Mai cosa simile fu fatta

IL VILLAGGIO DI DEIR EL MEDINA

Di Grazia Musso

Sulla sponda occidentale del Nilo si trova una collina alta poche decine di metri.

Proprio alle sue spalle si trova il villaggio nel quale abitavano i lavoratori che scavarono e decorrono le tombe della Valle dei Re.

Oggigiorno è noto come Deir El Medina dal nome del monastero copto che sorse nel luogo in epoca cristiana, ma per gli egizi era “Il luogo di Maat a occidente di Tebe”.

In base ai dati disponibili sappiamo che Amenhotep I e sua madre Ahmosi-Nefertari erano adorati come protettori del villaggio dai “servi del Luogo della Verità”, fatto che sembrerebbe indicare che ne furono i fondatori.

Tuttavia, la documentazione archeologica suggerisce che fu invece Thutmosi I progettarlo, ammesso che il villaggio esistesse durante la XVIII Dinastia, dato che le evidenze al riguardo sono completamente inesistenti.

Si sà che personaggi come Ineni visir di Tebe, o Hapusenen, gran sacerdote di Amon, supervisionarono i lavori nella Valle dei Re, ma non si sa se esistesse già una forza di lavoro dedicata esclusivamente a tale compito.

Le tombe della XVIII Dinastia sono piccole e poco decorate, di modo che è possibile che fossero costruite da gruppi di lavoratori di Tebe.

Invece per il periodo corrisponde alla XIX Dinastia vi sono numerose testimonianze sull’esistenza di tale forza lavoro, che era stata istituita, forse, a partire dal gruppo di operai che vivevano ad Amarna.

Il villaggio, situato in una valle desertica, occupava il letto di un antico Wadi orientato in senso nord-sud e raggiunse l’estensione massima di 142 x 50 metri.

Nel suo apogeo, durante la XIX e la XX Dinastia, ci vivevano circa 1.200 persone.

Nelle sue vicinanze, su una collina situata a ovest del villaggio, si sviluppò una necropoli con le sepolture dei lavoratori.

Deir el Medina (ricostruzione di Jean Claude Golvin)

Essere scelto come membro degli “uomini della tomba” era una grande fortuna.

Essendo un compito che rivestiva la massima ideologia, dotare il sovrano di un luogo per il suo riposo eterno, si trattava di un lavoro di grande prestigio; non solo dal punto di vista della soddisfazione personale, ma anche dal punto di vista economico, visto che quando entravano nel gruppo ognuno di loro riceveva un importante incentivo: oltre alla casa e alla possibilità di costruirsi una tomba nella necropoli del villaggio, ricevevano un capanno nella valle, una vacca, un asino, capre, pecore, oltre un piccolo lotto di terra che avevano il permesso di coltivare al fuori orario di lavoro e del quale generalmente si occupava la loro famiglia.

I “regali” di benvenuto avevano il piccolo inconveniente di non poter essere venduti o ereditati, la proprietà passava al lavoratore successivo.

In molti casi era il primogenito che occupava il posto del padre, ma non era una prassi automatica, perché la decisione doveva essere approvata dal visir dopo aver ricevuto la raccomandazione di uno scriba e di un caposquadra.

Ogni dieci giorni i lavoratori, in squadre dai quaranta ai sessanta giorni, percorrevano i sentieri fino alla Valle dei Re.

Sotto la guida del caposquadra di turno, la “squadra del faraone” era divisa in due gruppi: la “parte sinistra” e la “parte destra “.

I lavori iniziavano con il semplice scavo della tomba, che, nella morbida pietra calcarea della zona tebana, procedeva abbastanza spedito.

Qualche difficoltà insorge a quando si incontravano grossi blocchi in selce o strati di roccia friabile.

I detriti dello scavo venivano portati fuori dalla tomba per mezzo di ceste.

Successivamente le pareti venivano levigate a scalpello, e, se necessario, migliorate e stuccate con gesso.

Alla fine di queste operazioni preliminari si seguivano i disegni preparatori che in un succedersi di fasi conducevano alla decorazione definitiva, l’ultimo stadio dei lavoratori prevedeva la stesura pittorica.

Sebbene la maggior parte dei sovrani del Nuovo Regno abbia regnato abbastanza a lungo per portare a termine la propria sepoltura, è singolare che la maggioranza dei complessi presenti parti incompiute.

Nel caso della tomba di Hatemhab pare quasi che gli operai abbiano abbandonato i lavori all’improvviso.

Dopo il decesso di un sovrano ci si concentrava innanzitutto sul completamento della decorazione, per cui erano a disposizione solo i 70 giorni dell’imbalsamazione e gli eventuali interventi sulla struttura della tomba si limitavano allo stretto necessario.

Il programma decorativo

Se durante la XVIII Dinastia le decorazioni interessavano solo le pareti e i pilastri della camera sepolcrale, l’anticamera e il pozzo, in epoca ramesside si verificò un cambiamento radicale : fu l’intero complesso a essere decorato con raffigurazioni e iscrizioni.

Mutarono anche le tecniche di esecuzione, dalla semplice pittura (XVIII Dinastia) si passò al bassorilievo e quindi all’incisione (XIX-XX Dinastia).

Divinità nella tomba di Thutmosi IV. Tebe ovest – Valle dei Re, tomba di Thutmosi IV ( KV 43)
La decorazione dei locali antistanti alla Camera sepolcrale con immagini delle divinità nell’atto di offrire i segni della vita, compare per la prima volta nella sepoltura di Thutmosi IV.
Su uno sfondo dorato, Hathor, dea protettrice della necropoli, Anubi e infine il dio dei morti Osiride, in forma di mummia, fronteggiano il sovrano.

Il grandioso repertorio iconografico delle tombe reali del Nuovo Regno si è svelato agli studiosi nel suo complesso significato solo dopo lunghe ricerche.

Ancora all’inizio del XX secolo, L’egittologo tedesco Adolf Ermanno lo definiva come frutto di “fantasie folli” e di “elucubrazioni mentali di pochi”.

Il Libro dell’Amduat, la più antica tra le Guide dell’Aldilà e l’unica utilizzata fino al periodo amarniano, restituisce un quadro dettagliato della concezione egizia relativa al viaggio notturno del dio solare nelle contrade dell”aldilà.

LA XII ora del “Libro dell’Amduat”. Tebe ovest, Valle dei Re – Camera di sepoltura di Thutmosi III (KV 34)
Nell’ultima delle dodici ore notturne il dio solare (nella barca) ringiovanisce, si trasforma in un grande serpente di 120 cubiti ( circa 62 metri), per splendere in cielo all’alba sotto forma di scarabeo e iniziare il proprio viaggio. L’estremità superiore della parete era tradizionalmente costituita dalla sequenza di geroglifici del cielo stellato e da fregi khekeru ( fasci di canne stilizzati).

Il Signore della tomba prendeva parte a questo viaggio e si rigenerava , come la divinità, in un ciclo eterno.

