By Jacqueline Engel


Double statue of the high priest and scribe Meryre and his wife Aniuia.
ca 1335 BC,
painted limestone,
from the Necropolis of Saqqara.
New Kingdom, Dynasty XVIII.
Il sito web del Gruppo Facebook
Di Grazia Musso

L’alto e sottile vaso fu rinvenuto in un cumulo di oggetti collocato nell’annesso.
Il vaso, intagliato in un unico pezzo è decorato attorno al lungo collo con tre registri di triangoli che vogliono richiamare i petali di loto, ciascuno sormontato da una banda di quadretti bianchi e neri.
Il registro superiore è quello inferiore sono intarsiati con con fiance turchese scuro,
mentre quello centrale alterna intarsi di calcite e faience verde scuro.
Fonte
Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografia di Sandro Vannini – Einaudi
By Jacqueline Engel
His mask was part of the mummy-shaped coffin of gilded wood.
The round face of the king is surmounted by the uraeus, the royal cobra, which is attached to the forehead.
The cobra’s long sinuous body descends from the headdress and coils round itself before raising its head.
It is made of solid gold with inlays of red stone and blue turquoise.
The pupils, the eyebrows, and the outlines of the eyes are bronze.
21st dynasty, from Tanis
Egyptian Museum Caïro
Di Livio Secco

Questi pezzi in avorio venivano utilizzati per un antico gioco da tavolo egizio.
Il gioco in questione è il Mehen.
Io l’ho preso in considerazione per una conferenza sui giochi che erano diffusi nell’antico Egitto tra la popolazione nilotica in ogni stratificazione sociale.
La conferenza ha originato il Quaderno di Egittologia nr 17 GIOCHI D’EGITTO – I divertimenti del re che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624932/giochi-degitto/

La conferenza e il Quaderno prendono in esame i quattro giochi da tavolo più diffusi:
– il SENET
– il VENTI CASELLE
– il CANI E SCIACALLI
– il MEHEN
È davvero un percorso interessante quello che si snoda sotto gli occhi da chi si farà rapire dalla curiosità di come si divertivano gli Egizi.
Anche questa è cultura, anche un gioco antico fatto seduti sulla sabbia con i propri amici antagonisti è Civiltà Egizia.

PRIMA DIAPOSITIVA: oltre al Senet, al Venti Caselle e al Cani e Sciacalli esistevano nell’antico Egitto altri giochi, meno conosciuti, ma altrettanto interessanti.
Uno di questi è rappresentato nella tomba di Hesy-Ra (2700 a.C.) dipinto su di un muro: si tratta del Mehen, termine che significa “avvolgere, avvolto”.
Questo gioco veniva praticato su di un piano disegnato a spirale, spesso avente la forma di un serpente, con diverse quantità di caselle, sei collezioni di pedine diversamente colorate e sei pezzi speciali aventi la forma di animali pericolosi come leoni, ippopotami e talvolta anche cani.
Esso è l’unico gioco a più avversari conosciuto: tutti gli altri si prestano ad essere praticati da due giocatori soltanto mentre il Mehen riesce a coinvolgere fino a sei giocatori contemporaneamente.
Sembra che esso sia cessato di essere praticato a partire dal 2000 a.C. durante il Medio Regno determinando così una situazione molto strana.

SECONDA DIAPOSITIVA: il movimento delle pedine viene abilitato mediante il lancio, da parte dei giocatori, di tre bastoncini appiattiti. Essi presentano le facce colorate in modo diverso: scure da un lato e chiare dall’altro. Ovviamente i bastoncini, a causa della loro forma, quando ricadono sul tavolo presentano sempre e soltanto un solo lato.
La somma dei lati chiari determina di quante posizioni il giocatore, che ha effettuato il lancio, può muovere una sua pedina sulla tavola seguendo questa semplice tabella:
– un lato chiaro (due scuri): una casella
– due lati chiari (un lato scuro): due caselle
– tre lati chiari (nessun lato scuro): tre caselle
– tre lati scuri (nessun lato chiaro): sei caselle

