Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE A STRATI DI KHABA

Di Piero Cargnino

Dopo Sekhemkhet nella lista di Abidos come nel Canone Reale di Torino, compaiono due termini “hudjefa” e “sedjes” ai quali viene attribuito il significato di “lacuna”. Ciò significa che già al tempo della compilazione delle liste le fonti fossero scarse, ma potrebbe anche essere che i nomi siano stati cancellati.

Secondo Manetone dopo Sekhemkhet regnò per 19 anni un faraone che egli chiama Mesochris, gli studiosi abbinano questo nome a quello di Horo Khaba avvalendosi di quanto attestato su alcuni reperti archeologici. In questa posizione però il Canone Reale assegna un periodo di soli 6 anni.

Il nome di Khaba Nebkare compare su alcuni frammenti di vasellame provenienti da una tomba, mai completata a Zawyet el-Aryan, un paese situato lungo il bordo del Nilo, a metà strada circa fra Giza e Abusir, circa 6 km da Saqqara. In questo luogo ha sede un’antica necropoli distinguibile solo per le rovine di due costruzioni, la più antica di queste è stata identificata come la sovrastruttura di quella che avrebbe dovuto essere un’altra piramide.

Dalla tipologia della costruzione gli egittologi la individuarono come “Layer Pyramid” ovvero piramide a strati concentrici per la presenza di strati indipendenti perpendicolari al rivestimento di cui, tuttavia, è rimasto poco o nulla.

Gli abitanti della zona la chiamano in arabo “Haram el-Meduwara” (piramide rotonda).

Una prima indagine, di cui rimane solo una breve descrizione, fu eseguita dall’egittologo Perring nel 1839. Le prime descrizioni meglio documentate del monumento furono fatte tra il 1842 e il 1846 dall’egittologo tedesco Lepsius il quale dopo aver  studiato il pozzo principale e i suoi dintorni  ha segnato la costruzione nella sua lista dei pionieri come piramide numero XIII.

Agli inizi del 900, mentre stava lavorando a Giza, l’egittologo italiano Alexandre Barsanti si interessò al sito in modo più approfondito. Esplorò la regione dove giacevano innumerevoli frammenti di pietre di granito e grandi blocchi di calcare sparsi con al centro  una profonda depressione che attirò la sua attenzione. Assoldò una cinquantina di operai i quali sgombrarono quella che parve subito come un’enorme trincea scavata nella roccia le cui pareti a strapiombo sprofondano di ventuno metri più in basso del livello del suolo circostante.

Il sito si presenta come un grande scavo a forma di T contornato da alcuni corsi di pietra calcarea. Larga 8,50 metri e lunga 110 metri al termine presenta un grande pozzo rettangolare profondo circa 30 metri che era stato riempito con enormi blocchi di calcare del peso di quasi 4 tonnellate ciascuno, gettati alla rinfusa. Barsanti scavò per oltre un anno finché riuscì a raggiungere il fondo della fossa nel 1905. Il pavimento era formato da enormi blocchi di granito e calcare perfettamente sistemati. Il caso volle che durante i lavori si verificò un’eccezionale acquazzone che riempì la fossa fino ad un’altezza di tre metri.

Ma un evento ancora più eccezionale sorprese Barsanti, improvvisamente il livello dell’acqua scese di circa un metro. Fatti due calcoli, l’acqua che era sparita corrispondeva a circa 180 metri cubi e questo portò subito a pensare all’esistenza di una camera sotto il pavimento. Iniziò quindi un lungo lavoro per spostare i blocchi del pavimento che però venne interrotto (non si sa perché) nel 1907. I lavori riprenderanno solo nel 1911. Barsanti, tornato sul luogo, si concentra in modo particolare su di un enorme blocco del peso di quasi 40 tonnellate che sospetta sia una barriera per impedire l’accesso alla ipotetica camera funeraria. Purtroppo la scarsità di fondi lo induce a sospendere i lavori, anche se in realtà non di sospensione si tratta ma decisamente di abbandono e sul suo lavoro cadde l’oblio.

Barsanti che esplorò la parte sotterranea affermò che la sottostruttura ricalca quella della piramide di Sekhemkhet in forma più semplificata ma più evoluta. In fondo al pozzo si trovano due diramazioni, da queste si presentano 32 camere disposte a pettine (magazzini per il corredo funebre?). Attraverso un secondo corridoio lungo 80 metri si giunge ad una camera sepolcrale che si trova esattamente in corrispondenza dell’asse verticale di quella che sarebbe stata la piramide.

La camera misura 3,63 x 2,65 metri ed è alta 3 metri. All’interno non conteneva traccia alcuna di sepoltura e meno che mai un sarcofago che non avrebbe potuto essere trasportato all’interno in quanto il corridoio è troppo stretto. In fondo alla trincea Barsanti rinvenne anche numerose iscrizioni in inchiostro rosso sulle pietre che però non permettono di determinare con certezza a quale sovrano questa piramide fosse destinata.

All’estremità occidentale della camera, è stata rinvenuta un’insolita vasca di granito rosa lucido di forma ovale (l’unico esempio noto in Egitto) incastonata in un blocco del pavimento.

La vasca, che misura 3,15 x 1,22 metri ed è profonda 1,5 metri deve essere stata portata sul posto durante la costruzione della fondazione essendo di misura superiore a quella del passaggio. Quando venne scoperta presentava un coperchio ovale ancora sigillato con gesso. All’interno della vasca vuota Barsanti rinvenne piccole tracce nerastre alte dieci centimetri di una sostanza sconosciuta.

Quei reperti non sono mai stati analizzati e non potranno più esserlo in quanto sono andati persi. Dopo Barsanti, gli scavi furono ripresi dall’egittologo americano George Reisner, senza però giungere ad una conclusione chiara. Va detto che le scarse relazioni di cui disponiamo sia di Barsanti che di Reisner, con piante e misurazioni si differenziano in modo sostanziale fra loro non permettendo di avanzare alcuna ipotesi certa.

Anche in questo caso, si tratta di un complesso mai ultimato; la piramide fu concepita nella forma a gradoni, doveva avere un lato di base di circa 84 m sviluppandosi su cinque o sette gradoni per un’altezza totale di 42-45 m. La costruzione si presenta, come detto, a strati concentrici inclinati verso l’interno, da cui il nome di “Layer Pyramid”. Nei suoi scavi Reisner scoprì che ai lati della piramide si trovavano i resti di una muratura in mattoni, da ciò l’archeologo dedusse che il paramento non sarebbe stato costruito in calcare bensì in mattoni crudi.

Da qui l’opposizione di altri egittologi i quali sostengono che la muratura in mattoni non avrebbe costituito il paramento ma si tratterebbe solo dei resti di eventuali rampe di servizio abbandonate con la chiusura anticipata dei lavori. In seguito il lavoro degli archeologi ha incontrato parecchi ostacoli, fino alla cessazione totale, poiché la zona in cui si trova la piramide venne occupata dai militari che costruirono una base e dal 1964 non è più possibile accedere alla zona.

Sul posto degli scavi sono stati costruiti dei bungalow militari e il pozzo è stato trasformato in discarica. In conclusione l’attribuzione della piramide al faraone Khaba deve ritenersi ancora del tutto arbitraria in quanto egittologi e storici stanno ancora discutendo sull’identità del proprietario.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed.
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976 
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE SEKHEMKHET

Di Piero Cargnino

Come si sa l’ordine di successione dei sovrani della III dinastia è scarsamente documentato e vi sono molti dubbi anche sull’esistenza o meno di alcuni di questi. Permangono notevoli differenze tra la Lista di Abydos, la Lista di Saqqara, Il Canone Reale di Torino e quello che ci racconta Manetone.

L’ipotesi ad oggi maggiormente accettata è quella proposta dall’egittologo egiziano Nabil Muhamed Abdel Swelim, il quale giunse alla conclusione che la III dinastia comprendesse i seguenti faraoni: Sanakht (o Nebka), Djoser, Sekhemkhet, Khaba e Uni.

Djoser fu il primo a costruire una piramide ed il suo successore probabilmente non gli volle essere da meno. Nella necropoli di Saqqara troviamo quella che si può considerare la seconda piramide egizia, anche se in realtà non c’è più, o forse non c’è mai stata, la piramide di Sekhemkhet che, per una serie di considerazioni oggettive, consente di confermare che tale re fu l’immediato successore di Djoser.

Ancora dopo la II guerra mondiale di Sekhemkhet non si sapeva nulla, fu l’egittologo egiziano Muhammed Zakaria Goneim a scoprire il suo complesso funerario nel 1950.

Goneim, fin da prima della II guerra mondiale, scavava il tempio di Unas, ultimo faraone della V dinastia, durante la guerra sospese gli scavi e si ritirò a Luxor. Finita la guerra tornò a Saqqara e fu subito attratto da un enorme edificio rettangolare che affiorava tra le dune del deserto a poche centinaia di metri dalla piramide di Unas. Su suggerimento di Lauer, si impegnò nella ricerca dei quattro angoli di questo misterioso complesso. I suoi sforzi vennero premiati quando con sua, e di Lauer, meraviglia emerse che i quattro angoli erano quelli di una cinta muraria in blocchi di calcare che racchiudeva un tempio ed un complesso piramidale fino ad allora sconosciuto.

Gli scavi di Goneim, iniziati nel 1951, si protrassero fino alla metà degli anni 50, a questo punto parve che il mistero si avviasse alla soluzione.

Innanzitutto si riuscì a stabilire che per l’erezione del complesso si sia reso necessario spianare l’area mediante il riempimento di dislivelli alti fino a 10 metri. E qui il mistero ritornava puntuale, perché fu scelta un’area che necessitava di interventi così gravosi per di più in quanto la stessa si trovava così lontana da risultare appena visibile dalla valle del Nilo? Forse la scelta fu dettata non tanto dalla necessità di rendere visibile la magnificenza del monumento ma dal fatto che nei dintorni insistevano già altre antiche tombe reali risalenti alla II dinastia. Alcune di queste sono già state scoperte ma si pensa che ne esistano molte altre nascoste sotto la sabbia.

Va detto che sicuramente coloro che si fecero costruire quelle tombe non ambivano certo a catturare l’attenzione di eventuali osservatori o, peggio, di saccheggiatori di tombe. La cosa però cambiò dopo la dimostrazione di opulenza voluta da Djoser.

Le dimensioni del complesso sono di poco inferiori a quello di Djoser del quale ne imita anche l’aspetto, era circondato da un muro, alto oggi 3,10 m dei 10 verosimilmente previsti, a rientranze e sporgenze, era formato da blocchi di calcare bianco sfavillante proveniente dalle cave di Tura con una serie di nicchie alternate a porte fittizie di cui pare una sola era quella vera.

Ho detto pare in quanto gli scavi non sono mai terminati per cui è difficile stabilirlo con precisione.

Da una breve iscrizione in geroglifico corsivo, presente sul muro di cinta, si è dedotto che forse anche il complesso di Sekhemkhet fu realizzato dall’architetto di Djoser, Imhotep. Il nome del brillante architetto è menzionato sul muro a nord confermando che questo monumento è stato costruito dallo stesso Imhotep del quale si riscontra la stessa tecnica di costruzione.

Gli scavi eseguiti hanno confermato che il complesso non venne mai ultimato. Goneim, il quale, dopo numerose ricerche, propende per la piramide, afferma che dopo un attento esame, le rovine hanno permesso di stabilire che la stessa, con una base quadrata di 120 m e con un’inclinazione di circa 15°, avrebbe raggiunto un’altezza di circa 70 m sviluppandosi su sei o sette gradoni.

Dagli scavi di Goneim si deduce che la costruzione della piramide si interruppe inspiegabilmente ad un’altezza di soli 8 metri, in funzione di ciò, molti egittologi discordano sul fatto che l’intento fosse proprio quello di costruire una piramide a gradoni come quella di Djoser ma solo quello di costruire una grande mastaba.

La causa per cui la piramide non venne ultimata è probabilmente dovuta al fatto che Sekhemkhet regnò per soli sei anni e quindi alla sua morte la costruzione venne abbandonata. Tutto ciò che è possibile vedere oggi è una muratura al centro non più alta di 2 metri e mezzo. In contrasto con l’incompletezza della sovrastruttura, gli appartamenti sotterranei erano quasi completamente ultimati.

L’ingresso si trova sulla facciata Nord, ma al di fuori della piramide, dà accesso ad una rampa che scende per 36 m e sbuca in un corridoio discendente lungo 80 metri che conduce alla camera funeraria.

Come anche in altre mastabe contemporanee il corridoio era interrotto da un pozzo verticale che scendeva in profondità per impedire l’accesso alla camera funeraria. Al suo interno Goneim rinvenne ossa e corni di montoni, manzi e gazzelle, residuo forse di sacrifici in onore del sovrano.

Scendendo più in profondità emersero 62 papiri risalenti al regno di Ahmes della XXVI dinastia. Scendendo ancora trovò circa 700 vasi di pietra, sulle chiusure di argilla di alcuni di essi furono rinvenute le impronte di sigilli con il nome di Sekhemkhet, prova che avvalora la paternità del complesso.

Ma la cosa più sorprendente fu il ritrovamento di una notevole quantità di oggetti d’oro quali: 21 armille, conchiglie e grani di faience rivestiti di foglia d’oro. Rimane inspiegabile come un simile tesoro sia potuto sfuggire ai saccheggiatori di tombe che asportarono l’intero corredo funerario.

La camera funeraria si trova a 32 metri di profondità esattamente in corrispondenza di quello che sarebbe stato l’asse verticale della piramide. La camera misura 8,70 m di lunghezza, 5,20 m di larghezza e 4,50 m di altezza e non è mai stata completamente ultimata. Al suo interno una larga asta verticale entra dal soffitto, molto probabilmente per bloccare l’accesso quando fosse risultato necessario.

Su un lato della camera spicca il sarcofago del sovrano, ricavato da un unico blocco di alabastro con le superfici completamente lisce. La cosa stupì non poco Goneim poiché sarcofagi realizzati con quel tipo di pietra sono stati trovati solo nella tomba della regina Hetepheres della IV dinastia ed in quella di Sethos I della XIX dinastia.

Il sarcofago era privo del classico coperchio ma chiuso da una sponda di testa con due aperture per passare una corda per aprirlo e presentava ancora i sigilli originali. 

Ritenendo di aver rinvenuto una sepoltura intatta, Goneim, organizzò una pubblica apertura che attirò l’attenzione dei media locali ed internazionali ed alla quale furono anche invitate autorità dello stato e team cinematografici. Questa purtroppo si risolse in un fallimento poiché il sarcofago era vuoto! Goneim cadde in disgrazia e non si riprese più, gli venne anche proibito di tornare sul luogo degli scavi. Deluso ed avvilito Goneim dovette pure difendersi dall’accusa di essersi appropriato di una imbarcazione, rinvenuta da Lauer e Quinbell, ed averla venduta all’estero. Subì l’interrogatorio da parte della polizia ma poi il reperto venne rinvenuto presso un deposito del Museo del Cairo. La violenta campagna negativa che si era scatenata lo prostrò  psicologicamente a tal punto che nel gennaio 1959 si suicidò gettandosi nel Nilo.

Altri corridoi, anch’essi incompleti, conducevano in nuove gallerie, che probabilmente erano gli “appartamenti,” come nel caso della piramide di Djoser.

Intorno alle facciate Nord, Est e Ovest del muro di cinta si alternano 132 corte gallerie sotterranee (magazzini) costruite a forma di U che non sono mai state completate. I lavori di scavo si conclusero nel 1959, per poi essere ripresi da Lauer nel 1963. In poche settimane Lauer riuscì a scoprire le fondamenta della parete sud del muro di cinta presso il quale sperava di trovare una tomba sud come per il complesso di Djoser.

Impiegò quattro anni ma finalmente nel 1967 riportò alla luce, come già era accaduto per il complesso di Djoser, una mastaba in blocchi di calcare molto danneggiata poiché utilizzata in antichità come cava di pietre già lavorate, anche questa non è ancora stata esplorata a fondo.

Sulla base delle loro ricerche gli egittologi italiani Maragioglio e Rinaldi ipotizzano che Sekhemkhet non abbia mai pensato di farsi costruire una piramide ma semplicemente una grande mastaba sul tipo di quella originale di Djoser sulla quale poi vennero costruiti gli ulteriori gradoni.

Nella tomba sud di  Sekhemkhet vennero trovati i resti di un bambino di circa due anni, nulla si sa in proposito, era figlio di  Sekhemkhet? Premorì al padre oppure morì successivamente? E quando e come morì il faraone? Sono state avanzate numerose ipotesi ma sono considerate mere speculazioni poiché nessuna è comprovabile da dati archeologici.

La piramide è visitabile, ma al pubblico non è consentito l’accesso alla base e alle sottostrutture.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed. (1997) traduzione 2002
  • Maragioglio Vito e Rinaldi Celeste Ambrogio, “L’architettura delle piramidi menfite”, Tip. Artale, 1963
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976 
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
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GRADINI VERSO L’ETERNITA’

Di Piero Cargnino

Con la III dinastia si va instaurando un periodo di sviluppo economico, politico e culturale dell’antico Egitto che gli storici moderni hanno denominato “Antico Regno”.

Come abbiamo detto nei precedenti articoli la maggior parte degli studiosi è del parere che nel faraone Netierikhet (Djoser) si debba individuare il capostipite della III dinastia.

L’architettura monumentale che troviamo sotto il regno di Djoser ci da un’idea dell’enorme balzo in avanti, compiuto dagli egizi, nell’economia, nello sviluppo della produttività agricola, in quella manifatturiera e, soprattutto, nell’edilizia. Notiamo anche uno sviluppo di numerose altre scienze quali: la letteratura, l’astronomia, la matematica, la topografia e l’amministrazione statale.

L’importanza che assunse il faraone Djoser fu tale che, come già accennato in precedenza, in epoca tolemaica i sacerdoti del dio Khnum ad Elefantina, fecero erigere la famosa “Stele della carestia”, retrodatandola al regno di Djoser, per conferire maggiore importanza al faraone che, in quella tragica situazione, fece restaurare il tempio del dio Khnum e decretò che si ricominciasse a fare regolari offerte al dio donando ai sacerdoti del tempio la regione compresa tra Assuan e Takompso con tutte le sue ricchezze.

Forte dei progressi che si verificarono durante il suo regno, con l’intento di dimostrare la sua grandezza, Djoser non si accontentò di una semplice mastaba come tomba ma volle qualcosa di molto più grandioso. Chiamò il suo fedele architetto affidandogli il compito di edificare un complesso che potesse incutere ammirazione e timore nel visitatore, straniero e non.

Forse Imhotep illustrò al suo signore le costruzioni che venivano create in Mesopotamia, le ziqqurat, veri e propri trampolini verso il cielo, le cui dimensioni gigantesche avevano lo scopo di essere osservate dal  cielo e quindi dagli dei.

E’ parere di molti che Imhotep non pensasse ad una piramide vera, cioè ad un solido geometrico che forse lui non conosceva neppure, ma, come per le ziqqurat, pensò di costruire per il suo signore una salita verso il cielo, “Gradini verso l’eternità”.

I risultati della sua immensa opera sono ancora visibili oggi, poco meno di cinque mila anni dopo. E tali furono per i successivi faraoni della III dinastia; per assistere al primo tentativo di costruire una piramide vera, con le facce piane, dobbiamo arrivare alla “piramide romboidale” del faraone Snefru, primo re della IV dinastia, quasi due secoli dopo.

Ma come abbiamo detto dopo Djoser altre “piramidi” a gradoni vennero costruite, o almeno tentato di costruire. Tentato, certo, non tutti gli architetti erano al livello di Imhotep e soprattutto le costruzioni in pietra non erano ancora alla portata di tutti.

Lo stesso Imhotep che costruirà (o tenterà di costruire) la piramide del successore di Djoser Sekhemkhet, come vedremo in seguito, non giungerà alla fine. Seguono altre “piramidi” dalle quali si può dedurre che i tentativi di costruire opere in pietra, più duratura, non avevano ancora raggiunto un livello accettabile. Si scoprono costruzioni delle quali non si sa se vennero ultimate o meno dove la pietra tagliata è stata usata ma i resti del completamento, se mai è stata ultimata, sono stati eseguiti con mattoni di fango. Sarà poi Uni, ultimo faraone della III dinastia ad intraprendere la costruzione di quella che forse sarebbe diventata una vera piramide anche se il suo completamento, secondo gli egittologi, sarebbe da attribuire a Snefu..

A Maidun è possibile vedere una torre a gradoni, in tutto simile ad una ziqqurat, in pietra circondata da un ammasso di macerie, che forse costituivano il rivestimento. Per un’oscura ragione che non conosciamo, quello che pare fosse il rivestimento non ha resistito, o in fase di costruzione o successivamente ed è crollato. Passeremo ora ad esaminare, per quanto ci è possibile, tutte queste cosiddette “piramidi minori” prima di arrivare alla IV dinastia.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2007
  • Pascal Bargent, “La stéle de la famine á Séhel”. Institut français d´archaéologie orientale, Cairo, 1953
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, De Agostini, Novara, 1982
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. Whitestar, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1961 Jaromir Màlek, “Egitto. 4000 anni di arte”, Phaidon, 2003
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IL FARAONE DJOSER

Di Piero Cargnino

Come abbiamo visto negli articoli precedenti, la fine della II dinastia e l’inizio della III si perdono nelle nebbie del tempo. Si procede ancora per ipotesi che spesso cozzano con le scarse prove archeologiche, non solo ma, nell’intento di fare chiarezza, queste teorie abbondano e si contrastano tra di loro. Non scarseggiano certo quelli che alla scienza ci aggiungono la fantasia per fornirci un quadro spesso distorto e non veritiero. Le difficoltà ad interpretare gli scarsi dati in nostro possesso, relativi ad un periodo così lontano nel tempo come l’Antico Regno, sono molte ed è necessario procedere con cautela nel raccontare la storia senza dimenticare di segnalare sempre quella che è realtà dimostrabile da ciò che viene dedotto da interpretazioni personali di singoli studiosi.

Mi scuso per questa introduzione ma stiamo per addentrarci in uno dei più importanti periodi della storia antico egizia, quello che è stato definito “L’Età dell’oro”, dove i reperti in genere abbondano ma parimenti abbondano anche le teorie, più o meno valide, come pure quelle fantascientifiche.

L’inizio della III dinastia egizia coincide con l’inizio del cosiddetto Antico Regno, un periodo di oltre 5 secoli di stabilità, che comprende un arco di tempo che va dal 2686 a.C. al 2181 a.C. circa, durante il quale si succedettero quattro dinastie, (dalla III alla VI).

E’ questa l’età dei grandi faraoni, costruttori delle più famose ed imponenti opere della civiltà egizia, le Piramidi.

Come abbiamo detto negli articoli precedenti, grazie all’azione di un grande sovrano qual era Kasekhemwy l’Egitto è ora riunificato ed i sovrani possono indossare a pieno titolo le corone delle Due Terre.

Con certezza non si sa chi fu il primo faraone della III dinastia, secondo le più recenti catalogazioni, proposte da alcuni studiosi, l’ipotesi più probabile è che, ad aprire la III dinastia, sia stato il faraone Sanakht o Nebkha del quale abbiamo parlato ampiamente nel precedente articolo. Come detto però, di lui non esiste traccia nelle liste reali, troviamo il suo nome affiancato a quello di Djoser su alcune iscrizioni che ricordano le spedizioni nel Sinai alla ricerca di turchesi e rame.

Ma colui che viene considerato il fondatore della III dinastia è Djoser, Horo Netjerykhet, ellenizzato da Manetone in Tosorthros e Sesorthos da Eusebio da Cesarea.

Sicuramente il più importante, tanto che nel Canone Regio di Torino il suo nome è eccezionalmente scritto in inchiostro rosso.

Figlio di Kasekhemwy e della regina Nimaathap, in tutte le iscrizioni coeve compare sempre col nome di Netjerykhet (Divino nel corpo), da fonti successive sappiamo che il nome Djoser cominciò a essere scritto solo durante la XII dinastia, circa sette secoli dopo.

Sposa reale di Djoser è identificata nella regina Hetephernebti (o Hotephirnebty) in quanto il suo nome compare su alcune stele di confine nel recinto del complesso funerario della piramide a gradoni (oggi non più presenti poiché dislocate in vari musei del mondo) oltre che su alcune parti di rilievi trovati a Ermopoli (custoditi al Museo Egizio di Torino).

Come figli si conosce per certa Inetkauses (o Intkaes) sua unica figlia nota, in quanto al suo successore Sekhemkhet non è del tutto chiaro il rapporto di parentela.

Djoser regnò 29 anni, secondo Manetone, mentre il Canone Regio di Torino gliene attribuisce 19. In questo caso, anche alla luce delle sue numerose imprese architettoniche, primo fra tutti il suo Complesso funerario con la Piramide a gradoni di Saqqara, per gli egittologi Djoser deve aver regnato per almeno tre decenni, dando così più credito a Manetone. Toby Wilkinson, riferendosi ai dati contenuti nel  quinto registro della Pietra di Palermo ed a quelli del frammento n°1 degli Annali Reali, dove sono citate le conte del bestiame, concorda nell’attribuirgli 28-30 anni di regno.

Djoser intraprese diverse spedizioni militari nel Sinai sottomettendo le popolazioni locali, successivamente tornò nel Sinai dove popolazioni nomadi minacciavano le miniere di rame e turchese, nel deserto sono state rinvenute diverse incisioni che  raffigurano l’esilio del dio Seth accanto al simbolo di Horus. Oltre che per le miniere il Sinai era importante per gli egizi in quanto costituiva il punto di collegamento tra l’Egitto e l’Asia.

Djoser volle per se un complesso funerario che dimostrasse appieno la sua grandezza e per costruirlo chiamò il suo più fidato architetto, Imhotep. Il complesso funerario di Djoser sorge a Saqqara e si presenta come una struttura articolata di difficile interpretazione. E’ così ricco di spunti, di richiami simbolici, di novità tecniche e decorative, che nascono da una tradizione espressiva e ideologica ben consolidata.

Il suo complesso resiste in parte ancora oggi in quanto, come già il suo predecessore Kasekhemwy, ed in parte anche Peribsen, avevano iniziato, questo è costruito non già con mattoni di fango ma utilizzando pietre tagliate. Manetone, nominandolo due millenni dopo esaltò il progresso raggiunto dal faraone Tosorthron  nell’architettura con l’utilizzo della pietra, non solo ma lo paragonò al dio greco della medicina Asclepio affermando che Djoser avesse apportato anche alcune innovazioni nel campo della scrittura.

Secondo alcuni  egittologi Manetone si sarebbe riferito a Imhotep, il famoso sacerdote, architetto e ingegnere, ministro di Djoser che progettò ed edificò la piramide a gradoni. e che in seguito venne deificato come il dio greco Asclepio.

La famosa “Stele della carestia” che viene fatta risalire all’epoca di Djoser, ma probabilmente eretta in epoca tolemaica sotto Tolomeo V (205-180 a.C.), descrive che Djoser fece ricostruire il tempio del dio Knum, sull’isola di Elefantina, ponendo così fine ad una carestia che durava ormai da 7 anni. Secondo gli studiosi si tratterebbe solo della trascrizione di un’antica leggenda. 

Come abbiamo accennato in precedenza, Djoser doveva aver capito qual era la sua importanza come primo faraone effettivo sull’intero Egitto, ora lui poteva indossare a pieno titolo le due corone unite del Basso e dell’Alto Egitto. Questo lo esortò a dimostrare a tutto il paese, ed ai paesi vicini, la sua grandezza e scelse di dimostrarlo facendosi costruire un complesso funerario mai visto in tempi precedenti.

Come località scelse Saqqara ed affidò i lavori al suo più fidato architetto, Imhotep, proveniente da Mendes era figlio dell’architetto di Menfi Kanofer e della giovane Khreduonkh. Si distinse fin dalla giovane età per le sue notevoli capacità intellettuali in quasi tutti i campi cosa che gli valse la nomina a visir sotto il faraone Djoser. Chi meglio di lui avrebbe potuto soddisfare le manie di grandezza del faraone.

In effetti Imhotep costruì un enorme complesso facendo largo uso della pietra tagliata.

Al centro del complesso s’innalza la cosiddetta Piramide a Gradoni. Partiamo dunque da quella che viene definita la piramide egizia più antica pur non avendo le caratteristiche essenziali della piramide.

Per pura pignoleria specifichiamo che con il termine “piramide” in geometria si intende un poliedro con una faccia poligonale definita “base” che, nel caso sia quadrata, possiede quattro facce laterali triangolari che hanno come vertice il suo apice. Questa è la “piramide perfetta”, che non è il caso di quella di Djoser. Mi adeguo però alle considerazioni accademiche le quali tendono a spiegare che la piramide a gradoni consisterebbe nel primo tentativo di costruire una piramide perfetta (personalmente non concordo poiché ritengo che le costruzioni a gradoni siano state eseguite in tal modo di proposito senza alcun riferimento ad eventuali piramidi perfette che magari a quei tempi non erano neppure concepite).

Osservandola attentamente si è portati a confrontarla piuttosto con gli ziggurat, strutture religiose formate da piattaforme cultuali sovrapposte, diffuse lungo tutta la Mesopotamia e gli altopiani iranici e turkmeni.

Secondo gli studiosi Djoser iniziò col farsi costruire una grande mastaba secondo le usanze dell’epoca, quindi, o per manie di grandezza o semplicemente per voler dimostrare la sua potenza Djoser pretese qualcosa di più grande ed appariscente. Così, per una serie di successivi ingrandimenti della base e sovrapposizioni di più mastabe, (sei in totale), nacque quella che noi ammiriamo oggi.

Presenta una pianta non perfettamente quadrata e si eleva per 60 m. L’inclinazione delle facciate verso l’interno è data dal posizionamento inclinato dei blocchi squadrati di calcare. L’uso della pietra in luogo dei mattoni di fango, si era già riscontrato nel pavimento della tomba di Peribsen e nel tempio di Khasekhemwy, ma qui assistiamo ad un uso più ampio e raffinato.

Come detto sopra, l’intero complesso funerario di Djoser presenta molti aspetti oscuri e implicazioni simboliche, tradotto per la prima volta in una struttura completamente in pietra che mette in evidenza la straordinaria capacità tecnica nella lavorazione della stessa acquisita dagli scalpellini egizi.

Il tutto fu opera dell’architetto Imhotep. Gli egittologi affermano che fu lui ad ideare e realizzare tutto lo straordinario complesso funerario destinato a divenire la sepoltura del Faraone Djoser. Come accennato in precedenza la costruzione di un’opera così innovativa e grandiosa, dovette essere considerata prodigiosa dagli egiziani dell’epoca. Va detto che l’intero complesso rappresenta un unicum nello sviluppo dell’architettura in pietra sia per l’Egitto che per il mondo intero. Non è possibile stabilirlo con certezza ma sicuramente rappresenta il primo esempio di struttura monumentale, realizzata per un sovrano, con una forma che riportava all’idea dell’ascesa al cielo per il suo Ka.

In una iscrizione risalente alla XIX dinastia, rinvenuta a Saqqara, Djoser viene definito come “Colui che apre la pietra” ovvero “l’inventore dell’architettura in pietra”.

Ovviamente la costruzione dell’intero complesso evidenzia in modo molto marcato il fatto che i costruttori risentivano ancora i forti influssi dell’architettura arcaica fatta con materiali meno nobili della pietra, mattoni crudi, legno, canne, paglia e stuoie. Il risultato è quella meraviglia che possiamo ammirare dove l’architettura arcaica si unisce a quella nuova in pietra creando un effetto di irripetibile armonia. Le soluzioni adottate dai costruttori per far armonizzare lo stile arcaico con la pietra si riscontrano negli elementi che caratterizzano il complesso, le pareti di calcare che imitano le pareti in pali di legno, unite con imitazioni di funi e stuoie che pendono, colonne dalla forma di enormi fasci di giunchi o arbusti di papiro che ornano il grande portale di pietra. L’egittologo Jacques Vandier ebbe a dire: “…….ogni cosa qui è morta, tutto qui è fatto per la morte………”.

Il complesso piramidale di Djoser non fu innovativo solo dal punto di vista architettonico, fu l’emanazione di una nuova visione del mondo, l’espressione di una nuova era di stabilità politica che segnava il distacco da un’epoca precedente e l’inizio dell’Antico Regno. Tutto questo fu opera dell’ingegno di un grande architetto al quale Djoser aveva affidato la realizzazione, Imhotep. Fu lui il primo a fare un largo uso della pietra tagliata e lisciata.

Circa il ruolo svolto dal visir Imhotep alla corte del faraone Djoser non si conosce molto ma i titoli attribuitigli sono molto indicativi della sua posizione. Riporto da Earl Baldwin Smith, (“Egyptian architecture as cultural expression, Londra”), “…..Imhotep….. i cui titoli erano:

“Cancelliere del faraone d’Egitto a lui solo secondo, di nobiltà ereditaria, dottore, amministratore del Gran Palazzo, sommo sacerdote di Eliopoli, architetto, capo carpentiere, capo scultore e capo vasaio”.

Per le sue doti geniali, gli fu addirittura attribuita un’origine divina, che ne aumentò ulteriormente il mito, tanto che dopo la sua morte fu venerato in tutto l’Egitto come un dio e lo fu anche nei secoli successivi.

E probabilmente lo era davvero, o per lo meno fu sicuramente un mago, visto che riuscì, in soli 19 anni a realizzare non solo la piramide, ma l’intero complesso funerario del suo faraone.

Questo è circondato da un colossale muro di cinta che imita una struttura di stuoie intrecciate ed abbellita da un susseguirsi di nicchie e da quindici porte, quattordici delle quali sono fittizie mentre quella vera si apre sulla facciata est.

Secondo l’egittologo tedesco Hermann Kees le quindici porte starebbero ad indicare la metà del mese lunare, ovvero l’arco di tempo in cui si sarebbe dovuta svolgere la festa Sed. Secondo alcuni il motivo della decorazione del muro di cinta andrebbe ricercato in altre costruzioni simili presenti in Mesopotamia, cosa che supporterebbe l’ipotesi che la piramide a gradoni volesse imitare in un certo senso gli ziggurat e non una vera piramide.

Dalla porta d’ingresso si transita attraverso un ampio corridoio con il soffitto in pietra calcarea lavorata in modo che si presenta come fosse fatta in tronchi di legno. Il corridoio sfocia in una lunga sala costeggiata da venti coppie di enormi colonne, in origine erano alte 6 metri dalla forma di un fascio di giunchi. Questa parte del complesso fu interamente ricostruita ed i lavori durarono dal 1946 al 1956.

All’interno del complesso si trovano numerosi edifici fra cui l’insieme di cappelle della festa Sed. Si trovano inoltre il Tempio a “T” ed un intricato e complesso insieme di corridoi e camere sotterranee, molte delle quali riccamente decorate con mattonelle di ceramica azzurra (il tutto lo tratteremo in seguito). Il sito fu visitato già fin dal XVII secolo da viaggiatori e esploratori europei che però non riuscirono a penetrare all’interno della piramide (per fortuna!).

Fu solo in seguito alla spedizione di Napoleone in Egitto, che nel 1821 venne scoperto l’ingresso alla piramide ad opera del generale prussiano Johann Heinrich barone di Minutoli che però non proseguì nell’esplorazione.

Occorre arrivare al 1837 con l’archeologo Perring il quale penetrò all’interno della piramide ed esplorò le numerose gallerie sotterranee dove vennero rinvenute una trentina di mummie risalenti al periodo tardo. Perring fu seguito poco dopo da un altro grande archeologo, Lepsius, che guidava una spedizione prussiana. Ma le più importanti scoperte eseguite sistematicamente ebbero inizio solo nei primi anni del novecento grazie ai numerosi scavi effettuati dall’archeologo inglese Cecil Firth, al quale si unì presto anche il giovane archeologo francese Lauer. Fu solo grazie al loro lavoro che si iniziò a conoscere meglio il complesso e quindi la piramide a gradoni. Da quel momento gli scavi nel complesso divennero decisamente una missione per coloro che vi si dedicarono, e che continua ancora ai giorni nostri. L’egittologia deve a costoro il merito per i risultati raggiunti circa la conoscenza storico-architettonica del complesso e della piramide.

Una riconoscenza particolare va riservata all’architetto francese Lauer che dedicò numerosi anni della sua vita allo studio ma anche alla parziale ricostruzione di alcune parti del complesso funerario di Djoser. Visiteremo ora tutte la varie componenti del grande complesso funerario ma per stare in tema di piramidi voglio partire dalla piramide stessa.

Secondo molti studiosi questo fu il primo tentativo di costruire una vera piramide ma, forse, come ho scritto all’inizio, Imhotep non pensò mai ad una costruzione a forma di piramide perfetta della quale non ne aveva la minima idea. Forse, condizionato da quanto aveva visto in un suo possibile viaggio in Mesopotamia, cercò solo di offrire al faraone una “scala per raggiungere il cielo” e lo fece interpretando le probabili manie di grandezza di Djoser.

Il modello costruttivo a gradoni che si innalzano verso il cielo lo troviamo in molte culture ed ha prodotto anche in contesti storico-geografici indipendenti risultati molto simili. Oltre all’Egitto e alla Mesopotamia basta pensare alle numerose costruzioni simili riscontrate presso civiltà anche molto lontane tra di loro, un esempio sono le famose piramidi precolombiane sparse nelle Americhe. Come queste ultime, secondo gli studiosi, la piramide di Djoser non si presentava con una punta, non possedeva un pyramidion ma sulla cima vi era una terrazza, dove il Ka del sovrano, dopo aver percorso la “scala sacra” avrebbe trovato posto per un attimo di pausa. (forse è fantasia ma non guasta mai).

Adesso apprestiamoci ad entrare all’interno della piramide dove ci attendono numerose sorprese.

L’ingresso si apre sul lato nord e presenta una lunga galleria discendente che circa a metà percorso si restringe; proseguendo si giunge in fondo ad un grande pozzo che sbuca nella camera sepolcrale.

La camera, cosiddetta “Camera di granito”, si trova in fondo al pozzo ad una profondità di circa 28 metri. Interamente costruita in granito rosa misura 4 x 2,56 metri ed è alta 4 metri, sopra la stessa insiste un altro vano che Lauer chiamò “camera di manovra” perché a suo parere qui veniva sistemata la mummia per poi essere calata nella camera funeraria attraverso un pozzo rotondo sul pavimento, questo veniva successivamente chiuso con un masso di granito del peso di 3 tonnellate.

Parlando di camera sepolcrale va però detto che il primo a penetrare al suo interno non fu Lauer ma l’egittologo italiano Gerolamo Segato nel 1821, quando entrò nella camera riscontrò che era già stata violata probabilmente fin dall’antichità. All’interno trovò un sarcofago in granito rosso completamente vuoto. Non trovò altro se non alcuni resti scheletrici.

Più tardi durante una sua visita, l’archeologo svizzero Heinrich Menu von Minutoli rinvenne i resti di un paio di sandali dorati, un teschio. una maschera funeraria, frammentati di vasi ed un contenitore con ancora i sigilli originali contenente un liquido denso ed oleoso. Minutoli accumulò una notevole collezione di reperti che cedette al  re di Prussia per 22.000 talleri; ma durante il trasporto in Germania una gran parte andò perduta per il naufragio della nave che li trasportava. Tra i reperti perduti vi erano appunto quelli ritrovati nella piramide a gradoni. Quelli che si salvarono furono riuniti nella fondazione del Museo Egizio di Berlino.

Fu poi Lauer, nel 1826, a trovare la pianta di un piede sinistro e la parte superiore di un braccio oltre ad altre parti molto frammentate. Queste si trovano oggi presso l’Istituto di Medicina del Cairo.

In un piccolo passaggio a nord-ovest della camera funeraria venne rinvenuta una cassetta di legno dove era riportato un nome, Netierikhet, appunto il nome di Djoser, la cassetta si trova ora nel Museo Egizio del Cairo.

Torniamo ora al grande pozzo verticale, da esso partono quattro corridoi orientati verso i punti cardinali, questi si diramano in un complesso di gallerie estremamente articolato con numerose stanze ipogee distribuite intorno alla camera sepolcrale.

Tra queste si trovano le ormai famose “Stanze blu” così chiamate in quanto si presentano rivestite con piastrelle di faience turchese incastonate nel calcare giallo delle pareti a forma di fasci di giunchi con modanature che imitano le corde che li legano, sono inoltre presenti alcuni pilastri Djed.

A questo proposito va detto che per gli antichi egizi il turchese era il colore della rinascita, della vita e della prosperità, forse l’intento era proprio quello di simboleggiante la rinascita o, come suggerisce l’egittologa americana Florence Friedman, volevano rappresentare le acque dell’oceano celeste e di quello sotterraneo.

In altre due camere sono presenti tre “false porte” nella cui cornice compare il serekht con l’antica titolatura reale in geroglifici oltre a bassorilievi dove il sovrano è rappresentato mentre officia riti sacri.

Ora ci troviamo nel bel mezzo di un intricato complesso di gallerie e corridoi che si diramano in ogni direzione tutt’intorno alla camera sepolcrale, pare di essere capitati in un labirinto sotterraneo. Sono talmente tanti questi passaggi, di cui alcuni non ultimati, che diventa arduo stabilire quali di questi siano opera dei costruttori della piramide e quali siano invece opera dei saccheggiatori di tombe in cerca di tesori.

Dopo le prime esplorazioni passarono alcuni anni durante i quali la piramide cadde nell’oblio finché nel 1837, durante una sua visita ai sotterranei, Vyse scoprì un deposito dove trovò numerose mummie prive però di ogni tipo di arredo funerario, percorse i numerosi corridoi e scoprì altre gallerie.

Passò ancora del tempo durante il quale il sito venne un poco trascurato finché arrivò  Lepsius che visitò la piramide nel 1842 e, per non andarsene a mani vuote, smontò le architravi delle false porte delle “stanze blu” sulle quali erano presenti numerose iscrizioni, oltre ad alcuni serekht che riportavano sicuramente il nome del proprietario della tomba, Netierikhet, allora sconosciuto nelle liste reali.

Fino ad allora non era possibile stabilire con certezza chi fosse questo Netierikhet. La cosa si risolse anni dopo quando nel 1889, nei pressi di Assuan, sull’isola di Sehel su una parete di roccia, venne rinvenuta una stele rupestre, scritta in geroglifico risalente all’epoca tolemaica (330-31 a-C.), la cosiddetta Stele di Sehel (Stele della carestia). In essa si narrava che in un passato remoto ci fu un periodo di carestia e siccità durato sette anni,  il periodo era riferito al tempo del regno del faraone Djoser. La stele racconta che la siccità ebbe termine grazie alle preghiere ed alle donazioni di beni fatte al dio Khnum dal II sovrano della III dinastia di nome Netierikhet. A questo punto fu chiaro che Netierikhet era Djoser il faraone che fece costruire la piramide a gradoni.

Passiamo ora nella galleria orientale nella quale sono state rinvenute tre false porte dove il sovrano viene rappresentato due volte nell’atto di camminare con la doppia corona Pschent (bianca e rossa) ed una volta in posizione stante con la corona Hedjet (solo bianca).

I nomi del sovrano sono accompagnati da quelli di Anubis, Horo e Behedet. Una di queste false porte e diverse mattonelle di faience vennero fatta smontare da Lepsius nel 1843 e trasferite presso presso il Museo di Berlino dove si trovano tutt’oggi.

Alla base della piramide, lungo la facciata  occidentale, si trovano 11 pozzi profondi 30 metri circa dal cui fondo partono ulteriori gallerie collegate fra di loro, si pensa che queste dovessero servire come luoghi di sepoltura delle donne e dei bambini della corte reale. L’imbocco dei pozzi venne successivamente inglobato nella struttura della piramide nella fase in cui fu ampliata.

Nella galleria che parte dal quinto pozzo vennero rinvenuti frammenti di legno dorato, vasi finemente cesellati ed  un sarcofago di alabastro vuoto. Sul fondo della galleria si trovava un piccolo sarcofago di legno  con pochi resti di un fanciullo di 8-12 anni.

Nel primo e nel secondo pozzo si trovavano frammenti di alabastro, probabilmente sarcofagi, mentre nel terzo compariva l’impronta di un sigillo recante il nome di Netierikhet (Djoser).

Ma la sorpresa più grande fu quella che riservarono il sesto ed il settimo pozzo dove erano contenuti numerosi piatti, tazze e circa 40.000 vasi dalle forme e dimensioni più disparate ricavati da vari materiali,  alabastro, onice, scisto, porfido, quarzo, serpentino e breccia. Fra essi numerosi vasi identici a quelli trovati da Flinders Petrie nel villaggio di Naqada, ancora nessuno, oggi è in grado di dare spiegazioni.

Alcuni di questi vasi erano levigati, sfaccettati e ricoperti di decorazioni, molti di essi riportavano i serekht con i nomi di antichi sovrani protodinastici ai quali, secondo alcuni, Djoser li aveva dedicati. Molti di essi appartenevano a sovrani della I e II dinastia quali: Narmer, Ger, Den, Agib, Semerkht, Ka, Ninetger, Sekhemib, Hotepsekhemwy e Khasekhemwy, ma il nome di Netierikhet non compariva su nessuno. Il tutto era sparso intorno nella più completa confusione, il soffitto delle gallerie era crollato per cui i reperti integri furono solo qualche centinaio su tutti quelli rinvenuti  e catalogati da Lauer.  

Molte sono le ipotesi avanzate, secondo Lauer sarebbero il corredo delle tombe dei sovrani arcaici distrutte dal faraone Peribsen. In un secondo tempo, Khasekhemwy, che gli succedette li avrebbe raccolti e custoditi in un magazzino dal quale Djoser li avrebbe pietosamente fatti prelevare per custodirli nella sua tomba. A questo punto ci si domanda, perché prendere solo i vasi, sicuramente, nonostante saccheggiate le tombe custodivano ancora parte del corredo funebre non asportato dai saccheggiatori. Con lui concorda anche l’egittologo Stadelmann mentre di parere nettamente contrario Donald B. Redford che ritiene che le tombe precedenti furono distrutte dallo stesso Djoser per recuperare i materiali necessari ad erigere il suo complesso. Conservò però il loro corredo che fece sistemare nella sua tomba per rispetto e per mantenere la continuità del potere. Teoria ritenuta dai più assurda in quanto la distruzione delle tombe dei predecessori non costituiva certo un segno di rispetto ne di potere.

Il significato della conservazione del corredo usurpato ai predecessori nella propria tomba rimane avvolto nel mistero alla soluzione del quale ancora oggi molti egittologi vi si dedicano. Dagli inizi del XX secolo iniziò un’esplorazione sistematica della piramide, si procedette inoltre alla ricostruzione di parte del complesso funerario di Djoser, entrambe effettuate dall’architetto francese Lauer che vi si dedicò per numerosi anni. I restauri sono continuati fino ai giorni nostri. Di sicuro è che una eventuale visita ai sotterranei della piramide, ora riaperta al pubblico, non può che essere estremamente interessante.

Usciamo dalla piramide e ci troviamo nell’area del Tempio funerario, rivolti a nord, sulla nostra destra, addossato all’estremo angolo ovest della parete della piramide, nello spazio che si trova tra il Tempio e la “Casa del Nord” (che vedremo in seguito) si trova il cosiddetto “Cortile del Serdab”.

Il Serdab era una struttura presente nelle tombe dell’Antico Egitto costituita da una camera destinata alla statua raffigurante il Ka o “spirito vitale”, del defunto. Si trova accanto all’ingresso del tempio, addossata alla parete della piramide e risulta inclinata perché avrebbe dovuto seguire la forma del primo gradone a cui si appoggia.

Il Ka era la forza che permetteva al sovrano di sopravvivere dopo la morte e di riprendere un’esistenza nell’aldilà simile a quella che aveva condotto sulla terra. Per conservare la sua efficacia il Ka doveva essere continuamente alimentato, per questo le statue racchiuse nel serdab ricevevano cibo, bevande e fumigazioni con tanto di rito nel quale si recitavano formule d’offerta ad esse indirizzate.

La statua di Netierikhet Djoser assiso, con una lunga parrucca ed il copricapo nemes, è stata rinvenuta parzialmente danneggiata e priva degli occhi, oggi è custodita al Museo del Cairo, al suo posto è stata collocata una copia a grandezza naturale, vestita con gli abiti giubilari compreso il candido manto che nell’insieme davano l’impressione della dignità regale.

La parete nord del serdab presenta due fori nel muro all’altezza degli occhi della statua, questi avevano la funzione di permettere al Ka di Djoser di osservare la parte anteriore del complesso e le stelle imperiture del cielo settentrionale che non tramontano mai ed il mondo esterno dei vivi nonché di controllare (non si sa mai) che gli venissero sempre presentate le offerte.

Va detto che quasi un terzo dell’area nord del complesso non è ancora stata esplorata in modo approfondito.

Ovviamente trovandoci sul lato nord non possiamo non dare un’occhiata al Tempio funerario, detto anche “Tempio settentrionale” o nord, per il culto del faraone che si trova proprio alla base della piramide un poco più alto rispetto agli edifici vicini. Orientato in senso est-ovest permetteva l’ingresso attraverso un portico a doppio colonnato al cui interno si trovava la statua del sovrano ed alcune false porte. Allo stato attuale non è ancora stata avanzata un’ipotesi certa del significato delle varie componenti del tempio e la cosa è ritenuta di difficile interpretazione a causa della confusione degli ambienti, corridoi e cortili, che non è riscontrata in costruzioni simili di epoca precedente ne successiva, e con camere doppie chiamate da Lauer “Sale delle abluzioni” per la presenza di un lavacro rotondo sistemato tra le sale.

All’interno del recinto si trovano cortili con quattro colonne scanalate unite da un muro, da uno di questi cortili si accede ad una rampa che conduce al complesso ipogeo della piramide e da qui alla cripta funeraria. Il ritrovamento più significativo in questa zona è costituito da alcune impronte sull’argilla di sigilli apposti da un sacerdote della dea Neith che riportano il nome del faraone Sanakht.

Degno di nota, al nord della corte si trova un terrazzo che si congiunge con il muro di cinta del complesso ed è  raggiungibile attraverso una scalinata, nella parte superiore piatta presenta una sezione leggermente incavata delle dimensioni di 8 x 8 metri. Questa costruzione viene comunemente chiamata “altare”. 

Su questa costruzione non si conosce nulla ed ancora oggi è oggetto di una disputa fra egittologi non ancora conclusa. Secondo Stadelmann si tratterebbe di un tempio solare basando la sua ipotesi su una iscrizione incisa su di un ostrakon trovato poco lontano che riporta in corsivo la dicitura “seketre” (tramonto di Ra). Altenmuller ritiene invece che l’avvallamento rappresenti la base su cui si trovava eretto un obelisco con la funzione di imitare la pietra Benben di Eliopoli.

Per contro va detto che non è stata ritrovata alcuna traccia dell’obelisco o parti di esso  mentre un più attento esame della scritta pare rivelare che non fosse riferita ad un tempio solare bensì ad un edificio della festa Sed. Attualmente sono in atto analisi sistematiche dalle quali ci si aspettano ulteriori ritrovamenti interessanti ed anche inaspettati.

Adesso facciamo due passi sotto il caldo sole del deserto, lasciamo il settentrione per dirigerci verso il lato sud del complesso. Torneremo a nord per visitare le cosiddette “Casa del nord” e “Casa del sud”, mi scuso se salto qua e la ma preferisco dare la precedenza agli ambienti che ritengo meritino maggiore attenzione.

Avanziamo ora in quello che è il cortile sud, più pomposamente chiamato “Cortile dell’Apparizione reale”.

Questo misura 180 x 100 metri e lo si trova appena entrati nel complesso in quanto si estende dalla piramide fino al muro di cinta meridionale. In origine insistevano in questo spazio due fabbricati, nell’angolo nord-est erano presenti un piccolo tempio con tre nicchie mentre un basso altare quadrato poggiava sul lato meridionale della piramide e possedeva un piccolo ipogeo situato proprio davanti ad una rampa attraverso la quale si accedeva all’altare. In questo ipogeo fu rinvenuta una testa di toro.

L’uso a cui erano destinati questi edifici ci è del tutto sconosciuto.

Al centro della corte si trovano i resti di due piccoli edifici la cui forma ricorda una B, sicuramente sono da mettere in relazione con la festa sed anche se nessuno per ora si è espresso con certezza.

Durante gli scavi, nei pressi, sono state ritrovate 40 stele sulle quali comparivano i nomi della moglie di Djoser Hetephernebti e della figlia Inetkaus, anche su queste, per il momento, non sono state avanzate ipotesi circa il loro significato.

Quello che viene ritenuto il più interessante reperto rinvenuto nella corte sud è la cosiddetta “Iscrizione del restauro” ad opera di un figlio di Ramesse II Khaemuaset. Di lui sappiamo che era sacerdote di Ptah a Menfi e, grazie al grande interesse che provava verso gli antenati, fece effettuare numerosi restauri ai monumenti danneggiati. Un suo monumento eretto nei pressi della piramide a gradoni è stato recentemente rinvenuto poco ad ovest del Serapeum da una missione giapponese.

Prima di proseguire la nostra visita al complesso del faraone Djoser, in funzione di ciò che troveremo adesso, viene da chiedersi, la piramide a gradoni va considerata la vera tomba del faraone Djoser? La sua mummia fu effettivamente collocata nella camera funeraria sottostante la piramide?

Può darsi, allora sorge spontanea un’altra domanda, che ci fa un’altra tomba all’interno del complesso?

Si, un’altra tomba situata nell’angolo sud-ovest della corte, qui sorge il più misterioso fabbricato di tutto il complesso, la cosiddetta “Tomba Sud”, un secondo monumento funerario edificato proprio ai limiti del muro meridionale.

Non è chiara la sua funzione, Djoser fu sepolto sotto la piramide a gradoni o in questa tomba? Secondo alcuni la tomba rappresenterebbe un cenotafio come quelli che si trovano ad Abydos, secondo altri potrebbe essere una strategia diplomatica di Djoser per sottolineare la sua funzione di re dell’Alto e Basso Egitto. Oppure bisognerà trovare un’altra spiegazione, nell’attesa di maggiori informazioni noi apprestiamoci a visitarla per quanto è possibile.

Arrivando da nord uno stretto passaggio ci conduce in una piccola sala dove, secondo Lauer vi era una statua del re, secondo Ricke era il luogo dove si conservavano le due corone del Basso e Alto Egitto. La tomba, ovviamente ipogea, presenta una sovrastruttura a mastaba rettangolare con orientamento est-ovest, al limite orientale si apre un enorme pozzo profondo circa 30 metri nel quale una scala in pietra scende in profondità.

Alla base del pozzo la camera funeraria, in granito rosa, si presenta quasi uguale a quella sotto la piramide e anch’essa possiede la “camera di manovra”, il tutto di dimensioni leggermente ridotte.

Nella camera in granito si trova un sarcofago, il che conferma l’uso prettamente funerario della stessa. Una delle tante ipotesi suggerisce che potrebbe aver contenuto i vasi canopi o una statua reale del Ka di Djoser. 

Il passaggio scende ancora in profondità dove si trovano alcuni appartamenti con diversi corridoi simili a quelli della piramide a gradoni, solo di dimensioni più ridotte, avanzando ancora incontriamo una galleria le cui pareti sono rivestite di piastrelle blu-verdi in faience come nelle gallerie della piramide. Le decorazione rappresenta Djoser una volta nell’atto di incedere indossando la corona bianca e due volte in posizione stante con la corona rossa o bianca (non è distinguibile). Le decorazioni presenti in questa tomba, nel loro insieme, colpiscono in modo sorprendente per la loro compiutezza e precisione nei dettagli, il grado raggiunto è molto elevato decisamente superiore a quello delle camere sotterranee della piramide; è stata avanzata l’ipotesi che siano state predisposte prima della piramide nel caso di una morte prematura del sovrano. Alcuni egittologi hanno ipotizzato che questa sia la vera tomba dove giaceva la mummia del faraone. Secondo altri insorgerebbero principi religiosi che rendono poco credibile che il sovrano si facesse costruire una piramide per poi farsi seppellire in una tomba minore.

Vi racconto un piccolo aneddoto che forse non tutti conoscono, quando venne scoperta da Firth e Lauer quest’ultimo, essendo più snello si calò per primo nella camera funeraria passando dalla camera di manovra. La sorpresa nel vedere che anche qui c’erano le piastrelle di faience lo entusiasmò nonostante la maggior parte di esse erano cadute dalle pareti finendo in minuscoli pezzi. I due raccolsero i ciottoli e li portarono nell’abitazione di Firth. Ad un certo punto Lauer si diresse nuovamente al lavoro ma appena uscito di casa udì un forte sibilo che persisteva in continuazione. Spaventato corse all’interno della casa dove Firth gli spiegò il tutto. Nell’intento di lavare i pezzi Firth aveva immerso i ciottoli in un secchio con acqua e una sostanza detergente. Dopo millenni in cui le piastrelle si erano seccate, a contatto con l’acqua si era innescata una reazione chimica che aveva prodotto il fischio.

In conclusione riporto la combinazione di due teorie, quella di Jéquier con quella di Lauer, che fin’ora paiono le più plausibili, Djoser sarebbe stato sepolto sotto la piramide, la tomba sud sarebbe un sostituto simbolico, un cenotafio.

Per arrivare alla Tomba sud dalla Piramide abbiamo percorso il grande “Cortile dell’Apparizione Reale” dove si celebravano le cerimonie cultuali ed il rito della corsa sed che avveniva tra i due piccoli edifici dalla forma che ricorda una B, di cui abbiamo già parlato, e che simboleggiavano i confini dell’Egitto.

Circa a metà del Grande cortile, sul lato est, si trova il cosiddetto “Tempio T”, un edificio rettangolare il cui nome è dovuto alla classificazione fissata da Lauer.

Il Tempio “T” è tra le più affascinanti e misteriose strutture nel complesso. La facciata esterna dell’edificio è semplice e non ostenta particolari ornamenti, mentre l’interno è interamente costruito con pilastri Djed (che rappresenta stabilità).

All’interno si trovano sculture complicate dal significato oscuro, tra esse spicca una falsa porta semiaperta, potrebbe rappresentare un passaggio simbolico verso l’aldilà. Il Tempio viene anche comunemente chiamato “Tempio della Heb-Sed” (la Festa Sed), trovandosi in prossimità della corte giubilare, potrebbe essere servito come struttura di culto sacerdotale dove si sarebbero tenuti i riti preparatori alla festa Sed. Anche qui, come nell’intero complesso, la struttura arcaica che si presentava in mattoni crudi la troviamo costruita in pietra.

Il tempio e formato da un colonnato d’accesso composto da tre colonne scanalate unite da un muro di sostegno, un’anticamera, tre cortili interni ed una sala quadrata con una nicchia nella parete nord che presenta un fregio con il geroglifico “djed” (durare, essere saldi).

Il significato del tempio è tutt’ora oggetto di discussione tra gli studiosi, secondo Ricke e Firth avrebbe svolto la funzione simbolica di spogliatoio dove il sovrano cambiava i suoi vestiti con quelli rituali della festa Sed. Al momento del suo ritrovamento il tempio era in completa rovina, fu Lauer che procedette alla sua ricostruzione usando circa 2000 frammenti e restaurandoli tramite la tecnica dell’anastilosi. (in architettura, particolarmente adottata in archeologia, per anastilosi si intende la tecnica di restauro che consiste nel rimettere insieme ciascun elemento dei pezzi originali di una costruzione distrutta).

Andiamo ora a visitare il “Cortile del Giubileo” anche detto “Cortile della Festa Sed”.

Mi scuso con i più esperti ma vorrei fare una piccola parentesi per coloro che si trovano ad affrontare per le prime volte la storia egizia con la sua terminologia. La “Festa Sed” o “Festa Giubilare” consisteva in una cerimonia che tutti i faraoni celebravano al compimento del loro trentesimo anno di regno. Secondo l’ipotesi avanzata da Petrie la Festa Sed deriverebbe dall’antichissima usanza, risalente al periodo protodinastico (ma forse assai prima), secondo la quale avanzando con l’età era bene che il re dimostrasse di essere ancora in grado di difendere il proprio popolo, per far questo doveva sottomettersi a delle prove che ne avrebbero sancito tale diritto. Se il sovrano non avesse superato le prove veniva messo a morte e quindi sostituito con uno più giovane. Secondo le ipotesi più accreditate il significato della festa “Heb-Sed” per gli egizi era puramente simbolico, queste suggeriscono che si trattasse di una prova fittizia al punto che molti faraoni la celebrarono prima del loro trentesimo anno di regno, anzi, alcuni ne celebrarono più di una. Ramesse II celebrò la prima festa in occasione del suo trentesimo anniversario di regno, da lì in poi ne celebrò una ogni tre anni per un totale di ben quattordici. Secondo l’egittologo Petrie, il re doveva bere una pozione di fiori di loto che lo avrebbero portato ad una sorta di catalessi, raggiunto questo stato sarebbe stato deposto in un sarcofago dove rimaneva per alcuni giorni. Questo faceva si che il sovrano si sarebbe rigenerato, riacquistando il proprio vigore per poterlo dimostrare nel rito Sed.

Torniamo al cortile della Festa Sed, esso consiste in un ampio spazio rettangolare di 198 x 187 metri che si trova sempre ad est del complesso. Sul lato orientale si trovavano dodici cappelle con coronamento arcuato incorniciate da un astragalo liscio (modanatura detta anche tondino).

Questo elemento architettonico derivava dal modello di cappella “per nu”, diffuso nel Basso Egitto e costruito con mattoni crudi, legno, canne e paglia. Ciascuna cappella conteneva, all’interno di una nicchia, pregevoli statue di divinità distrettuali, una di queste statuette di un nomo si trova oggi al Brooklin Museum (cat. 58.192). Oggi rimangono i resti di tre statue incompiute del re in forma osiriaca.

Sul lato occidentale del cortile si trovavano tredici cappelle di due diversi tipi. Un tipo detto “sekh netjer” (sala del dio) con facciata e astragali laterali, il secondo tipo detto “per uer” (grande casa) che rappresentava il santuario dell’Alto Egitto anch’esso anticamente costruito in legno e stuoie.

In realtà è improprio chiamarle cappelle in quanto si trattava di “falsi edifici” che non presentavano alcuno spazio interno ma semplicemente formate da un blocco solido con rivestimento esterno. Di dimensioni rilevanti, alcune di queste erano contornate sulla facciata da tre sottili colonne incassate nella muratura, scanalate per simboleggiare fusti di alberi, il capitello detto “abaco cubico” recava i simboli divini e reali. Il loro scopo era quello di rappresentare gli dei dell’Alto e Basso Egitto che avrebbero rinnovato il consenso al faraone che sarebbe stato nuovamente incoronato. Inutile dire che si trovavano in uno stato di completa rovina, fu l’egittologo Lauer, che dedicò quasi tutta la sua vita alla loro ricostruzione con il metodo, già descritto sopra, dell’anastilosi.

Sul fondo della fila occidentale di cappelle si trovava un gruppo statuario composto dalle statue di Djoser, di sua madre Nimaathap, della moglie Hetephernebti e della figlia Inetkaus, oggi rimangono solo più i resti dei piedi. Dopo che il faraone aveva effettuato alcune prove di cui la più importante era la corsa nel grande “Cortile dell’Apparizione Reale”, la cerimonia si spostava nel cortile della Festa Sed dove, alla presenza dei nobili del regno, si celebravano i riti giubilari della rigenerazione che culminavano nella cerimonia dell’incoronazione come riconferma della supremazia e del potere del sovrano. Questa avveniva su un podio situato a sud del cortile dove ancora si trova un basamento con due rampe laterali sul quale veniva posto il trono, questo era sormontato da un baldacchino per riparare il sovrano dai cocenti raggi solari.

Tutto questo però Djoser non lo usò mai, infatti morì prima del compimento del trentesimo anno del suo regno. Ma forse a questo Djoser ci aveva anche pensato, la sua Heb-Sed l’avrebbe celebrata comunque nell’Aldilà. La costruzione di tutti questi edifici fu voluta forse per dare maggior risalto scenografico al suo monumentale complesso funerario la cui funzione, puramente simbolica lo rendeva degno di un dio che muore ma che si rigenera.

Bene, ora dal cortile Hed-Sed, costeggiando la piramide, ci dirigiamo nuovamente a nord dove incontriamo un ampio cortile sulla destra, questo è accessibile sia dal complesso della festa Sed che dal passaggio sul lato orientale della piramide.

Entriamo nel cortile e ci troviamo di fronte la cosiddetta “Casa del Sud”. Quando Lepsius la scoprì le sue rovine erano così imponenti che la scambiò per una piramide satellite e gli assegnò il numero XXIV.

Nell’angolo sud-est si trova un basamento che ricorda vagamente la lettera D sul quale sono stati trovati i resti di un altare. Sui lati est e sud del cortile si trovavano delle nicchie mentre nella parte nord-est si trova un pozzo profondo 25 metri.

Nei pressi del pozzo, l’archeologo Firrth rinvenne numerosi fogli di papiro carbonizzati cosa che portò a credere che in quel luogo, forse in epoca più tarda, avesse sede l’amministrazione non solo del complesso di Djoser ma dell’intera necropoli di Saqqara.

La Casa del Sud, che presentava una serie di capitelli dalla forma di fiore di loto (oggi scomparsi), molto probabilmente simboleggiava la sala del trono dell’Alto Egitto. Con il solito metodo dell’anastilosi, Lauer fece ricostruire la facciata rivolta a sud che risultò ornata da quattro colonne simili a quelle delle cappelle Heb-Sed.

L’ingresso si presenta spostato rispetto al centro di due colonne che ornano la facciata, al di sopra di esso compare un fregio continuo con il geroglifico “Khekeru” ad imitazione dei tetti di stuoie intrecciate che ornavano gli edifici di epoca predinastica adibiti al culto della dea avvoltoio Nekhbet di Ieracompoli.

Da qui si accede attraverso un breve corridoio ad una camera con nicchie dove, secondo alcuni, venivano deposte le offerte funerarie. Ironia del destino, allora come oggi, i visitatori avevano la pessima idea di lasciare graffiti sulle pareti, all’interno della cappella ne compaiono numerosi in scrittura ieratica che risalgono alla XVIII e XIX dinastia, si trova una scritta dello scriba della camera del tesoro Hednakht ed una dello scriba del Visir, Panakht. Il loro significato storico è oggi molto importante in quanto conferma la veridicità del fatto che Djoser fosse realmente il detentore del complesso e che gli edifici a quell’epoca fossero ancora abbastanza in buono stato.

Poco oltre si trova la “Casa del Nord”, pressappoco ricalca quella del sud ad eccezione del cortile che è più piccolo, la sua funzione simbolica era quella di rappresentare la sala del trono del Basso Egitto, il Delta; forse era dedicata alla dea serpente Uto.

Al suo interno non compaiono nicchie ma un pozzo profondo circa 20 metri che sbuca in una serie di gallerie sotterranee non ancora completamente esplorate. Nel cortile sono inoltre presenti tre semicolonne a forma di papiro.

Circa il significato simbolico di queste due “Case” le molte ipotesi avanzate sono controverse discostandosi in modo significativo tra di loro. Lepsius rimase fermo sulla sua idea che si trattasse di due piramidi satelliti della Piramide a Gradoni tanto che le elencò con i numeri XXXIII e XXXIV. Secondo Firth erano semplicemente le tombe delle principesse Hetephernebti e Inetkaus. Per l’egittologo Ricke, invece, simboleggiavano le residenze reali Dell’Alto e Basso Egitto. L’ipotesi più condivisa è quella di Lauer secondo il quale le due case rappresenterebbero simbolicamente le “Due Terre” unificate dove, conclusa la Heb-Sed, dopo l’incoronazione e l’ascesa al trono simbolica del faraone, il suo Ka andava li a ricevere l’omaggio dei sudditi dell’Alto e Basso Egitto.

Ora passiamo al lato occidentale del complesso dove si estendono tre lunghi edifici affiancati di lunghezze diverse allineati nord-sud, il più occidentale era lungo circa 400 metri, largo 25 e alto 5 metri. Gli altri due sono via via più bassi ed il terzo addirittura si appoggia per qualche metro direttamente sulla piramide.

Le indagini effettuate, che a tutt’oggi sono ancora scarse, portano però ad escludere che la massicciata più occidentale contenga al suo interno camere o corridoi in quanto è stata costruita con frammenti di pietra e materiale di risulta. La massicciata centrale presenta le pareti laterali lievemente inclinate ed arricchite da nicchie, cinque pozzi con scale conducevano alla sottostruttura che presentava lunghi corridoi e camere parzialmente distrutti. Nella parte già esplorata curiosamente sono stati rinvenuti cocci di vasi in pietra e semi di orzo, frumento oltre a frutta secca.

Lauer ritiene che nelle massicciate siano stati sepolti i servitori di Djoser mentre per Stadelmann si tratterebbe di costruzioni antecedenti la II dinastia successivamente incorporati nel complesso. Affermazione ritenuta assurda da molti in quanto il fatto che la terza massicciata sia appoggiata alla piramide dimostra che sicuramente è stata costruita in epoca successiva. Essendo ancora in corso uno studio approfondito le notizie di cui si dispone sono troppo esigue per permettere di avanzare ipotesi certe.

Bene, ora che abbiamo visitato tutto il visitabile dirigiamoci all’uscita senza però dimenticare, dopo alcuni passi, di voltarci indietro per un ultimo sguardo a questo meraviglioso monumento dell’Antico Egitto. Tutto quello che abbiamo visitato si completa con il maestoso muro che circonda interamente il complesso.

Esternamente si presenta con una struttura che imita un insieme di stuoie intrecciate e viene messo in evidenza da bellissime nicchie e da quindici porte distribuite in modo irregolare lungo tutta la sua estensione. Quattordici di queste sono false porte, solo una è vera, quella situata sulla facciata est, nell’angolo sud-est, dalla quale siamo appena usciti.

Secondo alcuni egittologi l’intera struttura imiterebbe il motivo decorativo di un fabbricato con intelaiatura in legno coperta di stuoie, secondo altri il motivo sarebbe di derivazione Mesopotamica. Lauer sostiene che in origine il muro fosse di colore bianco come il palazzo dove regnava il faraone. Il motivo del muro di Djoser potrebbe aver ispirato altri monumenti, infatti lo troviamo nel muro di cinta del complesso piramidale di Senusret III a Dashur e sul suo sarcofago.

Abbiamo così completato la visita alla più antica piramide del mondo costruita oltre 4700 anni fa. Accessibile agli studiosi fino agli anni 30 del novecento venne successivamente chiusa per problemi di sicurezza in quanto rischiava di collassare su se stessa. Nel 2006 ha inizio un grandioso progetto di salvataggio che, salvo una breve interruzione dal 2011 al 2013 a causa della rivoluzione che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak, è proseguito per 14 anni fino alla completa apertura al pubblico nel 2020. Oggi è interamente visitabile.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2007
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, De Agostini, Novara, 1993
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, De Agostini, Novara, 1982
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Cyril Aldred, “L’antico Egitto”, Newton Compton Editori, 2006
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. Whitestar, 2005
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Ed. Mursia, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1961
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1884
  • Lehner, Mark. “The Complete Pyramids”, New York: Thames and Hudson, 1997
  • Jaromir Màlek, “Egitto. 4000 anni di arte”, Phaidon, 2003
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE GIGANTE SANAKHT

Di Piero Cargnino

Sanakht è stato considerato per molto tempo, e da alcuni ancora oggi, il fondatore della III dinastia dopo Khasekhemwi, ultimo faraone della II dinastia; ha governato dal 2735 al 2715 a.C.

Si pensa che potrebbe essere stato uno dei  figli di Nimaathap (“Verità di Hapy”), figlia e sposa dello stesso Khasekhemwi e, sempre secondo questa teoria, sarebbe stato il fratello maggiore di Djoser.

Secondo un’altra teoria avanzata da alcuni egittologi Nimaathap, figlia di Khasekhemwy divenne la moglie reale di Nebka ed il loro figlio fu Djoser, “primo sovrano legittimo”. In epoca più recente però sono stati rinvenuti numerosi sigilli ed iscrizioni su recipienti in pietra che riportano i titoli della regina Nimaathap quali: “Madre del re dell’Alto e Basso Egitto”, “Madre dei figli del re” e “Sposa del re”.

La teoria che prevale oggi è che Nimaathap fosse una principessa del Basso Egitto che andò sposa a Khasekhemwy al termine del conflitto per la riunificazione delle Due Terre.

Il nome di Sanakht non viene citato nella lista di Saqqara ne nel Canone di Torino, nella lista di Abydos è citato con il nome di Nebka mentre Manetone lo chiama Necherophes (o Tosorthros).

Recenti ritrovamenti hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare che questo sovrano fosse in realtà appartenuto alla II dinastia pur non essendo in grado di definire una rigorosa cronologia tra le due dinastie.

In alcune iscrizioni si trovano associati i nomi di Sanakht, Nebka e Necherophes con quello di Djoser, il Papiro Westcar cita un faraone Nebka come successore di Djoser e prima di Huni. La confusione è generata dal fatto che la posizione dei nomi nelle varie Liste Reali non ha ancora un riscontro archeologico sicuro. Il nome di Sanakht lo troviamo affiancato a quello di Djoser su alcune iscrizioni che raccontano le spedizioni alle miniere di turchese compiute durante il regno dello stesso Djoser.

I due nomi compaiono associati anche a Beit Khallaf (o Bet Khallâf) nell’Alto Egitto, località vicina all’antica Thinis a venti chilometri a nord di Abidos dove pare che si fossero fatti costruire due mastabe di mattoni una accanto all’altra. Ho detto “pare” perché alcuni studiosi ipotizzano che Sanakht sia morto in giovane età e che la sua mastaba sia stata riutilizzata dal faraone Djoser che la fece ampliare trasformandola in seguito nella piramide a gradoni.

In ogni caso la tomba di Sanakht è stata scoperta nel 1901 appunto a Beit Khallaf dove erano presenti numerose tombe appartenenti alla Terza Dinastia.

La conferma che la mastaba denominata K2 è appartenuta a Sanakht è attestata da frammenti di sigilli e da graffiti. Coloro che sostengono che Sanakht sia il fondatore della III dinastia affermano che il ritrovamento di sigilli di Djoser nella tomba di Khasekhemwy dimostrano solo che Djoser praticava riti funerari in onore di questo re senza per questo indicare che fu lui a succedergli.

A proposito di Nebka, citato da Sesto Africano e nella lista di Abydos, egittologi quali Wilkinson, Seidlmayer, Kitchen e Stadelmann affermano che si tratti effettivamente dello stesso Sanakht e portano a sostegno della loro teoria tracce di un cartiglio nel quale compare un segno “Ka” (ad indicare la fine del nome “Nebka”) su di un frammento di sigillo in argilla.

Anche l’egittologo Dietrich Wildung condivide l’ipotesi che i due siano la stessa persona pur contestando l’interpretazione derivata dal sigillo in quanto troppo danneggiato per leggere con certezza l’iscrizione all’interno del cartiglio.

Wolfgang Helck asserì che il nome Nisut-Biti di Sanakht fosse Weneg, poiché si ritiene che Weneg sia stato il quarto re della II dinastia, la teoria di Helck viene contestata dai più. Anni addietro l’egittologo Ernest Wallis Budge suggerì che il nome di Sanakht andava letto “Hen Nekht”. Oggi si ritiene che la lettura più giusta sia “Sanakht” o (raramente) “Nakht-Sa”.

Come detto sopra la tomba di Sanakht, la mastaba denominata K2, scoperta nel 1901, destò subito un grande interesse per le dimensioni del corpo del defunto che erano più grandi delle altre, non solo ma superavano tutte quelle trovate in tempi antichi.

La tomba conteneva i resti di colui che potrebbe essere il più antico caso di macrosomia, (ovvero il cosiddetto “gigantismo umano proporzionato”). Come è noto, i giganti sono personaggi fantastici che si ritrovano nelle leggende e nella mitologia di molte culture, ma è logico pensare che le leggende nascono spesso da storpiature o esagerazioni di fatti reali. E’ noto che il gigantismo è una condizione clinica che si verifica quando il corpo produce in modo anomalo l’ormone della crescita.

Gli scienziati dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica dell’Università degli Studi di Zurigo, in collaborazione con alcuni colleghi australiani ed olandesi,  hanno analizzato la mummia del faraone Sanakht, concludendo che il suo corpo potrebbe avere le caratteristiche per esser considerato il primo “gigante” della storia, le sue ossa furono datate al 2.700 a.C. circa. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “The Lancet Diabetes & Endocrinology”. A tale riguardo Michael Habicht, egittologo dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica all’ateneo svizzero ha precisato:

“…… i presunti resti di Sanakht sono stati ritrovati in una “tomba d’élite” e questo fa pensare che non ci fossero comunque stati pregiudizi sociali verso i casi di gigantismo…..”.

Grazie a questo nuovo studio si è scoperto che la lunghezza dello scheletro di Sanakht sfiorava i due metri (199 centimetri), non molto rispetto ai tempi d’oggi ma certamente un’altezza alquanto insolita per un uomo di quell’epoca. Scrive inoltre Habicht:

I vari studi sulle mummie egizie hanno mostrato come l’altezza media degli uomini di alto rango, in quell’epoca, raggiungeva al massimo circa 160-170 centimetri“.

Nel corso della storia non si contano i miti e le leggende che descrivono uomini dall’altezza incredibile, in grado di terrorizzare i comuni mortali ma l’altezza del faraone Sanakht potrebbe essere solo il frutto della malattia che spinge il corpo a crescere a dismisura.

Uno sviluppo eccessivo delle ossa è stato riscontrato nei resti del faraone. La macrosomia, in sostanza, è una disfunzione abbastanza rara dovuta all’eccessiva produzione dell’ormone della crescita, (ossia la somatotropina), che si presenta attorno al ventesimo anno di età e che provoca una crescita esagerata del corpo, fino al 15-20% in più rispetto ad una persona normale ma tuttavia corretta nelle proporzioni, (a differenza dell’acromegalia, dove le proporzioni non vengono rispettate).

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1997
  • Smith W. S.,  “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Cambridge University 1971 (Il Saggiatore, Milano 1972)
  • John A. Wilson, “Egitto, in I Propilei – Grande storia universale Mondadori”, Milano, 1967
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
C'era una volta l'Egitto

KHASEKHEMWY – IL CREPUSCOLO DELLA II DINASTIA

Di Piero Cargnino

La II dinastia, così come la vide Manetone è ormai giunta al termine, con un Egitto più o meno diviso, passato nelle mani di sovrani dei quali non si riesce a capire su cosa abbiano governato, se sull’intero paese o solo su parte di esso, a volte contemporaneamente e spesso in disaccordo tra di loro anche se mai in guerra aperta.

Questa è la situazione che eredita il nuovo sovrano, Khasekhemwy all’alba della sua salita al trono.

Ultimo faraone della II dinastia, governò l’Egitto per quasi 18 anni, all’incirca tra il 2690 e il 2650 a.C., con lui si chiude il cosiddetto Periodo Protodinastico.

Benché di lui si conosca più dei suoi immediati predecessori anche nel suo caso vi sono dubbi sul fatto che il nome indichi un solo sovrano oppure due.

Nella necropoli di Abydos sono stati ritrovati alcuni serekht nei quali compare come Horo Khasekhem ed altri in cui il nome riportato è Horo-Seth Kashekhemwi.

Diverse sono la interpretazioni del suo nome Horus a seconda di come viene trovato scritto: “Ḫꜥj-sḫm.wj” che viene interpretato “Appaiono i due potenti”, quando è scritto come “Ḥr-Ḫꜥj-sḫm” viene letto “Horus, il cui potere appare”, lo si trova anche nella forma “ḫꜥj sḫm.wj ḫtp nṯrwj jm” che significa “i due poteri appaiono in quanto gli antenati riposano dentro di lui”.

Nella lista di Abydos, Khasekhemwy compare come successore di Sendi (Sened), in quella di Saqqara è posto dopo Hudjefa con il nome di Beby, nella sequenza dei sovrani riportata nel Canone di Torino il suo nome viene dopo quello di Aaka (Peribsen), Neferkaseker e Hudjefa col nome di Bebti.

Capite in che situazione si trovano coloro che devono interpretare la storia? L’opinione prevalente colloca Khasekhemwy come successore di Seth-Peribsen ma secondo altri il successore sarebbe Khasekhem anche se i più affermano che i due siano in realtà la stessa persona. Questo confermerebbe il fatto che prima di lui si sia verificato un periodo di divisione tra le Due Terre, Peribsen regna su una parte dell’Egitto mentre Khasekhem regna sull’altra.

Asceso al trono, Khasekhem avrebbe intrapreso un guerra civile tra i seguaci di Horus e quelli di Seth uscendone vittorioso e ponendo così fine alle lotte intestine della II dinastia riunificando l’intero Egitto. Forse non fu solo la vittoria nella guerra a permettergli di riunificare le Due Terre ma anche una buona capacità diplomatica.

Khasekhem, dopo aver nuovamente unificato il paese, volle dare un segno di pacificazione aggiungendo al suo nome originale quello di Seth.

L’insolito serekh del re mostra le divinità Horus e Seth insieme in cima al serekh. Horus indossa la corona bianca dell’Alto Egitto e Seth indossa la Corona rossa del Basso Egitto. I due dei raffigurati sul serekht stanno uno di fronte all’altro in una posizione che potrebbe sembrare che si bacino. Khasekhemwy è infatti l’unico sovrano nella storia egiziana ad essersi fregiato, nel suo serekht, di  entrambi i simboli di Horus e di Seth, con il proposito, forse, di incoraggiare l’unione delle due fazioni.

Un ulteriore segno della volontà di pacificazione si riscontrerebbe nel fatto che Peribsen non subì la “damnatio memoriae”, la sua tomba non venne distrutta ne il suo nome cancellato dalle iscrizioni.

Khasekhemwy è ricordato per le sue campagne militari soprattutto nell’Egitto del nord oltre al fatto che l’unione di nebwy Hotepimef, con il nome ufficiale, può essere reso come “L’Horo e Seth Khasekhemwy, i Due Signori sono in pace con lui”.

Durante il regno di Khasekhemwy si verifica un notevole sviluppo tecnologico. Dalla Pietra di Palermo si apprende che nel suo tredicesimo anno di regno, Khasekhemwy fece erigere un grande tempio ad Abydos recintato con mura in mattoni crudi, detto “La dea rimane”. Il tempio era però costruito interamente in pietra, cosa questa che dimostra  che la padronanza della costruzione in pietra venne acquisita già prima della III dinastia.

Dall’area templare proviene una serie di ritrovamenti, tra cui due raffigurazioni del re che utilizzano un’iconografia statuaria già definita secondo i canoni tradizionali, la cui elaborazione è molto più antica.

Sempre la Pietra di Palermo ci parla della realizzazione di una statua di rame nel quindicesimo anno di regno del faraone.

Khasekhemwy fece inoltre erigere due forti uno a Nekhen ed un altro ad Abydos, (ora noto come Shunet ez Zebib). Quest’ultimo consiste in un’ imponente struttura che si presenta come una corte circondata da un duplice muro in mattoni crudi. Il muro interno presenta una decorazione “a nicchie”, come nel palazzo di Hierakonpolis. In questo recinto si espletavano i riti connessi con la festa Sed per il rinnovamento del potere temporale del re.

Khasekemwy fu sepolto nella necropoli reale di Umm el-Qa’ab, presso Abydos, la sua tomba è unica nel suo genere, oltre che enorme, si tratta dell’ultima tomba reale di questo tipo costruita in quella necropoli (Tomba V).

Si presenta come una mastaba trapezoidale lunga 70 metri è larga 17 metri all’estremità settentrionale e 10 metri all’estremità meridionale. L’edificio si compone di 58 stanze. La camera sepolcrale centrale è forse la più antica struttura in muratura del mondo costruita con pietra calcarea. Al suo interno sono stati rinvenuti, oltre allo scettro d’oro del re, numerosi vasetti di pietra con coperchi in foglia d’oro, sicuramente persi dai tombaroli che violarono la tomba già nell’antichità.

Amélineau prima, Petrie poi, rinvennero ancora diversi strumenti di selce e altri vasi di rame, di pietra e di ceramica ancora pieni di grano e frutta. C’erano anche piccoli oggetti, perline di corniola, oggetti di vimini e molti sigilli.

Khasekhemwy sposò la regina Nimaathap, dalla loro unione nacquero Djoser e sua moglie (sorella) Hetephernebti e forse anche il successore di Djoser, Sekhemkhet.

Al Museo Egizio del Cairo è esposta una statua di Khasekhemwy, realizzata in scisto verde, uno degli esempi più antichi di statuaria regale che dimostra già una notevole maestria nella lavorazione della pietra dura.

La statua fu rinvenuta  nel 1898 da James Quibell nel tempio di Hierakonpolis. Riproduce il faraone assiso sul trono con il capo ornato dalla corona bianca dell’Alto Egitto ed il mantello bianco della festa giubilare Sed. Nella scultura, il faraone Khasekhemwy ha la mano destra chiusa e poggiata sulla coscia mentre la mano sinistra è poggiata nell’incavo del gomito destro; in origine, entrambe le mani impugnavano scettri andati perduti. La parte destra del capo e della corona mancano completamente, la parte restante lascia intravedere la maestria dello scultore nella resa degli occhi e della bocca. Intorno alla base, sono inscritti numeri e simboli ad indicare quanti nemici ha sottomesso il re. Il loro numero è di 47.209, cifra probabilmente eccessiva.

Ora l’Egitto è nuovamente e stabilmente riunificato, Quelle che seguiranno saranno le dinastie dei grandi faraoni dell’Antico Regno costruttori delle grandi piramidi. Se con il termine protodinastico abbiamo voluto intendere un periodo nel quale hanno regnato sovrani più o meno importanti da poter essere definiti dei re, ora quelli che seguono si possono definire a pieno titolo Faraoni.

Vista la sua grande opera di riunificazione, Khasekhemwy potremmo definirlo il primo faraone della III dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • I.E.S. Edwards, “Il dinastico antico in Egitto”, in “Storia antica del Medio Oriente”, Il Saggiatore, Milano, 1972
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1997
  • John A. Wilson, “Egitto, in I Propilei – Grande storia universale Mondadori”, Milano, 1967
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson (2004)
C'era una volta l'Egitto

I FARAONI HUDJEFA, BEBY E SA

Di Piero Cargnino

Siamo veramente agli sgoccioli della II dinastia, la confusione è enorme, e Manetone ci da una mano ad accrescerla.

Quanto deve essere stato complicato interpretarlo lo dimostra il fatto che quest’ultima parte della II dinastia è stata del tutto trascurata sia da Sesto Africano che da Eusebio da Cesarea e parimenti la lista di Abydos non ne fa menzione.

In questo periodo troviamo i nomi di sovrani che avrebbero regnato sull’Egitto (unificato o diviso?) un po’ dappertutto, ricavati da iscrizioni su vasi di pietra e di argilla rinvenuti in varie tombe, spesso in quelle di dignitari di corte, da impronte di sigilli o incisi su false porte.

Diventa molto difficile stabilire la cronologia in quanto le liste  reali non li citano, secondo alcuni studiosi spesso si tratterebbe di sovrani che hanno regnato solo su una regione del Delta o comunque di governatori locali.

Prima di arrivare a Khasekhemwy, ultimo re della II dinastia a regnare sull’intero Egitto, l’egittologo Alan Gardiner, riferendosi alla lista di Saqqara, cita almeno tre sovrani, Neferkaseker, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo a proposito di Peribsen, Hudjefa e Beby, citati anche nel Canone Reale di Torino ai quali attribuisce regni di notevole durata.

Gardiner suggerisce che costoro fossero i veri sovrani legittimi ai quali Manetone ed i suoi precursori assegnarono maggiore importanza trascurando quindi alcuni sovrani del Sud.

Dalla lista di Saqqara vediamo che Neferkaseker e Peribsen sono considerati la stessa persona così come Beby sarebbe lo stesso Khasekhemwy (che a sua volta potrebbe essere lo stesso  Hudjefa).

Beby è citato nella posizione 11 della lista di Saqqara al posto di Khasekhemwy e con il nome di Djadjay nella lista di Abydos che omette anch’essa il nome di Khasekhemwy.

A completare la già complessa situazione di questo periodo alcuni graffiti rinvenuti su pezzi di vasellame di argilla compare un ulteriore sovrano citato con il nome Horus Sa (….-….) non citato in nessuna lista.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Nabil Swelim, “Some problems on the history of the second dynasty”,  1974
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010
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IL FARAONE SEKHEMIEB – PERENMAAT

Di Piero Cargnino

Anche qui ci troviamo nel caos più totale, Sekhemieb e Perenmaat sarebbero due re della II dinastia ma anche loro non sono citati, con questi nomi, in nessuna lista reale.

In quella di Saqqara è citato un re di nome Neferkaseker mentre il Canone Reale di Torino lo cita come Naferkasokar e gli attribuisce 8 anni di regno. Ma gli egittologi sono certi che sia esistito un re di nome Sekhemieb, il suo nome compare su alcuni sigilli a rullo oltre che inciso su resti di stoviglie di argilla nella tomba di un certo Perenmaat.

Ora l’assenza di notizie storiche e la mancanza di certezze a riguardo, ha indotto alcuni egittologi a pensare che Sekhemieb e Perenmaat siano in realtà lo stesso faraone.

Il suo nome compare anche su vasi ritrovati nei sotterranei della piramide di Djoser a Saqqara, qui però il nome è seguito da un secondo titolo “In-Khaset” (conquistatore dei paesi stranieri) (mistero).

Secondo Gardiner ed altri egittologi questo faraone non sarebbe altri che lo stesso Peribsen che ad un certo punto del suo regno ha deciso di cambiare nome. Possiamo aggiungere che il nome di questo faraone, Sekhemieb, significa “Possente di cuore” cosa che non denuncia alcun intento bellicoso, non è un nome di guerra e soprattutto non mette in evidenza particolari tratti di crudeltà. Con quel titolo il re parrebbe voler dare il senso di rigore, dovere, e giustizia (di Maat) verso l’ignoto da parte di colui che lo porta. Va peraltro detto che alcuni contestano questa ipotesi affermando che il sigillo che cita il suo nome potrebbe non essere contemporaneo.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Storia delle religioni. Le religioni antiche”, Laterza, Roma-Bari 1997  
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010
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PERIBSEN, IL FARAONE DIMENTICATO

Di Piero Cargnino

Dimenticato un faraone dell’antico Egitto? Potrebbe anche essere, se guardiamo la lista dei re di Abydos, di epoca ramesside, la lista dei re di Saqqara, il Canone Reale di Torino e la Pietra di Palermo, che però è mancante in questo punto, ci rendiamo conto che è proprio così. Non solo ma anche Manetone, riportato dai suoi più fedeli epitomatori quali Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea, non citano il suo nome. La sua stessa posizione cronologica all’interno della II dinastia non è chiara poiché non si sa chi abbia governato prima e dopo di lui, meno che mai conosciamo la durata del suo regno.

Peribsen è conosciuto dagli egittologi solo in virtù del ritrovamento di diversi reperti trovati ad Abydos e di incisioni su frammenti di vasellame oltre ad alcuni sigilli, altri reperti di questo sovrano sono stati rinvenuti anche ad Elefantina.

Il suo nome Peribsen (pr ib=sn) significa letteralmente “Colui che viene alla luce per loro volontà” o “Il suo cuore e la sua volontà vengono per loro“. La sillaba egiziana “sn” significa “loro, quelli”, rivelando una chiara scrittura plurale. Egittologi quali Velde e Garnot suggeriscono che Peribsen abbia usato Seth come protettore nel suo serekh collegando però sempre il suo nome a Horus. Questa affermazione, supportata dall’uso plurale di “sn”, indurrebbe a pensare che Peribsen adorasse parimenti entrambe gli dei aggiungendo il potere di Seth a quello di Horus. Durante le prime dinastie non era raro che i re ostentassero una certa ambiguità religiosa per i loro nomi.

L’assenza del suo nome nelle liste reali indurrebbe a pensare che il re sia stato sottoposto alla “damnatio memoriae” ma se si pensa che le liste sono state compilate più di 1500 anni dopo la sua morte la cosa non potrebbe essere poi così strana. In epoche a noi più vicine sono state scoperte tombe di sacerdoti che praticavano il culto funerario per Peribsen, i reperti in esse presenti riportano correttamente il suo nome e questo induce a pensare che il sovrano non fu soggetto a “damnatio memoriae”.

Storici ed egittologi sono d’accordo nel considerare la possibilità che il suo nome sia stato effettivamente dimenticato (cosa strana) ma ancor più che potrebbe essere stato riportato in una forma distorta o addirittura scritto in modo erroneo. Altro argomento, oggetto di dibattito tra gli egittologi, è il fatto che non è chiaro il perché Peribsen abbia scelto questo nome reale che è collegato al dio Seth anziché Horus,  tradizionalmente usato come nome di un sovrano, come i suoi predecessori. Il suo serekht, a differenza di quello degli altri faraoni che si presentano con l’immagine della facciata del palazzo reale sormontata dal falco che rappresenta il dio Horus, quello di Peribsen è sormontato dall’animale che rappresenta il dio Seth. Per contro va notato che Peribsen è l’unico faraone a portare il dio Seth nel suo serekht ma non è l’unico ad assicurarsi la protezione del dio della violenza e delle tempeste, durante la XIX troviamo i faraoni Seti I e Seti II e nella XX il faraone Setnakhte.

Tra gli studiosi vi sono divergenze riguardo a chi abbia regnato prima, se Peribsen o Sekhemib-Perenmaat, per altri invece i due sarebbero la stessa persona; salito al trono con il nome Horus Sekhemib avrebbe poi cambiato il nome in Seth Peribsen. Al momento non è possibile stabilire quale teoria coincida con la realtà.

Mentre è stata ritrovata la tomba di Peribsen, non è stata ritrovata quella di Sekhemib, ciò potrebbe confermare l’ipotesi di Grdseloff secondo la quale Sekhemib Perenmaat non sarebbe altri che Peribsen prima di tradire Horo per diventare un fervente devoto di Seth.

Le condizioni dal punto di vista politico in cui si trovava l’Egitto in questo periodo non sono facilmente ricostruibili, forse potrebbe essersi verificata una rivolta nelle province del Basso Egitto, questo forse proprio a causa del mutamento religioso voluto da Peribsen con la sostituzione del culto di Horo come protettore del sovrano con il culto di Seth, proprio il confronto tra questi due dei è legato al rapporto tra Alto e Basso Egitto. Alcuni sostengono che il nuovo orientamento religioso di Peribsen abbia favorito una “damnatio memoriae” che ha portato alla cancellazione del suo nome, cosa che però, come abbiamo già citato sopra, pare non essersi mai verificata tanto che  durante la IV dinastia il culto di Peribsen era ancora presente a Giza.

Da quanto in possesso degli egittologi si può dedurre che dopo Peribsen l’Egitto abbia attraversato un periodo di sconvolgimenti religiosi che portarono il paese ad una, seppur limitata, disgregazione che durerà fino all’avvento del faraone Khasekhemwy.

E’ tutt’ora in atto un acceso dibattito sul perché Peribsen abbia ritenuto di cambiare il dio di riferimento, Horus, con Seth. A tal proposito si confrontano diverse teorie di cui una, popolare fino alla metà del XX secolo, sostenuta da egittologi quali Newberry, Cerny, Emery e Grdseloff, vedrebbe il sovrano come un eretico che ha cercato di imporre una nuova religione monoteista con Seth quale unico dio con lo stesso intento che, molto più tardi, farà Akhenaton con Aton. Secondo  Newberry i sacerdoti di Horus e Seth erano in aperto contrasto tra loro già fin dalla metà della II dinastia. Questa teoria “eretica” si basa su alcune osservazioni, primo: il suo nome è escluso da tutte le liste dei re, secondo: la sua tomba è stata distrutta e saccheggiata fin dall’antichità, terzo: le stele, presenti nella sua tomba, che riportavano il simbolo del dio Seth sono state gravemente danneggiate con l’intento di cancellare l’immagine di Seth, questo sicuramente ad opera degli oppositori religiosi alla casta sacerdotale sethiana. Molti sostengono che il regno era unificato anche se venne operata una riforma vasta e profonda che scosse la II dinastia. Dall’esame delle impronte di sigilli presenti nelle tombe di quest’epoca si evince che ci fu un profondo cambiamento nei titoli assegnati agli alti funzionari tesi a ridurre il loro potere. Sempre interpretando quanto riportato nei sigilli si riscontra che in quel periodo diverse divinità erano ancora adorate, ad Abidos compaiono delle figure di diversi dei tra cui Min e Bastet, cosa che smentirebbe la teoria del monoteismo. La teoria eretica formulata da Newberry, Cerny, Grdseloff nasce da una errata interpretazione di quanto rappresentato nei sigilli di argilla che al loro tempo non erano ancora stati tradotti dal geroglifico.

La “teoria eretica di Peribsen”, così come le conclusioni di Lauer e Firth, sono fortemente contestate. Le scoperte archeologiche che riguardano Peribsen provengono tutte dall’Alto Egitto; ciò dimostrerebbe che il sovrano non abbia governato sull’intero Egitto per cui non avrebbe avuto il potere di imporre un cambiamento radicale nella religione di stato.

Contro la “teoria eretica” esiste anche un’ulteriore prova; su una falsa porta, trovata nella tomba del sacerdote Shery, risalente alla IV dinastia, viene riportato che Shery era:

<<…….sorvegliante di tutti i sacerdoti wab del re Peribsen nella necropoli del re Senedj, nel suo tempio funerario e in tutti gli altri luoghi……..>>.

Questo dimostra che Peribsen era ancora ricordato almeno fino alla IV dinastia il che escluderebbe la “damnatio memoriae”. Va detto che non solo un sacerdote era addetto al culto funerario di Peribsen, l’egittologo olandese Herman te Velde sottolinea che fossero almeno due i sacerdoti, Inkef, imparentato con Shery, partecipava ai riti col titolo di “supervisore dei sacerdoti Ka di Peribsen”.

Sempre Newberry, Černý e Grdseloff sono del parere che sotto il regno di Peribsen ci sia stata una sorta di guerra civile per ragioni politiche ed economiche e che il faraone sia stato ritenuto responsabile da coloro che compilarono le liste secoli dopo per cui decisero di non citarlo. Inutile dire che la teoria delle guerre vivili viene contestata, Rice, Tiradritti e Helck portano a loro sostegno il fatto che le tombe di Abydos e Saqqara, appartenute ad alti funzionari di corte quali Ruaben e Nefer-Setekh risalenti a quel periodo, in base alla documentazione archeologica si presentano in buone condizioni e l’architettura originale dimostra che sia per i re che per i nobili i culti funerari abbiano mantenuto lo stesso andamento regolare per l’intera II dinastia. Rice, Tiradritti e Helck pensano che il precedente sovrano, Nynetjer, abbia deciso di lasciare un regno diviso per motivi privati o politici e che la scissione fosse una formalità sostenuta dai re della II Dinastia.

Vorrei evitare di perdermi nelle numerose e controverse teorie che sono state avanzate su un Egitto unito o diviso alla fine della II dinastia per cui non posso fare altro che prendere atto che ci troviamo di fronte ad un periodo poco chiaro.

Con molta probabilità l’Egitto si trovava diviso in due regni, anche se non in aperto conflitto e rimarrà tale fino all’avvento al trono di Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, il cui nome significa “I due poteri sorgono”. Nome assunto dal sovrano probabilmente per indicare che con il suo regno terminava l’inimicizia fra Nord e Sud.

Nonostante tutto, il regno di Peribsen fu di fatto un periodo di progresso culturale e religioso. Fondò un centro amministrativo chiamato “La casa bianca del tesoro”, fece costruire una nuova residenza reale presso Ombos che chiamò “protezione di Nubt” (Nubt era il nome dell’Egitto all’epoca di Naqada) e “Per-Medjed, “la casa degli incontri”. Fondò numerose città che rivestirono notevole importanza economica: “Afnut”  (la città dei produttori del copricapo), “Nebj” (la città di protettore), “Huj-Setjet” (la città degli asiatici). I nomi di queste città su sigilli di argilla sono presentati con a fianco il serekht di Peribsen preceduto dalla frase “la visita del re a……”.

La tomba di Peribsen fu scoperta nel 1898 a Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos. Si tratta della tomba “P” individuata durante gli scavi della missione francese guidata dall’egittologo Emile Amélineau, la tomba era ben conservata e mostrava tracce di restauri intrapresi durante i periodi dinastici successivi.

Nella campagna di scavi del 1901-1902 venne rivisitata da Flinders Petrie e nel 1928 vennero effettuate ulteriori esplorazioni della tomba da parte dell’egittologo svizzero Edouard Naville. La tomba di Peribsen si presenta come una costruzione semplice con dimensioni sorprendentemente piccole rispetto a quelle delle altre tombe reali della necropoli, dal punto di vista architettonico ricorda molto quella del re Djer, che ancora nel Medio Regno era ritenuta la “Tomba di Osiride”, il tipo di costruzione è simile al palazzo residenziale.

La tomba misura 16 x 13 metri ed è composta da tre strutture ricavate una nell’altra, la camera funeraria si trova al centro ed è lunga 7,3 metri e larga 2,9 metri ed è interamente costruita con mattoni di fango, canne e legno. Nove magazzini intercomunicanti la circondano sui lati nord, est e ovest mentre sul lato sud si estende una lunga anticamera, un passaggio unisce l’interno con il muro esterno. Ancorché la tomba sia stata pesantemente saccheggiata fin dall’antichità, al suo interno sono stati rinvenuti numerosi vasi di pietra e di terracotta, alcuni di quelli in pietra presentavano i bordi ricoperti di rame come quelli trovati nella tomba di Khasekhemwy.

Altri reperti furono trovati all’interno della tomba, perline e braccialetti fatti di fayence e corniola oltre a strumenti di rame, un ago d’argento con inciso il nome del faraone Hor Aha e frammenti di argilla con il nome re Sekhemib. Simpatica curiosità, nella tomba di Peribsen ad Abydos, è stato ritrovato un gioco da tavolo chiamato Mehen che oggi si trova al Louvre. Come detto quando abbiamo parlato dei suoi predecessori, nella tomba di Peribsen si trovavano barche dei precedenti re Nynetjer e Raneb.

Abbiamo accennato agli alti funzionari di Peribsen, va detto che il funzionario Nefer-Setekh (scritto anche Nefersetekh) (“Seth è bello”), il “wab-prete del re”, è noto agli egittologi per la sua stele dove il suo nome potrebbe evidenziare l’aspetto e la popolarità di Seth come divinità regale.

Su uno dei reperti di argilla è stata rinvenuta quella che, a tutti gli effetti, può essere ritenuta la prima frase scritta completa nella storia egiziana. L’iscrizione recita:

<<…….Quello d’oro / Lui di Ombos ha unificato….. / ha consegnato i due regni per….. / a suo figlio, il re del Basso e dell’Alto Egitto, Peribsen……>>.

Per gli egittologi l’affermazione “Quello d’oro”, che si può interpretare come “Lui di Ombos” va considerata come una forma religiosa di indirizzo alla divinità Seth.

Nei pressi della tomba di Peribsen sono stati ritrovati i resti di un recinto funerario di mattoni di fango, scoperto nel 1904 dagli archeologi Currelly e Ayrton, il recinto è noto come “Middle Fort”.. Poco discosto si trova un santuario delle offerte ormai distrutto dove, vicino all’ingresso, compaiono sigilli di argilla con il serekh del re. Il muro di cinta del complesso di Peribsen misura 108 x 55 metri e ospitava solo pochi edifici di culto e si trova sul lato nord-ovest del recinto funerario di Khasekhemwy “Shunet ez Zebib” (granaio dell’uva passa). Come ci si aspettava intorno non sono state trovate tombe sussidiarie. Dalla morte del sovrano Qa’a (I dinastia) venne abbandonata la tradizione di seppellire la famiglia e la corte del re quando questi moriva.

Le liste reali lo avranno anche “dimenticato” ma noi ora lo conosciamo meglio.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Storia delle religioni. Le religioni antiche”, Laterza, Roma-Bari 1997  
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE SENEDJ (O SENED O SEND)

Di Piero Cargnino

Come abbiamo già citato in precedenti occasioni, e qui non possiamo fare altro che ripeterlo, questo che precede la fine della II dinastia è un periodo molto oscuro dove mancano quasi tutte le notizie storiche ad eccezione dei molti nomi che si trovano su cocci di vasi o su scarse iscrizioni che compaiono su reperti trovati nelle tombe di altri re più o meno coevi.

Senedj, che troviamo anche come Sened, potrebbe essere il quinto re della II dinastia, cosa che possiamo solo supporre mancando la certezza che dopo Ninetjer l’Egitto sia stato diviso in due regni paralleli.

Il nome che viene riportato nelle liste reali stranamente ha il significato di “colui che ha paura”. Nessun serekht appartenente a Senedj è stato ritrovato, con questo nome compare solo nel Canone reale di Torino mentre nelle liste di Abydos e Saqqara è citato come Sendi.

Sesto Africano, che riporta Manetone lo chiama Sethenes e gli assegna 41 anni di regno mentre dal Canone di Torino non è ben chiaro se gliene vengono attribuiti 54 o 70. Troviamo il nome di Senedj associato a quello di Peribsen su di una “falsa porta” conservata al Museo del Cairo.

Secondo molti si può ipotizzare che Senedj sia realmente succeduto a Ninetjer regnando però in contemporanea con Peribsen in un Egitto diviso tra Alto Egitto e Basso Egitto. Nel “Papiro medico” di Berlino Senedj viene indicato come successore di Den. Capire l’esatta successione di Senedj diventa molto complicato e si presta a più ipotesi in quanto le fonti principali indicano un nome ma dai dati archeologici parrebbe essere un altro.

A Giza, nel tempio funerario di Chefren, compare un’iscrizione scolpita su una pietra con il nome di Senedj, probabilmente si tratta di una pietra riutilizzata. 

Di questo sovrano si conosce veramente poco e quel poco è anche complesso. E’ stata rinvenuta una piccola statuetta in bronzo che riproduce un faraone inginocchiato che è stata attribuita a Sanedj.

Fonti e bibliografia:

  • Auguste Mariette, “La table de Saqqarah” nel “Revue Archeologique”, Parigi 1864,
  • Eduars Meyer, “Ägyptische Chronologie”, Berlino 1904
  • Nabil Swelim, “Some problems on the history of the second dynasty”,  1974
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Nicolas Grimal,  “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999