La versione in uso durante il Nuovo Regno, il Libro della Camera Nascosta, veniva inizialmente raffigurata sulle pareti della camera sepolcrale, affinché fosse il più possibile a contatto con il defunto.

I geroglifici in forma corsiva e le figure su uno sfondo ocra delle pareti riproducevano in scala maggiore il contenuto dei rotoli di papiro.

Vignetta del capitolo CX del “Libro dei Morti” nella Camera sepolcrale di Sennedjem
Tebe ovest (TT1). Le raffigurazioni del campo iaru, campo delle offerte o canneto, luogo paradisiaco dell’aldilà, circondato da corsi d’acqua, dove il signore della tomba e la sua sposa coltivano i campi, era una delle vignette più conosciute del Libro dei Morti. Il defunto può giungere in questo luogo di benessere e abbondanza dopo la sua trasfigurazione e dopo aver superato il giudizio del tribunale di Osiride. Solo così si avverano i desideri come quelli elencati dal titolo della formula: “Là aver potere, là essere trasfigurato, là arare e raccogliere, là fare l’amore, fare tutto ciò che già si è fatto in terra”. 

Fu intorno al 1500 a. C, che venne redatto il Libro dell’Amduat, ” ciò che è nell’aldilà”, il primo tentativo di fornire in immagini e testo una descrizione completa del mondo sotterraneo.

Nel registro medio che raffigura le singole ore, la barca del dio solare, accompagnata dal suo seguito, attraversa le dodici ore notturne su una sorta di anti-Nilo.

Il passaggio da un’ora all’altra è assicurato soltanto dalla dea Iside, che pronuncia una parola d’ordine.

Mentre la vicenda principale è sempre collegata al dio del sole, i registri laterali raffigurano gli abitanti dell”aldilà, che vengono riportati in vita al passaggio del dio.

Camera sepolcrale di Pashedu – Tebe ovest ( TT 3)
Sui lati dello stretto ingresso a volta sono raffigurati due sciacalli, ipostasi di Anubi, sdraiati su edifici a forma di scrigno, che proteggono l’ingresso della sepoltura. La parete posteriore della camera sepolcrale, esattamente al di sopra del luogo in cui era posto il sarcofago, reca raffigurazioni del capitolo CXXXVII del Libro dei Morti : “Formula per accendere le fiaccole per Osiride, re della necropoli ‘. Le fiaccole devono allontanare le tenebre del mondo sotterraneo e vengono recate a Osiride, assiso in trono di fronte alla catena montuosa occidentale, da un occhio udjat e da una divinità accovacciata.

Compaiono poi anche pericoli concreti da superare, come il nemico degli dei Apofi, appostato su un banco di sabbia con le sembianze di un enorme serpente, che intende prosciugare l’acqua del fiume sotterraneo per impedire alla barca di avanzare.

La fermata del corso del sole, equivarrebbe alla fine del mondo, per questo Apofi viene sconfitto da Ra.

Solo nella tomba di Haremhab , ultimo re della XVIII Dinastia, compare nel repertorio decorativo un’altra delle Guide dell’Aldilà, il cosiddetto Libro delle Porte.

Al pari del Libro di Amduat, illustra il viaggio notturno della barca del sole.

La separazione delle diverse ore non avviene, come nel Libro dell’ Amduat, attraverso un lungo blocco di testo, ma per mezzo della rappresentazione di portali merlati, che hanno dato appunto il nome al libro.

Vignetta del capitoli XCII del ” Libro dei Morti” nella camera sepolcrale di Irinefet – Tebe ovest ( TT 290).
Il titolo della formula del Libro dei Morti che illustra questa vignetta recita: ” Formula dell’ apertura della tomba per il ba e l’ombra di (nome del defunto), affinché esca alla luce del giorno e abbia il controllo delle sue gambe”. Come annunciato dalla formula, l’ombra nera del defunto si intravede nel vano della porta, davanti alla quale è raffigurato, come un cerchio nero, il disco solare che rischiara il mondo sotterraneo. L’anima l’uccello di Irinefet, il cosiddetto ba, è raffigurata due volte sia mentre abbandona la tomba sia quando vi fa ritorno. Per gli egizi era particolarmente importante mantenere nell’aldilà la piena libertà di movimento, poter abbandonare la tomba in sembianze diverse e potervi comunque tornare. La formula 92 del Libro dei Morti, come molte altre varianti, esprime questo auspicio

Fra i testi funerari del periodo ramesside è da ricordare il Libro delle Caverne.

La Caratteristica di questo libro è l’inserimento nella successione dei registri di immagini intercalare, per esempio quella di Nut; I testi che accompagnano le immagini sono sopratutto litanie.

Alla concezione del viaggio del dio solare nell’aldilà si affianca un’ulteriore teoria, secondo la quale il ciclo solare si compie nel corpo della dea del cielo Nut.

Mentre nelle tombe rupestri della XVIII Dinastia questa sfera celeste era simboleggiato da un soffitto piano, nel corso della XIX Dinastia, a partire da Sethy I, nella camera sepolcrale si fece ricorso a un soffitto a volta, dipinto, il così detto “soffitto astronomico”.

Soffitto della camera sepolcrale di Sethy I – Tebe ovest, Valle dei re ( KV 17)
Sopra la mummia del re defunto racchiuso nel suo sarcofago, si innalzava un soffitto recante una grandiosa raffigurazione dipinta di un cielo notturno, il celebre “soffitto astronomico”. La vasta raffigurazione comprende elenchi di stelle, costellazioni e segni zodiacali, come Orione, Sirio e il Grande Carro ( il Toro). Il sovrano poteva così ascendere al cielo nelle sembianze della propria anima, il ba.

Sotto la XX Dinastia tale decorazione venne sostituita dai così detti Libri del Cielo, nei quali compare come motivo centrale la doppia figura allungata di Nut.

Il legame tra il re e le principali divinità ultraterrene è documentato dalle scene sui pilastri della camera sepolcrale o nell’anticamera , la cui varietà si amplia costantemente nel corso del Nuovo Regno.

Oltre all’ottimo stato di conservazione e al brillante cromatismo, un altro aspetto rilevante delle decorazioni pittoriche di Deir el-Medina è il loro livello artistico.

Il disegno preparatorio che altrove si trova così spesso persino nei minimi dettagli, qui è presente solo nei contorni delle figure e nella suddivisione generale delle scene.

Horemheb porge doni alla dea Iside. Tebe ovest, Valle dei Re, tomba di Horemheb – (KV 57)
Horemheb, con indosso il nemes e un corto gonnellino, porge alla dea Iside due vasi sferici contenenti vino. L’ottimo stato di conservazione della pittura e l’alta qualità iconografica dell’opera fanno delle decorazioni parietali della tomba l’esempio più compiuto dell’arte pittorica del Nuovo Regno.

Le successive fasi della lavorazione pittorica, eseguite senza fare ricorso al disegno preliminare, testimoniano la grande abilità dei pittori, che seppero creare, con pennellate sicure e un grande senso della della suddivisione e della colorazioni delle superfici, immagini di estrema vivacità da temi per noi piuttosto rigidi.