TERZA DIAPOSITIVA: Sono previsti anche i contatori: essi sono quattro e sono identificati per il valore che rappresentano.
Esiste perciò un contatore per gli “uno” che sono usciti dal lancio dei bastoncini, un contatore per i “due”, un contatore per i “tre” e un contatore per i “sei”.
I contatori sono personalizzati per ogni giocatore partecipante e servono per memorizzare le mosse offerte dai bastoncini.
Come vedremo infatti le mosse sono immagazzinate nei contatori ed utilizzate dai giocatori a seconda delle loro strategie.
La gestione dei contatori può essere fatta per annotazione su carta oppure a mezzo di piccoli recipienti per ognuno dei valori possibili e con l’uso di materiali facenti la funzione di “gettoni” (es. sementi, pietrisco, legnetti, ossicini, …).
Ad esempio: il giocatore lancia i legnetti per le seguenti volte: 3+3+1+6+1+3+2. Avendo ottenuto un 2 al settimo lancio interrompe i lanci e può cominciare a fare 7 mosse diverse con i propri pezzi. Può anche non farle tutte: essendo registrate le potrà riservare per occasioni successive. L’importante è che il punteggio di ogni lancio non può essere ripartito su pedine diverse.
Di Grazia Musso

La collana fu trovata tra le bende che avvolge ano la Mummia di Tutankhamon e, secondo Carter, si tratta di un gioiello che il giovane sovrano avrebbe realmente indossato.
La sua decorazione ha un carattere soprattutto protettivo, in quanto vi appare l’occhio udjat al centro, considerato un amuleto di grande efficacia.
L’occhio, che aveva un forte valore apitropaico, era legato al mitico confronto che vide opporsi Horo, legittimo erede al trono del padre Osiride, e suo zio Seth, che aveva ucciso il fratello usurpandone la corona
Horo, che era nato dopo la morte del padre, attese di aver raggiunto la maggiore età per sfidare Seth, così da vendicare Osiride e reclamare il trono.
Nel corso del combattimento Seth strappo’ al giovane l’occhio sinistro.
Il dio Thot lo curò e lo restitui’ al legittimo proprietario
La tradizione attribuiva alla ferita inferta a Horus la caratteristica macchia che compare sulle guance del falco, identificata come la lacrima di dolore fuoriuscita dall’occhio quando questo era stato strappato dall’orbita.
Il termine, udjat con cui veniva designato l’occhio di Horus, significa ” sano, integro’ e fa riferimento proprio al fatto di essere stato curato e ricollocato al suo posto dopo l’offesa subita.
La collana è costituita da tripli fili di perle in oro alternate a quelle in faience rossa, verde e blu.
Alla collana è sospeso un elaborato pendente al centro del quale si trova l’occhio udjat, realizzato in lapislazzuli ( pupilla, contorno dell’occhio e sopracciglio) e turchese ( bianco dell’occhio e spazio sotto il sopracciglio) incastonati nell’oro.
Ai due lati si trovano le dee tutelari dell’Egitto: a destra la dea cobra Uadjet, padrona del Delta, che cinge la corona rossa , a sinistra, con le ali spiegate verso l’occhio udjat, si trova la dea avvoltoio Nekhbet che in qualità di protettrice dell’Alto Egitto reca sulla testa la corona bianca con due piume di struzzo ai lati.
Le sue zampe stringono il segno shen, il geroglifico con la corda che racchiude tutto ciò che è illuminato dal sole.
Il pendente è chiuso in basso da una barretta orizzontale decorata con un motivo a strisce verticali.
La pesantezza del pendente è bilanciata, all’estremità opposta della collana, da un contrappeso a forma di nodo isiaco tra due pilastri djed.
Fonte:
Di Andrea Petta e Franca Napoli
ANTICHI DENTISTI
Come per gli oculisti, anche i dentisti costituivano una specializzazione molto antica, testimoniata già dall’Antico Regno. Il primo di cui abbiamo notizia è Hesy-Ra (https://laciviltaegizia.org/2022/11/10/hesy-ra/) della III Dinastia (2650 BCE circa), ed anche i dentisti avevano una loro gerarchia a testimoniarne l’importanza.

