Antico Regno, Statue

MEMI E SABU

Di Francesco Alba

Statua in coppia di Memu e Sabu stanti. Quarta Dinastia. 2575-2465 a.C.
Calcare con tracce di pigmenti; restauri in epoca antica sul braccio destro dell’uomo e sulla lastra posteriore. Dimensioni: 62 x 24,5 x 15,2 cm
Probabile provenienza: Regione di Menfi, Giza, Necropoli Ovest
The Metropolitan Museum of Art, New York – Rogers Fund, 1948 (48.111)

Fino ad un’epoca recente si riteneva che questa coppia rappresentasse il cortigiano Memi-Sabu e la sua sposa; tuttavia c’è ragione di credere che l’iscrizione si riferisca a due persone distinte: Memi (l’uomo) e Sabu (la donna).

Anche se il testo non specifica un particolare rapporto fra i due, questi erano probabilmente marito e moglie, come di norma per i soggetti delle statue in coppia dell’Antico Regno la cui relazione è accertata.

La scultura rappresenta un’eccezione alla regola perché l’uomo restituisce l’abbraccio della donna avvolgendo un braccio attorno alle spalle di lei. Questo gesto singolare può spiegare il perchè Memi si erga con i piedi uniti, anziché avanzare a grandi passi nella posa maschile convenzionale. D’altro canto, nonostante queste deviazioni dalla norma, Memi è chiaramente la figura dominante: non soltanto è più grande di Sabu ma si trova leggermente più avanti di lei, col suo tallone destro a tre centimetri di distanza dalla lastra posteriore alla quale è attaccato tramite un setto di pietra; il suo corpo però non vi si appoggia, essendo la sua figura, scolpita a tutto tondo, separata dalla lastra di circa un centimetro, per l’intera lunghezza del dorso.

Il suo braccio destro pende dal suo lato, separato dal corpo da un sottile setto di pietra. La mano stringe un tondino che si estende dal pugno alla lastra posteriore.

Dal lato di Sabu, il braccio sinistro di Memi è visibile dietro il capo di sua moglie. Posto all’indietro per circondare le spalle di lei, il braccio tocca il pilastro posteriore; l’avambraccio pende sopra la spalla di Sabu ed il palmo aperto della mano poggia sul suo seno.

Questo gesto insolito ha solo due paralleli nella statuaria dell’Antico Regno: uno reale ed uno non reale (entrambi presso il Museum of Fine Arts, Boston, rispettivamente 30.1456 e 13.3164).

Anche se Sabu si erge più vicina di Memi alla lastra posteriore, pochi millimetri la separano da questa per tutta la lunghezza del dorso ed il suo tallone sinistro si trova ad un centimetro dal pilastro.

Nonostante sia raffigurata marcatamente più bassa del suo sposo niente lascia suppore che essa fosse bassa di statura. Le sue minori dimensioni possono essere state dettate in parte dall’abbraccio di Memi, che risulta molto meno impacciato rispetto ad altri esempi di questa posa, dove le due figure sono quasi uguali in altezza.

Il braccio destro di Sabu si avvolge attorno alla vita di Memi mentre il sinistro pende verticalmente sul suo lato, le punte delle dita separate dalla coscia da un breve setto di pietra. Il suo corpo flessuoso è ben proporzionato e definito con chiarezza sotto il tubino che indossa. Anche Memi è ben proporzionato. Il suo torso e le braccia sono accuratamente modellati; gli stinchi e le ginocchia nettamente definiti. Il suo gonnellino dalla falda plissettata e la cintura annodata, raffigurata con cura, sono eccezionalmente ricchi di dettagli. Le unghie delle mani e dei piedi di entrambi sono leggermente appuntite.

I volti di entrambi sono simili anche se non del tutto uguali. Gli occhi di Sabu sono proporzionalmente più grandi rispetto al viso e la bocca è più grande di quella di Memi. Anche la sua arcata sopracciliare, al di sopra del naso, è più nettamente modellata, un dettaglio che conferisce al suo profilo una vaga somiglianza con le raffigurazioni di Micerino. A differenza di Memi che appare sempre dritto e teso in avanti, il volto e lo sguardo di Sabu sono leggermente rivolti verso la sua sinistra.

