Statue, XIX Dinastia

STATUA DI NEB-RA

Di Marco Valli

Quest’opera realizzata in pietra arenaria che rappresenta il comandante Neb-ra, viene datata intorno al 1292-1189 a.C. circa, durante il Nuovo Regno, XIX dinastia, e presenta un’altezza di 51 cm. La statua venne rinvenuta in una fortezza che proteggeva i confini Ovest dell’Egitto dai libici. Neb-ra prestò servizio come comandante sotto Ramesse II e deteneva diversi titoli, tra cui comandante di truppe, auriga del re, sorvegliante di terre straniere e capo del Medjay, una forza speciale dell’esercito. Era quindi il comandante in capo di una importantissima fortificazione sul fronte Ovest, il forte di Zawiyet (VEDI ANCHE: https://laciviltaegizia.org/2023/06/17/il-comandante-di-fortezza-neb-ra/).

Zawiyet è uno dei più importanti siti fortificati è situato sulla costa a 300 km ad Ovest di Alessandria. Ha una superficie di 20.000 mq ed è stato studiato da una missione britannica guidata da Steven Snape.

In quest’opera Neb-ra viene raffigurato come portastendardo. Le sculture che ritraevano i personaggi con uno stendardo erano poste all’entrata dei Templi e supplivano alla mancanza della persona fisica nel corso delle processioni.

In questa scultura, appare incedente con le braccia lungo il corpo, il torace è completamente nudo e le masse muscolari sono realizzate in modo stilizzato. Indossa una lunga parrucca intrecciata e un grembiule avvolgente. Nella mano destra porta un’insegna sormontata dalla testa di leone che rappresenta Sehkmet, dea della guerra. Attualmente possiamo ammirare l’opera presso il Museo di Luxor in Egitto

Fonte:

  • Wikipedia
  • Livio secco – Confini di pietra. Le fortezze dell’Antico Egitto – ed. Kemet
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AMENHOTEP  I  (O AMENOPHIS I)

Di Piero Cargnino

Amenhotep (o Amenophis o Amenofi) era figlio di Ahmose I e di Ahmose Nefertari e successe al padre. In realtà non sarebbe stato lui l’erede designato ma il fratello maggiore Ahmose Ankh, secondo alcuni addirittura Ahmose Sipair (Pare che Ahmose Sipair fosse figlio di Seqenenra Ta’o).

Amenhotep sposò la sorella Ahmose Meritamon la quale poteva vantare i titoli di “Figlia del re”, “Sorella del re” e “Grande Sposa Reale”. Secondo alcuni ebbe un figlio, Amenhemat, che però morì molto giovane. (Alcune fonti però negano questa paternità).

Amenhotep divenne faraone ancora bambino ed in sua vece il trono venne retto dalla madre Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari). E’ possibile datare  con sufficiente precisione il suo regno (ed anche quelli dei prossimi successori) grazie a quanto riportato sul retro del “Papiro medico Ebers” dove viene citato che nel nono anno di regno  di Amenhotep si tenne la: <<…..festa dell’anno nuovo, terzo mese di Shemu, nono giorno, levarsi di Sodpu (Sirio)……>>.

Amenhotep I dette grande impulso all’attività edilizia soprattutto ricostruendo le città che furono alleate di Tebe durante le guerre contro gli Hyksos. A tale scopo vennero riattivate le cave del Gebel Silsila e di Serabit el-Khadim nel Sinai, inattive fin dalla XII dinastia.

Fu Amenhotep I ad iniziare la costruzione del villaggio di Deir el-Medina destinato agli operai impiegati nella maggior parte della produzione artistica che lavoravano alla realizzazione delle tombe per le sepolture dei futuri sovrani e nobili della necropoli di Tebe, ed in seguito nelle tombe reali nella Valle dei Re. Per questo lui e la madre Ahmes Nefertari divennero oggetto di divinizzazione e di culto nell’intero villaggio.

Le iscrizioni rinvenute nelle già citate tombe dei capi militari Ahmes figlio di Abana e di Ahmes Pennekhebet, che avevano già combattuto con il faraone Ahmose, ci forniscono informazioni circa le campagne militari intraprese da Amenhotep I verso la Nubia, non sono citate spedizioni in Asia.

In Nubia però  Amenhotep I ci andò giù pesante, agli egiziani non andava di certo a genio che i nubiani avessero approfittato del dominio Hyksos per aggredirli alle spalle e questa gliela fecero pagare cara. Amenhotep I avanzò con le sue truppe fino a Gebel Barkal, presso la quarta cateratta assumendo così il controllo delle piste carovaniere che da sud attraversavano il deserto. Ma non si fermò li, nel settimo anno di regno la Nubia era interamente sotto il controllo di un governatore tebano, il “figlio del re di Kush”, titolo che veniva assegnato ad un principe reale.

In una seconda campagna militare Amenhotep I riprese il controllo delle oasi del deserto reinserendole all’interno dello stato sotto il controllo di un “sovrintendente delle oasi”.

Fu durante il suo regno che venne scritta la versione definitiva del “Libro dell’Amduat”, uno dei più importanti testi funerari, che però troviamo in versione completa solo nelle tombe di Thutmose I (KV38), Thutmose III (KV34) e di Amenhotep II (KV35). Alcuni testi raccontano che Amenhotep I si sia associato al trono il figlio Amenemhat, ancora giovanissimo, poco prima che questi morisse.

Forse a causa della morte del figlio pare che nominò coreggente  una figura importante dell’esercito che poi gli succederà al trono, Thutmose, anche se non si sa se esistesse una relazione di parentela tra i due. Alcuni ipotizzano che Thutmose potrebbe esser figlio di Ahmose-Sipair, anch’egli deceduto.

Che vi sia stata un coreggenza tra Amenhotep I e Thutmose I parrebbe testimoniata dalla presenza, presso il terzo pilone del tempio di Karnak, di un cartiglio dove i due compaiono accanto su una barca rituale. Parliamo sempre al condizionale in quanto le evidenze archeologiche sono troppo scarse e non permettono una conclusione certa.

Amenhotep I regnò circa vent’anni ed alla sua morte, intorno al 1506 a.C., venne divinizzato e, come detto sopra, fu oggetto di culto, lui e la madre Ahmes Nefertari in modo particolare nel villaggio che fece costruire a Deir el-Medina. Sono molte le statue in cui è raffigurato anche se quasi tutte postume, gran parte di quelle che lo rappresentano sono idoli funerari funzionali al suo culto e provengono da epoche anche molto successive. Le statue a lui coeve sono scarse e da queste si può intravvedere che ricalcano fedelmente gli stilemi del Medio Regno, sarà poi nel prosieguo della XVIII dinastia che avverranno cambiamenti di stile che si possono riscontrare nelle statue di Mentuhotep II e di Sesostri II. 

Dopo la sua morte, Amenhotep I fu ritenuto un dio che proferiva oracoli, le domande che gli venivano poste sono presenti su alcuni ostraka rinvenuti a Deir el-Medina ed il modo in cui sono formulate fanno pensare all’eventualità che, forse con un trucco dei sacerdoti, l’idolo desse cenni di assenso o di diniego. Era venerato sotto tre diversi aspetti divini: “Amenhotep della città”, “ Amenhotep amato da Amon” e “ Amenhotep del cortile esterno”.