I dettagli spesso solo accennati con poche pennellate, il tratto generoso dell’esecuzione che sovente rinuncia a correzioni, e la stesura del colore che a volte assomiglia quasi all’acquerello, conferiscono a queste pitture il loro straordinario fascino.

Per levigare gli oggetti venivano usate pietre arrotondate e lisce. Si utilizzavo anche scalpelli, come quelli raffigurati in questa foto. Gli scalpelli, quelli di bronzo erano molto diffusi ed erano utilizzati anche dai muratori. Con scalpelli venivano realizzati i fori e le incisioni,, e scolpiti i geroglifici su alcuni oggetti. L’uso dello scalpello è ampiamente documentato nei dipinti e nei rilievi.

Mentre le famiglie di Dei el-Medina vivevano nel villaggio, lasciando alle donne la cura di fare il pane, di tessere tessuti e accudire i bambini, gli uomini lavoravano a scavare e a decorare la tomba reale

La tomba del faraone, nella Valle dei Re, era il loro principale luogo di lavoro, ma anche l ‘esecuzione della tomba della regina o dei principi poteva tenerli pienamente occupati, non appena terminata quella del sovrano

Si stima che per lo scavo e la decorazione di una tomba si impiegassero all’incirca sei anni, la durata variava moltissimo dalle dimensioni dell’ipogeo.

Le condizioni del lavoro sono ben conosciute grazie agli archivi che, giorno dopo giorno, teneva lo scriva della tomba

Lavorazione di una statua.

  1. Terminata la statua, gli scultori la pulivano e incidevano i geroglifici del protocollo reale.
  2. Le statue di pietra erano spesso fissate a un pilastro dorsale e realizzate in modo da essere viste solo frontalmente.
  3. Per scolpire venivano usati scalpello di rame, a fine di togliere il materiale sovrabbondante.
  4. In genere le figure verticali erano raffigurate con la gamba sinistra in avanti.

L’illuminazione della tomba era la stessa utilizzata nelle case

Gli stoppini imbevuti di olio e accesi si consumavano lentamente in coppe.

Ogni stoppino durava quattro ore e in una giornata di lavoro ne erano necessari due, che ci permette di calcolare che si lavorava otto ore al giorno

La settimana lavorativa era di otto giorni, al termine della quale si avevano due giorni di riposo in cui gli uomini rientravano al villaggio per occuparsi delle proprie tombe e partecipare a riti e a feste religiose

Il mese egiziano era di trenta giorni, di cui sei festivi

Attrezzi, materiale di cantiere, papiri e ostraka raccontano il lavoro nelle tombe reali

Sugli ostraka, qui fotografati, son disegnate delle colonne. Gli artigiani che scolpivano capitelli e colonne avevano un ruolo importante nell’ambito dell’architettura Egizia. Essi si servivano di diversi attrezzi per scolpire i bassorilievi, come ad esempio battitori, piombini o spatole come quelle che si possono vedere appoggiate nella parte inferiore della fotografia

Lo studio di questo campo, particolarmente vivo, è completato dall’osservazione di alcune tombe della Valle dei Re rimaste incompiute.

Le pareti delle tombe di Horemheb e di Sethi I sono esempi eloquenti in questo senso, perché permettono di ricostruire la tecnica di lavoro, fase per fase.

Sembra che dopo lo scavo delle camere e dei corridoi, eseguito facendo saltare via la roccia calcarea per mezzo di scalpelli di bronzo, si passasse a levigare la superficie dei muri e dei soffitti.

Si stendeva quindi un fine strato di intonaco sulla superficie ripulita, per cancellare le asperità.

L’intonaco era poi smerigliato e ricoperto di un “latte di calce”, destinato a omogeneizzare il tutto.

Questo frammento di rilievo risale con ogni probabilità all’epoca amarniana. A sinistra si vedono diversi muratori impegnati ai lavori di costruzione che utilizzano come utensili, battitori e scalpelli metallici. A destra si vede una casa, con colonne di sostegno, alcuni mobili e vari elementi decorativi.

A quel punto interveniva lo “scriba dei contorni”, usualmente tradotto con “disegnatore”, il quale tracciava col pennello rosso le figure previste per le decorazione del monumento.

Talvolta lo eseguiva un correttore che rettificava gli errori con un colpo di pennello nero.

Poi veniva il turno dell’ scultore, che doveva fare colpo alle figure sbalzando in rilievo l’interno dei contorni preparati a pennello.

L’arte dell’ scultore stava nel conferire al rilievo un modellato molto sfumato e morbido .

I muscoli delle gambe, la rotondità delle guance, le forme piene del seno delle dee e delle regine sono suggerite da rilievi talvolta appena sporgenti ma molto espressivi.

Il pittore interveniva per ultimo con la sua tavolozza di colori, per animare con con tinte sempre vivaci le figure scolpite

  1. Per eliminare le irregolarità della superficie si stendeva uno strato di stucco livellando la parete.
  2. Lo strato di stucco veniva utilizzato anche come base per il disegno realizzato con pietre appuntite o carboncini
  3. Per definire le proporzioni del disegno gli artigiani usavano un reticoli sul quale ingrandire il bozzetto già realizzato.
  4. La superficie che doveva ospitare la scena veniva divisa in registri per ordinare la sequenza della storia.
  5. Il reticolo veniva tracciato applicando sulla parete delle corde sottili, tese e imbevute di pittura con un peso al capo inferiore.
  6. Il rilievo si otteneva scolpendo la parete con mazzuolo e poi sfumando i contorni secondo il tipo di rilievo
  7. Ogni artigiano si occupava di un preciso colore e lo applicava tutto in una volta. Più seguivano le tinteggiature successive.
  8. Lo sfondo del disegno era il primo strato di pittura che veniva dato sulla parete, asciugato il quale si procedeva alla colorazione dei diversi elementi.

Nei gruppi di artisti del Dei el-Medina i disegnatori vanno senza dubbio sempre distinti dai pittori: i primi erano capaci di eseguire il repertorio iconografico e mitologico fissato dallo Scriba della della Tomba e dal caposquadra, i secondi sapevano applicare i colori di cui essi stessi componevano le miscele.

Fonti

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
  • Le tombe reali d’Egitto – National Geographic
  • Egitto: Gli egizi straordinari artigiani -.De Agostini
  • Archeo – De Agostini Rizzoli
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI KHONSU

Di Grazia Musso

Legno stuccato e dipinto; altezza cm 125, larghezza c. 98, lunghezza cm 262
Deir el-Medina, tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
JE 27302

A Deir el-Medina Maspero rinvenne nel 1886 una sepoltura integra, il cui proprietario risultò l’operaio Sennedjem.

Nella tomba si rinvennero 20 corpi, di cui 9 perfettamente conservati all’interno del proprio sarcofago.

Tra questi, Khonsu, figlio di Sennedjem, come suo padre ” Servitore nella Sede della Verità”, così come si chiamava la necropoli reale tebana.

La mummia di Khonsu, conservata all’interno di due casse antripoidi, era stata trasportata nella tomba in un sarcofago posto su di una slitta, ritrovato abbandonato in un angolo della tomba.

