTempio di Medinet Habu
LA SPEDIZIONE A PUNT
La tranquillità dei confini e la sicurezza delle rotte commerciali permisero ad Hatshepsut di organizzare, nel nono anno del suo regno, una spedizione nella leggendaria terra di Punt, una regione identificata con quella parte della Somalia che è situata sulla costa orientale dell’Africa, all’altezza del golfo di Aden. Paese di enormi risorse e patria dell’incenso, che fece rappresentare sulle pareti del tempio di Deir El-Bahari, più precisamente nella zona sud del secondo colonnato. Essa venne guidata dal cancelliere Nehesy che fece preparare cinque grandi navi cariche di prodotti della terra del Nilo da offrire come merce di scambio agli abitanti di Punt. Nehesy partì con i suoi uomini dalla città di Tebe, e arrivato al Mar Rosso, navigò sottocosta verso sud. A terra erano ad attenderlo il re di Punt assieme alla moglie. Gli Egizi scambiarono i loro beni e ripartirono dopo aver riempito le stive di ogni ricchezza : preziose essenze di profumi, oro, avorio, ebano, resine, alberi di mirra e addirittura animali esotici.
Questo particolare della spedizione Punt si focalizza sulla poppa di una delle navi egiziane, al momento del loro arrivo.
Sono visibili la terminazione sullo scafo in forma di fiore di papiro, il timone a doppio remo e una parte delle vele manovrate dai marinai.
Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Suzanne Mubarak, Dorothea Arnold, Rosanna Pirelli.
LA GRASSA REGINA DI PUNT
I testi ci dicono che il nome del re di Punt era Parehu, e le immagini lo mostrano accompagnato dai due figli e dalla moglie, la regina Ati, una donna piccola di statura e incredibilmente grassa.
Questa deformità, colta dall’immancabile spirito di osservazione degli Egizi, era patologica e non esprime caratteri razziali.
Da Deir El Bahari, prima terrazza, lato sud, “Portico di Punt”, parete ovest. XVIII Dinastia. Calcare dipinto, altezza 49 cm., larghezza 45 cm.Il Cairo, Museo Egizio.
Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano
IL TEMPIO DI DEIR EL-BAHARI o DJESER-DJESERU
Il tempio di Deir El-Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe ed è uno dei luoghi più suggestivi che sorge all’interno di un immenso anfiteatro roccioso formato da una parete verticale che s’innalza per 200 metri circa e si apre verso la pianura niolitica.
Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru (Santi tra i santi), termine che indica quanto di più splendido e sacro ci fosse. L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze , la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile dal cortile della prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe. I dislivelli sono occupati da portici che fanno da sfondo sia al cortile sia alla prima terrazza. Fra le splendide raffigurazioni parietali ricordiamo la teogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al Paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi in onore del dio.
Eccezionale per la conservazione e gli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Dei El-Bahari era tradizionalmente sacro ed il santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.
Ricostruzione del tempio di Hatshepsut, a Deir El Bahari. (Tebe Ovest). In primo piano si vede il grande cortile cintato in fondo al quale si elevano le ampie terrazze e i portici che ospitavano splendidi rilievi e varie cappelle. Alle spalle del tempio si eleva la ripida scarpata della montagna tebana, che forma lo splendido paesaggio in cui il tempio si inserisce armonicamente. I lavori di restauro ne hanno oggi restituito la struttura e gli scavi hanno portato alla luce molte delle statue che ne ornavano corti e viali, nonché rivelato la presenza di piccoli bacini e giardini dedicati al dio Amon che ravvivano l’arido paesaggio desertico.
Militari in festa, da Deir El-Bahari.
Nella fotografia sono raffigurati dei soldati in festa con foglie di palma, armi e stendardi; il dettaglio fa parte di una scena in cui i militari seguono il battello della dea Hathor durante la navigazione in suo onore.