Sulla sua sua sepoltura, in particolare per quanto riguarda l’ubicazione della sua tomba esistono alcune incertezze, una riguarda la KV39, nella Valle dei Re, l’altra la AN B situata nel “Cimitero degli Antef” a Dra Abu el-Naga, entrambe vengono attribuite ad Amenhotep I. Di quella di Dra Abu el-Naga, scoperta nel 1914 da Haward Carter, si pensa che avrebbe dovuto accogliere sua madre Ahmose Nefertari ma poiché la regina morì 3 o 5 anni dopo il figlio, sia stata ampliata ed adattata per il figlio.

La mummia di Amenhotep I, rinvenuta nel 1881, si trovava nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove, sotto il regno di Sheshonq I, i sacerdoti di Amon la fecero trasportare, con molte altre, per preservarle dai saccheggiatori ormai così numerosi nella Valle dei Re. La mummia si trova in ottimo stato di conservazione, le bende che la avvolgono sono ricoperte da uno strato di cartonnage di squisita fattura e valore artistico, è l’unica a non essere mai stata sbendata, era ancora così ben conservata che non la toccarono neppure i sacerdoti quando, durante la XXI dinastia, dopo averle portate nella cachette di Deir el-Bahari, restaurarono i bendaggi delle altre antiche mummie reali.

Non la sbendarono neppure gli studiosi anche se prima dell’utilizzo dei raggi X era normale farlo. Dal 3 aprile 2021 la mummia di Amenhotep I con le altre è stata trasferita al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana. 

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997  
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Claude Vandersleyen, “La statue d’Amènophis I (Turin 1372)”, Oriens Antiquus 19 (1980)
  • Sergio Donadoni, “Statue di statue”, Aegyptus 85 (2005)
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995 Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari 1990, ed. Rcs Milano 2004
Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI PENMERNABU

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza 64 cm
Collezione Drovetti – C. 3032
Museo Egizio di Torino

Questa bella scultura in calcare bianco, con parti policrome, è uno dei reperti provenienti dal villaggio operaio di Deir el-Medina, situato sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi dell’antica capitale Tebe.

Qui abitarono, a partire dall’inizio della XVIII Dinastia sino alla tarda età ramesside, gli artigiani incaricati di costruire e decorare le tombe della vicina Valle dei Re.

Designati comunemente ” servitori nella Sede della Verità”, questi uomini hanno lasciato numerose e spesso commoventi testimonianze della propria vita , provenienti soprattutto dalle loro piccole sepolture e cappelle funerarie, costruite a ridosso dell’abitato.

Anche Penmernabu, proprietario della scultura, era un “servitore nella Sede della Verità”, come risulta dalle iscrizioni incise sulla statua.

Egli è qui raffigurato in ginocchio nell’atto di offrire al dio Amon – Ra un piccolo altare su cui si trova una voluminosa testa d’ariete che oscura in parte la figura del dedicante.

L’ariete era l’animale sacro del dio Amon-Ra, destinatario dell’offerta, il dio, definito “Signore delle Due Terre”, in quanto nume tutelare della monarchia egizia era una delle principali divinità venerate a Deir El-Medina.
La testa dell’animale è dipinta a colori vivaci che contrastano con il bianco prevalente della scultura.

Al dio è indirizzata anche la preghiera scritta frontalmente, dove Penshenab invoca per sé la protezione divina.

La cura e l’attenzione dello scultore si sono concentrate sopratutto nella realizzazione delle teste dell’uomo e dell’ariete, le parti più importanti ed espressive dell’intera composizione, mentre il corpo del dedicante, che Indossa un lungo gonnellino plisettato, è abbozzato con minor precisione.

Il volto bianco di Penmernabu è animato da un’accesa policromia.
La parrucca nera è composta da lunghe ciocche scalate sotto le quali emergono piccoli riccioli che scendono sulle spalle.
Gli occhi sono bistrati, secondo la moda egizia, mentre la bocca, dipinta di rosso, sembra avere un fremito di vita.
Sulle spalle di Penmernabu sono raffigurate due piccole figure dipinte di blu, simili a tatuaggi. In questo modo il dedicante della scultura ha voluto sottolineare la propria devozione verso Amon-Ra, qui con alte piume sul capo e scettro uas in mano, e verso la regina Ahmosi-Nefertari, raffigurata sull’altra spalla , che fu oggetto di profonda venerazione tra la comunità operaia di Deir el-Medina.

Fonte

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Amarna, Tombe

LA TOMBA REALE DI AMARNA

TA26

Di Francesco Volpe

TA26 (Tomb of Amarna 26) è la sigla che identifica una delle Tombe dello wadi reale ubicate nell’area dell’antica Akhetaton, oggi nota come Amarna, capitale voluta e costruita dal faraone Akhenaton della XVIII dinastia.

Si ritiene fosse stata predisposta come sepoltura del sovrano e della sua famiglia.

La tomba venne scoperta nel 1890-1891 dall’archeologo italiano Alessandro Barsanti; l’ingresso, di circa 3,20 m, si trova a livello del terreno ed è rivolto a est, verso il sorgere del sole. La planimetria è inusuale per l’area amarniana e si sviluppa in un corridoio lungo 28 m, in ripida pendenza, che presenta due altrettanto ripide scalinate (una all’ingresso -“A” in planimetria- e l’altra -“C”- che precede un pozzo verticale) al centro delle quali è ricavato uno scivolo, con l’evidente scopo di agevolare il trasporto del sarcofago e delle suppellettili funerarie. A circa metà del corridoio superiore (lettera “B” in planimetria) si apre l’accesso a un primo appartamento laterale non rifinito e non ultimato (numeri romani da I a VI in planimetria).

Aton è l’unico soggetto non preso a martellate, poiché secondo il popolo egizio è colpa del faraone (il tramite degli dei) far sì che regni l’ordine cosmico sul egitto.

In una stanza (IV) vennero rinvenuti i frammenti di una stele rappresentante il re, la regina e due principesse in adorazione di Aton. Sulla parete opposta a quella in cui si apre l’accesso al primo appartamento si rileva l’impronta di una porta, solo accennata e non proseguita oltre il semplice lavoro di tracciatura, a indicare la volontà di predisporre evidentemente un altro appartamento funerario. Poco prima della seconda rampa (“C”) si apre un secondo appartamento, detto “di Maketaton”, costituito da tre camere (lettere greche “α”, “β” e “γ”); anche in questo caso, sulla parete opposta all’ingresso esiste tracciatura di porta non realizzata.

Sala della famiglia reale.

Immediatamente dopo l’accesso all’appartamento di Maketaton (“C”) si sviluppa la seconda scala che termina in un vestibolo (“D”), originariamente intonacato e decorato, ma di cui oggi non restano che labili tracce[N 8], occupato da un pozzo verticale di sicurezza profondo 3 m[N 9]. Ancora distinguibile (n. 1 in planimetria) la scena rappresentante una donna (forse la principessa Maketaton) sovrastata da testi illeggibili[6]. Immediatamente dopo il vestibolo si apre la camera funeraria con soffitto retto da due pilastri.

La camera funeraria

In origine, l’accesso alla camera era ostruito da un muro di mattoni in calcare che vennero utilizzati per riempire il pozzo antistante all’atto dell’esumazione del corpo dell’occupante per agevolare l’estrazione del sarcofago e/o delle suppellettili funerarie. Proprio tale operazione conferma che la tomba venne occupata verosimilmente da Akhenaton (e/o altri appartenenti alla famiglia reale) e che il corpo venne solo successivamente traslato in altra sepoltura.

