Età Predinastica, Kemet

LA TAVOLOZZA DI NARMER

Inizi della I Dinastia, 3100 a.C. circa. Provenienza: Ieraconpoli. Altezza cm. 64, lunghezza cm. 42,5, larghezza cm. 4,3. Grovacca (siltite grigio-verde). Museo Egizio del Cairo

A cura di Ivo Prezioso

è considerato come il documento che attesta l’avvenuta unificazione delle Due Terre, anche se abbiamo visto che gli studi più recenti sono concordi nel ritenere che all’epoca di Narmer, l’Egitto (almeno il larga parte) fosse una realtà già acquisita da qualche generazione.

.La Tavolozza fu scoperta dagli archeologi britannici James Quibell e Frederick Green presso il tempio di Horus a Ieraconpoli, durante la campagna di scavo del 1897-98. Nonostante la veneranda età di oltre 5.000 anni si è preservata in condizioni pressoché perfette.

Il lato mostrato nell’immagine, si presenta sviluppato su tre registri.

In quello superiore, tra due rappresentazioni di una divinità dalla testa bovina (Bat, antesignana di Hathor? Si confronti in proposito la tavoletta di Gerza, risalente al periodo Naqada II) trova posto un “serekh” contenente due simboli geroglifici: un pesce siluro e uno scalpello, che si leggono “nrmr” (Narmer). Il registro centrale presenta una imponente scena in cui il re indossa la Corona Bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino “shendyt” da cui pende la coda di toro (Toro Possente) oltre alla barba posticcia ricurva (tipica delle divinità). E’ colto nell’atto di colpire con una mazza un nemico in ginocchio. Da notare come questa iconografia la ritroveremo per tutta la durata della storia egizia: una scena del tutto identica, ad esempio, la riconosciamo, riferita a Tolomeo XII, nel tempio di Horus a Edfu 3.000 anni più tardi. Dietro il sovrano è raffigurato un servitore: il suo portasandali. Nella parte superiore destra si trova un emblema complesso che combina la testa di un prigioniero con il simbolo geroglifico che rappresenta una palude, dominato da un falco. Il segno è stato generalmente interpretato come simbolo della sconfitta inflitta dal re alle regioni del Delta.Due nemici vinti occupano, invece, il registro inferiore.

La Tavolozza ci fornisce anche un ottimo esempio del modo in cui venne formandosi la scrittura geroglifica. Se ne può azzardare, con molta prudenza un’ipotetica lettura.

Nell’immagine il re è mostrato con la corona bianca dell’Alto Egitto (Hedjet). In cima alla tavoletta, come abbiamo visto, il nome del re, tra le due teste bovine, è rivelato da due geroglifici: un pesce siluro (nr) e uno scalpello (mr). Anche il nemico, sconfitto e in procinto di essere colpito dalla mazza, presenta a destra della testa due geroglifici: un arpione (wa) e uno stagno (sh): si può ipotizzare, quindi che il suo nome potesse essere, più o meno Washi. (Altra ipotesi è che i due segni possano, semplicemente, indicarne la regione di provenienza). Più oscuri sono, invece, i simboli raggruppati di fronte al re e posti al di sopra del prigioniero barbuto: Il falco Horo (il sovrano) ha tra gli artigli una corda che tiene il nemico vinto per la testa. Questa fuoriesce da un segno di forma allungata (allusione, forse, alla sua terra d’origine) da cui emergono sei steli di papiro. Gardiner interpreta il papiro come indicazione del Basso Egitto: Narmer, con la corona dell’Alto Egitto, avrebbe quindi sconfitto il Re del Basso Egitto ed unificato il Regno. La rappresentazione è oggetto di dibattito: secondo alcuni i sei papiri emergenti tra il falco e la testa del prigioniero potrebbero riferirsi ad una zona paludosa del Delta, altri interpretano ogni stelo con il valore numerico 1000, e quindi starebbe ad indicare un totale di 6.000 prigionieri sottomessi e catturati. I due nemici nudi raffigurati nel livello inferiore presentano ognuno alla propria sinistra un geroglifico. Una città murata e una specie di nodo (un riferimento, forse, al nome della città conquistata?).

L’altro lato della tavoletta si sviluppa su quattro registri. Quello superiore presenta la stessa scena della prima faccia, con il serekh contenente il nome di Narmer posto tra le due divinità con testa bovina.