Da Deir el-Bahari, Tempio funerario di Hatshepsut, sala ipostila della cappella di Hathor, parete di nord-est. XVII Dinastia.
Fonti:
Antico Egitto di Maurizio Damiano
Enciclopedia Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.
LO STAFF DI HATSHEPSUT
Nell’assolvimento dei suoi doveri di governo Hatshepsut poté contare non solo sul fedele Senenmut, ma anche sulla collaborazione di personaggi di notevole capacità, tra i quali il sacerdote di Amon Hapuseneb, il tesoriere Djehuty, il capo maggiordomo Amenhotep, il visir Useramon e il Cancelliere Nehesy.
Gli ultimi anni del regno di Hatshepsut non furono sereni: la figlia Neferura, che le era stata particolarmente vicina, morì probabilmente diversi anni prima di lei, e Tuthmose III cominciava ad offuscarla con le sue vittoriose imprese militari. Ormai cinquantenne, Hatshepsut sparì dalla scena politica e dalla vita di corte, e morì il ” ventiduesimo anno di regno, il mese di Peret, decimo giorno”, ossia il 16 gennaio 1458 a. C., come attesta la stele rinvenuta ad Ermonti. Alcuni immaginarono per lei una morte violenta, altri ancora una vendetta covata dal figliastro Thutmosi III, desideroso di governare senza ingerenze da parte sua ma probabilmente i fatti che seguirono ebbero un corso assolutamente naturale: la regina, ormai stanca e affaticata, si ritirò a vita privata e Tuthmosi III divenne faraone unico dell’Egitto, mettendo fine alla coreggenza con la matrigna .Nessuna fonte contemporanea menziona la causa della sua morte, l’analisi medica della mummia indica che era obesa e che soffriva di diabete, di artrite, di gravi problemi ai denti e di un tumore osseo metastatizzato che l’avrebbe portata alla morte.
Nel 2011 alcuni studiosi tedeschi hanno ipotizzato che il cancro si fosse sviluppato per l’utilizzo di una lozione o di un unguento, usato per ragioni estetiche o curative, che si trovava in una fiala rinvenuta con Hatshepsut, ma l’incerta datazione del reperto e la sua riferibilita’ alla regina, non consentono di validare con certezza la pur suggestiva ipotesi.
Fonti:
Enciclopedia, Egitto della Fabbri Editori curata dal professor Maurizio Damiano.
https:/www.greelane.com/it/jumanities/storia-cultura/how-did-hatshepsut – die 3529280
Quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmose II, Hatshepsut aveva intrapreso nel Wadi Sikket El Zaide (as Ovest della Valle dei Re) la costruzione della propria tomba, individuata da Howard Carter nel 1916; salita al trono, tuttavia, ella cominciò ad edificare un nuovo complesso funerario in quanto le dimensioni della vecchia sepoltura non si addicevano ad un faraone.
Pianta delle tombe la tomba KV20 di CarterPiante delle tombe la tomba KV20 di Carter, rivista da Winlock
La tomba KV20 della Valle dei Re, originariamente creata per suo padre, fu quindi rinnovata, ingrandita e fornita una nuova camera sepolcrale perché potesse accogliere anche la mummia della sovrana ed in effetti alla sua morte venne ivi inumata accanto a Thutmose I, il quale durante il regno di Amenhotep II fu traslato nella nuova tomba KV38 e dotato di un nuovo corredo funerario, mentre Hatshepsut fu spostata altrove, il suo sarcofago, trovato vuoto, era stato utilizzato per Thutmose I e i geroglifici di Hatshepsut erano stati cancellati e rimpiazzati con quelli del padre.