Camera funeraria di Akhenaton (E), ancora visibile è la posizione in qui si trovava il sarcofago del sovrano

La camera (“E”), di forma sostanzialmente quadrata con lato di 10 m circa e un’altezza di 3,5 m, è circondata, su tre lati, da una piattaforma alta circa 30 cm su cui si innestano due pilastri; in un angolo della parete est si era evidentemente iniziato lo scavo di un altro appartamento (“F”) i cui lavori vennero interrotti. I rilievi e le rare iscrizioni, pure esistenti nella camera funeraria, vennero danneggiati a colpi di martelli verosimilmente poco dopo la morte del re: si distinguono oggi, a malapena, scene di offertorio (cibi, bevande e fiori) ad Aton da parte del re, della regina e della famiglia reale.

Il sarcofago ritenuto secondo alcuni studiosi di Akhenaton, rinvenuto in una tomba secondaria della Valle dei Re (KV55). Vedi anche: LA TOMBA KV55

L’appartamento di Maketaton

Al termine del corridoio (“B”), e prima della seconda rampa di scale (“C”), si apre il cosiddetto “appartamento di Maketaton”, unica parte della TA26 in cui è ancora possibile ravvisare sia pure solo tracce di dipinti parietali, peraltro molto ben visibili all’atto della scoperta, e noti grazie alle copie eseguite nel 1894. La denominazione deriva dall’essere le scene correlate evidentemente alla morte della principessa, secondogenita di Akhenaton e Nefertiti verosimilmente durante un parto. Si tratta di tre locali (lettere greche “α”, “β” e “γ” in planimetria): la stanza “α”, di forma quadrata con lato di 5,5 m e altezza di 3 m, presenta tutte le pareti originariamente decorate. Sulla parete ovest, ove si apre l’ingresso, su sette registri sovrapposti i resti di processioni di stranieri; poco oltre il re, la regina e quattro principesse, soldati, funzionari e seguaci venerano Aton. Seguono, su nove registri soldati neri, libici e asiatici con carri. Su altra parete, nella parte superiore la famiglia reale in lutto e seguaci dinanzi ad Aton. Nella parte inferiore scena di lamentazione sul corpo di una donna (non ne è indicato il nome) distesa su un catafalco; il re e la regina sono riconoscibili dai copricapi che li contraddistinguono, in particolare Nefertiti per l’alta corona tronco-conica. Akhenaton stringe il polso della regina quasi a cercarne conforto per il proprio dolore. All’esterno della camera rappresentata sono presenti personaggi, tra cui il visir riconoscibile per il lungo abito, a loro volta in atto di compianto. Sulla parete adiacente il re, la regina, le principesse Merytaton, Maketaton e Ankhesepaaton adorano Aton nel cortile del tempio mentre una scorta militare e alcuni carri attendono al di fuori dei piloni templari; in basso sulla parete il disco solare Aton sovrasta scene con struzzi, gazzelle e altri animali nel deserto. Su altra parete su sette registri soldati neri e asiatici; nell’angolo est di questo locale Barsanti rinvenne frammenti del sarcofago di granito rosso della principessa Maketaton con cartigli di re Amenhotep III e Amenhotep IV.

La camera successiva, “β”, è priva di qualsiasi decorazione parietale e si suppone fosse destinata a contenere suppellettili funerarie.

La camera “γ”, verosimilmente prevista come camera funeraria dell’appartamento di Maketaton, è nota anche come “camera delle scene di lamentazione”; si tratta della più piccola delle tre (circa 3,5 m2, con un’altezza di 1,80 m) ed è di forma irregolare trapezoidale. Sulle pareti: scena di lamentazione (da cui il nome della stanza) simile a quella esistente nella camera “α”; su tre registri (molto danneggiati) il re e la regina affranti dinanzi al corpo della principessa Maketaton (questa volta, al contrario della precedente rappresentazione, ne viene indicato il nome) unitamente a due principesse.

Scene di Lamentazione.
(A sinistra la figlia appena morta sotto forma di statua)
(A destra la coppia reale piegata dal dolore, a seguito le figlie della coppia reale che anch’esse piangono).

Mentre fuori dalla porta del locale rappresentato sono visibili altri personaggi in atto di lamentazione, poco discosto dal catafalco funebre un personaggio femminile, evidentemente una balia, regge tra le braccia un bambino il cui alto rango a Corte viene sottolineato dalla presenza di un portatore di flabello a lui dedicato. Sulle pareti adiacenti la principessa Maketaton su un altare e il re e la regina, con tre principesse, seguiti da cortigiani e dolenti recanti offerte funebri. Su altra parete resti di scene comprendenti offerte.

Ritrovamenti

All’interno della TA26 venne rinvenuti numerosi frammenti di sarcofagi, non bastevoli a un’eventuale ricostruzione. Un angolo in granito rosso relativo a una principessa, con una testa di regina in bassorilievo si trova oggi al Ägyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino (cat. 14524); un frammento di coperchio in alabastro, con il bassorilievo di un avvoltoio è oggi al Cairo (cat. 18492). Da pochi frammenti in granito rosso, infine, si è proceduto alla ipotetica ricostruzione di quello che potrebbe essere stato il sarcofago del re (oggi nell’area antistante il Museo egizio del Cairo).

Il sarcofago in pietra di Akhenaton fu fatto a pezzi quando la tomba fu riaperta da Tutankamon per il rito di sepoltura del predecessore, che poi il contenuto fu spostato nella piccola tomba kv55.

Fonte testo e mappa:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Tomba_reale_di_Akhenaton

Fonte immagini: Il tesoro segreto di Tutankamon and google

Kemet Djedu

LE CORONE EGIZIE

Di Livio Secco

LE CORONE EGIZIE DI BASE

Nonostante i Musei Egizi del mondo siano colmi di reperti nessuno di essi è in grado di mostrarci una corona egizia semplicemente perché mai nessuna è stata ritrovata. Il che la dice lunga sulla tipologia di materiali che le componevano: evidentemente molto deperibili.

Sono stati repertati, invece, diversi diademi perché la loro costituzione metallica li ha preservati dalle ingiurie del tempo.

Quante sono le corone egizie?

Nel mio Quaderno di Egittologia numero 11 scrivo che sono calcolate intorno al centinaio. Ovviamente nessuno crede che siano state tutte reali. Molte erano semplicemente “grafiche” e non veri e propri manufatti.

Una cosa certa è che tutto il centinaio di corone avesse cento differenti motivazioni e significati per esistere. Infatti le corone sono dettagliatamente diversificate le une dalle altre.

Tutte le cento corone egizie si possono ricondurre a OTTO modelli base che proverò ad elencarvi con l’aiuto di alcune diapositive di una mia conferenza sull’argomento. Poiché la grafia dei nomi delle corone è sulla diapositiva, qui di seguito le nominerò usando la codifica IPA in modo da poterle far pronunciare anche a coloro che non hanno studiato i geroglifici.

DIAPO 1: titolo della conferenza

DIAPO 2: la [deʃeret] è la CORONA ROSSA dell’Alto Egitto, la [heʤet] è la CORONA BIANCA del Basso Egitto.
Messe insieme queste due corone base ne formano una composta, la [sekem.ti]. Essa è importantissima perché dimostra che il re è il Signore delle Due Terre [neb taui] e governa sull’intero Egitto riunificato.
È molto interessante che della [sekem.ti] esistano due tipi: il primo mostra le due corone base assemblate con un effetto tridimensionale, mentre il secondo tipo sembra mostrarcele come se fossero in sezione.

DIAPO 3: la terza corona base è la [atef]. Una delle sue varianti più conosciute è la [hemhem] la quale triplica o quadruplica l’elemento centrale.