Il secondo registro presenta il re e i suoi servitori intenti ad ispezionare i cadaveri decapitati dei nemici. L’abbigliamento del sovrano è lo stesso, con la sola differenza della corona. Indossa quella rossa del Basso Egitto ed i geroglifici del suo nome compaiono davanti al suo volto. E’ preceduto da vessilliferi recanti motivi araldici che potrebbero indicare gruppi di regioni diverse.

Il terzo registro ospita due animali fantastici dai lunghi colli che si intrecciano a formare l’incavo per la preparazione del cosmetico affiancati da due figure umane. E’ evidente la somiglianza di queste bestie mitiche con altre rappresentate su un sigillo cilindrico ritrovato tra le rovine di Uruk in Mesopotamia e risalente al tardo predinastico sumero. Un‘ ulteriore prova dei contatti culturali che le due aree ormai già da lungo tempo intrattenevano.

Il sigillo cilindrico del periodo protodinastico sumerico, in diaspro verde conservato al Museo del Louvre a Parigi; è evidente la somiglianza dei due animali fantastici.

Il quarto registro contiene una scena che rappresenta la distruzione di una città fortificata da parte di un toro (probabilmente, rappresentazione iconografica del sovrano) che calpesta un nemico annichilito dalla sua forza divina.

Benché in passato la Tavolozza, nel suo complesso, sia stata spesso interpretata come un’ attestazione dell’unificazione delle Due Terre, avvenuta all’inizio della I Dinastia, recenti scoperte hanno dimostrato che l’unità dell’Egitto (o almeno, di una gran parte) era una realtà già molto tempo prima del regno di Narmer. La decorazione della Tavolozza potrebbe, perciò, rivestire più un carattere commemorativo che storico, volto a sottolineare il potere regale.

Sull’identità di Narmer si dibatte da tempo. Alcuni lo hanno identificato con il Menes di Manetone, altri con Aha, altri ritengono che Menes e Aha siano due personaggi diversi e la questione è ancora ben lungi dall’essere chiarita.

Anche per questo lato proviamo a proporre un’ipotetica interpretazione.

Del primo registro abbiamo già detto che è identico a quello dell’altra facciata.

Nel secondo, il sovrano si presenta, invece, con la corona del Basso Egitto (Deshret)è palese, dall’iconografia delle due facciate messe a confronto, che egli domina su entrambe le porzioni del paese. La scena, nel suo insieme, ci mostra una processione. Narmer tiene in una mano la mazza e nell’altra il flagello, simboli di regalità e presenta, davanti al viso, i geroglifici che lo identificano. Dietro di lui un portatore di sandali. Il faraone è preceduto da un sacerdote dai lunghi capelli designato da due simboli: una briglia (tj) e un pane (t) (da leggersi Tjt o Tjet? il suo nome?). Debole, a mio avviso, l’ipotesi, pure avanzata, che possa trattarsi di una donna e che si regge unicamente sulla figura dai lunghi capelli e sulla presenza della figura del pane, interpretata come desinenza (t) del femminile.

Scorrendo la scena verso destra riconosciamo quattro portastendardi che sorreggono emblemi, probabilmente di regioni unificate. I simboli posti in cima ai vessilli sono nell’ordine una placenta(?), un canide (Upuawut?) e due uccelli. Tutti segni che faranno parte della scrittura geroglifica. All’estrema destra si trovano dieci corpi decapitati, con le teste poste tra le gambe. Sopra di loro i simboli di una barca, un falcone ed un arpione che potrebbero essere un riferimento ai nomi delle città sottomesse. Al di sotto due servi tengono per il collo, per mezzo di corde, due animali fantastici. Si tratta di due felini con corpi di leopardo o di leonessa, dai lunghi colli simili a serpenti che terminano con le teste che si fronteggiano.

Un’ ulteriore, verosimile, ipotesi è stata avanzata riguardo l’incavo formato dall’intreccio dei colli: non sarebbe destinato al mescolamento di un cosmetico, ma alla polverizzazione dei minerali utilizzati per colorare le statue delle divinità. In realtà l’oggetto sembrerebbe troppo grande per essere considerato una paletta da trucco, e quindi è plausibile un suo impiego cultuale e celebrativo.

Il registro inferiore, come già abbiamo visto, vede il sovrano in sembianze di Toro mentre incorna e demolisce le mura di una città, il cui nome, non identificabile, potrebbe essere indicato dal simbolo posto all’interno del semicerchio che rappresenta, in forma stilizzata, una cinta fortificata.

