C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI I

Di Piero Cargnino

Alla morte di  Amenhotep I sale al trono Thutmosi (Ḏḥwty ms) che significa “Nato dal dio Thot”. Si pensa che sia stato un generale dell’esercito tebano. Non si sa a quale titolo salì al trono, forse non era neppure di stirpe reale, la madre Seniseneb viene citata solo come “Madre del Re”, potrebbe essere stata una moglie minore o una concubina di Amenhotep I. Secondo alcuni era il figlio di Ahmose Sipair, a sua volta figlio di Seqenenra Ta’o e quindi fratello di Ahmose I o, secondo altri addirittura figlio dello stesso Ahmose I.

In ogni caso venne nominato coreggente dal suo predecessore Ahmose I, ma la sua legittimazione al trono venne ancor più confermata per aver sposato la principessa Ahmose, la “Grande Sposa Reale” che vantava anche il titolo di “Sorella del Re” quindi di stirpe regale, a questo proposito alcuni fanno osservare che la regina non fu mai chiamata “figlia del re”.

Il primo figlio di Thutmose e della regina Ahmose fu Amenmos nato molto prima della sua salita al trono. I sovrani ebbero un altro figlio  Wadjmose, che premorì al padre, e due figlie, Hatshepsut e Nefrubity che però morì anch’essa ancora piccola.

Da una moglie minore nacque un altro figlio, Mutnofret che sposerà in seguito la sorella Hatshepsut e salirà al trono alla morte del padre come Thutmosi II.

Thutmosi I sarà il primo faraone “imperialista” del Nuovo Regno in quanto non si limiterà a governare entro i suoi confini ma darà inizio ad una espansione dell’influenza egizia sia a sud che nell’area palestinese. Non a caso il suo nome Horo era “Toro vittorioso” a sottolineare la volontà espansionistica che d’ora in poi segnerà la tendenza regale egizia.

Grazie alle già citate iscrizioni provenienti dalle tombe dei due soldati, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekebet, che già servirono sotto Ahmose I ed anche sotto Amenhotep I, conosciamo le prime imprese militari di Thutmosi. In seguito ad una rivolta in Nubia, il sovrano risalì il Nilo e, combattendo personalmente, uccise il re nubiano tornando poi a Tebe con il corpo del re nubiano appeso alla parte anteriore della sua nave.

Nel secondo anno del suo regno tornò al sud per sedare piccole rivolte che erano scoppiate in Nubia, su una delle cinque stele trovate di fronte all’isola di Tombos, a monte della terza cateratta, Thutmosi I fece registrare i confini meridionali del suo regno, anche se era ormai giunto alla quarta cateratta. Sulle stele il sovrano fece incidere l’elenco delle tribù vinte: “quelli con le trecce”, “quelli [con le guance] scarificate”, “i Nehesyu dal viso bruciato”, “quelli che vestono di pelli”, “quelli con i capelli crespi”.

Sulle stele fece inoltre incidere:

<< Egli ha ridotto i confini del mondo sotto il suo potere; la sua frontiera meridionale tocca i confini del Kush, quella settentrionale raggiunge l’acqua che scorre a ritroso, che si discende nel risalire >>,

questo perché le acque dell’Eufrate scorrono nel senso opposto a quello del Nilo. Quando i soldati tornarono in Egitto i loro racconti sull’Eufrate si diffusero subito presso il popolo:

<<…….. quell’acqua invertita che scorre a monte quando dovrebbe scorrere a valle……..>>,

da allora l’Eufrate diventò per l’Egitto il fiume con “l’acqua invertita”.

Thutmosi I fece inoltre costruire a Tombos una fortezza per ospitare un presidio militare. Conclusa vittoriosamente la guerra Thutmosi I divise la Nubia in cinque distretti a capo dei quali nominò dei governatori locali a lui fedeli. Al fine di agevolare altre eventuali risalite delle sue navi Thutmosi I ordinò che il canale, fatto costruire da Sesostris III della XII dinastia, presso la prima cataratta venisse ulteriormente scavato per renderlo più profondo. Testimonianza di ciò compare in due iscrizioni dove viene menzionato, nella prima:

<<………Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22, sotto la maestà del re dell’Alto e Basso Egitto, Aakheperre che è dato in vita. Sua Maestà ordinò di scavare questo canale dopo averlo trovato intasato di pietre [in modo che] nessuna [nave ci navigasse]……..>>.

Nella seconda:

<<……..Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22. Sua Maestà ha navigato in questo canale nella vittoria e nella potenza del suo ritorno dal rovesciamento del miserabile Kush…….>>.

A questo punto il sovrano si rivolse a Levante, invase la Palestina e proseguì fino a Karkemish, che conquistò, dirigendosi fino all’Eufrate, quì fece erigere una stele che venne rinvenuta cinquanta anni dopo da Thutmosi III. A questo punto i principi siriani si sottomisero a Thutmosi, la cosa però durò poco, quando Thutmosi tornò in Egitto smisero di pagare i tributi e costruirono difese contro futuri attacchi. Ormai in possesso delle tecnologie necessarie, pare che Thutmosi abbia costituito un corpo scelto di truppe montate su carri da guerra.

Durante il suo regno vennero eseguiti grandi progetti di costruzione, fece ampliare il villaggio di Deir el-Medina oltre a costruire molti templi e tombe, numerosi blocchi di pietra iscritti con i suoi titoli sono presenti in parecchi luoghi in Egitto.

Di notevole importanza fu l’intervento al Tempio di Karnak ad eseguire il quale nominò l’architetto Ineni. Degna di nota è la sala ipostila tra i piloni quattro e cinque. Le colonne erano ricavate da legno di cedro intese a rappresentare una palude di papiro, simbolo egizio della creazione. Sui lati della sala si stagliavano grandi statue che portavano  alternativamente la corona dell’Alto Egitto e la corona del Basso Egitto.

All’interno della sala ipostila Hatshepsut fece erigere due dei suoi obelischi. Thutmose I fece costruire anche statue dell’Enneade ad Abydos, edifici ad Armant, Ombos, el-Hiba, Memphis ed Edfu, così come piccole espansioni di edifici in Nubia, a Semna, Buhen, Aniba e Quban.

L’architetto Ineni costruì la tomba di Thutmose I nella Valle dei Re, costruì anche il suo tempio  funerario a Deir el-Bahari che venne probabilmente abbattuto in seguito per far posto a quello della regina Hatshepsut.

Secondo Manetone Thutmosi I regnò 12 anni e 9 mesi, in questo caso pare credibile in quanto venne rinvenuto a Karnak un blocco di pietra sul quale compaiono due iscrizioni, con il cartiglio di Thutmosi, che portano la data dell’VIII e IX anno del suo regno.

Alla sua morte Thutmosi I fu sepolto nella tomba KV38 della quale l’architetto Ineni riferisce di aver provveduto, da solo, alla realizzazione della tomba del suo re, secondo gli studiosi si tratterebbe della tomba più antica della Valle dei Re. In un secondo tempo, sua figlia Hatshepsut, avrebbe traslato il suo corpo nella propria tomba, la KV20, costruita per lei, facendola ingrandire per poter ospitare entrambi i sarcofagi, il suo e quello del padre. Sarà poi il nipote, Thutmosi III, a traslare nuovamente la mummia di Thutmosi nella tomba KV38.

La tomba KV20 era conosciuta fin dall’antichità e venne esaminata durante la spedizione napoleonica del 1799. Belzoni la visitò nel 1817 e più tardi James Burton iniziò a liberarla dai detriti ma dovette desistere perché le pareti non offrivano alcuna sicurezza oltre al fatto che la scarsità d’ossigeno ben presto spegneva le candele. Karl Richard Lepsius, nella sua campagna di scavi nel 1844-45, effettuò alcuni rilievi e stese una mappatura. Sarà solo nel 1903-04, dopo due anni di duro lavoro, che venne completamente liberata da Howard Carter, che lavorava per conto di Theodore Davis, il quale ebbe a dire

<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >>  ( Howard Carter).

All’interno Carter trovò vasi di pietra e ceramiche in frantumi, due vasi appartenuti alla regina Ahmose Nefertari, su uno era scritto “[lo fece] come monumento a suo padre”. Su alcuni pezzi di vasi stranamente compariva il nome reale di Hatshepsut, “Maatkare”, prima che lei stessa diventasse re.

All’interno della camera sepolcrale, Carter rinvenne due sarcofagi, quello di  Hatshepsut, splendidamente intagliato, “fu scoperto aperto senza alcun segno di un corpo, e con il coperchio che giaceva scartato sul pavimento” ed una cassa canopica di quarzite gialla abbinata, oggi custoditi al Museo Egizio del Cairo. L’altro sarcofago si trovava riverso su un lato ed il coperchio, intatto, era appoggiato al muro. Poiché Theodore M. Davis aveva sostenuto le spese per la campagna, il sarcofago gli venne dato in compenso e Davis lo donò al Museum of Fine Arts di Boston.

Sul sarcofago compare inciso il nome del “re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare Hatshepsut”. La regina però se ne fece fare uno nuovo per sé usando il primo per suo padre, Thutmose I. E’ evidente il lavoro degli scalpellini che, stuccata la scritta di Hatshepsut, reincisero nome e titoli di Thuthmose I.

In un testo inciso sul sarcofago compare la generosità di Hatshepsut verso suo padre:

<<…….lunga vita alla femmina di Horus…….Il re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare, il figlio di Re, Hatshepsut-Khnemet-Amun! Possa vivere per sempre! Lo fece come monumento a suo padre che amava, il Buon Dio, Signore delle Due Terre, Aakheperkare, il figlio di Re, Thutmosis il giustificato…….>>.

Da alcuni indizi emersi dopo una attenta analisi del sarcofago di Thutmose I pare che, al momento della traslazione del feretro del sovrano, gli addetti si siano accorti che era troppo lungo per cui si rese necessario assottigliare le pareti del sarcofago.

La tomba KV38 fu violata durante la XX dinastia, il coperchio del sarcofago venne rotto e tutti i gioielli e gli oggetti della tomba furono rubati. Il sarcofago di Thutmose I venne in seguito riutilizzato da un faraone della XXI dinastia. La mummia di Thutmose I non è mai stata ritrovata, nella cachette di Deir el-Bahri, tra le varie mummie etichettate ve ne sono di prive di nome, Gaston Maspero, credeva che la mummia non etichettata 5283 fosse quella di Thutmose I e dopo successive indagini emerse che questa era effettivamente una mummia della XVIII dinastia.

La mummia è conservata presso il Museo Egizio del Cairo dove è stata ulteriormente studiata, finché nel 2007, Zahi Hawass ha annunciato che la mummia appartiene ad un uomo di 30 anni morto per una freccia al petto, secondo gli esperti non poteva essere il re Thutmose I.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Virgilio Ortega, “Egittomania – L’affascinante mondo dell’Antico Egitto II”, De Agostini, 1999
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Alessandro Bongioanni, “Luxor e la Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • AlegsaOnline.com
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AMENHOTEP  I  (O AMENOPHIS I)

Di Piero Cargnino

Amenhotep (o Amenophis o Amenofi) era figlio di Ahmose I e di Ahmose Nefertari e successe al padre. In realtà non sarebbe stato lui l’erede designato ma il fratello maggiore Ahmose Ankh, secondo alcuni addirittura Ahmose Sipair (Pare che Ahmose Sipair fosse figlio di Seqenenra Ta’o).

Amenhotep sposò la sorella Ahmose Meritamon la quale poteva vantare i titoli di “Figlia del re”, “Sorella del re” e “Grande Sposa Reale”. Secondo alcuni ebbe un figlio, Amenhemat, che però morì molto giovane. (Alcune fonti però negano questa paternità).

Amenhotep divenne faraone ancora bambino ed in sua vece il trono venne retto dalla madre Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari). E’ possibile datare  con sufficiente precisione il suo regno (ed anche quelli dei prossimi successori) grazie a quanto riportato sul retro del “Papiro medico Ebers” dove viene citato che nel nono anno di regno  di Amenhotep si tenne la: <<…..festa dell’anno nuovo, terzo mese di Shemu, nono giorno, levarsi di Sodpu (Sirio)……>>.

Amenhotep I dette grande impulso all’attività edilizia soprattutto ricostruendo le città che furono alleate di Tebe durante le guerre contro gli Hyksos. A tale scopo vennero riattivate le cave del Gebel Silsila e di Serabit el-Khadim nel Sinai, inattive fin dalla XII dinastia.

Fu Amenhotep I ad iniziare la costruzione del villaggio di Deir el-Medina destinato agli operai impiegati nella maggior parte della produzione artistica che lavoravano alla realizzazione delle tombe per le sepolture dei futuri sovrani e nobili della necropoli di Tebe, ed in seguito nelle tombe reali nella Valle dei Re. Per questo lui e la madre Ahmes Nefertari divennero oggetto di divinizzazione e di culto nell’intero villaggio.

Le iscrizioni rinvenute nelle già citate tombe dei capi militari Ahmes figlio di Abana e di Ahmes Pennekhebet, che avevano già combattuto con il faraone Ahmose, ci forniscono informazioni circa le campagne militari intraprese da Amenhotep I verso la Nubia, non sono citate spedizioni in Asia.

In Nubia però  Amenhotep I ci andò giù pesante, agli egiziani non andava di certo a genio che i nubiani avessero approfittato del dominio Hyksos per aggredirli alle spalle e questa gliela fecero pagare cara. Amenhotep I avanzò con le sue truppe fino a Gebel Barkal, presso la quarta cateratta assumendo così il controllo delle piste carovaniere che da sud attraversavano il deserto. Ma non si fermò li, nel settimo anno di regno la Nubia era interamente sotto il controllo di un governatore tebano, il “figlio del re di Kush”, titolo che veniva assegnato ad un principe reale.

In una seconda campagna militare Amenhotep I riprese il controllo delle oasi del deserto reinserendole all’interno dello stato sotto il controllo di un “sovrintendente delle oasi”.

Fu durante il suo regno che venne scritta la versione definitiva del “Libro dell’Amduat”, uno dei più importanti testi funerari, che però troviamo in versione completa solo nelle tombe di Thutmose I (KV38), Thutmose III (KV34) e di Amenhotep II (KV35). Alcuni testi raccontano che Amenhotep I si sia associato al trono il figlio Amenemhat, ancora giovanissimo, poco prima che questi morisse.

Forse a causa della morte del figlio pare che nominò coreggente  una figura importante dell’esercito che poi gli succederà al trono, Thutmose, anche se non si sa se esistesse una relazione di parentela tra i due. Alcuni ipotizzano che Thutmose potrebbe esser figlio di Ahmose-Sipair, anch’egli deceduto.

Che vi sia stata un coreggenza tra Amenhotep I e Thutmose I parrebbe testimoniata dalla presenza, presso il terzo pilone del tempio di Karnak, di un cartiglio dove i due compaiono accanto su una barca rituale. Parliamo sempre al condizionale in quanto le evidenze archeologiche sono troppo scarse e non permettono una conclusione certa.

Amenhotep I regnò circa vent’anni ed alla sua morte, intorno al 1506 a.C., venne divinizzato e, come detto sopra, fu oggetto di culto, lui e la madre Ahmes Nefertari in modo particolare nel villaggio che fece costruire a Deir el-Medina. Sono molte le statue in cui è raffigurato anche se quasi tutte postume, gran parte di quelle che lo rappresentano sono idoli funerari funzionali al suo culto e provengono da epoche anche molto successive. Le statue a lui coeve sono scarse e da queste si può intravvedere che ricalcano fedelmente gli stilemi del Medio Regno, sarà poi nel prosieguo della XVIII dinastia che avverranno cambiamenti di stile che si possono riscontrare nelle statue di Mentuhotep II e di Sesostri II. 

Dopo la sua morte, Amenhotep I fu ritenuto un dio che proferiva oracoli, le domande che gli venivano poste sono presenti su alcuni ostraka rinvenuti a Deir el-Medina ed il modo in cui sono formulate fanno pensare all’eventualità che, forse con un trucco dei sacerdoti, l’idolo desse cenni di assenso o di diniego. Era venerato sotto tre diversi aspetti divini: “Amenhotep della città”, “ Amenhotep amato da Amon” e “ Amenhotep del cortile esterno”.

Sulla sua sua sepoltura, in particolare per quanto riguarda l’ubicazione della sua tomba esistono alcune incertezze, una riguarda la KV39, nella Valle dei Re, l’altra la AN B situata nel “Cimitero degli Antef” a Dra Abu el-Naga, entrambe vengono attribuite ad Amenhotep I. Di quella di Dra Abu el-Naga, scoperta nel 1914 da Haward Carter, si pensa che avrebbe dovuto accogliere sua madre Ahmose Nefertari ma poiché la regina morì 3 o 5 anni dopo il figlio, sia stata ampliata ed adattata per il figlio.

La mummia di Amenhotep I, rinvenuta nel 1881, si trovava nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove, sotto il regno di Sheshonq I, i sacerdoti di Amon la fecero trasportare, con molte altre, per preservarle dai saccheggiatori ormai così numerosi nella Valle dei Re. La mummia si trova in ottimo stato di conservazione, le bende che la avvolgono sono ricoperte da uno strato di cartonnage di squisita fattura e valore artistico, è l’unica a non essere mai stata sbendata, era ancora così ben conservata che non la toccarono neppure i sacerdoti quando, durante la XXI dinastia, dopo averle portate nella cachette di Deir el-Bahari, restaurarono i bendaggi delle altre antiche mummie reali.

Non la sbendarono neppure gli studiosi anche se prima dell’utilizzo dei raggi X era normale farlo. Dal 3 aprile 2021 la mummia di Amenhotep I con le altre è stata trasferita al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana. 

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997  
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Claude Vandersleyen, “La statue d’Amènophis I (Turin 1372)”, Oriens Antiquus 19 (1980)
  • Sergio Donadoni, “Statue di statue”, Aegyptus 85 (2005)
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995 Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari 1990, ed. Rcs Milano 2004
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA CACCIATA DEGLI HYKSOS (O L’ESODO?)

Di Piero Cargnino

Torniamo ora alla storia, con Ahmose inizia il Nuovo Regno ma se proseguissimo nel racconto della storia che segue senza fare alcune riflessioni trascureremmo forse una parte importante della storia stessa.

Il faraone Ahmose dunque vinse gli Hyksos, li cacciò dall’Egitto e li inseguì fin nel deserto del Negev. L’onta subita dagli egiziani, invasi da un paese straniero, rozzo, sporco e privo di quella civiltà che aveva fatto grande l’Egitto, forse era stata lavata. Abbiamo già esaminato in precedenza il fenomeno Hyksos sotto l’aspetto di invasori, ma siamo sicuri di non aver trascurato un altro fatto importante per la storia tutta, non solo egizia? Il periodo della dominazione degli Hyksos rimane più che mai un periodo oscuro per molteplici ragioni, sono molti i fattori ancora sconosciuti che hanno condizionato quel periodo della storia e sui quali sono state avanzate numerose ipotesi.

Gli Hyksos erano gli ebrei dell’Antico Testamento? Sin dall’antichità il periodo degli Hyksos è stato considerato da molti studiosi, e non solo, come il periodo della permanenza in Egitto degli Ebrei. Poiché penso si possa affermare in tutta tranquillità che gli Hyksos erano popoli di guerrieri, ben armati e ben equipaggiati, non credo che, almeno in un primo momento, potessero avere tra le loro file gli Habiru (il significato del termine è spiegato più avanti) che in quel periodo storico si trovavano probabilmente ancora allo stato di pastori nomadi e predoni nelle terre di Canaan.

Alla luce di quanto detto nei precedenti articoli, che riflettono solo una delle tante ipotesi circa l’invasione degli Hyksos in Egitto, personalmente escluderei che tra gli invasori fossero presenti gli Habiru, perlomeno non in numero significativo.

L’unico supporto di cui si dispone è la versione di Manetone, elaborata dallo storico giudeo del primo secolo, Giuseppe Flavio nella sua opera, più volte citata, “Contro Apione” nella quale asserisce di aver riportato “parola per parola” il racconto di Manetone. Nella prima edizione del secondo libro, Manetone definisce gli Hyksos come “pastori prigionieri” che diventano poi i “Re pastori” nelle due successive edizioni. In questo racconto, secondo Giuseppe Flavio, gli Hyksos furono realmente gli israeliti.

In un secondo racconto, che Giuseppe Flavio definisce però fittizio, Manetone racconta che, mentre gli Hyksos assunsero il dominio dell’Egitto senza battaglia,

<<……un grande gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunse in seguito ad Avaris dalla Palestina e ad essi fu consentito di stabilirsi in città dopo la partenza dei Re pastori…….>>.

Premesso che non credo affatto che gli egiziani abbiano permesso a 80 mila lebbrosi di stabilirsi ad Avaris appena liberata dagli Hyksos, ammesso che li abbiano lasciati entrare, cosa di cui dubito ancora di più, gli avranno assegnato un territorio ben lontano da loro, Gosen?

<<……tutte le anime della casa di Giacobbe che vennero in Egitto furono settanta…….dopo ciò vennero nel paese di Gosen……>> (Gen. 46:26-29).

Gli studiosi moderni, già poco propensi a dare completa fiducia a Manetone, non concordano con le citazioni di Giuseppe Flavio quando associa gli Hyksos agli israeliti. Secondo il racconto biblico, un certo Yusuf, (Giuseppe, figlio di Giacobbe), venduto dai fratelli, giunge come schiavo in Egitto, imprigionato e poi liberato perché interpreta il sogno del faraone, (le sette vacche grasse e le sette vacche magre), il faraone lo nomina Gran Visir (Gen. 41:40, 41)

<<………Tu sarai personalmente sopra la mia casa e tutto il mio popolo ti ubbidirà……….vedi io ti pongo sopra tutto il paese d’Egitto……..>>.

Passato un po’ di tempo Giuseppe fa venire in Egitto la tribù di Giacobbe suo padre al quale il faraone fa assegnare:

<<………il meglio del paese, il paese di Gosen………>>, (Gen. 47:6).

Quanto sopra, ad eccezione della Bibbia, non è documentato in nessuno scritto. La figura del biblico Giuseppe solleva molti dubbi tra gli studiosi che obiettano tra l’altro che mai un faraone egizio avrebbe elevato al rango di visir uno straniero, non egiziano, per di più asiatico. Se però si parte dal presupposto che Giuseppe sia giunto in Egitto durante il dominio degli Hyksos e si fosse integrato con il tempo, il fatto che a nominarlo visir sia stato un faraone Hyksos la cosa può apparire più accettabile.

Prescindendo dalla Bibbia, storici e professori di teologia si sono sempre chiesti come fosse possibile che in un paese come l’Egitto non sia mai stata fatta menzione di un personaggio come Giuseppe che, in qualità di Gran Visir, era l’uomo più potente dopo il faraone. E’ interessante sapere che:

<<……….la verdeggiante oasi del Fayyum, dove crescono rigogliosi fiori e frutti stupendi ……..il Fayyum va debitore di questo al canale lungo 334 km che conduce l’acqua del Nilo………il nome di questo antichissimo acquedotto, conosciuto non solo dai fellahin ma da tutto l’Egitto è “Bar Yusuf”, (canale di Giuseppe)………>>, (Werner Keller).

Si potrebbe obiettare che questo non è significativo, il nome Yusuf e un nome arabo, derivazione dall’ebraico Yoseph (Giuseppe) e come tale potrebbe essere stato assegnato molto dopo.

Ritornando a Manetone ed a quel “gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunti ad Avaris dalla Palestina” viene da pensare che forse non si trattava ne di lebbrosi ne di malati, ne tanto meno di 80 mila ma semplicemente di quei settanta Habiru, di cui parla la Bibbia, che per sfuggire anch’essi ad una probabile carestia, giunsero in Egitto tollerati dagli Hyksos. Habiru (anche Kabiru, Hapirù, Apiru, Habiri) è un termine di origine accadico babilonese con il quale, nel II millenio a.C., veniva identificato un popolo – non popolo, disperso tra i due fiumi dall’Eufrate al Nilo, nomadi ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta mercenari, sono ricordati in monumenti Egizi ed in tavolette mesopotamiche. Il termine Habiru viene da alcuni associato per assonanza all’antico “ibri” (ebrei) anche se parlare di assonanza tra nomi oggetto di traduzioni, spesso soggettive, non mi pare appropriato.

Va aggiunto inoltre che l’arrivo degli Habiru in Egitto non può che essere successivo a quello degli Hyksos, la Bibbia ci racconta che quando Giuseppe entrò nelle grazie del faraone questi: <<……lo fece montare sul secondo carro d’onore……>> (Gen. 41:43), ma prima dell’arrivo degli Hyksos gli egiziani non conoscevano il carro ne i cavalli. Se gli Ebrei arrivarono veramente in Egitto fu sicuramente in un secondo tempo.

Restando ciascuno con le proprie convinzioni circa l’arrivo e la cacciata degli Habiru (ebrei) dall’Egitto vediamo di analizzare una delle tante ipotesi circa l’Esodo (le altre le vedremo quando parleremo di Akheneton e poi di Ramses II). La cacciata degli Hyksos coinciderebbe con l’esodo? Questa ed altre domande hanno fatto scorrere fiumi d’inchiostro e le risposte degli studiosi sono molto controverse, prove concrete non ne esistono o quasi e la letteratura trova ampio spazio per far correre la fantasia.

Ad un certo punto la Bibbia racconta che:

<<……. Giuseppe morì e anche tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione……>> (Esodo 1:6).

Con la morte di Giuseppe e dei suoi figli la vita di coloro che stavano in Egitto non cambiò di molto. Il libro dell’Esodo ci presenta un quadro più che confortante per quelli che continuarono a vivere in Egitto.

<<………e i figli di Israele divennero fecondi e sciamavano……..continuarono a moltiplicarsi e a divenire potenti………>> (Es. 1:7),

finché non sorse un nuovo faraone che non aveva conosciuto Giuseppe. Il nuovo faraone, preoccupato perché gli  Habiru diventavano sempre più numerosi, li avrebbe ridotti in schiavitù per costruire Pitom e Pi-Ramses (Esodo 1:11), cosa che porrebbe quindi l’Esodo all’epoca di Ramses I o poco dopo.

Sono molte le indicazioni storico-archeologiche che contraddicono questa ipotesi, vediamole, Pitom, la “casa di Atum”, dal greco “Hοώων πόλις, era un’antica città egizia che si trovava nel Delta orientale del Nilo in quella zona detta dei Laghi Amari. Mentre Pi-Ramses venne costruita sotto Ramses I,  Pitom non la costruirono gli ebrei, la città venne costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I, non subì modifiche di alcun genere ne sotto Ramses I ne sotto il suo successore Seti I, venne solo ampliata, ma di poco, sotto Ramses II.

Torniamo ad Ahmose che scaccia gli Hyksos e con essi gli Habiru dall’Egitto, ma chi scaccia in realtà? Pensiamoci bene, come detto in precedenza, se gli ebrei giunsero in Egitto con gli Hyksos, o poco dopo, vi giunsero intorno al 1720-1750 a.C., e furono cacciati intorno al 1530 a.C., la loro permanenza fu quindi di 190 anni, non i 400 citati nella Bibbia (Gen. 15:13). Quasi due secoli di convivenza tra asiatici ed egiziani sicuramente influirono sulle reciproche relazioni, l’integrazione degli occupanti con gli autoctoni, matrimoni misti, relazioni di lavoro comune, amicizie, interessi, ecc. contribuirono certamente a creare un amalgama dal quale diventava difficile stabilire chi erano gli uni e chi gli altri. E’ una cosa che si è sempre verificata in ogni civiltà dove gli occupanti si sono fermati stabilmente. Quindi Ahmose scaccia tutti quelli che potevano essere identificati come nemici. I guerrieri, i comandanti, la corte ed i nobili più coinvolti, non credo però che abbia praticato una pulizia etnica anche perché, per le ragioni esposte sopra, sarebbe stato impossibile.

Dunque è lecito pensare che molti asiatici,  ormai integrati, siano rimasti in Egitto. E’ ragionevole pensare che quelli del popolo che erano stati maggiormente “collaborazionisti” degli Hyksos anziché essere espulsi siano stati ridotti in schiavitù e costretti ai lavori forzati ma il resto del popolo non venne toccato. A questo punto si può pensare che un gruppo sparuto di coloro che furono espulsi, non certo quanti dice la Bibbia:

<<……..i figli d’Israele partivano da Rameses per Succot in numero di seicentomila uomini……..>> (Es. 12:37),

unito da qualche particolare interesse, magari anche religioso, sotto la guida di un capo, che si potrebbe configurare con il biblico Mosè, si sia diretto verso sud entrando nella penisola del Sinai, un territorio quasi del tutto desertico e tremendamente inospitale, quale ragione li spinse a dirigersi in quel deserto rimane un mistero. Quello che non si dice è, che se leggiamo bene la Bibbia, troviamo che gli eventuali seguaci di Giuseppe e Giacobbe non furono mai monoteisti puri, in Egitto onoravano una moltitudine di dei e questo ce lo conferma la Bibbia stessa:

<<……..e ora temete Yahweh e servitelo senza difetto…….e rimuovete gli dei che i vostri antenati servirono dall’altra parte del fiume e in Egitto…….>>. (Gios. 24:14).

Gli ebrei non adoravano il dio di Abramo, dalla lettura della Bibbia apprendiamo che si parla sempre del dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, non viene mai fatta menzione che il popolo fosse coinvolto in modo diretto. Sicuramente molti di loro avevano adottato gli dei egizi, tra questi uno in particolare Aton, il Sole che loro probabilmente chiamarono Adonai (forma plurale di Adon) o “Elohim”. Siamo soliti abbinare il dio Aton con il faraone Akhenaton anche se già in precedenza il culto di Aton era assurto a maggior livello. Ma di questo parleremo più avanti.

Le ipotesi circa l’esodo sono molte, passiamo ad un’altra.

Alcuni studiosi affermano che l’esodo in se potrebbe non essere avvenuto nel modo tradizionalmente inteso ma potrebbe riferirsi, secondo l’orientalista Mario Liverani, a quello che è stato chiamato “codice motorio”, infatti, l’espressione “esodo” (shè’t) e altre forme (vasha “uscire”), rientrano in tale definizione, ovvero all’uso di metafore legate al movimento usate per indicare il mutamento di appartenenza politica di una determinata regione o etnia da un dominio ad un altro o alla libertà. Al di là della cacciata degli Hyksos, per gli ebrei “uscire dall’Egitto” potrebbe aver semplicemente significato la “fine della dominazione egiziana sulla Palestina”, cosa effettivamente avvenuta nel passaggio dal Tardo Bronzo, quando la Palestina era sotto il dominio egiziano, e la prima età del ferro, quando, con l’invasione dei “Popoli del Mare”, i grandi imperi caddero in crisi e la Palestina raggiunse l’autonomia. Il termine “codice motorio” perse il suo significato verso la fine dell’VIII secolo a.C. quando la pratica assira di deportare i popoli vinti si diffuse presso altri popoli.

A questo punto però decido di fermarmi in quanto non vorrei farmi interprete di una o dell’altra ipotesi né confermare o smentire supposizioni di studiosi immensamente più competenti di me. Voglio solo citare il Prof. Francesco Lamendola che nel suo articolo del 2009 sul sito di “Arianna editrice” circa i fatti relativi all’esodo scrive:

<< Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo…….. noi non sappiamo quando sarebbe avvenuto. Non è che ignoriamo il momento preciso: ignoriamo tutto; ignoriamo i nomi dei faraoni che vi sarebbero stati coinvolti; ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti; ignoriamo perfino se davvero vi era un popolo ebreo in Egitto, e, a maggior ragione, se esso vi fosse tenuto in condizioni di schiavitù. >>. Secondo Lamendola, quando si parla dell’antico Israele bisognerebbe tenere lo stesso atteggiamento spassionato e obiettivo di quando si parla di altri popoli evitando di mescolare il piano teologico con quello storico, <<……..ciò eviterebbe di fare della cattiva storia e, soprattutto, della pessima teologia………>>. 

Fonti e bibliografia:

  • Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
  • Francesco Lamendola, “Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo”, art. del 2009 sul sito di “Arianna editrice”
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Gianpiero Lovelli, “L’Esodo degli Ebrei: mito o evento storico?” Su “Storie di Storia” 16 marzo 2017
  • Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Alessandro De Angelis e Andrea Di Leonardo, “Exodus. Dagli Hyksos a Mosè: analisi storica sull’Esodo biblico”, Altera Veritas, 2016
  • Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
  • Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
  • Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”. Torino: Ananke, 2006
  • Marco Crestani, “Hyksos, un mistero svelato”, In Storia, (rivista on line), 2009
  • Israel Finkelstein, Neil A. Silberman. “Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito”, Carocci, 2002)
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA REGINA AHMOSE NEFERTARI  (O AHMES NEFERTARI)

Di Piero Cargnino

Abbiamo parlato di Ahmose I, mi pare quindi doveroso a questo punto fare una breve digressione dal discorso principale per parlare di una delle donne più influenti della XVIII dinastia, la regina Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari), la Grande Sposa Reale di Ahmose I, entrambi figli di Seqenenra Ta’o e della  Grande Sposa Reale Iahhotep (o Ahhotep I).

La coppia reale ebbe cinque  figli i cui nomi denunciano una scarsa fantasia da parte dei genitori, tre maschi: Ahmose Ankh, rappresentato con la madre su una stele trovata a Karnak, Ahmose Siamon la cui mummia è stata ritrovata nella cachette di Deir el-Bahari, Amenofi che succederà al padre sul trono, e due femmine: Ahmose Meritamon che sposerà il fraello  Amenofi I divenendo la “Grande Sposa Reale”, Ahmose Sitamon che verrà anche lei trovata nella cachette di Deir el-Bahari.

Non è certo se fossero anche figli di Ahmose I e di Ahmose Nefertari  il principe Ramose la cui statua si trova oggi al Museo di Liverpool e Mutnofret che andrà sposa a Thutmose I.

La regina Ahmes Nefertari poteva vantare numerosi titoli nobiliari: “Principessa ereditaria”, “Grande di Grazia”, “Grande di lodi”, “Madre del re”, “grande sposa reale”, “Sposa del dio”, “Unita alla Corona bianca”, “figlia del re”, “Sposa del dio”, “figlia del re” ed in seguito acquisì anche quello di “Dea di Resurrezione”. Tutti questi titoli davano alla regina un ruolo di primaria importanza nell’ambito della religione.

Quando nel suo diciottesimo (o ventiduesimo) anno di regno, Ahmose assunse anche la carica di “Secondo Profeta di Amon”, dotò la propria moglie  Ahmes Nefertari di terre, beni e amministratori che la seguivano; In un secondo tempo conferì la carica alla regina attribuendole anche il titolo di “Divina Sposa di Amon” e di “Divina Cantatrice di Amon”. Non si può certo dire che Ahmose I non amasse la moglie.

Con tutti quei titoli che poteva vantare  Ahmes Nefertari era divenuta la  responsabile di tutte le proprietà templari e dei relativi tesori, botteghe e amministrazioni. Creò le “Divine Spose di Amon” dotandole di un immenso patrimonio in terre, granai, scribi, artigiani, contadini compresi gli amministratori. Su di una stele dove si commemora l’investitura della regina a “Secondo Profeta di Amon” essa compare in compagnia del fratello suo e di suo marito, il principe Ahmose Sipair che però morì prima di salire al trono.

Alla morte di Ahmose I svolse il ruolo di reggente per il figlio Amenofi I, il suo nome compare su molti monumenti a Sais e a Tura. Quando si spense, un anno dopo il figlio Amenofi I (secondo alcuni cinque anni dopo), venne divinizzata e adorata a Tebe e a Deir el-Medina e fu oggetto di tributo speciale da parte degli operai che vivevano nel villaggio. Il culto della regina Ahmose Nefertari continuò fino all’inizio del I millennio a.C., basti pensare che la regina, chiamata “Signora del Cielo e dell’Occidente”, compare dipinta in oltre 50 tombe private e 80 monumenti. Venne, con ogni probabilità sepolta nella necropoli di Dra Abu el-Naga dove fu trovato anche un suo tempio funerario.

Forse anche la sua mummia venne inumata nella cachette di Deir el-Bahari dove nel 1881 fu trovata una mummia senza nome che non presentava particolari dettagli identificativi, questa venne attribuita ad Ahmose Nefertari anche se la sua identità è molto dibattuta. Nel 1885 l’egittologo Emile Brugsch la sbendò ma il fetore che emanava era tale per cui Brugsch la fece nuovamente inumare sotto il Museo del Cairo. Alcuni anni dopo venne esaminata dall’anatomista G. Elliot Smith, le cui conclusioni furono che si trattava di una donna sulla settantina, alta 1 metro e 61 centimetri, quasi calva e mancante di una mano, sicuramente asportata dai profanatori per recuperare gli anelli. Esaminata a fondo si può dire che, anche qualora non si tratti di Ahmose Nefertari, si tratta ugualmente di una nobildonna del suo periodo.

Fonti e bibliografia:

  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 2005  
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AHMOSE E LA CACCIATA DEGLI HYKSOS

Di Piero Cargnino

Raggiunta la maggiore età, Ahmose sale al trono divenendo a tutti gli effetti il primo faraone della XVIII dinastia.

Pur essendo uno dei faraoni più importanti, di lui conosciamo ben poco e quello che conosciamo ci è pervenuto dalle iscrizioni presenti nelle tombe di due suoi soldati, probabilmente generali del suo esercito, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekhebet.

Intorno alla sua figura regna una certa confusione creata da Giuseppe Flavio il quale traducendo Manetone riferisce che a cacciare gli Hyksos fu un re di nome Misphragmuthosis salvo poi trasformarne il nome in Tethmosis inducendo erroneamente a pensare alla figura di Thutmose.

Manetone gli assegna 25 anni di regno che paiono confermati da un graffito rinvenuto nelle cave di Maasara che riporta il 22° anno di Ahmose.

Salito al trono, dopo la reggenza della madre, Ahmose riprese subito le ostilità e col suo esercito marciò su Avaris dove in luogo di Apophis ora governava il sovrano Hyksos Khamudi. Khamudi è l’unico sovrano della XV dinastia a comparire nel Canone Reale, alla riga 10 colonna 20, di lui sono noti anche due sigilli scarabei, entrambi provenienti da Gerico.

Un altro sigillo, forse proveniente da Byblos, porta un’incisione che parrebbe “Khamudi”. Di parere contrario Kim Ryholt secondo il quale l’incisione va letta “Kandy” riferito ad un re sconosciuto.

Dalle iscrizioni ritrovate nelle tombe sopra citate, si apprende che Ahmose si scagliò subito contro Menfi ed Eliopoli che riconquistò senza quasi combattere. Poi puntò a nord verso Avaris, qui non fu necessario porvi l’assedio in quanto gli occupanti si arresero senza che ci fossero combattimenti.

La presa di Avaris sarebbe avvenuta intorno all’undicesimo anno di regna di Khamudi (circa 1530 a.C.). Ma questo ad Ahmose non era sufficiente, il grave insulto all’onore e all’integrità dell’Egitto dovuto all’occupazione Hyksos bruciava troppo e l’unico modo per il completo riscatto, e per evitarne il ripetersi in futuro, richiedeva di estendere il controllo da parte dell’Egitto sugli asiatici del nord e dell’est.

Cacciati gli occupanti di Avaris, e “tutti” gli Hyksos presenti in Egitto, Ahmose passò il confine inseguendo le altre guarnigioni in rotta. (Ho scritto “tutti” tra virgolette, la ragione la vedremo in un momento successivo). Ultima roccaforte nella quale si rinchiusero gli Hyksos fu l’antica città di Sharuhen nel deserto del Negev. Dopo un assedio durato tre anni, l’esercito di Ahmose conquistò la città e la fece radere al suolo. L’intento di controllare l’area siro-palestinese per bloccare eventuali tentativi di nuove infiltrazioni da parte di genti semite, portò l’Egitto a scontri con i regni Mitanni ed Ittita.

Nella città di Avaris Ahmose fece costruire diversi palazzi la cui decorazione pittorica, ritrovata frammentata, si presenta stranamente eseguita con tecnica e colori  del tutto estranei alla tradizione egiziana, ricordano quelli del palazzo di Cnosso. Ma per completare l’opera occorreva anche dare una lezione ai nubiani che con gli Hyksos si erano alleati contro l’Egitto riconquistando la Nubia. Senza ulteriori indugi Ahmose si rivolse a sud ed in breve si riprese la Nubia.

La riunificazione dell’Egitto era ora completa ma per mantenerla sicura dovette ricorrere a sedare le ribellioni nel regno di Kush dove, in seguito a tre campagne militari, raggiunse l’isola di Sai, tra la seconda e la terza cateratta, delle quali assunse il controllo nominando un governatore con il titolo di “Figlio del re di Kush”, carica ricoperta da un principe reale. Pare inoltre che verso la fine del suo regno abbia inviato una spedizione punitiva anche in Fenicia.

Con Ahmose, il cui potere passa ora da “re-dio” a “re-generale”, si accentuò il contrasto interno con il clero il cui “Primo Profeta di Amon” aspirava ad assumere “de facto” il controllo dello Stato ma questo sarà un problema che vedremo in seguito.

Inizia con Ahmose I il Nuovo Regno che durerà circa 500 anni e comprenderà la dinastie dalla XVIII alla XX, secondo Manetone, e sarà il momento della massima espansione dell’influenza egizia tanto da indurre spesso a chiamarlo impero. Periodo nel quale assisteremo alla più grande riforma religiosa mai riscontrata in Egitto ad opera del faraone eretico Akhenaton, ma questa è storia che affronteremo in seguito.

Ahmose si fece edificare una “piramide” ad Abido, l’ho messa tra virgolette in quanto non si tratta di una vera piramide bensì di un cenotafio che, nonostante presenti un lato di circa 53 metri ed un’altezza, in origine, di circa 40 metri, è stata realizzata con sabbia e detriti litici poi ricoperti con pietra calcarea per renderla più stabile. Non contiene alcuna camera funeraria o corridoi a conferma della sua natura di semplice cenotafio. Oggi si presenta come una collina di detriti alta una decina di metri.

Il sarcofago di Ahmose, contenente la sua mummia, venne ritrovato nella famosa cachette di Deir el-Bahari dove fu nascosta con molte altre per preservarle dalle violazioni, oggi sono conservati al Museo di Luxor. L’esame della mummia ha rivelato che il sovrano deve essere deceduto fra i trenta ed i quaranta anni.

Come abbiamo detto sopra Ahmose cacciò gli Hyksos dall’Egitto, (tutti?), questo lo andremo a vedere nel seguito analizzando come l’evento viene trattato dagli studiosi cercando di districarci fra le numerose, e spesso contrastanti, ipotesi che in proposito sono state avanzate.

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio, XVII Dinastia

IAHHOTEP (O AHHOTEP I)

LA SPOSA DI SEQENENRA TA’O E IL FIGLIO  KAMOSE

Di Piero Cargnino

Alla morte di Seqenenra Ta’o a Tebe rimane la sua Sposa Reale Iahhotep (o Ahhotep I), (Iah è contento, Iah era il nome attribuito alla dea luna).

Figlia del faraone Senekhtenra e della Grande Sposa reale Tetisheri, visse a Tebe e andò sposa al proprio fratello Seqenenra Ta’o, (colui che accresce il coraggio grazie alla luce divina), ottenendo vari titoli tra cui: “Grande sposa Reale”, “Unita al Portatore della Corona Bianca”, (khnemet nefer hedjet) oltre a quello di “Madre del re”, (mwt niswt), riportato sul suo sarcofago trovato a Deir el-Bahari.

Iahhotep rimase vedova con i due figli Kamose e Ahmose ai quali trasmise la volontà di continuare nell’opera iniziata del padre. A Seqenenra Ta’o successe il figlio Kamose che regnò per tre o cinque anni.

Una curiosità, con Kamose iniziano i nomi teofori che comprendono un glifo che rappresenta le corna del toro lunare, alcuni studiosi ritengono che l’immagine sia di origine semita.

Indipendentemente dalla durata il suo regno assume una notevole importanza per le fondamentali iniziative militari che egli intraprese contro gli Hyksos che erano giunti ormai a governare la maggior parte del Paese.

Di questo ce ne parla la “Tavoletta Carnarvon”, uno dei due frammenti di una stele di legno di grandi dimensioni ritrovata nel 1909 nella tomba n. 9 a Tebe da Howard Carter che lavorava per lord Carnarvon. Le tavolette sono interamente scritte in ieratico e riportano parti del resoconto delle campagne militari di Kamose. Quanto riportato nelle tavolette ci fornisce un quadro sufficientemente esaustivo circa le varie campagne di questo sovrano.

Kamose vuole liberare l’Egitto una volta per tutte per riportarlo al suo antico splendore:

<<……… Sua Maestà radunò nel palazzo il consiglio dei nobili al suo seguito e cosi parlò: “Io vorrei sapere a cosa serve questa mia forza, quando un sovrano siede ad Avaris ed un altro a Kush ed io siedo sul trono insieme a un asiatico e a un nubiano, ciascuno in possesso della sua fetta d’Egitto e io non posso andare a Menfi senza passare davanti a loro”…….>>,

ma i suoi ministri sono contrari a denunciare i trattati stipulati con i sovrani Hyksos ricordando i vantaggi dello status quo:

<<………Guarda, tutti sono fedeli fino a Qir. Noi siamo tranquilli nella nostra parte di Egitto. Elefantina è potente, e la parte centrale (delle terre) ci è fedele fino a Qir. Gli uomini conservano per noi il meglio delle loro terre. Le nostre mandrie pascolano nelle paludi dei papiri. Il grano è disponibile per i nostri maiali. Le nostre mandrie non vengono rubate……..>>.

Kamose però è irremovibile:

<<………Nessuno può riposarsi quando viene spogliato dalle tasse dell’asiatico. Io voglio sollevarmi contro di lui e io spero di aprire il suo ventre. La mia speranza è di liberare l’Egitto e scacciare l’asiatico……….>>.

Kamose iniziò subito una campagna militare scagliandosi a nord, contro Neferusy, nei pressi di Ermopoli dove regnava Teti, governante egizio, vassallo degli Hyksos. La “Tavoletta Carnarvon” racconta che  Kamose vi giunse verso sera ma rimandò l’attacco all’indomani:

<<…….appena fu chiaro, mi abbattei su di lui come un falco. E quando giunse l’ora di profumarsi la bocca, lo sconfissi, rasi al suolo le sue mura, uccisi la sua gente e ordinai che sua moglie scendesse sulla riva del fiume…….>>.

Secondo gli studiosi a questo punto gli Hyksos sentono traballare il loro regno quindi sobillano i nubiani alla rivolta in modo da creare un doppio fronte a sud, ma, mentre Kamose avanza vittoriosamente verso nord, sua madre Iahhotep si preoccupa di rafforzare la frontiera a sud, a Elefantina.

Nel secondo anno, Kamose si diresse a sud, verso la terra di Kush governata da un alleato di Apopis. I nubiani vengono sconfitti e l’alleanza con gli Hyksos naufraga. Di questa spedizione ci è giunta una relazione scritta su di una stele commemorativa ritrovata a Buhen. Ulteriori testi che ci sono pervenuti riportano che nel terzo anno di guerra Kamose giunse fino al Delta. Kamose è ormai vicino alla fortezza di Avari e schernisce l’avversario con vanterie e minacce:

<<……..Il tuo cuore è spezzato, vile asiatico, tu che solevi dire: Io sono il padrone e non c’è nessuno che mi sia pari da Khmun e Pi-Hathor fino ad Avari………>>.

L’avanzata vittoriosa di Kamose stranamente si arresta in vista della capitale degli Hyksos, Avaris. La stele si conclude con il racconto del trionfale ritorno di Kamose nella capitale, acclamato da una popolazione in preda a una gioia quasi isterica. Ma di li a poco Kamose esce di scena, forse anche lui morì in battaglia.

Essendo Ahmose ancora troppo piccolo per agire, Iahhotep assume il potere come reggente su un territorio ora decisamente più vasto e continuò la lotta contro gli Hyksos finché Ahmose non ebbe l’età adatta per regnare da solo.

Una stele di Ahmose, nel tempio di Karnak, evidenzia il difficile ruolo che dovette affrontare la regina per riaccendere gli entusiasmi vacillanti di coloro che non erano d’accordo di proseguire la lotta. Comportandosi da vero faraone prese la decisione e governò l’Egitto con fermezza. Recita la stele:

<<……..Cantate le lodi della Signora delle rive delle lontane contrade……….lei che governa le moltitudini, lei che si prende cura dell’Egitto……….lei che ha pacificato l’Alto Egitto e sottomesso i ribelli………>>.

Da queste parole si può dedurre che Iahhotep abbia dovuto far fronte ad un tentativo di rivolta al sud comportandosi da vero capo militare. Durante il suo regno Kamose cambiò il nome per tre volte, cosa che indusse gli archeologi a credere che i sovrani fossero stati tre. L’ipotesi decadde quando si apprese, dalla relazione degli ispettori alle tombe inviati da Ramesse IX nella necropoli di Dra Abu el-Naga, riportata nel Papiro Abbott, che esisteva una sola tomba a nome di Kamose e la stessa viene definita:

<<……….. Il sepolcro del Re, il Sole che provvede alla creazione, il figlio del Sole, Kamose, esaminato oggi, era in buono stato……….>>.

Con Kamose finisce la XVII dinastia egizia, siamo all’incirca nel 1550 a.C. e finisce anche il Secondo Periodo Intermedio. A questo faraone va riconosciuto il merito di aver raccolto l’eredità di suo padre, Seqenenra Ta’o ed aver risvegliato l’orgoglio degli antichi faraoni, era un guerriero valoroso, voleva liberare l’Egitto dall’occupazione straniera, ma ci vorrà ancora del tempo. Non vedrà la sua terra libera, il destino non glielo permise, la gloria toccherà a suo fratello Ahmose I, al quale spetterà anche l’onore di inaugurare una nuova dinastia, la XVIII.

LA REGINA GUERRIERA

Kamose morì, forse cingendo d’assedio Avaris, molti studiosi concordano però nel ritenere che alla sua morte il Delta era quasi interamente conquistato al punto che si può parlare già di una prima riunificazione delle Due Terre.

Come abbiamo già accennato il fratello Ahmose era ancora troppo giovane per salire al trono che venne retto dalla madre, la regina Iahhotep (o Ahhotep I), sorella e moglie di Seqenenra Ta’o. Con la stessa indole del marito, animata dal desiderio di liberare l’Egitto e di scacciare gli stranieri, Iahhotep continuò a perseverare incitando il popolo a continuare la lotta, aiutata in questo dalla propria madre, la regina Tetisheri, moglie di Seqenenra Ahmose.

Iahhotep fu una regina tra le più influenti della XVIII dinastia, e per questo una delle più venerate della storia egizia tanto da divenire, dopo la morte, oggetto di un culto speciale. Su una stele rinvenuta a Karnak fatta erigere dal figlio Ahmose I sta scritto:

<< Una regina che si è presa cura dell’Egitto e dei suoi soldati…….che ha riportato indietro i fuggiaschi e che ha riunito i disertori; ha pacificato l’Alto Egitto e ha espulso gli oppressori >>.

Una cosa che lascia perplessi è il fatto che, dopo la morte di Kamose, il sovrano Hyksos regnante, Apophis, non abbia approfittato della lunga pausa nelle operazioni belliche conseguente alla minore età di Ahmose, per tentare di recuperare, almeno in parte, il territorio perduto nelle battaglie con Kamose.

Fino ad allora la capitale dell’Egitto era stata Menfi, “la bilancia delle Due Terre”, ma chi aveva liberato l’Egitto dagli invasori stranieri? Una famiglia di Tebe. Iahhotep tanto fece, vantando i meriti di Uaset, “la città dello scettro uas” nome sacro di Tebe, la “città dalle cento porte” che riuscì a sbalordire persino Omero, che questa divenne da allora la capitale di un Egitto nuovamente libero e padrone del suo destino.

Iahhotep visse fino ad ottant’anni, venerata dalla corte e dal popolo, lei, la liberatrice, l’eroina che aveva infuso all’esercito il coraggio di cacciare l’invasore.

Iahhotep compare nella Stele di Karesh (CG 34003) risalente al decimo anno di regno di Amenofi I, inoltre viene pure citata nella Stele del suo maggiordomo Iuf che fu suo servo (CG 34009). La regina fu sepolta in una tomba a Deir el-Bahari, necropoli a ovest di Tebe.

Durante la primavera del 1859 Mariette trova la camera funeraria di Iahhotep, nel sarcofago di grandi dimensioni viene rappresentata con la parrucca tripartita e un modius, all’interno la mummia è interamente ricoperta da un autentico tesoro, corone, pettorali, monili e onorificenze di ogni tipo.

Alcuni oggetti recano inciso il nome di Kamose, ma sulla maggior parte è inciso il cartiglio di Ahmose, doni fatti dal faraone alla madre. Tra i tanti gioielli, un pugnale con la lama d’oro, una collana in oro e argento con pietre dure, oggetti vari decorati con turchesi e pietre semipreziose, oggetti simbolici in oro. Un pezzo meraviglioso spicca su tutti, si tratta di un braccialetto fatto di perle infilate nell’oro con fasce d’oro, di lapislazzuli, di cornalina e di turchesi. Quando lo si chiudeva, si formava una scritta che celebrava Ahmose come “Dio perfetto, amato da Amon”.

Spiccavano, per il loro significato, tre grosse mosche in oro, (onorificenze militati), con le quali si ricompensavano i soldati che si erano distinti in battaglia. Non si ha notizia che altre regine abbiano ricevuto queste onorificenze militari, le più alte che un faraone potesse dare.

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Henri Stierlin, “L’Or des Pharaons: The Treasure of Queen Ahhotep”, Éd. Pierre Terrail, 1993
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Rosanna Pirelli, “Le regine d’Egitto”, Parigi, White Star, 2008
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
  • Hans Wolfgang Müller, “L’oro dell’antico Egitto, I gioielli della regina Ahhotep”, Ed. Selezione del Reader’s Digest, 2001
  • Gaston Maspero, “Storia generale dell’arte, Egitto, I gioielli della regina Ahhatpou”, Éd. Accetta, 1911
C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

SEQENENRA TA’O

Di Piero Cargnino

Il faraone Seqenenra Ta’o (anche Seqenenra Djehuty-aa O Tao II), soprannominato “Il coraggioso” o “Il valoroso” regnò sulla regione tebana, con tutta probabilità, secondo Kim Ryholt, solo per pochi anni.

Figlio, anche qui ci sta un forse, di Senekhtenra Ahmose e della Grande Sposa Reale Tetisheri generò, con la sua Grande Sposa Reale (e sorella) Iahhotep I, i due sovrani che lo seguiranno, Kamose, che sarà l’ultimo faraone della XVII dinastia e Ahmose che, dopo una breve reggenza da parte di sua madre, sarà il primo faraone della XVIII dinastia. Di Iahhotep parleremo più approfonditamente in seguito in quanto la regina giocò un ruolo non indifferente nella successione a Seqenenra Ta’o.

Seqenenra Ta’o regnava a Tebe e contemporaneamente ad Avaris regnava l’ultimo faraone Hyksos Apopis. Sappiamo per certo che Seqenenra Ta’o fu tutt’altro che un sovrano effimero come i suoi predecessori, egli fu il primo principe egizio che, dopo aver intrattenuto, per un certo periodo, rapporti diplomatici con gli Hyksos dette inizio a quella che sarà poi, con i suoi successori, la guerra di liberazione dagli invasori nella quale rimase ucciso.

Ora c’è da chiedersi come è stato possibile che ad un certo punto, dopo una serie di sovrani uno più imbelle dell’altro, improvvisamente sale al potere uno che decide che è giunta l’ora di ribellarsi. Questo non lo sappiamo e quindi ci rifacciamo a quella che pare essere più una leggenda che non la verità, la apprendiamo, per quanto possibile, dal Papiro Sallier I, del quale rimane solo l’inizio molto frammentario.

In esso è riportata la “Disputa tra Apopi e Seqenenra”, scritto due secoli dopo il regno di Ahmose dove si racconta che il re Hyksos Apophis, nell’intento di provocare il governatore di Tebe Seqenenra, si inventa l’esistenza di uno stagno di ippopotami a Tebe che, a notevole distanza da Avaris, impediva ai suoi abitanti di addormentarsi. Inviò quindi un messaggero a Tebe che riferì a Seqenenra:

<<……..È il re Apophis che mi manda davanti alla tua presenza per dirti: allontana gli ippopotami dallo stagno che è a est della città, perché impediscono loro di dormire giorno e notte. Il rumore che fanno travolge le orecchie della gente della città…….>>.

L’ambasciata ovviamente stupì Seqenenra, vista la distanza che separa Tebe da Avaris, per cui rispose:

<<…….Il tuo padrone ha davvero sentito in quel lontano paese dello stagno che si trova ad est della città meridionale?…….>>, il messaggero rispose in modo molto diplomatico ma chiaro: <<…….Rifletti sul motivo per cui mi viene inviato…….>>.

Non conosciamo l’esito finale del racconto in quanto mancante ma ovviamente una tale provocazione suscitò le ire del sovrano di Tebe di cui possiamo immaginare la reazione. Sicuramente Seqenenra Ta’o reagì contro gli occupanti asiatici e andando oltre il semplice scambio di insulti intraprese azioni belliche contro il suo rivale Hyksos. Nulla ci è dato a sapere circa l’esito della campagna militare di Seqenenra, con ogni probabilità mosse il suo esercito oltre il confine creando un punto da dove poter pianificare l’attacco al nemico, scelse di attestarsi a Deir el-Ballas che costituiva una posizione molto strategica. Qui fece costruire un palazzo fortificato ove alloggiare con la sua famiglia.

Come detto non si sa nulla dei combattimenti anche se pare che, almeno all’inizio ebbero un discreto successo spostando il confine meridionale della zona di influenza dei principi tebani di circa 200 km più a nord fin nei pressi di Cusae.

La campagna finì comunque male per Seqenenra Ta’o che, a giudicare da come è ridotta la sua mummia, non riscosse sicuramente il successo sperato. La sua mummia fu rinvenuta da Gaston Maspero nel 1881 in una delle “Tombe dei Nobili” nel cosidetto “Nascondiglio Reale” della Necropoli Tebana a Deir el-Bahari. I

l nome deriva dal fatto che nell’antichità parecchi faraoni furono traslati in quel nascondiglio in segreto per nasconderli dai predoni che profanavano la Valle dei Re. Una volta sbendata la mummia, apparvero subito evidenti gli impressionanti segni di violenza che deturpano il viso, Maspero descrisse nei dettagli lo stato in cui si trovava:

<< Non si sa se cadde sul campo di battaglia o se fu vittima di qualche complotto; l’aspetto della sua mummia prova che morì di morte violenta intorno ai quarant’anni d’età. Due o tre uomini, assassini oppure soldati, devono averlo accerchiato e ucciso prima che qualcuno potesse soccorrerlo. Un colpo di scure deve aver reciso parte della guancia sinistra, esposto i denti, fratturato la mascella e averlo fatto cadere a terra privo di sensi; un altro colpo deve aver gravemente lesionato il cranio, e un pugnale o giavellotto ha tagliato e aperto la fronte un poco sopra l’occhio. Il suo corpo deve essere rimasto per qualche tempo là dov’era caduto: una volta ritrovato, la decomposizione era già cominciata e la mummificazione dovette essere compiuta in fretta, meglio che si poté >>.

Dopo un accurato esame della ferita sulla fronte, l’egittologo Garry Shaw con un esperto d’armi, conclusero che:

<<……la causa più probabile della morte di Seqenenra Ta’o fu un’esecuzione con un’ascia di fattura Hyksos da parte di un comandante nemico, in seguito a una sconfitta dei tebani sul campo……>>.

Secondo altri Seqenenra Ta’o nella battaglia non morì subito ma rimase solo paralizzato, sarebbe poi stato ucciso nel suo letto dopo mesi di agonia. James E. Harris e Kent Weeks, che negli anni ’60 condussero un’analisi forense, parlano di:

<< Un odore disgustoso e viscido che riempì la stanza nel momento in cui il contenitore in cui la mummia era esibita fu aperto >>.

La causa è probabilmente dovuta alla frettolosa mummificazione che, visto lo stato in cui si trovava il corpo, venne subito fasciata senza essere immersa nel natron. Oggi la mummia si trova presso il nuovo “Museo Nazionale della Civiltà egiziana” al Cairo ed è la peggio conservata. Il paleoradiologo Sahar Saleem, dell’Università del Cairo, tiene a rimarcare che: << Ciò indica che Seqenenra Ta’o era davvero in prima linea con i suoi soldati, rischiando la vita per liberare l’Egitto >> e che: << La morte di Seqenenra ha motivato i suoi successori a continuare la lotta per unificare l’Egitto e dare il via al Nuovo Regno >>.

 

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997

Piero Cargnino.

C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

LA XVII DINASTIA

Da Antef V a Senekhtenra Ahmose

Di Piero Cargnino

Questa dinastia subentra alla effimera XVI dinastia e si compone di principi tebani anche se per un breve periodo continua ad essere vassalla della XV dinastia Hyksos. Manetone parla di sovrani misti, 43 egiziani e 43 Hyksos che regnarono per 151 anni. Ovviamente la lista di Manetone non è del tutto attendibile in quanto non supportata da fonti più o meno accertate. Come già detto il Canone Reale di Torino non riporta dettagli ma solo un totale complessivo ed alcuni nomi compaiono, senza alcun ordine, nella Sala degli Antenati di Karnak. Per quanto ci riguarda noi seguiremo la lista compilata da Jurgen von Beckerath, che concorda con quella di Cimmino, tranne sulla posizione di Antef V, i faraoni sarebbero 14. La sequenza che seguiremo non pretende di essere quella esatta, in assenza di fonti più attendibili; il Canone Reale, in quanto unica lista a riportare tutti i sovrani di questa dinastia nella colonna 11 si presenta molto danneggiato e la ricomposizione dei vari frammenti si presenta difficile per cui la lettura si presta a varie ricostruzioni. Vediamo ora nel seguito i vari faraoni che hanno regnato nella XVII dinastia.

NEBUKHEPERRA INTEF (ANTEF V)

Più semplicemente Antef V è stato il primo sovrano della XVII dinastia. Questa affermazione, che trova concordi von Beckerath e Cimmino, è contestata da molti egittologi secondo i quali il fondatore della dinastia sarebbe Rahotep Sekhemrewakhaw. Secondo Schneider, Rahotep sarebbe invece appartenuto alla tarda XIII dinastia. Antef V è riportato nel Papiro Abbott, risalente al regno di Ramesse IX, che riporta la trascrizione di una indagine sui saccheggi ad alcune tombe reali tra le quali la sua.

Il suo nome non compare in nessuna delle liste note così come nel Canone Reale a causa di una grossa lacuna in corrispondenza della colonna 11, si pensa che la lacuna avesse contenuto almeno cinque nomi.

Non si conosce la durata del suo regno, unica data che lo riguarda si trova in un decreto rinvenuto a Copto ed è quella del terzo anno di regno. Nella collezione del Museo di Leiden è custodito un raro diadema o corona intarsiata, composto da argento con ureo dorato e intarsi in vetro o maiolica, trovato in una tomba a Dra’ Abu el-Naga’ la cui provenienza si presume sia la tomba reale di Nubkheperra Intef , diciamo che si presume poiché il ritrovamento è avvenuto all’alba dell’egittologia quando non era ancora diffusa la pratica della registrazione della provenienza.

RAHOTEP SEKHEMREWAKHAW

Come detto sopra, per alcuni sarebbe lui il fondatore e primo faraone della XVII dinastia ma noi continuiamo a seguire la lista di von Beckerath che lo pone al secondo posto. Troviamo Rahotep su di una stele trovata a Copto dove egli stesso dichiara di aver provveduto al restauro del tempio locale di Min e di aver fatto sostituire i portali con altri nuovi.

Nel tempio di Abidos un’iscrizione esalta il sovrano per aver fatto eseguire i restauri del tempio stesso e di quello dedicato ad Osiride. Il suo cartiglio compare nella Sala degli Antenati di Thutmosi III nella posizione 54 ed in parte anche nel Canone Reale dove è citata la durata del suo regno di 3 anni, mentre una lacuna non presenta i mesi e i giorni.

Troviamo ancora il suo nome sulla stele di un ufficiale e sull’arco di un enigmatico “Figlio di re”. Un tempo si credeva che fosse lui il re che viene nominato nel racconto di epoca ramesside “Khonsuemheb e lo spirito” ma dagli ultimi esami effettuati pare che si tratti di un errore di lettura e che in realtà sia citato il prenomen di Montuhotep II della XI dinastia.

In quanto ai rapporti con i paesi stranieri non si sa nulla a causa dell’intricato accavallarsi, nello stesso periodo, di ben cinque dinastie, l’ultima parte della XIII fino alla XVII. Nulla si sa della sua tomba anche se secondo alcuni sarebbe stato sepolto nella necropoli di Dra’ Abu el-Naga’. Per quanto riguarda la sua famiglia tutto quel che si conosce è che suo figlio sposò una figlia del suo successore Sobekemsaf.

SEKHEMRE WADJKHAW SOBEKEMSAF I

Sekhemre Wadjkhaw, o come viene comunemente chiamato, Sobekemsaf I è il terzo faraone della XVII dinastia. Conosciuto tramite delle iscrizioni che compaiono sulle rocce di Wadi Hammamat nel Deserto orientale e che raccontano di una spedizione mineraria alle cave di roccia compiuta durante il suo regno dove viene citato l’anno 7; questo prova che ci fu una ripresa dell’estrazione di minerali.

Sobekemsaf I compare inoltre in un bel rilievo sulle pareti del Tempio di Monthu a Medamud, da lui fatto restaurare e decorare, mentre compie un’offerta davanti agli dei.

A testimonianza che esercitò il controllo su tutto l’Alto Egitto la sua intensa attività edilizia è stata rilevata, oltre che nella regione tebana, ad Abydos e Elefantina.

Sposato con la regina Nubemhat ebbe un figlio che porta lo stesso nome ed una figlia Sobekemheb che andò sposa di Ameni, figlio del suo predecessore Rahotep. Sobekemsaf I fu sepolto in una tomba nella necropoli di Dra Abu el-Naga, esisteva però il dubbio che la tomba appartenesse ad un altro sovrano dal nome simile, Sobekemsaf Shedtawy ma di quest’ultimo si sa che la sua tomba “fu completamente derubata nell’antichità”, come riportato nel Papiro Abate III 1-7.

Nella tomba di Sobekemsaf I, non è stato trovato il suo prenomen ma, secondo Kim Ryholt, si può comunque assegnare a questo sovrano. La ragione è molto semplice, nella tomba è stato rinvenuto un grande scarabeo a cuore, incastonato in un supporto d’oro contenente il nome di Sobekemsaf’, Ryholt ne dedusse che i ladri di tombe non avrebbero trascurato un oggetto così grande e prezioso se la tomba fosse appartenuta a Sobekemsaf Shedtawy violata.

Ryholt e Dodson attribuirono quindi a Sobekemsaf I anche una cassa in legno per i vasi canopi che riportava il nomen del sovrano. Da quanto sopra descritto, tra sovrani con lo stesso nomen, ma dal prenomen diverso, e la scarsità di riferimenti più precisi si può capire quanto arduo sia il districarsi tra quel poco che si conosce nella maggioranza dei sovrani di questi periodi.

SEKHEMRA  SEMENTAWY  DJEHUTI

Sementawy Djehuti è il quarto faraone della XVII dinastia secondo Jürgen von Beckerath che, con Hans Stock lo identificò con il Sechemra S…… del Canone Reale di Torino. Claude Vandersleyen e Christina Geisen, invece, lo assegnano alla fine della XIII dinastia, mentre Kim Ryholt lo vede come il secondo re della XVI dinastia. Il suo nome del trono, compare come Sekhemra Sementawy nella Lista dei Re di Karnak e, come detto sopra, ma in parte lacunoso, nel Canone Reale come “Sekhemra S…..” nella riga 11 colonna 3.

La sua esistenza è confermata anche dal ritrovamento a Edfu, nel tempio di Horo, di un blocco di pietra raffigurante il faraone Djehuti recante sul capo la corona rossa del Basso Egitto mentre riceve la vita (ankh) da una divinità, oltre ad altri blocchi di pietra che recano il suo nome, un altro blocco, con il suo nome di trono e il suo nome proprio, venne ritrovato a Deir el-Ballas.

Nella necropoli di Dra Abu el-Naga intorno al 1822 è stata rinvenuta una cassa in giunchi per cosmetici forse appartenente alla moglie, la regina Mentuhotep, oggi è custodita al Museo di Berlino. Anche il sarcofago della regina era già conosciuto nel 1832, ma poi è andata perduta e rimangono solo le copie delle iscrizioni.

In tempi più recenti è stata avanzata l’ipotesi che Sementawy Djehuti potrebbe essere appartenuto alla XIII dinastia, ad avvalorare tale ipotesi ci si baserebbe sulla classificazione stilistica delle iscrizioni che compaiono sul sarcofago della moglie. A questo punto, in assenza di certezze, la collocazione del sovrano rimane incerta.

SEANKENRE  MENTHHOTEP  VII

Questo sovrano compare nel Canone Reale in modo frammentario nella riga 11 colonna 4 come “Sewadj…..ra”. E’ conosciuto perché compare sul frammento di una stele trovata a Karnak nella quale compare un’iscrizione riferita ad una vittoria militare dove viene specificato che abbia regnato solo sulla regione tebana. Sono state rinvenute anche due sfingi di Mentuhotep VII a Edfu. Sappiamo inoltre che la sua sposa principale fu Satmut ed uno dei suoi figli si chiamava Herunefer.

Anche qui, a conferma dell’incertezza che regna, Kim Ryholt, a differenza di von Beckerath, assegna questo sovrano alla XVI dinastia.

NEBIRYRAW I  SEWADJENRE 

Il Canone Reale lo riporta alla riga 11 colonna 5 come Nebiriaura e gli assegna 19 anni di regno anche se per altri sarebbero 26.

Conosciuto principalmente dalla cosiddetta “Stele giuridica”, trovata nel 1927 durante il consolidamento della Grande Sala Ipostila di Karnak, che riporta la vendita della carica, ereditaria, di governatore di El-Kab tra il titolare ed un principe della casa reale, e riporta la data del suo: <<……1º anno di regno, ultimo giorno del 4º mese di akhet……>>, oggi al Museo del Cairo (JE 52453).

Sempre al Museo del Cairo (JE 33702) è conservato un pugnale di rame, scoperto da Flinders Petrie alla fine degli anni ’90 dell’ottocento in un cimitero di Hu, che porta il suo nome del trono, Nebiryraw Sewadjenre.

Il sovrano compare anche su una piccola stele, oggi nella collezione egizia di Bonn, insieme alla dea Maat. I vari sigilli di Nebiryraw sono tutti in argilla, al posto della solita steatite, questo ci porta a pensare che durante il suo regno non si siano verificate spedizioni minerarie nel deserto orientale. Due sigilli di Nebiryraw sono stati rinvenuti nella zona di Lisht dove governavano gli Hyksos, verrebbe da pensare che le due dinastie intrattenessero rapporti diplomatici anche se nulla lo prova. Il nome del trono di Nebiryraw compare sul piedistallo di una statuetta bronzea del dio Arpocrate citato come “Il buon dio (Sewadjenre), vero di voce”, con lui vengono citati anche altri nomi reali tra i quali “Ahmose” e “Binpu”.

Penso sia superfluo precisare che la statuetta non è ovviamente contemporanea ma molto più tarda in quanto il culto di Arpocrate fu introdotto in Egitto all’epoca tolemaica, circa 1500 anni dopo.

NEBIRYRAW II

Questo sovrano ha creato non pochi dubbi agli egittologi, inizialmente si pensava ad un errore dello scriba, redattore del Canone Reale, il quale avrebbe ripetuto il nome del precedente sovrano nella colonna successiva, la 6 della riga 5. In seguito alla scoperta di un amuleto a forma di sarcofago di Osiride nella tomba di Djer oltre ad un sigillo sull’isola di Uronarti in Nubia sui quali compariva parte della titolatura del sovrano, è stato possibile accertarne la storicità. Gli egittologi ritengono che sia figlio del suo predecessore Nebiryraw I,  un oscuro re completamente ignorato da fonti archeologiche contemporanee. Per quanto riguarda le fonti  non contemporanee, per Nebiriau II fa fede il Canone Reale e la statuetta in bronzo  del dio Arpocrate citata sopra dove compaiono le scritte “Il buon dio Sewadjenre, deceduto” e “Il buon dio Neferkare, deceduto”. Sewadjenre era il nome del trono di Nebiryraw I e tutto porta a credere che Neferkare fosse il nome del trono di Nebiryraw II. A complicare le cose l’egittologo A. Leahy propone che i due reperti andrebbero messi in relazione con il sovrano Khendjer della XIII dinastia.

SEMENRE

Ancora più complessa l’attestazione di questo oscuro faraone tebano, successore dell’altrettanto oscuro Nebiryraw II. Semenre regnò un anno, per Kim Ryholt dal 1601 al 1600 a.C. con la XVI dinastia mentre secondo Detlef Franke regnò nel 1580 ca. con la  XVII dinastia. Di lui si conosce il nome del trono, Nesout-bity, inciso su una testa d’ascia di peltro-bronzo di provenienza ignota, oggi conservata al Petrie Museum di Londra (cat. UC30079). In assenza di lacune probabilmente si troverebbe nel Canone Reale nella riga 12 colonna 7. Anche qui è necessario precisare che l’esatta collocazione di questo faraone, come per altri di questa dinastia, è molto dibattuta e controversa.

SEWOSERENRE  BEBIANKH

Anche la collocazione di questo sovrano è più che mai incerta, da molti viene collocato nella XVI dinastia e considerato figlio di Sewadjenre Nebiryraw I. Il Canone Reale lo cita alla riga 11 colonna 8 assegnandogli un regno di 12 anni. Da una stele trovata a Gebel Zeit, che riporta  i suoi nomi reali Sewoserenre e Bebiankh, si riscontra che  durante il suo regno venne condotta un’attività mineraria di estrazione della galena in questa zona dal Mar Rosso. E’ conosciuto anche per aver costruito un’estensione del Tempio di Medamud. Il suo nomen di Bebiankh è stato rinvenuto su un pugnale in bronzo, privo del pomo, trovato a Naqada, oggi al  British Museum (Cat. BM EA 66062). Non si conosce il luogo in cui fu sepolto.

SEKHEMRA  SHEDTAWY  SOBEKEMSAF  II

Sobekemsaf II è un faraone noto tramite diversi documenti, compare nel Canone Reale nella riga 11 colonna 9 e nella Sala degli Antenati di Karnak nella posizione 54. Nel Canone Reale il prenomen del sovrano compare in modo diverso, sta scritto “Seduaset” (Salvatore di Uaset, Tebe) al posto di  “Shedtawy” (Potente è Re; Soccorritore delle Due Terre), la ragione non è conosciuta.

Questo faraone è famoso anche per essere citato nel Papiro Abbott, il già citato papiro dove sono riportati i verbali dell’indagine sui violatori di tombe reali, nella necropoli di Dra Abu el-Naga (il cimitero degli Antef), ordinata da Ramses IX, della XX dinastia. Dal verbale si rileva che le tombe di Sobekemsaf II e quella della sua sposa Nebkhas risultavano completamente saccheggiate.

Nel Papiro Leopold Amherst, datato all’anno 16, III Peret giorno 22 di Ramesse IX, sono riportati i processi con le relative confessioni degli uomini responsabili del saccheggio della tomba. Scopriamo che un certo Amenpnufer, figlio di Anhernakhte, uno scalpellino del tempio di Amon Ra:

<<…….si è abituato a derubare le tombe [di nobili a Tebe occidentale] in compagnia dello scalpellino Hapiwer……>> confessando che: <<…….andammo a derubare le tombe……e trovammo la piramide del [re] Sekhemra Shedtawy, figlio del Re Sebekemsaf, che non era affatto come le piramidi e le tombe dei nobili che abitualmente andavamo a derubare…….>>.

Il Papiro Abbott, come pure il Papiro Amherst riportano che Sekhemra Shedtawy Sobekemsaf fu sepolto insieme alla sua sposa, la regina Nubkhaes (II) nella sua tomba reale. Questo emerge dagli atti del processo dove Amenpnufer testimonia che lui e i suoi compagni hanno scavato un tunnel nella piramide del re con i loro strumenti di rame:

<<……poi abbiamo sfondato le macerie……. abbiamo trovato questo dio (re) sdraiato sul retro del suo luogo di sepoltura. E trovammo che il luogo di sepoltura di Nubkhaes, sua regina, era situato accanto a lui…….>>.

Inutile dire che Kim Ryholt lo colloca nella XIV dinastia mentre altri lo collocano alla fine della XIII, tanto per ribadire il caos a cui si va incontro esaminando questo periodo, ma noi non ci perdiamo d’animo e proseguiamo. Alcuni egittologi ipotizzano che Sobekemsaf II fosse il padre sia di Sekhemra Wepmaat che di Nubkheperre Intef, questo in virtù di un’iscrizione che compare sullo stipite di una porta rinvenuto nelle rovine di un tempio della XVII dinastia a Gebel Antef, sulla strada Luxor-Farshut, all’inizio degli anni ’90, costruito durante il regno di Nubkheperre Intef, l’iscrizione cita “Antef genero di Sobekem……). Dal coacervo di ipotesi che si accavallano e si contraddicono, avanzate da vari egittologi, e che non sto a riportare, in conclusione riesco a dedurre che il suo probabile successore sia stato Antef VII (o Intef).

SEKHEMRA HERUHERMAAT  INTEF

Continuiamo ad elencare questi oscuri sovrani dai nomi sempre più impronunciabili e dalla collocazione sempre incerta. Per quanto riguarda Sekhemra Heruhermaat Initef, certi studiosi lo chiamano Antef VII, altri Antef VIII altri ancora Initef, Manetone lo chiama Antef ed afferma che fu re a Tebe. Probabilmente fu il fratello del suo predecessore di cui curò i riti funebri.

Al Museo del Louvre (E 3020) è conservato il sarcofago ligneo antropoide di questo faraone (?) dove compare il nome Sekhemra Heruhermaat, il cartiglio tracciato sulla collana con vernice nera è molto grossolano il che denuncia una trascuratezza decisamente non regale. Viene da pensare che questo sovrano abbia regnato talmente poco da non essere neppure riuscito a far preparare il proprio arredo funebre. Probabilmente si sarà ricorsi ad un sarcofago preparato per un privato adattandolo frettolosamente salvo poi dipingergli il cartiglio in un modo così sconveniente per un re.

Sulla base del ritrovamento di due cartigli affiancati uno dei quali reca i nomi di Nubkheperre Intef (o Iniotef) mentre l’altro è illeggibile anche se secondo alcuni è ipotizzabile che si tratti di Sekhemra Heruhermaat Intef., Kim Ryholt afferma che è probabile che Sekhemra Heruhermaat Intef sia morto in modo prematuro ed inaspettato e per la sua sepoltura sia stato utilizzato parte del corredo funebre di Nubkheperre Intef. Questo dimostrerebbe che i due fratelli potrebbero aver regnato contemporaneamente. Contrario a questa teoria è l’egittologo Aidan Dobson secondo il quale la cosa non sarebbe possibile in quanto la forma del nome “Initef”, adottata sarebbe stilisticamente diversa dalle altre iscrizioni presenti sul sarcofago.

Sempre sul sarcofago del re viene esplicitamente confermato che a seppellirlo fu suo fratello Nubkheperre Intef. A conferma che i due sovrani fossero fratelli, entrambe figli di uno dei due re Sobekemsaf, come detto sopra, c’è l’iscrizione sullo stipite di una porta nelle rovine di un tempio a Gebel Antef. Questo intreccio di nomi più o meno uguali è attualmente oggetto di studi e dibattito tra gli egittologi che stanno seguendo la XVII dinastia, alla luce delle nuove scoperte archeologiche nella necropoli reale di Dra Abu el-Naga, nell’intento di rivedere l’ordine cronologico dei re di nome Antef o Intef.

Nulla si conosce di una eventuale moglie di Sekhemra Heruhermaat Intef o di suoi discendenti, di lui sono solo pochi reperti che attestano la sua esistenza e il suo regno. Anche la sua tomba è menzionata nel Papiro Abbott dal quale risulta però che a quel tempo la sua tomba non era stata saccheggiata. Con ogni probabilità la sua tomba è rimasta intatta fino alla seconda metà del XIX secolo quando i tombaroli la scoprirono disperdendo il suo contenuto. Nel 1854, Auguste Mariette riuscì ad acquistare parte del corredo funebre di Sekhemra Heruhermaat Intef tra cui il sarcofago di legno dorato e la cassa dei canopi.

La lama di un’ascia di bronzo con inciso il suo nome si troverebbe oggi al Museo Egizio di Berlino mentre il pyramidion della piccola piramide che un tempo copriva la sua tomba si trova presso il British Museum.

SENEKHTENRA AHMOSE

Faraone di scarsa importanza, come d’altronde molti altri che lo hanno preceduto, Senekhtenra Ahmose compare, con il prenomen di Sekhetenra, alla posizione 26 della Sala degli Antenati dell’Akh-Menu di Thutmosi III a Karnak oltre che in due tombe nella necropoli di Deir el-Medina.

Oltre a ciò la sua esistenza è riscontrabile solo da testimonianze postume, tutto porta a pensare ad una breve durata del suo regno, pochi mesi o un anno al massimo. Secondo Kim Ryholt forse era il figlio di Initef (Antef VII), inoltre, essendo considerato come uno dei Signori dell’Ovest (Principi di Tebe) che precedettero i regni di Seqenenra Ta’o e di Kamose, viene ritenuto un componente della famiglia degli Ahnose per cui potrebbe essere lo sconosciuto marito della principessa Tetisheri, nonna di Ahmose.

Ryholt fa osservare inoltre che il suo nomen avrebbe potuto essere sia Siamun che Ta’a, questo secondo quanto rilevato da due sigilli rinvenuti in una tomba a Dra Abu el-Naga dove su uno è riportato il nomem Siamun sull’altro compare il prenomen Seqerenra ed il nomen Ta’a.

Alcuni sostengono che Siamun abbia solo la funzione di epiteto, in quanto tale andrebbe posto in luogo del nomen subito prima del titolo “Figlio di Ra”, altri ritengono invece che Siamun sia più un nome che un epiteto. La presenza dei due sigilli praticamente identici come fattura trovati insieme induce a pensare che siano stati eseguiti contemporaneamente e messi nella tomba con il suo destinatario. Di qiuesto sovrano non si conosce altro tranne che a lui successe Seqenera Ta’o.

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

LA XVI DINASTIA

Di Piero Cargnino

Contemporaneamente alla XV dinastia Hyksos che regnava da Avaris, si formò a Tebe la XVI dinastia la cui giurisdizione era limitata all’Alto Egitto.

Di questa dinastia che regnò per circa settant’anni, come in parte anche della XV, si sa pochissimo in quanto i re del Nuovo Regno fecero cancellare quasi tutte le tracce di quello che fu considerato un periodo oscuro e disonorevole per l’Egitto. Quel poco che si conosce ci proviene dal solito Canone Reale dove, in un frammento molto danneggiato, sono elencati circa 15 personaggi del tutto enigmatici. L’individuazione di questi pseudo regnanti e la loro collocazione cronologica crea un vero rompicapo per gli studiosi in quanto sono difficilmente reperibili notizie di interesse storico e archeologico. Non compaiono in nessuna lista reale se non in piccoli scarabei o iscrizioni con i loro cartigli spesso danneggiati e di difficile interpretazione.

La maggior parte degli studiosi ritiene che fossero vassalli degli Hyksos e li chiama “Piccoli Hyksos” per distinguerli dai “Grandi Hyksos”, cioè la XV dinastia di Avaris. Gli epitomi di Manetone, Sesto Giulio Africano ed il bizantino Giorgio Sincello li citano con l’espressione dello stesso Manetone che scrive: <<……la XVI dinastia furono ancora Re-pastori (Hyksos), 32 di numero, essi regnarono per 518 anni……>>. (Manetone: Aegyptiaca, fr. 45[17]).

Trascurando l’ormai risaputa inesattezza nel computo degli anni adottata dallo storico greco, ciò che traspare è il fatto che i regnanti di questa dinastia fossero “re stranieri”, se non del tutto, comunque mescolati alle popolazioni semite che invasero il Delta.

Dallo studio dei vari frammenti danneggiati del Canone Reale, l’egittologo Ryholt prima, poi Bourriau, identificarono diversi sovrani della XVI dinastia, altri studiosi non concordano con le ipotesi di Ryholt e Bourriau ritenendole “discutibili e impegnative” constatando la scarsità delle prove presentate.

Un’analisi storica ci porterebbe a pensare che la XVI dinastia si trovasse in una situazione assai difficile, pressata a sud dai regnati di Kush i quali, approfittando della debolezza dei faraoni della XIII dinastia, erano già entrati nell’Alto Egitto occupando la regione meridionale giungendo fino ad Elefantina e Kurgus, ed a nord dagli stessi Hyksos. Il loro dominio era dunque limitato ai territori intorno a Tebe e, pare anche alla regione tra Hu-Het e Edfu.

La XVI dinastia dovette attraversare periodi molto duri prima di potersi stabilizzare come vassalli degli Hyksos. Si trovò ad affrontare la dura carestia che si era già presentata alla fine della precedente dinastia e che infierì duramente sulla regione in particolar modo durante il breve regno di Neferhotep III. Si trovò poi ad affrontare l’assedio dei re Hyksos della XV dinastia che espugnarono la città conquistandola. Come riuscirono poi a riprendersi la propria capitale e i territori sopra Abido si può spiegare solo col fatto che, grazie alla stipula di un trattato di pace, regnarono come vassalli dei loro vincitori.

Secondo l’egittologo Kim Ryholt sarebbe stato il re Dedumose I ad aver invocato la tregua anche se pare che la tregua fosse già stata richiesta dal suo predecessore, Nebirau, fatto sta che riuscirono ad ottenere un periodo di relativa pace.

Nonostante accurate ricerche non è stata scoperta alcuna tomba dei sovrani della XVI dinastia, si pensa comunque che il luogo dove si fecero seppellire si trovasse nei pressi di Dra Abu el-Naga che in seguito diventerà poi la necropoli dei faraoni della XVII dinastia.

In questa località l’egittologo italiano Joseph Passalacqua, che condusse scavi archeologici dal 1821 al 1826 in vari siti, principalmente presso la necropoli tebana, il 4 dicembre 1823, scoprì una camera sepolcrale intatta che descrisse in dettaglio in un catalogo pubblicato nel 1826. Si trattava della sepoltura della “Grande Sposa Reale” Mentuhotep, moglie del faraone Sekhemra Sementaui Djeuti (1650 a.C.) che alcuni identificano come secondo sovrano della XVI dinastia. Il suo sarcofago riportava formule poi confluite nel “Libro dei morti”, questo starebbe ad indicare che i tebani vollero disporre di nuovi testi per i riti funerari non potendo ricorrere agli archivi di Menfi che si trovava sotto il dominio Hyksos.

Parliamo ora dei sovrani che hanno regnato durante questa dinastia, esistono varie ipotesi circa le liste di questi re, sono ipotesi che rispecchiano linee di pensiero diverse. Egittologi quali von Beckerath, Helck e Grimal ritengono che i governanti della XVI dinastia siano stati meri vassalli dei re Hyksos, secondo altri egittologi invece questi re governarono Tebe come un regno indipendente, ultimo baluardo della cultura egizia. Stando alla ricostruzione del Canone Reale, effettuata da Ryholt risulterebbe invece che 15 sovrani di Tebe potrebbero essere associati alla dinastia, molti dei quali attestati da fonti contemporanee, nel contempo afferma che costoro pagassero veramente tributi ad Avaris.

L’egittologo Alan Gardiner è stato molto scettico nel giudicare la “regalità” di gran parte di questi sovrani della XVI dinastia. La maggior parte di essi è presente solo su sigilli scarabei trovati nei luoghi più disparati, la Palestina, Kerma in Nubia ed altri. Alcuni di essi hanno nomi tipicamente di origine asiatica; i nomi di Yacob-her e Sheshi compaiono inseriti in cartigli, altri, come Yamu e lo stesso Sheshi si valsero dell’epiteto di “Figlio di Ra”. Di questi regnanti il loro nome non è presente su alcun monumento nè impresso su rocce a testimoniarne una grandezza che loro in effetti non ebbero mai.

Secondo Franco Cimmino, egittologo italiano, i sovrani della XVI dinastia sono meno che fittizi, “…….un insieme piuttosto disordinato, rissoso e non organico…….” di capi locali sotto il controllo degli Hyksos. L’elenco di questi regnanti, che non esamineremo singolarmente in quanto sono incerti sia i nomi che la sequenza, differisce pure a seconda dello studioso che l’ha compilato. Tra le più autorevoli possiamo citare la lista di Jurgen von Beckerath e quella di Wolfgang Helck, che già è leggermente diversa. Ciascuna lista proposta è largamente dibattuta, di sicuro va detto che non è neppure certa l’attribuzione di alcuni regnanti che potrebbero addirittura essere ascritti alla XIV dinastia o, in alternativa, potrebbero addirittura appartenere a prìncipi che regnarono su città come Abydos, Nekhen o Edfu.

A proposito di Abydos, nel Canone Reale, non compare, secondo Ryholt, il re Upuautemsaf ricordato su di una stele rinvenuta  nella tomba del faraone Woseribra Senebkay sita in una località nei pressi di Abydos che gli antichi egizi chiamavano “Montagna di Anubi”. Il regno di Nebirau I potrebbe essersi esteso a settentrione fino a Hu/Het (la Diospoli Parva dei greci) ed a sud fino a Edfu. A questo punto non possiamo che prendere atto che, con l’estinzione della XVI dinastia subentrano altri principi di Tebe i quali, almeno all’inizio, furono ancora tributari degli Hyksos della XV dinastia, ma di essi ne parleremo in seguito.  

Fonti e bibliografia:

  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet, “La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017 Joseph Passalacqua, “Catalogue raisonné et historique des antiquités: découvertes en Égypte”, Paris Galerie D’Antiquités Égyptiennes, 1826
C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

I FARAONI HYKSOS

Di Piero Cargnino

Esaminiamo ora i sovrani Hyksos che regnarono sulle fertili terre del Delta del Nilo spingendosi fino ad Assyut.

Innanzittutto bisogna dire che non si comportarono affatto da invasori opprimendo il popolo egiziano, in realtà si adattarono perfettamente alle usanze egiziane e non  si comportarono certo peggio dei precedenti faraoni. Manetone scrisse sulla scorta di quanto raccontarono i sacerdoti egizi del suo tempo ai quali bruciava ancora, dopo quasi 1500 anni, il fatto di essere stati sottomessi ad un paese straniero. E’ dunque comprensibile che per gli egizi quello degli Hyksos fosse un popolo brutale, “…..un popolo di ignobili origini…..”, e così che Manetone ce lo riporta.

Nel primo secolo dopo Cristo, Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, nella sua opera “Contra Apionem”, affermando di riportare quanto scritto da Manetone, rincara la dose:

<<…….dopo aver sconfitto i sovrani del Paese incendiarono spietatamente le nostre città, rasero al suolo i templi degli Dei e sfogarono la loro crudeltà contro gli abitanti, massacrandone alcuni, riducendo in schiavitù le mogli e i figli di altri… Poi elessero re uno di loro di nome Salitis. Egli pose la sua capitale a Menfi imponendo tributi all’Alto e al Basso Egitto…….>>.

Conoscendo l’Egitto, nonostante la pessima esperienza della XIII e XIV dinastia, riesce difficile credere che un orda di invasori scenda in Egitto, percorra il Delta come un vento di tempesta ed occupi Menfi, infliggendo alla popolazione ogni sorta di crudeltà e di nefandezze. Secondo quanto emerge da recenti studi condotti dagli egittologi, tra i quali Massimo Bontempelli, Ettore Bruni ed altri, tesi ad approfondire la conoscenza di quel popolo emerge invece un quadro del tutto opposto, “l’umiliante occupazione straniera” di cui si parla nel racconto di Manetone contiene verità e menzogna in egual misura. I periodi di desolazione e anarchia, poco esaltanti per un popolo, vengono spesso raccontati con toni altamente melodrammatici e apocalittici, questo per sminuire l’impatto dell’evento ma ancor più per glorificare il sovrano di turno al quale si deve la salvezza del territorio, la storia egizia, ma non solo, abbonda di esempi simili. Certo non saranno stati cultori della pulizia e dell’igiene, tanto cara agli egizi, forse inizialmente portarono pure malattie ma ben presto si adeguarono adattandosi a vivere come gli egizi e, forse, anche ad integrarsi con i locali. Contrariamente a quanto si racconta, gli Hyksos costruirono monumenti e templi rilanciarono gli scambi commerciali con gli altri popoli, mantennero la stessa struttura amministrativa, i medesimi canoni artistici e diedero impulso alla diffusione della letteratura. Quasi da subito gli Hyksos cominciarono ad adottare gli stessi dei dell’Egitto anche se, forse per una forma di rivalsa, si rivolsero particolarmente al dio Seth che trascrissero in babilonese come Suteck raffigurandolo con caratteristiche ed abbigliamento come il dio semita Baal. Il fatto poi che gli Hyksos abbiano invaso tuitto il paese e per di più che abbiano imposto tributi all’Alto e al Basso Egitto suona tanto come una mistificazione peraltro smentita proprio dal loro maggior oppositore Kamose. In una grande iscrizione, il faraone stesso precisa in modo inequivocabile che il punto di maggiore espansione degli Hyksos fu Gebelein ed i loro confini più meridionali non superarono mai Khmun. In seguito ad altri ritrovamenti possiamo affermare che i sovrani di Tebe abbiano sempre governato in piena autonimia e possesso del loro territorio anche se per un certo periodo si trovarono nella posizione di vassalli. Vedremo in seguito come a Tebe fosse mal sopportata la presenza degli Hyksos cosa che poterà alla “guerra di liberazione” che inizierà con Kamose per concludersi ad opera del fratello Ahmose primo faraone della XVIII Dinastia. Ora però come detto esaminiamo, per quanto possibile i vari faraoni Hyksos. Il primo di essi fu:

SALITIS

Il nome del primo faraone Hyksos ce lo suggerisce lo stesso Manetone, Salitis, il primo re pastore, sicuramente uno dei più autorevoli capi di questo popolo di invasori. Di lui conosciamo quel poco che ci ha tramandato Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apionem riportando Manetone:

<<…….finalmente elessero re uno dei loro di nome Salitis. Egli pose la sua capitale a Menfi, esigendo tributi dall’Alto e dal Basso Egitto e sempre lasciando dietro di sé guarnigioni nel luoghi più favorevoli…….nel nomo Sethroita trovò una città in ottima posizione a est del Nilo, sul ramo di Bubasti, chiamata Avari da un’antica tradizione religiosa. Egli la ricostruì e la fortificò con mura imponenti……Dopo aver regnato per 19 anni Salitis morì e gli successe un secondo re Bnon…….>>.

Se escludiamo Manetone di questo re non sappiamo nulla o quasi, conosciamo un re di nome Salitis che sconfisse il re Tutimaios (forse Wadjekha della XIII dinastia), conquistò Menfi e fondò la XV dinastia. Alcuni studiosi vedrebbero questo sovrano citato come Sekhaenra Sharek in una lista di sacerdoti menfiti. Secondo altri è un’impresa ardua e controversa associare il nome di Salitis a  nomi di sovrani provenienti da ritrovamenti archeologici, soprattutto scarabei. L’egittologo tedesco Jurgen von Beckerath, e come lui altri studiosi, associano a  Salitis  i nomi di Sheshi e Maaibra, ma i più ritengono che fosse il suo successore.


Dopo Salitis, che con nomi più o meno simili tutti concordano, per trovare i successivi sovrani Hyksos che governarono quasi tutto l’Egitto da Avaris, bisogna affidarsi alle diverse fonti disponibili, come già detto in precedenza, Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apionem, riportando Manetone, ci dice che dopo la morte di Salitis gli successe al trono il re Bnon identificato da molti, tra cui Jurgen von Beckerath, con il nome di Maaibra Sheshi.

BNON  (MAAIBRA  SHESHI)

Maaibra Sheshi (anche Sheshy) viene identificato nel Bnon manetoniano, di lui non si conoscono la  posizione cronologica, la durata e l’estensione del suo regno, anche il fatto che appartenga proprio alla XV dinastia è dubbio. Certamente è però il più conosciuto in termini di reperti a lui attribuiti del Secondo Periodo Intermedio. Sono alcune centinaia i sigilli a forma di scarabeo che riportano il suo nome che sono stati rinvenuti ovunque, in Canaan, in Egitto, in Nubia ma la cosa più sorprendente è che ne sono stati trovati a Cartagine dove venivano ancora usati 1500 anni dopo la sua morte. Gli egittologi Nicolas Grimal, William C. Hayes e Donald B. Redford hanno avanzato l’ipotesi che Maaibra Sheshi fosse lo stesso Salitis, primo re della XV dinastia Hyksos. Di parere contrario sono l’egittologo William Ayres Ward e Daphna Ben-Tor, curatore di archeologia egizia presso il The Israel Museum di Gerusalemme, secondo i quali Maaibra Sheshi si collocherebbe verso la fine della XV dinastia e sarebbe succeduto a Khyan precedendo Apophis. A conferma delle difficoltà di dare una collocazione certa ai sovrani di questa dinastia, secondo l’egittologo austriaco Manfred Bietak, dell’Università di Vienna, Maaibra Sheshi sarebbe stato un vassallo degli Hyksos che governava solo una parte dell’Egitto o di Canaan. Un’altra teoria viene avanzata dagli egittologi Kim Ryholt e Darrell Baker secondo i quali Maaibra Sheshi avrebbe regnato per circa 40 anni, dal 1745 a.C. su di una parte del Delta del Nilo all’inizio della XIV dinastia prima dell’arrivo degli Hyksos. Ryholt aggiunge inoltre che Sheshi ebbe un figlio, Nehesy (il Nubiano) che gli successe al trono come Nehesy Aasehre. 

MERUSERRE YAQUB-HAR

Meruserre Yaqub-Har (o Yakubher o Yak-Baal) che l’egittologo Jurgen von Beckerath identifica anche come Apakhnon, fu un faraone di quel periodo che stiamo trattando nel quale regna la confusione più totale ed a fatica cerchiamo di districarci. Anche per Yaqub-Har ovviamente non siamo in grado di stabilire con certezza la durata del suo regno ed a quale dinastia sia effettivamente appartenuto. Le più svariate teorie lo collocano, nella XIV dinastia, nella XV come uno dei primi sovrani Hyksos oppure un sovrano loro vassallo. Il nome di Yaqub-Har compare in circa 27 scarabei  di cui tre provenienti da Canaan, quattro dall’Egitto e uno dalla Nubia, per i restanti non si conosce la provenienza. Interessante notare che la svariata provenienza degli scarabei sta ad indicare che, nonostante il periodo abbastanza oscuro, esistevano comunque delle relazioni politico-commerciali tra il Delta del Nilo e altri paesi come Canaan e la Nubia. Sempre secondo Ryholt Yaqub-Har avrebbe regnato verso la fine della XIV dinastia. A sostegno della sua tesi Ryholt fa riferimento ad uno scarabeo scoperto durante gli scavi a Tel Shikmona nell’odierna Israele, la datazione del sigillo scarabeo è stata fissata nel periodo 1750 a.C.-1650 a.C. che porterebbe a collocare Yaqub-Har in un periodo antecedente la XV dinastia; il suo nome Yaqub-Har, che significa “Protetto da Har”, denuncerebbe un’origine semita occidentale. Ryholt fa osservare inoltre che mentre i primi re Hyksos della XV dinastia, usavano il titolo di “Heka-Khawaset” (re pastori), in seguito adottarono il tradizionale titolo reale egiziano. Questo viene dimostrato dal re Khyan che in un primo tempo governò come Heka-Khawaset adottando in seguito il prenomen di Seuserenre. Stessa cosa, fa notare Ryholt, per quanto riguarda Yaqub-Har il cui prenomen era Meruserre. Di parere contrario Daphna Ben-Tor e Suzanne Allen che fanno osservare che i sigilli scarabei di Yaqub-Har stilisticamente sono quasi identici a quelli del re Hyksos Khyan. La cosa starebbe ad indicare che  Yaqub-Har sia stato l’immediato successore di Khyan nella XV dinastia o che fu suo vassallo sotto la sua autorità. Così scrive la Ben-Tor: “Le prove a sostegno dell’affiliazione del re Yaqub-Har alla XV dinastia sono fornite dalla stretta somiglianza stilistica tra i suoi scarabei e gli scarabei del re Khayan”.

Più ci addentriamo nello studio dei faraoni delle dinatie del Secondo Periodo Intermedio più ci accorgiamo di trovarci nelle condizioni di improvvisatori che viaggiano alla cieca appoggiandosi al primo sostegno che si incontra salvo poi accorgerci che era il sostegno sbagliato, o forse no. Parlando di Meruserre Yaqub-Har alcuni studiosi, riferendosi alla somiglianza stilistica dei suoi sigilli scarabei con quelli del re Hyksos Khyan, ipotizzavano che Yaqub-Har fosse l’immediato successore di Khyan nella XV dinastia, ora prendo atto che altri ipotizzano che Khyan fosse addirittura il figlio di Yaqub-Har. Verrebbe da dire “mi arrendo” ma noi invece proseguiamo lasciando da parte i riferimenti al grado di parentela parlando del sovrano in quanto tale. Ritengo importante rimarcare che, in contemporanea con la XV dinastia Hyksos a Tebe si andava formando la XVII dinastia che regnava sull’Alto Egitto anche se in un primo momento come vassalli dei sovrani Hyksos. Importante perché sarà poi da questa dinastia che sorgerà Kamose che darà inizio alla cacciata degli invasori ed a ristabilire il potere su tutto l’Egitto. 

SEUSERENRE KHYAN

Si pensa che il nome di questo sovrano si sarebbe dovuto trovare nel Canone Reale alla riga 10 colonna 18 ma nulla lo prova. Quello che si conosce di Khyan è quel poco che ci è pervenuto da ritrovamenti archeologici dei quali è interessante apprendere che provengono un po da ogni parte del Mediterraneo orientale, fuori da terre controllate dagli Hyksos quali: Knossos, Hattusa, Baghdad, ecc. che testimoniano l’esistenza di scambi commerciali tra gli Hyksos e queste terre. In Egitto il suo nome compare, con quello del figlio (?) Yanassi, ad Avaris, lo troviamo inoltre su di un monumento, sicuramente usurpato, a Bubasti ed a Gebelein, insieme a quello di Ipepi, oltre che su diversi sigilli scarabei provenienti dalla Palestina. Non pare che alla sua morte gli sia succeduto il figlio Yanassi (forse lo stesso Jannas di cui parlano Giuseppe Flavio e Sesto Africano riportando Manetone), pare invece che a succedergli fu Ipepi (Apophis).

IPEPI  (APOPHIS)

L’ultimo (o forse no) dei “re pastori”, Apophis, regnò sull’Egitto a capo degli Hyksos per circa 61 anni. Di lui si hanno parecchie notizie che ci sono pervenute da fonti sia archeologiche che letterarie. Il fatto che le fonti archeologiche riportano ben tre sovrani con lo stesso nomen ma con prenomen diversi ha indotto, in un primo tempo a credere che si trattasse di tre sovrani diversi. Se però guardiamo sia Manetone che il Canone Reale entrambi coincidono nell’indicare per la XV dinastia sei “Capi di un paese straniero” (heka waset) che governarono l’Egitto dal che si deduce che durante il suo lungo regno abbia più volte modificato il suo prenomen forse in occasione di particolari eventi. Di Apophis l’unica data che conosciamo è quella citata nel famoso Papiro di Ahmes (chiamato anche Papiro di Rhind), importante testo matematico, copia di un precedente di provenienza tebana, dove viene citato il 33º anno, 4º mese di akhet di regno di Aauserra Ipepi.

Per quanto riguarda i rapporti di Apophis con i sovrani tebani della XVII dinastia si ha ragione di ritenere che per un certo periodo questi non fossero poi molto tesi. A conferma di ciò basti pensare che nella tomba del faraone Amenofi I venne trovato un vaso che sicuramente veniva tramandato da generazioni precedenti dove compariva un’iscrizione della principessa Herit, sorella di Ipepi, la cosa ha indotto a pensare che la principessa Herit sia andata sposa ad un principe tebano. Altra circostanza che induce a credere ad una sorta di rapporto pacifico tra gli Hyksos e i principi tebani è il ritrovamento nel sud di Iberia di un altro vaso dove viene citata un’altra sorella di Apophis, Tjarudjet, la scritta dice:

<<……il dio buono, Signore delle Due Terre, il cui potere viene dalle grandi vittorie, al quale nessun paese può rifiutare di sottomettersi, Il re dell’Alto e Basso Egitto Aauserra, figlio di Ra, Ipepi dotato di vita e la sorella del re Tjarudjet che viva per sempre…..>>.

La formulazione dello scritto, oltre all’uso di nomi egizi, induce a credere che lo stesso Apophis abbia tentato di integrarsi sempre più nella cultura egizia per farsi accettare anche dal popolo di origine autoctona. C’è però da dire che se la sua intenzione era quella di farsi accettare dagli egizi, ed integrarsi nella loro cultura allora aveva proprio sbagliato nello scegliersi il nome, Apophis. Apopi o Apofi, (dal greco Apophis), nella costellazione degli dei egizi è colui che rappresenta l’incarnazione del male, delle tenebre e del caos. E’ l’esatto corrispettivo della dea Maat simbolo dell’ordine cosmico e della verità. Viene rappresentato come un gigantesco serpente, un suo epiteto è “Nehahor”, (dal volto ritorto o terribile di volto). Apopi era l’acerrimo nemico del dio Ra, colui che porta luce e garante della Maat, e minacciava ogni notte il viaggio di Ra durante il suo percorso sulla Barca solare; lo scontro aveva luogo nella settima ora del viaggio notturno che Ra compiva nella regione della Duat. Durante il viaggio Ra veniva aiutato dalle arti magiche della dea Iside, salita sulla barca di Ra. Il primo riferimento ad Apopi risale alla VIII dinastia dove si apprende che venne creato a Esna dalla saliva della dea Neith nelle acque primordiali del caos. Infatti ad Esna, Neith,  era considerata il Demiurgo, creatore del mondo. Apopi non apparteneva al mondo esistente, egli era il potere del caos quindi del “non esistente”, non aveva inizio e non aveva fine in quanto egli era già presente al momento della creazione. Eterno nemico di Ra veniva ridotto all’impotenza, nel tentativo di ostacolare Ra, dal dio Seth, dio della guerra, delle tempeste di sabbia, il guardiano del dio Ra, che lo contrastava rendendolo immobile e statico, ciò nonostante egli sussisteva indistruttibile ed eterno, pronto a riprovare, la notte successiva, a capovolgere la Barca Solare. Il suo essere simboleggiava l’eterna lotta tra il concetto negativo, (il male), e quello positivo, (il bene). La vittoria di Ra veniva agevolata dal rituale dei sacerdoti che pronunciavano particolari formule di esecrazione e bruciando un simulacro di cera di Apopi , ogni giorno nell’ora in cui il sole stava per sorgere all’orizzonte. Dal “Libro dei Morti, cap. XV:

<<< Salute a te, o Ra, ornato delle due piume, potente che esce dal Nun!
Sia esaltato Ra ogni giorno, Apopi sia abbattuto!
Sia buono Ra ogni giorno, Apopi sia nocivo!
Sia potente Ra ogni giorno, Apopi sia debole!
Sia amato Ra ogni giorno, Apopi sia odiato!
Sia abbeverato Ra ogni giorno, Apopi sia assetato!
Sia saziato Ra ogni giorno, Apopi sia affamato!
Sia libero Ra ogni giorno, Apopi l’incendiario sia in lacci, e gli sia levata la forza! >>>

Venne particolarmente onorato anche nei nomi di due faraoni del tutto effimeri, Apopi I ed Apopi II della XIV dinastia ma soprattutto dal faraone di cui stiamo trattando, Ipepi della XV dinastia. Torneremo a parlare di questo sovrano in occasione della fine della XVII dinastia con la conseguente cacciata degli Hyksos e la completa liberazione dell’Egitto che tornerà ad essere il grande paese delle Due Terre.

KHAMUDI

Il nome di Khamudi è l’unico della XV dinastia che compare nel papiro di Torino, praticamente di lui non si conosce nulla tranne una sigillo del quale però non si è certi di assegnarlo a lui. Secondo Giuseppe Flavio l’ultimo faraone della XV dinastia sarebbe un certo Assis (Arkhles) che, secondo Sesto Giulio Africano, avrebbe regnato per 49 anni, oggi gliene vengono attribuiti 10. L’identificazione tra i due non è supportata da alcuna fonte tranne certa ma si basa sul fatto che le fonti epigrafiche lo indicano come ultimo sovrano della dinastia. Khamudi si scontrò con Ahmose, primo faraone della XVIII dinastia, che portò a termine l’opera iniziata da suo fratello Kamose, cacciare gli Hyksos e riconquistare tutto l’Alto Egitto. Ahmose conquistò Avaris intorno al 1530 a.C. nell’undicesimo anno di regno di Khamudi, inseguì gli Hyksos in fuga fino alla fortezza palestinese di Sharuhen che in breve cadde e con lei la XV dinastia Hyksos.   

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017 Forsyth PY, “Thera nell’età del bronzo”, Peter Lang Publishing, 1997