DIAPO 4: la quarta corona base è la [ʃu.ti] cioè “le due piume”. Non fatevi ingannare dalla prospettiva bidimensionale egizia: le due piume erano frontali e non in serie come sembrerebbe dalla resa parietale.

DIAPO 5: la quinta corona base è la [seʃed] cioè il “diadema” nato indubbiamente come una fascia per capelli.

DIAPO 6: la sesta corona base è la [nemes]. Ne avevamo parlato quando discutemmo dei filmacci hollywoodiani. Si tratta indubbiamente della corona egizia più famosa. Era un tessuto opportunamente sagomato. Le scenografie cinematografiche la fanno indossare a tutti. Invece è una corona e quindi la può indossare solo il re (neppure la regina).

DIAPO 7: la settima corona base è la [kat]. Anch’essa in tessuto.

DIAPO 8: l’ottava corona base è molto conosciuta. Si tratta della [kepreʃ] identificata spessissimo come “corona di guerra”. Assolutamente no. Non era certamente un elmo. È stata nominata in quel modo perché spesso la vediamo sulla testa del re in trionfo. L’interpretazione è, però, sbagliatissima.

DIAPO 9: a questi otto modelli base possiamo aggiungere ancora la Corona di Amon formata da due piume frontali divise in sette parti ognuna. Esse sono montate su una base che si chiama modio.

DIAPO 10: ulteriori tipi di corone erano formate con elementi aggiuntivi che si sommavano alle otto corone di base. Queste facevano da elemento supplementare ad ulteriori composizioni. Gli elementi aggiuntivi più importanti sono:
– Il cobra reale (dea Uadjiet),
– il disco solare (dio Ra),
– le corna di ariete,
– le corna di vacca,
– le penne (dio Shu),
– il cartiglio,
– elementi vegetali,
– la testa di avvoltoio (dea Nekhbet),
– il crescente lunare (dio Khonsu),
– il nastro,
– le corna amoniane,
– la testa di ariete (animale sacro ad Amon),
– il falco (dio Horus),
– la testa di sciacallo (dio Anubi),
– la [kabet] (spirale).

Tutti questi accessori si aggiungevano quindi alla composizione formata da una corona base che, a sua volta, poteva assemblarsi ad altre corone base per formare corone sempre più complesse.

Ripeto: tutto il centinaio di corone egizie aveva un significato molto preciso e recava un messaggio molto importante. Quale fosse non è facile da ricostruire da parte degli egittologi. Come al solito non esistono documentazioni originali o sono di dubbia interpretazione.

L’INCORONAZIONE DI AMENHOTEP III

Vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/06/14/il-tempio-di-luxor/

La corona del re è una Atef ed è formata essenzialmente da tre componenti: un corpo centrale ai cui lati sono associate due piume. Nella diapositiva aggiunta la vediamo accessoriata di due dischi solari alla base e alla sommità. La Atef poteva anche presentarsi multipla di tre o quattro elementi centrali. Dava così origine alla Hemhem che qui vediamo accessoriata di tre dischi solari alla sommità, tre alla base, due cobra reali ai lati con dischi solari e dalle corna di ariete.
La diapositiva raffigura: a sinistra, Osiride con la corona atef originale (dalla QV66 di Nefertiti). A destra, Tolomeo XII Aulete che indossa una Hemhem, cioè una triplice Atef (tempio di Kom Ombo).

La corona del dio è, ovviamente, una Corona Amoniana, così chiamata dagli egittologi per la divinità a cui era associata. Questa corona è formata da due altissime piume fissate sopra una base chiamata modio. Ogni piuma era divisa in verticale in due parti e in orizzontale in sette. Figurativamente le due piume amoniane dovevano vibrare mosse dal vento del quale Amon era il dio. In questo modo la divinità si rivelava essendo invisibile appunto come il vento. Infatti l’antroponimo Amon significa “il nascosto”. La statuaria dimostra che le piume erano posizionate frontalmente. Nelle pitture, invece, la loro raffigurazione è ruotata sul piano nella tipica grafica dell’iconografia egizia che ribalta la terza dimensione interpretando in questo modo la funzione prospettica.


La diapositiva raffigura: una statua in diorite nera di Amon (da Karnak, Louvre Parigi). Poi si vedono due immagini da Abido, dal tempio di Sethy I: a sinistra Amon e poi il faraone con una elaboratissima corona amoniana. In basso c’è il busto di Tutankhamon con il solo modio, cioè la base della corona di Amon (KV62, Museo Egizio al Cairo).

A coloro che fossero interessati alla tematica non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia numero 11 – ALLA TESTA DEL RE – Le corone nell’antico Egitto che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/623283/alla-testa-del-re/

Mai cosa simile fu fatta, Templi, XIX Dinastia

IL TEMPIO DI LUXOR

Simbolo di rinnovamento

Di Grazia Musso

Pianta del tempio di Luxor

Il complesso templare di Luxor, identificato con la collina primordiale, fungeva da residenza meridionale del dio Amon – Ra e si presentava, in molti sensi, come luogo di rigenerazione delle forze divine.

In occasione della festa di Opet, Amon-Ra si spostava da Karnak a Luxor, per compiere la propria rigenerazione ; la componente divina del sovrano risultava così rafforzata dall’unione con i poteri vivifici della divinità.

Durante la festa delle decadi, poi, il dio veniva condotto da Karnak, passando per Luxor, a Medinet Habu, sulla riva occidentale del fiume, per assicurare la perennità della creazione.

La datazione degli edifici più antichi della zona di Luxor è ancora dibattuta, è certo che i sovrani thutmosidi si siano fatti erigere un grande tempio.

Nel grande cortile di Ramses II si è conservata una stazione delle barche tripartita destinata ad accogliere le imbarcazioni della triade divina di Karnak : Amon Mut e Khonsu.

Le grandi colonne papiroformi in granito rosso e l’architrave della facciata risalgono ai tempi di Hatshepsut ; Ramses II riutilizzò questi elementi, apponendovi il proprio nome.

Non è tuttavia possibile accertare se la costruzione risale ai tempi di Hatshepsut o se i diversi elementi siano stati presi da un altro edificio.

Amenofi III sostituì il tempio thutmoside con un grandioso santuario.

Il grande colonnato di Amenofi III, costruito verso la fine del suo regno. Le enormi colonne papiroformi richiamano piante di papiro con le ombrella aperte. Non è certo che i lavori architettonici furono portati a termine sotto Amenofi III o se furono completati durante il regno di Tutankhamon. Il grande colonnato in origine era chiuso da alte pareti e da un soffitto. Sia il soffitto che la parte superiore delle pareti sono andati perduti.

Attraverso un grande colonnato, formato da due file di sette colonne alte ciascuna 21,20 metri, si accede a un cortile scoperto, circondato da due ordini di colonne papiroformi a sud del quale si trovava una sala ipostila leggermente sopraelevata, dove erano collocate in origine, grandissime statue di Amenofi III che più tardi Ramses II fece spostare nel proprio cortile.

Il cortile delle feste di Amenofi III era una delle costruzioni più suggestive del Nuovo Regno.
È qui che si svolgevano i rituali delle grandi feste e che si presentava il re, coi propri poteri divini. La notevole ampiezza del cortile, circondato da una vera e propria selva di colonne, superava quella di ogni sala costruita fino ad allora. Contrariamente a quelle dell’imponente colonnato d’accesso, qui furono utilizzate colonne fascicolate che riproducevano piante di papiro. Il deterioramento delle pareti del cortile non permette di ricostruire l’apparato iconografico.