Questo splendido reperto testimonia la capacità di questa piccola comunità, intenta giorno per giorno alla realizzazione di sepolture maestose, di sapere riutilizzare temi e motivi cari alla tradizione funeraria regale.

Il tema principale della decorazione è rappresentato dal capitolo 17 del Libro dei Morti, corredato da un ricco apparato iconografico dai colori brillanti.

In particolare la splendida scena su uno dei lati lunghi in cui Anubi prepara il corpo del defunto Osiride sul letto di morte, vegliato dalla moglie Iside.

Il capitolo 17, con le raffigurazioni relative, occupa i due lati lunghi del sarcofago, mentre due coppie di divinità femminili tutelari campeggiano sui due lati corti.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

E' un male contro cui lotterò

BIMBI E BALIE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La prima rappresentazione di un divino allattamento: Nekhbet (in forma umana) allatta il Faraone Sahura (V Dinastia) – Tempio mortuario di Sahura

Si pensa che dopo la nascita, mamma e neonato rimanessero isolati per un paio di settimane. Da un punto di vista medico (moderno) aveva senso per una minore esposizione del bambino agli agenti patogeni dovuti al contatto con altre persone e per far riprendere la mamma dalle fatiche del parto, ma all’epoca era soprattutto una “protezione” da entità e spiriti (demoni) che avrebbero potuto aggredire madre e figlio in un momento così delicato della vita.

Dai papiri pervenutici, sappiamo che l’apprensione per la sorte del neonato era sempre in agguato; per questo esistevano dei veri e propri “test” per capire la salute del neonato, in maniera simile a come viene effettuato al giorno d’oggi con l’Indice di Apgar. Se però l’Indice di Apgar considera frequenza cardiaca, respirazione, tono muscolare, riflessi e colorito, al tempo degli Egizi il test veniva effettuato tritando un pezzettino della sua placenta e facendoglielo bere mescolato al latte: se lo avesse inghiottito, il piccolo sarebbe sopravvissuto; altrimenti la sua sorte era segnata.

Un secondo, ancora più curioso test, era basato sui primi vagiti del neonato (Ebers 838): se avesse pianto con un verso descritto come “ny” avrebbe vissuto, mentre un pianto descritto come “mebi” era un presagio nefasto, come anche il primo vagito fatto con il viso rivolto in basso.

Weretkau, la balia divina di Tutankhaton, raffigurata su un pendente del Faraone mentre lo allatta (Museo del Cairo, JE 61952)

Maia, la vera balia di Tutankhaton, ritratta nella sua tomba a Saqqara (a destra ritratta con il Faraone)

Ogni neonato, maschio o femmina, era sempre il benvenuto – anche se il primogenito maschio godeva comunque di particolari attenzioni – e l’abbandono del figlio era considerato una mostruosità: la Vita era sacra sempre. Abbiamo visto che, secondo gli Egizi, il figlio era originato dal solo sperma del padre, che trasmetteva al figlio parte del suo ba e del suo akh (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/filosofia-egizia/), ma – attenzione! – il cuore, sede della personalità e del pensiero della persona, derivava esclusivamente dalla madre. In Età Tarda il papiro Jumilhac ci spiega che le ossa del nascituro provengono dal seme paterno, mentre la carne e la pelle dal nutrimento materno.

Il nutrimento con il latte materno durava fino ai 3 anni; frequente era il ricorso a balie, che mantenevano una grande importanza nella famiglia, quasi a livello della madre naturale. Balie famose sono, ad esempio, Maia (che allattò Tutankhaton e la cui tomba fu scoperta nel 1996 a Saqqara) e Sitra, la balia di Hatshepsut identificata come la mummia KV60B), ma anche Thutmosis III sposò Satiah, la figlia della sua balia Ipu. Nell’iconografia egizia, inoltre, spesso il Faraone viene mostrato bambino allattato da una divinità.

Satiah ritratta alle spalle di Thutmosis III

Non sappiamo esattamente da quando venne preso nota del giorno della nascita, ma si crede sia successo molto presto nella storia dinastica. I primi riferimenti indiretti certi risalgono però al Nuovo Regno, quando agli artigiani della Valle dei Re veniva concesso un giorno di ferie per celebrare il proprio compleanno; prima si trovano riferimenti solo all’anno di nascita (ricordiamoci sempre che gli anni venivano misurati dall’ascesa al trono di ogni singolo Faraone, e che gli Egizi non ebbero mai una data “spartiacque” come la fondazione di Roma o la nascita di Cristo).

Hathor protegge Tuthmosis III mentre allatta suo figlio Amenhotep II (Museo del Cairo, JE 38574)

Amenhotep II allattato da Hathor (particolare) – Museo del Cairo, JE 38574

A partire dal Periodo Tolemaico si iniziò a tenere dei registri con i dati anagrafici nelle Case della Vita.

Una curiosità: in campo artistico, durante l’Antico Regno i bambini venivano ritratti nudi, a volte con piccoli seni od un pube accentuato per le bambine mentre i maschietti sono mostrati con un dito in bocca; presto comparve l’usanza di ritrarli con la treccia laterale tipica dell’infanzia – inizialmente solo per i maschietti ma, a partire dalla V Dinastia, anche per le femminucce.

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI LADY ASET

Di Grazia Musso

Legno ricoperto di tela struccata, dipinta e verniciata
Altezza cm 193,5, larghezza cm 47, profondità cm 31,18
Deir el-Medina, tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Si trova al NMEC – JE 1935

La tomba dell’artigiano Sennedjem ha restituito non solo un ricco corredo funerario, ora smistato tra i vari musei del mondo, ma anche i sarcofagi di alcuni membri della famiglia.

Aset era la sposa del figlio si Sennedjem, Khabekhent, anch’egli artigiano e proprietario della tomba numero 2 della stessa necropoli.

La donna possedeva due sarcofagi antropomorfi: uno più esterno e modellato nella consueta forma di mummia, e uno intermedio , quello delle foto, che conteneva il corpo imbalsamato e protetto da un plastron.

Su questo coperchio, la distribuzione degli elementi decorativi e dei colori è tutta giocata sui contrasti.

Il corpo di Aset è avvolto in una candida e aderente tunica plisettata.

È raffigurata come ancora vivente e non come mummia, secondo una formula iconografica ereditata dal naturalismo amarniano.

Tralci di edera fiorita ricadono morbidamente sull’abito , ravvivando la simmetria dello sfondo con tinte brillanti e linee sinuose.

La rigorosa semplicità della veste contrasta con la ricchezza dei gioielli, indossati sulle dita, braccia e lobi delle orecchie.

Particolarmente sontuosa è l’ampia collana-usekh che ricopre i seni e li traduce in elementi decorativi.

Sulla fascia a motivi vegetali stilizzati che cinge la lunga parrucca è inserito il simbolo della rinascita, il fiore di loto, dal profumo dolce e soave che dona eternità.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Foto: Jacqueline Engel, Merja Attia

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI I

Di Piero Cargnino

Alla morte di  Amenhotep I sale al trono Thutmosi (Ḏḥwty ms) che significa “Nato dal dio Thot”. Si pensa che sia stato un generale dell’esercito tebano. Non si sa a quale titolo salì al trono, forse non era neppure di stirpe reale, la madre Seniseneb viene citata solo come “Madre del Re”, potrebbe essere stata una moglie minore o una concubina di Amenhotep I. Secondo alcuni era il figlio di Ahmose Sipair, a sua volta figlio di Seqenenra Ta’o e quindi fratello di Ahmose I o, secondo altri addirittura figlio dello stesso Ahmose I.

In ogni caso venne nominato coreggente dal suo predecessore Ahmose I, ma la sua legittimazione al trono venne ancor più confermata per aver sposato la principessa Ahmose, la “Grande Sposa Reale” che vantava anche il titolo di “Sorella del Re” quindi di stirpe regale, a questo proposito alcuni fanno osservare che la regina non fu mai chiamata “figlia del re”.

Il primo figlio di Thutmose e della regina Ahmose fu Amenmos nato molto prima della sua salita al trono. I sovrani ebbero un altro figlio  Wadjmose, che premorì al padre, e due figlie, Hatshepsut e Nefrubity che però morì anch’essa ancora piccola.

Da una moglie minore nacque un altro figlio, Mutnofret che sposerà in seguito la sorella Hatshepsut e salirà al trono alla morte del padre come Thutmosi II.

Thutmosi I sarà il primo faraone “imperialista” del Nuovo Regno in quanto non si limiterà a governare entro i suoi confini ma darà inizio ad una espansione dell’influenza egizia sia a sud che nell’area palestinese. Non a caso il suo nome Horo era “Toro vittorioso” a sottolineare la volontà espansionistica che d’ora in poi segnerà la tendenza regale egizia.

Grazie alle già citate iscrizioni provenienti dalle tombe dei due soldati, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekebet, che già servirono sotto Ahmose I ed anche sotto Amenhotep I, conosciamo le prime imprese militari di Thutmosi. In seguito ad una rivolta in Nubia, il sovrano risalì il Nilo e, combattendo personalmente, uccise il re nubiano tornando poi a Tebe con il corpo del re nubiano appeso alla parte anteriore della sua nave.

Nel secondo anno del suo regno tornò al sud per sedare piccole rivolte che erano scoppiate in Nubia, su una delle cinque stele trovate di fronte all’isola di Tombos, a monte della terza cateratta, Thutmosi I fece registrare i confini meridionali del suo regno, anche se era ormai giunto alla quarta cateratta. Sulle stele il sovrano fece incidere l’elenco delle tribù vinte: “quelli con le trecce”, “quelli [con le guance] scarificate”, “i Nehesyu dal viso bruciato”, “quelli che vestono di pelli”, “quelli con i capelli crespi”.

Sulle stele fece inoltre incidere:

<< Egli ha ridotto i confini del mondo sotto il suo potere; la sua frontiera meridionale tocca i confini del Kush, quella settentrionale raggiunge l’acqua che scorre a ritroso, che si discende nel risalire >>,

questo perché le acque dell’Eufrate scorrono nel senso opposto a quello del Nilo. Quando i soldati tornarono in Egitto i loro racconti sull’Eufrate si diffusero subito presso il popolo:

<<…….. quell’acqua invertita che scorre a monte quando dovrebbe scorrere a valle……..>>,

da allora l’Eufrate diventò per l’Egitto il fiume con “l’acqua invertita”.

Thutmosi I fece inoltre costruire a Tombos una fortezza per ospitare un presidio militare. Conclusa vittoriosamente la guerra Thutmosi I divise la Nubia in cinque distretti a capo dei quali nominò dei governatori locali a lui fedeli. Al fine di agevolare altre eventuali risalite delle sue navi Thutmosi I ordinò che il canale, fatto costruire da Sesostris III della XII dinastia, presso la prima cataratta venisse ulteriormente scavato per renderlo più profondo. Testimonianza di ciò compare in due iscrizioni dove viene menzionato, nella prima:

<<………Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22, sotto la maestà del re dell’Alto e Basso Egitto, Aakheperre che è dato in vita. Sua Maestà ordinò di scavare questo canale dopo averlo trovato intasato di pietre [in modo che] nessuna [nave ci navigasse]……..>>.

Nella seconda:

<<……..Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22. Sua Maestà ha navigato in questo canale nella vittoria e nella potenza del suo ritorno dal rovesciamento del miserabile Kush…….>>.

A questo punto il sovrano si rivolse a Levante, invase la Palestina e proseguì fino a Karkemish, che conquistò, dirigendosi fino all’Eufrate, quì fece erigere una stele che venne rinvenuta cinquanta anni dopo da Thutmosi III. A questo punto i principi siriani si sottomisero a Thutmosi, la cosa però durò poco, quando Thutmosi tornò in Egitto smisero di pagare i tributi e costruirono difese contro futuri attacchi. Ormai in possesso delle tecnologie necessarie, pare che Thutmosi abbia costituito un corpo scelto di truppe montate su carri da guerra.

Durante il suo regno vennero eseguiti grandi progetti di costruzione, fece ampliare il villaggio di Deir el-Medina oltre a costruire molti templi e tombe, numerosi blocchi di pietra iscritti con i suoi titoli sono presenti in parecchi luoghi in Egitto.

Di notevole importanza fu l’intervento al Tempio di Karnak ad eseguire il quale nominò l’architetto Ineni. Degna di nota è la sala ipostila tra i piloni quattro e cinque. Le colonne erano ricavate da legno di cedro intese a rappresentare una palude di papiro, simbolo egizio della creazione. Sui lati della sala si stagliavano grandi statue che portavano  alternativamente la corona dell’Alto Egitto e la corona del Basso Egitto.

All’interno della sala ipostila Hatshepsut fece erigere due dei suoi obelischi. Thutmose I fece costruire anche statue dell’Enneade ad Abydos, edifici ad Armant, Ombos, el-Hiba, Memphis ed Edfu, così come piccole espansioni di edifici in Nubia, a Semna, Buhen, Aniba e Quban.

L’architetto Ineni costruì la tomba di Thutmose I nella Valle dei Re, costruì anche il suo tempio  funerario a Deir el-Bahari che venne probabilmente abbattuto in seguito per far posto a quello della regina Hatshepsut.

Secondo Manetone Thutmosi I regnò 12 anni e 9 mesi, in questo caso pare credibile in quanto venne rinvenuto a Karnak un blocco di pietra sul quale compaiono due iscrizioni, con il cartiglio di Thutmosi, che portano la data dell’VIII e IX anno del suo regno.

Alla sua morte Thutmosi I fu sepolto nella tomba KV38 della quale l’architetto Ineni riferisce di aver provveduto, da solo, alla realizzazione della tomba del suo re, secondo gli studiosi si tratterebbe della tomba più antica della Valle dei Re. In un secondo tempo, sua figlia Hatshepsut, avrebbe traslato il suo corpo nella propria tomba, la KV20, costruita per lei, facendola ingrandire per poter ospitare entrambi i sarcofagi, il suo e quello del padre. Sarà poi il nipote, Thutmosi III, a traslare nuovamente la mummia di Thutmosi nella tomba KV38.

