Con il passare dei secoli il popolo continuò ad utilizzare la fascia sulla fronte con finalità eminentemente pratiche; verso la fine dell’Antico Regno e poi definitivamente nel Medio Regno tuttavia la nobiltà ne fece un accessorio ornamentale che fu ampiamente in voga fino a tutto il Nuovo Regno.
I barcaioli indossano la fascia. Modellino di barca in legno, scoperto a Licopoli, risalente al Medio Regno. Dimensioni: L. 81 cm.; h. 38,5 cm. Ora al Louvre. N. di accesso E 12027. Questi modellini raffiguranti gruppi di persone che svolgevano attività quotidiane venivano posti nelle tombe durante il Medio Regno, e devono considerarsi un’evoluzione delle statue serventi: gli Egizi ritenevano che i personaggi rappresentati avrebbero continuato anche nell’Aldilà a lavorare per il defunto. https://commons.wikimedia.org/…/File:Ancient_Egyptian… Autore Vania Teofilo – licenza Creative Commons.
Si trattava di una banda larga circa 2 cm. ritagliata da una sottile lastra in metallo prezioso, decorata in modo semplice con delle barrette incise sulla superficie e chiusa sulla nuca con un fermaglio a forma di fiocco decorato con ombrelli di papiro dal quale si dipartivano le due bande che scendevano sulla schiena; quello del Faraone e delle donne reali era adornato con un ureo, simbolo del potere reale.
Barcaioli che indossano la fascia sulla fronte. Modellino in legno proveniente dalla tomba di Shemes ad Asyut e risalente al Primo periodo intermedio, Asyut. Oggi al Museo Egizio, Torino. Non ho informazioni sulla provenienza dell’immagine. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura rimuoverla o riconoscere il dovuto credito.
Questa principessa chiamata Watetkhethor e soprannominata Sesheshet visse alll’inizio della VI dinastia ed era figlia del re Teti e moglie del suo visir Mereruka. Il rilievo proviene dalla mastaba costruita per la sua famiglia a Sakkara, e la rappresenta defunta, seduta sul suo scranno, vestita all’ultima moda e con il diadema a fascia sulla testa, mentre annusa un fiore di ninfea simbolo di rinascita; davanti a lei una tavola d’offerta carica di beni. Questa immagine è raffigurata specularmente sulle due pareti poste di fianco ad una falsa porta nella sua camera per le offerte, decorate con processioni di offerenti che si dirigono verso di lei. Foto di cairoinfo4u da Flickr.
Questo rilievo raffigura Kagemni, visir e probabilmente genero di Teti (inizio VI dinastia) per avere sposato una delle sue figlie, e proviene dalla sua mastaba di Sakkara. Il nobiluomo tiene nelle mani i simboli del suo potere ed ha la fronte cinta dal diadema a nastro. https://commons.wikimedia.org/…/File:Tomb_of_Kagemni… Autore della foto: Prof. Mortel. File rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica
Una menzione a parte deve essere fatta con riferimento ad un particolare tipo di diadema a fascia adornato da rosoni realizzati in gesso dipinto, o in bronzo, o in stucco e foglia d’oro ritrovato in sei esemplari simili tra loro (tre intatti e tre frammentari) sulla testa di corpi femminili sepolti a Giza in sarcofagi di pietra o di legno all’interno di mastabe risalenti alla V dinastia.
Questi diademi facevano parte del corredo funerario di donne appartenenti all’élite ma non reali, probabilmente sacerdotesse di Hathor e/o di Thoth, forse non erano mai stati indossati in vita e potrebbero aver rivestito un ruolo importante nel cerimoniale funebre, anche se oggi sono possibili solo ipotesi non supportate da riscontri oggettivi.
Il primo di essi è il cosiddetto diadema “del Cairo”, rinvenuto nell’area G 8887, Pozzo 294 (Cimitero Centrale), attualmente conservato al GEM presso la capitale egiziana; esso è intatto, in oro, misura cm. 24,6 ed i rosoni sono costituiti da quattro ombrelli di papiro con intarsi in corniola rossa; doveva essere legato intorno alla fronte.
Diadema del Cairo
Nella medesima sepoltura furono rinvenute perline in faience, pendenti in rame a forma di ninfea ed un cerchietto in rame ricoperti di foglia d’oro; una collana con geroglifici e dei braccialetti; un poggiatesta in alabastro; 50 ciondoli a forma di coleottero dorato, infilati su un filo d’oro e resti di offerte alimentari.
Diadema del Cairo aperto
Il secondo è denominato diadema “Boston”, rinvenuto nell’area G 7143 Pozzo B (Cimitero orientale) insieme a fasce di rame e due braccialetti, oggi al MFA di Boston.
Diadema di Boston, rosone centrale
Il cerchietto è stato in parte ricostruito in epoca moderna; è lungo 18,5 cm. ed è realizzato in rame, foglia d’oro, stoffa, gesso, vernice, corniola; sulla parte centrale della fascia di rame, a sinistra ed a destra si trovano tre rosoni ricoperti da un sottile strato di stoffa, gesso e foglia d’oro e sono costituite da due ombrelli di papiro contrapposti con un disco di corniola alla loro giunzione.
Diadema di Boston, rosoni laterali
Da questo disco si erge un ankh, e sui papiri sono posati uno di fronte all’altro con i becchi incrociati sopra il segno ankh due uccelli akh (ibis crestati), che richiamano l’idea di rigenerazione e beatitudine del defunto; dall’ornamento centrale più grande inoltre pende un ulteriore elemento floreale a forma di campana a cinque petali affiancato su ciascun lato da un bocciolo chiuso.
Ricostruzione del rosone centrale del diadema di Boston con i colori originali
Il terzo è definito Diadema “Lipsia”, proviene dall’area D 208 Pozzo 9 (Cimitero occidentale; vicino al campo G 4000) insieme ad una collana in faience con 20 pendenti a forma di scarabeo e perline blu, verdi e nere, ed è conservato nel Museo Egizio dell’Università di Lipsia.
Diadema di Lipsia
Il cerchietto intatto misura 21,5 cm. ed è in rame ricoperto di foglia d’oro e doveva essere legato sulla nuca.; il medaglione centrale è originale, ed è in legno ricoperto di foglia d’oro o dipinto, mentre quelli laterali sono riproduzioni moderne; esso è costituito da tre ombrelli di papiro aperti raggruppati lateralmente e verso il basso intorno al centro, ognuno perpendicolare all’altro.
FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:
LUBARR Lisa R. 2024. Paths to Immortality: Female Burial Diadems of Old Kingdom Egypt. Master’s thesis, Harvard University Division of Continuing Education, a questo link:
Fin dall’Antico Regno nei rilievi tombali sono raffigurati personaggi che indossano diademi, ed alcuni di questi meravigliosi oggetti sono stati rinvenuti nel corso degli scavi.
Essi traggono origine dalle fasce di lino e dalle corde che gli Egizi di entrambi i sessi usavano portare sulla fronte annodandoli sulla nuca per tenere i capelli lontani dal viso; in seguito si affermò l’abitudine di infilare tra la fascia e la testa fiori e boccioli di profumata ninfea blu, e le nobildonne indossavano sulle loro parrucche coroncine floreali.
Con il tempo queste fasce e le decorazioni di fiori furono sostituite da copie in materiale prezioso e nacquero così i “diademi”, che avevano un carattere puramente ornamentale; quelli femminili divennero sempre più elaborati, e furono abbelliti con elementi intarsiati raffiguranti ninfee, papiri, stelle, melograni, fiocchi e nastri.
Anche il sovrano portava sulla fronte un semplice cerchietto adornato con un ureo, che gli era riservato in via esclusiva in quanto simbolo del suo potere; esso veniva usato anche con il nemes e talvolta, nelle occasioni formali, poteva essere indossato insieme ad altre corone.
Il diadema più antico giunto fino a noi è quello raffigurato qui sopra, ed è custodito presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna con il numero INV 7529; esso risale all’Antico Regno, più precisamente al periodo compreso tra la fine della V dinastia e l’inizio della VI (2450-2350 a.C. circa) ed è stato ritrovato nel corso della campagna di scavi 1912/13 da H. Junker a Giza, (posizione 316) in una tomba maschile inviolata.
Era in frammenti ma è stato ricostruito in base al posizionamento delle singole parti e grazie alla comparazione con altri reperti analoghi intatti.
Esso imita una semplice fascia di lino, è alto cm. 2,5, con il diametro di cm. 19,5 ed è realizzato con una lamina di rame ricoperta da una foglia d’oro; i grandi bottoni decorativi dai quali si dipartono i nastri laterali (3 cm. di diametro) sono costituiti da un tondo di maiolica marrone circondato da un cerchietto di fango del Nilo ricoperto di lamina d’oro nel quale è incastonata una corniola rosso scuro.
L’utilizzo a scopo ornamentale del diadema è ampiamente documentato nei rilievi tombali e nelle statue dell’epoca che raffigurano personaggi di alto lignaggio; vi sono anche alcune immagini di persone comuni, per lo più barcaioli, che indossano le fasce di lino.
In questa immagine, proveniente dalla mastaba dell’alto dignitario Nikauisesi a Sakkara (VI dinastia), si notano personaggi a bordo di una barca che portano le fasce adornate da fiori di ninfea.
Questa bellissima donna raffigurata a tutto tondo è Nofret, moglie del principe Rahotep, figlio del faraone Snefru e fratellastro di Cheope, vissuta durante la IV dinastia; la sua statua in calcare fu dipinto rinvenuta insieme a quella del marito nella loro mastaba a Meidum ed è ora custodita al Museo del Cairo (quale dei due non so) con il numero di inventario CG4
FOTO DELLA STATUA DI DJEDEFRA di Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia.
LUBARR Lisa R. 2024. Paths to Immortality: Female Burial Diadems of Old Kingdom Egypt. Master’s thesis, Harvard University Division of Continuing Education, a questo link:
Sekhemkhet scelse di erigere il suo complesso funerario a sud-est, e nelle immediate vicinanze di quello del suo predecessore Djoser, presso il margine occidentale della necropoli di Saqqara. La sua piramide si presenta incompiuta e giace all’interno di un vasto complesso di edifici di cui rimangono solo le fondamenta o, al massimo e solo in alcuni punti, le prime assise delle sovrastrutture (Immagine n. 46).
Gli architetti avevano progettato di cingerla con un grande muro a nicchie ed in origine era previsto che fosse collocata al centro di un recinto lungo 262 metri da nord a sud e largo 182 metri da est a ovest. Purtroppo, ne resta solo una splendida facciata decorata con modanature in calcare fine, le cui proporzioni sono rigorosamente identiche a quelle di Djoser. La presenza di segni di costruzione e di numerosi graffiti, lasciati dagli operai, non lascia dubbi sul fatto che l’edificio non fu mai portato a termine. In compenso vi figura un nome celeberrimo: Imhotep.
Durante la sua costruzione, il terrapieno fu ampliato a nord e a sud; il terreno fu poi rialzato, seppellendo e occultando il progetto originario, in modo da portare il complesso a ricoprire una superficie totale di dieci ettari; un’opera rimarchevole, certo, per le sue dimensioni, ma soprattutto per la sua concezione. I sondaggi e gli scavi effettuati presso l’angolo sud-occidentale dell’edificio, hanno infatti permesso di riportare alla luce un possente muro di contenimento, spesso in alcuni punti fino a 26 metri, che adattandosi alla topografia locale presentava variazioni di altezza al fine di ottenere una vasta piattaforma perfettamente livellata. L’ambizione di Sekhemkhet era quella riposare sotto una piramide a gradoni di dimensioni maggiori rispetto a quella del predecessore, ma la sua morte prematura interruppe il progetto che rimase incompiuto. La base dell’edificio è un quadrato i cui lati misurano ciascuno circa 120 metri e se i lavori fossero stati portati a termine avrebbe raggiunto un’altezza di 70 metri. Nonostante le vestigia restanti si elevino a poco meno di 7 metri, una rampa di costruzione, perpendicolare alla facciata occidentale, dimostra che il livello successivo avrebbe raggiunto i 9 metri; ma a questo punto i lavori si interruppero.
L’edificio è composto da quattordici sezioni di muratura concentriche e inclinate verso l’interno; disposte a coppie, queste avrebbero permesso la realizzazione di sette gradoni, rispetto ai sei che caratterizzano la piramide di Djoser. Gli appartamenti funerari hanno una collocazione esclusivamente sotterranea e sono raggiungibili grazie ad una rampa discendente che parte a nord del monumento e si inoltra al disotto della piramide seguendo un asse nord-sud (Immagini n. 47-48).
Il giorno della loro scoperta, l’accesso era ancora completamente bloccato, il che alimentò la speranza dell’egittologo incaricato dell’esplorazione, Muhammad Zakaria Ghoneim (1905-1959), di riportare alla luce una tomba intatta. Sfortunatamente le speranze andarono deluse e le evidenze dimostrarono che i saccheggiatori dell’antichità erano riusciti nel loro intento utilizzando un cunicolo verticale che collegava il soffitto della rampa all’aria aperta. Nel cumulo di detriti e depositi che riempivano il pozzo furono rinvenuti vasi, coppe e piatti in alabastro e pietra dura, tutti caratteristici della III dinastia, nonché giare sigillate con il nome di Sekhemkhet che permisero di stabilire con certezza l’appartenenza del monumento a questo sovrano.
Nella parete occidentale della rampa, proprio sotto il pozzo precedentemente descritto, si apre un corridoio che una quarantina di metri più in là sbocca, in una galleria trasversale, orientata da est a ovest, che si biforca alle due estremità, dirigendosi verso sud, per poi assumere un tracciato generale a forma di U lungo in totale circa 350 metri. Sia da una parte, sia dall’altra di questo corridoio furono sistemati diversi magazzini collocati secondo una disposizione a dente di pettine.
A 80 metri dall’entrata, al termine della rampa, è presente una porta che, all’epoca della sua scoperta, era ancora completamente ostruita da blocchi di muratura. Essa dà accesso alla camera sepolcrale che occupa una posizione esattamente centrale rispetto alla piramide e si trova a 32,10 metri sotto la base de recinto. La sala è lunga circa 9 metri, larga 5 ed alta 4,50 e la forma assunta dalla roccia dimostra che sia la cripta sia i suoi annessi furono solo abbozzati. Un magnifico sarcofago monolitico in alabastro troneggia al centro della camera funeraria. Quest’ultimo presenta la particolarità di essere stato svuotato a partire da uno dei suoi lati corti, che poteva poi essere chiuso tramite uno scivolo scorrevole verso il basso (Immagine n. 49). Confidando di ritrovarvi la mummia del re defunto, Ghoneim organizzò, nel 1954, una grande cerimonia per la sua apertura dinanzi ad un nutrito parterre di personalità e dignitari egiziani. Tra lo stupore generale il sarcofago si rivelò vuoto.
A circa 25 metri a sud della piramide si trova una mastaba, che potrebbe essere equiparata alla “tomba sud” del complesso di Djoser. Ad occidente della costruzione parte una rampa che raggiunge la base di un pozzo a 29 metri di profondità. Benché accuratamente nascosta anch’essa fu oggetto delle scorribande dei violatori, che riuscirono a perforare la muratura che la proteggeva. I saccheggiatori raggiunsero un sarcofago ligneo di piccola taglia che fu spogliato e frantumato, lasciando dietro di loro solo qualche frammento di legno e di foglia d’oro. Ciò è tutto quanto resta dell’arredamento funerario.
La piramide ha conosciuto riutilizzi almeno sino all’epoca saitica; lo testimoniano i vari magazzini, collegati alla celebrazione di riti tipici di quell’epoca. Le tracce relative a possibili intrusioni di ladri, inoltre, sono state definitivamente cancellate, pertanto non possono fornirci indicazioni sullo stato originario dei luoghi.
Il ritrovamento di gioielli in oro finemente lavorati, che potrebbero essere appartenuti a una dama di alto rango dell’Antico Impero, dimostra che l’edificio aveva effettivamente una funzione funeraria. La sepoltura del re rimane tuttavia una questione da risolvere.
Presso la località di Zawiyet el-Aryan, tra Gizah e Abusir a circa sette chilometri da Saqqara, sono presenti i ruderi di un’altra piramide della III dinastia, il cui progetto, anche se di dimensioni minori (circa 84 x 84 metri) era simile a quella di Sekhemket. Tuttavia, rispetto a quest’ultima, rimase ancora più incompiuta (Immagini n. 51-52).
Il primo esploratore del sito Alessandro Barsanti (colui che tra il 1890 e il 1891, scoprì la tomba di Akhenaton), suppose che la struttura non fosse mai stata utilizzata
La caratteristica più interessante è costituita dalla presenza di 32 magazzini disposti a “U”, come nel caso di Sekhemket.
Secondo Ali Radwan, la disposizione dei vani sotterranei che circondano le due camere sepolcrali, richiama alla mente la forma del geroglifico “ka” (𓂓) che tra i vari significati, comprende pure quelli di “alimento”, “alimentazione”, “mezzi di sussistenza”, “forza vitale”; pertanto, se questa sistemazione fu scelta di proposito è del tutto plausibile che si intendeva conferire ai magazzini nascosti il potere di sostentare praticamente e magicamente il re defunto. La stessa funzione di donazione attraverso il ka, la si può ritrovare nella figura rappresentata in un vaso rituale arcaico conservato presso il Metropolitan Museum of art Art di New Yorkh, oppure in una tavolozza per cosmetici proveniente da Helwan (Immagine n. 53).
D’altra parte, nel versetto 1653 dei “Testi delle Piramidi” è espresso proprio questo desiderio: << O Atum, imponi le tue braccia sopra il re, su questa costruzione e su questa piramide come le braccia del segno ka affinché l’essenza del re possa risiedere in esso, rimanendovi per sempre>>.
La piramide presenta tutte le caratteristiche di un’architettura della III Dinastia: costruzione a sezioni concentriche, utilizzo di piccoli elementi disposti in file inclinate e distribuzione interamente sotterranea. La base è formata da un quadrato di 83,80 metri per lato e benché le rovine attuali superino di poco i 17 metri, la sua altezza, se fosse stato portato a termine il progetto, avrebbe raggiunto circa 40 metri. L’edificio è costituito da un nucleo largo 11 metri, su cui poggiano tredici, forse quattordici, sezioni concentriche disposte a gradini inclinati. La piramide seguendo questo schema avrebbe presentato alla fine un profilo a gradoni a cinque stadi. L’inclinazione delle facce è di circa 68° risultando, in questo caso, più accentuata rispetto a quella delle piramidi di Saqqara. L’accesso ai sotterranei si trova a nord dell’edificio e diversamente dai complessi di Djoser e Sekhemkhet, non è caratterizzato da una discesa lungo un asse nord-sud, ma prende avvio da una trincea collegata a un tunnel che si dirige direttamente verso ovest. L’ingresso è decentrato verso est; una scala permette di raggiungere la galleria che, dopo 36 metri, incontra un pozzo scavato nell’asse nord-sud della piramide. Senza dubbio realizzato per facilitare l’estrazione dei materiali provenienti dallo scavo, questo pozzo scende fino a 18 metri sotto il livello del suolo, offrendo accesso a diversi rami della distribuzione. A una profondità iniziale di 6 metri, si incrocia una galleria rimasta incompiuta. A 18 metri, è presente un corridoio che attraversa il pozzo da nord a sud e dopo 25 metri raggiunge una scala. Quest’ultima scende verso un tunnel orizzontale che conduce a una camera situata sotto il centro della piramide. Senza dubbio destinata a fungere da camera funeraria, questa sala è tuttavia di dimensioni modeste se paragonata a quelle delle altre sepolture reali di questo periodo: 3,63 metri da nord a sud, 2,65 metri da est a ovest e 3 metri di altezza. A partire dal pozzo, ma proseguendo questa volta verso nord, il corridoio conduce ad una galleria trasversale, orientata da est a ovest e lunga 120 metri. In ciascuna delle estremità essa si biforca ad angolo retto verso sud e termina dopo 50 metri adottando, come nel caso della piramide di Sekhemkhet un tracciato a forma di “U”. Questo immenso corridoio è fiancheggiato da trentadue nicchie, tutte disposte a pettine (Immagine n. 54).
L’incompiutezza del monumento è del tutto evidente e l’interruzione dei lavori dovette avvenire molto presto durante il regno del suo committente dal momento che non si sono ritrovate tracce di arredi funerari, né alcun sarcofago negli appartamenti. Inoltre, sembra che gli edifici annessi e le mura di cinta, ove mai fossero esistiti, siano stati al massimo abbozzati poiché, a quanto si può dedurre dai rapporti disponibili, non ne rimane assolutamente nulla. Tuttavia, poiché i dintorni del versante nord non sono stati esplorati, non è impossibile che in questo luogo si trovino le fondamenta di un tempio, come nel caso di Djoser e di Sekhemkhet.
Benché non sia mai stata individuata alcuna documentazione, la sepoltura è generalmente attribuita allo Horus Khaba, un sovrano della III Dinastia il cui nome è stato rinvenuto su diversi vasi in pietra scoperti in una vicina mastaba della stessa epoca. L’ipotesi che questo re, a causa della sua morte prematura, e quindi dell’incompiutezza della sua tomba, possa essere stato sepolto in questa stessa mastaba, però, non ha avuto molto seguito.
A partire dalla fine della III Dinastia e sino agli inizi della IV, furono costruite alcune piccole piramidi a gradoni; tutte possiedono una struttura solida di tre, talvolta quattro gradoni edificati con pietra locale, senza alcuna indicazione di fondamenta o camere. Ad oggi ne sono state individuate sette localizzate presso i seguenti siti:
Seila: 4 gradoni, altezza 6,8 metri (Immagini nn. 55-56-57)
Zawiyet el-Meitin: 3-4 gradoni, altezza 4,75 metri (Immagine n. 58).
Sinki (Abydos): 3 gradoni, altezza 4 metri circa (Immagine n. 59).
Ombos (Naqada): 3(?) gradoni, altezza 4.5 metri circa.
El-Khula: 3 gradoni, altezza 8,25 metri (Immagini n. 60-61).
Edfu: 3 gradoni, altezza 5,5 metri (Immagine n. 62).
Dal momento che gli scavi effettuati non hanno ancora rivelato indizi certi riconducibili ad un culto funerario, è molto probabile che questi monumenti, edificati tutti in prossimità di capitali regionali, rappresentassero simbolicamente il potere regale che aveva sede, all’epoca, nel dipartimento menfita. Comunque, non essendo stata ritrovata alcuna camera, né corridoio al disotto o nei pressi di questo gruppo di piramidi secondarie, è piuttosto difficile avanzare ipotesi sulla loro reale funzione.
Nei pressi del complesso di Elefantina è stato rinvenuto un cono di granito che potrebbe aver avuto lo stesso valore delle cosiddette “stele di confine” del complesso di Djoser. Sulla parte inferiore del reperto si leggono il cartiglio di Huni e i simboli che stanno a significare “palazzo-finestra” o, in alternativa, “palazzo-santuario”, il cheporterebbe a identificare in tal senso l’intera struttura. Ciò ha spinto gli archeologi Günter Dreyer e Werner Kaiser a supporre che questa piccola piramide fosse annessa a una residenza reale di provincia e che le altre svolgessero una funzione del tutto simile. I due studiosi, inoltre, sono giunti alla conclusione che tutte e sette facessero parte di un unico programma di costruzione iniziato da Huni, primo sovrano ad utilizzare il cartiglio* per contenere il proprio nome.
Si è anche ipotizzato che la realizzazione di questi edifici sia da mettere in relazione con il primo tentativo di istituire una religione ufficiale, la “dottrina solare”, sull’intero territorio egizio. Del resto, lo stesso Imhotep, il grande savio della III Dinastia, fu a capo del sacerdozio eliopolitano.
Come dicevamo, a causa della scarsità di dati a disposizione, le ipotesi sull’argomento non si limitano a quelle precedentemente menzionate. Ad esempio, l’egittologo polacco Andrzej Čwiek sostiene che la piramide a gradoni con o senza una camera sepolcrale, poteva essere associata alla Collina Primordiale” e alla “scala per il firmamento”, vale a dire il “punto di transizione fra la terra e il cielo”. Per Jean-Philippe Lauer, invece, si tratterebbe di cenotafi per le regine, situati nelle rispettive province.
Sul lato orientale della piramide di Seila sono state rinvenute due stele calcaree, delle quali una era inscritta con i nomi di Snefru, e una tavola d’offerta (tipici elementi di un luogo di culto), mentre sul lato nord sono stati rinvenuti frammenti di un tabernacolo e di una statua assisa. Rainer Stadelmann ha proposto che, in origine, questo simulacro si trovasse sulla parte superiore piatta della piramide e avesse lo scopo di attestare la possente presenza del re nella provincia. Lauer, invece suppose che il piccolo monumento fosse la prima tomba della regina Hetepheres, madre di Khufu e che fosse dotata di una camera sepolcrale nel nucleo della costruzione, all’interno del gradone sommitale; ma in effetti si tratta solo di congetture non suffragate da basi solide. Per Ali Radwan, La piramide a gradoni andò trasformandosi in un simbolo dell’unità delle “Due Terre” non solo in senso strettamente politico, ma anche da un punto di vista religioso e probabilmente la sua apparizione nelle zone di provincia voleva dimostrare proprio questo principio.
In passato esisteva una piccola piramide nel Delta, attestata da un’incisione e da una mappa riportate nella “Description de l’Égypte (1809-1829)” il cui rivestimento liscio e non a gradini indica che la sua datazione è posteriore rispetto alle piramidi provinciali. Tuttavia, la sua totale scomparsa non consente di trarre altre conclusioni.
Si conclude così il percorso attraverso la III Dinastia. A partire dai prossimi articoli i riflettori saranno puntati sulla gloriosa IV Dinastia in cui lo sviluppo e la perfezione delle piramidi raggiunse livelli mai più eguagliati.
* Il cartiglio era connesso con l’anello “shen” che simboleggiava il cerchio infinito dell’universo, implicando il fatto che l’autorità del sovrano fosse eterna ed illimitata come il dio sole “Ra”, sicché le costruzioni in oggetto potrebbero essere un’altra espressione del medesimo concetto.
Fonti:
Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43
Statua di divinità sconosciuta, XVIII Dinastia, regno di Amnhotep III (circa 1390-1352 BCE)
Granodiorite, h. 91.8 cm. N. inv. 19.2.15
Al Met Museum di New York è conservata una statua le cui parti hanno la particolarità di essere stati ritrovati in tempi diversi e riassemblati solo alla fine del secolo scorso.
La testa è stata ritrovata nel 1919, probabilmente nella zona del palazzo di Malqata, mentre il torso, danneggiato, è stato acquisito dal museo solo nel 1996 da una collezione privata (inv. 1996.362). Benché i due frammenti siano in condizioni di conservazione nettamente differenti – la testa si è conservata molto meglio, probabilmente trafugata in tempi antichi e tenuta al chiuso, mentre il torso è stato esposto alle intemperie – combaciano perfettamente, consentendo ai curatori del Met di riunire finalmente le due parti.
La testa ritrovata nel 1912
La statua, in granodiorite, è alta complessivamente quasi 92 cm e dal finezza dei tratti si presume appartenga al regno di Amenhotep III. La mano sinistra impugna uno scettro “was” simbolo di potere, mentre il braccio destro, andato perduto, impugnava presumibilmente il segno “ankh” simbolo di vita.
La statua riassemblata (inv. 19.2.15). Nella foto del Met Museum si vede chiaramente la differenza nello stato di conservazione delle due parti.
La mancanza di iscrizioni non ci permette di identificare la divinità rappresentata, ma gli studiosi pensano facesse parte della serie di immagini divine installate da Amenhotep III nel suo vasto tempio funerario e scolpite in occasione delle sue festività “heb-sed” (che noi chiamiamo anche “giubilei”).
Il 7 novembre scorso ho tenuto la prima lezione del Corso di Egittologia, Anno II, nell’ambito delle attività dell’UniTre di Nichelino (120 iscritti). La stessa lezione l’ho tenuta l’11 novembre per il Corso di Egittologia, Anno VIII, per l’UniTre di Torino (146 iscritti).
La conferenza ha come titolo “Le malefatte di Pa-nebi – Una denuncia penale nell’antico Egitto“. Narra le vicende accadute nel villaggio degli artigiani di Deir el Medina durante il tempo intercorso tra i regni di Sethy II (1200-1194 a.C.) e Siptah (1197-1191 a.C.).
Mappa di Deir el Medina, il villaggio degli operai (TT211 è la tomba personale di Pa-nebi
Le malefatte di Pa-nebi: la fonte
Fonte essenziale di studio dell’intero avvenimento è il papiro Salt 124, conservato oggi al British Museum con il numero di catalogo BM10055.
Il papiro Salt 124, BM 10055, recto, fonte della vicenda
Il papiro è scritto in ieratico e traducendolo si presenta come un documento compilato in modo ordinato ed amministrativo.
Si tratta in realtà di una lettera di denuncia da parte di un certo Amon-nekhet. La missiva è indirizzata al visir dell’epoca per esporgli il cattivo comportamento di uno dei due capisquadra in carica al villaggio degli artigiani.
Il denunciante di Pa-nebi
Il denunciante si presenta come il figlio (minore) del vecchio caposquadra Neb-nefer, morto il quale gli succede il figlio maggiore Nefer-hotep. Quando anche questi muore senza eredi diretti Amon-nekhet si aspetta la nomina che invece gli viene soffiata da Pa-nebi, figlio adottivo di Neb-hotep.
Amon-nekhet afferma subito, nelle prime righe della lettera, che la carica gli fu sottratta da Pa-nebi corrompendo il visir precedente.
Poi prende ad elencare tutta una serie di gravi eventi con i quali Pa-nebi marchia negativamente la sua reputazione.
Un elenco impressionante per “Le malefatte di Pa-nebi”
L’elenco è impressionante perché comprende furti nelle tombe di operai defunti, furti e sacrilegi nella tomba KV15 di Sethy II, sottrazione di manodopera pagata dal faraone per edificare la TT211 (tomba privata di Pa-nebi), sottrazione di attrezzatura pubblica e rottura della stessa, giuramenti falsi per scagionarsi da ruberie ritrovate poi effettivamente a casa sua.
La denuncia del sacrilegio nella KV15 di Sethy II
Ma non basta: l’elenco prosegue con uno stupro, con un omicidio e con violenze contro gli operai e contro la gente del villaggio che Pa-nebi bersaglia a mattonate.
La denuncia non dettagliata, ma sufficientemente circostanziata, per ipotizzare uno stupro
Tutto assolutamente circostanziato e corredato dai nomi di complici passivi o attivi e di testimoni ai quali il visir si potrà eventualmente riferire.
La conferenza non può ovviamente dimostrare tutto il documento e quindi prende dei singoli episodi opportunamente scelti e li traduce in diretta dal geroglifico in modo che gli ascoltatori abbiano piena testimonianza del documento originale senza l’intermediazione di uno storico.
Entrata della TT211 e immagine parietale di Pa-nebi
Uno spaccato di vita comune
Geroglifico dopo geroglifico, parola dopo parola, i partecipanti hanno ben chiara l’evidenza di tutta la gravità degli eventi accaduti.
Per di più provocati da un quadro intermedio che sembra sfuggire al controllo delle autorità preposte.
Sicuramente si tratta di una lezione di egittologia molto originale che tralascia per una volta lo studio classico di templi, siti ed architetture. Piuttosto fa luce su uno spaccato di vita della gente comune dell’antico Egitto.
Il lavoro è ispirato ad un testo prezioso di Testa Pietro
Primo volume di una trilogia (il secondo dovrebbe uscire a maggio 2026 in lingua originale, vedremo i tempi di Rizzoli per la versione italiana). Uno strano mix di romanzo storico e fantasy, con diversi spunti interessanti e qualche caduta di stile.
In un Egitto (da Khemet diventa Khetara) che possiamo intuire essere quello della XXII Dinastia (la capitale è Tanis, rinominata Thonis, Bubastis diventa Bubas), si intrecciano i destini dei figli di un Faraone Amenmose (che non è “reale”) con quelli di una ragazzina-sacerdotessa, di un tombarolo e della figlia di un contadino, tutti alle prese con un’antica maledizione e una mummia che riprende vita nel bel mezzo di una ribellione interna e di un colpo di stato.
L’ambientazione è avvincente e l’antico Egitto è “presente”, ma la mia mentalità razionale si ribella ai cambi di nome, all’inversione di Alto e Basso Egitto (il nord diventa “Alto Egitto”), ai riferimenti fuori luogo che mescolano realtà e finzione.
Si parla di un Faraone bambino che avrebbe regnato nove anni (chissà chi sarà?) e la mummia risorta è quella di un Faraone eretico che avrebbe regnato 17 anni (un altro bel mistero per gli appassionati…), sfasandoli di qualche secolo rispetto alla realtà storica. Per non parlare di scene che ricordano troppo da vicino “La mummia” con Brendan Fraser, togliendo carica ad una trama che non guadagna nulla da questi spunti un po’ splatter.
Peccato, perché la narrazione è valida, e soprattutto per gli amanti del fantasy sarà una lettura avvincente in attesa dei prossimi volumi della saga.
Anche con riguardo al ruolo di Merit-Neith (Amata da Neith), così come per quello di Neithotep vi è incertezza: fu semplicemente regina o divenne faraone dopo il marito e prima del figlio?
Ella visse attorno al 3000 a. C. e riemerse dalle nebbie del passato grazie agli scavi effettuati nel 1900 da Flinders Petrie ad Abydos, nella necropoli di Umm El Qa’ab dove sorgevano le tombe dei sovrani della I e della II dinastia.
Accanto alle sepolture di Djet e di Den infatti l’egittologo scoprì una grande mastaba appartenuta ad un misterioso personaggio il cui nome era scolpito su due grandi stele, oggi al Museo del Cairo; in quella necropoli erano sepolti solo sovrani ed attorno alla mastaba sorgevano altre 41 piccole tombe sussidiarie presumibilmente appartenenti a cortigiani o servi, per cui inizialmente egli ritenne che il titolare fosse un re ancora sconosciuto di nome Merit-Neith (al maschile).
Impronta del sigillo cilindrico trovato nella tomba di Den e recante l’elenco dei re della I dinastia, compreso quello di Merneith, indicata con il titolo di Madre del re.
L’identificazione di Merit-Neith come donna e la sua corretta collocazione nell’albero genealogico dei monarchi della I dinastia si raggiunsero quando nella tomba di re Den venne rinvenuto un sigillo cilindrico che riporta tutti i nomi Horus dei re della I dinastia (Narmer, Hor-Aha, Djer, Djet e Den) e la cita come “madre del re, Merneith”.
Divenne così chiaro che il titolare della mastaba doveva essere la figlia di Djer e la Grande Sposa Reale di Djet, che forse l’associò al trono, e che, rimasta vedova, governò l’Egitto in proprio o come reggente del figlio Den, ancora troppo piccolo per regnare: in effetti portava titoli di “Prima tra le donne” e “Madre reale”.
In seguito si scoprì che ella è citata anche sulla Pietra di Palermo, che elenca i sovrani dalla I alla V dinastia e le loro madri (sebbene non si possa affermare che sia stata citata come regnante perché il frammento è danneggiato proprio nell’area in cui, forse, era inciso il titolo di “Madre del Re”) e su alcuni oggetti trovati nella tomba del re Djer a Umm el-Qa’ab; per contro non è menzionata negli elenchi dei re redatti del Nuovo Regno, forse perché aveva svolto semplicemente le veci del figlio.
A prescindere dal titolo formale, tuttavia, non v’è dubbio che ella rivestì un ruolo di grande rilievo, confermato da quanto emerso nel corso degli scavi che ancora adesso un team tedesco – austriaco – egiziano sta conducendo nel sito della tomba; gli archeologi Dott. Dietersh Rao e dott. Christiana Köhler hanno riferito di avere rinvenuto il frammento di un vaso di pietra con un’iscrizione dalla quale si evincerebbe che ella fu responsabile del tesoro statale.
Una delle due stele erette di fronte alla tomba di Merneith ad Abydos e recanti il suo nome. Ora al Museo Egizio del Cairo (JE 34450). Immagine a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/Category:Stele_of…
LE DUE TOMBE DI MERNEITH
La mastaba di Merneith ad Umm el-Qaab (la cosiddetta “tomba Y”, che misura circa 16,5 x 14 metri) aveva le caratteristiche tipiche delle tombe del re, dei familiari e dei dignitari di corte; essa era una grande fossa rettangolare poco profonda scavata nella roccia e divisa in vari ambienti.
La mappa della necropoli di Umm el-Kaab. La tomba di Merneith è contrassegnata dalla lettera Y. Le altre sono individuabili come segue: Tomba di Iry-Hor (B1-B2) Tomba del re Ka (B7-B9) I dinastia Tomba di Narmer (B17-B18) Tomba di Aha (B19-B15-B10) Tomba di Djer (O) Tomba di Djet (Z) Tomba di Den (T) Tomba di Anedjib (X) Tomba di Semerhket (U) Tomba di Qaa (Q) II dinastia Tomba di Peribsen (P) https://commons.wikimedia.org/…/File:AbydosSatMap…
Quello centrale custodiva il sarcofago, le offerte ed il corredo funerario, mentre gli altri erano magazzini destinati ad ospitare le provviste per l’aldilà, di solito cibo e giare contenenti vino, che erano chiuse con sigilli di argilla e stivate in varie file.
La fossa era coperta da travi e assi di legno e da una sovrastruttura con le pareti “a facciata di palazzo” in mattoni di argilla e paglia tritata essiccati al sole, comprendente otto stanze ed una camera funeraria scavata ancora più in profondità.
Ricostruzione della tomba di Y di Abydos; si notano nella parte anteriore della costruzione le due stele con il nome della regina, mentre non è ben evidenziata la decorazione a facciata di palazzo; attorno al muro di cinta vi è la fila delle sepolture sussidiarie. Immagine a questo link: https://melissaindenile.wordpress.com/…/women-crush…/
Dal momento che non sono stati rinvenuti resti umani, alcuni studiosi hanno ipotizzato che il complesso fosse un cenotafio rituale e che la tomba vera e propria sarebbe da identificare nella Mastaba S3503 rinvenuta a nord di Sakkara, nella necropoli arcaica composta da tombe della I e della II dinastia che alcuni attribuiscono ai sovrani, altri ai loro più alti funzionari in quanto quegli stessi re avevano un’altra tomba ad Abydos.
Ricostruzione della mastaba S3503 di Sakkara (dalla tavola pubblicate da WB Emery in “Great Tombs of the First Dynasty”, II, 1954, pl. XXXVIII). Autore: Bakha (Franck Monnier) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mastaba-S3503.jpg
Si tratta di un imponente edificio lungo 41 metri e largo 16 decorato a facciata di palazzo, con nove nicchie sui lati lunghi e tre sui lati corti, all’interno del quale si trovavano 21 magazzini crollati o incendiati già nell’antichità ed una sottostruttura di 14,25 per 4,5 metri scavata sotto il livello del suolo.
Al centro di essa si trovava la camera sepolcrale, che misurava 4,80 metri per 3,5 circondata sui quattro lati da altri quattro ambienti; al suo interno era custodito un grande sarcofago ligneo ormai quasi distrutto, che conteneva ossa umane appartenute ad un soggetto di sesso non identificabile, i resti di un banchetto funerario, vasi di ceramica, tracce di casse di legno e cesti intrecciati che in origine contenevano oggetti facenti parte del corredo funerario e frammenti di pali di legno che probabilmente servivano per montare un baldacchino o una tenda.
La mastaba era circondata da un muro di cinta lungo i cui lati si trovavano una ventina di sepolture sussidiarie, verosimilmente destinate ai dipendenti della famiglia del re o ad artigiani di varie arti e mestieri, destinati, forse, a servire il loro re anche dopo la morte.
Queste tombe erano fosse nelle quali il corpo del defunto veniva deposto avvolto in teli di lino e con un corredo composto da vassoi con del cibo, da giare di vino e dagli strumenti del loro mestiere; le fosse venivano poi chiuse con assi di legno sulle quali veniva costruita una bassa sovrastruttura rettangolare in pietra.
Ancora più a nord è stata scoperta una struttura destinata a contenere una barca solare, stranamente edificata fuori terra.
Sebbene saccheggiata in tempi antichi, la tomba conteneva ancora molti recipienti di pietra recanti il nome di Den e di Djer, e impronte di sigilli nelle quali il serekh di Djer era alternato a quello di Merneith, che si distingueva da quelli reali perché è sormontato dall’emblema di Neith anziché da quello di Horus.
Il sito della tomba di Merneith è ancora oggi oggetto di indagine e di studio in quanto la documentazione prodotta e pubblicata da Petrie, pur pregevole con riguardo agli standard dell’epoca, oggi è considerata insufficiente; nel 1978 l’Istituto Archeologico Germanico vi avviò ulteriori scavi che continuano ancora oggi e nell’intento di approfondire la conoscenza di Merneith è nato il progetto interdisciplinare “Visualizzare una regina dell’antico Egitto” che si è posto l’obiettivo di scavare di nuovo il complesso tombale secondo standard moderni, di documentarlo archeologicamente e fotogrammetricamente e di analizzare con le metodiche più recenti i reperti recuperati in situ.
Sacrifici umani come parte del rituale di sepoltura di Merneith?
La pratica del sacrificio umano nel predinastico e durante la I dinastia è generalmente riconosciuta e trova riscontri archeologici precisi, che inducono a ritenere, in particolare, che i riti di sepoltura di un sovrano prevedessero l’uccisione di cortigiani e servi che lo avrebbero accompagnato nell’Aldilà, ottenendo quale premio la vita eterna, all’epoca ritenuta prerogativa solo del re e dei suoi familiari; le vittime venivano seppellite nelle piccole tombe sussidiarie scavate accanto alla mastaba reale, riportate alla luce in gran numero anche attorno all’ultima dimora di Merneith.
Il team che si occupa degli scavi nel sito ha dimostrato tuttavia che queste ultime furono realizzate in diverse fasi costruttive e in un periodo di tempo relativamente lungo, per cui sarebbe da escludere che i soggetti ivi inumati siano deceduti contestualmente e quindi che nel corso dei riti funebri per la regina siano stati effettuati sacrifici umani.
La sepoltura accanto alla monarca sarebbe da interpretare come un onore riconosciuto per esserle stati fedeli in vita, consuetudine che si sarebbe affermata in modo definitivo durante la VI dinastia.
Un frammento dell’epoca di Aha con la la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto. Da Wilkinson, Egitto protodinastico.
Un frammento del regno di Djer che mostra l’uccisione di un uomo in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra). Fonte: Wilkinson, Egitto protodinastico
Nelle immagini troverete il disegno dei due frammenti raffiguranti un sacrificio umano, la piantina di Umm el Qaab dalle quali emergono le tombe sussidiarie e l’immagine degli scavi delle tombe reali circondate da innumerevoli sepolture minori.
Sul nostro sito a questi due link troverete interessanti articoli di
Patrizia Burlini e Giuseppe Esposito sui sacrifici umani nell’antico Egitto:
RECENTI RITROVAMENTI NELLA TOMBA DI MERNEITH AD UMM EL-QAAB
Nell’antico Egitto il vino era costoso ed alla portata solo delle classi agiate; esso veniva servito nei banchetti, utilizzato per i rituali religiosi e le offerte agli dei ed inserito nei corredi funerari.
Nel 2023 un team archeologico congiunto egiziano/tedesco-austriaco ha portato alla luce nella tomba della regina Merneith ad Umm al-Qaab centinaia di giare, molte delle quali con il sigillo ancora intatto, nelle quali vi sono ancora vinaccioli e residui di vino non più liquido (non si sa se rosso o bianco) risalenti a 5000 anni orsono.
Si tratta probabilmente della seconda più antica testimonianza diretta del vino (già intorno al 3150 a. C. il re Scorpione I, uno dei primi sovrani d’Egitto, fu sepolto con 700 giare importate dal Levante meridionale) e gli archeologi auspicano che in seguito alle analisi scientifiche si possa determinarne la composizione, il profilo aromatico e gli eventuali additivi e comprendere meglio come esso veniva prodotto e commerciato nell’antico Mediterraneo e nel Nord Africa.
Dalle numerose pitture tombali che raffigurano scene agresti si deduce che l’uva veniva raccolta e pigiata in vasche di pietra da uomini a piedi nudi che, per mantenersi in equilibrio, si aggrappavano ad una corda o ad una trave posta sopra la vasca; il succo veniva convogliato tramite tubi d’argilla in un altro tino più piccolo dove veniva filtrato facendolo passare attraverso un foro coperto di stoffa e raccolto in giare rivestite di cera; i residui della pigiatura venivano messi in sacchi di tela e strizzati per recuperarne anche le ultime gocce.
Vendemmia e pigiatura dell’uva. Riproduzione di un dipinto parietale della tomba di Nakht (TT52), XVIII dinastia, forse regno di Thutmose IV, Sheikh Abd el-Qurna; oggi a MET di New York. Opera di Norman de Garis Davies. Immagine di pubblico dominio a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Norman_de_Garis…
Le giare venivano quindi sigillate con un tappo di argilla e contrassegnate con la tipologia del contenuto, la data di produzione, il nome del vigneto, del distretto di provenienza e del responsabile della produzione e poste in cantine sotterranee dove rimanevano per anni affinchè il vino maturasse e venivano aperte solo quando doveva essere consumato, previa decantazione.
Offerte di vino e papiro per il tempio di Amon. Riproduzione di un dipinto parietale della tomba di Rekhmire (TT100), XVIII dinastia, regno di Thutmose III – inizio di Amenhotep II, Sheikh Abd el-Qurna, oggi al MET di New York. Opera di Charles K. Wilkinson. n. 30.4.151 Immagine di pubblico dominio a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544627
FONTI CONSULTATE PER I POST SU MERNEITH:
DODSON A. – HILTON D., The complete royal families of ancient Egypt, Cairo, 2010
JACQ C., Le donne dei faraoni, Milano, 1997
REILLY HOLTZ H.,5,000-Year-Old Wine Jars Unearthed at Queen Merneith’s Tomb, a questo link:
Dettaglio di una targhetta d’osso recante il nome della regina Neithhotep, ritrovato a Naqada. Oggi custodito al British Museum di Londra (EA55589).
Neithhotep è considerata dagli storici la prima regina egizia identificata; ella visse attorno al 3100 a. C. ed era forse originaria del Delta, in quanto il suo nome, che significa “Neith è soddisfatta” la collega alla patrona del Basso Egitto, dea della caccia, dei tessitori e della guerra, venerata a Sais, in un importante tempio risalente alla I dinastia.
Frammento di alabastro recante il nome della regina Neithhotep, rinvenuto ad Abydos ed oggi al museo del Cairo (n. 3051)
Sebbene ella non sia citata con i titoli di “madre del re”, “moglie del re” o “figlia del re”, che cominciarono ad essere utilizzati nella seconda dinastia, certamente fu una regina, in quanto viene definita “Prima delle donne” e “Consorte delle Due Signore”, ossia Consorte del re, con riferimento al secondo nome del protocollo reale, appunto definito Nome delle Due Signore, con il quale il sovrano si metteva sotto la tutela delle dee Nekhbet e Wadjet, protettrici dell’Egitto unificato.
Minuscola statuetta in avorio trovata nella tomba di Neithhotep, oggi a Liverpool
In passato si riteneva che fosse la moglie di Narmer, fondatore della Prima Dinastia e re dell’Alto Egitto, il quale l’avrebbe sposata dopo la vittoria sui sovrani del Nord e l’unificazione del Paese, forse per favorire l’integrazione tra i due regni ed accrescere la propria autorità sulle terre conquistate; in qualità di moglie principale del sovrano regnante ella sarebbe quindi stata anche la madre di Hor Aha, figlio e successore di quest’ultimo.
Nel gennaio 2016, tuttavia, Pierre Tallet scoprì a Wadi Ameyra, nel Sinai, circa sessanta iscrizioni rupestri geroglifiche tracciate dai componenti delle spedizioni minerarie inviate da alcuni sovrani della Prima dinastia, da una delle quali si desume che ella fu invece reggente e quindi madre del re Djer e sposa di Aha.
Il graffito infatti mostra una processione di barche cerimoniali sulla destra delle quali si trova il serekh di Djer sovrastato da un falco che colpisce con una mazza un nemico inginocchiato; in alto a sinistra rispetto al falco è stato inciso in geroglifico il nome di Neithhotep (evidenziato in rosso nell’immagine sottostante, e costituito dal simbolo della dea Neith e dal trilittero hotep), in quanto, probabilmente, la spedizione nel Sinai venne effettuata in nome del sovrano, ma ordinata dalla madre che regnava in attesa che costui crescesse e potesse assumere di persona le responsabilità di governo.
Alcuni dei graffiti scoperti da Pierre Tallet: si notano sulla destra il serekh di Djer sovrastato da un falco che colpisce con una mazza un nemico inginocchiato ed a sinistra dello stesso, in alto rispetto al falco, i due segni geroglifici che compongono il nome Neithhotep (evidenziati in rosso). Foto di D. Laisney
Una prova del ruolo di reggente rivestito da Neithhotep potrebbe rinvenirsi nella Pietra di Palermo, una lista reale egizia che reca i nomi dei re delle prime cinque dinastie e che evidenzia un intervallo di poco più di un anno tra la morte di Hor Aha ed il regno del suo successore Djer, durante il quale il trono potrebbe essere stato occupato dalla regina madre in qualità di reggente; anche il Papiro dei Re di Torino, una lista risalente alla XIX dinastia, cita tra Hor Aha e Djer il regno di un misterioso Teti, che sarebbe durato solo un anno e del quale non sono state trovate tracce; è quindi possibile che si trattasse del nome assunto da Neithhotep come reggente.
La tomba attribuita a Neithotep fu riportata alla luce nel 1897 a Naqada dall’egittologo francese Jean-Jacques de Morgan; si trattava di un’enorme mastaba rettangolare in mattoni crudi a “facciata di palazzo”, la cui sovrastruttura, sepolta dalla sabbia, misurava circa 52 x 27 m. ed era circondata da una cinta muraria.
La mastaba di Neithhotep a Naqada. Schizzo di Jean-Jacques de Morgan tratto dal volume da lui pubblicato nel 1897 dal titolo “Recherches sur les origines de l’Egypte II. Ethnographie préhistorique et tombeau royal de Negadah”.
De Morgan concluse lo scavo in quindici giorni e fu ovviamente molto superficiale; per questo nel 1904 l’archeologo John Garstang tornò a lavorare sul sito e recuperò oltre 400 iscrizioni e reperti che erano rimasti nei cumuli di detriti lasciati dal suo predecessore, oggi conservati nel museo dell’Università di Liverpool che porta il suo nome; la tomba, già deteriorata al momento della scoperta, andò completamente perduta qualche tempo dopo.
La pianta della mastaba di Neithhotep a Naqada. Schizzo di Jean-Jacques de Morgan tratto dal volume da lui pubblicato nel 1897 dal titolo “Recherches sur les origines de l’Egypte II. Ethnographie préhistorique et tombeau royal de Negadah”.
Essa era stata saccheggiata nell’antichità, tuttavia sono sopravvissute ciotole di pietra, targhette d’avorio e impronte di sigilli d’argilla recanti il serekh di Narmer, di Hor-Aha e dell’allora sconosciuta Neithotep, che si differenziava dagli altri in quanto era sovrastato dal simbolo della dea Neith (due frecce incrociate) invece che dal falco.
Essendo il serekh prerogativa dei re, inizialmente gli studiosi credettero che la mastaba appartenesse ad un sovrano non menzionato nelle liste reali; nei decenni successivi tuttavia la conoscenza dei geroglifici migliorò notevolmente e si capì che “Neithotep” era un nome femminile, ipotizzando quindi che il suo inserimento in un serekh significasse che ella aveva governato l’Egitto.
Nel contempo vennero alla luce altri reperti recanti il nome della sovrana, non solo a Naqada ma anche nelle necropoli di Helwan (vicino a Menfi) e nelle tombe di Hor Aha e di suo figlio Djer ad Abydos, ed emerse che ella utilizzò il suo particolare serekh anche durante il regno del marito.
Allo stato ed in assenza di ulteriori fonti di conoscenza, si possono quindi formulare solo ipotesi: è possibile che Aha l’avesse nominata coreggente e che, rimasta vedova, ella abbia continuato a governare in attesa che Djer crescesse; alcuni, invece, osservando che aveva scelto di farsi inumare nella necropoli di Naqada anziché ad Abydos accanto al marito ed al figlio, hanno pensato che abbia utilizzato il serekh perché era stata sovrana o componente della famiglia che governava uno dei proto-regni d’Egitto antecedenti l’unificazione.