La scelta del numero complessivo delle colonne, dodici file di otto, nel cortile e nella sala legata alla concezione ermopolitana della creazione, alla base della quale figuravano otto divinità primigenie.

Anche la sala successiva conteneva otto colonne; a sud-est di questo ambiente si trovava una cappella, nella quale in occasione della festa di Opet veniva esposta la statua de Ka del sovrano, sede della forza divina del re.

Santuario delle barche nel primo cortile del tempio di Luxor. Ramses II fece integrare nel suo santuario delle barche tripartito alcune colonne e un’architrave risalenti al regno di Hatshepsut e di Thutmosi III. Quando si intervení sulle iscrizioni, in due casi si omise di correggere la forma femminile della parola ” amata”, è quindi possibile attribuire con certezza questi elementi architettonici alla regina

Seguendo l’asse del tempio, seguivano poi la sala della tavola delle offerte, il santuario delle barche e un’altra sala trasversale, sorretto da dodici colonne, questo ambiente era definito come il luogo mitico del cammino del sole, al di là del quale si trovavano le tre camere destinate ad accogliere le statue della triade tebana.

A oriente del santuario delle barche sorgevano due camere che contenevano le raffigurazioni della così detta ” leggenda della nascita”, ovvero il racconto delle origini divine del re e della sua designazione per volere del padre Amon-Ra.

Incoronazione di Amenhotep III (vedi: LE CORONE EGIZIE). Parte meridionale della sala di apparizione. Immediatamente dietro alla grande sala ipostila sorgeva la sala di apparizione. Qui si celebrava ogni anno il rinnovamento della natura divina del re e del suo Ka. Nella decorazione della sala il tema dell’incoronazione occupa un posto di primo piano. Nella scena qui riprodotta il sovrano è al cospetto del padre Amon, questi posa una mano sulla corona, adorna delle diverse insegne regie e divine e delle corna d’ariete di Amon. Il sovrano impugna nella mano destra lo scettro heqa e nella sinistra un segno della vita che sottolinea le sue qualità divine.

Un sensazionale ritrovamento nel cortile di Amenhotep III, risalente al 1989, consente di farsi un’idea della varietà delle figure che vi erano collocate : in una profonda fossa sono state rinvenute ventisei statue di sovrani e divinità risalenti al Nuovo Regno e all’Età Tarda.

Il reperto più spettacolare è una statua di Amenofi III stante su una slitta, ma anche il gruppo statuario di Haremhab inginocchiato davanti al dio della creazione Atum testimonia l’importanza di questo ritrovamento

Statua per processione di Amenhotep III. Pietra Arenaria silicificata, altezza 2,10 metri
Luxor, The Luxor Museum of Ancient Egyptian Art – J 838
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La statua di Amenofi III su una slitta di processione è un pezzo eccezionale : il sovrano vi figura in posizione classica, con il piede sinistro avanzate, ma la presenza della slitta non ha alcun riscontro nell’iconografia scultorea. Il basamento e l’alto pilastro dorsale indicano chiaramente che il personaggio trainato sulla slitta non è il sovrano, bensì una sua statua. Il re Indossa la Doppia Corona con l’ureo sulla fronte, la barba regale e un gonnellino da cerimonia con un festone di urei al centro. Alcune parti della statua, sul petto e sulle braccia, sono un po’ ruvide ed è probabile che in origine fossero dorate, corrispondono infatti a un collare, a un pettorale e ad alcuni bracciali

Il dio Atum è il faraone Horemheb
Diorite, altezza 190 cm, profondità 151,5 cm,l arghezza 83,5 cm
Luxor, The Luxor Museum of Ancient Egyptian Art – J 837
Nel corso di ordinari lavori di consolidamento nel tempio di Luxor è stata scoperta nel 1989 un’importante Cachette contenente alcune statue di divinità.
Il primo reperto portato alla luce è stato il gruppo statuario con il faraone Horemheb inginocchiato in atto di omaggio ai piedi del dio Atum.
L’atteggiamento apparentemente fisso e severo del dio primigenio ne esprime tutta la dignità ; esso è raffigurato con la Doppia Corona e con iin mano l’ankh, il segno della vita.

A giudicare dalle ceramiche rinvenute, la sepoltura delle statue può essere messa in relazione con la ristrutturazione delle camere posteriori del tempio, effettuata intorno al 300d.C., quando i romani le utilizzarono per celebrarvi il culto imperiale.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

RAMSES II CON AMON-RA E MUT

Di Grazia Musso

Gruppo scultoreo Ramses II con Amon-Ra e Mut.
Granito rosa, altezza 174 cm.
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 767.

Questo gruppo scultoreo costituisce una chiara summa del culto religioso che gli antichi egizi dedicarono alla principale divinità del Nuovo Regno : il dio Amon-Ra, venerato nel grande tempio tebano di Karnak, luogo di provenienza della triplice statua.

Il faraone, Ramses II vi è raffigurato seduto su un largo trono fornito di spalliera, tra le figure di due divinità.

Alla destra del sovrano si trova Amon-Ra, mentre alla sinistra è rappresentata Mut la moglie del dio che costituisce, con quest’ultimo e con il figlio Khonsu, la triade alla quale fu consacrato il maggiore complesso templare di Tebe.

I tre personaggi si abbracciano creando un curioso intreccio di membra che attira lo sguardo dell’osservatore.

Questo gesto, tipico delle statue raffiguranti i coniugi, denota il profondo legame che esisteva tra il sovrano e le due divinità tutelari della monarchia, sottolineando altresì il ruolo di Ramses II come figlio di Amon-Ra e Mut, al posto di Khonsu.

In quanto tale il faraone risulta di conseguenza come un dio vivente in terra, intermediario tra il mondo divino e quello umano, destinatario della vaneraziond popolare.

I volti delle tre figure accennano a un sorriso, tipico della statuaria dell’epoca, e si differenziano principalmente per i diversi copricapi che conferiscono vivacità all’intera composizione.

A sinistra: il dio tebano, l’ unico ad avere la barba posticcia, indossa una bassa corona svasata, sormontata da due alte piume che costituiscono il suo tradizionale emblema.

Al centro: la dea, fasciata in un lungo abito aderente che sottolinea la morbidezza del suo corpo lasciando trasparire alcuni dettagli anatomici, indossa una parrucca tripartita , tipica dell’iconigrafia femminile sia regale sia privata.
Su di essa, ornata frontalmente con l’ureo, è appoggiato un basso modio che sorregge a sua volta le corna liriformi al cui interno si trova il disco solare.

A destra: il faraone concentra sul suo capo tutti i principali simboli della regalità : il nemes che incornicia il volto, il tradizionale serpente posto sulla fronte, le due corna di ariete che evocano l’animale sacro al dio Amon, il disco solare che sottolinea la natura divina del sovrano e infine due alte piume striate dalla sommità arrotondata.

Lo schienale del gruppo scultoreo è decorato con iscrizioni geroglifiche che riportano la titolatura e il nome del sovrano, entro il cartiglio, oltre ai nomi delle due divinità.

Fonte:

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

E' un male contro cui lotterò

LE COMPLICAZIONI DELLA GRAVIDANZA E DEL PARTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Nonostante la benevolenza delle divinità ed i riti espletati, non sempre tutto filava liscio durante gravidanza e parto. D’altra parte, la mortalità legata al parto e nella prima infanzia diminuirà in maniera sensibile soltanto a partire dal XIX secolo (in Italia agli inizi del ‘900 la mortalità entro i 5 anni sfiorava comunque ancora il 30%…).