L’enorme estensione temporale della civiltà egizia, andando fino al periodo predinastico, è riuscita a dimostrare una riduzione delle dimensioni dei denti e della muscolatura per la masticazione (circa l’1% ogni 1,000 anni). L’evoluzione da cacciatori-raccoglitori a coltivatori-pastori con il conseguente aumento dei carboidrati nella dieta ha favorito lo sviluppo di denti più piccoli e maggiormente resistenti alle carie. L’arricchimento successivo della dieta peggiorò notevolmente la situazione.
Per una volta, la paleopatologia ci può aiutare, in quanto i denti sono tra i materiali che si deteriorano meno e ci possono raccontare tante storie antiche; vediamone alcune.
USURA DENTALE

La più comune di queste “storie” è il consumo da attrito del dente. L’utilizzo di macine in pietra relativamente tenera per macinare il grano (i cui frammenti finivano a contaminare la farina) e la sabbia onnipresente hanno provocato l’erosione dello smalto praticamente in tutte le mummie esaminate finora, con la tendenza a diminuire dopo il 1000 BCE, presumibilmente per l’uso di macine migliori. Il fenomeno era talmente diffuso che i moderni paleopatologi hanno dovuto “inventare” una scala di riferimento per descrivere il grado di usura dei denti ritrovati.



CARIE
Al contrario, la percentuale di mummie ritrovate con dei denti cariati è abbastanza bassa. Il “merito” è presumibilmente della mancanza dello zucchero nella dieta egizia. L’unico dolcificante presente all’epoca era il miele, ma era estremamente raro e costoso, inarrivabile per le persone comuni. Da notare che anche la tetraciclina presente in alcuni alimenti (soprattutto nella birra) come contaminante da streptomiceti potrebbe aver avuto un ruolo in queste percentuali molto basse rispetto ad oggi.

Come per l’usura, anche la percentuale delle mummie con denti cariati varia nel tempo, da un 3% circa dell’Antico Regno al 9% dal Nuovo Regno in avanti, fino ad un 20% circa in Età Tolemaica (anche se le percentuali variano molto negli studi pubblicati)
ASCESSI
La mancanza di metodiche adeguate per trattare le carie e le infezioni del cavo orale hanno fatto sì che la presenza di ascessi fosse relativamente alta.
Una delle vittime illustri fu Amenhotep III, il padre di Akhenaton, che indulgendo ad uno stile di vita molto “ricco” divenne prematuramente obeso e la cui bocca è un atlante di patologie dentali. Si sa che i regni alleati, tra cui Mitanni, inviarono offerte ed amuleti per cercare di alleviare i suoi malanni e si dice che abbia costruito il famoso viale delle sfingi per invocare l’aiuto delle divinità…apparentemente senza un grande successo.

Sicuramente il dente egizio più famoso è quello che ha consentito il riconoscimento della mummia di Hatshepsut, un riconoscimento però ancora molto contestato. Un molare ritrovato in un cofanetto con il nome di Hatshepsut nella cachette DB320 risulterebbe combaciante con la mummia KV60A (si veda: https://laciviltaegizia.org/2020/12/24/hatshepsut/).

CURE DENTALI
Come abbiamo visto, il maggior problema dei dentisti egizi, su cui potevano fare purtroppo ben poco, era costituito dall’usura dentale da attrito.
Se il dente consumato si scheggiava e feriva la lingua o l’interno della guancia, il Papiro Ebers consiglia di applicare una mistura di cumino, incenso e polpa di carruba macinata.
Lo stesso papiro consiglia anche per l’alitosi che ne derivava di utilizzare delle pastiglie formate da incenso, mirra e corteccia di cannella, bolliti con del miele.
Da notare anche l’invenzione del collutorio, costituito da chicchi di orzo o di farro, birra dolce e l’estratto di una pianta chiamata “piuma di Nemti” con cui sciacquare la bocca prima di sputarlo.
I denti traballanti venivano fissati con un impasto di farina, ocra e miele, oppure con una sorta di cemento ottenuto tritando finemente la pietra di una macina, sempre impastata con ocra e miele. Da notare che l’ocra ha effetto astringente ed antisettico, tuttora utilizzata in alcune popolazioni come medicina alternativa.
Il rimedio contro gli ascessi indicato sempre nel Papiro Ebers consiste in una mistura di frutto di sicomoro, miele, resina di terebinto e due piante non ancora identificate a formare una sorta di gomma da masticare
TRATTAMENTO DELLE CARIE
Le evidenze di cura delle carie dentali con riempimenti costituiti da lino impregnato di resina risalgono solo all’Età Tolemaica. In realtà non si tratta di terapie “moderne”, ma in pratica si riempiva lo spazio della carie con del Lino (probabilmente) intriso di sostanze lenitive/protettive.


La mandibola di una mummia dell’Età Tolemaica mostra il riempimento di una cavità tra il secondo premolare ed il primo molare destro, probabilmente con del lino impregnato di una qualche resina per proteggere il nervo scoperto

ESTRAZIONE DEI DENTI
L’estrazione dei denti traballanti era facile da effettuare; per quelli doloranti ma fermi sarebbero stati necessari strumenti come pinze o forcipi che non ci sono pervenuti. L’esame delle mummie rinvenute però fa ritenere che tale pratica fosse conosciuta ed applicata.

TRATTAMENTO DEGLI ASCESSI
La presenza di piccoli fori sull’osso mascellare o mandibolare di alcune mummie ha fatto pensare a trapanature per drenare il pus dagli ascessi dentali. A parte l’estrema dolorosità di tale operazione, gli studiosi dibattono se siano effettivamente i segni di antiche trapanature o perdite naturali di materiale osseo

PROTESI
Esistono almeno un paio di testimonianze di protesi (forse) effettuate in vita e (forse) non per motivi estetici sul defunto. Un secondo e terzo molare uniti da un filo d’oro risalenti al 2500 BCE sono stati ritrovati a Giza e costituivano forse il tentativo di bloccare il terzo molare, che aveva perso le radici per un’infiammazione, al secondo molare (“Ponte di Giza”).

Un impianto simile, che legava un canino agli incisivi, di cui almeno uno mancante, è stato ritrovato invece ad el-Quatta tra i resti di un cranio distrutto. Un terzo impianto, sicuramente effettuato in vita e risalente all’epoca tolemaica, potrebbe essere stato effettuato in Egitto ma ci sono molti dubbi al riguardo. In tutti i casi, gli studiosi discutono (animatamente) se siano effettivamente protesi o amuleti.

Altri due ponti dentali, risalenti al V-IV secolo BCE, sono stati ritrovati intorno a Sidone ma in tombe contenenti oggetti egizi, per cui esiste la possibilità che fossero stati creati in Egitto o comunque da dentisti egizi.
Di Grazia Musso

Lo scopo principale di una corretta cerimonia funebre era quello di permettere al defunto di raggiungere la Sala del Giudizio, dove avveniva la pesatura del cuore.
Se questo una volta posto sulla bilancia, pesava quanto una piuma di Maat, il defunto veniva accolto da Osiride nei Campi di Aaru, il luogo dei beati.
I Campi dei Beati erano la versione idealizzato di un regno terreno: lì il defunto avrebbe mangiato, bevuto e partecipato a molte delle attività che per gli Egizi erano importanti durante la vita.
Poiché l’agricoltura aveva in Egitto ruoli, centrale, ai defunti poteva essere richiesto di svolgere delle attività come arare, seminare o mietere.
Perciò, al fine di evitare che il morto passasse l’eternità a faticare nei campi veniva sepolto con alcune statuette chiamate Ushabt.
Esse rappresentano un’evoluzione della tradizione del tardo Antico Regno di porre nelle tombe statuette di servitori, figurine in pietra e argilla che rappresentavano uomini e donne nell’atto di svolgere lavori quotidiani.
All’inizio del Medio Regno queste figurine di servitori si trasformarono in elaborati modellini di panetteria, macellerie, laboratori, che includevano delle statuette in scala delle persone coinvolte nelle diverse attività.
I modellini, con il tempo, vennero usati sempre meno nelle tombe; nel frattempo, però, gli Ushabt avevano conosciuto uno sviluppo parallelo.
Statuette funerarie in esemplari singoli cominciarono ad apparire nel Primo Periodo Intermedio.
Erano fatte di cera e, fin da subito, ebbero prevalentemente la forma di mummia.
È chiaro che nelle loro prime incarnazioni, esse rappresentavano il proprietario della tomba.
Già all’inizio della XVIII Dinastia gli ushabti si erano moltiplicati, fino a essere anche più di quattrocento in una sola tomba.
Con Tutankhamon furono sepolti in tutto 413 ushabt: uno per ciascuno dei 365 giorni dell’anno, 36 per sovrintendere le settimane ( da 10 giorni ciascuna) e 13 supervisori per i mesi, da trenta giorni.
Le statuine sono fatte in molti materiali diversi, come Faience, legno, calcare, granito , calcite e quarzite , e hanno varie forme e dimensioni (da 10 fino a oltre 60 cm di altezza).
Sono tutte rappresentazioni del re come una mummia, con indosso copricapi reali o parrucche di varie fogge.
La maggior parte reca solo l’iscrizione con uno o due dei nomi ed epiteti di Tutankhamon è solo 29 recano l’iscrizione tratta dal sesto capitolo del Libro dei Morti.



Uno degli ushabti è stato trovato nell’anticamera, mentre gli altri erano nella camera del tesoro (176) e nell’annesso (236).
Originalmente, si trovavano in apposite casse.
Gli ushabti più belli sono fatti in legno e sono molto più grandi e di migliore qualità artistica rispetto agli altro.
Sei di essi erano stati donati come parte del corredo funerario del re da due suoi alti funzionari, il generale Nakhtmin è dal tesoriere Maya
Fonte:
Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Fotografie di Sandro Vannini – Einaudi

Supporto Stele, già incisa sotto la XXV dinastia (747‑656 a.C.), dall’estremità tipicamente centinata; granito rosa; 65,2 × 112 × 30,1 cm. Frammentario. Nella parte superiore, una colonna verticale di geroglifici divide simmetricamente una scena epicoria di adorazione ad Amon‑Ra (sinistra) e Montu (destra) da parte di Tolemeo XV e Cleopatra VII (ricavati dall’erasione degli adoranti originali), che presentano offerte sormontati dal disco solare alato e circondati da altri geroglifici. Il fregio occupa poco più di un terzo della pietra. Al di sotto, la parte iscritta è visibilmente più profonda a causa della sostituzione dell’originale testo geroglifico con una breve epigrafe demotica e una, lunga, in greco seguita da un vuoto di 16,5 cm. Perduti il fianco sinistro e l’inizio di ciascuna riga (un frammento di 62,5 × 14,5 cm max). Lato destro presente, ma rovinato in superficie e difficilmente leggibile. In generale, la decifrazione è resa ardua su tutta la pietra pure dalla tessitura faneritica del granito.
Di Giuseppe e Laura Calvetti






Di Livio Secco
Come al solito ho aggiunto la fonetizzazione secondo i codici IPA.