Le folte ciocche ritorte della sua parrucca, lontane dal viso, convergono verso una zona morbida e non strutturata alla sommità del capo. I capelli naturali, discriminati al centro, sono visibili sotto la parrucca.

Come la maggior parte delle statue private dell’Antico Regno, questa coppia è stata inizialmente datata ad un periodo che va dalla Quinta alla tarda Sesta Dinastia. In anni più recenti, tuttavia, uno studio più accurato condotto sulla statuaria e sui rilievi la collocherebbe cronologicamente al tempo della Quarta Dinastia, plausibilmente non più tardi del regno di Micerino. Questa più aggiornata datazione si basa sull’acconciatura di Sabu e sulla particolare intimità dell’abbraccio che i due sposi si scambiano.

Riferimenti

  • C.H Roehrig, Pair Statue of Memi and Sabu Standing. Egyptian Art in the Age of Pyramids – The Metropolitan Museum of Art, New York. 1999
  • Pair statue of Queens Hetepheres II and Meresankh III. Museum of Fine Arts, Boston (acc. nr. 30.1456). “https://collections.mfa.org/…/pair-statue-of-queens…
Harem Faraonico

‘APER-EL, UN SEMITA FIGLIO DEL KAP, VISIR E PADRE DEL DIO?

Di Luisa Bovitutti

‘Aper-El così come appare ritratto nella sua tomba

‘Aper-El, conosciuto anche come Aperia raggiunse le vette del potere verso la seconda metà della XVIII dinastia e servì prima Amenhotep III, che crebbe con lui nel kap, ed in seguito suo figlio Akhenaton.

Egli riuscì a non farsi coinvolgere appieno dalla riforma atoniana, in quanto probabilmente visse ed operò a Menfi, che era rimasta la capitale amministrativa del regno.

Pianta della tomba di ‘Aper-El

Nella sua tomba, infatti, e sugli oggetti in essa contenuti, sono incisi i cartigli dei due sovrani e l’unico indizio del mutamento religioso in atto si individua nell’iscrizione sul sarcofago del figlio Amenhotep (Amon è soddisfatto), che lo definisce con il diminutivo di Hui per evitare, utilizzando il nome teoforo, di nominare il dio decaduto.

Non è stata trovata menzione dei suoi genitori e degli altri componenti della sua famiglia d’origine, per cui non è possibile stabilire se fosse un immigrato o figlio di immigrati, il rampollo di un notabile straniero allevato nel kap, o più semplicemente un egizio al quale i genitori avevano dato un nome esotico; è comunque certo che crebbe, visse e prosperò nelle Due Terre e che era completamente egittizzato, come si desume dalla sua tomba e dal suo corredo funerario.

Rilievo tombale che raffigura un sacerdote che offre un fiore di loto ad ‘Aper-El.

Egli ottenne un’infinita serie di titoli, iscritti sulle pareti della sua tomba e sugli oggetti trovati al suo interno, uniche fonti di conoscenza della sua vita: il più importante di essi era “visir” ma come Yuya ed Ay era anche “padre del dio”, ossia consigliere anziano che aveva conosciuto il Faraone da bambino ed aveva contribuito ad educarlo, “generale dei cavalli”, cioè dei carri, “capo dell’intero paese”“figlio del kap” ed “ambasciatore del re”.

La trascrizione del testo rinvenuto sulla parete della tomba di ‘Aper-El effettuata da Petrie al momento del suo ingresso.

Nella cappella della tomba si trova traccia di altri due titoli non ben conservati, la cui lettura completa non è certa.

Il primo è “direttore dei padri e delle madri adottivi dei figli del re”, che indica che ‘Aper El era responsabile dei nobili incaricati di crescere e di educare i principi e le principesse; il secondo, leggibile solo in parte, recita “primo servitore di Aton in…” e dimostrerebbe che forse già con Amenhotep III, aveva un legame con il culto di Aton, consolidatosi poi con l’avvento al trono di Akhenaton.

Frammento del sarcofago recante il nome di ‘Aper-El (qui scritto Aperia)

Egli morì a circa 50 – 60 anni e fu seppellito a Sakkara, in una tomba scavata nella scarpata a sud-ovest della piramide di Teti, conosciuta in epoca faraonica come la “scarpata di “Ankhtawy” ed oggi nota come Bubasteion, in quanto gli ipogei del Nuovo regno che ivi si trovavano sono stati successivamente utilizzati dai sacerdoti di Bastet come catacombe per i gatti mummificati che i pellegrini portavano al santuario della dea.

Quel che rimane di uno dei sarcofagi di ‘Aper-El

LA TOMBA ED IL CORREDO FUNERARIO

‘APER-EL ERA GIUSEPPE, FIGLIO DI GIACOBBE, VENDUTO COME SCHIAVO DAI FRATELLI?

La tomba di ‘Aper-El è identificata come Bub. I.1 (I indica che si trova al livello superiore degli ipogei del Bubasteion, 1 perché è la prima di una serie sullo stesso lato) ed egli vi fu inumato con sua moglie Uriai e con uno dei suoi figli, probabilmente il maggiore, chiamato Hui (come già visto diminutivo di Amenhotep, nome non più utilizzato in epoca amarniana perché conteneva il riferimento al dio Amon) e morto a circa 35 anni, attorno al 10 anno del regno di Akhenaton: così come il padre, egli ricoprì le più alte funzioni militari, prima come “scriba delle reclute” e “generale dei carri” ed infine quale “generale in capo”; in campo civile ottenne il titolo di “direttore di tutte le opere degli dei”.

Il sarcofago antropoide esterno di Uriai ed un particolare del viso

Da un rilievo tombale deturpato della tomba si apprende che ‘Aper-El ebbe almeno altri due figli, raffigurati mentre eseguono rituali davanti al padre; uno di essi si chiamava Seny (forse diminutivo di Sennefer) ed era inserito nell’amministrazione statale, come si deduce dai titoli attribuitigli; un altro di nome Hatiay era un sommo sacerdote di Nefertum.

L’ipogeo, uno dei pochi di epoca amarniana rinvenuti a Sakkara, era stato individuato nel 1881 dall’archeologo britannico William Flinders Petrie, che copiò un testo visibile nelle parti accessibili della cappella (livello 0), ma fu dimenticato fino al 1976, quando il dott. Zivie, direttore della Missione Archeologica Francese del Bubasteion (MAFB) cominciò ad esplorarlo, a liberarlo dai detriti ed a realizzare le opere di consolidamento e di restauro, iniziate nel 1980 insieme all’Organizzazione delle Antichità Egizie, oggi Consiglio Supremo delle Antichità Egiziane.

Esso è ampio e profondo, con quattro livelli che corrispondono alla cappella (livello 0) e agli appartamenti funerari (livelli MENO 1, MENO 2, MENO 3); dall’ultimo di essi si accede alla camera sepolcrale venuta alla luce nel 1987, il cui ingresso recava ancora i resti del sigillo ufficiale della necropoli (lo sciacallo con nove prigionieri, come nella tomba di Tutankhamon), segno che era stata saccheggiata nell’antichità e poi risigillata ma che da allora non aveva più subito intrusioni.

Il desolante spettacolo che si presentò all’apertura della camera sepolcrale

La tomba in origine era almeno in parte decorata, ma nel corso dei secoli ha subito gravi danni, sia per le devastazioni compiute dai ladri, sia per i numerosi crolli dovuti alle infiltrazioni di acqua provenienti dall’altopiano sovrastante, che hanno richiesto notevoli opere di intervento per rendere sicure le camere sotterranee ed il lavoro degli archeologi.

Uno dei sarcofagi di Lady Uriai e un intarsio raffigurante Nut, su uno dei suoi sarcofagi.

Nella camera funeraria furono effettivamente rinvenuti i resti del visir, di sua moglie e di Hui, ridotti ormai a scheletri per la profanazione dei saccheggiatori e per l’umidità; essi sono stati riconosciuti con certezza grazie allo studio delle ossa, dei frammenti dei sarcofagi e degli oggetti inscritti associati a ciascuna sepoltura; la loro morte è da collocarsi più o meno nello stesso periodo, atteso che i sarcofagi ed il corredo funerario presentano tutti le medesime caratteristiche.

Il manichino porta-parrucche

Stranamente essi sono assimilabili più a quelli “tradizionali” rinvenuti nella tomba KV46 di Yuya e Tuia, suoceri di Amenhotep III, che a quelli amarniani: ogni defunto era stato sepolto in tre sarcofagi antropoidi di legno, incastrati l’uno nell’altro e poi custoditi molto probabilmente in un altro di forma rettangolare; alcuni di essi erano dorati e quelli interni erano riccamente decorati con intarsi di pasta vitrea.

Intarsio raffigurante Nut, su uno dei sarcofagi di Hui

Tra i manufatti più importanti scoperti nella tomba ci sono i vasi canopi in pietra, un contenitore d’avorio per cosmetici a forma di pesce (tilapia nilotica), un supporto in legno stuccato per parrucca raffigurante la testa di una giovane donna con grandi orecchini, due cubiti votivi, uno in scisto e l’altro in legno che menziona ‘Aper-El come “i due occhi del re”, orecchini, anelli, frammenti di collare o pettorale con un complesso disegno di perline e pendenti in pietre dure ed oro (questi ultimi a forma di segno nefer), frammenti di fasce d’oro rinvenuti intorno agli omeri del visir, alcune fasce circolari d’oro ed un diadema ben conservato, certamente appartenente al corredo della sua mummia, due intarsi in vetro raffiguranti la dea Nut, che costituivano ornamento del coperchio del sarcofago interno della moglie di ‘Aper El e di Hui.

Il cucchiaio per cosmetici in avorio a forma di tilapia nilotica

Inizialmente i manufatti presero diverse destinazioni (i canopi di Uriai ad Alessandria d’Egitto, gli oggetti ed i gioielli, completi o frammentari, dei quali non sono riuscita a trovare belle immagini illustrative, al Museo egizio del Cairo) per essere poi concentrati nel Museo Imhotep a Saqqara, attualmente chiuso al pubblico per motivi imprecisati.

Uno dei vasi canopi ritrovati nella tomba ed uno dei coperchi

Sembra incredibile che non siano emerse ulteriori tracce di ‘Aper-El, che aveva svolto un ruolo importante al fianco di Amenhotep III e che aveva goduto della fiducia di Akhenaton nonostante le mutate circostanze politiche e religiose.

Frammento di collare costituito da un tessuto di perline, decorazioni in oro a forma di segno nefer e pendenti forse in pietre dure.

L’ipotesi di alcuni studiosi e dello stesso Zivie, allo stato tuttavia priva di riscontro, è che egli potrebbe essere stato conosciuto con un altro nome, un diminutivo o un soprannome, con il quale è stato ricordato altrove, come spesso accadeva in Egitto per i funzionari del Nuovo Regno, in particolare durante il periodo di Amarna.

In ogni caso ‘Aper El è un personaggio che intriga: ha un nome semitico, riferito al dio El; è talmente ricco da potersi permettere un corredo funerario analogo a quello dei suoceri del Faraone; è il titolare dell’unica tomba del periodo amarniano rinvenuta nella necropoli menfita; è così potente da essere il numero due del regno, dopo il Faraone; ha legami strettissimi con il palazzo.

E’ quindi comprensibile che alcuni abbiano voluto identificarlo nel biblico Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, giunto schiavo in Egitto e diventato poi Visir del Faraone dopo averne interpretato in maniera corretta gli strani sogni; così come Giuseppe, il semita ‘Aper-El avrebbe conquistato la stima del suo re (Amenhotep III) che gli affidò l’educazione del futuro Amenhotep IV, diventandone poi il fidato consigliere ed indirizzandolo verso il monoteismo.

Lo schiavo Giuseppe, condotto davanti al Faraone, interpreta il suo strano sogno e gli spiega che le sette vacche grasse divorate da sette vacche magre e le sette spighe rigonfie mangiate da sette spighe vuote indicavano che l’Egitto avrebbe conosciuto sette anni di grande abbondanza ai quali avrebbero fatto seguito sette anni di carestia, e suggerisce al Faraone di fare scorta di grano da utilizzare durante la carestia. Il Faraone si fida di Giuseppe e lo nomina visir, incaricandolo di gestire l’accantonamento delle provviste. Questo dipinto è opera di Raffaello e si trova a Roma nelle stanze Vaticane.

Lo stesso prof. Zivie sottolinea che l’ipotesi “ignora le realtà storiche: la religione di Akhenaton non è esattamente monoteista ed è per molti versi sorprendentemente diversa dal monoteismo biblico, che a sua volta è il risultato di un lungo processo che si materializza solo molto più tardi al tempo dei profeti”.

IN AGGIORNAMENTO

FONTI:

Sarcofagi, XVII Dinastia

SEKHEMRE WEPMAAT INTEF A’A

By Dave Robbins

Pictured is the rishi coffin of the Dynasty 17 king, Sekhemre Wepmaat Intef A’a. It was found in the 19th Century presumably at Dra’ Abu el-Naga. Of about nine Dynasty 17 kings, he would have been possibly the fourth and ruled in Thebes during the time in which the Hyksos controlled the Delta region.

Intef A’a is thought to have ruled for perhaps only two years when his brother, Nubkheperre Intef, succeeded him. The coffin actually establishes this fact in an inscription found on it. Thus, Intef A’a would have ruled about a dozen or so years before Ahmose the Elder (mostly known as Senakhtenre Tao) and his queen, Tetisheri.

Intef Aa’s brother, Nubkheperre Intef, had a very short reign as well with only three or so years on the throne. He was succeeded by Sekhemre Heruhermaat Intef whose own rishi coffin is immediately adjacent to Intef Aa’s in the Louvre’s Crypt of Osiris.

The rishi coffins of Sekhemre Heruhermaat Intef on the left (Louvre’s accession# E 3020) and of Sekhemre Wepmaat Intef A’a on the right (Louvre’s accession# E 3019) in the Crypt of Osiris.

Photo is by me in Autumn 2019.

Pictures

Coronation of Ramesses III

By Jacqueline Engel

Coronation of Ramesses the Third by the gods Horus and Seth.

For the text translation of the inscription, see HERE

The group represents King Ramesses the Third, the god Horus and the god Seth. The three statues are standing and are all approximately the same height.

The statue of the king is between the other two, which are represented in profile.

Ramesses the Third is wearing the white crown of Upper Egypt with the royal cobra on the front, a wide collar of many rows, and the royal pleated kilt, the shendyt, with a long belt hanging down to the bottom of it.

He is holding the ankh sign of life in his right hand and the roll of power in his left hand. His left leg is forward.

The statues of the gods, Horus and Seth, are in the same posture with the left leg forward; they are each holding the ankh, and wearing the Egyptian pectoral and the shendyt kilt.

Each god has placed one hand on the crown of the king, performing the Coronation of Ramesses the Third.

The Egyptian Museum Caïro

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Stele

STELE DI NEFERABU

Di Grazia Musso

Calcare, Larghezza 54 cm
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 1593.

Stele dedicata a Meretseger che lo ha guarito, da una malattia che lo affliggeva da tempo:

Chiamai la mia Signora

e trovai che era venuta a me con dolci brezze,

Fu misericordia con me:

mi ha teso la mano, si è rivolta a me favorevolmente,

Mi ha fatto dimenticare la malattia che era stata sopra di me.

Ecco, la Cima dell’Occidente è misericordiosa, se uno la invoca.

( adattamento da E . Bresciani, – Cultura e società attraverso i testi p. 447l

Sulla stele a incavo, Meretseger è raffigurata sulla destra con un corpo serpentiforme a tre teste: la prima di avvoltoio, la seconda di donna e la terza di serpente ; dinnanzi a lei si trova un altare con una brocca e dei fiori di loto.

Il documento appartiene al “Servitore della Sede della Verità” Neferabu, vissuto sotto il regno di Ramesse II, la cui tomba è la n. 5 della necropoli del villaggio.

Fonte

Museo Egizio – Franco Panini Editore

Immagini: Museo Egizio di Torino

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

IL NAOS DI KASA

Di Grazia Musso

Legno dipinto, Misure: 33 x 14,5 x 33
Collezione Drovetti
Museo Egizio di Torino – C 2446

Dalla tomba di Kasa, un artigiano vissuto a Deir el-Medina durante il regno di Ramesse II, proviene questo piccolo Naos, o cappella, di destinazione culturale.

Si tratta di un manufatto di notevole pregio, sia per la sua complessa struttura lignea, sia per la sua ricca decorazione dipinta.

Il Naos era stato probabilmente realizzato per l’abitazione di Kasa e solamente dopo la morte del proprietario era entrato a far parte del suo corredo funerario

I capitelli che sormontato le colonnine lignee sul fronte del naos sono convenzionalmente noti come “hatorici”, dal momento che riproducono l’effige di Hathor, la dea della fecondità, dell’amore e della musica.
Il volto, incorniciato da una massiccia parrucca nera, è caratterizzato da orecchie bovine appuntite, che fanno riferimento alla vacca, l’animale sacro alla dea.

Tra la comunità del villaggio era assai diffusa, sopratutto in epoca ramesside, la pratica dei culti domestici rivolti a divinità e antenati.

In questo caso le preghiere del dedicante sono rivolte al dio Khnum e alle dee Satet e Anuqet, che costituiscono la cosiddetta “triade di Elefantina”, venerata nell’isola situata in corrispondenza della prima cateratta del Nilo.

Le divinità sono raffigurate sui lati del Naos dove sono riprodotte scene di natura religiosa disposte su registri.

La parte anteriore della cappella riproduce la struttura di un tipico tempietto egizio , con due esili colonne che formano un piccolo proano e con la consueta modanatura arcuata, nota come “gola egizia”, a coronamento delle pareti.

Una porta due battenti, consente di aprire questa piccola cappella, la cui parte posteriore è ornata con la figura di Kasa in atto di recitare la preghiera scritta al suo fianco.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electra

Foto: Museo Egizio di Torino

Oggetti rituali

IL GIOCO DEL SENET

Di Francesco Volpe

Il termine Seneto /Sen’to/Senat significa “passaggio”. Il gioco probabilmente aveva, infatti, una funzione multipla: gioco di sfida e gioco con significati religiosi legati al “passaggio” dalla vita terrena all’aldilà.

La regina Nefertari gioca a senet contro il destino, parte di un affresco proveniente dalla sua tomba (QV66).

In un primo momento fu un gioco praticato solo dalla classe sociale più alta, quella dei faraoni (V- IV millennio a.C.). In seguito, intorno al 1500 a.C. divenne un gioco per tutti, e assunse anche significato religioso: si cominciò a credere che le sorti dopo la morte fossero legate al risultato di una partita di senet, giocata fra il defunto e il Destino in persona, il che spiegherebbe perché si siano ritrovati nelle tombe molti giochi, immagini e spiegazioni di partite di senet; ad esempio, nella tomba di Tutankhamon sono stati ritrovati tavoli da gioco in legno e avorio, con cassetti per le pedine sotto la tavola. Raffigurazioni di giocatori di senet si trovano anche nei geroglifici egizi che raccontano la vita quotidiana e il passaggio dalla vita alla morte.

Un set completo di pedine e scacchiera al Museo Egizio di Torino.

Regole:

Nonostante siano state trovate numerose testimonianze sul senet, le sue regole non sono arrivate fino a noi in forma integrale e univoca. Vari studiosi del gioco hanno cercato di ricostruire il funzionamento del senet e oggi esistono, quindi, diverse varianti moderne di questo gioco antichissimo (le più note sono quelle di Timothy Kendall e R.C. Bell), comprese alcune versioni online.

Si presentano qui le regole proposte dal “Gruppo di ricerca sul gioco” dei CEMEA.

lanciano nuovamente il legnetti (o dado). Quando si realizza 2 o 3, si sposta una delle pedine secondo il numero ottenuto e si passa la mano all’avversario. Nel caso di tiro nullo per l’avanzamento, il giocatore fa retrocedere una pedina qualsiasi per un numero di caselle pari al punteggio ottenuto; se anche ciò non è possibile si passa la mano.

Se una pedina arriva in una casella occupata da un pezzo avversario, quest’ultimo retrocede fino alla casella occupata dalla pedina attaccante.

Se per forza di gioco si deve occupare una casella occupata da una propria pedina, questa ritorna alla casella 1 o, in caso sia occupata, alla successiva disponibile.

Due pedine dello stesso colore non possono mai occupare la stessa casella. Due pedine dello stesso colore situate in due caselle contigue, costituiscono un “muro” che non può essere attaccato, ma può essere oltrepassato se il punteggio lo consente. Tre pedine dello stesso colore che si trovino in tre caselle consecutive, formano un “muro” che non può essere né attaccato né superato dai pezzi avversari.

Le ultime cinque caselle hanno un significato particolare per lo svolgimento del gioco:

• La casella 26 è la “casa dell’abbondanza”, è di buon augurio e protegge dalle insidie della ventisettesima il giocatore che, se ottiene 1, ha la possibilità di saltare la “casa della malasorte”.

• La casella 27, contrassegnate con una “X”, rappresenta la “casa della malasorte”. La pedina che arriva sulla casella 27 deve tornare indietro fino alla casella 15, denominata “casa della rinascita”. Se la 15 è occupata, il giocatore rimane bloccato con tutte le sue pedine finché non ottiene 4, punteggio che gli permette di far uscire la pedina sventurata dal gioco.

• Le caselle 28, 29 e 30 sono dei rifugi: la pedina che vi si trova non può essere attaccata. I simboli III, II, I raffigurati in queste caselle indicano il numero preciso da ottenere con i legnetti per poter uscire con le pedine.

Il tavolo di Tutankamon da senet, in questa foto sono perfettamente visibili le caselle 26, 27, 28, 29 e 30. (Questo tavolo è una copia del originale quindi un prodotto commerciale).

Conclusione del Gioco

Nella versione moderna, vince il giocatore che per primo riesce a portare fuori dalla scacchiera tutte le sue pedine. Molto probabilmente in epoca antica, quando il gioco veniva praticato anche con un significato religioso, tutti e due i giocatori dovevano comunque terminare la partita. Il giocatore che era uscito prima non abbandonava l’altro, ma lo assisteva fino a che anche lui non fosse arrivato alla meta.

Fonte Immagini:

https://unoscacchista.com/…/scaccobollo-1965-senet…/amp/

https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:_01_Torino,_Museo_Egizio_antico_gioco_in_legno.jpg

Fonte Testo:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Senet

Kemet Djedu

LA PORTA DI SENNEDJEM

(lato esterno, primo registro)

Di Livio Secco

La porta che chiudeva la camera funebre della tomba TT1 di Sennedjem. è stata descritta QUI.

Non mi dilungherò su di essa, ma come consuetudine mi limiterò ad un commento filologico del manufatto che è stato oggetto di una traduzione completa (facciata esterna ed interna) come uno dei soggetti del mio XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA 2022-2023.

Sul lato esterno la porta presenta due registri dotati di una figura e di una didascalia geroglifica. Prendiamo in esame il primo in alto.
Come abitudine ho aggiunto la fonia italiana secondo il codice IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha studiati.

Per coloro che volessero intraprendere questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare il seguente strumentario completo creato per gli autodidatti:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

PORTA DELLA TOMBA DI SENNEDJEM

Di Grazia Musso

Legno stuccato e dipinto, altezza cm 135, larghezza cm 117
Deir el-Medina, Tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Museo Egizio del Cairo – JE 27303

Gli Scavi diretti fa G. Maspero nella necropoli di Deir el-Medina portarono alla luce la tomba inviolata di Sennedjem, uno dei tanti artigiani che lavoravano alla costruzione dei ipogei reali nella vicina Valle dei Re.

L’accesso alla camera del sarcofago, allestita in fondo a un pozzo, era chiusa da questa porta di legno che recava intatto il sigillo della necropoli tebana: il dio Anubi.

La calda tonalità dei colori e la natura dei temi raffigurato, scene di vita oltremondana tratte dal repertorio figurativo del Libro dei Morti, unisce in un’insieme armonico la decorazione della sala funeraria e della porta d’ingresso.

Sulla facciata esterna, il battente raffigura Sennedjem con la moglie e la figlia in adorazione di Osiride e della dea Maat; il dio è seduto in trono, con la tiara-atef, gli scettri reali e il bastone-uas, verde come il volto e le mani, a simboleggiare il potere di Osiride anche sui cicli eterni della rinascita vegetale.

L’ANALISI FILOLOGICA A CURA DI LIVIO SECCO QUI

Nella scena inferiore, il defunto compare seguito dai figli, mentre rende omaggio alla sintesi divina di Ptah-Sokari-Osiri e a Iside.

La facciata interna della porta presenta Sennedjem e la sposa Iyneferty seduti sotto un padiglione di canne; la coppia indossa una parrucca sormontata da un cono di grasso aromatico e quella della donna è ornata da boccioli di loto, fiore dal profumo divino che donava vita eterna.

L’artigiano sta giocando alla senet, un gioco popolare che assume, in contesti funerari, forti valenze simboliche: il defunto scommette il destino dell’anima, se vince sopravviverà.

La scena si chiude con una ricca tavola d’offerta e provvigioni d’ogni genere per il sostentamento di Sennedjem.

Al di sotto una lunga iscrizione riporta estratti del Libro dei Morti: il primo è una preghiera agli dei dell’eternità affinché non chiudano le porte al defunto ( Capitolo 72) e il secondo legittima il desiderio dello spirito giustificato di giocare alla senet anche nell’Oltremondo ( Capitolo 17).

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Foto dal libro su citato e dal web

Testi

I SARCOFAGI LIGNEI DI SETHY I E RAMSES II

Di Nico Pollone

Foto da Cercueils Daressy.

Propongo un breve testo estratto dell’inizio delle annotazioni scritte al momento dello spostamento del sarcofago in luogo più sicuro. La prima linea è tratta dal sarcofago di Sethi I.

La seconda riga, senza particolari rilievi, è inserita solo in lettura e recita:…. fu traslato fuori dalla sua tomba affinché venisse portato da colui che è……. Stesura grammaticalmente complessa ma dal significato indubbio.

A questo punto le tre linee iniziali mi portano a questa ipotesi di traduzione:

“Anno 18 ?, 4° mese peret (inverno), giorno 13 ?, per il re (figlio di Amon). Giorno in cui viene trasportato via il re (Men Maat Ra Sethy Mery Ptah) vita, prosperità e salute, e fu traslato fuori dalla sua tomba affinché venisse portato da colui che è sulla altura (lett. alto luogo) ? = ( kAy) di Inhapi che appartiene al grande luogo ? ( st Aat ), da parte del profeta di Amon-Ra, Ankhefenamon figlio….”

Diverso il caso della linea tre che inizia con una parola la cui bibliografia è da valutare ed è proposta la traduzione nella immagine.del testo

La prima parola, traslitterata qAy, viene tradotta da Faulkner/Vygus, come: altura, altopiano, (Lett.terra alta). La parola termina (ma non ne sono certo) con due segni = O39, e N35.

Questo è il primo quesito ? Tutti i segni formano una parola sola ? dove la si può trovare in bibliografia.?

Nel prosieguo della frase, si trova la parola composita: st Aat ) “che appartiene al grande luogo”. Non ci sono riferimenti. Secondo me si riferisce alla monumentalità del sito di Deir el Bahari.

Secondo quesito ? cosa ne pensate

A seguire il nome di Ankhefenamon, preceduto dai suoi titoli, che si affronterà nella linea, la quattro.

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