Gli esempi più famosi risalenti all’Antico Egitto sono ovviamente i due feti morti trovati nella tomba di Tutankhamon (per la precisione un aborto al quinto mese di gestazione ed un feto nato morto), ritenuti unanimemente figlie di Ankhesenamon.

Neanche le famiglie reali erano quindi immuni; anche un famoso rilievo dalla Camera Gamma della tomba reale di Amarna descriverebbe la morte di un membro della famiglia reale (ipotizzato dagli studiosi come Maketaton o Nefertiti) dopo il parto e la nascita di un principe (Tutankhaton?) mostrato in braccio ad una nutrice.

Il rilievo della Camera Gamma della tomba reale di Amarna. Secondo alcune interpretazioni, nel registro in basso Akhenaton e Nefertiti piangerebbero la morte di Maketaton dopo il parto che ha visto la nascita di Tutankhaton (mostrato nel registro mediano in braccio ad una nutrice). Ricordiamo che in questo caso si tratta di ipotesi.

Molto famoso in tempi recenti è diventato anche il feto di sette mesi scoperto nel corpo di una mummia conservata al Museo di Varsavia (“Mysterious Lady”), ritenuta in passato il sacerdote di Horus Hor-Djehuty dalle iscrizioni sul sarcofago che la conteneva, ma non sappiamo ad oggi se la morte della mamma sia stata dovuta alla gravidanza.

Le immagini del feto ritrovato nel corpo di una mummia dell’Età Tolemaica conservato a Varsavia.
Il feto era tra la 26esima e la 30esima settimana di gestazione, ed al momento non si sa se la morte della mamma sia stata legata alla gravidanza.

Come per la placenta, spesso i bambini nati morti o abortiti venivano seppelliti all’interno delle abitazioni, probabilmente come scaramanzia per la successiva gravidanza oppure affinché lo spirito del bambino deceduto potesse rientrare nel corpo della mamma al successivo concepimento (una pratica diffusa in Egitto fino all’inizio del XX secolo).

Dal Papiro Ebers sappiamo che, anche con la posizione accovacciata, potevano avvenire delle lacerazioni del perineo trattate con impacchi di olii emollienti (Kahun 4), e da altri passaggi danneggiati del Papiro Kahun si pensa che potessero essere eventualmente suturati. Non sappiamo invece se venisse praticata l’episiotomia chirurgicamente.

Sappiamo però che venivano preparati dei tamponi con acqua di carrube, miele, latte ed una misteriosa pianta kheper-wer per favorire la contrazione dell’utero dopo il parto al fine di ridurre l’emorragia ed eventualmente favorire l’espulsione della placenta.

Tra le complicazioni citate nei papiri medici troviamo il prolasso uterino (da trattare con un “ibis di cera” da far sciogliere sul fuoco per fumigare la vagina, una pratica molto più magica che medica) e le fistole vescico-vaginali, per cui non viene però indicato una terapia.

Mummia predinastica di una donna deceduta presumibilmente per il prolasso uterino ancora evidente. Museo di Antropologia di Torino

Derry descrisse nel 1930 tre casi di fistole e di prolassi intestinali interpretati su mummie femminili appartenenti alla XI Dinastia (regno di Montuhotep II, 2050 BCE circa) come prova di parti molto difficili e probabilmente con esito infausto. Soprattutto quella della regina Henhenit, sepolta con un prolasso intestinale di ancora visibile, è stato sicuramente mortale.

L’esame della principessa Henhenit della XI Dinastia con i segni di una fistola vescico-vaginale con conseguente infezione, probabilmente mortale, della mucosa

Alcuni studiosi individuano in un passaggio del papiro Kahun, in cui la paziente deve mordere un legnetto durante il parto per non mordersi la lingua, una descrizione dell’eclampsia, ma si tratta di ipotesi prive di qualunque evidenza.

Mai cosa simile fu fatta, Ramses II, XIX Dinastia

RAMESSE II: IL GRANDE COSTRUTTORE

Di Franca Loi

Un bellissimo rilievo in calcare dipinto raffigurante Ramses II, forse proveniente dal tempio del faraone ad Abydos e realizzato nei primi due anni di regno. Lo stile suggerisce che sia stato realizzato dagli stessi artisti che hanno decorato il tempio adiacente di suo padre, Sety I. Ramses è rappresentato con il nemes, ureo e barba cerimoniale.
I colori vividi si sono preservati grazie al clima in Egitto. Il braccio è alzato probabilmente in gesto di offerta. (Testo di Patrizia Burlini)
MATERIALE: calcare, pigmento
DATA: ca. 1279-1213 B.C.E.
Dinastia XIX, nuovo Regno
DIMENSIONI 15 × 3 × 17 in., 48.5 lb. (38.1 × 7.6 × 43.2 cm, 22kg)
ACCESSION NUMBER 11.670
CREDIT LINE Museum Collection Fund
Brooklyn museum, New York
https://www.brooklynmuseum.org/opencollection/objects/3066

Ramses II, noto anche come Ramesse II, Ramsete II, e dagli antichi come Usermaatra Setepenra, ossia “colui che mantiene l’equilibrio e l’armonia, potente è la giustizia di Ra, eletto di Ra”.

Protocollo completo di Ramesse II

Ramses II salì al trono verso il 1304 o verso il 1279 1278, secondo il modo in cui viene interpretata la data sathiaca del Papiro Ebers. Molto giovane successe al padre Seti I e il suo regno fu uno dei più lunghi e sfarzosi. Senza dubbio è il faraone più famoso della storia egizia di cui ne è divenuto il simbolo al pari delle piramidi; la sua epoca rappresenta l’apice dello splendore e della ricchezza dell’Egitto.

Ramses II lasciò un’incancellabile traccia nella storia del vicino oriente; seppe Infatti imporsi in un’epoca molto importante per i continui confronti tra i grandi imperi orientali.

Grande costruttore coprì La Valle del Nilo di monumenti lasciando tracce di sé ovunque ( i più notevoli): ad Abido, a Luxor, a Karnak e a Tanis, che divenne la sua capitale.

Tempio di Karnak e i suoi Piloni.

Tempio di Karnak: sala ipostila. Osservando trasversalmente la sala i postila, sugli architravi sono ben visibili i nomi e i titoli di Ramesse II. I cartigli del sovrano si riconoscono chiaramente anche sulla colonna più vicina, insieme a una scena raffigurante Amon Ra e Amunet che ricevono manifestazioni di devozione da parte del re.

Il grande Pilone costruito da Ramesse secondo per il tempio di Luxor.

A Luxor ingrandì Il meraviglioso tempio di Ammone, costruito da Amenofi III, dotandolo di un cortile di 3000 mq. circondato da Portici. La sua ” politica assolutista si riflette nell’architettura per l’accumularsi di colossi i regali.

Il re diventa una vera e propria ossessione: negli intercolumni si erge dritto, tre volte più alto di un uomo; dinanzi ai Piloni, enormi statue del re seduto, inquadrano la porta. Nel grande cortile di Luxor undici figli di Ramesse sfilano incisi sulle mura.

Note: Ramses II fece costruire il pilone e lo fece precedere da due obelischi. Uno solo è in sito, l’altro è quello di place de la Concorde a Parigi (fu donato nel 1836). Fece costruire anche due sue statue colossali ai lati della porta, una delle quali, quella mutila è qui ritratta, nelle quali è raffigurato seduto in trono con accanto la regina Nefertari, e altre quattro statue in piedi di cui solo una, mutila, rimane. Nei rilievi è narrata la sua campagna contro gli Ittiti e i loro alleati e della battaglia cruciale di Qadesh, accompagnato dal testo geroglifico del cosiddetto “poema di Pentaur” che di quello scontro narra le vicende, esaltando il valore personale del re. Collocazione: Milano (MI), Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco. Civico Archivio Fotografico, fondo Vedute Estere, VE ALBO E 326-2/20. Titolo: Egitto – Luxor – Tempio di Luxor – Obelisco

A sinistra dell’ingresso principale di Luxor, un colosso purtroppo danneggiato raffigura Ramesse II assiso. Sulla base dell’obelisco sono raffigurati babbuini con le braccia levate nell’atto di adorare il sole all’alba.
L’obelisco di Luxor in place de la Concorde a Parigi.

In origine, erano due obelischi, costruiti dal faraone Ramses II circa 3200 anni fa, i quali erano posti all’ingresso del tempio di Luxor, in Egitto.

Nel 1829 Mehmet Ali Pascià, Wali e Chedivè dell’Egitto, offrì in dono alla Francia i due obelischi. Il primo obelisco arrivò a Parigi il 21 dicembre 1833. Tre anni dopo, il 25 ottobre 1836, il re Luigi Filippo lo inaugurò al centro di place de la Concorde.

L’altro obelisco rimase a Luxor in Egitto. Negli anni ’90 il presidente François Mitterrand rinunciò ufficialmente al secondo obelisco in favore degli egiziani.
Luxor: i figli di Ramesse II. Bassorilievo.
Rilievo di Ramses II orante. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco di Baviera.

Sulle mura del grande pilone di Luxor Ramesse II fece scolpire, sul modello dei quadri di Seti I, le fasi della campagna dell’anno V del suo regno contro gli ittiti. Il piano di battaglia è raffigurato dettagliatamente: descrive al popolo la vittoria del re e in geroglifici colorati è scritto il poema di Pentaur.

Delle sei statue colossali di Ramesse II, quattro sedute e due in piedi, che fiancheggiavano l’entrata del complesso templare di Luxor, ne restano solo due. Dei due obelischi in granito (davanti al portale), uno è nel sito, l’altro si trova a Parigi in Place de la Concorde.
Ramses II arricchì ed ampliò lo stupendo tempio di Ammone, dotandolo di un cortile di 3000 mq. circondato da portici e di un pilone a suo nome proprio davanti al colonnato come memoriale della battaglia di Qadesh.

Pur molto interessante l’opera non presenta più le qualità dei rilievi di Seti I: la nuova generazione di scultori, pur molto abili, ha perduto quel soffio di vita e quel desiderio di realismo, a volte eccessivo, propri della grande scuola amarniana.

Il Ramesseum visto nel suo insieme
Ramesseum: sala ipostila

Il suo tempio funerario noto come Ramesseum, sulla sponda occidentale del Nilo a Tebe, conserva ancora oggi molto della sua grandiosità primitiva, ma dal punto di vista architettonico non può essere paragonato alla sala ipostila di Karnak. E come al Luxor, e a Karnak sulle mura è spiegata la battaglia di Qadesh.

Come a Luxor e a Karnak sulle mura del Ramesseum è spiegata la battaglia di Kadesh: qui la città di Dapur nella Siria settentrionale, alleata degli Ittiti, è attaccata dall’esercito di Ramses. I soldati egiziani, tra i quali quattro principi designati con i rispettivi nomi, con scudi scatenano un assalto dal basso protetti da coperture e iniziano a scalare le mura con le scale a pioli. I difensori rispondono con archi e frecce, o con pietre, mentre alcuni abitanti, catturati fuori della città, supplicano i soldati con offerte di non fare loro del male. Da una scena del Ramesseum, tempio funerario di Ramesse II. Disegno di B. Garfi. 
Ramesseum: foto d’epoca.
Ramesse II in uno dei rilievi sulla battaglia di Qadesh: domina la scena prima della Battaglia, è seduto nel campo e informa gli ufficiali e i generali della posizione in cui si trova l’esercito egiziano.

Ovunque si trova il segno di Ramesse II: a Karnak completa la decorazione della Grande Sala Ipostila; ad Abido viene eretto un tempio, o cenotafio in pietra calcarea che costeggia il santuario di Seti I.

Karnak: Grande Sala Ipostila; in primo piano colonne Ramesse II.
In secondo piano si vede uno spicchio di una colonna di Amenhotep III con il capitello a fiore aperto.
In fondo si vede il montante delle finestre a “claustra” tra la diversa quota delle colonne di Ramesse II e quelle di Amenhotep III.

ABIDO: Cenotafio di Ramesse II
ABIDO: Tempio cenotafio di Ramesse II. Si trova a nord-ovest del Tempio Cenotafio di Seti I e molto vicino al Tempio di Osiride. Costruita in pietra calcarea da Ramses II, segue lo schema dei templi funerari di Tebe dell’epoca di questo re. Per quanto riguarda la decorazione, sono ancora numerosi i rilievi con la relativa policromia, molti dei quali ottimamente conservati pur essendo all’aperto. Il Tempio è formato nella sua struttura da un Portale e da un Pilone in granito che danno accesso a un peristilio o patio circondato da pilastri di Osiride. Tutti i pilastri sono in pietra calcarea. Il patio lascia il posto ad un portico, al quale si accede per mezzo di una rampa a gradoni al centro
ABIDO: Cenotafio di Ramesse II
I testi scolpiti sulla porta della prima sala del tempio dichiarano che L’opera è stata realizzata “come monumento per onorare suo padre Osiride… la costruzione di una soglia in pietra nera.”
ABYDOS: Nel 2019 è stata scoperta una sala reale e una pietra di fondazione del tempio di Ramesse II. Queste pietre venivano collocate nei quattro angoli dell’edificio, all’inizio dei lavori di costruzione. La titolatura di Ramesse nel nuovo ambiente a ridosso del suo tempio di Abido

È in Nubia soprattutto che gli architetti reali svolsero una attività eccezionale edificando sei templi rupestri. Qui è ampiamente documentata la “sua smania di autoglorificazione”; non possiamo però non esprimere la nostra ammirazione per gli stupefacenti templi di Abu Simbel, interamente scavati nella roccia: uno, con le quattro colossali statue di Ramesse II seduto che guardano il fiume, e’ consacrato ad Ammone e allo stesso re; l’altro ad Hathor ed alla regina Nefertari.

A Giovanni Battista Belzoni si deve il disseppellimento delle strutture templari di Abu Simbel, nella Nubia: voluti da Ramses II, i due templi, scavati nella roccia, nel corso dei secoli erano stati completamente ricoperti dalla sabbia. Dopo un lavoro estenuante, condotto a temperature al limite della sostenibilità fisica e con la riluttanza della manodopera, Belzoni riuscì ad entrare nel tempio principale il 1° agosto del 1817. Qui, sul muro settentrionale del santuario, appose la sua firma: un segnale indispensabile, vista la corsa alle antichità che si stava mettendo in moto, senza esclusione di colpi da parte dei partecipanti. Quando Belzoni giunse in vista dei templi di Abu Simbel eseguì questo bel disegno in cui si vedono il tempio di Ramesse II la cui facciata era ricoperta dalla sabbia e il piccolo tempio di Hathor e Nefertari. (Padova, Biblioteca Civica)
Giovanni Battista Belzoni nel ritratto del pittore Vincenzo Gazzotto conservato nei musei civici di Padova (foto Graziano Tavan)

Ad Abu Simbel l’architettura si fa scultura, tutto l’insieme acquista “opulenza e vivacità” e, come ampliamente dimostrato già al Luxor, la razionalità geometrica si trasforma ” in puro atto pittorico, il pilastro si fa statua “. Non c’è più davanti a noi l’architettura limpida e severa del più antico Egitto ma quella ” travagliata e barocca che in Egitto ha avuto la sua esperienza romantica “.

I due templi di Abu Simbel: sono interamente scavati nella roccia.
Abu Simbel: le 4 colossali statue di Ramesse II seduto che guardano il fiume Nilo.
Ai suoi piedi statue più piccole rappresentano i familiari.
La sala ipostila del tempio Maggiore imita il cortile di un tempio in muratura. Ai pilastri che dividono l’ambiente in tre navate si appoggiano figure colossali del sovrano ritratto con tutte le insegne del potere e come se fosse avvolto in una veste che copre anche i piedi. I pilastri su ciascun lato del vasto ambiente presentano il re con la corona Bianca, a sinistra, e con la corona rossa a destra. La grande sala fu visitata per la prima volta da Belzoni nel 1817.

Per le colossali opere da lui avviate aveva bisogno di grandi risorse, non trascurò nulla per procurarsene e si dedicò personalmente alla loro organizzazione. Sotto Ramesse II tutte le cave d’Egitto lavorarono per più di 50 anni per fornire di materiali le decine di enormi edifici, di centinaia di obelischi e statue, addirittura di intere città.

Rilievo di Abu Simbel: battaglia di Qadesh. Allora scoccando frecce Ramesse secondo irrompe tra le fila dei nemici con il suo carro
Il tempio grande di Abu Simbel fu spostato, insieme al tempio piccolo, su un’altura situata a circa 210 metri di distanza dalla riva occidentale del Nilo, 65 metri più in alto rispetto all’area del tempio originario. Nella foto: la posizione originaria del tempio e nella parte superiore la posizione odierna.

Come il Ramesseum anche i templi di Abu Simbel sembra siano stati commissionati dopo poco tempo la salita al trono del faraone e finiti nell’arco di venti anni. Sette anni più tardi un violento terremoto danneggio’ la struttura, uno dei colossi crollo’ e l’attività di restauro,allora avviata, non riuscì a recuperarlo.

Come ogni anno, come accade ormai da millenni, si ripete ad Abu Simbel il “Miracolo del Sole”, fenomeno che si verifica regolarmente, con una precisione da lasciar ancor oggi stupiti, due volte l’anno: il 22 febbraio e 22 ottobre. In questi due giorni, all’alba, i raggi del sole, oltrepassando la piccola porta incastonata tra i quattro colossi di Ramesse II, penetrano l’oscurità attraversando le due buie sale ipostile del tempio maggiore di Abu Simbel (la prima delle quali è sorvegliata da otto imponenti statue del sovrano nelle sembianze di un Osiride) fino a raggiungere il Santa Sanctorum ed illuminare il volto del grande faraone. Il Santuario contiene quattro statue assise, tutte hanno lo sguardo rivolto verso l’entrata e rappresentano il sovrano affiancato da tre delle principali divinità del pantheon egizio dell’epoca.

In questi fiabeschi templi l’architettura del Nuovo Regno raggiunse la sua più alta espressione!

Rilievo dalla tomba della regina Nefertari.
La tomba della regina Nefertari, sposa prediletta di Ramesse II, resta uno dei più bei monumenti funerari realizzati in età ramesside.la decorazione è eseguita in rilievo. Le figure nonostante la loro bellezza manifestano la staticità di tutta l’arte del periodo. All’immagine degli Dei, ormai consolidata da una lunga tradizione, si contrappone quella della regina abbigliata con l’elaborati vesti, trasparenti e plissettate, in voga alla sua epoca.

Una curiosità: Ramesse II è l’unico faraone della storia egiziana al quale sia stata intitolata una via del Cairo

FONTE:

  • STORIA DELLA CIVILTA DELL’ANTICO EGITTO – JACQUES PIRENNE- SANSONI EDITORE FIRENZE
  • ANTICO EGITTO- ANALISI DI UNA CIVILTÀ-BARRY J. KEMP- ELECTA
  • WIKIPEDIA
  • ALAN GARDINER-LA CIVILTÀ EGIZIA-EINAUDI
  • RAMESSE II-T.G.HENRY JAMES
  • ARCHEOLOGIAVOCIDALPASSATO
  • ALTAIRMULTIMEDIA
  • L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA
  • TIZIANA GIULIANI
  • KHEKERU
Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUINA DI PENBUI

Di Grazia Musso

Legno, altezza 60 cm
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 3048

Tra le opere più raffinate provenienti dalla necropoli degli artigiani di Deir el-Medina, va annoverata questa statua lignea di pregiata fattura raffigurante un abitante del villaggio di nome Penbui, vissuto in epoca ramesside.

Il personaggio è raffigurato durante lo svolgimento di una processione religiosa, come testimoniano le due alte insegne che egli sorregge ai lati del corpo.

Sopra entrambe le aste si trova la figura di un dio: alla destra di Penbui è raffigurato Ptah e alla sua sinistra si è conservata in parte l’immagine di Amon-Ra.

A sinistra: Amon-Ra era il grande dio tebano nonché una delle principali divinità a livello nazionale. Il suo culto non poteva quindi mancare tra gli artigiani di Deir el-Medina che lo veneravano al fianco di divinità di carattere più popolare. Qui il dio è effigiato a torso nudo, con un gonnellino su cui poggia le mani. Dell’originaria corona sul capo rimangono solamente le tracce.

A destra: Nell’antico Egitto il dio Ptah era considerato il padrone degli artigiani e per questo era oggetto di culto tra la comunità di Deir el-Medina. Qui il dio è raffigurato secondo l’iconografia tradizionale, con una calotta aderente sul capo, la barba posticcia e un abito-guaina che gli avvolge il corpo. Nelle mani impugna lo scettro uas, emblema di potere.

La scultura è stata eseguita con una straordinaria cura per i dettagli e per il modellato del corpo, a dimostrazione dell’alto livello qualitativo raggiunto dagli artisti del villaggio.

Il volto di Penbui è incorniciato da una elaborata parrucca, tipica del periodo, e il lungo gonnellino che egli Indossa rappresenta, di per sé, un piccolo capolavoro di ebanisteria.

Il volto di Penbui, dai tratti idealizzati e dall’espressione serafica, è stato modellato con particolare grazia e morbidezza di forme. La preziosa parrucca che incornicia il viso è formata da un livello superiore di minute ciocche da cui fuoriescono riccioli più grandi che si posano sulle spalle. Il lavoro di intaglio eseguito dal l’artigiano per rappresentare la massa di capelli è di alto livello.

Le fitte pieghe della stoffa si incrociano all’altezza della vita creando un raffinato gioco di chiaro-scuri ulteriormente impreziosito dal davantino su cui si trova una colonna di geroglifici.

Altre iscrizioni ornano le due insegne laterali, il retro dei troni divini, il pilastro dorsale e il piedistallo della statua.

I testi, costituiti da formule di offerta e preghiere rivolte agli dei, contengono il nome e i titoli di Penbui, “guardiano nella Sede della Verità”, termine con cui si indicava la necropoli tebana.

Fonte:

I grandi musei : il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa