Un ritratto straordinario, in porfido, di Akhenaton.
Nonostante le dimensioni ridotte , 18.2 cm, questa testa colpisce per la bellezza e maestria del modellato, tanto da essere considerata uno dei più grandi tesori della collezione egizia del museo Penn, a Philadelphia.
La piccola testa faceva parte di una statuetta e ritrae Akhenaton con la corona Kepresh in cui è presente l’ureo.
I tratti del faraone sono inconfondibili, in particolare il caratteristico mento leggermente prominente, visibile nella foto di profilo.
Scrive il museo:
“È interessante notare che, nel montare la testa per l’esposizione, l’artigiano del museo non è riuscito a praticare il più piccolo foro alla base del collo, nemmeno con un trapano d’acciaio, tanto è dura la pietra, eppure l’artigiano egiziano di tremila anni fa, lavorando solo con strumenti di pietra e di bronzo, è riuscito a modellarla con tanta delicatezza e abilità da produrre un ritratto degno di essere annoverato tra i migliori di qualsiasi nazione di allora o di oggi.”
L’uomo più importante del regno di Hatshepsut, Senenmut, il suo braccio destro, colui che fu l’artefice della scalata al potere di Hatshepsut, l’architetto che gli costruì il suo maestoso tempio funerario (il suo amante, forse), chi era costui?
Senenmut, un uomo della strada, (come si suol dire), figlio di un certo Ramose e di Hatnefer (detta anche simpaticamente Titutiu), non proveniva dall’entourage della nobiltà egizia. Originario dell’Alto Egitto, nei pressi della prima cateratta del Nilo, giunse ad Ermonthis a seguito della sua famiglia dove si stabilì.
Ancora giovane partecipò alle prime campagne militari dove si dimostrò molto valoroso, in segno di riconoscimento venne insignito del bracciale “menefert”, (colui che rende belli).
Ormai inseritosi a pieno titolo nella corte faraonica, Senenmut e Hapuseneb, alla morte di Thutmosi II, appoggiarono incondizionatamente l’ascesa al trono di Hatshepsut, prima come reggente poi come sovrano a pieno titolo.
Hatshepsut espresse la sua riconoscenza verso i due e non lesinò nel concedere loro incarichi prestigiosi. Entrato quindi nelle grazie della regina, nonché della madre di lei, la Grande Sposa reale Ahmose, la quale gli fece dono di una zona nel Gebel Silsila ricca di cave di arenaria, Senenmut si trasferì a Tebe dove iniziò una favolosa carriera a corte.
Ricoprì numerosi ruoli, fra questi fu architetto reale, capo di stato e consigliere personale della regina Hatshepsut, (secondo voci di corridoio fu anche qualcosa di più per lei ma sul gossip dell’antico Egitto non mi soffermerei), nonché tutore della figlia primogenita Neferura.
Il suo nome, Senenmut, secondo alcuni assunto forse in un secondo tempo, significa “fratello della madre”, praticamente zio della piccola Neferura. La cosa però non trova alcuna conferma. Non si contano i titoli che poteva vantare, tra questi: “Responsabile della duplice Casa dell’Oro, del Giardino, dei campi e delle greggi di Amon”, “Sacerdote della Barca Sacra di Amon (l’Userhat)”, “Intendente della figlia reale Neferura”.
E, come se questo non bastasse, fece pure scrivere su alcuni ostraka trovati nel suo sepolcro a Sheikh Abdel Qurna:
<< Sono un nobile, amato dal mio Signore e sono entrato nelle grazie del Signore dei due Paesi, (Thutmosi II), egli mi ha fatto diventare grande amministratore della sua casa e giudice del paese tutto intero. Sono stato al di sopra dei più grandi, direttore dei direttori dei lavori. Ho agito, in questo paese, sotto il suo comando, fino al momento in cui la morte non è giunta davanti a lui. Ora io vivo sotto l’autorità della Signora dei due paesi, Hatshepsut Maatkare, che viva eternamente. >>.
Come abbiamo già avuto modo di dire, oltre a farlo gli storici, spesso ci si incensava da se stessi. Numerose sono le statue che lo ritraggono, (oltre venti), ritrovate in eccellenti condizioni, alcune delle quali scolpite con la tecnica della statua cubo, una di queste, che si trova all’Aegyptistiches Museum di Berlino, lo presenta mentre abbraccia la piccola Neferura sua pupilla.
Sul retro di una statua piccolina, dove Senenmut porta in braccio Neferura, viene citato un passo del Libro dei Morti:
<< Sono io colui che uscito dai flutti del fiume ebbe in dono l’Api (l’inondazione) per cui anche il Nilo è in mio potere >>.
(Certamente non peccava di modestia).
Ma non doveva neppure peccare di nepotismo, le sue due sorelle ed i suoi tre fratelli pare non abbiano tratto alcun beneficio dal potere accumulato da Senenmut.
Come architetto reale progettò e costruì l’imponente tempio della regina a Deir el-Bahari. A tal fine si ispirò al vicino tempio di Mentuhotep II senza però edificare la piramide sovrastante ma distruggendo la cappella di Amenhotep I per far posto alla prima terrazza.
Senenmut costruì la sua tomba poco distante dal tempio di Hatshepsut. Conosciuta oggi con la sigla TT353 si tratta di un piccolo sepolcro in cui sono rappresentate le sue straordinarie conoscenze nel campo dell’astronomia che ancora oggi stupiscono chiunque dovesse entrarvi.
Ho detto dovesse, perché la tomba è chiusa al pubblico ed è sotto chiave. Alcuni affermano che gli studiosi non sono favorevoli a commentare questa tomba perché ciò che vi è rappresentato sembrerebbe contraddire le loro interpretazioni della genesi d’Egitto.
Quando venne scoperta per la prima volta il soffitto della tomba presentava uno strato di intonaco che ricopriva i disegni ivi presenti. Questi non sono dipinti ma scolpiti, forse dallo stesso Senenmut, che, secondo quanto affermano alcuni studiosi, ricoprendoli con intonaco voleva preservarli per i posteri ai quali intendeva trasmettere le sue innegabili conoscenze nel campo dell’astronomia e non solo.
Sulla parte inferiore della volta è rappresentato il calendario egizio, dodici cerchi, (12 mesi di 30 giorni ciascuno), suddivisi in tre gruppi, (le tre stagioni egizie). Ciascun cerchio è ulteriormente suddiviso in ventiquattro spicchi, (secondo alcuni ciascuno spicchio rappresenterebbe le 24 ore di un giorno). Nella parte superiore è raffigurata una porzione di cielo che molti interpretano come segue:
<< Vi sono quattro barche: quelle più piccole, a sinistra, raffigurano i pianeti Giove e Saturno; le più grandi sono la dea Iside, che astronomicamente simboleggia la stella Sirio, e il dio Osiride, al quale era attribuita l’omonima costellazione, quella che per noi si chiama oggi “Costellazione di Orione”. In particolare, l’architetto ha voluto evidenziare un elemento preciso di tale costellazione: la Cintura, appunto >>. (Articolo Web del 2013 Scritto da Staff Videomisteri).
La Cintura di Orione, un piccolo insieme di stelle riprodotto fedelmente, due stelle allineate ed una disassata, come le tre piramidi di Giza (!). La stella centrale è racchiusa da tre linee che si chiudono a forma di goccia, simbolo che nella cultura mesopotamica rappresenta l’acqua. Alcuni studiosi vorrebbero vedere in ciò un’indicazione che ci direbbe che in quel punto dell’universo esiste acqua.
A questo punto ci si chiede: come poteva Senenmut possedere tali conoscenze? E possedendole perché avrebbe dovuto ritenerle così importanti? In una iscrizione l’architetto afferma:
<< Avendo percorso tutti gli scritti dei saggi, non ignoro nulla di quel che è successo a partire dal primo giorno >>.
Che cosa voleva dire? Sappiamo che Senenmut venne iniziato alla “Casa di Vita” di Karnak, dove erano pochi coloro ai quali era permesso accedere per apprendere le culture ancestrali e religiose gelosamente custodite e tenute segrete dai sacerdoti di Amon. Oggi nessuno è in grado di avanzare supposizioni su ciò che si custodiva nella “Casa della Vita” ne di quali misteri erano a conoscenza gli iniziati. A questo punto preferisco non addentrarmi oltre in questo discorso in quanto le mie competenze e conoscenze non mi permettono di approvare o contraddire nessuna delle teorie che sono state avanzate e non credo che questa sia la sede più adatta per esporre commenti personali.
Come abbiamo detto, pare che Senenmut non fosse un grande nepotista e non si distinse molto nell’elargire onori o ricchezze ai famigliari ma non lesinò certo nei suoi riguardi. Se prendiamo per buono ciò che lui stesso afferma ci troviamo di fronte all’uomo più potente d’Egitto dopo il faraone. Certamente doveva avere mano libera in molti campi, nonostante Hatshepsut fosse una regina autoritaria. Non c’è dubbio che il suo rapporto con la sovrana doveva essere molto stretto tanto da permettergli di disporre anche di risorse reali per soddisfare la sua ambizione.
La sua tomba, la TT353, che abbiamo già trattato, si presenta come uno scrigno misterioso dove egli volle racchiudere le sue conoscenze che, forse, non rivelò neppure alla sua regina. Fu forse un modo per esaltare il suo nome ai posteri, visto che solo ai faraoni era riservata la possibilità di una memoria imperitura. Ma neppure questo per lui era sufficiente, non potendo aspirare ad un suo tempio vero e proprio, vuoi che si facesse mancare qualcosa di altamente simbolico, magari un piccolo cenotafio? No, non se lo fece mancare.
Scelse allo scopo una zona situata nella necropoli tebana, sulla sponda ovest del Nilo presso l’antica Uaset, (Tebe), li si trovavano, secondo le antiche credenze egizie, i “Campi della Duat”, l’aldilà egizio. Nota fin dal Primo Periodo Intermedio come “Quella di fronte al suo Signore”, (o “Occidente di Tebe”), proprio di fronte alla riva orientale del grande fiume dove erano situati i palazzi reali ed i templi degli dei. In seguito all’utilizzo della Valle dei Re e della Valle delle Regine per le sepolture reali, la zona di Sheikh Abd el-Qurna venne prescelta per la sepoltura di nobili, funzionari e artigiani che operavano a Corte.
Qui, dove si trovano numerose “Tombe dei Nobili”, Senenmut fece erigere il suo secondo sepolcro, poco più che una cappella che risulta non essere mai stata usata come sepoltura. Un cenotafio, a se stesso consacrato, identificato con la sigla TT71, dove in un’iscrizione si autodefinisce “Governatore di tutti gli uffici della dea”.
La tomba si presenta oggi con le pareti molto danneggiate dove si scorgono dipinti ormai quasi illeggibili. John Gardiner e Robert Hay ne ricopiarono alcuni dei più danneggiati, ma fu solo nel 1906 che l’egittologo Kurt Sethe provvide ad una rilevazione completa. Su una delle pareti è rappresentato uno dei fratelli di Senenmut, Minhotep con le vesti da sacerdote “wab”.
All’interno venne rinvenuta una magnifica statua cubo di Senenmut con la sua pupilla Neferure che, secondo Lepsius, proverrebbe dalla nicchia che si trova sul fondo del corridoio, la statua è oggi conservata al Neues Museum di Berlino, mentre frammenti di un sarcofago in quarzite recante il nome di Senenmut, sono stati rinvenuti da Herbert Winlock intorno al 1930 ed oggi si trovano al Metropolitan Museum di New York. Sono inoltre presenti alcune pitture, purtroppo anch’esse danneggiate, che rappresentano scene di offerte dove sei portatori sembrano essere Egei in quanto ricordano quelli di Knossos.
Sulla facciata della TT71 è presente una nicchia in cui, scavata e scolpita nella stessa roccia della collina, si trova un’altra statua cubo solo abbozzata di Senenmut e della principessa Nefrure.
Della fine di Senenmut non si sa nulla, secondo alcuni studiosi ad un certo punto sarebbe caduto in disgrazia in quanto di lui non si hanno più tracce, secondo altri sarebbe invece sopravvissuto alla morte di Hatshepsut ma anche qui siamo nel vago per cui si possono solo avanzare ipotesi prive di fondamento.
L’uomo più potente del regno di Hatshepsut, il suo consigliere e, forse, amante, improvvisamente scompare nel nulla (forse morì, o forse no), intorno al ventesimo anno di regno della regina. L’enigma della repentina scomparsa di Senenmut ha costituito per decenni un grattacapo per gli studiosi i quali hanno formulato decine di ipotesi fino ad immaginare trame ed intrighi a corte con tanto di omicidi.
Quello che possiamo dire è che molto probabilmente cadde anche lui nella strana “damnatio memoriae” in cui incorse Hatshepsut, forse ad opera di Thutmosi III o, più verosimilmente, di suo figlio Amenhotep II, e questo a causa della sua indiscutibile fedeltà alla regina. Ma forse, almeno per quanto riguarda Senenmut, non fu opera loro.
La troppa vicinanza dell’architetto con la regina Hatshepsut non era sicuramente ben vista dai sacerdoti di Amon i quali forse temevano che Senenmut si confidasse con la sovrana e ad essa rivelasse ciò che aveva appreso durante la sua iniziazione nella “Casa di Vita” di Karnak che doveva rimanere un segreto inviolabile. Questo porterebbe a ritenere che il clero tebano abbia rivestito un ruolo di prim’ordine nel condannare alla “damnatio memoriae” il faraone donna Hatshepsut e, come ovvia conseguenza si accanirono anche contro Senenmut.
Molte rappresentazioni della regina e dell’architetto vennero scalpellate dalle pareti del tempio di Deir el-Bahari. Ma, forse perché non era del tutto voluto neppure dal clero di Amon, in quanto Hatshepsut era la “Grande sposa reale di Ahnose”, nonché (Henemetamon-Hatshepsut, “Amata da Amon-Prima tra le Nobili Dame”, o forse perché il lavoro degli scalpellini fu condizionato da una sorta di riverenza nei confronti della regina che non odiavano per cui si limitarono alle parti più in evidenza, in ogni caso il faraone donna ed il suo architetto non scomparvero mai del tutto dalla storia egizia e sono giunti fino a noi. Dove effettivamente sia stato sepolto Senenmut nessuno lo sa con certezza.
Poiché nella famosa cachette di Deir el-Behari, DB320, sono presenti numerose mummie maschili alle quali non è stato possibile assegnare un nome, si potrebbe ragionevolmente ipotizzare che una di esse sia quella di Senenmut
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, Roma, Aracne, 2005
Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostin, 1993
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, F.lli Melita editori, La Spezia, 1995 Kent R. Weeks, “I tesori di Luxor e della Valle dei Re”, Edizioni White Star, 2005
Hatshepsut, la regina con la barba, il suo nome significa “La prima tra le nobili”. Gli egizi la conoscevano comunemente tramite il praenomen Maatkara. Nei suoi monumenti compare con il nome intero Henemetamon-Hatshepsut, ma questa regina sorprese anche gli studiosi che scoprirono l’esistenza di questo faraone-donna con il nome iscritto al maschile Hatshepsu o, in certe grafie Hashepsu, rappresentato come un uomo, con la barba posticcia come tutti i faraoni. La regina compare indistintamente come maschio e come femmina quasi a volersi appropriare del concetto di dualità che aveva molta presa nella mentalità egizia.
Figlia di Thutmosi I e della sua Grande Sposa Reale Ahmose, viene considerata a tutti gli effetti la quinta sovrana della XVIII dinastia. Ancora in tenera età (12 anni) andò sposa al fratellastro Thutmosi II, figlio della sposa secondaria di Thutmosi I Mutnofret per rafforzare la sua pretesa al trono.
Alla morte del padre Hatshepsut, che portava anche il titolo eccelso di “Divina Sposa di Amon”, portatrice del sangue della venerata regina Ahmose Nefertari (nonna o bisnonna, a quel tempo già deificata), avrebbe avuto tutti i diritti per succedere al trono visto che i suoi fratelli erano morti. Pare, ma non è certo, che suo padre, Thutmosi I l’avesse designata a succedergli. Certamente l’ambizione di Hatshepsut era quella ma le cose non andarono secondo la sua volontà, al trono salì Thutmose II, di sangue reale solo da parte di padre che rafforzò questa sua posizione sposando la sorellastra ancora troppo piccola per potersi imporre. Hatshepsut dovette accontentarsi di diventare “Grande sposa reale”, sicuramente accettò quella posizione a malinquore tanto doveva essere il suo orgoglio.
Forse anche a causa di problemi di salute, di cui doveva soffrire, Thutmosi II non fu certo un grande nell’amministrazione del potere tanto che la forte personalità di Hatshepsut gli permise di attorniarsi di una cerchia di sostenitori abili e potenti come Hapuseneb e soprattutto di Senenmut.
Senenmut fu architetto, capo di Stato e diretto consigliere della regina Hatshepsut, il suo nome tradotto letteralmente significa “fratello della madre” in quanto tutore della principessa Neferura, figlia di Thutmosi II e di Hatshepsut, ma di lui parleremo più approfonditamente in seguito.
Thutmosi II morì intorno ai 25-30 anni, il terzo giorno del primo mese di Shemu dopo un breve regno (forse 3 anni) lasciando i suoi due figli, la principessa Neferura e il figlio maschio Thutmosi avuto dalla seconda moglie Iside. Trovandosi entrambi in tenerissima età si aprì una crisi per la successione che troviamo descritta sul muro della cappella del funzionario Ineni:
<<………[Thutmosi II] uscì verso il cielo e si unì agli dei. Il figlio [Thutmosi III] si levò al suo posto a Re dei Due Paesi. Egli governò sul trono di colui che lo aveva generato………La “Sposa del dio” Hatshepsut dirigeva gli affari del Paese secondo la propria volontà. L’Egitto con il capo abbassato lavorava per lei……..>>.
Erede legittimo al trono Thutmosi III, “Menkheperra Thutmose”, doveva avere all’incirca tre anni. Forte dell’appoggio dei suoi numerosi sostenitori, primo fra tutti l’architetto Senenmut, Hatshepsut assunse di fatto la reggenza sebbene la cosa fosse anomala, anche se si era già verificato varie volte in passato, era però la prima volta che una regina assumeva la reggenza senza essere la madre del re.
Hatshepsut esercitò la reggenza per i primi anni di regno di Thutmosi III poi, il suo orgoglio e la brama di potere la portarono ad intentare una rivoluzione strisciante destinata a cambiare in modo radicale la società tradizionale egizia.
Iniziò esautorando il potentissimo funzionario Ineni che molta parte aveva avuto nell’ascesa al potere di Thutmosi II. Al suo posto coprì di onori e incarichi prestigiosi i suoi fedeli sostenitori, Senenmut e Hapuseneb.
Hapuseneb fu un grande politico, Visir e Sommo sacerdote di Amon, seppe imporsi in modo rilevante durante l’ascesa al potere di Hatshepsut.
Dapprima si cercò di dimostrare a tutti che Thutmosi I, prima di morire, l’avesse nominata a tutti gli effetti sua diretta discendente permettendogli in tal modo di rivendicare il diritto di salire al trono. Ma, come se ciò non bastasse, si cominciò a far circolare una leggenda sulla nascita di Hatshepsut che la stessa regina fece raffigurare in un ciclo di pitture e testi, ancora presenti sulle pareti del suo maestoso tempio a Deir el-Bahari a testimonianza del proprio diritto al trono.
Le sculture a bassorilievo del tempio di Hatshepsut raccontano la storia della nascita divina di un faraone donna, il primo del suo genere. Come nella rappresentazione di un dramma le scene si susseguono rappresentando il concepimento e la nascita divina della regina. Il testo è molto lungo, io ne riporto alcuni brani significativi. Nella prima scena il dio Amon, assiso in trono, attorniato da dodici dei, esprime la sua volontà:
<<……..Desidero la compagna [Ahmose] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon…….Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne……..farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca……..e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo…….>>.
A questo punto Amon manda il dio ibis, Thot sulla terra il quale torna a riferire:
<<…….Questa giovane donna di cui mi hai parlato……….il suo nome è Ahmose. Essa è bella più di qualunque altra donna che sia nel Paese, va e prendila…….>>.
Dunque Amon scende sulla terra con le sembianze del faraone Thutmose I, si introduce nella stanza della regina e giace con lei, nelle immagini non è rappresentato l’amplesso ma il testo è molto esplicito, evoca un’accesa sensualità che la regina Ahmose non sa trattenere non appena riconosce che si tratta del dio Amon:
<<………Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I]……..la trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo……..l’amore di Amon penetrò il suo corpo…….Quanto è grande la tua potenza……..quando la tua rugiada ha penetrato tutta la mia carne……..>>.
Quindi Amon chiama il dio vasaio Khnum e gli ordina di modellare sul suo tornio il corpo e l’anima (ka) di Hatshepsut ed il dio Khnum precisa:
<<………Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.
Nelle scene che seguono si nota una stranezza, sia il corpo che l’anima di Hatshepsut hanno entrambe i genitali maschili. A questo proposito l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt suggerisce che sia il corpo che l’anima non rappresenterebbero la persona di Hatshepsut ma la sua funzione regia con il suo ka, il concetto stesso di “faraone”.
Ma torniamo all’ascesa al trono della regina, innanzitutto va detto che ancora prima di assumere il potere regale aveva già provveduto a farsi costruire una tomba. Per questo scelse lo Wadi Sikket Taqa el-Zaide, che si trova ad ovest della Valle dei Re, dove Howard Carter la scoprì nel 1916; oggi è contrassegnata dalla sigla WA D. Racconta Carter:
“Era mezzanotte quando arrivammo sul luogo e la guida mi indicò una fune che penzolava nel vuoto lungo la faccia della rupe. Ci mettemmo in ascolto e sentimmo i ladri che stavano operando proprio in quel momento…….quando raggiunsi il fondo ci furono un paio di momenti di tensione. Diedi loro l’alternativa di sloggiare per mezzo della mia fune, o restare dov’erano senza alcuna fune e quelli, capita l’antifona, fuggirono” (Howard Carter).
Nella tomba Carter rinvenne pure un sarcofago in quarzite gialla, che oggi si trova al Museo Egizio del Cairo, sul sarcofago si trova l’iscrizione:
“La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”.
Dopo la sua ascesa al trono però Hatshesput decise che le dimensioni di questa sepoltura non si addicevano a un faraone, la tomba venne così abbandonata e non se ne seppe più nulla fino al suo ritrovamento. Pensando quindi ad un complesso molto più maestoso, pur essendo donna, non scelse come luogo per la sua sepoltura la Valle delle Regine, ma per rimarcare la sua posizione di faraone si rivolse alla Valle dei Re e scelse la tomba KV20 (forse la più antica di tutta la Valle), già occupata da suo padre Thutmosi I. Fece ingrandire la tomba dotandola di una nuova camera sepolcrale in modo che potesse contenere una doppia sepoltura, la sua mummia e quella del padre che fece deporre in un nuovo sarcofago originariamente destinato a lei. Pare che, al momento della sua morte, in un primo momento sia stata effettivamente inumata accanto a Thutmose I nella KV20.
Dopo aver “silurato ” Ineni abbiamo visto che il pensiero predominante di Hatshesput era quello di farsi accettare come faraone donna, cosa che appariva almeno insolita dai più. Con i suoi accoliti e grazie ad un’abilità straordinaria, Hatshepsut, figlia di Amon e da lui stesso designata a regnare, non incontrò ostacoli. Il periodo in cui ciò avvenne è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, alcuni sostengono che la cosa si verificò nei primi due anni di regno, secondo altri sarebbe avvenuta al settimo anno. Tale fu per molto tempo l’immaginario collettivo nei riguardi della regina Hatshepsut che ne nacque una leggenda popolare che intendeva identificare la regina con la principessa Bithia, colei che trovò Mosè che galleggiava nella cesta di vimini sul Nilo. Inutile dire che il tutto è stato largamente smentito sia dagli egittologi che dagli stessi studiosi della Bibbia.
Con il piccolo Thutmosi III nell’ombra, la “regina” si dedicò subito agli affari di stato proseguendo nella politica iniziata dai suoi predecessori, era necessario ripristinare i rapporti con i paesi confinanti che più avevano risentito degli sconvolgimenti avvenuti durante il periodo degli Hyksos. Più ancora che con la guerra occorreva ristabilire i contatti e riaffermare l’influenza egizia sui vari popoli. Hatshepsut si dimostrò fin da subito una sovrana pacifica, si dedicò maggiormente ad impiegare risorse nella costruzione di edifici più che nella conquista di nuovi territori; non fu comunque una sovrana imbelle trascurando le sorti del regno che aveva ereditato, per la difesa dei suoi confini si operò particolarmente nel dissuadere i vicini più bellicosi, allo scopo intraprese almeno sei campagne militari nei suoi ventidue anni di regno.
Come sempre in passato alla morte di un faraone i nubiani assalivano i confini meridionali dell’Egitto e le fortezze quasi per verificare le reazioni del nuovo faraone. Hatshepsut reagì subito con forza recandosi personalmente a condurre il contrattacco e, con spavaldo orgoglio lo fece descrivere nelle pareti del suo tempio a Deir el-Bahari.
<<……Un massacro fu fatto fra loro, essendo sconosciuto il numero dei morti, furono loro tagliate le mani…….Tutti i Paesi stranieri parlarono allora con la rabbia nel cuore……I nemici complottavano nelle loro vallate……I cavalli sulle montagne…….il loro numero non fu noto……..Ella ha distrutto il Paese del Sud, tutti i Paesi sono sotto i suoi sandali……come era stato fatto da suo padre il re dell’Alto e Basso Egitto Akheperkara…….>>.
Spiccano dai rilievi nel suo tempio funerario di Deir el-Bahari le rappresentazioni della campagna che intraprese intorno al nono anno di regno. Questa fu diretta al Paese di Punt, forse la Somalia ed era composta da cinque navi della “lunghezza di 70 piedi”. Le navi tornarono cariche di tesori, mirra e numerosi alberi d’incenso che la regina fece piantare nel cortile del suo tempio funerario.
Da un rilievo del tempio emerge quello che sarà stato il racconto dei componenti della spedizione circa la descrizione della Regina di Punt la Regina Ati. Questa viene rappresentata in modo grottesco e particolarmente corpulenta al punto tale che la cosa ha suscitato numerosi interrogativi. Oltre a quattro pieghe di grasso sul ventre e i grossi seni flaccidi, questa donna di statura normale è deformata da enormi cuscinetti che le invadono le braccia e le cosce e debordano sulle ginocchia, risparmiando relativamente le estremità. Il suo aspetto è sgradevole, indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, ed una collana di perline alternate e un catenina le gira attorno alla gola. I suoi capelli, come quelli di sua figlia, sono legati con una fascia sulla fronte.
Maspero suggerisce che la Princessa Ati possa aver sofferto di elefantiasi; Mariette è invece dell’opinione che gli artisti Egiziani non abbiano rappresentato solo la moglie di un capo, bensì il tipo di donna più ammirato dalla razza somala. È, infatti, opinione di molti studiosi che Ati sia un esempio del più alto tipo di bellezza femminile per il popolo di Punt, ciò in accordo con il gusto dei nativi di certe parti dell’Africa Centrale. Forse la regina di Punt soffriva di qualche malattia tipo iperlordosi o ipotiroidismo con mixedema o simili oppure è stata rappresentata volutamente in modo grottesco per esaltare maggiormente la differenza di bellezza con quella di Hatshepsut.
Restando sul piano militare la regina Hatshepsut non fu certo da meno di molti suoi predecessori e tanto meno di suoi successori. Preso atto che a tutti gli effetti gli egiziani erano rimasti privi di una guida sicura data la giovane età del faraone designato, alcune tribù provenienti dalla Siria e dalla Palestina ne approfittarono per creare problemi alle frontiere egizie compiendo escursioni e scorribande.
Certo non avevano fatto i conti esatti, dietro Thutmosi III c’era Hatshepsut che non ci mise molto a farsi riconoscere. Non si sa il periodo preciso in cui ciò avvenne ma sicuramente fu nei primi anni di regno della sovrana. Senza muoversi dalla sua capitale la sovrana ordinò quella che da molti viene considerata la sua seconda campagna militare, anche se in effetti dovette essere la prima di guerra, che in breve rimise le cose a posto. In un secondo tempo l’irrequietezza dei nubiani, forse spinti dalle stesse ragioni degli asiatici, li indusse sconsideratamente ad attaccare la frontiera meridionale dell’Egitto intorno al dodicesimo anno di regno della regina (ca. 1466 a.C.) ma la fermezza ed abilità di Hatshepsut li fronteggiò e li represse ferocemente.
Non paghi forse di quella sconfitta, i nubiani si riorganizzarono e ci riprovarono otto anni dopo, ma gli egizi, questa volta pare che lo stesso Thutmosi III, ormai poco più che ventenne, abbia guidato personalmente le truppe egizie, riscossero una nuova grande vittoria. Poiché i nubiani nelle loro scorribande godettero dell’appoggio degli abitanti del paese di Mau, nella Nubia meridionale, fu ancora il giovane principe Thutmosi III ad invaderli e sconfiggerli; di questa campagna esiste una citazione che parla di una caccia al rinoceronte che Thutmosi III intraprese durante gli scontri.
Fu poi nell’ultimissima parte del regno di Hatshepsut che Thutmosi III, ormai pienamente entrato nel ruolo che lo vedrà grande re-guerriero, agì prontamente riscuotendo enorme successo. Con il suo esercito invase la Palestina ed espugnò la città di Gaza che si era ribellata ristabilendo il potere egizio su quelle terre.
Hatshepsut, ormai anziana non aveva più voce in capitolo, il suo ruolo ormai era solo più meramente rappresentativo, il potere era a pieno titolo nelle mani del nipote Thutmosi III che aveva assunto una posizione dominante all’interno della casa reale.
Per quanto concerne l’attività costruttiva, Hatshepsut può essere definita a pieno titolo una tra le più prolifiche della storia egizia, fece costruire centinaia di edifici, sia nell’Alto che nel Basso Egitto, maestosi edifici così numerosi da superare tutti quelli costruiti dai suoi predecessori per tutto il Medio Regno. Sono molti gli edifici che i suoi successori tentarono di attribuirsi la paternità, spesso in modo grossolano e del tutto evidente.
La sovrana, forse anche dietro suggerimento di Senenmut, maggiordomo reale, primo consigliere della regina e, pare, anche il suo amante, andò a ripescare l’illustre architetto Ineni, che aveva messo in disparte all’inizio del suo regno assegnandogli numerosi incarichi riguardo alle costruzioni. La produzione di statue reali assunse proporzioni ineguagliabili, il grande numero di quelle giunte fino a noi è tale che quasi ogni museo di antichità egizie ne possiede almeno una.
A New York il Metropolitan Museum of Art ha istituito al suo interno una apposita sala, la “Hatshepsut Room” dove sono contenuti solo reperti della regina.
A Karnak Hatshepsut seguì la tradizione dei grandi faraoni facendo costruire opere di abbellimento del grande Complesso Templare; riportò alla sua originale bellezza il Recinto di Mut, dedicato alla dea Grande Sposa di Amon. Il Recinto aveva subito gravi danni in seguito alle devastazioni del periodo degli Hyksos.
Famosi per la loro imponenza i due obelischi che la regina fece erigere all’entrata del tempio di Karnak dopo il quarto pilone. Uno dei due è ancora in piedi ed è il più alto obelisco presente in Egitto, 29,26 metri, il gemello è crollato spezzandosi in due parti. Il più alto al mondo è l’obelisco Lateranense a Roma che raggiunge, senza il piedistallo, 32,18 metri.
Un’altra importante costruzione è la cosiddetta “Cappella Rossa” di Karnak, destinata a contenere il tabernacolo della barca sacra di Amon. E’ rivestita in pietra intagliata e decorata da scene che raccontano momenti di vita della regina.
La Cappella era lunga 18 metri e larga 6, le mura erano alte 5,5 metri terminando con modanatura a gola egizia, la parte inferiore era in diorite nera mentre quella superiore in quarzite rossa che gli valse il nome di Cappella Rossa. All’interno del recinto aveva due cortili aperti, al centro del primo si trovava una vasca che doveva contenere probabilmente la barca sacra, al centro del secondo si trovavano due piedistalli di pietra.
Probabilmente si trovava nella corte centrale, secondo alcuni tra i due obelischi, ma la cosa non è certa.
Forse Hatshepsut non riuscì a completarlo, cosa che fece poi Thutmosi III, pena poi farlo smantellare in un secondo tempo (forse a causa della “damnatio memoriae” in cui era caduta la regina). I blocchi vennero in parte riutilizzati per il santuario di Amon ed i restanti riutilizzati per altri lavori tra cui le fondazioni del nono pilone del tempio di Ptah.
Fortunatamente per gli archeologi, Amenhotep III ne usò molti come riempimento del terzo pilone per cui si sono conservati praticamente integri. Questi furono usati nel 1997 quando venne decisa la ricostruzione parziale della Cappella Rossa che oggi fa bella mostra di se nel museo all’aperto di Karnak e misura 15 metri per 6.
Adesso che abbiamo imparato a conoscerla non ci stupiamo di certo se apprendiamo che alla bella regina due obelischi non bastavano, soprattutto come dimensioni. In occasione del sedicesimo anniversario della sua ascesa al trono decise di farsi un regalo, ordinò che gli venissero scolpiti due obelischi che avrebbero dovuto superare in altezza tutti quelli esistenti. La sua ambizione venne purtroppo frenata da un inconveniente che si verificò a lavoro quasi finito. L’obelisco più grande, che avrebbe misurato 41,75 metri di altezza con una base di 4,2 x 4,2 metri, ed un peso di circa 1.200 tonnellate, ad un certo punto si crepò, una lunga fenditura perpendicolare all’asse verticale dell’obelisco, che parte dalla cima e scende per parecchi metri vanificò tutto il lavoro fino ad allora svolto. Abbandonato nella cava che si trova due kilometri a sud di Assuan, il cosiddetto “Obelisco incompiuto di Assuan” è rimasto li, nella cava di granito rosa, per oltre 3.500 anni ad attirare migliaia di turisti che ogni anno vanno a visitarlo. Tutta l’area è stata dichiarata dal governo egiziano “Museo all’aperto”.
Oltre che ai turisti l’obelisco incompiuto è servito agli studiosi per capire la metodologia utilizzata per la creazione degli antichi obelischi (pare).
Hatshepsut si preoccupò anche di onorare la dea Pakhet, una forma sincretica di Bastet e Sekhmet, due divinità della guerra, entrambe di forma leonina, una per l’Alto Egitto l’altra per il Basso Egitto. Venerata principalmente nelle zone di confine tra nord e sud, presso Minya (Beni Hasan), dove, per la loro somiglianza, le due dee si univano per assumere una forma unica, era la dea venerata nel XVI nomo dell’Alto Egitto.
Pakhet rappresentava la furia distruttrice del sole, nei “Testi dei sarcofagi” e veniva rappresentata come colei che va a scovare le prede nel buio della notte. Fu proprio a Beni Hasan, nei pressi di una necropoli contenente 39 antiche tombe del Medio Regno, nel territorio del nomo di Oryx il cui governatore era Hebenu, che Hatshepsut fece costruire in una grotta sotterranea un tempio rupestre dedicato alla dea Pakhet, ammirato per secoli venne nominato “Speos Artemidos” (Grotta di Artemide) durante il periodo tolemaico.
Dopo la morte di Hatshepsut il tempio subì delle modifiche sempre nell’intento di cancellare il più possibile la memoria della regina, Seti I della XIX dinastia fece addirittura asportare alcune decorazioni che impiegò nella sua tomba.
Ma per soddisfare la sua ambizione di apparire sempre più grande poteva Hatshepsut essere da meno dei suoi più grandi predecessori che si erano costruiti un tempio funerario? Certo che no.
Alla costruzione del suo magnifico tempio funerario ci pensò Senenmut, il suo inseparabile cancelliere, architetto reale e forse amante che, con ogni probabilità, progettò il tempio. Venne scelta come località Deir el-Bahari dove già esisteva il tempio di Mentuhotep che venne preso a modello pur differenziandosi per molti aspetti. Il tempio di Hatshepsut, altrimenti detto “Djeser-Djeseru” (Sublime dei sublimi o Meraviglia delle meraviglie o Santo dei Santi) si trova sulla sommità di varie terrazze, un tempo giardini lussureggianti, costruite a ridosso della scarpata rocciosa che costituisce il limite della Valle del Nilo e che forma uno scenario alle spalle del complesso. Il tempio rappresenta una innovazione architettonica che crea un punto di fusione tra quella egizia e quella classica, anticipando di oltre un millennio quella che possiamo ammirare nel Partenone di Atene.
Si tratta di uno dei maggiori esempi di architettura funeraria del Nuovo Regno dove la sublime grandezza del faraone si affianca a quella degli dei che lo accompagneranno nella sua vita ultraterrena. Viene abbandonata quella forma di grandezza megalitica fine a se stessa dell’Antico Regno per creare un luogo dove il culto possa trovare il massimo spazio. Il tempio si sviluppa su tre livelli di terrazze che raggiungono un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è sorretto da una doppia fila di colonne quadrate tranne l’angolo nordoccidentale della seconda terrazza dove è situata la cappella con colonne protodoriche; ciascuna terrazza è raggiungibile attraverso ampie rampe che in origine ospitavano giardini con piante esotiche provenienti dalla terra di Punt, in particolare mirra e alberi d’incenso dai quali si ricavava il franchincenso, o olibano, per i rituali.
Come abbiamo già accennato in precedenza, all’interno del tempio si trova il ciclo di bassorilievi che raccontano la storia della nascita divina della regina per opera del dio Amon; inoltre è ampiamente rappresentata la spedizione nel paese di Punt. Due statue di Osiride oltre a molte altre che rappresentavano la regina in diverse pose, in piedi, in ginocchio o seduta, si trovavano all’interno del tempio dove abbondavano gli ornamenti e le sculture.
Tutto ciò venne in parte fatto distruggere dal suo figliastro e successore Thutmosi III nell’ambito della “damnatio memoriae” alla morte di Hatshepsut. Cosa si può ancora aggiungere, abbiamo parlato di una grande donna, principessa e regina di un popolo che valorizzava le donne fino al punto di accettare di esserne governato. Di una donna che voleva essere uomo pur essendo più grande di molti uomini che la precedettero e gli successero. Fu un grande faraone, più grande e più potente di Nefertiti e Cleopatra, ma alla sua morte fu colpita dalla “damnatio memoriae”, con tanto di cancellazione del suo nome dai monumenti e manomissione delle statue che la ritraevano.
A questo proposito occorre aggiungere che la cancellazione delle immagini e dei nomi di Hatshepsut non fu così immediato e totale come ci si aspetterebbe da una vera damnatio memoriae, se così fosse stato oggi non avremmo una così ricca iconografia della regina. Nulla prova che Thutmosi III volle mai una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, se così fosse stato, in quanto comandante supremo dell’esercito nominato proprio dalla stessa Hatshepsut, sicura della fedeltà del nipote, cosa gli avrebbe impedito di ordire un colpo di Stato ed impadronirsi del trono di suo padre?. Hatshepsut fu una grande donna e soprattutto un grande faraone anche senza la barba finta.
Purtroppo anche le grandi figure ad un certo punto muoiono, e così morì anche Hatshepsut. Come e quando sia morta non è ben chiaro, alcuni fanno risalire la sua morte intorno al suo 22º anno di regno. Questo viene dedotto dalle iscrizioni presenti su di una stele dove compaiono insieme la regina con il nipote Thutmose III, la stele è datata il “ventiduesimo anno, il decimo giorno del mese di peret” e risale al 1458 a.C. circa, fu rinvenuta ad Ermonti e dal 1819 è conservata nel Museo Gregoriano Egizio in Vaticano.
Si ritiene che la stele celebri l’ascesa al trono di Thutmosi III e che a proclamarlo sia proprio Hatshepsut ormai troppo vecchia (e malata?) per continuare a regnare personalmente. Sulla stele compare Thutmosi III che indossa la corona bianca khedyet dell’Alto Egitto, porta la barba posticcia e veste il corto gonnellino detto shendit dal quale penzola la classica coda di toro. Davanti a lui, per rimarcare la sua posizione di maggior rilievo, compare il Faraone Hatshepsut nell’atto di porgere delle offerte al Dio, nelle mani stringe due vasi globulari. Non porta la barba posticcia ma veste lo shendit da uomo con la coda di toro e indossa la corona azzurra khepresh del Basso Egitto. Lei è la Grande Sposa Reale, la sposa principale del faraone Thutmosi II. Nel testo, Hatshepsut, esaltando il nipote, afferma tra l’altro:
<<……..Quando lanciava frecce contro un bersaglio di rame, tutti i pali si spezzavano come canne……..Io dico ad alta voce ciò che ha fatto e non vi è nè bugia nè menzogna alla presenza di tutto quanto il suo esercito. Non vi è là una parola di esagerazione…….>>.
Come abbiamo visto in precedenza, dopo essersi fatta costruire una prima tomba, quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmosi II, decise che questa non era degna di accogliere una donna del suo lignaggio ed iniziò ad ingrandire ed ampliare, dotandola di due camere sepolcrali, la tomba originariamente creata per suo padre Thutmosi I, la KV20, dove in effetti potrebbe essere stata sepolta.
Non si sa per quale ragione, forse per prevenire i frequenti saccheggi di tombe, Thutmosi III ad un certo punto decise di far spostare la mummia di Thutmosi I in una nuova tomba, la KV38 dotandola di un nuovo corredo funerario.
A questo punto è possibile che Hatshepsut sia stata spostata nella tomba KV60 che in origine era la tomba del nobile Maherpera che molti egittologi suppongono che si trattasse di un figlio di Hatshepsut e del suo amante Senenmut. Nella tomba si trovava già la mummia della nutrice della regina, Sitra. Scavata prima da Carter nel 1903, venne successivamente rivisitata da Ayrton nel 1906 il quale rinvenne all’interno due mummie, all’interno di un sarcofago si trovava la mummia di Sitra che venne asportata, accanto un’altra mummia, sempre femminile, che venne lasciato in loco. All’epoca né Carter né Ayrton mapparono la tomba che venne dimenticata. Verrà ritrovata solo nel 1990 grazie agli scavi di Donald P, Ryan.
Nel 1966 alcuni studiosi, esaminando i diari di scavo dei due predecessori, ipotizzarono che la seconda mummia fosse quella di Hatshepsut; come vedremo più avanti sarà solo nel 2006 che Zahi Hawass, grazie ad un dente, riuscirà a dimostrare che si tratta proprio di Hatshepsut (?). Se le analisi del DNA e le prove con il dente di Zahi Hawass, di cui parleremo più avanti, fossero corrette allora potremo ipotizzare le probabili cause della morte della regina.
La mummia è quella di una donna sulla cinquantina, veneranda età per il periodo, obesa, con i capelli ramati e alta intorno al metro e sessanta, pare che la regina soffrisse di diabete, di artrite e possedesse una pessima dentatura, cosa molto diffusa in quel tempo in Egitto a causa della quantità di fine sabbia contenuta nella farina per fare il pane. Era pure affetta da un cancro alle ossa ormai diffuso in tutto il corpo. Si presentava con la postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale.
Ora torniamo alla KV20 dove con ogni probabilità venne collocata la sua mummia, Durante la sua esplorazione del 1903, Howard Carter rinvenne alcuni oggetti appartenuti ad Hatshepsut ma altri provenienti dal suo corredo funebre vennero trovati sparsi in vari altri posti, la testiera di un letto (in un primo tempo scambiata per un trono, un gioco da tavolo, senet con pedine in diaspro rosso recanti i suoi titoli regali, un anello con sigillo e un ushabti rotto con parte del suo nome. Ma la cosa più importante per Zahi Hawass fu il ritrovamento, nella cachette di Deir el-Bahari, di un contenitore per vasi canopi in avorio sul quale spicca il nome di Hatshepsut con al suo interno un fegato (o milza) mummificato oltre ad un dente, molare con parte della radice.
Nella primavera del 2007 Zahi Hawass fece trasportare la mummia al Museo egizio del Cairo per analizzarla. Subito venne constatato che alla mummia mancava un dente. Venne allora preso il molare trovato nello scrigno canopico di Deir el-Bahari e confrontato con la parte della radice che si trova ancora nella mascella della mummia, apparve subito evidente che la due parti combaciavano perfettamente. A questo punto il caso è risolto, la mummia è realmente quella della regina Hatshepsut.
In una conferenza stampa presso il Museo Egizio del Cairo, il ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni e il segretario generale del Consiglio Superiore per le Antichità Zahi Hawass hanno affermato:
<< L’identificazione certa della mummia è stata possibile grazie al matrimonio tra tecnologia, scienza e archeologia >>.
E se lo dice Zahi Hawass…………(mi si perdoni lo scetticismo). Si pensa che il tumore osseo che la uccise sia da attribuire all’uso prolungato di una pomata di cui la regina faceva uso per lenire i dolori causati da una malattia cronica della pelle. (Prof. Helmut Wiedenfeld, dell’Istituto Farmaceutico dell’Università di Bonn
LA DAMNATIO MEMORIAE
La Grande ed ingombrante regina è morta, ora le Due Terre sono sotto la ferrea mano del faraone guerriero Thutmosi III.
Secondo alcuni il nuovo faraone, nipote della regina defunta, dopo aver condiviso con lei il trono per vent’anni, essere stato nominato comandante dell’esercito ed aver combattuto e vinto parecchie battaglie, decise di vendicarsi della zia-matrigna, e quindi avrebbe dato vita ad una censura della sovrana con un qualcosa di simile alla “damnatio memoriae” tipica dell’antica Roma.
Riflettiamo, un simile comportamento si sarebbe adattato all’immagine di uno dei più grandi faraoni-guerrieri della storia Egizia quale Thutmosi III? Così la pensarono i primi egittologi ma poi, approfondendo gli studi emerse innanzitutto che la graduale cancellazione di Hatshepsut da alcuni monumenti e da alcune cronache faraoniche ebbe inizio verso la fine del regno di Thutmosi III estendendosi maggiormente durante il regno del suo successore, e figlio, Amenofi II.
Va notato inoltre che la cancellazione della memoria della regina si è verificata in un modo assai strano, sporadico e per lo più in un ordine piuttosto casuale, spesso si nota che la cancellazione è incompleta, solo le figure più visibili e accessibili furono rimosse. Mentre notiamo che nel tempio di Deir el-Bahari vennero distrutte, o sfigurate, molte statue che poi furono sepolte in un pozzo, altrove rimangono intatti i contesti e le sagome della regina come quelle dei geroglifici dei suoi nomi che rimangono ben interpretabili. D’altra parte se la distruzione avesse assunto veramente la forma di una “damnatio memoriae” non avremmo una così ricca iconografia della regina.
Thutmosi III molto probabilmente tollerò questi cambiamenti per non scontrarsi col figlio Amenofi II, anche se personalmente non avvertì mai la necessità di un simile cambiamento né tanto meno di una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, anche perché, quando la cosa si verificò, si trovava già in età avanzata e non più in grado di opporsi.
A sua difesa nulla prova che Thutmosi III provasse odio o risentimento nei confronti della sua matrigna, tutt’altro. Se così fosse, nella sua posizione di comandante supremo dell’esercito, nominato dalla stessa Hatshepsut, che non era certo una sprovveduta e quindi non nutriva dubbi circa la fedeltà del nipote, avrebbe certamente potuto con estrema facilità ordire un colpo di stato, deporre la regina ed impadronirsi del trono che fu del proprio padre.
Così ha scritto l’egittologo canadese Donald Redford:
<<…….Qua e là, nei più profondi recessi dei santuari o della tomba, dove nessun occhio plebeo avrebbe potuto vedere, le immagini e le iscrizioni della regina furono lasciate intatte […] nessun occhio volgare le avrebbe più guardate di nuovo, così da mantenere il calore e il timore di una presenza divina……..>>.
Alcuni fanno osservare che, secondo la tradizione della maggior parte dei faraoni, Thutmosi III avrebbe semplicemente distrutto alcune costruzioni di Hatshepsut per ricavare risorse per la costruzione della sua tomba, personalmente sono convinto che un grande faraone quale era Thutmosi III non avrebbe mai fatto una cosa simile.
Vediamo ora la teoria secondo la quale Amenofi II, che regnò come coreggente durante gli ultimi anni di regno del padre, è ritenuto il vero promotore della cancellazione di Hatshepsut nell’ultimo periodo della vita del vecchio (e malato) Thutmose III.
Secondo l’egittologo Franco Cimmino Amenofi II:
<<……….Non ebbe né gli interessi culturali né la diplomazia né la grande visione politica del padre; impetuoso, collerico e sprezzante […]……….>>.
In quanto figlio di una sposa secondaria e non della “Grande sposa reale” si potrebbe pensare che non avesse la completa certezza del proprio diritto a regnare, quale che fosse lo scopo di eliminare il ricordo di Hatshepsut è del tutto sconosciuto, ma di lui parleremo in seguito.
La studiosa Joyce Tyldesley ipotizza che Thutmose III c’entri nella strana “damnatio memoriae” di Hatshepsut solo per aver voluto, senza rancore, relegare la regina al semplice ruolo istituzionale di reggente e non di faraone così da sottolineare la sua successione da Thutmose II senza interferenza. (personalmente non condivido).
Al di la delle motivazioni e dal mandante la martellatura del nome di Hatshepsut creò non pochi problemi agli egittologi ottocenteschi che si trovarono ad interpretare i testi sulle pareti del tempio di Deir el-Bahari, questi non avevano senso in quanto termini femminili descrivevano la storia di un faraone dalle apparenze maschili, lo stesso Champollion si sentì confuso di fronte a tale discrepanza:
<<………Fui piuttosto sorpreso di vedere, qui come in altri punti del tempio, il celebre Moeris [Thutmose III], adornato di tutte le insegne della regalità, cedere il passo a quest’Amenenthe [Hatshepsut], il cui nome noi cercheremmo invano nelle liste regali; fui ancora più attonito nello scoprire, leggendo le iscrizioni, che, ogni volta che si riferivano a questo re con la barba e il solito abito dei faraoni, nomi e verbi erano al femminile, come se si trattasse di una regina. Notai la medesima peculiarità anche altrove……..>>.
Concludiamo dunque la storia di questa regina che fu l’unica donna nella storia dell’antico Egitto ad essere rappresentata sia come donna che come uomo, inclusi abiti maschili e barba finta
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Edda Bresciani, “Sulle rive del Nilo”, Laterza, Bari, 2000
Emma Brunner, (a cura di), “Favole e miti dell’antico Egitto”, Mondolibri, Milano, 2003
Sergio Donadoni e AA.VV., “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1971
John A. Wilson, “Egitto, I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano 2007
Gay Robins, “Women in Ancient Egypt”, Harvard University Press, 1993 Giorgio Leonardi, “Hatshepsut. “Sole femmina che brilli come il disco solare”, in “Le signore dei signori della storia”, a cura di A. Laserra, Milano, FrancoAngeli, 2013
Poiché figlio di una sposa secondaria di Thutmosi I, Mutnafret, Thutmosi II, Aakheperenra (“Grande è l’immagine di Ra.”), diventò erede al trono solo dopo la morte prematura dei suoi fratelli maggiori Amenmose e Wadjmose. Per rafforzare ancor più i suoi diritti a salire sul trono sposò la sorella Hatshepsut, sempre figlia di Thutmosi I ma della Grande Sposa Reale Ahmose, ciò conferiva ad Hatshepsut una più piena regalità rafforzando così la posizione di Thutmosi II.
Gli storici stimarono che Hatshepsut avesse circa 12 anni quando divenne regina d’Egitto. Dal matrimonio con Hatshepsut nacque la principessa Neferura mentre dalla seconda moglie Iside nacque Thutmosi che gli succederà al trono sposando, forse, la propria sorella Neferura.
Gli epitomatori di Manetone riportano che lo storico greco lo chiamò Chebron e gli attribuì 18 anni di regno, durata contestata da alcuni che gliene attribuiscono invece solo 3.
Ancorché fosse ancora in tenera età quando salì al trono, Thutmosi II mise presto in evidenza il carattere proprio dei Thutmosi, nel suo primo anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nella terra di Kush; non potendo partecipare direttamente per la giovane età, inviò una spedizione militare a reprimere la ribellione sotto il comando del vicerè Seni, questo è attestato da un’iscrizione rupestre a Sehel, a sud di Assuan.
Grazie sempre alle pitture che compaiono nella tomba dell’ufficiale Ahmose Pennekhebet (già più volte citato in precedenza, la cui autobiografia costituisce una fonte molto importante per seguire la storia d’Egitto da Ahmose I fino a Thutmosi III) apprendiamo che fu ordinata anche una spedizione militare in Palestina per combattere i nomadi Shasu. A lui vengono attribuite costruzioni a Semna e Kumma oltre che ad Elefantina.
Thutmosi II contribuì all’abbellimento del tempio dinastico di Karnak dove fece costruire una coppia di obelischi che furono poi rizzati da Hatshepsut al centro del cortile dove sono state trovate le fondamenta nelle sottostrutture del terzo pilone. Questi obelischi vennero in seguito abbattuti da Amenhotep III.
Thutmosi II morì intorno ai trent’anni e non si conosce il luogo dove fu sepolto anche se in un primo momento gli venne attribuita la tomba KV42, nella Valle dei Re. In seguito però Howard Carter, che nel 1921 scoprì il deposito di fondazione, la assegnò alla regina Hatshepsut-Meryet-Ra, moglie di Thutmosi III.
La mummia di Thutmosi II venne rinvenuta nel 1881 nella famosa cachette di Deir el-Bahari (DB320). Va detto che in seguito a recenti studi pare emergere un’incongruenza tra quella che dovrebbe essere l’età del faraone e la datazione che è stata riscontrata dalle analisi effettuate sulla mummia. Fu Maspero che nel 1886 provvide a sbendare la mummia rilevando subito una certa somiglianza del viso di Thutmosi II con quello di suo padre Thutmosi I. Come per molte altre, la mummia risultava brutalmente danneggiata dai razziatori alla ricerca di gioielli e amuleti. Presentava il braccio sinistro rotto e l’avambraccio separato di netto, il braccio destro era stato tranciato al gomito, la restante parte del corpo si presentava squarciata da colpi d’ascia e la gamba destra era mozzata.
Dalle analisi effettuate sulla mummia emerge che Thutmosi II morì probabilmente di una malattia, il corpo si presentava molto deperito e ricoperto di chiazze e cicatrici.
Nel 2015, nel corso di scavi nella zona orientale del canale di Suez, è stato scoperto un edificio residenziale che si potrebbe attribuire a Thutmosi II, si pensa possa trattarsi di una stazione di rifornimento per le campagne militari del faraone lungo la “Strada di Horus”.
Sarebbe una delle tre costruite a Tell el-Habua, nei pressi di Qantara, le altre due sarebbero successive e si riferirebbero a Seti I e Ramses II, lo si rileva dal ritrovamento in zona di sigilli reali su vasi di ceramica. Recentemente la missione dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Varsavia, sotto la guida del prof. Andrzej Niwiński, che stava scavando nei pressi del tempio di Hatshepsut rinvenne una cassa in pietra calcarea di 40 cm circa per lato e un involucro di lino nella fossa scavata.
Al suo interno vennero rinvenuti tre fagotti di lino. In uno venne trovato lo scheletro di un’oca, in un altro un uovo sempre di oca e nel terzo una scatoletta di legno contenente un uovo forse di ibis, tutti avvolti nel lino.
Poco lontano, sempre avvolto nel tessuto, all’interno, in una scatola di legno si trovava un cofanetto in faience dove era riportato il nome di Thutmosi II, “Aakheperenra” in geroglifico.
Secondo il prof. Niwiński la tomba sarebbe da attribuire al consorte di Hatshepsut, quindi a Thutmosi II. Per non trascurare nessuna ipotesi voglio riportare anche quella avanzata da alcuni storici e ripresa nel suo libro “Storia biblica: Antico Testamento” da Alfred Edesheim, secondo i quali Thutmosi II sarebbe il Faraone dell’Esodo. Ciò sarebbe dedotto dalla breve durata del suo regno e dall’improvviso crollo. Altro indizio che secondo Edesheim proverebbe la sua teoria sarebbe riconducibile al fatto che il corpo sfasciato del faraone presentava chiazze e cicatrici che potrebbero ricondursi ad una delle piaghe che hanno travolto il popolo egizio poco prima dell’esodo. Personalmente non concordo ma era doveroso riportare anche questa ipotesi.
Un’ultima notizia riguarda una statua trovata nell’ottavo edificio del Tempio di Karnak durante un importante lavoro di restauro insieme al Tempio di Luxor e a El Kebbash Road, il viale delle sfingi che collega i due templi. Il Consiglio Supremo delle Antichità ha confermato che verrà restaurata anche la statua di Thutmosi II.
Fonti e bibliografia:
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Tiziana Giuliani, “Vicini al ritrovamento della tomba di Thutmose II?”, da Mediterraneo Antico, 2020
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Mattia Mancini, articolo del 5 marzo 2015 su Djrd Medu
Ora l’Egitto era in pratica un impero, i suoi confini a sud comprendevano l’intera Nubia. L’Egitto imponeva ai suoi sudditi pesanti tributi che spesso erano rappresentati da pietre e metalli preziosi. Basti pensare che durante le fasi centrali del Nuovo Regno la Nubia consegnava 250 chilogrammi di oro all’anno al solo tempio di Karnak. L’economia egiziana era del tipo prevalentemente agricolo quindi gli scambi con altri paesi avvenivano in natura, mezzo di scambio erano i prodotti della terra coi quali si acquistavano gli altri beni di cui l’Egitto necessitava, anche i tributi si pagavano in natura.
Ma con la XVIII dinastia si iniziò ad introdurre uno strumento che avrebbe agevolato gli scambi, lo strumento era il metallo, oro, argento o rame, il “deben”, che equivaleva a 91 grammi, ulteriormente suddiviso in 10 “kite”, ne sono stati rinvenuti molti il cui aspetto teriomorfo o con testa di bovino confermano che il sistema economico si basava sull’agricoltura. Ovvio che a parità di peso il valore mutava a seconda del metallo con cui era fabbricato il deben, come si sa il metallo più prezioso in Egitto era l’argento, di cui l’Egitto scarseggia, poi veniva l’oro e quindi il rame.
In egiziano antico l’oro in generale si chiamava “nub” (da cui il nome della Nubia) e gli egizi lo distinguevano secondo la provenienza, c’era “oro di Coptos”, “oro del paese di Ouaouat” e “oro del paese di Kush”. Pur non avendo lo stesso significato valutario di oggi, l’oro era molto apprezzato in Egitto in particolare per la sua lucentezza che veniva paragonata a quella del sole e quindi di Ra (dio del Sole) e si credeva che avesse poteri divini. Veniva associato alla vita eterna per la sua apparente indistruttibilità e si credeva che la pelle degli dei fosse d’oro.
L’oro in Egitto abbondava, in un messaggio a un faraone, un re orientale nel 1350 a.C. scriveva che: <<…….. in Egitto l’oro è come la polvere delle strade…….>>. In effetti, oltre a quello che arrivava dai tributi dei paesi sottomessi, in Egitto erano numerose le miniere d’oro, nel deserto, sud-orientale nello Wadi Hammamat e nello Wadi Abad, si trovavano ricche miniere.
Nel Museo Egizio di Torino è conservato il cosiddetto “Papiro delle miniere d’oro” consistente in una vera e propria mappa del Nuovo Regno delle miniere di Berenice Pancrisia in Nubia. Presumibilmente la mappa venne realizzata da una spedizione egizia e su di essa viene rappresenta una pista che attraversa molte miniere d’oro, tra queste quelle dello Wadi Hammamat; a questo proposito va però detto che nel Wadi Hammamat non sono state rinvenute le gallerie per l’estrazione dell’oro, come indicato nel papiro, ma solo cave di pietra e qualche miniera di pietre preziose.
Ma parliamo ora dell’antica città riscoperta dai fratelli Castiglioni, Berenice Pancrisia, un antico insediamento nel deserto nord-orientale del Sudan situato presso le miniere d’oro del Uadi Allaki nella Nubia dei Faraoni.
Il nome deriva dal greco panchrysos e significa “tutta d’oro”. Pare che il nome gli fu dato da Tolomeo II Filadelfo nel 271 a.C., in onore della madre Berenice I moglie di Tolomeo I Sotere, dopo averla ristrutturata ed ampliata dotandola anche di un porto. Una seconda ipotesi farebbe derivare il nome dal dio Pan, nome greco di Min, divinità egizia del deserto. Pertanto il significato di Berenice Pancrisia sarebbe “Berenice città d’oro” o “del dio Pan”.
In realtà, il sito nubiano risale a moltissimo tempo prima della dinastia tolemaica ed era conosciuto come la città dei Beja. Durante il Medio Regno quasi sicuramente si chiamò Tjeb e, durante il Nuovo Regno, ebbe inizio l’attività di estrazione dell’oro che prima veniva raccolto nei ruscelli montani in superficie come oro alluvionale.
Conosciuta anche dagli arabi che agli inizi del IX secolo le cambiarono il nome in Allaki e in Ma’din ad-dahab, ossia miniera d’oro. Citazioni di Berenice Pancrisia ci provengono da Thutmosi III che fece incidere sul VI pilone del Tempio di Karnak i conteggi dei tributi in oro provenienti dalla regione di Wawat; Seti I che la cita su una mappa nel deserto di Wawat dove fece scavare pozzi d’acqua; Ramses II che fece incidere la via delle miniere su di una stele a Quban; oltre a ripristinare i pozzi scavati in precedenza da Seti I.
Anche Plinio il Vecchio ne parla nella sua “Naturalis Historia, libro VI”:
<<……Berenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est…….>>,
come lui anche Diodoro Siculo nel 30 a.C., nella sua “Biblioteca Storica” descrive un luogo nella Nubia pieno di minerali e di miniere d’oro.
La fortezza principale
Restò conosciuta fino al XII secolo quando iniziò il declino, poiché estrarre oro, nel deserto, divenne eccessivamente costoso principalmente per carenza di acqua. I riferimenti alla “città d’oro” provenivano da scritti antichi quali ad esempio una citazione di Ibn Sa’id al-Andalusi che, nei primi anni del tredicesimo secolo d.C. scriveva:
<<…….la regione montuosa di Allaki è famosa per le miniere d’oro di alta qualità negli uidian (plur. di uadi)……>>.
Anche Al-Maqrizi scrisse:
<<…….Tutto il paese…….è pieno di miniere e, a misura che il terreno si eleva, l’oro è più puro e abbondante….>>.
La fortezza principale
In epoche successive si tornò a cercarla tra il Uadi Hammamat ed il Uadi el-Allaki; a Strasburgo è conservata una mappa islamica risalente a prima del’ 833 d.C. redatta dall’astronomo e geografo arabo Al-Khuwarizmi dove compare il nome di Ma’din ad-Dahab (miniera d’oro) forse proprio Berenice Pancrisia. Nel 1600 circa si perse l’ubicazione precisa e Berenice Pancrisia fu cancellata dalle carte geografiche.
Sul finire dell’Ottocento tra la gente del Cairo circolava il racconto di una città fantasma nel cuore del deserto, una strana città dove il suo custode, un genio (il “ginn” degli arabi) non permetteva a chi la vedeva di vederla una seconda volta facendola sparire se chi l’aveva già vista si ripresentava. Una leggenda senz’altro, ma la città esisteva veramente, bastava trovarla.
Moschea medioevale
Muretti a secco
Nel 1989, i fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni, con Luigi Balbo e Giancarlo Negro, intraprendono una spedizione alla ricerca delle miniere d’oro presso l’uadi el-Allaki, il letto ormai asciutto di un antico immissario del Nilo. Improvvisamente scorgono i resti di antiche costruzioni crollate con sullo sfondo due roccaforti.
Il sito si presenta come un antico nucleo abitativo attraversato da una strada con altre strade laterali che costeggiano diversi quartieri per circa due chilometri. La prima roccaforte pare un praesidium romano con tanto di corte, stanze, camminamento di ronda e torri ormai crollate. La seconda roccaforte, articolata su tre piani, evidenzia rifacimenti d’epoca islamica.
Le pareti della fortezza a tre piani
Intorno alla città resti di edifici, imponenti tombe, vaste necropoli e soprattutto un centinaio di miniere per l’estrazione dell’oro che, con i loro pozzi di aerazione, rendono ancor più aliena la superficie di questa terra. (Per ulteriori approfondimenti visitare il sito del museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it).
Vista aerea
La conferma che si trattava proprio di Berenice Pancrisia arrivò nel 1990 in una riunione alla quale parteciparono Jean Vercoutter, Sergio Donadoni, Annamaria Roveri Donadoni, Charles Bonnet, Isabella Caneva ed altri esperti della regione nubiana. La scoperta è stata considerata così importante da creare una nuova branca dell’archeologia: la Nubiologia.
Fonti e bibliografia:
Museo Castiglioni, “Berenice Panchrysos: la città fantasma del deserto Nubiano”.
Alfredo e Angelo Castiglioni, “Nubia, Magica terra millenaria”, Giunti editore, 2006
AA.VV., “VI Congresso Internazionale di Egittologia” – Atti – Vol. I, 1992
C. Ziegler, “L’Eldorado égyptien, in L’or des Pharaons”, Monaco, 2018
Tiziana Giuliani, “L’oro dei faraoni – 2500 anni di oreficeria nell’antico Egitto”, 2018
Nadia Vittori, “L’oro dei faraoni”, Mursia scuola, 1996)
Tutte le immagini fotografiche e i disegni di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. La pubblicazione da parte mia è stata autorizzata da “Archivio Angelo e Alfredo Castiglioni – Museo Castiglioni” in data 24/2/2022
Alla morte di Amenhotep I sale al trono Thutmosi (Ḏḥwty ms) che significa “Nato dal dio Thot”. Si pensa che sia stato un generale dell’esercito tebano. Non si sa a quale titolo salì al trono, forse non era neppure di stirpe reale, la madre Seniseneb viene citata solo come “Madre del Re”, potrebbe essere stata una moglie minore o una concubina di Amenhotep I. Secondo alcuni era il figlio di Ahmose Sipair, a sua volta figlio di Seqenenra Ta’o e quindi fratello di Ahmose I o, secondo altri addirittura figlio dello stesso Ahmose I.
In ogni caso venne nominato coreggente dal suo predecessore Ahmose I, ma la sua legittimazione al trono venne ancor più confermata per aver sposato la principessa Ahmose, la “Grande Sposa Reale” che vantava anche il titolo di “Sorella del Re” quindi di stirpe regale, a questo proposito alcuni fanno osservare che la regina non fu mai chiamata “figlia del re”.
Il primo figlio di Thutmose e della regina Ahmose fu Amenmos nato molto prima della sua salita al trono. I sovrani ebbero un altro figlio Wadjmose, che premorì al padre, e due figlie, Hatshepsut e Nefrubity che però morì anch’essa ancora piccola.
Da una moglie minore nacque un altro figlio, Mutnofret che sposerà in seguito la sorella Hatshepsut e salirà al trono alla morte del padre come Thutmosi II.
Thutmosi I sarà il primo faraone “imperialista” del Nuovo Regno in quanto non si limiterà a governare entro i suoi confini ma darà inizio ad una espansione dell’influenza egizia sia a sud che nell’area palestinese. Non a caso il suo nome Horo era “Toro vittorioso” a sottolineare la volontà espansionistica che d’ora in poi segnerà la tendenza regale egizia.
Grazie alle già citate iscrizioni provenienti dalle tombe dei due soldati, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekebet, che già servirono sotto Ahmose I ed anche sotto Amenhotep I, conosciamo le prime imprese militari di Thutmosi. In seguito ad una rivolta in Nubia, il sovrano risalì il Nilo e, combattendo personalmente, uccise il re nubiano tornando poi a Tebe con il corpo del re nubiano appeso alla parte anteriore della sua nave.
Nel secondo anno del suo regno tornò al sud per sedare piccole rivolte che erano scoppiate in Nubia, su una delle cinque stele trovate di fronte all’isola di Tombos, a monte della terza cateratta, Thutmosi I fece registrare i confini meridionali del suo regno, anche se era ormai giunto alla quarta cateratta. Sulle stele il sovrano fece incidere l’elenco delle tribù vinte: “quelli con le trecce”, “quelli [con le guance] scarificate”, “i Nehesyu dal viso bruciato”, “quelli che vestono di pelli”, “quelli con i capelli crespi”.
Sulle stele fece inoltre incidere:
<< Egli ha ridotto i confini del mondo sotto il suo potere; la sua frontiera meridionale tocca i confini del Kush, quella settentrionale raggiunge l’acqua che scorre a ritroso, che si discende nel risalire >>,
questo perché le acque dell’Eufrate scorrono nel senso opposto a quello del Nilo. Quando i soldati tornarono in Egitto i loro racconti sull’Eufrate si diffusero subito presso il popolo:
<<…….. quell’acqua invertita che scorre a monte quando dovrebbe scorrere a valle……..>>,
da allora l’Eufrate diventò per l’Egitto il fiume con “l’acqua invertita”.
Thutmosi I fece inoltre costruire a Tombos una fortezza per ospitare un presidio militare. Conclusa vittoriosamente la guerra Thutmosi I divise la Nubia in cinque distretti a capo dei quali nominò dei governatori locali a lui fedeli. Al fine di agevolare altre eventuali risalite delle sue navi Thutmosi I ordinò che il canale, fatto costruire da Sesostris III della XII dinastia, presso la prima cataratta venisse ulteriormente scavato per renderlo più profondo. Testimonianza di ciò compare in due iscrizioni dove viene menzionato, nella prima:
<<………Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22, sotto la maestà del re dell’Alto e Basso Egitto, Aakheperre che è dato in vita. Sua Maestà ordinò di scavare questo canale dopo averlo trovato intasato di pietre [in modo che] nessuna [nave ci navigasse]……..>>.
Nella seconda:
<<……..Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22. Sua Maestà ha navigato in questo canale nella vittoria e nella potenza del suo ritorno dal rovesciamento del miserabile Kush…….>>.
A questo punto il sovrano si rivolse a Levante, invase la Palestina e proseguì fino a Karkemish, che conquistò, dirigendosi fino all’Eufrate, quì fece erigere una stele che venne rinvenuta cinquanta anni dopo da Thutmosi III. A questo punto i principi siriani si sottomisero a Thutmosi, la cosa però durò poco, quando Thutmosi tornò in Egitto smisero di pagare i tributi e costruirono difese contro futuri attacchi. Ormai in possesso delle tecnologie necessarie, pare che Thutmosi abbia costituito un corpo scelto di truppe montate su carri da guerra.
Durante il suo regno vennero eseguiti grandi progetti di costruzione, fece ampliare il villaggio di Deir el-Medina oltre a costruire molti templi e tombe, numerosi blocchi di pietra iscritti con i suoi titoli sono presenti in parecchi luoghi in Egitto.
Di notevole importanza fu l’intervento al Tempio di Karnak ad eseguire il quale nominò l’architetto Ineni. Degna di nota è la sala ipostila tra i piloni quattro e cinque. Le colonne erano ricavate da legno di cedro intese a rappresentare una palude di papiro, simbolo egizio della creazione. Sui lati della sala si stagliavano grandi statue che portavano alternativamente la corona dell’Alto Egitto e la corona del Basso Egitto.
All’interno della sala ipostila Hatshepsut fece erigere due dei suoi obelischi. Thutmose I fece costruire anche statue dell’Enneade ad Abydos, edifici ad Armant, Ombos, el-Hiba, Memphis ed Edfu, così come piccole espansioni di edifici in Nubia, a Semna, Buhen, Aniba e Quban.
L’architetto Ineni costruì la tomba di Thutmose I nella Valle dei Re, costruì anche il suo tempio funerario a Deir el-Bahari che venne probabilmente abbattuto in seguito per far posto a quello della regina Hatshepsut.
Secondo Manetone Thutmosi I regnò 12 anni e 9 mesi, in questo caso pare credibile in quanto venne rinvenuto a Karnak un blocco di pietra sul quale compaiono due iscrizioni, con il cartiglio di Thutmosi, che portano la data dell’VIII e IX anno del suo regno.
Alla sua morte Thutmosi I fu sepolto nella tomba KV38 della quale l’architetto Ineni riferisce di aver provveduto, da solo, alla realizzazione della tomba del suo re, secondo gli studiosi si tratterebbe della tomba più antica della Valle dei Re. In un secondo tempo, sua figlia Hatshepsut, avrebbe traslato il suo corpo nella propria tomba, la KV20, costruita per lei, facendola ingrandire per poter ospitare entrambi i sarcofagi, il suo e quello del padre. Sarà poi il nipote, Thutmosi III, a traslare nuovamente la mummia di Thutmosi nella tomba KV38.
La tomba KV20 era conosciuta fin dall’antichità e venne esaminata durante la spedizione napoleonica del 1799. Belzoni la visitò nel 1817 e più tardi James Burton iniziò a liberarla dai detriti ma dovette desistere perché le pareti non offrivano alcuna sicurezza oltre al fatto che la scarsità d’ossigeno ben presto spegneva le candele. Karl Richard Lepsius, nella sua campagna di scavi nel 1844-45, effettuò alcuni rilievi e stese una mappatura. Sarà solo nel 1903-04, dopo due anni di duro lavoro, che venne completamente liberata da Howard Carter, che lavorava per conto di Theodore Davis, il quale ebbe a dire
<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >> ( Howard Carter).
All’interno Carter trovò vasi di pietra e ceramiche in frantumi, due vasi appartenuti alla regina Ahmose Nefertari, su uno era scritto “[lo fece] come monumento a suo padre”. Su alcuni pezzi di vasi stranamente compariva il nome reale di Hatshepsut, “Maatkare”, prima che lei stessa diventasse re.
All’interno della camera sepolcrale, Carter rinvenne due sarcofagi, quello di Hatshepsut, splendidamente intagliato, “fu scoperto aperto senza alcun segno di un corpo, e con il coperchio che giaceva scartato sul pavimento” ed una cassa canopica di quarzite gialla abbinata, oggi custoditi al Museo Egizio del Cairo. L’altro sarcofago si trovava riverso su un lato ed il coperchio, intatto, era appoggiato al muro. Poiché Theodore M. Davis aveva sostenuto le spese per la campagna, il sarcofago gli venne dato in compenso e Davis lo donò al Museum of Fine Arts di Boston.
Sul sarcofago compare inciso il nome del “re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare Hatshepsut”. La regina però se ne fece fare uno nuovo per sé usando il primo per suo padre, Thutmose I. E’ evidente il lavoro degli scalpellini che, stuccata la scritta di Hatshepsut, reincisero nome e titoli di Thuthmose I.
In un testo inciso sul sarcofago compare la generosità di Hatshepsut verso suo padre:
<<…….lunga vita alla femmina di Horus…….Il re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare, il figlio di Re, Hatshepsut-Khnemet-Amun! Possa vivere per sempre! Lo fece come monumento a suo padre che amava, il Buon Dio, Signore delle Due Terre, Aakheperkare, il figlio di Re, Thutmosis il giustificato…….>>.
Da alcuni indizi emersi dopo una attenta analisi del sarcofago di Thutmose I pare che, al momento della traslazione del feretro del sovrano, gli addetti si siano accorti che era troppo lungo per cui si rese necessario assottigliare le pareti del sarcofago.
La tomba KV38 fu violata durante la XX dinastia, il coperchio del sarcofago venne rotto e tutti i gioielli e gli oggetti della tomba furono rubati. Il sarcofago di Thutmose I venne in seguito riutilizzato da un faraone della XXI dinastia. La mummia di Thutmose I non è mai stata ritrovata, nella cachette di Deir el-Bahri, tra le varie mummie etichettate ve ne sono di prive di nome, Gaston Maspero, credeva che la mummia non etichettata 5283 fosse quella di Thutmose I e dopo successive indagini emerse che questa era effettivamente una mummia della XVIII dinastia.
La mummia è conservata presso il Museo Egizio del Cairo dove è stata ulteriormente studiata, finché nel 2007, Zahi Hawass ha annunciato che la mummia appartiene ad un uomo di 30 anni morto per una freccia al petto, secondo gli esperti non poteva essere il re Thutmose I.
Fonti e bibliografia:
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
Virgilio Ortega, “Egittomania – L’affascinante mondo dell’Antico Egitto II”, De Agostini, 1999
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Alessandro Bongioanni, “Luxor e la Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Amenhotep (o Amenophis o Amenofi) era figlio di Ahmose I e di Ahmose Nefertari e successe al padre. In realtà non sarebbe stato lui l’erede designato ma il fratello maggiore Ahmose Ankh, secondo alcuni addirittura Ahmose Sipair (Pare che Ahmose Sipair fosse figlio di Seqenenra Ta’o).
Amenhotep sposò la sorella Ahmose Meritamon la quale poteva vantare i titoli di “Figlia del re”, “Sorella del re” e “Grande Sposa Reale”. Secondo alcuni ebbe un figlio, Amenhemat, che però morì molto giovane. (Alcune fonti però negano questa paternità).
Amenhotep divenne faraone ancora bambino ed in sua vece il trono venne retto dalla madre Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari). E’ possibile datare con sufficiente precisione il suo regno (ed anche quelli dei prossimi successori) grazie a quanto riportato sul retro del “Papiro medico Ebers” dove viene citato che nel nono anno di regno di Amenhotep si tenne la: <<…..festa dell’anno nuovo, terzo mese di Shemu, nono giorno, levarsi di Sodpu (Sirio)……>>.
Amenhotep I dette grande impulso all’attività edilizia soprattutto ricostruendo le città che furono alleate di Tebe durante le guerre contro gli Hyksos. A tale scopo vennero riattivate le cave del Gebel Silsila e di Serabit el-Khadim nel Sinai, inattive fin dalla XII dinastia.
Fu Amenhotep I ad iniziare la costruzione del villaggio di Deir el-Medina destinato agli operai impiegati nella maggior parte della produzione artistica che lavoravano alla realizzazione delle tombe per le sepolture dei futuri sovrani e nobili della necropoli di Tebe, ed in seguito nelle tombe reali nella Valle dei Re. Per questo lui e la madre Ahmes Nefertari divennero oggetto di divinizzazione e di culto nell’intero villaggio.
Le iscrizioni rinvenute nelle già citate tombe dei capi militari Ahmes figlio di Abana e di Ahmes Pennekhebet, che avevano già combattuto con il faraone Ahmose, ci forniscono informazioni circa le campagne militari intraprese da Amenhotep I verso la Nubia, non sono citate spedizioni in Asia.
In Nubia però Amenhotep I ci andò giù pesante, agli egiziani non andava di certo a genio che i nubiani avessero approfittato del dominio Hyksos per aggredirli alle spalle e questa gliela fecero pagare cara. Amenhotep I avanzò con le sue truppe fino a Gebel Barkal, presso la quarta cateratta assumendo così il controllo delle piste carovaniere che da sud attraversavano il deserto. Ma non si fermò li, nel settimo anno di regno la Nubia era interamente sotto il controllo di un governatore tebano, il “figlio del re di Kush”, titolo che veniva assegnato ad un principe reale.
In una seconda campagna militare Amenhotep I riprese il controllo delle oasi del deserto reinserendole all’interno dello stato sotto il controllo di un “sovrintendente delle oasi”.
Fu durante il suo regno che venne scritta la versione definitiva del “Libro dell’Amduat”, uno dei più importanti testi funerari, che però troviamo in versione completa solo nelle tombe di Thutmose I (KV38), Thutmose III (KV34) e di Amenhotep II (KV35). Alcuni testi raccontano che Amenhotep I si sia associato al trono il figlio Amenemhat, ancora giovanissimo, poco prima che questi morisse.
Forse a causa della morte del figlio pare che nominò coreggente una figura importante dell’esercito che poi gli succederà al trono, Thutmose, anche se non si sa se esistesse una relazione di parentela tra i due. Alcuni ipotizzano che Thutmose potrebbe esser figlio di Ahmose-Sipair, anch’egli deceduto.
Che vi sia stata un coreggenza tra Amenhotep I e Thutmose I parrebbe testimoniata dalla presenza, presso il terzo pilone del tempio di Karnak, di un cartiglio dove i due compaiono accanto su una barca rituale. Parliamo sempre al condizionale in quanto le evidenze archeologiche sono troppo scarse e non permettono una conclusione certa.
Amenhotep I regnò circa vent’anni ed alla sua morte, intorno al 1506 a.C., venne divinizzato e, come detto sopra, fu oggetto di culto, lui e la madre Ahmes Nefertari in modo particolare nel villaggio che fece costruire a Deir el-Medina. Sono molte le statue in cui è raffigurato anche se quasi tutte postume, gran parte di quelle che lo rappresentano sono idoli funerari funzionali al suo culto e provengono da epoche anche molto successive. Le statue a lui coeve sono scarse e da queste si può intravvedere che ricalcano fedelmente gli stilemi del Medio Regno, sarà poi nel prosieguo della XVIII dinastia che avverranno cambiamenti di stile che si possono riscontrare nelle statue di Mentuhotep II e di Sesostri II.
Dopo la sua morte, Amenhotep I fu ritenuto un dio che proferiva oracoli, le domande che gli venivano poste sono presenti su alcuni ostraka rinvenuti a Deir el-Medina ed il modo in cui sono formulate fanno pensare all’eventualità che, forse con un trucco dei sacerdoti, l’idolo desse cenni di assenso o di diniego. Era venerato sotto tre diversi aspetti divini: “Amenhotep della città”, “ Amenhotep amato da Amon” e “ Amenhotep del cortile esterno”.
Sulla sua sua sepoltura, in particolare per quanto riguarda l’ubicazione della sua tomba esistono alcune incertezze, una riguarda la KV39, nella Valle dei Re, l’altra la AN B situata nel “Cimitero degli Antef” a Dra Abu el-Naga, entrambe vengono attribuite ad Amenhotep I. Di quella di Dra Abu el-Naga, scoperta nel 1914 da Haward Carter, si pensa che avrebbe dovuto accogliere sua madre Ahmose Nefertari ma poiché la regina morì 3 o 5 anni dopo il figlio, sia stata ampliata ed adattata per il figlio.
La mummia di Amenhotep I, rinvenuta nel 1881, si trovava nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove, sotto il regno di Sheshonq I, i sacerdoti di Amon la fecero trasportare, con molte altre, per preservarle dai saccheggiatori ormai così numerosi nella Valle dei Re. La mummia si trova in ottimo stato di conservazione, le bende che la avvolgono sono ricoperte da uno strato di cartonnage di squisita fattura e valore artistico, è l’unica a non essere mai stata sbendata, era ancora così ben conservata che non la toccarono neppure i sacerdoti quando, durante la XXI dinastia, dopo averle portate nella cachette di Deir el-Bahari, restaurarono i bendaggi delle altre antiche mummie reali.
Non la sbendarono neppure gli studiosi anche se prima dell’utilizzo dei raggi X era normale farlo. Dal 3 aprile 2021 la mummia di Amenhotep I con le altre è stata trasferita al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana.
Fonti e bibliografia:
Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
Claude Vandersleyen, “La statue d’Amènophis I (Turin 1372)”, Oriens Antiquus 19 (1980)
Sergio Donadoni, “Statue di statue”, Aegyptus 85 (2005)
G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995 Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari 1990, ed. Rcs Milano 2004
Torniamo ora alla storia, con Ahmose inizia il Nuovo Regno ma se proseguissimo nel racconto della storia che segue senza fare alcune riflessioni trascureremmo forse una parte importante della storia stessa.
Il faraone Ahmose dunque vinse gli Hyksos, li cacciò dall’Egitto e li inseguì fin nel deserto del Negev. L’onta subita dagli egiziani, invasi da un paese straniero, rozzo, sporco e privo di quella civiltà che aveva fatto grande l’Egitto, forse era stata lavata. Abbiamo già esaminato in precedenza il fenomeno Hyksos sotto l’aspetto di invasori, ma siamo sicuri di non aver trascurato un altro fatto importante per la storia tutta, non solo egizia? Il periodo della dominazione degli Hyksos rimane più che mai un periodo oscuro per molteplici ragioni, sono molti i fattori ancora sconosciuti che hanno condizionato quel periodo della storia e sui quali sono state avanzate numerose ipotesi.
Gli Hyksos erano gli ebrei dell’Antico Testamento? Sin dall’antichità il periodo degli Hyksos è stato considerato da molti studiosi, e non solo, come il periodo della permanenza in Egitto degli Ebrei. Poiché penso si possa affermare in tutta tranquillità che gli Hyksos erano popoli di guerrieri, ben armati e ben equipaggiati, non credo che, almeno in un primo momento, potessero avere tra le loro file gli Habiru (il significato del termine è spiegato più avanti) che in quel periodo storico si trovavano probabilmente ancora allo stato di pastori nomadi e predoni nelle terre di Canaan.
Alla luce di quanto detto nei precedenti articoli, che riflettono solo una delle tante ipotesi circa l’invasione degli Hyksos in Egitto, personalmente escluderei che tra gli invasori fossero presenti gli Habiru, perlomeno non in numero significativo.
L’unico supporto di cui si dispone è la versione di Manetone, elaborata dallo storico giudeo del primo secolo, Giuseppe Flavio nella sua opera, più volte citata, “Contro Apione” nella quale asserisce di aver riportato “parola per parola” il racconto di Manetone. Nella prima edizione del secondo libro, Manetone definisce gli Hyksos come “pastori prigionieri” che diventano poi i “Re pastori” nelle due successive edizioni. In questo racconto, secondo Giuseppe Flavio, gli Hyksos furono realmente gli israeliti.
In un secondo racconto, che Giuseppe Flavio definisce però fittizio, Manetone racconta che, mentre gli Hyksos assunsero il dominio dell’Egitto senza battaglia,
<<……un grande gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunse in seguito ad Avaris dalla Palestina e ad essi fu consentito di stabilirsi in città dopo la partenza dei Re pastori…….>>.
Premesso che non credo affatto che gli egiziani abbiano permesso a 80 mila lebbrosi di stabilirsi ad Avaris appena liberata dagli Hyksos, ammesso che li abbiano lasciati entrare, cosa di cui dubito ancora di più, gli avranno assegnato un territorio ben lontano da loro, Gosen?
<<……tutte le anime della casa di Giacobbe che vennero in Egitto furono settanta…….dopo ciò vennero nel paese di Gosen……>> (Gen. 46:26-29).
Gli studiosi moderni, già poco propensi a dare completa fiducia a Manetone, non concordano con le citazioni di Giuseppe Flavio quando associa gli Hyksos agli israeliti. Secondo il racconto biblico, un certo Yusuf, (Giuseppe, figlio di Giacobbe), venduto dai fratelli, giunge come schiavo in Egitto, imprigionato e poi liberato perché interpreta il sogno del faraone, (le sette vacche grasse e le sette vacche magre), il faraone lo nomina Gran Visir (Gen. 41:40, 41)
<<………Tu sarai personalmente sopra la mia casa e tutto il mio popolo ti ubbidirà……….vedi io ti pongo sopra tutto il paese d’Egitto……..>>.
Passato un po’ di tempo Giuseppe fa venire in Egitto la tribù di Giacobbe suo padre al quale il faraone fa assegnare:
<<………il meglio del paese, il paese di Gosen………>>, (Gen. 47:6).
Quanto sopra, ad eccezione della Bibbia, non è documentato in nessuno scritto. La figura del biblico Giuseppe solleva molti dubbi tra gli studiosi che obiettano tra l’altro che mai un faraone egizio avrebbe elevato al rango di visir uno straniero, non egiziano, per di più asiatico. Se però si parte dal presupposto che Giuseppe sia giunto in Egitto durante il dominio degli Hyksos e si fosse integrato con il tempo, il fatto che a nominarlo visir sia stato un faraone Hyksos la cosa può apparire più accettabile.
Prescindendo dalla Bibbia, storici e professori di teologia si sono sempre chiesti come fosse possibile che in un paese come l’Egitto non sia mai stata fatta menzione di un personaggio come Giuseppe che, in qualità di Gran Visir, era l’uomo più potente dopo il faraone. E’ interessante sapere che:
<<……….la verdeggiante oasi del Fayyum, dove crescono rigogliosi fiori e frutti stupendi ……..il Fayyum va debitore di questo al canale lungo 334 km che conduce l’acqua del Nilo………il nome di questo antichissimo acquedotto, conosciuto non solo dai fellahin ma da tutto l’Egitto è “Bar Yusuf”, (canale di Giuseppe)………>>, (Werner Keller).
Si potrebbe obiettare che questo non è significativo, il nome Yusuf e un nome arabo, derivazione dall’ebraico Yoseph (Giuseppe) e come tale potrebbe essere stato assegnato molto dopo.
Ritornando a Manetone ed a quel “gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunti ad Avaris dalla Palestina” viene da pensare che forse non si trattava ne di lebbrosi ne di malati, ne tanto meno di 80 mila ma semplicemente di quei settanta Habiru, di cui parla la Bibbia, che per sfuggire anch’essi ad una probabile carestia, giunsero in Egitto tollerati dagli Hyksos. Habiru (anche Kabiru, Hapirù, Apiru, Habiri) è un termine di origine accadico babilonese con il quale, nel II millenio a.C., veniva identificato un popolo – non popolo, disperso tra i due fiumi dall’Eufrate al Nilo, nomadi ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta mercenari, sono ricordati in monumenti Egizi ed in tavolette mesopotamiche. Il termine Habiru viene da alcuni associato per assonanza all’antico “ibri” (ebrei) anche se parlare di assonanza tra nomi oggetto di traduzioni, spesso soggettive, non mi pare appropriato.
Va aggiunto inoltre che l’arrivo degli Habiru in Egitto non può che essere successivo a quello degli Hyksos, la Bibbia ci racconta che quando Giuseppe entrò nelle grazie del faraone questi: <<……lo fece montare sul secondo carro d’onore……>> (Gen. 41:43), ma prima dell’arrivo degli Hyksos gli egiziani non conoscevano il carro ne i cavalli. Se gli Ebrei arrivarono veramente in Egitto fu sicuramente in un secondo tempo.
Restando ciascuno con le proprie convinzioni circa l’arrivo e la cacciata degli Habiru (ebrei) dall’Egitto vediamo di analizzare una delle tante ipotesi circa l’Esodo (le altre le vedremo quando parleremo di Akheneton e poi di Ramses II). La cacciata degli Hyksos coinciderebbe con l’esodo? Questa ed altre domande hanno fatto scorrere fiumi d’inchiostro e le risposte degli studiosi sono molto controverse, prove concrete non ne esistono o quasi e la letteratura trova ampio spazio per far correre la fantasia.
Ad un certo punto la Bibbia racconta che:
<<……. Giuseppe morì e anche tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione……>> (Esodo 1:6).
Con la morte di Giuseppe e dei suoi figli la vita di coloro che stavano in Egitto non cambiò di molto. Il libro dell’Esodo ci presenta un quadro più che confortante per quelli che continuarono a vivere in Egitto.
<<………e i figli di Israele divennero fecondi e sciamavano……..continuarono a moltiplicarsi e a divenire potenti………>> (Es. 1:7),
finché non sorse un nuovo faraone che non aveva conosciuto Giuseppe. Il nuovo faraone, preoccupato perché gli Habiru diventavano sempre più numerosi, li avrebbe ridotti in schiavitù per costruire Pitom e Pi-Ramses (Esodo 1:11), cosa che porrebbe quindi l’Esodo all’epoca di Ramses I o poco dopo.
Sono molte le indicazioni storico-archeologiche che contraddicono questa ipotesi, vediamole, Pitom, la “casa di Atum”, dal greco “Hοώων πόλις, era un’antica città egizia che si trovava nel Delta orientale del Nilo in quella zona detta dei Laghi Amari. Mentre Pi-Ramses venne costruita sotto Ramses I, Pitom non la costruirono gli ebrei, la città venne costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I, non subì modifiche di alcun genere ne sotto Ramses I ne sotto il suo successore Seti I, venne solo ampliata, ma di poco, sotto Ramses II.
Torniamo ad Ahmose che scaccia gli Hyksos e con essi gli Habiru dall’Egitto, ma chi scaccia in realtà? Pensiamoci bene, come detto in precedenza, se gli ebrei giunsero in Egitto con gli Hyksos, o poco dopo, vi giunsero intorno al 1720-1750 a.C., e furono cacciati intorno al 1530 a.C., la loro permanenza fu quindi di 190 anni, non i 400 citati nella Bibbia (Gen. 15:13). Quasi due secoli di convivenza tra asiatici ed egiziani sicuramente influirono sulle reciproche relazioni, l’integrazione degli occupanti con gli autoctoni, matrimoni misti, relazioni di lavoro comune, amicizie, interessi, ecc. contribuirono certamente a creare un amalgama dal quale diventava difficile stabilire chi erano gli uni e chi gli altri. E’ una cosa che si è sempre verificata in ogni civiltà dove gli occupanti si sono fermati stabilmente. Quindi Ahmose scaccia tutti quelli che potevano essere identificati come nemici. I guerrieri, i comandanti, la corte ed i nobili più coinvolti, non credo però che abbia praticato una pulizia etnica anche perché, per le ragioni esposte sopra, sarebbe stato impossibile.
Dunque è lecito pensare che molti asiatici, ormai integrati, siano rimasti in Egitto. E’ ragionevole pensare che quelli del popolo che erano stati maggiormente “collaborazionisti” degli Hyksos anziché essere espulsi siano stati ridotti in schiavitù e costretti ai lavori forzati ma il resto del popolo non venne toccato. A questo punto si può pensare che un gruppo sparuto di coloro che furono espulsi, non certo quanti dice la Bibbia:
<<……..i figli d’Israele partivano da Rameses per Succot in numero di seicentomila uomini……..>> (Es. 12:37),
unito da qualche particolare interesse, magari anche religioso, sotto la guida di un capo, che si potrebbe configurare con il biblico Mosè, si sia diretto verso sud entrando nella penisola del Sinai, un territorio quasi del tutto desertico e tremendamente inospitale, quale ragione li spinse a dirigersi in quel deserto rimane un mistero. Quello che non si dice è, che se leggiamo bene la Bibbia, troviamo che gli eventuali seguaci di Giuseppe e Giacobbe non furono mai monoteisti puri, in Egitto onoravano una moltitudine di dei e questo ce lo conferma la Bibbia stessa:
<<……..e ora temete Yahweh e servitelo senza difetto…….e rimuovete gli dei che i vostri antenati servirono dall’altra parte del fiume e in Egitto…….>>. (Gios. 24:14).
Gli ebrei non adoravano il dio di Abramo, dalla lettura della Bibbia apprendiamo che si parla sempre del dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, non viene mai fatta menzione che il popolo fosse coinvolto in modo diretto. Sicuramente molti di loro avevano adottato gli dei egizi, tra questi uno in particolare Aton, il Sole che loro probabilmente chiamarono Adonai (forma plurale di Adon) o “Elohim”. Siamo soliti abbinare il dio Aton con il faraone Akhenaton anche se già in precedenza il culto di Aton era assurto a maggior livello. Ma di questo parleremo più avanti.
Le ipotesi circa l’esodo sono molte, passiamo ad un’altra.
Alcuni studiosi affermano che l’esodo in se potrebbe non essere avvenuto nel modo tradizionalmente inteso ma potrebbe riferirsi, secondo l’orientalista Mario Liverani, a quello che è stato chiamato “codice motorio”, infatti, l’espressione “esodo” (shè’t) e altre forme (vasha “uscire”), rientrano in tale definizione, ovvero all’uso di metafore legate al movimento usate per indicare il mutamento di appartenenza politica di una determinata regione o etnia da un dominio ad un altro o alla libertà. Al di là della cacciata degli Hyksos, per gli ebrei “uscire dall’Egitto” potrebbe aver semplicemente significato la “fine della dominazione egiziana sulla Palestina”, cosa effettivamente avvenuta nel passaggio dal Tardo Bronzo, quando la Palestina era sotto il dominio egiziano, e la prima età del ferro, quando, con l’invasione dei “Popoli del Mare”, i grandi imperi caddero in crisi e la Palestina raggiunse l’autonomia. Il termine “codice motorio” perse il suo significato verso la fine dell’VIII secolo a.C. quando la pratica assira di deportare i popoli vinti si diffuse presso altri popoli.
A questo punto però decido di fermarmi in quanto non vorrei farmi interprete di una o dell’altra ipotesi né confermare o smentire supposizioni di studiosi immensamente più competenti di me. Voglio solo citare il Prof. Francesco Lamendola che nel suo articolo del 2009 sul sito di “Arianna editrice” circa i fatti relativi all’esodo scrive:
<< Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo…….. noi non sappiamo quando sarebbe avvenuto. Non è che ignoriamo il momento preciso: ignoriamo tutto; ignoriamo i nomi dei faraoni che vi sarebbero stati coinvolti; ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti; ignoriamo perfino se davvero vi era un popolo ebreo in Egitto, e, a maggior ragione, se esso vi fosse tenuto in condizioni di schiavitù. >>. Secondo Lamendola, quando si parla dell’antico Israele bisognerebbe tenere lo stesso atteggiamento spassionato e obiettivo di quando si parla di altri popoli evitando di mescolare il piano teologico con quello storico, <<……..ciò eviterebbe di fare della cattiva storia e, soprattutto, della pessima teologia………>>.
Fonti e bibliografia:
Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
Francesco Lamendola, “Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo”, art. del 2009 sul sito di “Arianna editrice”
Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
Gianpiero Lovelli, “L’Esodo degli Ebrei: mito o evento storico?” Su “Storie di Storia” 16 marzo 2017
Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
Alessandro De Angelis e Andrea Di Leonardo, “Exodus. Dagli Hyksos a Mosè: analisi storica sull’Esodo biblico”, Altera Veritas, 2016
Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”. Torino: Ananke, 2006
Marco Crestani, “Hyksos, un mistero svelato”, In Storia, (rivista on line), 2009
Israel Finkelstein, Neil A. Silberman. “Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito”, Carocci, 2002)
Abbiamo parlato di Ahmose I, mi pare quindi doveroso a questo punto fare una breve digressione dal discorso principale per parlare di una delle donne più influenti della XVIII dinastia, la regina Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari), la Grande Sposa Reale di Ahmose I, entrambi figli di Seqenenra Ta’o e della Grande Sposa Reale Iahhotep (o Ahhotep I).
La coppia reale ebbe cinque figli i cui nomi denunciano una scarsa fantasia da parte dei genitori, tre maschi: Ahmose Ankh, rappresentato con la madre su una stele trovata a Karnak, Ahmose Siamon la cui mummia è stata ritrovata nella cachette di Deir el-Bahari, Amenofi che succederà al padre sul trono, e due femmine: Ahmose Meritamon che sposerà il fraello Amenofi I divenendo la “Grande Sposa Reale”, Ahmose Sitamon che verrà anche lei trovata nella cachette di Deir el-Bahari.
Non è certo se fossero anche figli di Ahmose I e di Ahmose Nefertari il principe Ramose la cui statua si trova oggi al Museo di Liverpool e Mutnofret che andrà sposa a Thutmose I.
La regina Ahmes Nefertari poteva vantare numerosi titoli nobiliari: “Principessa ereditaria”, “Grande di Grazia”, “Grande di lodi”, “Madre del re”, “grande sposa reale”, “Sposa del dio”, “Unita alla Corona bianca”, “figlia del re”, “Sposa del dio”, “figlia del re” ed in seguito acquisì anche quello di “Dea di Resurrezione”. Tutti questi titoli davano alla regina un ruolo di primaria importanza nell’ambito della religione.
Quando nel suo diciottesimo (o ventiduesimo) anno di regno, Ahmose assunse anche la carica di “Secondo Profeta di Amon”, dotò la propria moglie Ahmes Nefertari di terre, beni e amministratori che la seguivano; In un secondo tempo conferì la carica alla regina attribuendole anche il titolo di “Divina Sposa di Amon” e di “Divina Cantatrice di Amon”. Non si può certo dire che Ahmose I non amasse la moglie.
Con tutti quei titoli che poteva vantare Ahmes Nefertari era divenuta la responsabile di tutte le proprietà templari e dei relativi tesori, botteghe e amministrazioni. Creò le “Divine Spose di Amon” dotandole di un immenso patrimonio in terre, granai, scribi, artigiani, contadini compresi gli amministratori. Su di una stele dove si commemora l’investitura della regina a “Secondo Profeta di Amon” essa compare in compagnia del fratello suo e di suo marito, il principe Ahmose Sipair che però morì prima di salire al trono.
Alla morte di Ahmose I svolse il ruolo di reggente per il figlio Amenofi I, il suo nome compare su molti monumenti a Sais e a Tura. Quando si spense, un anno dopo il figlio Amenofi I (secondo alcuni cinque anni dopo), venne divinizzata e adorata a Tebe e a Deir el-Medina e fu oggetto di tributo speciale da parte degli operai che vivevano nel villaggio. Il culto della regina Ahmose Nefertari continuò fino all’inizio del I millennio a.C., basti pensare che la regina, chiamata “Signora del Cielo e dell’Occidente”, compare dipinta in oltre 50 tombe private e 80 monumenti. Venne, con ogni probabilità sepolta nella necropoli di Dra Abu el-Naga dove fu trovato anche un suo tempio funerario.
Forse anche la sua mummia venne inumata nella cachette di Deir el-Bahari dove nel 1881 fu trovata una mummia senza nome che non presentava particolari dettagli identificativi, questa venne attribuita ad Ahmose Nefertari anche se la sua identità è molto dibattuta. Nel 1885 l’egittologo Emile Brugsch la sbendò ma il fetore che emanava era tale per cui Brugsch la fece nuovamente inumare sotto il Museo del Cairo. Alcuni anni dopo venne esaminata dall’anatomista G. Elliot Smith, le cui conclusioni furono che si trattava di una donna sulla settantina, alta 1 metro e 61 centimetri, quasi calva e mancante di una mano, sicuramente asportata dai profanatori per recuperare gli anelli. Esaminata a fondo si può dire che, anche qualora non si tratti di Ahmose Nefertari, si tratta ugualmente di una nobildonna del suo periodo.
Fonti e bibliografia:
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 2005
G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
Raggiunta la maggiore età, Ahmose sale al trono divenendo a tutti gli effetti il primo faraone della XVIII dinastia.
Pur essendo uno dei faraoni più importanti, di lui conosciamo ben poco e quello che conosciamo ci è pervenuto dalle iscrizioni presenti nelle tombe di due suoi soldati, probabilmente generali del suo esercito, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekhebet.
Intorno alla sua figura regna una certa confusione creata da Giuseppe Flavio il quale traducendo Manetone riferisce che a cacciare gli Hyksos fu un re di nome Misphragmuthosis salvo poi trasformarne il nome in Tethmosis inducendo erroneamente a pensare alla figura di Thutmose.
Manetone gli assegna 25 anni di regno che paiono confermati da un graffito rinvenuto nelle cave di Maasara che riporta il 22° anno di Ahmose.
Salito al trono, dopo la reggenza della madre, Ahmose riprese subito le ostilità e col suo esercito marciò su Avaris dove in luogo di Apophis ora governava il sovrano Hyksos Khamudi. Khamudi è l’unico sovrano della XV dinastia a comparire nel Canone Reale, alla riga 10 colonna 20, di lui sono noti anche due sigilli scarabei, entrambi provenienti da Gerico.
Un altro sigillo, forse proveniente da Byblos, porta un’incisione che parrebbe “Khamudi”. Di parere contrario Kim Ryholt secondo il quale l’incisione va letta “Kandy” riferito ad un re sconosciuto.
Dalle iscrizioni ritrovate nelle tombe sopra citate, si apprende che Ahmose si scagliò subito contro Menfi ed Eliopoli che riconquistò senza quasi combattere. Poi puntò a nord verso Avaris, qui non fu necessario porvi l’assedio in quanto gli occupanti si arresero senza che ci fossero combattimenti.
La presa di Avaris sarebbe avvenuta intorno all’undicesimo anno di regna di Khamudi (circa 1530 a.C.). Ma questo ad Ahmose non era sufficiente, il grave insulto all’onore e all’integrità dell’Egitto dovuto all’occupazione Hyksos bruciava troppo e l’unico modo per il completo riscatto, e per evitarne il ripetersi in futuro, richiedeva di estendere il controllo da parte dell’Egitto sugli asiatici del nord e dell’est.
Cacciati gli occupanti di Avaris, e “tutti” gli Hyksos presenti in Egitto, Ahmose passò il confine inseguendo le altre guarnigioni in rotta. (Ho scritto “tutti” tra virgolette, la ragione la vedremo in un momento successivo). Ultima roccaforte nella quale si rinchiusero gli Hyksos fu l’antica città di Sharuhen nel deserto del Negev. Dopo un assedio durato tre anni, l’esercito di Ahmose conquistò la città e la fece radere al suolo. L’intento di controllare l’area siro-palestinese per bloccare eventuali tentativi di nuove infiltrazioni da parte di genti semite, portò l’Egitto a scontri con i regni Mitanni ed Ittita.
Nella città di Avaris Ahmose fece costruire diversi palazzi la cui decorazione pittorica, ritrovata frammentata, si presenta stranamente eseguita con tecnica e colori del tutto estranei alla tradizione egiziana, ricordano quelli del palazzo di Cnosso. Ma per completare l’opera occorreva anche dare una lezione ai nubiani che con gli Hyksos si erano alleati contro l’Egitto riconquistando la Nubia. Senza ulteriori indugi Ahmose si rivolse a sud ed in breve si riprese la Nubia.
La riunificazione dell’Egitto era ora completa ma per mantenerla sicura dovette ricorrere a sedare le ribellioni nel regno di Kush dove, in seguito a tre campagne militari, raggiunse l’isola di Sai, tra la seconda e la terza cateratta, delle quali assunse il controllo nominando un governatore con il titolo di “Figlio del re di Kush”, carica ricoperta da un principe reale. Pare inoltre che verso la fine del suo regno abbia inviato una spedizione punitiva anche in Fenicia.
Con Ahmose, il cui potere passa ora da “re-dio” a “re-generale”, si accentuò il contrasto interno con il clero il cui “Primo Profeta di Amon” aspirava ad assumere “de facto” il controllo dello Stato ma questo sarà un problema che vedremo in seguito.
Inizia con Ahmose I il Nuovo Regno che durerà circa 500 anni e comprenderà la dinastie dalla XVIII alla XX, secondo Manetone, e sarà il momento della massima espansione dell’influenza egizia tanto da indurre spesso a chiamarlo impero. Periodo nel quale assisteremo alla più grande riforma religiosa mai riscontrata in Egitto ad opera del faraone eretico Akhenaton, ma questa è storia che affronteremo in seguito.
Ahmose si fece edificare una “piramide” ad Abido, l’ho messa tra virgolette in quanto non si tratta di una vera piramide bensì di un cenotafio che, nonostante presenti un lato di circa 53 metri ed un’altezza, in origine, di circa 40 metri, è stata realizzata con sabbia e detriti litici poi ricoperti con pietra calcarea per renderla più stabile. Non contiene alcuna camera funeraria o corridoi a conferma della sua natura di semplice cenotafio. Oggi si presenta come una collina di detriti alta una decina di metri.
Il sarcofago di Ahmose, contenente la sua mummia, venne ritrovato nella famosa cachette di Deir el-Bahari dove fu nascosta con molte altre per preservarle dalle violazioni, oggi sono conservati al Museo di Luxor. L’esame della mummia ha rivelato che il sovrano deve essere deceduto fra i trenta ed i quaranta anni.
Come abbiamo detto sopra Ahmose cacciò gli Hyksos dall’Egitto, (tutti?), questo lo andremo a vedere nel seguito analizzando come l’evento viene trattato dagli studiosi cercando di districarci fra le numerose, e spesso contrastanti, ipotesi che in proposito sono state avanzate.
Fonti e bibliografia:
Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web 2017
Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997