La tomba KV20 era conosciuta fin dall’antichità e venne esaminata durante la spedizione napoleonica del 1799. Belzoni la visitò nel 1817 e più tardi James Burton iniziò a liberarla dai detriti ma dovette desistere perché le pareti non offrivano alcuna sicurezza oltre al fatto che la scarsità d’ossigeno ben presto spegneva le candele. Karl Richard Lepsius, nella sua campagna di scavi nel 1844-45, effettuò alcuni rilievi e stese una mappatura. Sarà solo nel 1903-04, dopo due anni di duro lavoro, che venne completamente liberata da Howard Carter, che lavorava per conto di Theodore Davis, il quale ebbe a dire

<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >>  ( Howard Carter).

All’interno Carter trovò vasi di pietra e ceramiche in frantumi, due vasi appartenuti alla regina Ahmose Nefertari, su uno era scritto “[lo fece] come monumento a suo padre”. Su alcuni pezzi di vasi stranamente compariva il nome reale di Hatshepsut, “Maatkare”, prima che lei stessa diventasse re.

All’interno della camera sepolcrale, Carter rinvenne due sarcofagi, quello di  Hatshepsut, splendidamente intagliato, “fu scoperto aperto senza alcun segno di un corpo, e con il coperchio che giaceva scartato sul pavimento” ed una cassa canopica di quarzite gialla abbinata, oggi custoditi al Museo Egizio del Cairo. L’altro sarcofago si trovava riverso su un lato ed il coperchio, intatto, era appoggiato al muro. Poiché Theodore M. Davis aveva sostenuto le spese per la campagna, il sarcofago gli venne dato in compenso e Davis lo donò al Museum of Fine Arts di Boston.

Sul sarcofago compare inciso il nome del “re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare Hatshepsut”. La regina però se ne fece fare uno nuovo per sé usando il primo per suo padre, Thutmose I. E’ evidente il lavoro degli scalpellini che, stuccata la scritta di Hatshepsut, reincisero nome e titoli di Thuthmose I.

In un testo inciso sul sarcofago compare la generosità di Hatshepsut verso suo padre:

<<…….lunga vita alla femmina di Horus…….Il re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare, il figlio di Re, Hatshepsut-Khnemet-Amun! Possa vivere per sempre! Lo fece come monumento a suo padre che amava, il Buon Dio, Signore delle Due Terre, Aakheperkare, il figlio di Re, Thutmosis il giustificato…….>>.

Da alcuni indizi emersi dopo una attenta analisi del sarcofago di Thutmose I pare che, al momento della traslazione del feretro del sovrano, gli addetti si siano accorti che era troppo lungo per cui si rese necessario assottigliare le pareti del sarcofago.

La tomba KV38 fu violata durante la XX dinastia, il coperchio del sarcofago venne rotto e tutti i gioielli e gli oggetti della tomba furono rubati. Il sarcofago di Thutmose I venne in seguito riutilizzato da un faraone della XXI dinastia. La mummia di Thutmose I non è mai stata ritrovata, nella cachette di Deir el-Bahri, tra le varie mummie etichettate ve ne sono di prive di nome, Gaston Maspero, credeva che la mummia non etichettata 5283 fosse quella di Thutmose I e dopo successive indagini emerse che questa era effettivamente una mummia della XVIII dinastia.

La mummia è conservata presso il Museo Egizio del Cairo dove è stata ulteriormente studiata, finché nel 2007, Zahi Hawass ha annunciato che la mummia appartiene ad un uomo di 30 anni morto per una freccia al petto, secondo gli esperti non poteva essere il re Thutmose I.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Virgilio Ortega, “Egittomania – L’affascinante mondo dell’Antico Egitto II”, De Agostini, 1999
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Alessandro Bongioanni, “Luxor e la Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • AlegsaOnline.com
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI SENNEDJEM

Di Grazia Musso

Legno stuccato, dipinto e verniciato, altezza cm. 185,5, larghezza max. cm 50, profondità cm 31
Deir el- Medina, Tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Museo Egizio del Cairo – JE 27299

Come tutti i ” Servitori della Sede della Verità” – gli operai che lavorano nelle tombe della Valle dei Re – anche Sennedjem fu sepolto nella necropoli adiacente al villaggio di Deir el-Medina.

Questo è il sarcofago esterno dei due sarcofagi dell’artigiano.

Sagomato a mummia strettamente fasciata, che stringe fra le mani gli emblemi tit e djed, quest’ultimo mutilo nella parte superiore.

Sulla tipica parrucca ramesside, ornata da una banda a foglie lanceolate e frutti, si stende la dea protettrice di Nefti, cui corrisponde, sotto i piedi, l’immagine di Iside.

La collana – usekh che ricopre il petto del defunto è arricchita da una parure a motivi vegetali che culmina, alle due estremità, con il sacro loto azzurro.

Al di sotto, la dea del cielo Nut, alata e inginocchiata, introduce la lunga iscrizione centrale in cui si invoca il suo nome.

Nei riquadri, creati all’incrocio delle bande iscritte, campeggiano le figure di Anubi sul suo tabernacolo, di una dea che si appoggia sull’anello shen, è della dea del sicomoro, che si sporge dai rami per versare da bere a Sennedjem.

Questi, inginocchiato con le mani proteste ad accogliere il liquido prezioso è raffigurato con i capelli neri su un lato e bianchi sull’altro.

Fonte :

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo National Geographic – Edizioni White Star.

Arte militare, Fortezze

IL COMANDANTE DI FORTEZZA NEB-RA

Di Livio Secco

La statua di Neb-Ra ritrae il comandante in capo di una importantissima fortificazione sul fronte Ovest, quella contro la Libia.

Ho incontrato questo personaggio facendo la storia dell’edilizia militare dell’antico Egitto. Ne ho derivato un’argomentazione piuttosto interessante che ho dovuto dividere in quattro conferenze: due relative al fronte Sud (nubiano), la terza sul fronte Est (asiatico) e la quarta sul fronte Ovest (libico).

Non potendo in questa sede affrontare l’intero discorso mi limito a farvi “vedere” la fortezza della quale Neb-Ra era il comandante.

DIAPO 1: copertina della conferenza

DIAPO 2: mappa del Delta Occidentale con le popolazioni libiche e la linea delle fortificazioni egizie. La fortezza di Neb-Ra è l’ultima, la più lontana dal territorio metropolitano, quella più occidentale: Zawiyet Umm el-Rakam.

DIAPO 3: Insieme a Kom Firin Zawiyet è uno dei più importanti siti fortificati che sono stati esplorati in dettaglio.
Il forte è situato sulla costa a 300 km ad Ovest di Alessandria.
Ha una superficie di 20.000 mq ed è stato studiato da una missione britannica guidata da Steven Snape.
Le sue alte mura erano spesse da 4 a 5 m con le basi protette da un terrapieno che scendeva verso l’esterno. Il lato Nord Est aveva al centro una porta bastionata. Dei magazzini sono stati liberati dalla sabbia così come un tempio in pietre calcaree ed una zona residenziale. Nei magazzini sono stati ritrovati cocci di vasellame cananeo, cipriota ed egeo dimostrando così l’importanza commerciale del forte.
Nelle immagini: mappa della fortificazione e restituzione grafica dell’accesso bastionato.

DIAPO 4: L’analisi stratigrafica di Zawiyet e il recupero dei reperti dimostra che la fortificazione fu edificata all’inizio del regno di Ramesse II e che fu occupata fino alle prime invasioni dei libici sotto il regno di Merenptah.
La potenza delle tribù libiche e il loro movimento verso Est deve aver impressionato fortemente la guarnigione che, non potendo contare su una forza superiore ai 500 uomini, non poteva contenere un’invasione di massa.
Il fatto che manchino le tipiche tracce di distruzione lasciano quindi supporre che il forte fu abbandonato piuttosto che espugnato da eserciti invasori.
Nelle immagini: in alto, parte delle rovine; al centro, l’accesso bastionato; sotto, la pavimentazione della costruzione meridionale della quale si ignora la funzione.

DIAPO 5: e veniamo al nostro comandante. Alcune fonti testuali relative al sito, documentano la presenza di un certo Neb-Ra. Egli risulta essere il comandante del forte ed è stato possibile ricostruirne in parte la carriera.
Il personaggio è onnipresente nelle raffigurazioni della fortificazione, ma sembra aver oltrepassato il limite delle proprie funzioni auto investendosi di ogni potere. Molto probabilmente approfittò del fatto che il sito era decisamente lontano dalla madrepatria e che sarebbe stato difficile per i suoi superiori controllare le sue azioni. In ogni caso ad un certo punto Neb-Ra cadde in disgrazia e questo è dimostrato dal fatto che alcune pietre con la sua effige sono state reimpiegate come pavimentazioni di alcune porte. In altri casi il suo nome è evidentemente cancellato.

A coloro che fossero interessati all’edilizia militare egizia non mi resta che consigliare la prima e, al momento, unica monografia divulgativa CONFINI DI PIETRA – Le fortezze dell’antico Egitto che potete trovare qui https://www.amazon.it/Confini…/dp/889933417X/ref=sr_1_1…

Statue, XIX Dinastia

STATUA DI NEB-RA

Di Marco Valli

Quest’opera realizzata in pietra arenaria che rappresenta il comandante Neb-ra, viene datata intorno al 1292-1189 a.C. circa, durante il Nuovo Regno, XIX dinastia, e presenta un’altezza di 51 cm. La statua venne rinvenuta in una fortezza che proteggeva i confini Ovest dell’Egitto dai libici. Neb-ra prestò servizio come comandante sotto Ramesse II e deteneva diversi titoli, tra cui comandante di truppe, auriga del re, sorvegliante di terre straniere e capo del Medjay, una forza speciale dell’esercito. Era quindi il comandante in capo di una importantissima fortificazione sul fronte Ovest, il forte di Zawiyet (VEDI ANCHE: https://laciviltaegizia.org/2023/06/17/il-comandante-di-fortezza-neb-ra/).

Zawiyet è uno dei più importanti siti fortificati è situato sulla costa a 300 km ad Ovest di Alessandria. Ha una superficie di 20.000 mq ed è stato studiato da una missione britannica guidata da Steven Snape.

In quest’opera Neb-ra viene raffigurato come portastendardo. Le sculture che ritraevano i personaggi con uno stendardo erano poste all’entrata dei Templi e supplivano alla mancanza della persona fisica nel corso delle processioni.

In questa scultura, appare incedente con le braccia lungo il corpo, il torace è completamente nudo e le masse muscolari sono realizzate in modo stilizzato. Indossa una lunga parrucca intrecciata e un grembiule avvolgente. Nella mano destra porta un’insegna sormontata dalla testa di leone che rappresenta Sehkmet, dea della guerra. Attualmente possiamo ammirare l’opera presso il Museo di Luxor in Egitto

Fonte:

  • Wikipedia
  • Livio secco – Confini di pietra. Le fortezze dell’Antico Egitto – ed. Kemet
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AMENHOTEP  I  (O AMENOPHIS I)

Di Piero Cargnino

Amenhotep (o Amenophis o Amenofi) era figlio di Ahmose I e di Ahmose Nefertari e successe al padre. In realtà non sarebbe stato lui l’erede designato ma il fratello maggiore Ahmose Ankh, secondo alcuni addirittura Ahmose Sipair (Pare che Ahmose Sipair fosse figlio di Seqenenra Ta’o).

Amenhotep sposò la sorella Ahmose Meritamon la quale poteva vantare i titoli di “Figlia del re”, “Sorella del re” e “Grande Sposa Reale”. Secondo alcuni ebbe un figlio, Amenhemat, che però morì molto giovane. (Alcune fonti però negano questa paternità).

Amenhotep divenne faraone ancora bambino ed in sua vece il trono venne retto dalla madre Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari). E’ possibile datare  con sufficiente precisione il suo regno (ed anche quelli dei prossimi successori) grazie a quanto riportato sul retro del “Papiro medico Ebers” dove viene citato che nel nono anno di regno  di Amenhotep si tenne la: <<…..festa dell’anno nuovo, terzo mese di Shemu, nono giorno, levarsi di Sodpu (Sirio)……>>.

Amenhotep I dette grande impulso all’attività edilizia soprattutto ricostruendo le città che furono alleate di Tebe durante le guerre contro gli Hyksos. A tale scopo vennero riattivate le cave del Gebel Silsila e di Serabit el-Khadim nel Sinai, inattive fin dalla XII dinastia.

Fu Amenhotep I ad iniziare la costruzione del villaggio di Deir el-Medina destinato agli operai impiegati nella maggior parte della produzione artistica che lavoravano alla realizzazione delle tombe per le sepolture dei futuri sovrani e nobili della necropoli di Tebe, ed in seguito nelle tombe reali nella Valle dei Re. Per questo lui e la madre Ahmes Nefertari divennero oggetto di divinizzazione e di culto nell’intero villaggio.

Le iscrizioni rinvenute nelle già citate tombe dei capi militari Ahmes figlio di Abana e di Ahmes Pennekhebet, che avevano già combattuto con il faraone Ahmose, ci forniscono informazioni circa le campagne militari intraprese da Amenhotep I verso la Nubia, non sono citate spedizioni in Asia.

In Nubia però  Amenhotep I ci andò giù pesante, agli egiziani non andava di certo a genio che i nubiani avessero approfittato del dominio Hyksos per aggredirli alle spalle e questa gliela fecero pagare cara. Amenhotep I avanzò con le sue truppe fino a Gebel Barkal, presso la quarta cateratta assumendo così il controllo delle piste carovaniere che da sud attraversavano il deserto. Ma non si fermò li, nel settimo anno di regno la Nubia era interamente sotto il controllo di un governatore tebano, il “figlio del re di Kush”, titolo che veniva assegnato ad un principe reale.

In una seconda campagna militare Amenhotep I riprese il controllo delle oasi del deserto reinserendole all’interno dello stato sotto il controllo di un “sovrintendente delle oasi”.

Fu durante il suo regno che venne scritta la versione definitiva del “Libro dell’Amduat”, uno dei più importanti testi funerari, che però troviamo in versione completa solo nelle tombe di Thutmose I (KV38), Thutmose III (KV34) e di Amenhotep II (KV35). Alcuni testi raccontano che Amenhotep I si sia associato al trono il figlio Amenemhat, ancora giovanissimo, poco prima che questi morisse.

Forse a causa della morte del figlio pare che nominò coreggente  una figura importante dell’esercito che poi gli succederà al trono, Thutmose, anche se non si sa se esistesse una relazione di parentela tra i due. Alcuni ipotizzano che Thutmose potrebbe esser figlio di Ahmose-Sipair, anch’egli deceduto.

Che vi sia stata un coreggenza tra Amenhotep I e Thutmose I parrebbe testimoniata dalla presenza, presso il terzo pilone del tempio di Karnak, di un cartiglio dove i due compaiono accanto su una barca rituale. Parliamo sempre al condizionale in quanto le evidenze archeologiche sono troppo scarse e non permettono una conclusione certa.

Amenhotep I regnò circa vent’anni ed alla sua morte, intorno al 1506 a.C., venne divinizzato e, come detto sopra, fu oggetto di culto, lui e la madre Ahmes Nefertari in modo particolare nel villaggio che fece costruire a Deir el-Medina. Sono molte le statue in cui è raffigurato anche se quasi tutte postume, gran parte di quelle che lo rappresentano sono idoli funerari funzionali al suo culto e provengono da epoche anche molto successive. Le statue a lui coeve sono scarse e da queste si può intravvedere che ricalcano fedelmente gli stilemi del Medio Regno, sarà poi nel prosieguo della XVIII dinastia che avverranno cambiamenti di stile che si possono riscontrare nelle statue di Mentuhotep II e di Sesostri II. 

Dopo la sua morte, Amenhotep I fu ritenuto un dio che proferiva oracoli, le domande che gli venivano poste sono presenti su alcuni ostraka rinvenuti a Deir el-Medina ed il modo in cui sono formulate fanno pensare all’eventualità che, forse con un trucco dei sacerdoti, l’idolo desse cenni di assenso o di diniego. Era venerato sotto tre diversi aspetti divini: “Amenhotep della città”, “ Amenhotep amato da Amon” e “ Amenhotep del cortile esterno”.

Sulla sua sua sepoltura, in particolare per quanto riguarda l’ubicazione della sua tomba esistono alcune incertezze, una riguarda la KV39, nella Valle dei Re, l’altra la AN B situata nel “Cimitero degli Antef” a Dra Abu el-Naga, entrambe vengono attribuite ad Amenhotep I. Di quella di Dra Abu el-Naga, scoperta nel 1914 da Haward Carter, si pensa che avrebbe dovuto accogliere sua madre Ahmose Nefertari ma poiché la regina morì 3 o 5 anni dopo il figlio, sia stata ampliata ed adattata per il figlio.

La mummia di Amenhotep I, rinvenuta nel 1881, si trovava nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove, sotto il regno di Sheshonq I, i sacerdoti di Amon la fecero trasportare, con molte altre, per preservarle dai saccheggiatori ormai così numerosi nella Valle dei Re. La mummia si trova in ottimo stato di conservazione, le bende che la avvolgono sono ricoperte da uno strato di cartonnage di squisita fattura e valore artistico, è l’unica a non essere mai stata sbendata, era ancora così ben conservata che non la toccarono neppure i sacerdoti quando, durante la XXI dinastia, dopo averle portate nella cachette di Deir el-Bahari, restaurarono i bendaggi delle altre antiche mummie reali.

Non la sbendarono neppure gli studiosi anche se prima dell’utilizzo dei raggi X era normale farlo. Dal 3 aprile 2021 la mummia di Amenhotep I con le altre è stata trasferita al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana. 

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997  
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Claude Vandersleyen, “La statue d’Amènophis I (Turin 1372)”, Oriens Antiquus 19 (1980)
  • Sergio Donadoni, “Statue di statue”, Aegyptus 85 (2005)
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995 Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari 1990, ed. Rcs Milano 2004
Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI PENMERNABU

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza 64 cm
Collezione Drovetti – C. 3032
Museo Egizio di Torino

Questa bella scultura in calcare bianco, con parti policrome, è uno dei reperti provenienti dal villaggio operaio di Deir el-Medina, situato sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi dell’antica capitale Tebe.

Qui abitarono, a partire dall’inizio della XVIII Dinastia sino alla tarda età ramesside, gli artigiani incaricati di costruire e decorare le tombe della vicina Valle dei Re.

Designati comunemente ” servitori nella Sede della Verità”, questi uomini hanno lasciato numerose e spesso commoventi testimonianze della propria vita , provenienti soprattutto dalle loro piccole sepolture e cappelle funerarie, costruite a ridosso dell’abitato.

Anche Penmernabu, proprietario della scultura, era un “servitore nella Sede della Verità”, come risulta dalle iscrizioni incise sulla statua.

Egli è qui raffigurato in ginocchio nell’atto di offrire al dio Amon – Ra un piccolo altare su cui si trova una voluminosa testa d’ariete che oscura in parte la figura del dedicante.

L’ariete era l’animale sacro del dio Amon-Ra, destinatario dell’offerta, il dio, definito “Signore delle Due Terre”, in quanto nume tutelare della monarchia egizia era una delle principali divinità venerate a Deir El-Medina.
La testa dell’animale è dipinta a colori vivaci che contrastano con il bianco prevalente della scultura.

Al dio è indirizzata anche la preghiera scritta frontalmente, dove Penshenab invoca per sé la protezione divina.

La cura e l’attenzione dello scultore si sono concentrate sopratutto nella realizzazione delle teste dell’uomo e dell’ariete, le parti più importanti ed espressive dell’intera composizione, mentre il corpo del dedicante, che Indossa un lungo gonnellino plisettato, è abbozzato con minor precisione.

Il volto bianco di Penmernabu è animato da un’accesa policromia.
La parrucca nera è composta da lunghe ciocche scalate sotto le quali emergono piccoli riccioli che scendono sulle spalle.
Gli occhi sono bistrati, secondo la moda egizia, mentre la bocca, dipinta di rosso, sembra avere un fremito di vita.
Sulle spalle di Penmernabu sono raffigurate due piccole figure dipinte di blu, simili a tatuaggi. In questo modo il dedicante della scultura ha voluto sottolineare la propria devozione verso Amon-Ra, qui con alte piume sul capo e scettro uas in mano, e verso la regina Ahmosi-Nefertari, raffigurata sull’altra spalla , che fu oggetto di profonda venerazione tra la comunità operaia di Deir el-Medina.

Fonte

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa