E' un male contro cui lotterò

ANESTESIA E SEDAZIONE

MITI E REALTÀ

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La possibilità di usufruire di anestetici ed analgesici è stato un requisito fondamentale per la chirurgia moderna. Da molto tempo gli studiosi disquisiscono su quali sostanze potessero essere utilizzate nell’antichità e fin dove si potessero spingere gli antichi chirurghi.

Uno dei rilievi più famosi di Amarna: mandragora o persea? (Pergamon Museum di Berlino)

Si pensa che gli egizi conoscessero la mandragora ed i suoi effetti, legati al contenuto di atropina e scopolamina. La rappresentazione (forse) del suo frutto in diversi dipinti ci fa presupporre che l’azione narcotica ed allucinogena fosse sfruttata, ma l’identificazione del frutto non è né certa né tantomeno universalmente accettata – non solo non è originaria dell’Egitto, ma il termine egizio che la identifica – rermet – non viene mai menzionato nei papiri medici.

Il frutto della mandragora; probabilmente un esempio di come gli studiosi si lascino suggestionare da conoscenze “moderne” (la mandragora contiene almeno tre alcaloidi, ma l’abbiamo scoperto solo nel secolo scorso).

In più, la somiglianza dei suoi frutti con la persea (Mimusops laurifolia) che, al contrario della mandragora, cresceva in Egitto fin dal periodo predinastico, fa sì che diversi studiosi lo ritengano uno “scambio di pianta”. L’ennesimo mistero che abbiamo incontrato.

Qui invece il frutto della persea, molto più probabile come oggetto delle raffigurazioni egizie

Esiste invece un florilegio di termini – piante, fiori, frutti – indicati nei papiri medici come “rimedi per il dolore” e che non sappiamo assolutamente a cosa corrispondano.

Abbiamo quindi un “aaut”, forse un mollusco marino, usato nella mialgia (Papiro Hearst, 8.17), una pianta “djareet” usata per i dolori addominali e le nevriti (Hearst 2.15) e, particolarmente interessante, l’erba “senutet”. Questa erba è descritta così:

“…i suoi fiori sono come il loto. I suoi germogli sono come il legno bianco. Se la si raccoglie e la si strofina sull’inguine, il dolore si allevia immediatamente. I suoi semi, impastati in una torta, vengono dati per alleviare il dolore”.

Si tratta probabilmente di una specie di convolvolo, il Convolvolus hystrix oppure il C egyptiacus, di cui ci sono reperti paleobotanici in Egitto e dal potente effetto sedativo.

Il C. hystrix e il C. Egyptiacus, presumibilmente l’erba “senutet” dei papiri medici egizi

E gli oppiacei?

Il Papaverum somniferum era già noto in Mesopotamia all’inizio del Nuovo Regno, ma le prove che fosse conosciuto ed usato in Egitto sono molto indiziarie. Diodoro Siculo fa risalire all’Egitto il primo utilizzo sedativo dell’oppio, ma non è per niente certo. La presenza di oppio fu inizialmente dimostrata in alcuni contenitori di olii vegetali dalla tomba di Kha e Merit, ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Tale dimostrazione, effettuata nel 1925 all’Università di Genova fu successivamente smentita da analisi più moderne, lasciando un alone di mistero.

La capsula del papavero, dentro la quale maturano i semi e da cui si estrae il lattice ricco di oppio incidendola

Il ritrovamento di alcuni vasi ciprioti a forma di capsule di papavero (i cosiddetti base-ring) e le analisi effettuate negli anni ’90 su alcuni reperti rendono estremamente probabile la presenza di oppio in Egitto all’inizio del Nuovo Regno, ma non esistono prescrizioni o medicamenti che lo utilizzino nei papiri medici.

Un “base ring” di origine cipriota, la cui forma richiama la capsula del papavero rovesciata (Museo Egizio di Torino)

Non ci sono inoltre pervenute “istruzioni” sul fatto di incidere le capsule per estrarne il lattice, da cui si ricava il principio attivo.  Nello sforzo però di immaginare gli egizi incalliti fumatori d’oppio, soprattutto gli studiosi inglesi hanno voluto forzatamente vedere in alcuni oggetti raffigurazioni delle capsule di papavero – l’esempio più famoso riguarda gli orecchini della regina Tausert, moglie di Sethi I.

Gli orecchini di Tausert, in cui alcuni studiosi hanno visto le capsule di papavero invece dei frutti della ninfea o del melograno – forse sotto l’effetto del papavero stesso…

Possiamo quindi affermare che l’oppio fu effettivamente introdotto in Egitto durante il Nuovo Regno, ma che non fu mai utilizzato in ambito medico.

Gli studiosi sono invece concordi sulla presenza di cannabis (C. sativa) in Egitto, ma purtroppo anche in questo caso non ne furono riconosciuti gli effetti sul sistema nervoso centrale. Da notare che dopo lo “scandalo del tabacco” (identificato erroneamente sulla mummia di Ramses II, che era invece stata trattata con spennellamenti a base di tabacco per conservarla in tempi moderni), tutti i ritrovamenti di polline di cannabis o di tracce di oppiacei sono stati pesantemente contesati e, in linea di massima, quantomeno dubbi.

Un capitolo a parte lo merita il “loto”, su cui è stata fatta molta confusione. Il loto (Nelumbo nucifera) non è mai arrivato in Egitto prima della dominazione persiana. Quelli rappresentati nell’arte egizia sono fiori di NINFEA (Nymphaea caerulea o N. lotos a seconda del colore dei fiori). La ninfea contiene ben quattro alcaloidi narcotici, concentrati nei fiori e nei rizomi. È stato proposto che i boccioli di ninfea venissero aggiunti al vino come stupefacenti; le scatenate ragazze del papiro erotico di Torino vengono rappresentate con un fiore di ninfea sopra la loro testa ad indicare che erano sotto il loro effetto.

Ricostruzione del papiro satirico-erotico di Torino: si noti il fiore di ninfea disegnato sopra la testa delle “danzatrici”, forse ad indicare l’effetto dei suoi semi

Non avrebbe invece avuto alcun effetto stupefacente annusare i fiori di ninfea, come viene spesso mostrato dei dipinti egizi.

Keti e Senet con due fiori di ninfea di cui odorano il profumo in una rappresentazione tipica della pittura egizia (https://laciviltaegizia.org/2023/05/13/stele-per-keti-e-senet/)

Da non dimenticare che, infine, l’alcool era molto conosciuto ed abbondantemente “sfruttato” anche in campo medico (il Papiro Ebers nomina almeno 17 tipi di birre diverse usate nelle prescrizioni).

Tra gli analgesici di effetto MOLTO dubbio segnaliamo infine tra le pieghe del Papiro Ebers i topi e le ali degli scarabei.

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI IV

Di Piero Cargnino

Menkheperura Thutmosi IV, era il figlio di una sposa secondaria, o concubina, di Amenhotep II, Tiaa. Alla sua ascesa al trono, forse per sottolinearne maggiormente il diritto (anche se non era il caso), onorerà la propria madre assegnandogli il titolo di “Grande Sposa Reale” e “Sposa del Dio”.

Si pensa che abbia regnato per una decina di anni, Manetone, questa volta degno di fede, gli assegna nove anni e 8 mesi di regno. Al contrario del padre Amenhotep II, le sue vicende coniugali ci sono note, ebbe due “Grandi Spose Reali”, Nefertari e la propria sorella Iaret. Sarà il destino ma anche il suo successore, Amenhotep III fu figlio di una sposa inizialmente secondaria, Mutemuia, principessa Mitanni figlia del re Artatama I, assurta poi a grandi onori quando suo figlio, Amenhotep III “Il Magnifico” divenne faraone, sarà quindi la nonna di Akhenaton e (forse) bisnonna di Tutankhamon (?). Il suo nome significa “Mut è nella barca divina”.

Per quanto riguarda le imprese militari di Thutmosi IV sappiamo solo di alcune spedizioni atte a sedare le continue insurrezioni in Siria alimentate dagli irrequieti Ittiti che premevano sempre più su quel fronte. Pare che il suo regno sia stato abbastanza tranquillo anche perché scarseggiano le notizie storiche degne di nota, sappiamo di una breve campagna di Thutmosi IV, nel suo ottavo anno di regno, per sedare una rivolta in Nubia.

Questo periodo di relativa pace favorì lo sviluppo di un’intensa attività di costruzione ed abbellimento delle tombe da parte delle figure più eminenti della corte, le cui tombe, dette “Tombe dei Nobili”, abbondano di splendide pitture. Non va dimenticato che si usa comprendere nella categoria dei “Nobili” anche le tombe delle necropoli degli operai, in particolare quella di Deir el-Medina, dove le maestranze che realizzavano le sepolture reali, non peccavano certo di modestia nel costruirsi le loro tombe.

Uno di questi era Kenamun, allattato dalla stessa balia che aveva nutrito il faraone Amenofi II, da lui nominato amministratore del cantiere navale di Peru-nufe, era un personaggio molto influente a corte, anche se poi cadde probabilmente in disgrazia, come dimostra l’avvenuta distruzione nella sua tomba, del suo nome e della sua figura. Mi scuso per la breve divagazione su questo personaggio ma penso sia interessante seguirne la storia. Nella sua tomba, ricca di decorazioni sono rappresentati i beni più belli, prodotti nel suo laboratorio,  che offriva ogni anno al faraone, statue, vasi, scudi, cocchi e mobili disegnati con grande raffinatezza.  Nelle iscrizioni si parla del “cocchio che Sua Maestà gli diede come segno del suo favore”, Kenamun lo volle portare con se nella vita eterna.

La spedizione di Champollion e Ippolito Rossellini, giovane professore pisano, del 1828, che oltre a riportare in patria disegni e riproduzioni di testi geroglifici, portò anche un “bottino” di settentasei casse di reperti tra i quali si trovava, smontato il cocchio di Kenamun che oggi è possibile ammirare nelle sale del Museo Egizio di Firenze. Anche la storia della mummia di Kenamun è piena di fascino e mistero, giunta in Toscana nel 1829 sparì e non venne più ritrovata finché nel 2013, inspiegabilmente ed in modo del tutto casuale venne rinvenuta nel Museo di Storia Naturale di Calci, (piccolo comune in provincia di Pisa) sotto le spoglie di uno scheletro.

In quanto anche Thutmosi IV era figlio di una sposa secondaria, come fu poi consuetudine per i faraoni del Nuovo Regno, ritenne che fosse necessario legittimare la sua successione al padre ed a tal fine fece in modo che a confermarne la successione fossero addirittura gli dei. Fece scolpire un grande stele dove è riportato un suo sogno che avrebbe fatto da ragazzo. Si tratta della famosa “Stele del Sogno” risalente al suo primo anno di regno, una stele alta 114 cm., alta 40 cm e spessa 70 cm. che ancora oggi troneggia tra le zampe della Sfinge.

Nella scena riportata nella lunetta superiore è rappresentato il faraone intento a portare offerte alla Grande Sfinge. E qui, a mio parere si trova un enigma affrontato da pochi studiosi (ho fatto fatica a trovare fonti spesso giudicate fasulle), nella scena il faraone si trova di fronte alla Sfinge che volge la schiena ad un’altra Sfinge di fronte alla quale è rappresentato un altro (o lui stesso) sempre officiante. Perché le sfingi sono due? Forse alle spalle della Grande Sfinge ce n’era una seconda oggi distrutta o ancora sepolta?

Non voglio attirarmi le ire degli egittologi quindi proseguiamo con la stele. Su di essa Thutmosi IV racconta che quando era ancora giovinetto si trovava a caccia nei pressi della Grande Sfinge, ad un certo punto, preso dal sonno si coricò sotto la testa della Sfinge per fare un sonnellino ristoratore. Va precisato che in quel periodo la Sfinge si trovava quasi interamente sommersa dalla sabbia fino al collo. In sogno gli apparve Harmachis, il dio solare impersonante la sovranità, il dio della Sfinge il quale promise a Thutmosi il trono delle Due Terre se avesse fatto liberare il corpo della statua dalle sabbie che la ricoprivano. Nel testo della stele il dio “Harmachis-Khepri-Ra- Atum” afferma:

<<…….Guardami figlio mio, Tuthmosi; sono io tuo padre Harmakis-Khepri-Ra-Atum. Io ti assegnerò la mia regalità sulla terra dei viventi: tu porterai la Corona bianca e la Corona rossa sul trono di Geb……….>>.

Sicuramente Thutmosi IV fece liberare la Sfinge dalla sabbia e, guarda caso, si ritrovò faraone.

LA TOMBA KV43

Ma Thutmosi IV non si limitò a dissotterrare la Sfinge dalla sabbia, volle dimostrare che proprio ad Harmachis (la Sfinge) doveva il suo diritto a regnare, fece inoltre costruire un muro perimetrale per difenderla dall’insabbiamento che l’aveva frequentemente colpita, così da ridurne gli effetti.

Tra le notevoli opere edilizie di questo faraone ricordiamo il grande obelisco, di Thutmosi III, che giaceva incompiuto da quarantadue anni, lo fece innalzare a Karnak, con i suoi 32,18 metri di altezza era l’obelisco monolitico più alto del mondo (anticipo subito gli oppositori, il più alto sarebbe stato quello incompiuto che si trova ancora ad Assuan fatto costruire dalla regina Hatshepsut o dallo stesso Thutmosi III). Oggi l’obelisco non è più in Egitto, i romani, come molti altri obelischi se lo portarono a Roma per volere dell’imperatore Costanzo II nel 357 d.C., dove venne eretto nell’area del Circo Massimo, oggi fa bella mostra di se in Piazza San Giovanni in Laterano dove fu fatto innalzare nel 1588 per volere del Papa Sisto V.

Dicevamo che l’attività edilizia di Thutmosi IV sia stata assai notevole, molti sono i monumenti da esso fatti costruire, tre di questi risalgono al suo primo anno di regno, uno al quarto, forse uno al quinto, uno al sesto, due al settimo e uno all’ottavo. Per altri due monumenti, da alcuni datati al diciannovesimo e ventesimo anno di regno, non è stata accettata tale datazione. La ragione è che secondo una più corretta lettura dei nomi riportati si evince che si riferiscano a Menkheperre (Thutmosi III) e non a Menkheperure (Thutmosi IV).

Sempre a Karnak Thutmosi IV fece costruire una cappella di alabastro con sala peristilio destinata alle persone “che non avevano diritto di accesso al tempio principale di Karnak”, era il “Luogo dell’orecchio” per il dio Amon, dove il dio poteva ascoltare le preghiere del popolo. La cappella, ricostruita dalla missione francese Centre Franco-Egyptien D’etude des Temple de Karnak è oggi inserita nel Museo all’aperto di Karnak.

E’ importante tenere in considerazione, per quando parleremo dei successivi faraoni Amenhotep III e. soprattutto Amenhotep IV (Akhenaton), il fatto che già con Thutmosi IV prendono corpo idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo che si ripercuotono anche sul piano estetico la cui realizzazione si  verificherà sotto il regno del faraone Akhenaton.

Aton, ovvero il “disco solare”, quasi sicuramente una speculazione teologica dei sacerdoti di Eliopoli che rivaleggiavano con quelli di Tebe, adoratori principalmente del dio Amon, era considerato come una  manifestazione visibile del dio Ra-Horakhti (Ra che è Horus dei due Orizzonti). Il suo culto entrò nell’uso comune già  durante il regno di Thutmosi IV (nonno di Akhenaton) condizionato in ciò dalla presunta visione in sogno di Ra-Horemakhet (Harmakis) che gli chiese di dissotterrare la Sfinge dalla sabbia. Forse il faraone rimase colpito dal fatto che proprio Harmakis gli si fosse presentato, o forse per contrastare il grande potere che aveva assunto il clero di Amon, nella famiglia reale si iniziò a dedicare maggiore attenzione al culto del dio Aton.

Su di uno scarabeo, risalente al regno di Thutmose IV, Aton viene rappresentato come divinità distinta mentre conduce il faraone alla vittoria in battaglia. Il culto di Aton si affermerà poi in seguito con il faraone Amenhotep IV (Akenhaton).

Thutmosi IV non visse a lungo, l’anatomista Grafton Elliot Smith, che per primo esaminò il corpo, dedusse che il sovrano morì intorno ai 25-28 anni; il corpo si presentava lungo un metro e 64 centimetri ma l’evidenza che i piedi furono rotti post mortem, fa ovviamente pensare che il sovrano fosse in realtà più alto. Le analisi effettuate hanno permesso di stabilire che il faraone non godeva di ottima salute inoltre presentava un logoramento fisico che si dovette manifestare nei mesi precedenti la sua morte.

La mummia si presentava con gli avanbracci incrociati sul petto, destro sopra sinistro, portava i capelli di colore bruno scuro lunghi circa 16 cm ed aveva i lobi delle orecchie forati. Elliot Smith rilevò un particolare curioso, la testa di Thutmosi IV si presentava con una leggera connotazione femminile ed una forte somiglianza con Amenhotep II. Recenti studi comparativi, eseguiti da un chirurgo dell’Imperial College di Londra, hanno permesso di stabilire che Thutmose IV, e come lui altri faraoni della XVIII dinastia morti prematuramente, soffrivano con molta probabilità di un tipo di epilessia  del lobo temporale in via ereditaria presente nella famiglia reale.

Alla sua morte fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba KV43, ma come per molti altri faraoni, la sua mummia venne in seguito traslata nella tomba di Amenhotep II KV35 durante la XXI dinastia perché ritenuta più sicura dalle predazioni, qui venne rinvenuta da Victor Loret nel 1898. La tomba KV43, scoperta da Howard Carter nel 1903 presenta la struttura tipica delle tombe della XVIII dinastia. (seguire la planimetria della tomba).

L’ingresso presenta una scalinata (A) molto ripida che immette in un corridoio (B), anch’esso ripido in fondo al quale seguono una seconda scala (C) ed un secondo corridoio (D), parimenti inclinati. Il corridoio termina in un pozzo verticale (E) profondo più di 5 metri, dal fondo del pozzo si accede ad una camera (Ea) che sconfina in parte al di sotto di una camera (F) con due pilastri.

Stranamente le pareti del pozzo sono decorate con scene dove alcune divinità porgono al faraone l’ankh, il segno della vita mentre il soffitto è blu ricoperto di stelle. L’accesso alla camera successiva era murato con decorazioni. Alcuni studiosi pensano che il tutto starebbe ad indicare la volontà di ingannare i profanatori, cosa che però si rivelò priva di effetto. Dall’interno della camera con due pilastri (F) una scala conduce ad un corridoio (G) al termine del quale una seconda scala (H) conduce ad una piccola anticamera (I) e, dopo un breve corridoio, si entra nella camera funeraria (J) sostenuta da sei pilastri. Anche questa è conformata su due livelli,  dopo gli ultimi due pilastri una breve scaletta porta al livello inferiore dove si trova il magnifico sarcofago in granito rosso di Thutmose IV.

Anche qui si aprono sui due lati più lunghi quattro annessi per il corredo funerario, due erano chiusi con porte di legno che furono asportate con gran parte degli oggetti di valore. La camera non presenta alcuna decorazione salvo un fregio Khekeru, due piccole nicchie fanno supporre che avrebbero dovuto contenere i “mattoni magici” necessari alla protezione del defunto. Un testo in ieratico sulla parete dell’anticamera cita l’entità dei furti subiti e le operazioni di ripristino. La tomba fu più volte restaurata finché non si decise di traslare la mummia del sovrano.

In uno degli annessi venne rinvenuta la mummia di un bambino sconosciuto, secondo Haward Carter la tomba doveva contenere almeno tre persone, il figlio del re, Amenhemet, il cui corpo ribendato è stato rinvenuto nella cachette di Deir el-Bahari (DB320), forse la figlia, Tentamun ed il bambino citato sopra.

Fonti e bibliografia:

  • Marilina Betrò, “Kenamun, l’undicesima mummia”, Edizioni ETS, 2014
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989
  • Wilson, John A., “Egitto, I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano 1967
  • Nicolas Grimal, “A History of Ancient Egypt”, Blackwell Books, 1992
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Cesare D’Onofrio, “Gli obelischi di Roma”, Bulzoni, 1967
  • Betsy Bryan, “Il regno di Thutmasi IV”, Baltimora: The Johns Hopkins University Press. 1991
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999)
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, Roma, Aracne, 2005

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

IL RE TRA “LE ANIME DI PE E NEKHEN”

Di Grazia Musso

Tebe Ovest, Valle dei Re
Tomba di di Ramses I KV 16

Il breve regno di Ramses I, fondatore della XIX Dinastia, costrinse il sovrano a costruire una tomba che si limitava alla Camera sepolcrale.

Nella scena qui riprodotta il re si inginocchia in gesto di giubilo tra le “anime di Pe e Nekhen”, dalla testa zoomorfa, potenti spiriti che rappresentano la primitiva tradizione mitologica della regalità, nel rispetto del dualismo dell’Alto e Basso Egitto.

Lo stile della pittura manifesta stretti legami con le raffigurazioni parietali della tomba di Harem ha.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Vita quotidiana

SPECCHIO DELLE MIE BRAME…

Chi è la più bella tra le dame?

Di Livio Secco

Tra gli oggetti descritti in questo sito c’è anche un bellissimo specchio il cui manico raffigura una giovane donna agli specchi egizi. Scrivendo la conferenza sulla cosmesi egizia anch’io ho incontrato questa tipologia di manufatti e, devo ammettere che sono molto affascinanti.

Ne sono stati repertati una buona quantità tra i corredi funerari e quindi ogni museo egizio che si rispetti ne esibisce alcuni.

Come al solito vi presento le diapositive della conferenza che descrivo qui di seguito.

DIAPOSITIVA 1: titolo della conferenza.

DIAPOSITIVA 2: Sono numerosi gli specchi repertati soprattutto a partire dalla V e VI dinastia ed hanno tutti una forma elegantissima. Consistono in un disco di metallo a forma leggermente schiacciata ai poli, raramente a forma di bulbo (=all’incirca conica) oppure a forma di foglia.
Il disco è sostenuto da un manico spesso in avorio, in legno, in maiolica oppure in metallo. Spesso il manico imita l’aspetto di una colonna papiriforme. Le iscrizioni didascaliche egizie chiamano lo specchio con il termine mȜw-ḥr [mau-her] che ha il significato di visione del volto.
La popolazione trovò inoltre un’analogia tra la forma dello specchio e il segno grafico Ꜥnḫ [ank] simbolo del vivere eterno caratteristico degli dèi. Da questa analogia lo specchio fu anche chiamato Ꜥnḫ [ank] visto che, per il fenomeno della riflessione, sulla faccia dello specchio compariva la riproduzione vivente dei tratti dell’uomo.
Il nome Ꜥnḫ [ank], però, veniva dato di preferenza allo specchio funerario, poco usato nel Nuovo Regno, che differiva da quello di uso quotidiano per la forma del manico, simile al supporto delle insegne divine: un’asta dritta sormontata da un seconda asta orizzontale nella quale si incastrava il codolo del disco.
Un’attribuzione simbolica che gli Egizi assegnavano agli specchi, e che ne ha determinato la forma circolare, è l’assimilazione al sole. Infatti, benché debolmente, essi emanano raggi di luce come fa la nostra stella.
Nelle immagini: specchio di Reniseneb, tomba CC25, Assasif, rame oro ebano, XII-XIII dinastia, dal 1926 al Metropolitan N.Y.

DIAPOSITIVA 2: La superficie rotonda degli specchi egizi è normalmente piatta. Non mancano però esemplari in cui essa è concava o convessa.
Il bronzo era il materiale preferito perché era molto lucente di suo e rifletteva molto bene le immagini. Ci sono pervenuti, però, anche esemplari in stagno, rame, oro e argento. Questi ultimi in numero limitato perché gli antichi predatori, a causa dell’alto valore del metallo, lo rifondevano subito. Alcuni specchi sono in lega di bronzo e argento; altri conservano ancora le decorazioni in oro.
I manici sono spesso a forma di steli di ninfea oppure papiro. Questi ultimi con l’ombrello largamente fiorito e incurvato verso il basso. In alcuni è raffigurata la dea Hathor, divinità della toeletta e della gioia, con le orecchie bovine.
Per proteggere la parte riflettente, che era molto delicata, gli Egizi usavano degli astucci a forma di tasca semicircolare in pelle che si appendevano alla spalla. Il manico rimaneva all’esterno della custodia.
Una curiosità è data dal fatto che lo specchio, come dotazione funeraria, spesso è messo insieme agli accessori da viaggio come bastoni, stoffe e armi e non insieme agli accessori da cosmesi dove ci si sarebbe aspettato di trovarli. Comunque mai alla testa del sepolcro.
Nelle immagini: a sinistra, da Assuan, XVIII dinastia, lega d’argento e rame, Brooklyn Museum N.Y. A destra, Assasif, tomba 43, bronzo o lega di rame, dinastia XVII-XVIII, Metropolitan N.Y. Parte di impugnatura che mostra l’innesto a codolo, terracotta, XVIII dinastia, Metropolitan N.Y.

La conferenza ha generato il Quaderno di Egittologia nr 50 LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/

Kemet Djedu

RAMESSE… L’AMERICANO

Di Livio Secco

Questo reperto egizio è attualmente al Walters Art Museum di Baltimora, in America (ecco la motivazione del titolo!).

Nella parte posteriore della statua si notano delle iscrizioni geroglifiche. Ed è su queste che faremo un commento filologico.

Vista la presenza di ben due cartigli possiamo affermare che si tratta di una titolazione reale. Grazie ad essa, infatti, è stato possibile identificare il sovrano rappresentato.

Come spesso mi accade in questa sede, vi ricordo che lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché indica quale programma politico il sovrano voleva perseguire al momento della sua intronizzazione. Per chi fosse interessato all’argomento posso consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che è possibile trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

Purtroppo lo studio dell’onomastica regale non è semplice. Il breve spazio dei cartigli e le metatesi onorifiche e grafiche impongono spesso che la scrittura sia difettiva e non segua sempre la corretta sequenza degli elementi grammaticali.

Ne fa esempio il Quinto Protocollo proprio di Ramesse II. Vi ricordo che per convenzione internazionale i testi geroglifici vanno riportati per studio in linee orizzontali da sinistra a destra. In questo caso il reperto li mostra verticali con lettura da destra a sinistra. Questo è il motivo per il quale ho ribaltato le immagini sul piano orizzontale, esattamente per facilitare il lettore a confrontare il reperto con la grafia informatica.

Ci tengo a far notare come nel Quinto Protocollo, esista una metatesi grafica del canale posto a metà del cartiglio in modo da dividerlo in due zone: in quella superiore sono posate le due divinità (per giunta affrontate), mentre nella parte inferiore c’è il resto dell’antroponimo regale. Nell’analisi ho preferito lasciare i segni al loro posto. Per recuperare la fase grammaticale ho aggiunto la corretta disposizione degli elementi sull’ultima riga.

Tutto ciò è anche una dimostrazione della valenza decorativa della scrittura geroglifica. Cosa che gli Egizi dimostrarono di saper sfruttare perfettamente rendendo la scrittura un’immagine

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

BUOI SACRIFICALI

Di Grazia Musso

Buoi sacrificali addobbati per la festa di Opet.

Luxor, cortile di Ramses II

Meta delle barche sacre nel corso della festa di Opet erano gli altari carichi di offerte votive nel santuario del tempio di Luxor.

I grassi buoi sacrificali, che accompagnavano la processione, erano successivamente immolati in onore degli dei

È assai probabile che, per evitare una inutile perdita di massa corporea durante l’ingrassamento , i buoi venissero tenuti pressoché immobili, tanto che gli zoccoli non riuscivano a crescere formando escrescenze ricurve in avanti

Fonte

Egitto la terra dei Faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Vita quotidiana

SPECCHIO CON MANICO DAL PROFILO DI GIOVANE DONNA

Di Francesco Alba

Nuovo Regno, inizi della Diciottesima Dinastia (1550 – 1391 a.C. circa)
Materiale: bronzo e lega di rame
Dimensioni: altezza 25,8 cm; larghezza del disco 14,1 cm; spessore 2,4 cm; peso: 855 g.
The Metropolitan Museum of Art, New York (Access. Nr: 66.99.25)

La ragazza dall’abito succinto sorregge una sorta di ombrello di papiro sul proprio capo. Il motivo è comune nei manici di specchio del primo Nuovo Regno, ma il viso, in questo caso, mostra un insolito grado di individualità.

Riferimenti:

The Metropolitan Museum of Art Bulletin – 1967

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545895

E' un male contro cui lotterò

LAME E BISTURI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

In questo campo dobbiamo necessariamente affidarci ai papiri medici, tenendo conto che purtroppo non ci sono pervenuti strumenti chirurgici con l’etichetta e la descrizione – quindi in molti casi gli studiosi si basano sulla descrizione e sul contesto per cercare di identificare gli strumenti stessi.

Sappiamo quindi che i chirurghi egizi avevano a disposizione lame diverse per i tipi diversi di interventi che dovevano effettuare. Abbiamo già visto il coltello peseskhef utilizzato per recidere il cordone ombelicale (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/la-nascita-e-i-riti-del…/), ma in questo caso si trattava di un oggetto rituale più che uno strumento chirurgico. Si tratta comunque del primo strumento chirurgico “specialistico” conosciuto.

Coltello peseskehf della IV Dinastia, collezione privata

La lama che veniva usata per rimuovere frammenti di oggetti dalla ferita o tessuto devitalizzato (sbrigliamento chirurgico, lo chiameremmo oggi) era chiamata “khepet”, e da come viene descritta era a lama sottile, adatta sia al taglio che alla rimozione dei corpi estranei o frammenti ossei della ferita. Un paragone moderno potrebbe essere un bisturi con lama di tipo 11.

Una moderna lama da bisturi tipo 11, simile probabilmente alla lama “khepet”, a confronto con uno dei “coltelli” della collezione Petrie.

L’incisione invece di un ascesso o di un tumore avveniva con la lama “des”, con ogni probabilità a lama curva ed estremamente affilata, equivalente – ma non uguale – ai nostri bisturi moderni tipo 22 con la curvatura ancora più pronunciata.

E una moderna lama da bisturi tipo 22, “erede” della lama “des”. Attenzione, però: la lama “des” era probabilmente molto più panciuta, con forma a semi-foglia

La lama des veniva usata anche per allargare i bordi di una ferita, ad esempio per estrarre una freccia. Il recupero dei frammenti rimasti all’interno della ferita stessa poteva avvenire anche con uno strumento definito “henweh”, presumibilmente pinze a punta sottili, o con una sorta di forcipe per l’estrazione delle punte di freccia.

Tra le “pinzette” catalogate da Petrie c’è anche questo curioso oggetto, una sorta di piccolo forcipe a tre braccia, uno degli “indiziati” per essere il famoso “henweh” – in attesa di nuove scoperte

Un ulteriore tipo di lama menzionata, “shash” non ha invece una descrizione associata, se non che fosse usata per “asportare un gonfiore/tumore”; quindi si presume fosse quella a lama più lunga.

Purtroppo i reperti specifici del campo medico/chirurgico non hanno mai destato grande entusiasmo negli archeologi “classici”. Accade così che l’unica opera di classificazione degli strumenti da taglio sia tuttora quella di Flinders Petrie del 1917. Al buon Petrie, però, non poteva importare di meno della parte medica della sua collezione, tanto che le lame chirurgiche – se ci sono – sono mescolate agli altri coltelli ed utensili.

Una delle raccolte di lame e rasoi catalogati da Petrie: si nasconderanno qui alcuni degli strumenti descritti nei papiri medici? Gli esperti ritengono che sia probabile

Si considera comunque generalmente che queste lame fossero inizialmente in selce e monouso, ma già dall’Antico Regno si diffusero gli strumenti in metallo.

Non va dimenticato infine che tra gli attrezzi chirurgici dovremmo inserire – se li conoscessimo – quelli utilizzati per la trapanazione del cranio (trefinazione) di cui ci sono alcune evidenze tuttora oggetto di accesi dibattiti tra gli studiosi.

La possibile prima evidenza di trapanazione del cranio, la mummia C2 – un uomo di 40-50 anni vissuto durante la IV Dinastia e ritrovato a Giza nella necropoli occidentale della piramide di Cheope, ora all’Istituto di Anatomia dell’Università del Cairo

Questo cranio frantumato, ritrovato a Megiddo e vissuto all’epoca della XVII Dinastia egizia, mostra un foro di forma quadrangolare attribuito ad una trapanazione del cranio (da: Kalisher, Rachel, et al. “Cranial trephination and infectious disease in the Eastern Mediterranean: The evidence from two elite brothers from Late Bronze Megiddo, Israel.” Plos one 18.2 (2023): e0281020)
Il cranio ritrovato nella tomba Primo Profeta di Amon Horsaset (XXII Dinastia) mostra i segni di quella che potrebbe essere stata una trapanazione del cranio. Da: Pahl, Wolfgang Michael. “Altägyptische Schädelchirurgie.” G Fischer, Stuttgart Jena New York (1993), fotografia del Dr. Douglas Derry
L’ipotesi di Wolfgang Pahl, che identifica in uno degli attrezzi mostrati a Kom Ombo (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/07/08/chirurgia-egizia/) un attrezzo per la trapanazione del cranio. Da: Pahl, Wolfgang Michael. “Altägyptische Schädelchirurgie.” G Fischer, Stuttgart Jena New York (1993).
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IL FARAONE AMENHOTEP  II  

Di Piero Cargnino

In realtà Amenhotep non avrebbe dovuto succedere al padre Thutmosi III in quanto era il figlio di una sposa minore, la principessa Merira Hatshepsut (da non confondere con la grande regina), il trono spettava di diritto al figlio della Grande Sposa Reale Satiah, Amenemhat, che però premorì al padre, così come la madre.

Suo educatore ed istruttore fu l’alto dignitario di nome Min, che tra i tanti riconoscimenti vantava anche il titolo di governatore di Tjeny (Thinis) e delle Oasi.

In un primo tempo Amenhotep ricoprì l’incarico di sovraintendente all’importazione del legname per i cantieri navali di Peru-Nefer. Venne in seguito associato in coreggenza dal padre rimanendovi per due anni e quattro mesi finché, alla morte di Thutmosi III, nel 1425 a.C., salì al trono come Amenhotep II.

Regnò per circa 26 anni attorniandosi di una corte sfarzosa e segnando un’epoca storica straordinariamente ricca grazie alle sue doti di buon amministratore del regno. Secondo le testimonianze che ci sono pervenute, Amenhotep II era pure un bell’uomo, ovunque la sua figura appare con maestosa imponenza, le fonti ci parlano di un faraone atletico, esperto arciere, il tiro con l’arco era importante per un sovrano che partecipava alla guerra (su questo esistono molte leggende), si racconta che Amenhotep II abbia dato molte  dimostrazioni pubbliche della sua abilità.

In un caso rappresentato in modo spettacolare, il faraone, guidando il suo carro alla massima velocità, avrebbe scagliato numerose frecce che colpirono quattro bersagli di rame distanti circa trentacinque piedi l’uno dall’altro attraversandoli completamente. Furono molte le altre dimostrazioni della sua abilità come arciere nell’intento di dimostrare al suo esercito la differenza tra un buon arco e un cattivo arco. L’iscrizione che riporta queste sue performance specifica che nessuno, tranne lui, era abbastanza forte da tirare il suo arco.

Fu anche un abile timoniere di battelli e guidatore di carri. Forse erano solo esagerazioni ma nessuno lo avrebbe contraddetto quando queste affermazioni fossero state incise nella pietra. Le sue imprese resero comunque portentoso anche il suo fisico tanto che la sua mummia sembra gigantesca se messa a confronto con le altre mummie reali.

In politica estera accentuò la spinta imperialistica del padre e lo volle dimostrare adottando lo stesso nome Horo, Ka-nekhet user pehet (Toro possente, grande nella forza). Cenni sulle imprese di  Amenhotep II si trovano nella “Stele della Sfinge” e su altre ad Amada, Karnak e Menfi.

Anch’egli grande guerriero, nei primi anni di regno intraprese alcune campagne militari in modo particolare in Asia nelle regioni della Siria e di Canaan; sedò pericolose rivolte interne portando l’Egitto a vivere un periodo di pace e benessere dal quale ne trassero profitto anche i suoi successori. Durante il suo terzo anno di regno si trovò a dover fronteggiare un attacco da parte dei Mitanni presso l’Oronte, in Siria. Fonti coeve riportano che la sua forza era tale per cui riuscì ad abbattere contemporaneamente sette nemici che poi fece esporre come trofei appesi alla prora della sua nave.

Agli inizi del suo settimo anno di regno dovette salire nuovamente in Siria, nello stato vassallo di Naharina, per sedare un’altra rivolta dei Mitanni, su di una stele ritrovata a Menfi viene riportata la sua vittoria senza però citare battaglie importanti. La stele riporta inoltre che il dominio egizio era riconosciuto dai re locali su quasi tutta la Siria e la Palestina. Fu ancora nel suo nono anno di regno che il faraone dovette tornare in Palestina per sedare una rivolta ma a quanto ci è dato a sapere non si spinse oltre il lago di Tiberiade. Come tutti i faraoni prima e dopo di lui Amenhotep II non lesinò nell’esagerare l’impresa, sarebbe tornato vittorioso con oltre 100.000 tra schiavi e prigionieri.

Nonostante queste affermazioni un po’ propagandistiche pare che l’Egitto e i Mitanni abbiano raggiunto una pace duratura. I testi antichi citano che da allora in Egitto  giunsero emissari dei re di Mitanni, degli Ittiti e di Babilonia portando tributi per il faraone. Va detto che dopo il nono anno di regno di Amenhotep II non si trovano più cenni su queste regioni, gli studiosi sono propensi a ritenere che il trionfalismo egizio, in questo caso, sia un po’ fuori luogo e che le guarnigioni poste da Thutmosi III nella zona di Naharina siano state ritirate.

Dopo alcune puntate a sud per ripristinare l’ordine anche a Napata e in Nubia, non si hanno più notizie di guerre ed a quanto pare l’Egitto visse in pace fino al regno di Akhenaton.

In questo periodo di pace Amenhotep II si concentrò sull’attività costruttiva dedicandosi al completamento dei templi iniziati dal padre oltre che a realizzarne di nuovi; fece costruire un porto a Peru-Nefer (Avaris) dove possedeva una residenza. Con Amenhotep II l’impero egizio raggiunse il più alto grado di prosperità, l’amministrazione dello stato era in abili mani e questo favorì anche i rapporti e gli scambi commerciali con i paesi confinanti, cosa che agevolava non poco la circolazione di persone, beni ed innovazioni.

Non meno importante fu l’influenza che questo cambiamento ebbe sull’arte, particolarmente sulla statuaria che si è conservata fino ad oggi (circa un centinaio di statue) nelle quali è possibile notare delle novità stilistiche rispetto ai canoni precedenti. Le statue lo riproducono con espressioni più serene, occhi grandi ed una particolare attenzione viene posta ad evidenziare il suo fisico possente, spalle larghe e muscoli evidenziati che esaltano la sua prestanza fisica della quale ne doveva essere assai fiero.

Come abbiamo detto Amenhotep II regnò circa 26 anni e morì intorno all’età di 44 anni. Il nome della sua “Grande Sposa Reale” non ci è pervenuto come neppure di quelle minori, secondo gli studiosi Amenhotep II, memore dell’importanza assunta dalla “divina sposa di Amon”, la regina Hatshepsut, scelse di ridimensionare il ruolo delle donne nell’ambito dalla casa reale, non solo ma, se come si ritiene, fu lui a rivestire il ruolo di fautore della “damnatio memoriae” della regina, se ne capiscono le ragioni. Si conosce solo il nome di una sua sposa secondaria, Tiaa, che fu la madre del suo successore, Thutmosi IV.

Alla sua morte, Amenhotep II, venne sepolto nella tomba (KV35) che Victor Loret scoprirà nel marzo 1898  nella Valle dei Re. Come già fatto in precedenza per la tomba di Thutmosi III (KV34), correttamente Loret documentò meticolosamente ogni ritrovamento nel suo diario di scavo.

La tomba rispecchia la classica architettura delle tombe della XVIII dinastia. (Seguite la cartina nella figura sopra), l’ingresso avviene tramite una scala (a) che porta ad un corridoio in pendenza (b), segue una seconda scala (c) ed un nuovo corridoio (d) attraverso il quale si raggiunge un pozzo verticale (e), in fondo al pozzo si trova una camera (e1), al suo interno si trovava un corpo femminile forse quello della regina Meryet-Ra Hatshepsut.

Non è chiara la funzione del pozzo, che peraltro lo si trova in molte altre tombe, alcuni egittologi suggeriscono che questi pozzi svolgessero una doppia funzione, la prima, pratica, era quella di raccogliere l’acqua delle piogge evitando così che allagasse la camera del sarcofago, la seconda avrebbe avuto una funzione rituale evocando il mondo sotterraneo e la tomba di Osiride.

In un vano adiacente al pozzo Victor Loret rinvenne due crani e resti di ossa che, in relazione alla primitiva destinazione della tomba ritenne di attribuire alla madre di Amenhotep II, la regina Meryet-Ra Hatshepsut moglie di Thutmose III, e a Ubensenu, figlio dello stesso Amenhotep II. Oltre il pozzo si entra nell’anticamera, una sala con due pilastri centrali del tutto priva di decorazioni (f), sul fondo della stanza, sopra una barca poggiata contro la parete si trovava un corpo con il petto squarciato e un grande foro sul cranio. In seguito Loret appurò che il corpo apparteneva al faraone Sethnakht ed il suo sarcofago si trovava in quella che egli chiamò la n. 4.

Da qui si scende una scala e dopo un breve corridoio (g) si entra nella camera funeraria (h) rettangolare sostenuta da sei pilastri, la camera si presenta su due livelli; il soffitto della camera è colorato di blu con stelle a cinque punte di colore giallo a simboleggiare la volta celeste. Ai lati della camera si trovano quattro locali (che vedremo più sotto).

All’interno della camera sepolcrale, nel livello inferiore si trova il sarcofago di Amenhotep II in quarzite gialla dipinta di rosso che conteneva ancora la mummia del faraone intatta con attorno al collo una ghirlanda di mimosa (fu il primo re egizio scoperto all’interno della sua tomba). Si è potuto accertare con sicurezza che si trattava realmente della mummia di Amenhotep II grazie ad una semplice annotazione con il suo nome iscritta sul sarcofago in cartonnage che la conteneva.

Victor Loret decise di lasciare la mummia dove l’aveva trovata ma la sua umana pietà non fu ricompensata. Nel 1902 la tomba venne trovata dalla famiglia di Abd el-Rasoul, tombaroli di professione, che la violarono depredando tutto ciò che gli riuscì prima di essere scoperti, purtroppo con l’intento di rubare gioielli e amuleti nascosti tra le bende, causarono parecchi danni ai bendaggi della mummia, in modo particolare alle gambe dove, in seguito Gaston Maspero, Direttore del Service des Antiquites, trovò l’impronta dei gioielli e amuleti rubati sulla resina che ricopriva il corpo. Venne quindi deciso di trasferire la mummia al Museo del Cairo.

Il sarcofago si presenta come quello di Thutmosi III, alle due estremità sono raffigurate le dee Iside e Nefti mentre sui lati compaiono due occhi udjat con Anubi in forma umana e testa di sciacallo, ed i quattro figli di Horo, che garantivano la protezione del defunto, sul coperchio è rappresentata la dea del cielo Nut.

I sei pilastri della camera funeraria sono decorati con fregi kheker che incorniciano il faraone mentre compie riti davanti a vari dei tra i quali Osiride, Anubi e Horus. Le pareti della camera funeraria, che non presenta più la forma di un cartiglio, sono decorate non in rilievo ma solo dipinte con alcuni testi dell’Amduat in ieratico, le scritte sono in verticale e le illustrazioni sono in forma stilizzata.

All’interno dell’anticamera vennero rinvenuti numerosi oggetti del corredo funerario di cui la maggior parte era rotta o spezzata a causa del vandalismo dei ladri, numerose erano le statue di legno di cui una, che raffigurava il sovrano, presentava un piccolo scomparto contenente un papiro con testi del Libro delle Caverne. Tra le varie cose vi era un contenitore di ushabty ed i resti di un letto funerario del tutto simile a quelli che verranno rinvenuti parecchi anni dopo nella tomba di Tutankhamon. Loret rinvenne anche alcuni modelli di barche di legno che avrebbero permesso al faraone il suo viaggio nell’Aldilà, trovò inoltre numerosi frammenti di mobilio funerario, modelli di barche e navi, vasi in faience e vetro, altri vasi a forma di ankh ed alcuni vasetti porta cosmetici. Ancorché ripetutamente depredata fin dall’antichità, vennero trovati, sparsi per tutta la tomba, oltre 2000 oggetti o parti di essi.

Come abbiamo detto sopra, ai lati della camera funeraria si trovavano quattro locali, due su ciascuna delle pareti più lunghe (h1, h2. h3. h4), uno di essi si presentava parzialmente murato e sul muro era stata incisa una data, “anno tredicesimo” riferito ad un probabile sovrano sepolto in seguito, secondo alcuni si tratterebbe del faraone Smendes della XXI dinastia. Furono proprio questi locali che fecero della KV35 una delle più importanti della Valle dei Re. Ciò che apparve al di la del muro che chiudeva il locale h2 lasciò esterefatti Loret ed i suoi collaboratori. Apparve subito evidente che la KV35 era stata utilizzata come deposito per le mummie reali per salvarle dai profanatori ladri di tombe, stessa cosa come per la cachette di Deir el-Bahari (DB320).

All’interno del deposito h2 erano state sistemate le mummie reali di otto faraoni e di una regina. Contenuti in sarcofagi di fortuna, molto danneggiati, si trovavano i corpi accuratamente ribendati di: Thutmosi IV, Amenhotep III, Sethy II, Merenptah, Siptah, Ramses IV, Ramses V, Ramses VI oltre ad un corpo di donna che venne identificato come appartenente alla regina Tausert.

L’identificazione delle mummie con i suddetti sovrani è un po’ arbitraria a causa della poca affidabilità delle etichette in legno appese ad alcune mummie ed al fatto che, nonostante sui sarcofagi molto malridotti comparissero dei nomi, manca la certezza che sarcofago e mummia coincidano, un esempio, quella che è stata catalogata come la mummia di Amenhotep III si trovava nel sarcofago intestato a Ramses III ma il coperchio era quello di Sethy II. Va inoltre considerato che le mummie sono state accuratamente ribendate ma utilizzando bende di recupero che recavano intestazioni di personaggi diversi.

Nel locale h1 si trovavano tre corpi sbendati, uno di un bambino di circa 9-11 anni con il capo raso e la classica treccia di capelli neri che pendeva sulla tempia destra, il secondo era un corpo femminile, parzialmente coperto da uno spesso velo e con lunghi capelli neri,  gli venne assegnato il nome di Elder Lady per distinguerla dal terzo corpo che fu chiamato Younger Lady in quanto apparteneva ad una donna più giovane il cui volto era completamente sfigurato. Tutti e tre i corpi presentavano un foro sul cranio ed il petto sfondato. Infine nel locale h3 si trovavano i resti molto malridotti di un corpo femminile ed uno maschile  completamente sbendati.

Fonti e bibliografia:

  • Mauro Reali, “Amenofi II, chi era costui? Un grande!”, La Ricerca, Loescher Editore, 2017
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandinidi, Torino, Einaudi, 2004
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Christian Jacq, “L’Egitto dei grandi faraoni”, Arnoldo Mondadori, Milano 1999
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto” – Vol. II, Ananke, 2005
  • Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari 2007 Tiziana Giuliani, “Amenhotep II: una scoperta straordinaria”, Mediterraneo Antico, 2018
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IL VICINO ORIENTE ANTICO

Di Piero Cargnino

Prima di proseguire con la storia dell’antico Egitto proviamo a dare un’occhiata alla situazione esistente nel vicino oriente antico dopo che le campagne del faraone guerriero Thutmosi III ne avevano sovvertito non poco la geografia politica.

Dopo la cacciata degli Hyksos con Ahmose, abbiamo assistito ad una ripresa significativa della politica egiziana da parte dei sovrani della XVIII dinastia. Forti dell’esperienza acquisita, i sovrani egizi che seguiranno cercheranno di spegnere le velleità dei popoli confinanti così da rendere più sicuri i loro confini, spinti in ciò dalla chiara intenzione di lavare l’onta subita con l’occupazione straniera.

Dapprima con Thutmosi I e Thutmosi II si afferma la vocazione imperialista dell’Egitto che caratterizzerà gran parte del Nuovo Regno. Con Thutmosi III l’Egitto si spinge molto a est, supera la Palestina e raggiunge la Siria. All’epoca delle campagne militari di Thutmosi III, il Nuovo Regno egizio, quello che possiamo a ragione chiamare l’Impero Egizio, sovrasta i popoli del vicino oriente.

A nord, nella sperduta Anatolia, sono insediati gli Ittiti un antico popolo indoeuropeo che abitava la parte centrale dell’Asia Minore con capitale Hattusa.

Nel nord della Mesopotamia si trovava il regno di Mitanni che si estendeva fino ai confini con la Siria, raggiunse il massimo splendore sul finire del Tardo Bronzo, i suoi abitanti erano gli Urriti e la capitale del regno era Wassukanni (oggi Tell Fekheriye). L’esercito hurrita possedeva armi in ferro e combatteva su carri da guerra. Dopo una guerra combattuta contro Thutmosi III il regno Mitanni cercò la pace con l’Egitto e fu stretta con esso un’alleanza.

All’apice della sua potenza agli inizi del XIV sec. a.C. le relazioni con l’Egitto erano talmente amichevoli che il re Mitanni Shuttarna II mandò suo figlia Kilu-Hepa in sposa al faraone Amenhotep III. In seguito nella capitale Wassukanni scoppiò una lotta per il potere i cui pretendenti erano appoggiati da Ittiti e Assiri. Sconfitti dall’esercito Ittita di Suppiluliuma prima, poi dal figlio Piyassili di Karkemish, il regno di Mitanni passò sotto il dominio ittita per poi essere conquistato, meno di un secolo dopo, dagli Assiri che lo incorporarono nel loro regno con il nome di Hanigalbat.

Confinante con Mitanni si estendeva la Siria, citata nelle sue Storie da Erodoto come la terra che andava dal fiume Halys fino al monte Casio. Secondo alcuni corrisponderebbe grosso modo alla località indicata nella Bibbia come Aram. A partire dall’VIII sec. a.C. cadde sotto il dominio degli assiri.

A sud-est sorgeva la Babilonia cassita e il regno di Elam, questi ultimi coprivano l’intera valle dei due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, la Mesopotamia. In questo quadro si potrebbe inserire la vicenda biblica della costituzione dello stato di Israele, forse ad opera di Giosuè anche se non proprio come racconta la Bibbia.

Come abbiamo visto la Palestina era saldamente in mano egiziana quindi pensare che l’occupazione da parte degli israeliti, appena usciti dall’Egitto, sprovveduti militarmente e magari anche male armati, sia avvenuta tramite una conquista militare è decisamente improbabile. Secondo gli studiosi l’insediamento degli israeliti in Palestina può solo essersi verificato in modo graduale e non violento. Secondo una teoria, che personalmente mi lascia molti dubbi, gli israeliti sarebbero gli Habiru, termine accadico babilonese usato in tutto il medio Oriente per indicare gruppi nomadi descritti come ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta impiegati come mercenari o asserviti. Non un popolo vero e proprio ma miscellanea di individui che vivevano ai margini della società, in genere per sfuggire ai creditori o ad un destino di asservimento.

Ma chi erano gli Habiru e da dove venivano? Dalla lettura di alcune Lettere di Amarna si apprende che in epoche precedenti si erano consolidati molti correttivi per venire incontro a chi era caduto in disgrazia per svariate ragioni in gran parte provocate dal progressivo indebitamento dei contadini i quali venendosi a trovare in condizioni disperate erano costretti ad impegnare oggetti, terre e persino familiari in cambio di grano finché ad un certo punto si trovavano nell’impossibilità di sostenere il debito.

Nella media età del bronzo, in tutta l’area siro-mesopotamica, era uso, da parte dei sovrani, concedere una sorta di correttivi sociali e giuridici coi quali si proibiva la cessione della terra a elementi esterni alla famiglia. A chi si trovava comunque in condizioni disperate i sovrani erano soliti emettere editti di remissione dei debiti, o il perdono per i reati meno gravi, liberando così i contadini asserviti. Questo tutelò il popolo fino ad un certo punto quando verso la metà del secondo millennio a.C. non presero piede iniziative private per mezzo delle quali si riusciva ad ovviare alle leggi, oggi lo definiremmo con l’espressione “fatta la legge trovato l’inganno”. L’applicazione di questi correttivi venne così a cessare pertanto chi non riusciva più a far fronte ai propri debiti e, magari per tale ragione era incappato in reati minori, incorreva in severe sanzioni per cui all’individuo non restava molto da scegliere, l’asservimento o la fuga in altri paesi. Questo fece si che i vari regni siglassero accordi che prevedevano “l’estradizione”. Gli stati confinanti si impegnavano ad applicare una reciproca consegna dei latitanti per cui, ai malcapitati, non rimaneva che la fuga tra le montagne o nelle steppe desertiche. Col tempo si formarono dei clan di questi individui che praticavano il nomadismo spesso sfociando nel brigantaggio. Costoro vennero chiamati Habiru. Da questo termine, per assonanza con l’etonimo “ibri” alcuni vorrebbero intravvedere la parola “ebrei”. Ebbi già modo di dire in precedenza che fidarsi di una presunta assonanza tra nomi oggetto di traduzioni spesso azzardate, se non addirittura imprecise, sarebbe da evitare.

Nonostante tutto gli studiosi sono propensi a vedere una citazione a “Israele” nella traduzione della stele di Merenptah, tredicesimo figlio di Ramses II e della sua sposa Isinofret, dove tra le nazioni sconfitte compare il nome di “Ysir” che viene identificato con Israele. Ma di questo parleremo in seguito. 

Fonti e bibliografia:

  • Marco Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003 
  • Sabatino Moscati, “Antichi imperi d’Oriente”, Newton & Compton, Roma 1978
  • Marco Liverani, “Antico Oriente. Storia, società, economia”, 3ª ed., Roma-Bari, Laterza, 2015
  • Kurt Bittel, “Gli Ittiti”, Rizzoli, Milano, 1977
  • James G. Macqueen, “Gli Ittiti: un impero sugli altipiani”, Newton Compton, Roma, 1978
  • Giuseppe Rinaldi, “Le letterature antiche del Vicino Oriente”, Milano, Sansoni-Accademia, 1968   
  • Enrico Ascalone, “Mesopotamia: assiri, sumeri e babilonesi”, Electa Mondadori, 2005