Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

USHABTY DI NIKA

Di Grazia Musso

Ushabty e cassetta porta ushabty di Nika.
Ushabty: arenaria, altezza cm 13,5 – C. 2656
Cassetta: legno, altezza 30,5 cm., larghezza 25 cm.
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti

Con il termine ushabty, letteralmente ” colui che risponde”, si indicano le statuine che, a partire dal Medio Regno, entrarono a far parte dei corredi funerari.

Il loro scopo era quello di sostituire il defunto nei lavori agricoli che questi avrebbe dovuto svolgere nell’aldilà per procurarsi il sostentamento necessario alla sua nuova vita.

Per questo motivo le statuine tengono generalmente in mano le zappe con cui dissodare il terreno e un sacchetto contenente i semi a garanzia di un nuovo raccolto.

Il numero, la tipologia e la qualità degli ushabty rinvenuti nei corredi funerari sono estremamente vari.

Nel Nuovo Regno i sovrani e gli individui delle alte classi sociali potevano possedere centinaia di questi servitori in miniatura, fabbricati con diversi tipi di materiali: faience, terracotta, pietra, legno, bronzo.

A seconda delle epoche lo stile degli ushabty cambiò, rispecchiano mode e tendenze artistiche contemporanee, come nell’esemplare di Nika, caratterizzato dalla tipica acconciatura del periodo.

Sul corpo di questa statuina è scritta una formula tradizionale in cui l’ushaty dichiara di essere pronto a “rispondere” al defunto che gli chiede di lavorare al posto suo.

Molto spesso questi piccoli e devoti servitori erano depositi all’interno di cassette lignee decorate con vivaci scene policrome, come quella appartenuta allo stesso Nika.

Fonte

I grandi musei : Il museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Foto: Museo Egizio di Torino

Barche solari

MODELLO DI BARCA SOLARE

Di Francesco Alba

Medio Regno, Dodicesima Dinastia, 1939-1760 a.C.
Legno, stucco e pigmenti
Dono della Georges Ricard Foundation.
Emory – Michael C. Carlos Museum. Atlanta, Georgia (USA)
(2018.010.415)

Proprio come i simulacri delle divinità venivano trasportati da un tempio o da un sacrario all’altro su barche cerimoniali, si riteneva che similmente Ra, divinità solare, e il faraone defunto, viaggiassero nel mondo sotterraneo su una cosiddetta “barca solare”.

Vi erano due differenti tipi di barca solare: quella “del giorno” (mandet) e quella “della notte” (mesektet). È possibile che le ben note barche solari scoperte presso la piramide di Cheope/Khufu a Giza (la prima delle quali mirabilmente ricostruita) fossero state concepite proprio per fungere da mezzo di trasporto per il faraone nell’inframondo.

Schematizzazione di una barca solare basata sul reperto CG4949 del Museo Egizio del Cairo. Disegno di Emily Whitehead

Quello che possiamo osservare in questa fotografia è un modello di barca solare con equipaggio e albero maestro aggiunti in tempi moderni. In effetti, le barche solari non possiedono figure umane né mezzi di propulsione ma un caratteristico set di arredi.

Sull’imbarcazione sono ancora presenti prua e coperta originali. Il sacrario a strisce sulla poppa, si trovava in origine dove ora sta l’uomo calvo inginocchiato; il falco sul sacrario poggiava precedentemente su un oggetto cilindrico. Con tutta probabilità si tratta di una variante regionale.

Albero ed equipaggio sono stati prelevati da diversi modelli di imbarcazioni a vela.

Il battello risale al Medio Regno; su di esso, dieci uomini che indossano gonnellini ad altezza di ginocchio e corte parrucche stanno in piedi attorno ad un albero centrale, le braccia tese a regolare il sartiame delle vele. A prua e a poppa si notano due figure accovacciate col viso rivolto al centro dell’imbarcazione, un braccio incrociato sul torace in un gesto di reverenza verso l’ipotetica figura, seduta o mummiforme, di un defunto, ora perduta. Questi personaggi potrebbero anche avere interpretato la parte di figure rituali o timonieri su vascelli funerari o adibiti al pellegrinaggio.

La barca solare (barca sacra) in caratteri geroglifici e relativa translitterazione
(Paul Dickson. Dictionary of Middle Egyptian in Gardiner Classification Order
December 1, 2006)

Pochi modelli di barche solari sopravvivono dalle tombe di Deir el-Bersha, Lisht, e Meir, databili ai regni di Senuosret II e III. Queste imbarcazioni, che devono essere messe in relazione con insegne regali e oggetti rituali provenienti da sepolture private del Tardo Medio Regno, erano focalizzate alla trasformazione del defunto in antenato divino. I marinai, al contrario, provengono da imbarcazioni a vela che raffiguravano il pellegrinaggio verso Abido (o da esso proveniente) oppure il trasporto del defunto verso il luogo di sepoltura.

Ulteriori informazioni nei commenti

Riferimenti

Life and the Afterlife

Ancient Egyptian Art from the Senusret Collection.

04 February – 06 August 2023

Edited by Melinda Hartwig

Emory – Michael C. Carlos Museum. 2023

I. Shaw, P. Nicholson

The British Museum Dictionary of Ancient Egypt

The American University in Cairo Press – 1995

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI RAMSES II

Di Grazia Musso

Basanite, altezza 194 cm.
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 1380

“L’Apollo del Belvedere Egiziano” : così Champollion definì questa meravigliosa opera scultorea , che egli ebbe modo di vedere per la prima volta durante il suo soggiorno a Torino dal giugno del 1824 al febbraio del 1825.

La statua è tutt’oggi un capolavoro indiscusso e il simbolo del Museo Egizio di Torino.

La scultura raffigura Ramses II seduto sul trono, vestito con abiti da cerimonia : una lunga tunica di lino plissettata che ne esalta le forme, e la corona khepresh.

Questa corona fece la sua comparsa nella XVIII Dinastia.

Nelle raffigurazioni è generalmente dipinta di blu, probabilmente realizzata in pelle e decorata con dischi d’oro applicati sulla sua superficie, qui resi con piccole incisioni circolari.

Il sovrano è caratterizzato da alcuni simboli della regalità, quali l’ureo, che svetta sulla fronte e lo scettro heka che è impugnato saldamente con la mano destra

Il potere del re è ulteriormente sottolineato dall’immagine di nove archi, incisi sulla base della statua, che Ramses II calpesta con i propri sandali.

Gli archi sono un antico emblema dei popoli nemici dell’Egitto che vengono qui, metaforicamente, sottomessi e vinti dal sovrano.

Sulla parte anteriore del basamento sono inoltre effigiati due prigionieri con le braccia legate al papiro e al loto, le piante araldiche e simbolo del paese.

In questo modo si è voluto simboleggiare il controllo esercitato dal sovrano sui territori del sud e del nord dell’Egitto.

Ai piedi di Ramses II, sulla sua destra, è raffigurato in dimensioni ridotte, uno dei numerosi figli del faraone.

Il fanciullo indossa una tunica plissettata e ha una massiccia ciocca di capelli che scende dalla tempia sinistra, caratteristica tipica dell’iconografia egizia, nel rappresentare bambini e adolescenti.

Sulla parte frontale del trono, in posizione opposta rispetto alla figura del figlio, si trova l’immagine di Nefertari, la Grande Sposa Reale.

La regina Indossa un lungo e attillato abito plissettato, ha il capo sormontato da corna divine liriformi che cingono il disco solare su cui svettano due alte piume.

Questo complesso ornamento sottolinea la natura divina della regina.

La statua faceva parte del ricco “bottino” di antichità recuperato da Rifaud a Tebe nel 1818 su incarico di Drovetti.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA CACCIATA DEGLI HYKSOS (O L’ESODO?)

Di Piero Cargnino

Torniamo ora alla storia, con Ahmose inizia il Nuovo Regno ma se proseguissimo nel racconto della storia che segue senza fare alcune riflessioni trascureremmo forse una parte importante della storia stessa.

Il faraone Ahmose dunque vinse gli Hyksos, li cacciò dall’Egitto e li inseguì fin nel deserto del Negev. L’onta subita dagli egiziani, invasi da un paese straniero, rozzo, sporco e privo di quella civiltà che aveva fatto grande l’Egitto, forse era stata lavata. Abbiamo già esaminato in precedenza il fenomeno Hyksos sotto l’aspetto di invasori, ma siamo sicuri di non aver trascurato un altro fatto importante per la storia tutta, non solo egizia? Il periodo della dominazione degli Hyksos rimane più che mai un periodo oscuro per molteplici ragioni, sono molti i fattori ancora sconosciuti che hanno condizionato quel periodo della storia e sui quali sono state avanzate numerose ipotesi.

Gli Hyksos erano gli ebrei dell’Antico Testamento? Sin dall’antichità il periodo degli Hyksos è stato considerato da molti studiosi, e non solo, come il periodo della permanenza in Egitto degli Ebrei. Poiché penso si possa affermare in tutta tranquillità che gli Hyksos erano popoli di guerrieri, ben armati e ben equipaggiati, non credo che, almeno in un primo momento, potessero avere tra le loro file gli Habiru (il significato del termine è spiegato più avanti) che in quel periodo storico si trovavano probabilmente ancora allo stato di pastori nomadi e predoni nelle terre di Canaan.

Alla luce di quanto detto nei precedenti articoli, che riflettono solo una delle tante ipotesi circa l’invasione degli Hyksos in Egitto, personalmente escluderei che tra gli invasori fossero presenti gli Habiru, perlomeno non in numero significativo.

L’unico supporto di cui si dispone è la versione di Manetone, elaborata dallo storico giudeo del primo secolo, Giuseppe Flavio nella sua opera, più volte citata, “Contro Apione” nella quale asserisce di aver riportato “parola per parola” il racconto di Manetone. Nella prima edizione del secondo libro, Manetone definisce gli Hyksos come “pastori prigionieri” che diventano poi i “Re pastori” nelle due successive edizioni. In questo racconto, secondo Giuseppe Flavio, gli Hyksos furono realmente gli israeliti.

In un secondo racconto, che Giuseppe Flavio definisce però fittizio, Manetone racconta che, mentre gli Hyksos assunsero il dominio dell’Egitto senza battaglia,

<<……un grande gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunse in seguito ad Avaris dalla Palestina e ad essi fu consentito di stabilirsi in città dopo la partenza dei Re pastori…….>>.

Premesso che non credo affatto che gli egiziani abbiano permesso a 80 mila lebbrosi di stabilirsi ad Avaris appena liberata dagli Hyksos, ammesso che li abbiano lasciati entrare, cosa di cui dubito ancora di più, gli avranno assegnato un territorio ben lontano da loro, Gosen?

<<……tutte le anime della casa di Giacobbe che vennero in Egitto furono settanta…….dopo ciò vennero nel paese di Gosen……>> (Gen. 46:26-29).

Gli studiosi moderni, già poco propensi a dare completa fiducia a Manetone, non concordano con le citazioni di Giuseppe Flavio quando associa gli Hyksos agli israeliti. Secondo il racconto biblico, un certo Yusuf, (Giuseppe, figlio di Giacobbe), venduto dai fratelli, giunge come schiavo in Egitto, imprigionato e poi liberato perché interpreta il sogno del faraone, (le sette vacche grasse e le sette vacche magre), il faraone lo nomina Gran Visir (Gen. 41:40, 41)

<<………Tu sarai personalmente sopra la mia casa e tutto il mio popolo ti ubbidirà……….vedi io ti pongo sopra tutto il paese d’Egitto……..>>.

Passato un po’ di tempo Giuseppe fa venire in Egitto la tribù di Giacobbe suo padre al quale il faraone fa assegnare:

<<………il meglio del paese, il paese di Gosen………>>, (Gen. 47:6).

Quanto sopra, ad eccezione della Bibbia, non è documentato in nessuno scritto. La figura del biblico Giuseppe solleva molti dubbi tra gli studiosi che obiettano tra l’altro che mai un faraone egizio avrebbe elevato al rango di visir uno straniero, non egiziano, per di più asiatico. Se però si parte dal presupposto che Giuseppe sia giunto in Egitto durante il dominio degli Hyksos e si fosse integrato con il tempo, il fatto che a nominarlo visir sia stato un faraone Hyksos la cosa può apparire più accettabile.

Prescindendo dalla Bibbia, storici e professori di teologia si sono sempre chiesti come fosse possibile che in un paese come l’Egitto non sia mai stata fatta menzione di un personaggio come Giuseppe che, in qualità di Gran Visir, era l’uomo più potente dopo il faraone. E’ interessante sapere che:

<<……….la verdeggiante oasi del Fayyum, dove crescono rigogliosi fiori e frutti stupendi ……..il Fayyum va debitore di questo al canale lungo 334 km che conduce l’acqua del Nilo………il nome di questo antichissimo acquedotto, conosciuto non solo dai fellahin ma da tutto l’Egitto è “Bar Yusuf”, (canale di Giuseppe)………>>, (Werner Keller).

Si potrebbe obiettare che questo non è significativo, il nome Yusuf e un nome arabo, derivazione dall’ebraico Yoseph (Giuseppe) e come tale potrebbe essere stato assegnato molto dopo.

Ritornando a Manetone ed a quel “gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunti ad Avaris dalla Palestina” viene da pensare che forse non si trattava ne di lebbrosi ne di malati, ne tanto meno di 80 mila ma semplicemente di quei settanta Habiru, di cui parla la Bibbia, che per sfuggire anch’essi ad una probabile carestia, giunsero in Egitto tollerati dagli Hyksos. Habiru (anche Kabiru, Hapirù, Apiru, Habiri) è un termine di origine accadico babilonese con il quale, nel II millenio a.C., veniva identificato un popolo – non popolo, disperso tra i due fiumi dall’Eufrate al Nilo, nomadi ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta mercenari, sono ricordati in monumenti Egizi ed in tavolette mesopotamiche. Il termine Habiru viene da alcuni associato per assonanza all’antico “ibri” (ebrei) anche se parlare di assonanza tra nomi oggetto di traduzioni, spesso soggettive, non mi pare appropriato.

Va aggiunto inoltre che l’arrivo degli Habiru in Egitto non può che essere successivo a quello degli Hyksos, la Bibbia ci racconta che quando Giuseppe entrò nelle grazie del faraone questi: <<……lo fece montare sul secondo carro d’onore……>> (Gen. 41:43), ma prima dell’arrivo degli Hyksos gli egiziani non conoscevano il carro ne i cavalli. Se gli Ebrei arrivarono veramente in Egitto fu sicuramente in un secondo tempo.

Restando ciascuno con le proprie convinzioni circa l’arrivo e la cacciata degli Habiru (ebrei) dall’Egitto vediamo di analizzare una delle tante ipotesi circa l’Esodo (le altre le vedremo quando parleremo di Akheneton e poi di Ramses II). La cacciata degli Hyksos coinciderebbe con l’esodo? Questa ed altre domande hanno fatto scorrere fiumi d’inchiostro e le risposte degli studiosi sono molto controverse, prove concrete non ne esistono o quasi e la letteratura trova ampio spazio per far correre la fantasia.

Ad un certo punto la Bibbia racconta che:

<<……. Giuseppe morì e anche tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione……>> (Esodo 1:6).

Con la morte di Giuseppe e dei suoi figli la vita di coloro che stavano in Egitto non cambiò di molto. Il libro dell’Esodo ci presenta un quadro più che confortante per quelli che continuarono a vivere in Egitto.

<<………e i figli di Israele divennero fecondi e sciamavano……..continuarono a moltiplicarsi e a divenire potenti………>> (Es. 1:7),

finché non sorse un nuovo faraone che non aveva conosciuto Giuseppe. Il nuovo faraone, preoccupato perché gli  Habiru diventavano sempre più numerosi, li avrebbe ridotti in schiavitù per costruire Pitom e Pi-Ramses (Esodo 1:11), cosa che porrebbe quindi l’Esodo all’epoca di Ramses I o poco dopo.

Sono molte le indicazioni storico-archeologiche che contraddicono questa ipotesi, vediamole, Pitom, la “casa di Atum”, dal greco “Hοώων πόλις, era un’antica città egizia che si trovava nel Delta orientale del Nilo in quella zona detta dei Laghi Amari. Mentre Pi-Ramses venne costruita sotto Ramses I,  Pitom non la costruirono gli ebrei, la città venne costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I, non subì modifiche di alcun genere ne sotto Ramses I ne sotto il suo successore Seti I, venne solo ampliata, ma di poco, sotto Ramses II.

Torniamo ad Ahmose che scaccia gli Hyksos e con essi gli Habiru dall’Egitto, ma chi scaccia in realtà? Pensiamoci bene, come detto in precedenza, se gli ebrei giunsero in Egitto con gli Hyksos, o poco dopo, vi giunsero intorno al 1720-1750 a.C., e furono cacciati intorno al 1530 a.C., la loro permanenza fu quindi di 190 anni, non i 400 citati nella Bibbia (Gen. 15:13). Quasi due secoli di convivenza tra asiatici ed egiziani sicuramente influirono sulle reciproche relazioni, l’integrazione degli occupanti con gli autoctoni, matrimoni misti, relazioni di lavoro comune, amicizie, interessi, ecc. contribuirono certamente a creare un amalgama dal quale diventava difficile stabilire chi erano gli uni e chi gli altri. E’ una cosa che si è sempre verificata in ogni civiltà dove gli occupanti si sono fermati stabilmente. Quindi Ahmose scaccia tutti quelli che potevano essere identificati come nemici. I guerrieri, i comandanti, la corte ed i nobili più coinvolti, non credo però che abbia praticato una pulizia etnica anche perché, per le ragioni esposte sopra, sarebbe stato impossibile.

Dunque è lecito pensare che molti asiatici,  ormai integrati, siano rimasti in Egitto. E’ ragionevole pensare che quelli del popolo che erano stati maggiormente “collaborazionisti” degli Hyksos anziché essere espulsi siano stati ridotti in schiavitù e costretti ai lavori forzati ma il resto del popolo non venne toccato. A questo punto si può pensare che un gruppo sparuto di coloro che furono espulsi, non certo quanti dice la Bibbia:

<<……..i figli d’Israele partivano da Rameses per Succot in numero di seicentomila uomini……..>> (Es. 12:37),

unito da qualche particolare interesse, magari anche religioso, sotto la guida di un capo, che si potrebbe configurare con il biblico Mosè, si sia diretto verso sud entrando nella penisola del Sinai, un territorio quasi del tutto desertico e tremendamente inospitale, quale ragione li spinse a dirigersi in quel deserto rimane un mistero. Quello che non si dice è, che se leggiamo bene la Bibbia, troviamo che gli eventuali seguaci di Giuseppe e Giacobbe non furono mai monoteisti puri, in Egitto onoravano una moltitudine di dei e questo ce lo conferma la Bibbia stessa:

<<……..e ora temete Yahweh e servitelo senza difetto…….e rimuovete gli dei che i vostri antenati servirono dall’altra parte del fiume e in Egitto…….>>. (Gios. 24:14).

Gli ebrei non adoravano il dio di Abramo, dalla lettura della Bibbia apprendiamo che si parla sempre del dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, non viene mai fatta menzione che il popolo fosse coinvolto in modo diretto. Sicuramente molti di loro avevano adottato gli dei egizi, tra questi uno in particolare Aton, il Sole che loro probabilmente chiamarono Adonai (forma plurale di Adon) o “Elohim”. Siamo soliti abbinare il dio Aton con il faraone Akhenaton anche se già in precedenza il culto di Aton era assurto a maggior livello. Ma di questo parleremo più avanti.

Le ipotesi circa l’esodo sono molte, passiamo ad un’altra.

Alcuni studiosi affermano che l’esodo in se potrebbe non essere avvenuto nel modo tradizionalmente inteso ma potrebbe riferirsi, secondo l’orientalista Mario Liverani, a quello che è stato chiamato “codice motorio”, infatti, l’espressione “esodo” (shè’t) e altre forme (vasha “uscire”), rientrano in tale definizione, ovvero all’uso di metafore legate al movimento usate per indicare il mutamento di appartenenza politica di una determinata regione o etnia da un dominio ad un altro o alla libertà. Al di là della cacciata degli Hyksos, per gli ebrei “uscire dall’Egitto” potrebbe aver semplicemente significato la “fine della dominazione egiziana sulla Palestina”, cosa effettivamente avvenuta nel passaggio dal Tardo Bronzo, quando la Palestina era sotto il dominio egiziano, e la prima età del ferro, quando, con l’invasione dei “Popoli del Mare”, i grandi imperi caddero in crisi e la Palestina raggiunse l’autonomia. Il termine “codice motorio” perse il suo significato verso la fine dell’VIII secolo a.C. quando la pratica assira di deportare i popoli vinti si diffuse presso altri popoli.

A questo punto però decido di fermarmi in quanto non vorrei farmi interprete di una o dell’altra ipotesi né confermare o smentire supposizioni di studiosi immensamente più competenti di me. Voglio solo citare il Prof. Francesco Lamendola che nel suo articolo del 2009 sul sito di “Arianna editrice” circa i fatti relativi all’esodo scrive:

<< Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo…….. noi non sappiamo quando sarebbe avvenuto. Non è che ignoriamo il momento preciso: ignoriamo tutto; ignoriamo i nomi dei faraoni che vi sarebbero stati coinvolti; ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti; ignoriamo perfino se davvero vi era un popolo ebreo in Egitto, e, a maggior ragione, se esso vi fosse tenuto in condizioni di schiavitù. >>. Secondo Lamendola, quando si parla dell’antico Israele bisognerebbe tenere lo stesso atteggiamento spassionato e obiettivo di quando si parla di altri popoli evitando di mescolare il piano teologico con quello storico, <<……..ciò eviterebbe di fare della cattiva storia e, soprattutto, della pessima teologia………>>. 

Fonti e bibliografia:

  • Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
  • Francesco Lamendola, “Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo”, art. del 2009 sul sito di “Arianna editrice”
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Gianpiero Lovelli, “L’Esodo degli Ebrei: mito o evento storico?” Su “Storie di Storia” 16 marzo 2017
  • Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Alessandro De Angelis e Andrea Di Leonardo, “Exodus. Dagli Hyksos a Mosè: analisi storica sull’Esodo biblico”, Altera Veritas, 2016
  • Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
  • Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
  • Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”. Torino: Ananke, 2006
  • Marco Crestani, “Hyksos, un mistero svelato”, In Storia, (rivista on line), 2009
  • Israel Finkelstein, Neil A. Silberman. “Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito”, Carocci, 2002)
Storia egizia

TRE CONSIDERAZIONI SULLA PREISTORIA EGIZIA

Di Livio Secco

Nelle prime pagine del Quaderno di Egittologia QdE 21 L’EGITTO PRIMA DELL’EGITTO – Preistoria archeologica della Valle del Nilo vengono esposti gli argomenti che credo siano la materia essenziale sulla quale si basa la nostra comune passione all’Egittologia. 

PRIMA DIAPOSITIVA
Una fortunata definizione dell’Egitto, famosissima quanto scorretta, la diede Erodoto il quale affermò che “l’Egitto è un dono del Nilo“. Scorretta non perché ingiustamente attribuita al grande storico greco, piuttosto perché non è un’affermazione valida.
Per quanto essa sia d’effetto, a tal punto che ogni storiografia egizia la prenda in considerazione citandola, è davvero difficile essere d’accordo con essa.
L’Egitto non fu un dono dal Nilo perché l’antico Egitto non fu una situazione morfologica ed orografica assolutamente originale ed eccezionale.
La formazione della civiltà egizia non fu un evento fantastico causato da irripetibili coincidenze.
È una pianura alluvionale come quella delle valli del Fiume Giallo, del Gange, dell’Indo, del Tigri e dell’Eufrate, del Volga, del Po.
Spesso ci dimentichiamo che dietro la storia dell’Egitto classico c’è la storia di un uomo che, di primitivo, ha solamente la classificazione.
Egli possiede una propria tecnologia che ha già ampiamente sperimentato e sviluppato e che applica correntemente in ogni ambito vitale per la propria esistenza cessando di considerarla una sopravvivenza.

SECONDA DIAPOSITIVA
Senza dimenticare che geograficamente ci troviamo in un clima sahariano, sono tre gli elementi che concorrono alla formazione della civiltà egizia e sono l’ACQUA, la TERRA e l’UOMO.
Erodoto considerò esclusivamente i primi due coniando una frase celeberrima di sicuro effetto ma priva di fondamento.
Se i tre agenti vengono esclusi reciprocamente si ottengono, infatti, situazioni che con una civiltà hanno ben poco a che fare.
– L’elemento ACQUA senza la TERRA e senza l’UOMO non può che dare un pozzo, una polla, una sorgente senza risorsa alcuna.
– Altrettanto semplicemente l’elemento TERRA senza ACQUA e senza l’UOMO non può che dare un deserto sterile.
– Così come l’ACQUA con la TERRA ma senza l’UOMO non può che essere una selva, una savana, una giungla per un ricchissimo mondo floreale e animale.
Diventa evidente allora che è la contemporanea presenza dell’ACQUA, della TERRA e dell’UOMO che formò l’Egitto e, quindi, che quest’ultimo non fu un dono del Nilo, ma un dono che l’uomo fece a se stesso.

TERZA DIAPOSITIVA
Quando si parla dell’antico Egitto si fa sempre riferimento all’epoca storica che inizia, grosso modo, intorno all’anno 3000 a.C. e si conclude con la sconfitta di Antonio e Cleopatra nel 30 a.C.
Da quella data l’Egitto cessa la sua indipendenza politica per diventare una proprietà di Roma amministrata direttamente dall’imperatore e non una semplice provincia.
Molto spesso però ci si dimentica che, a fronte di tremila anni dell’Egitto storico, esistono ben altri duemila anni di un Egitto preistorico a cui si possono tranquillamente ancora aggiungere altri duemila anni considerando le primissime attestazioni di sedentarietà documentate dall’archeologia.

Morale della favola: prima di scrivere sproloqui storici sarebbe opportuno riflettere su questo brevissimo e facilissimo assunto.
A FRONTE DI TREMILA ANNI DI STORIA L’EGITTO AFFIANCA QUATTROMILA ANNI DI PREISTORIA. I primitivi siamo noi che andiamo in giro per il pianeta con il cellulare ammorbando la terra di avanzi chimici e plastici. Gli Egizi erano certamente molto meno primitivi dell’homo informaticus. Benvenuti nel loro settimo millennio.

Per chi fosse interessato ad approfondire:
QdE21 – L’EGITTO PRIMA DELL’EGITTO – Preistoria archeologica della Valle del Nilo: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/legitto-prima-dellegitto/
QdE 48 – L’AFFERMAZIONE ICONICA DEL POTERE – L’origine del geroglifico: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/laffermazione-iconica…/

Mai cosa simile fu fatta, Templi, XIX Dinastia

KARNAK

Gli edifici del primo cortile del tempio di Amon-Ra e il tempio orientale di Ramses II a Karnak.

Di Grazia Musso

I colossi osiriaci di Ramses III, nella corte del tempio, lato ovest.

Dalla banchina di fronte al tempio iniziava un viale di sfingi criocefale del dio Amon, recanti iscrizioni del nome di Ramses I che conduceva al vestibolo della grande sala ipostila.

A nord di questa via processionale, Sethy II fece successivamente costruire una tripla cappella dove si trovavano le barche della triade tebana.

Questo santuario, dovuto a Sethy II, si trova nel primo cortile del tempio di Amon, quasi di fronte al tempio di Ramses III, poco più a ovest e con la facciata che guarda verso sud, ossia verso l’asse principale del tempio. Il santuario contiene solo le tre celle per le barche di Amon, Mut e Khons.

La stazione della barca era preceduta da statue reali portainsegne, due delle quali colossali, oggi conservate al Louvre di Parigi e al Museo Egizio di Torino.

Altre statue di questo tipo, di dimensioni minori, si trovavano all’interno della grande sala ipostila; alcune di esse sono conservate all’interno dell’edificio, mentre altre sono visibili al Museo Egizio del Cairo.

Fu l’unica attività edilizia promossa da Sethy II, oltre alla propria tomba a Tebe Ovest.

Sethy allargò lo spazio tra il secondo e il terzo pilone, di un centinaio di metri di larghezza e profondo la metà, divenne uno dei luoghi più celebri dell’architettura egizia : delimitato anche sui lati da grandi mura, che riunivano i due piloni, si trasformò nella grande sala ipostila.

Una parte della colonnato centrale della grande sala ipostila di Karnak, vista dall’ala laterale sud, parte orientale. In alto è visibile una delle finestre di pietra, con delle griglie, per permettere il passaggio di luce e aria.

Alle due originali file centrali, ciascuna di 6 colonne che sostengono un soffitto di 23 metri di altezza, si aggiunsero altre 14 file di colonne.

Oggi la sala ipostila appare come una foresta di pietra con 134 enormi colonne di cui quelle centrali sono più alte di un terzo, ricavando così uno spazio in cui erano inserite delle alte finestre di pietra con delle barre verticali, da queste alte aperture filtravano sottili fasci di luce che davano alla via centrale una luce crepuscolare.

Veduta delle immense colonne della parte centrale della grande sala ipostila di Karnak.
Gli architravi che svettano a 23 metri di altezza, poggiano su capitelli che hanno forma di umbrella di papiro aperte. Il significato dell’immenso ambiente era quello di riprodurre nel tempio, simbolo dell’universo, la foresta primeva da cui era iniziata la creazione.

Sia per questo che per la sua grande concezione architettonica la sala ipostila si può considerare la prima vera cattedrale del mondo.

Ramses II terminò la sala ipostila decorando la parte sud: sulle colonne e sulle pareti della sala appaiono i sovrani con varie divinità, le decorazioni sono sia in rilievo ( parte nord, di Sethy I) che a rilievo a incavo ( parte sud, di Ramses.

Nel corso della XIX Dinastia le processioni con le barche rivestivano grande importanza in occasione delle due principali feste annuali.

Ogni sovrano doveva condurre personalmente la processione almeno una volta, all’inizio del proprio regno, mentre in seguito potevano sostituirli statue con la sua effige.

In occasione degli ampliamenti del tempio principale a ovest, Sethy I e Ramses II realizzarono anche altri edifici, nell’area orientale del complesso consacrato ad Amon.

Alcuni frammenti di grandi sfingi indicano l’esistenza di una via processionale a est.

Le colonne poggiano su grandi basi e a loro volta sono edificate su fondamenta che in alcuni casi si sono rivelate essere composte da talatat dei monumenti di Akhenaton.

L’ Antico tempio orientale risalente al periodo thutmoside venne restaurato: nel vasto spazio libero davanti ad esso, Ramses II fece erigere un tempio dedicato a Ra-Horakhty e al culto del sole nascente.

Al suo ingresso erano poste due grandi effigi osiriache del sovrano.

Dall’interno di questo tempio proviene la statua più bella di Ramses II che oggi si trova al Museo Egizio di Torino (che verrà descritta nei prossimi giorni).

L’importanza delle numerose processioni e delle loro vie all’interno del grande complesso di culto è testimonianza del fatto che per compiere il cammino di andata e di ritorno tra il tempio principale e quello orientale il corteo doveva passare accanto al muro di cinta del tempio thutmoside, per questo motivo Ramses fece decorare le pareti esterne di questo tempio più antico con scene votive.

Veduta delle mura di cinta. Le massicce mura di cinta del complesso di Amon-Ra, che racchiudono anche il tempio delle feste di Thutmosi III, furono costruite in epoca thutmoside. Ramses II fece decorare in parte le pareti esterne delle mura con scene di culto, rappresentazione di quelle che si svolgevano realmente all’interno del tempio.

I sovrani ramessidi lasciarono numerose iscrizioni lungo l’asse nord- sud del tempio, risalente alla XVIII Dinastia, su entrambi i lati della via processionale.

Quando la grande sala ipostila fu completata, Ramses II rinnovò il cortile di sud-est, davanti al settimo pilone, che era il punto d’incontro dei due assi principali del tempio e si creava una sorta di incrocio delle processioni.

Zona d’ingresso del tempio di Amon-Ra.
In epoca ramesside un viale fiancheggiato da sfingi dalla testa di ariete , dette pertanto criocefale, conduceva dalla banchina all’attuale secondo pilone (largo 99,88 metri), costruito da Horemheb, della XVIII Dinastia, costituiva allora la facciata del tempio.
Successivamente davanti all’edificio ne furono innalzati altri e il complesso fu chiuso a occidente, mediante la costruzione di un altro pilone, risalente probabilmente alla XXX Dinastia.

Vi si trovano grandi iscrizioni, raffigurazioni e le stele di quasi tutti i sovrani ramessidi.

Una particolare importanza riveste l’iscrizione di Ramses II posta sulla parte esterna del muro occidentale del cortile e che contiene il testo del trattato di pace tra il sovrano egizio e il re degli Ittiti.

Sul lato est, circa a metà cortile, si trova l’iscrizione trionfale del figlio e successore Merenptah, con la quale il faraone celebra la propria vittoria sull’alleanza tra i libici e i popoli del mare.

Numerose iscrizioni ricordano le fondazioni, le donazioni, le statue regie, le effigi divine e la statuaria privata.

Nel corso dei secoli re e alti funzionari riempirono i cortili e le vie che dai piloni conducevano al santuario di statue e stele di ogni forma e materiale non deve quindi stupire che nell’Età Tarda molte delle statue che fiancheggiavano le vie processionali siano state sepolte in questo cortile, per ragioni di spazio.

Il cortile della Cachette.
Cortile più interno dell’asse nord-sud e settimo pilone.
Il cortile, detto della Cachette dal ritrovamento di migliaia di statue che vi erano nascoste, scoperte all’inizio del secolo, svolse già dal Medio Regno un ruolo importante.
Il muro di recinzione a est e a ovest venne decorato dai sovrani ramessidi con scene rituali.
Sulla parete esterna del muro occidentale, Ramses II fece rappresentare scene di battaglia contro i siriani e vi fece apporre un testo che riproduceva la versione egizia del trattato di pace stipulato con gli ittiti nel ventunesimo anno del suo regno.

Furono riportate alla luce dall’archeologo francese George Legrain tra il 1903 e il 1906, grazie ad un difficile lavoro, ostacolato tra l’altro anche dall’alto livello della falda freatica.

Le effigi degli dei nella camera di culto, nei santuari delle barche, nei vestibolo e nelle sale ipostila avevano la funzione di accogliere le ricche offerte presentate dal re.

Esse incarnavano plasticamente ciò che era espresso nelle raffigurazioni bidimensionali sulle pareti del tempio.

Ramses II al cospetto della regina Ahmosi-Nefertari.
Il faraone è dinnanzi alla “sposa divina, madre divina, grande sposa regale, signora delle Due Terre Ahmosi-Nefertari”. Essa era la sposa del faraone del fondatore della Dinastia Ahmosi e madre di Amenofi I. In questo rilievo Ahmosi-Nefertari, al cospetto degli dei, assicura vita e salute a Ramses II.

All’esterno del santuario e delle sale chiuse, dove le processioni attraversava o i cortili e sfilavano davanti ai piloni sotto gli occhi dei sacerdoti e degli alti funzionari, erano poste le statue reali portainsegne.

Esse raffiguravano la persona del re nella pietra perciò in forma duratura, assicurando così la partecipazione a quelle cerimonie che solo a lui spettava condurre.

Allo stesso modo, fuori dal tempio vero e proprio, nei grandi cortili, erano collocate statue e sfingi gigantesche che recavano i tratti del re ma allo stesso tempo simboleggiavano anche le divinità.

Fonte:

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz, Matthias Seidel – Konemann

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Kemet Djedu

GLI ORECCHINI DI TAUSERT

Di Livio Secco

Gli orecchini di Tausert, repertati nella KV56 nel 1908 da Theodore Davis, ed oggi custoditi al Museo Egizio del Cairo, sono stati descritti QUI.

Tausert era la regina di Sethy II. Nelle immagini si vede benissimo come i gioielli siano decorati con il Protocollo Reale del sovrano. Proviamo ad analizzarli.

Innanzi tutto il nome del sovrano è teoforo, cioè contiene il nome di una divinità. Nella creazione dell’antroponimo il nome del dio Seth è stato trasformato in una nisba con l’aggiunta del suffisso “y” il quale indica un concetto di appartenenza. Quindi l’antroponimo Sethy ha come significato “Colui che appartiene a Seth”.

In modo molto spesso superficiale questa divinità è presentata come negativa e, per associazione con il cristianesimo, è qualificata come il diavolo. Niente di più sbagliato.

Seth è il dio del Caos.
Mentre Maat è la dea dell’ordine cosmico, dell’equilibrio, della giustizia e della verità, Seth è la divinità dove tutto ciò non esiste. Non per questo egli è un dio negativo.
Semplificando all’estremo, nel mondo esiste l’ordine e il disordine. Seth è il sovrano di quest’ultimo.

Il fatto che un sovrano egizio porti il nome “Colui che appartiene a Seth” ci fa lo stesso effetto del prossimo papa che si faccia chiamare Lucifero. Eppure quest’ultimo antroponimo è semplicemente bellissimo volendo significare “Portatore di luce”.

Qual è allora il significato vero di Sethy?

Se il re appartiene a Seth allora vuol dire che il sovrano può dominare il dio.
Il re è così potente da dominare addirittura il caos.
Il re è il garante che l’Egitto non subirà mai un disordine cosmico, uno sconvolgimento sociale e la conseguente dissoluzione della propria civiltà.

Ricordo che lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché rappresenta il programma politico del re. Purtroppo non è di facile soluzione poiché la grafia presenta spesso iscrizioni fortemente difettive con sintassi grammaticali non sempre evidenti.

Per chi volesse approfondire l’argomento posso consigliare il Quaderno di Egittologia 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che è possibile trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

E' un male contro cui lotterò

LA NASCITA E I RITI DEL PARTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La nascita rappresentata nel tempio di Kom Ombo

Che la posizione per il parto fosse quella accucciata lo sappiamo dalle varie rappresentazioni pervenute fino a noi. Anche il simbolo Gardiner B3 che significa “nascita” rappresenta una donna accucciata da cui spuntano testa e braccia del neonato.

La nascita rappresentata nella Sala del Tesoro del tempio di Edfu

Il Papiro Westcar, risalente al Secondo Periodo Intermedio e che ci racconta la nascita divina di Cheope e dei faraoni successivi, ci fornisce un’idea di come probabilmente si svolgeva il parto. La partoriente è infatti assistita da quattro dee: Heqat, Iside, Nephtys e Meshkenet, una simbologia che si cercava di ripetere ad ogni nascita.

Di conseguenza, le donne che assistevano al parto avevano funzione magica, oltre che levatrici: una di fronte alla partoriente ad accogliere il neonato simboleggiava Iside, una dietro (Nephtys) a sorreggere la partoriente, una di lato (Heqat) a guidare il travaglio. Meshkenet era ovviamente rappresentata dai mattoni della nascita. È possibile che la partoriente si orientasse in direzione ovest-est o nord-sud per favorire il fato del nascituro, ma non ci sono prove documentate al riguardo. Non ci sono invece prove che esistessero levatrici di mestiere.

Il neonato, come oggi, veniva lavato subito dopo il taglio del cordone ombelicale e posto su un cuscino di forma quadrata, come quadrata era la disposizione dei mattoni della nascita secondo i punti cardinali.

Sicuramente il taglio del cordone era un passaggio di grande importanza. Fino a quel momento il nascituro non è “vivo” nel pensiero egizio, non è un essere a sé stante. Si pensa che il taglio avvenisse – soprattutto nell’Antico Regno – con il coltello psš-kf (“peseshkef”, “ciò che divide e toglie” – grazie a Livio Secco per la consulenza sul termine) che si biforca (divide) a doppia ansa in cima con la parte interna concava tagliente.

Coltello peseshkef protodinastico in selce; British Museum

Nei Testi delle Piramidi il coltello peseshkef, coinvolto anche nel rito dell’apertura della bocca del defunto, “rende forte la mandibola”: dopo il taglio del cordone veniva mostrato al neonato, sporco di sangue, ad indicare che ora era separato dalla madre e che doveva avere la forza di succhiare il latte dal seno materno per crescere. Alcuni peseshkef predinastici sono stati ritrovati con ancora tracce di colore rosso, simbolo del rito in cui erano utilizzati.

Madre e figlio sono ora “divisi da ciò che è diviso”.

LA PLACENTA

Gli Antichi Egizi conoscevano abbastanza bene la funzione della placenta; sapevano che nutrisse il feto e la ritenevano la parte di sangue materno non utilizzata dal feto stesso, una sorta di riserva a cui attingere. Ma la sua funzione nel pensiero egizio non era solo fisiologica. Nelle rappresentazioni nel colonnato della nascita di Hatshepsut, infatti, il dio Khnum non crea UN bambino sul suo tornio: ne crea DUE e Meshkenet li pone ENTRAMBI nel grembo materno.

In questo rilievo di Deir el-Bahari, che abbiamo già visto la settimana scorsa, si vede chiaramente che Khnum forgia non solo Hatshepsut ma anche il suo ka. Entrambi verranno posti da Meskhenet nel grembo della regina Ahmose

L’altro “bambino” sarebbe il “ka” del nascituro, e sarebbe la sua placenta che lo avvolge (“le braccia del tuo ka sono davanti a te e dietro di te”). “Ka” deriverebbe infatti da “kaw” = cibo, nutrimento. Il coltello peseshkef ha diviso anche il neonato dal suo ka, e sono ora due entità distinte.

Si pensa che la placenta del Faraone, soprattutto in era protodinastica, fosse conservata in un involto speciale e mostrata in circostanze speciali; potrebbe essere rappresentata anche nella celeberrima paletta di Narmer, portata in processione davanti al Faraone.

La Tavolozza di Narmer: il primo stendardo è un fagotto da cui fuoriesce una “coda”; secondo alcuni studiosi sarebbe il “sacco della Vita” contenente la placenta del faraone

Quella dei comuni mortali veniva invece seppellita sotto il pavimento della stanza del parto o nel giardino di casa, da dove proteggeva il neonato nell’avventura della Vita che stava iniziando.

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

ORECCHINI DI TAUSERT

Di Grazia Musso

Orecchini di Tausert, consorte di Sethy II
Altezza cm 13,5
Valle dei Re, tomba anonima n. 56
Scavi di Th. Davis 1908
Museo Egizio del Cairo – JE 39675

Quest orecchini d’oro sono stati ritrovati, insieme ad altri oggetti preziosi appartenuti a Sethy II e alla regina consorte, in una tomba anonima nella Valle dei Re, utilizzata probabilmente come nascondiglio.

I due monili, di dimensioni considerevoli, venivano fissati alle orecchie innestano l’uno nell’altro, dopo averli infilati nei fori dei lobi, due tubicini saldati a una calotta e a una rosetta che recano incisi i cartiglio con i nomi di incoronazione e di nascita del sovrano.

L’ANALISI FILOLOGICA A CURA DI LIVIO SECCO QUI

I pendagli sono costituito da due elementi : una placca trapezioedale su cui sono riportati i cartigli di Sethy e sette ciondoli hanno la forma di frutti di ninfea.

Gli orecchini fanno la loro comparsa nella Valle del Nilo all’inizio del Nuovo Regno, probabilmente introdotti dagli Hyksos.

Questo gioielli erano un ornamento sia maschile che femminile.

Sembra che i maschi li portassero solo fino all’adolescenza.

Infatti nelle rappresentazioni figurate gli uomini adulti non hanno mai orecchini, anche se a partire dal periodo di Akhenaton, i lobi sono sempre forati.

Fonte

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Kemet Djedu

LA STELE DI AMENEMHAT

Di Livio Secco

La stele di Amenemhat è un vero e proprio ritratto familiare. Poiché le persone rappresentate sono indicate tutte come imȜḫ [imak] “venerabili”, cioè defunte beate, c’è una maggiore suggestione ad analizzarla. L’idea è che la coppia di genitori voglia tenere con se i due figli per l’eternità nonostante la morte sia sopravvenuta per tutti.

Il capofamiglia Amenemhat, riconoscibile per la barba, è seduto rivolto verso la moglie e abbraccia il ragazzo seduto accanto a lui. Si tratta del figlio Intef. Anche la madre abbraccia il giovane. La scena è osservata dalla figlia rimasta in piedi dietro al tavolo delle offerte funerarie.

La stele misura 30 x 50 cm e possiede ancora i suoi colori originali. E’ in calcare, fu ritrovata all’Asasif ed è custodita al Museo Egizio del Cairo con il numero di inventario JE45626.

Nessun egizio era davvero convinto che le offerte funerarie gli sarebbero state procurate per l’eternità dai propri eredi e discendenti. L’Egizio si rendeva perfettamente conto che, con il passare del tempo (neppure tanto lungo), le offerte sarebbero cessate del tutto. Quindi ricorreva alla magia della scrittura geroglifica. IL GEROGLIFICO, infatti, INVERA LA REALTA’. Cioè, ciò che è elencato e raffigurato si realizza magicamente e quotidianamente per sempre. Le offerte funerarie sono perciò descritte ed ed evocate proprio con la locuzione prt-ḫrw [peret-keru] letteralmente “un’uscita di voce” con la quale sono dichiarate le offerte alimentari necessarie: pane, birra e carne.

Qui diamo il commento filologico della stele dividendo le iscrizioni in quattro parti. Nella prima si analizzerà il semi registro destro, nella seconda quello sinistro. La terza parte analizzerà la didascalia della figlia mentre la quarta tradurrà l’identificativo del figlio.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per chi volesse leggere i geroglifici senza averli studiati.

Per coloro che volessero iniziare ad impegnarsi nella stupenda avventura della filologia egizia non mi resta che suggerire uno strumentario pressoché completo.