Nel 1903 Howard Carter riportò alla luce la tomba KV60, nella quale giacevano le mummie di due donne, una identificata come Sitra, balia di Hatshepsut, e l’altra appartenente ad una donna di mezza età, dalla pessima dentatura, con capelli di colore ramato, alta poco meno di 1 metro e 60 centimetri, mummificata con la tecnica e la postura tipiche dei membri della famiglia reale.In seguito nel famoso Nascondiglio delle mummie reali a Deir El-Bahari venne rinvenuto uno scrigno per vasi canopi, recante il nome della regina e contenente un fegato o una milza mummificato ed un molare con una sola parte di radice
Il cofanetto che conteneva il denteLa radiografia della mummia KV60A
.Nella primavera del 2007 il prof. Zahi Hawass fece trasportare la mummia non identificata al museo del Cairo per analizzarla e scopri che le mancava un dente, perfettamente combaciante col molare trovato nello scrigno canopico di Deir El-Bahari, la parte di radice mancante è ancora nella mascella della mummia, il che ha fugato gli ultimi dubbi sull’identità della mummia: Hatshepsut aveva riposato per millenni accanto alla sua balia.
Questa statua in alabastro, alta m. 2,56, venne rinvenuta nel 1967 nel tempio di Sobek a Dahmsha (ove si allevavano coccodrilli sacri) da operai che stavano scavando un canale; essa si trovava in un pozzo chiuso da una lastra di arenaria che anticamente era stata fatta scivolare al suo posto tramite due rotelle di bronzo.
Sobek, rappresentato antropomorfo ma con testa di coccodrillo, è assiso su di un trono; sul capo porta una corona composta da un modio, due piume, due corna d’ariete orizzontali e un disco solare e sulla fronte un ureo.
Amenhotep III è in piedi accanto al dio ed è rappresentato in scala minore in segno di deferenza e con tratti giovanili. Indossa il nemes, un gonnellino rigido e la barba posticcia.
Sobek distende il braccio sinistro per proteggerlo e con il destro gli avvicina il simbolo Ankh al volto per vivificarlo.
Nel secolo successivo Ramses II usurpò la statua facendovi apporre i cartigli dei propri nomi.
Museo del Cairo. Vaso: altezza 58,5 cm. Cassa: Lunghezza 33 cm, larghezza 17 cm, altezza 24 cm
Vaso per olio profumato
Carter scrisse che quando questo vaso fu ispezionato conteneva ancora dei residui del contenuto originario. Sotto la crosta dura, l’olio si era mantenuto viscoso fino ai nostri giorni. Questo oggetto differisce notevolmente dagli altri vasi per oli e profumi rinvenuti nell’Annesso. Ha forma a bulbo, con bordo svasato e un coperchio a cupola. Poggia su una base in calcite separata. Sia il coperchio sia il corpo sono riccamente decorati con disegni e testi intarsiati con paste e vetri colorati. Sul coperchio vi è un uccello con le ali spiegate, circondato da un fregio di intarsi a scacchi e motivi floreali. Sotto il bordo sono incisi fiori di papiro alternati ad intarsi verdi. Decorazioni a scacchi e floreali impreziosiscono anche la parte superiore del vaso e più sotto si trovano quattro linee finemente iscritte di geroglifici colorati, recanti i nomi di Tutankhamon ed Ankhesenamon cui viene offerto potere, benessere e vita dalla dea cobra Wadjyt
Cassa in alabastro
Questo cofanetto di pietra fa pensare che doveva avere uno scopo speciale. È stato suggerito che potrebbe essere stato usato per contenere un contratto magico tra Tutankhamon e sua moglie, stipulato al momento dell’incoronazione. Conteneva, tra gli altri oggetti piuttosto banali, palline di fango con capelli e frammenti di papiro in un miscuglio dall’apparente valenza magica. Non c’è certezza al riguardo. Il testo inciso sul bordo non fornisce alcun chiarimento in merito. Contiene, infatti i cartigli di Tutankhamon e sua moglie Ankhesenamon e la protocollare formula “dotato di vita in eterno e per sempre” (per il re) e “possa vivere ed essere prolifica” (per la regina). La cassa è realizzata con due pezzi di alabastro tagliati con estrema precisione. I due pomelli sono di ossidiana (vetro basaltico nero naturale). Bouquets di fiori decorano il coperchio e bande di motivi a scacchi e petali di fiori adornano i lati e le estremità della cassa.
Qualunque sia il suo scopo, quest’oggetto è uno dei prodotti più notevoli degli antichi artigiani.
Un piedistallo inserito in una vasca rettangolare sorregge una barca con teste di stambecco a prua e a poppa.
Al centro del battello si trova ciò che sembra essere un sarcofago aperto posto sotto un chiosco supportato da quattro colonne con capitello doppio a forma di papiro e di loto.
A prua è inginocchiata una figura femminile nuda che stringe un fiore di loto; a poppa una nana nuda è alla guida dell’imbarcazione.
Sia il battello che la vasca sono riccamente decorati con motivi floreali e geometrici, intarsiati con vernici colorate ed impreziositi con oro utilizzato in modo non eccessivo, ma straordinariamente elegante.
Il pannello delle iscrizioni sulla facciata minore della vasca non ci fornisce indizi sullo scopo del pezzo: contiene i cartigli con i nomi di Tutankhamon e della moglie Ankhesenamon affiancati da ureos su papiro (a destra) e su fiori di loto (a sinistra) che simboleggiano rispettivamente le dee Wadjyt (per il Basso Egitto) e Neith (stranamente, per l’Alto Egitto).
Museo del Cairo, altezza 51,4 cm. Larghezza 28,8 cm.
Durante il Nuovo Regno la maggior parte delle lampade di uso domestico erano dei semplici piattini di ceramica in cui dell’olio, probabilmente di sesamo o di ricino, veniva bruciato per mezzo di uno stoppino di lino. Quelle presenti nelle case più lussuose erano, di sicuro, molto più elaborate. Ce ne offre uno splendido esempio quella che mi appresto ad illustrare, veramente unica nella sua imponenza e bellezza decorativa. Il corpo centrale, costituito dalla lampada stessa, ha la forma del calice di un fior di loto. E affiancata su entrambi i lati da una composizione perfettamente simmetrica, che incorpora due rappresentazioni del dio Heh (divinità che rappresenta l’eternità e l’infinito), che supportano i cartigli del faraone: a sinistra con il nome proprio (Tutankhamon heqa Iunu sheema) e a destra col nome di intronizzazione (Nebkheperura), posti sul segno dell’oro, nbw, e accompagnati dal simbolo della vita ankh.
Le figure del dio Heh, inginocchiate su un cesto (il simbolo che si legge neb e significa “signore” e “ogni”), sono sorrette da ciuffi di papiri. Tutte e due le scene sono contornate esternamente da rami di palma dentellati, che simboleggiano la lunga vita offerta da Heh al re. Il ramo di palma ha infatti il significato di anno e ogni tacca incisa ne rappresenta uno. L’insieme è cementato su una base anch’essa in calcite avente la forma di un basso tavolo con lavorazione a graticcio.
La promessa di un lungo regno è il tema simbolico di questo oggetto. E’ ancor di più sottolineato dalla scena che appare in tutta la sua bellezza quando la lampada è accesa. Questa è dipinta all’interno di un secondo inserto di alabastro che aderisce al calice esterno, in maniera così stretta che la sua precisione non può che sbalordire.
Quegli antichi artigiani avevano una maestria superlativa! La scena che risplende attraverso la trasparenza dell’alabastro, ci presenta il re con la corona blu seduto su un trono; di fronte gli sta sua moglie Ankhesenamon che regge due rami di palma intaccati: in pratica si sta presentando a lui con l’augurio di un lunghissimo regno.
Sul lato opposto della lampada può essere visto sempre in trasparenza il nome del re che è “il dio buono signore delle Due Terre, Signore delle apparizioni e figlio di Ra il suo amato Signore dei Diademi” Eccola nelle due versioni: diurna e notturna.