Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUA DI RAMOSE

Di Grazia Musso

Calcare, XIX Dinastia
Museo del Louvre – E 16378

Statua in calcare di Ramose, scriba reale che diresse i lavori di Deir el-Medina per oltre trent’anni.

È ritratto con in grembo le statuette di Osiride e Nefti e, davanti alle ginocchia, quelle, molto danneggiate dei quattro figli di Horus, ai quali spettava la custodia degli organi dei defunti.

Fonte: Rivista Archeo

Foto: Museo del Louvre

Vita quotidiana

IL GIOCO “CANI E SCIACALLI”

Di Livio Secco

Il gioco “Cani e sciacalli” è stato introdotto QUI.

Avendo scritto una conferenza e il relativo Quaderno di Egittologia sull’argomento, mi permetto di dettagliare gli aspetti del gioco proposto.

Nel tentativo di essere il più chiaro possibile illustro il post con una serie di diapo della mia conferenza. Le stesse sono diventate le illustrazioni del testo.

DIAPO 1: Tra la IX e la XII dinastia (2100-1800 a.C.) cominciò a comparire in Egitto un altro tipo di gioco il cui nome si perse già nei tempi remoti. E’ conosciuto, dagli egittologi moderni, con il nome di “Cani e sciacalli” per il fatto che, in alcune confezioni repertate, le pedine hanno la forma di teste di cani da caccia e sciacalli.
Questo gioco è sicuramente di origine egizia e si diffuse anche nei territori influenzati e sotto il controllo dell’antico impero egizio; infatti alcune tavole da gioco sono state ritrovate in Palestina, in Assiria ed in Mesopotamia. E’ uno degli esempi, forse il più antico, di come era la forma originale del gioco “Scale e serpenti”, un gioco diverso, ma da esso derivato, che è giunto fino ai giorni nostri ed è considerato uno tra i giochi d’azzardo più popolari.
Nelle immagini: regno di Amenemhat IV, Medio Regno, XII dinastia, 1814-1805 a.C., ebano ed avario, Metropolitan Museum of Art, New York

DIAPO 2: “Cani e sciacalli” è un gioco di corsa tra una squadra composta da cinque sciacalli e un’altra formata da cinque cani da caccia che si effettua intorno ad una palma seguendo un tracciato dedicato ad ogni squadra. Anticamente i pezzi erano dei pioli ed i percorsi erano costituiti da una serie di fori creati sul piano di gioco.
Lo scopo del gioco è quello di far percorrere a tutta la propria squadra il tracciato di trenta caselle fino alla trentunesima contrassegnata dal geroglifico šnw. Questo geroglifico è la forma iniziale del cartiglio e rappresenta un anello di corda annodato alla base; la sua grafia completa è šnw ed era lo strumento essenziale del catasto egizio. Il suo significato più esteso è dimostrato dalla radice verbale šni la quale stabilisce che tutto ciò che il sole circonda è proprietà del faraone.
La trentunesima casella è in comune tra i due tracciati che, pur sviluppandosi verso direzioni diverse, convergono in essa come punto finale di arrivo.
Il gioco richiede una certa strategia per gestire le opportunità e gli imprevisti creati con il lancio di astragali. Come per il Senet, non sono sopravvissute le documentazioni delle regole di gioco. La versione qui presentata si basa sulla ricostruzione del Professor Tait, ordinario di Egittologia al Dipartimento di Egittologia all’University College di Londra.
Nelle immagini: altri dettagli del gioco del Metropolitan Museum di New York.

DIAPO 3: PEDINE – Ci sono cinque pedine che formano la squadra dei cani da caccia e cinque pedine che formano la squadra degli sciacalli. Nei giochi originali queste pedine sono formate dalle teste degli animali infisse su dei pioli che ne danno una forma caratteristica. Le pedine vanno infilate negli appositi buchi ricavati sulla superficie di gioco a seconda dei movimenti che il giocatore assegna a loro. Il piano da gioco veniva posizionato tra i due giocatori per la sua lunghezza.
Come già evidenziato, sul piano sono ricavati due percorsi diversi, uno superiore sul quale correranno gli sciacalli, ed uno inferiore sul quale correranno i cani da caccia. La corsa si conclude nella trentunesima casella contrassegnata dal geroglifico šnw in comune a tutte due le squadre.
Nelle immagini: pedine di Cani e Sciacalli. A sinistra, sciacallo all’University College London. A destra, cane e sciacallo al Metropolitan Museum of Art New York.

DIAPO 4: ASTRAGALI (OSSA) (=dadi) – Gli imprevisti e le opportunità vengono assegnate mediante il lancio a turno di due astragali opportunamente sagomati che presentano quattro facce:
– quella superiore fa avanzare di due caselle
– quella inferiore fa avanzare di tre caselle
– quella laterale non fa avanzare di nessuna casella
Pertanto se un lancio di ossa presenta una faccia superiore e una laterale posso muovere di due caselle; per un lancio con un lato superiore ed uno inferiore posso muovere di cinque caselle.
È particolare il risultato di due facce laterali contemporanee che permettono comunque il movimento anche se di una sola casella.
Gli astragali sono le ossa del tarso posteriore, cioè l’osso del tallone, di piccoli mammiferi come gli ovini o i caprini.
Nelle immagini: astragali, Metropolitan Museum of Art New York.

DIAPO 5: PIANO DEL GIOCO – Il piano del gioco è, normalmente, una superficie spessa allo scopo di permettere alle pedine a forma di piolo di essere infilate negli appositi fori ricavati sulla sua facciata superiore. I fori stessi rappresentano i tracciati che i due giocatori devono far percorrere alle proprie mute di cani e sciacalli.
I percorsi si sviluppano dall’interno verso l’esterno e non si sovrappongono mai esclusa la trentunesima casella di arrivo che risulta in comune per i due antagonisti. La parte centrale della tavola è stata ritrovata non decorata, con la rappresentazione di una palma oppure di un’oasi di forma allungata. Il tema decorativo comunque non sembra interessare lo svolgimento del gioco.

DIAPO 6: REGOLAMENTO – I due giocatori decidono chi gioca per primo ed a turno lanciano le ossa spostando le proprie pedine sul piano tenendo presenti queste semplici regole:
– per far entrare una propria pedina in gioco si deve fare un “uno” oppure un “sei”
– il punteggio ottenuto va giocato tutto su di una singola pedina e non può essere ripartito su più pedine
– le pedine vanno spostate sempre in avanti e mai all’indietro
– su di una casella può stare solamente una sola pedina; se la casella di arrivo risulta impegnata e non sono possibili ulteriori mosse il giocatore ha “sprecato” il proprio turno
– esistono tre caselle che abilitano ad un immediato rilancio delle ossa una volta che sono state impegnate: sono le caselle “trenta” di arrivo e le caselle “quindici” e “venticinque” le quali sono contrassegnate opportunamente con una riga sul piano di gioco in loro prossimità

DIAPO 7: REGOLAMENTO
– la casella “sei” risulta collegata alla casella “venti” mentre la casella “otto” è collegata alla “dieci”: se un giocatore finisce con una pedina sulla casella “sei” è abilitato a spostarla immediatamente alla casella “venti”, mentre se finisce alla “otto” può andare subito alla “dieci” senza passare per le altre (è il concetto di SCALA anticipato precedentemente che permette la rapida salita delle pedine)
– se un giocatore finisce con una pedina sulla casella “dieci” oppure sulla casella “venti” deve spostarla immediatamente alla casella inferiore collegata: dalla “dieci” alla “otto”; dalla “venti” alla “sei” senza passare per le altre (è il concetto di SERPENTE che comparendo improvvisamente sul cammino fa arretrare la pedina mettendola in fuga)
– lo spostamento in salita oppure in fuga delle caselle collegate va effettuato sempre e soltanto se le corrispondenti non risultano già impegnate

DIAPO 8: REGOLAMENTO
– una volta arrivate alla casella trentuno le pedine che hanno concluso la corsa vanno tolte dal piano e non più rimesse in gioco
– per fare uscire correttamente le pedine dal gioco si deve impegnare la casella “trentuno” in modo preciso: se sono alla casella “ventisette” dovrò fare un “quattro” per concludere la corsa di quella pedina
– vince il giocatore che per primo fa uscire correttamente tutte e cinque le proprie pedine dalla casella “trenta”
Nelle immagini: tavola da gioco prodotta in argilla, Petrie Museum Londra.

DIAPO 9: OSSERVAZIONI – Il professor Tait specifica che, secondo la sua opinione, durante lo svolgimento del gioco era previsto solamente l’opzione “serpente” e non quella della “scala” che deriverebbe da adattamenti successivi. Comunque è opportuno che i giocatori si accordano sulle modalità prima di iniziare il gioco e di utilizzare le opzioni:
– scale e serpenti
– solo scale
– solo serpenti
come piacevoli varianti del gioco stesso.
Nelle immagini: tavolo da gioco a forma di ippopotamo, faience, Epoca Tarda, 664-332 a.C., Louvre Parigi.

Il Quaderno di Egittologia numero 17 – GIOCHI D’EGITTO – I divertimenti del re, esamina anche altri giochi oltre “CANI E SCIACALLI” e cioè: il SENET, il VENTI CASELLE e il MEHEN.
Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624932/giochi-degitto/


Spero che questo post vi abbia divertito leggendolo, come ha fatto divertire me facendo le dovute ricerche e scrivendo il testo per la conferenza e per il Quaderno di Egittologia.

Vita quotidiana

CANI E SCIACALLI

Di Francesco Volpe

Una scacchiera di Cani e Sciacalli trovata a Tebe, XIII dinastia

Cani e sciacalli è il nome moderno dato a un gioco dell’Antico Egitto, conosciuto da molti esempi di scacchiere e pezzi da gioco trovati negli scavi. In realtà, il nome originale del gioco è sconosciuto, e gli è stato attribuito più di un nome dagli archeologi:

L’archeologo Howard Carter l’ha chiamato Cani e sciacalli data la forma delle teste delle pedine.

• Shen è il nome meno comune per questo gioco, ed è stato iscritto nei geroglifici egizi intorno a un grosso foro trovato in alcune tavole del gioco;

• Il gioco è anche chiamato “gioco della palma”, dato che alcuni buchi sono stati rimpiazzati da tre figure.

È un gioco da tavolo per due giocatori molto comune nell’Antico Egitto, anche se sono stati trovate delle scacchiere in Palestina, Mesopotamia e Assiria, e anche nel Caucaso.

La scacchiera è una scatola in legno rettangolare a forma di mobile, appoggiata sulle zampe di animali. La parte superiore della scacchiera è decorata con la figura di una palma e un percorso di cinquantotto fori, sicuramente lo spazio per le pedine. Nel cassetto all’interno della scacchiera sono conservate dieci pedine dalla forma di corti bastoni, cinque scolpiti con la testa di un cane e cinque con la testa di sciacallo.

Secondo gli studi archeologici, il gioco risalirebbe al Medio Regno, XIII dinastia, circa 2000 a.C. Uno degli esemplari del gioco risale alla XIII dinastia, ed è stato ritrovato nel 1910 nella tomba di Amenemhat IV a Tebe. Questo esemplare, il migliore conservato, si trova oggi nel Metropolitan Museum of Art a New York. Inoltre, nell’estate del 1999, negli scavi di Abido è stato trovato un altro esemplare dal team universitario della Pennsylvania. In totale, più di 68 tavolieri del gioco sono stati scoperti negli scavi archeologici in Siria (Tell Ajlun, Ras el-Ain, Khafaje), Israele (Tel Beth Shean, Gezer), Iraq (Uruk, Nippur, Ur, Nineveh, Ashur, Babilonia), Iran (Tappeh Sialk, Susa, Luristan), Turchia (Karalhuyuk, Kutlete, Acemhuyuk), Azerbaigian (Gobustan) e nello stesso Egitto (Buhen, El-Lahun, Sedment). Nel 2018 sono stati trovati degli esemplari a Gobustan, Azerbaigian.

La decorazione della facciata superiore della scacchiera erano molto simili tra loro, ma con leggere differenze.

CONSULTA LE REGOLE DEL GIOCO QUI

Fonte immagini:

https://www.pergioco.net/5/palma.html

Testo tratto da:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Cani_e_sciacalli

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUA DELLA DEA MERETSEGER

Di Grazia Musso

Calcare, altezza 39 cm.
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 957

Personificazione diretta della montagna tebana, Meretseger, il cui nome significa “colei che ama il silenzio”, è molto vicina ad Hathor, ma al tempo stesso se ne distingue per l’aspetto serpentiforme.

In questa statua è rappresentata, appunto, come un cobra con la testa di donna e Indossa In parrucca tripartita..

Sulla testa della statuetta doveva trovarsi in origine un supporto a cui si fissavano due piume o due corna che affiancavano il disco solare, acconciatura tipica di molte divinità femminili.

Meretseger è onnipresente nei culto di Deir el-Medina : nei santuari e anche nelle cappelle domestiche, nelle tombe e sugli ostraka, così come in numerosi graffiti nel massiccio tebano che domina la necropoli.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LA TOMBA DI SENNEDJEM

Di Franca Loi

Villaggio di Deir el-Medina. Veduta delle mura di cinta. Luxor, Egitto

Deir el-Medina racconta una storia che parla della quotidianità di persone che lavoravano al servizio dei sovrani dell’antico Egitto. Sono artigiani (oggi verrebbero definiti “artisti”) che svolgevano un compito di fondamentale importanza per la storia dell’antico Egitto: costruivano, decoravano e tutelavano le tombe sia della Valle dei Re e della Valle delle Regine, sia l’area conosciuta come ” Tombe dei Nobili.

Il villaggio, fondato intorno al 1500 a.C., e abitato da circa 500 persone, era ben strutturato e molto funzionale; aveva un’estensione di circa 2.000 ettari ed era protetto da un muro di cinta. L’ordine e la protezione di tutti gli abitanti erano assicurati da “posti di polizia” situati alle due uscite del villaggio in modo che gli artigiani potessero tranquillamente andare al lavoro lasciando le famiglie nelle loro case. Fu abitato per tutto il nuovo Regno.Con l’avvento della XXI dinastia il villaggio fu abbandonato allorché si conclusero le costruzioni delle due necropoli.

Cappella funeraria di Sennedjem

Poco ad ovest del villaggio vi sono circa 40 tombe di artisti e capi artigiani risalenti alle dinastie XVIII, XIX E XX e un piccolo tempio di epoca tolemaica. Quella di Sennedjem, artigiano della XIX dinastia, è una tomba che ci è giunta quasi intatta, con decorazioni, mobili, vasi, alimenti e fiori secchi.

La tomba di Sennedjem è affrescata con sfondo ocra In ottimo stato di conservazione con scene di cerimonie religiose e di vita comune. Fu trovata praticamente intatta e tutti gli arredi sono conservati al museo del Cairo
La parete Nord Est della tomba di Sennedjem , in cui sono raffigurati i Beati Campi Iaru, nell’aldilà. Archivio fotografico del Museo Egizio di Torino.

Nelle decorazioni delle proprie tombe, gli operai addetti alla preparazione degli ipogei della Valle dei Re e delle Regine, adottano uno stile lontano dai canoni ufficiali, come dimostrano le vivaci scene in cui Sennedjem e la moglie Lyneferti si sono fatti rappresentare in momenti di vita vissuta.

Sotto un elaborato baldacchino, Sennedjem è deposto con la testa ad ovest, sopra un letto zoomorfo dove il leone simboleggia la fine del viaggio nel Duat.

I temi decorativi sono focalizzati sulla realtà della vita quotidiana e ultraterrena del defunto “delle cui spoglie Anubi (con testa canina) procede all’imbalsamazione”.

Sennedjem e sua moglie inginocchiati sulla tomba e vestiti con abiti festivi.
La bellezza delle pitture sono uno dei migliori esempi di Deir-el Medina.

Notevole è la scena mitologica del gatto a forma di Ra che spezza il serpente, Apopolis: simbolo del male.

scena mitologica del gatto a forma di Ra che spezza il serpente, Apopolis: simbolo del male.

Le decorazioni seguono le tappe dell’esistenza e gli episodi di vita vissuta fino all’atto finale dell’esistenza. Tutto ciò rappresenta sicuramente una società che si va evolvendo: l’uomo egizio tende ad esprimere la propria individualità e la pittura, anche se perde accuratezza e precisione, riesce ad esprimere la realtà della vita, a volte sorretta da una variegata e vivace descrizione dei personaggi.

Sennedjem, con la sua sposa, gioca al senet
Sarcofago esterno di Sennedjem:
In legno dipinto e verniciato stringe fra le mani gli emblemi tit e djed. Sulla tipica parrucca ramesside si stende la figura protettrice di Nefti, cui corrisponde, sotto i piedi, l’immagine di Iside. Porta una collana-usekh. Al di sotto, la dea del cielo Nut, alata e inginocchiata, introduce la lunga iscrizione centrale in cui si invoca il suo nome. Nei riquadri centrali campeggiano altre figure di divinità
Sarcofago esterno di Khonsu, figlio maggiore di Sennedjem, decorato con il capitolo 17 del Libro dei Morti.

UNA CURIOSITÀ:

per la qualità delle pitture parietali della tomba, particolarmente ricche di decorazioni, con scene tratte dal libro dei morti, è stata ipotizzata la stessa mano di artista che aveva decorato la tomba di Nefertari.

L’egittologo Eduard Toda e il suo caro amico Gastone Maspero insieme ad altri egittologi, nel febbraio del 1886 ruppero Il sigillo di argilla con l’effige del dio Anubi ed entrarono nella tomba inesplorata di Sennedjem. Una cosa li stupì enormemente: il pavimento era ricoperto di mummie 11 per terra e 9 deposte in sarcofagi di legno;fra queste ultime quella del titolare della tomba. In questa foto Edward Toda e’ travestito da mummia nel museo di Bulaq, al Cairo, nel 1885. FOTO: Gerard Blot/ Rmn- Grand Palais
Eduard Toda, secondo da sinistra, con Gaston Maspero durante il suo soggiorno in Egitto, 1886.

FONTE:

STORICA- NATIONAL GEOGRAPHIC

VIAGGIO NELL’EGITTO DEI FARAONI-ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI

ANTICA TEBE

WIKIPEDIA

ARALDO DE LUCA

E' un male contro cui lotterò

CIRCONCISIONE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Scena di circoncisione rituale, tempio di Mut a Luxor, Nuovo Regno

Per parlare della circoncisione, per una volta partiamo dagli…errori. Per molto tempo si è creduto che tutti gli egizi maschi venissero circoncisi da neonati per motivi igienici e che questa abitudine fosse stata traslata tal quale agli ebrei, che l’avrebbero mantenuta dopo l’Esodo. Gran parte di questa idea viene dai primi studi sulle mummie dei nobili, da una stele che riporta un uomo di nome Wha circonciso con altri 120 uomini (vedi foto) e da un famosissimo rilievo che mostra questa pratica.

La stele di Wha (o Uha). Una parte del testo recita “Io sono stato circonciso insieme a 120 uomini, non ho colpito, nessuno mi ha colpito, non ho graffiato e nessuno mi ha graffiato”, una frase interpretata indicando che la circoncisione era una pratica volontaria e che i ragazzi sono stati coraggiosi durante l’intervento

Questo rilievo proviene dalla tomba di Ank-ma-hor, Visir e sovrintendente del Faraone Teti (VI Dinastia), e mostra effettivamente una pratica chirurgica, ma metà della scena è stata male interpretata e l’altra metà sottovalutata per molto tempo.

La figura al centro sembrerebbe un “hem-ka”, un sacerdote, e l’azione descritta con le parole incise sopra la sua testa indicherebbero che stia circoncidendo (seb) il suo paziente mentre esorta il suo assistente a tenerlo stretto, mentre una seconda scena a destra sembrerebbe la stessa operazione effettuata su un secondo paziente, anche se le frasi riportate sono molto più controverse. In questa seconda scena, infatti, il “medico” dice “Lo renderò piacevole (comodo, liscio) per te”, mentre il paziente risponde “strofinalo (passalo) bene in modo che possa essere efficace”.

Il rilievo della tomba di Ankh-ma-hor con i “fumetti” delle frasi pronunciate dai protagonisti

La scena ha generato nel tempo dotte e feroci discussioni tra gli studiosi.

La frase del medico della seconda scena (“lo renderò piacevole…”) ha fatto supporre che i medici egizi conoscessero gli anestetici, un’ipotesi quantomeno azzardata visto che la cocaina ed i suoi derivati, ad esempio, non sarebbero arrivati in Egitto che quattro millenni dopo.

Non solo: anche il senso della scena in una tomba è controverso. Ankh-ma-hor ha voluto che fosse immortalata la sua stessa circoncisione? O voleva che fosse praticabile nell’aldilà per se stesso ed i suoi familiari? E perché viene effettuata da un sacerdote e non da un medico?

La parte più controversa del rilievo, la descrizione dell’azione compiuta dal “chirurgo”. Trattandosi di una scrittura difettiva (i segni sono stati ridotti al minimo per ragioni di spazio) esistono più interpretazioni possibili:
– Il sacerdote hem-ka sta circoncidendo
– Circoncisione. Il sacerdote hem-ka (meramente descrittiva)
– Il sacerdote hem-ka viene circonciso

Diverse interpretazioni delle iscrizioni hanno portato all’ipotesi moderna che il sacerdote menzionato non stia effettuando l’operazione, ma che sia uno dei figli di Ankh-ma-hor e che sia egli stesso il paziente circonciso in una cerimonia di iniziazione. La scena di destra diventerebbe quindi un rituale di rasatura del pube del figlio di Ankh-ma-hor prima della circoncisione.

La realtà dei fatti mostra che la circoncisione NON veniva effettuata su tutti i maschi, e NON da bambini. Ahmose I non era circonciso, e probabilmente neanche Tutankhamon. Dagli esami effettuati sulle mummie, nonché da alcuni dipinti e statue pervenuteci, emerge che la circoncisione venisse comunque effettuata tra i 10 ed i 14 anni di età. Non solo: veniva anche effettuata in maniera diversa da quella ebraica: non veniva reciso ed asportato il prepuzio, ma solo praticata un’incisione sul lato dorsale del pene per liberare il glande.

Statua di Merire-hashetef, vissuto durante la VI Dinastia. Merire-hashetef viene mostrato in età adolescenziale, già circonciso

La circoncisione sarebbe quindi una sorta di rito di passaggio all’età adulta (però non universalmente effettuato) o forse richiesto da qualche pratica sacerdotale. Un indizio lo abbiamo da un antico mito secondo cui Ra avrebbe generato Hu e Sia (il verbo creatore e il potere della conoscenza) auto-circoncidendosi. Potrebbe anche essere cambiato nel tempo, passando da pratica tribale arcaica (universale) a rito iniziatico (limitato). Diverse raffigurazioni mostrano comunque persone “normali” circoncise, escludendo, quantomeno fino al Nuovo Regno, l’ipotesi che fosse una pratica limitata al sacerdozio.

Un contadino circonciso porta un bovino al macello, dimostrando che la circoncisione non fosse una pratica esclusiva del sacerdozio. Mastaba di Ptah-Hotep e Akhti-Hotep, V Dinastia (Antico Regno)

Esiste anche l’ipotesi che la mancata circoncisione di alcuni Faraoni sia invece una pratica specifica di alcune caste sacerdotali o addirittura un segno di ribellione contro un rito religioso e quindi legato all’influenza dei sacerdoti.

NOTA 1

Quella che vedete è considerata la prima rappresentazione di uomini circoncisi in Egitto.

La prima descrizione della paletta (da Capart, Jean. Primitive art in Egypt. H. Grevel, 1905. – pag. 240)

Si trova sulla cosiddetta “Paletta del campo di battaglia” una paletta predinastica (ne ha parlato Luisa Bovitutti qui: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/) che oggi, spezzata, si trova conservata al British Museum ed all’Ashmolean Museum.

In questa paletta, del periodo Naqada III (3100 BCE circa), vengono mostrati prigionieri barbuti e circoncisi divorati da avvoltoi e da un leone, presumibilmente simboli del potere nilotico. Da notare che le persone rappresentate circoncise non sono egiziane. Sono stranieri, nemici del Faraone che, nelle vesti di un fiero leone, li stermina mentre gli avvoltoi si cibano dei loro cadaveri.

Secondo gli studiosi, questa paletta rappresenta la prova che la circoncisione NON sia nata in Egitto; anzi, nel periodo predinastico è una delle caratteristiche degli stranieri, considerati rozzi barbari che il potere del Faraone deve distruggere.

La paletta oggi al British Museum, numero di inventario EA20791

Presto cambierà tutto: una scoperta relativamente recente riempie un altro piccolo tassello della storia.

NOTA 2

Tra gli anni ’40 e gli anni ’80 del secolo scorso, una serie di spedizioni direttamente gestite dal Ministero delle Antichità egiziano ha svolto degli scavi a Saqqara, purtroppo con scarse pubblicazioni e molti reperti non sono stati resi pubblici per molto tempo.

Una decina di anni fa, frugando tra i reperti del complesso funerario di Djedkara (fine V Dinastia, circo 2350 BCE) è stata fatta una scoperta molto interessante. Un piccolo rilievo (circa 11×15 cm) rappresenta due bambini (si intuisce dalla postura del braccio di uno dei due, probabilmente ritratto con il dito in bocca come d’uso) su cui si sta chiaramente praticando la circoncisione del pene. Il rilievo sarebbe quindi antecedente, forse di un paio di secoli, rispetto a quello che abbiamo visto di Ankh-ma-hor.

Il rilievo identificato come n° 426, scavi di Fakhry degli anni ’50. Foto M. Megahed
Il rilievo identificato come n° 426, scavi di Fakhry degli anni ’50. Disegno M. Megahed

Le possibili interpretazioni della scena ritratta sono:

  • Una scena di circoncisione dei bambini della famiglia reale come parte della normale routine della crescita;
  • La circoncisione del Faraone e del suo “ka” nell’ambito di una raffigurazione della nascita divina del Faraone stesso; in questo caso con ogni probabilità la figura dietro ai due bambini raffigurava una divinità, come forse anche il “chirurgo”.
Possibile ricostruzione dell’intera scena, disegno H. Vymazalová

Nonostante la leggera differenza di statura dei due bambini, la seconda ipotesi è quella ad oggi più accreditata. In ogni caso, si evince che alla fine della V Dinastia, la circoncisione non era più qualcosa di legato agli stranieri, ai nemici dell’Egitto, come abbiamo visto ieri ma una pratica diffusa anche nella famiglia reale.

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

I BUSTI DEGLI ANTENATI

Di Francesco Alba e Grazia Musso

Col termine di Busto dell’Antenato ci si riferisce a dei piccoli busti antropoidi dipinti che avevano la funzione di focalizzare la venerazione degli antenati durante il Nuovo Regno. La maggior parte di questi erano realizzati in calcare o arenaria ma alcuni esemplari più piccoli erano di legno e di terracotta. Raramente portavano iscrizioni (il busto di Muteminet, qui sotto mostrato, è una delle poche eccezioni), ma la predominanza di pittura rossa (il tipico colore della carnagione maschile nell’arte egizia) suggerisce che la maggior parte di questi manufatti rappresenti dei personaggi maschili.

Ci sono circa 150 esemplari giunti fino a noi, circa metà dei quali proviene da abitazioni e da cappelle funerarie degli operai specializzati del villaggio di Deir el- Medina.

Il culto degli antenati, ciascuno dei quali era definito col termine “akh iker en Ra”, “spirito eccellente di Ra”, era un importante aspetto della religione popolare tra gli abitanti del villaggio.

Questi “spiriti eccellenti” sono anche raffigurati su circa cinquantacinque stele dipinte tuttora disponibili che, al pari dei busti, potrebbero con tutta evidenza essere state oggetto della venerazione dei parenti dei defunti che ne richiedevano l’intercessione per ottenere il favore delle divinità.

In queste stele il defunto non portava mai il titolo o l’indicazione della sua funzione, come avviene in altri tipi di iscrizione, ma veniva raffigurato seduto da solo davanti a una tavola d’offerta, in atto di annusare il profumo di un fiore di loto aperto, simbolo della vita e rinascita.

Gli antenati, apprezzati per le virtù che possedevano in vita, erano sollecitati per diverse ragioni: come intermediari tra uomini e dei, venivano interpellati per ottenere protezione, consiglio o intercessione, in caso di castighi, pericoli o litigi.

La presenza delle stele dedicate agli antenati e dei loro busti all’interno delle abitazioni testimonia lo stretto legame esistente ancora tra i vivi e i morti nella vita quotidiana del villaggio.

Riferimento

I Shaw, P. Nicholson. The British Museum Dictionary of Ancient Egypt. The American University in Cairo Press – 1995

MUTEMINET

Busto antropoide in calcare dell’antenato che raffigura Muteminet, suonatrice del sistro. Riporta i nomi di Mutenimet e della Divina Triade Tebana: Amon, Mut e Khonsu.

Diciannovesima Dinastia. Provenienza: Deir el-Medina.

The British Museum – Londra (EA1198)

BUSTO DI ANTENATA

Calcare, altezza 25 cm
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 3080

Il busto qui raffigurato, rappresenta un’antenata che Indossa una parrucca tripartita dipinta di nero, porta un largo collare a più fili di colore rosso.

Il busto proviene da un’abitazione privata dove era collocato in una nicchia e accompagnato da una tavola d’offerta e da un poggiatesta.

Fonte e fotografia

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini

Antico Regno, Statue

MEMI E SABU

Di Francesco Alba

Statua in coppia di Memu e Sabu stanti. Quarta Dinastia. 2575-2465 a.C.
Calcare con tracce di pigmenti; restauri in epoca antica sul braccio destro dell’uomo e sulla lastra posteriore. Dimensioni: 62 x 24,5 x 15,2 cm
Probabile provenienza: Regione di Menfi, Giza, Necropoli Ovest
The Metropolitan Museum of Art, New York – Rogers Fund, 1948 (48.111)

Fino ad un’epoca recente si riteneva che questa coppia rappresentasse il cortigiano Memi-Sabu e la sua sposa; tuttavia c’è ragione di credere che l’iscrizione si riferisca a due persone distinte: Memi (l’uomo) e Sabu (la donna).

Anche se il testo non specifica un particolare rapporto fra i due, questi erano probabilmente marito e moglie, come di norma per i soggetti delle statue in coppia dell’Antico Regno la cui relazione è accertata.

La scultura rappresenta un’eccezione alla regola perché l’uomo restituisce l’abbraccio della donna avvolgendo un braccio attorno alle spalle di lei. Questo gesto singolare può spiegare il perchè Memi si erga con i piedi uniti, anziché avanzare a grandi passi nella posa maschile convenzionale. D’altro canto, nonostante queste deviazioni dalla norma, Memi è chiaramente la figura dominante: non soltanto è più grande di Sabu ma si trova leggermente più avanti di lei, col suo tallone destro a tre centimetri di distanza dalla lastra posteriore alla quale è attaccato tramite un setto di pietra; il suo corpo però non vi si appoggia, essendo la sua figura, scolpita a tutto tondo, separata dalla lastra di circa un centimetro, per l’intera lunghezza del dorso.

Il suo braccio destro pende dal suo lato, separato dal corpo da un sottile setto di pietra. La mano stringe un tondino che si estende dal pugno alla lastra posteriore.

Dal lato di Sabu, il braccio sinistro di Memi è visibile dietro il capo di sua moglie. Posto all’indietro per circondare le spalle di lei, il braccio tocca il pilastro posteriore; l’avambraccio pende sopra la spalla di Sabu ed il palmo aperto della mano poggia sul suo seno.

Questo gesto insolito ha solo due paralleli nella statuaria dell’Antico Regno: uno reale ed uno non reale (entrambi presso il Museum of Fine Arts, Boston, rispettivamente 30.1456 e 13.3164).

Anche se Sabu si erge più vicina di Memi alla lastra posteriore, pochi millimetri la separano da questa per tutta la lunghezza del dorso ed il suo tallone sinistro si trova ad un centimetro dal pilastro.

Nonostante sia raffigurata marcatamente più bassa del suo sposo niente lascia suppore che essa fosse bassa di statura. Le sue minori dimensioni possono essere state dettate in parte dall’abbraccio di Memi, che risulta molto meno impacciato rispetto ad altri esempi di questa posa, dove le due figure sono quasi uguali in altezza.

Il braccio destro di Sabu si avvolge attorno alla vita di Memi mentre il sinistro pende verticalmente sul suo lato, le punte delle dita separate dalla coscia da un breve setto di pietra. Il suo corpo flessuoso è ben proporzionato e definito con chiarezza sotto il tubino che indossa. Anche Memi è ben proporzionato. Il suo torso e le braccia sono accuratamente modellati; gli stinchi e le ginocchia nettamente definiti. Il suo gonnellino dalla falda plissettata e la cintura annodata, raffigurata con cura, sono eccezionalmente ricchi di dettagli. Le unghie delle mani e dei piedi di entrambi sono leggermente appuntite.

I volti di entrambi sono simili anche se non del tutto uguali. Gli occhi di Sabu sono proporzionalmente più grandi rispetto al viso e la bocca è più grande di quella di Memi. Anche la sua arcata sopracciliare, al di sopra del naso, è più nettamente modellata, un dettaglio che conferisce al suo profilo una vaga somiglianza con le raffigurazioni di Micerino. A differenza di Memi che appare sempre dritto e teso in avanti, il volto e lo sguardo di Sabu sono leggermente rivolti verso la sua sinistra.

Le folte ciocche ritorte della sua parrucca, lontane dal viso, convergono verso una zona morbida e non strutturata alla sommità del capo. I capelli naturali, discriminati al centro, sono visibili sotto la parrucca.

Come la maggior parte delle statue private dell’Antico Regno, questa coppia è stata inizialmente datata ad un periodo che va dalla Quinta alla tarda Sesta Dinastia. In anni più recenti, tuttavia, uno studio più accurato condotto sulla statuaria e sui rilievi la collocherebbe cronologicamente al tempo della Quarta Dinastia, plausibilmente non più tardi del regno di Micerino. Questa più aggiornata datazione si basa sull’acconciatura di Sabu e sulla particolare intimità dell’abbraccio che i due sposi si scambiano.

Riferimenti

  • C.H Roehrig, Pair Statue of Memi and Sabu Standing. Egyptian Art in the Age of Pyramids – The Metropolitan Museum of Art, New York. 1999
  • Pair statue of Queens Hetepheres II and Meresankh III. Museum of Fine Arts, Boston (acc. nr. 30.1456). “https://collections.mfa.org/…/pair-statue-of-queens…
Harem Faraonico

‘APER-EL, UN SEMITA FIGLIO DEL KAP, VISIR E PADRE DEL DIO?

Di Luisa Bovitutti

‘Aper-El così come appare ritratto nella sua tomba

‘Aper-El, conosciuto anche come Aperia raggiunse le vette del potere verso la seconda metà della XVIII dinastia e servì prima Amenhotep III, che crebbe con lui nel kap, ed in seguito suo figlio Akhenaton.

Egli riuscì a non farsi coinvolgere appieno dalla riforma atoniana, in quanto probabilmente visse ed operò a Menfi, che era rimasta la capitale amministrativa del regno.

Pianta della tomba di ‘Aper-El

Nella sua tomba, infatti, e sugli oggetti in essa contenuti, sono incisi i cartigli dei due sovrani e l’unico indizio del mutamento religioso in atto si individua nell’iscrizione sul sarcofago del figlio Amenhotep (Amon è soddisfatto), che lo definisce con il diminutivo di Hui per evitare, utilizzando il nome teoforo, di nominare il dio decaduto.

Non è stata trovata menzione dei suoi genitori e degli altri componenti della sua famiglia d’origine, per cui non è possibile stabilire se fosse un immigrato o figlio di immigrati, il rampollo di un notabile straniero allevato nel kap, o più semplicemente un egizio al quale i genitori avevano dato un nome esotico; è comunque certo che crebbe, visse e prosperò nelle Due Terre e che era completamente egittizzato, come si desume dalla sua tomba e dal suo corredo funerario.

Rilievo tombale che raffigura un sacerdote che offre un fiore di loto ad ‘Aper-El.

Egli ottenne un’infinita serie di titoli, iscritti sulle pareti della sua tomba e sugli oggetti trovati al suo interno, uniche fonti di conoscenza della sua vita: il più importante di essi era “visir” ma come Yuya ed Ay era anche “padre del dio”, ossia consigliere anziano che aveva conosciuto il Faraone da bambino ed aveva contribuito ad educarlo, “generale dei cavalli”, cioè dei carri, “capo dell’intero paese”“figlio del kap” ed “ambasciatore del re”.

La trascrizione del testo rinvenuto sulla parete della tomba di ‘Aper-El effettuata da Petrie al momento del suo ingresso.

Nella cappella della tomba si trova traccia di altri due titoli non ben conservati, la cui lettura completa non è certa.

Il primo è “direttore dei padri e delle madri adottivi dei figli del re”, che indica che ‘Aper El era responsabile dei nobili incaricati di crescere e di educare i principi e le principesse; il secondo, leggibile solo in parte, recita “primo servitore di Aton in…” e dimostrerebbe che forse già con Amenhotep III, aveva un legame con il culto di Aton, consolidatosi poi con l’avvento al trono di Akhenaton.

Frammento del sarcofago recante il nome di ‘Aper-El (qui scritto Aperia)

Egli morì a circa 50 – 60 anni e fu seppellito a Sakkara, in una tomba scavata nella scarpata a sud-ovest della piramide di Teti, conosciuta in epoca faraonica come la “scarpata di “Ankhtawy” ed oggi nota come Bubasteion, in quanto gli ipogei del Nuovo regno che ivi si trovavano sono stati successivamente utilizzati dai sacerdoti di Bastet come catacombe per i gatti mummificati che i pellegrini portavano al santuario della dea.

Quel che rimane di uno dei sarcofagi di ‘Aper-El

LA TOMBA ED IL CORREDO FUNERARIO

‘APER-EL ERA GIUSEPPE, FIGLIO DI GIACOBBE, VENDUTO COME SCHIAVO DAI FRATELLI?

La tomba di ‘Aper-El è identificata come Bub. I.1 (I indica che si trova al livello superiore degli ipogei del Bubasteion, 1 perché è la prima di una serie sullo stesso lato) ed egli vi fu inumato con sua moglie Uriai e con uno dei suoi figli, probabilmente il maggiore, chiamato Hui (come già visto diminutivo di Amenhotep, nome non più utilizzato in epoca amarniana perché conteneva il riferimento al dio Amon) e morto a circa 35 anni, attorno al 10 anno del regno di Akhenaton: così come il padre, egli ricoprì le più alte funzioni militari, prima come “scriba delle reclute” e “generale dei carri” ed infine quale “generale in capo”; in campo civile ottenne il titolo di “direttore di tutte le opere degli dei”.

Il sarcofago antropoide esterno di Uriai ed un particolare del viso

Da un rilievo tombale deturpato della tomba si apprende che ‘Aper-El ebbe almeno altri due figli, raffigurati mentre eseguono rituali davanti al padre; uno di essi si chiamava Seny (forse diminutivo di Sennefer) ed era inserito nell’amministrazione statale, come si deduce dai titoli attribuitigli; un altro di nome Hatiay era un sommo sacerdote di Nefertum.

L’ipogeo, uno dei pochi di epoca amarniana rinvenuti a Sakkara, era stato individuato nel 1881 dall’archeologo britannico William Flinders Petrie, che copiò un testo visibile nelle parti accessibili della cappella (livello 0), ma fu dimenticato fino al 1976, quando il dott. Zivie, direttore della Missione Archeologica Francese del Bubasteion (MAFB) cominciò ad esplorarlo, a liberarlo dai detriti ed a realizzare le opere di consolidamento e di restauro, iniziate nel 1980 insieme all’Organizzazione delle Antichità Egizie, oggi Consiglio Supremo delle Antichità Egiziane.

Esso è ampio e profondo, con quattro livelli che corrispondono alla cappella (livello 0) e agli appartamenti funerari (livelli MENO 1, MENO 2, MENO 3); dall’ultimo di essi si accede alla camera sepolcrale venuta alla luce nel 1987, il cui ingresso recava ancora i resti del sigillo ufficiale della necropoli (lo sciacallo con nove prigionieri, come nella tomba di Tutankhamon), segno che era stata saccheggiata nell’antichità e poi risigillata ma che da allora non aveva più subito intrusioni.

Il desolante spettacolo che si presentò all’apertura della camera sepolcrale

La tomba in origine era almeno in parte decorata, ma nel corso dei secoli ha subito gravi danni, sia per le devastazioni compiute dai ladri, sia per i numerosi crolli dovuti alle infiltrazioni di acqua provenienti dall’altopiano sovrastante, che hanno richiesto notevoli opere di intervento per rendere sicure le camere sotterranee ed il lavoro degli archeologi.

Uno dei sarcofagi di Lady Uriai e un intarsio raffigurante Nut, su uno dei suoi sarcofagi.

Nella camera funeraria furono effettivamente rinvenuti i resti del visir, di sua moglie e di Hui, ridotti ormai a scheletri per la profanazione dei saccheggiatori e per l’umidità; essi sono stati riconosciuti con certezza grazie allo studio delle ossa, dei frammenti dei sarcofagi e degli oggetti inscritti associati a ciascuna sepoltura; la loro morte è da collocarsi più o meno nello stesso periodo, atteso che i sarcofagi ed il corredo funerario presentano tutti le medesime caratteristiche.

Il manichino porta-parrucche

Stranamente essi sono assimilabili più a quelli “tradizionali” rinvenuti nella tomba KV46 di Yuya e Tuia, suoceri di Amenhotep III, che a quelli amarniani: ogni defunto era stato sepolto in tre sarcofagi antropoidi di legno, incastrati l’uno nell’altro e poi custoditi molto probabilmente in un altro di forma rettangolare; alcuni di essi erano dorati e quelli interni erano riccamente decorati con intarsi di pasta vitrea.

Intarsio raffigurante Nut, su uno dei sarcofagi di Hui

Tra i manufatti più importanti scoperti nella tomba ci sono i vasi canopi in pietra, un contenitore d’avorio per cosmetici a forma di pesce (tilapia nilotica), un supporto in legno stuccato per parrucca raffigurante la testa di una giovane donna con grandi orecchini, due cubiti votivi, uno in scisto e l’altro in legno che menziona ‘Aper-El come “i due occhi del re”, orecchini, anelli, frammenti di collare o pettorale con un complesso disegno di perline e pendenti in pietre dure ed oro (questi ultimi a forma di segno nefer), frammenti di fasce d’oro rinvenuti intorno agli omeri del visir, alcune fasce circolari d’oro ed un diadema ben conservato, certamente appartenente al corredo della sua mummia, due intarsi in vetro raffiguranti la dea Nut, che costituivano ornamento del coperchio del sarcofago interno della moglie di ‘Aper El e di Hui.

Il cucchiaio per cosmetici in avorio a forma di tilapia nilotica

Inizialmente i manufatti presero diverse destinazioni (i canopi di Uriai ad Alessandria d’Egitto, gli oggetti ed i gioielli, completi o frammentari, dei quali non sono riuscita a trovare belle immagini illustrative, al Museo egizio del Cairo) per essere poi concentrati nel Museo Imhotep a Saqqara, attualmente chiuso al pubblico per motivi imprecisati.

Uno dei vasi canopi ritrovati nella tomba ed uno dei coperchi

Sembra incredibile che non siano emerse ulteriori tracce di ‘Aper-El, che aveva svolto un ruolo importante al fianco di Amenhotep III e che aveva goduto della fiducia di Akhenaton nonostante le mutate circostanze politiche e religiose.

Frammento di collare costituito da un tessuto di perline, decorazioni in oro a forma di segno nefer e pendenti forse in pietre dure.

L’ipotesi di alcuni studiosi e dello stesso Zivie, allo stato tuttavia priva di riscontro, è che egli potrebbe essere stato conosciuto con un altro nome, un diminutivo o un soprannome, con il quale è stato ricordato altrove, come spesso accadeva in Egitto per i funzionari del Nuovo Regno, in particolare durante il periodo di Amarna.

In ogni caso ‘Aper El è un personaggio che intriga: ha un nome semitico, riferito al dio El; è talmente ricco da potersi permettere un corredo funerario analogo a quello dei suoceri del Faraone; è il titolare dell’unica tomba del periodo amarniano rinvenuta nella necropoli menfita; è così potente da essere il numero due del regno, dopo il Faraone; ha legami strettissimi con il palazzo.

E’ quindi comprensibile che alcuni abbiano voluto identificarlo nel biblico Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, giunto schiavo in Egitto e diventato poi Visir del Faraone dopo averne interpretato in maniera corretta gli strani sogni; così come Giuseppe, il semita ‘Aper-El avrebbe conquistato la stima del suo re (Amenhotep III) che gli affidò l’educazione del futuro Amenhotep IV, diventandone poi il fidato consigliere ed indirizzandolo verso il monoteismo.

Lo schiavo Giuseppe, condotto davanti al Faraone, interpreta il suo strano sogno e gli spiega che le sette vacche grasse divorate da sette vacche magre e le sette spighe rigonfie mangiate da sette spighe vuote indicavano che l’Egitto avrebbe conosciuto sette anni di grande abbondanza ai quali avrebbero fatto seguito sette anni di carestia, e suggerisce al Faraone di fare scorta di grano da utilizzare durante la carestia. Il Faraone si fida di Giuseppe e lo nomina visir, incaricandolo di gestire l’accantonamento delle provviste. Questo dipinto è opera di Raffaello e si trova a Roma nelle stanze Vaticane.

Lo stesso prof. Zivie sottolinea che l’ipotesi “ignora le realtà storiche: la religione di Akhenaton non è esattamente monoteista ed è per molti versi sorprendentemente diversa dal monoteismo biblico, che a sua volta è il risultato di un lungo processo che si materializza solo molto più tardi al tempo dei profeti”.

IN AGGIORNAMENTO

FONTI:

Sarcofagi, XVII Dinastia

SEKHEMRE WEPMAAT INTEF A’A

By Dave Robbins

Pictured is the rishi coffin of the Dynasty 17 king, Sekhemre Wepmaat Intef A’a. It was found in the 19th Century presumably at Dra’ Abu el-Naga. Of about nine Dynasty 17 kings, he would have been possibly the fourth and ruled in Thebes during the time in which the Hyksos controlled the Delta region.

Intef A’a is thought to have ruled for perhaps only two years when his brother, Nubkheperre Intef, succeeded him. The coffin actually establishes this fact in an inscription found on it. Thus, Intef A’a would have ruled about a dozen or so years before Ahmose the Elder (mostly known as Senakhtenre Tao) and his queen, Tetisheri.

Intef Aa’s brother, Nubkheperre Intef, had a very short reign as well with only three or so years on the throne. He was succeeded by Sekhemre Heruhermaat Intef whose own rishi coffin is immediately adjacent to Intef Aa’s in the Louvre’s Crypt of Osiris.

The rishi coffins of Sekhemre Heruhermaat Intef on the left (Louvre’s accession# E 3020) and of Sekhemre Wepmaat Intef A’a on the right (Louvre’s accession# E 3019) in the Crypt of Osiris.

Photo is by me in Autumn 2019.