Età Predinastica

LE PALETTE PREDINASTICHE

A cura di Luisa Bovitutti

Gli Egizi usavano cosmetici per tutto il corpo ed in particolare per gli occhi, che truccavano usando sostanze naturali dalle proprietà antibatteriche che proteggevano dalle malattie oftalmiche molto diffuse a causa del clima, del vento secco e degli insetti.

Essi usavano inoltre sottolineare lo sguardo come protezione dal malocchio, ricollegandosi al mito di Horus, il cui occhio era un potente amuleto che simboleggiava tra l’altro buona salute e prosperità.

Era altresì di moda esaltare gli zigomi e le labbra con ocra rossa diluita con grasso e resine e colorare di nero unghie e capelli con l’henné o con un estratto dalle foglie del ligustro.

I composti venivano conservati in tubetti decorati, e per applicarli dovevano essere inumiditi e miscelati su apposite tavolozze in scisto dette “palette”.

Le palette piu’ antiche risalgono al periodo Naqada I, che si colloca tra il 3900 ed il 3650 a.C. e presentavano forma romboidale.

Nell’epoca Naqada II (3650 – 3300 a. C.) divennero scutiformi, a mezzaluna o zoomorfe; dopo il 3300 a. C. (Naqada III) cominciarono ad essere decorate con bassorilievi pur mantenendo una “coppa” centrale.

Qui sopra una serie di bellissime palette del periodo di Naqada II, raffiguranti una serie di animali, tra i quali l’elefante, in seguito scomparso dall’Egitto.

LA PALETTA DELLA CACCIA

Le palette per cosmetici zoomorfe di solito entravano a far parte parte del corredo dei defunti. In seguito acquisirono forma ovoidale o scutiforme e vennero finemente decorate con scene a bassorilievo (in un’epoca in cui non si era ancora sviluppata la statuaria e la grande architettura in pietra) e pur mantenendo l’area centrale non decorata che denota il loro uso originario, erano usate come oggetti cerimoniali o commemorativi, tant’è che sono state trovate anche nelle aree dei templi. Una delle più famose è la LA PALETTA DELLA CACCIA, sulla quale è parzialmente rappresentata la fauna che popolava l’Egitto in epoca predinastica; si tratta di una lastra votiva in grovacca a forma di scudo, lunga cm. 66 e larga cm. 26, risalente al 3300 – 3100 a. C. (Naqada III) e proveniente, forse, da Abidos; è spezzata in tre frammenti, uno dei quali si trova al Louvre, gli altri due al British Museum di Londra.

Essa è decorata su di un solo lato con una scena di caccia a bassorilievo, che simboleggia la lotta tra l’uomo e le forze del caos, rappresentate in questo caso dagli animali selvatici (leone, lepre, gazzella, antilope, struzzo). La decorazione si sviluppa attorno all’anello rialzato centrale: il frammento del Louvre contiene una teoria di cacciatori barbuti, una lepre ed un’antilope, mentre i frammenti del British Museum recano la scena di caccia vera e propria.

La maggior parte dei cacciatori ha un copricapo di piume e tutti indossano un gonnellino corto con una coda di volpe attaccata sul retro; tre portano insegne tribali, gli altri hanno solo arco e frecce, lancia, mazza, boomerang e lazo; alcuni hanno anche oggetti arrotondati, interpretati come borse o scudi. Un canide insegue tre antilopi di specie differenti e uno struzzo; un altro canide, nella parte più ampia, si avventa su di un’antilope presa al lazo da un cacciatore; due leoni sono stati colpiti con le frecce e uno di essi, sebbene ferito, attacca un uomo.

All’estremità più ampia si trovano una bestia mitologica costituita da due tori uniti per la parte posteriore, con le due teste che guardano in direzioni opposte e un simbolo corrispondente al geroglifico del santuario.

LA PALETTA GERZEH

Questa paletta per cosmetici in scisto conosciuta con il nome di Paletta Gerzeh o Paletta Testa di vacca, è custodita al museo del Cairo e risale al periodo Naqada II (3500-3000 a. C.); venne rinvenuta tra il dicembre 1910 ed il gennaio 1911 da William Matthew Flinders Petrie e dalla sua squadra della BSAE (British School of Archaeology in Egypt) in una necropoli predinastica sita nei pressi del villaggio di El Gerzeh, a sud della strada che conduceva da El Riqqeh al Fayum.

Essa ha una forma scutiforme ed è forata in modo da poter essere appesa. La decorazione a rilievo molto stilizzata riproduce la testa di una vacca con corna ricurve ed orecchie sporgenti, due stelle sulla punta delle corna, una sulla sommità della testa e due su entrambi i lati delle orecchie.

L’immagine è forse la più antica rappresentazione della dea Hathor nella sua forma bovina, qui utilizzata come simbolo celeste; più precisamente, come ci ha già detto il prof. Damiano, si tratta della dea Bat, una dea-vacca di epoca predinastica che a partire dalla IV dinastia venne progressivamente assimilata da Hathor.

LA PALETTA LIBICA

La paletta libica è in scisto, risale al periodo Naqada III, è stata trovata ad Abydos ed è conservata al Museo del Cairo; viene interpretata come la celebrazione di una vittoria del sovrano su di un gruppo di libici, e gli animali rappresentano probabilmente il bottino di guerra o un tributo degli sconfitti.

Una faccia è divisa in quattro registri.

Il primo mostra tori o buoi che camminano uno dietro l’altro; il secondo raffigura una fila di asini, il terzo una fila di arieti, l’ultimo dei quali a causa della mancanza di spazio è stato rappresentato più piccolo degli altri, con la testa girata all’indietro forse per spezzare la monotonia della scena.

Nel quarto registro vi sono otto olivi disposti in due file; alla fine dell’ultima fila, c’è un geroglifico che indica il nome di una tribù libica.

L’altra faccia del manufatto mostra sette città, raffigurate come cerchia di mura fortificate che racchiudono un simbolo; al di sopra di esse un falco, uno scorpione, un leone, doppi falchi che reggono una zappa, che rappresentano la potenza del Faraone che distrugge le roccaforti nemiche.

LA PALETTA DEL CAMPO DI BATTAGLIA O DEGLI AVVOLTOI

Già abbiamo parlato di questa paletta nell’ambito di altri post, ma la propongo di nuovo perché possiate ammirarla nei suoi molteplici particolari.

La paletta “del campo di battaglia” o “degli avvoltoi” è in scisto, risale al periodo Naqada III (3100 a. C. circa), è stata rinvenuta ad Abydos e fu probabilmente realizzata prima dell’unificazione dell’Egitto da un governante locale, che se ne serviva a scopo cerimoniale; ne sono sopravvissuti solo due frammenti, uno più grande conservato al British Museum di Londra, l’altro custodito all’Ashmolean Museum di Oxford.

Essa raffigura su di un lato i prigionieri e le vittime di una battaglia: un leone (come si è detto forse rappresentazione simbolica del sovrano) divora un uomo legato, avvoltoi e corvi attaccano cadaveri e feriti per cibarsene.

Vicino alla sommità del frammento principale, sulla destra, un prigioniero legato sta di fronte a una figura vestita di un lungo mantello, mentre il frammento più piccolo reca sulla sinistra due prigionieri legati a stendardi cerimoniali recanti i simboli dell’ibis e del falco; gli sconfitti hanno la barba, i capelli arricciati e sono circoncisi.

Sul retro della tavolozza ci sono due gazzelle dal collo lungo che brucano le foglie di una palma da dattero posta tra loro, ed un uccello con un becco adunco, forse una specie di faraona.

LA PALETTA DEI TORI

Della paletta dei tori, detta anche «di celebrazione di una vittoria», sopravvive solo un frammento di circa 25 cm.; essa è in grovacca, risale al 3300-3100 a. C. ed è custodita al Louvre.

Su entrambi i lati essa raffigura un toro che sta calpestando un nemico e che simboleggia il re, che in origine doveva trovarsi di fronte ad un’analoga raffigurazione; sul lato anteriore ci sono due recinti merlati analoghi a quelli della tavolozza “del tributo libico” che rappresentano delle città, su quello posteriore cinque insegne (a sinistra un guscio di conchiglia simbolo del Dio Min, poi il falcone -Horus?-, l’ibis –Thot-, un cane o uno sciacallo e infine Khentamentyu, una divinità a forma di canide su una specie di slitta) dotate di una mano che tiene una corda.

Sotto le insegne si nota la testa di un nemico dai capelli ricci e dalla corta barba e sopra di lui una gamba.

LA PALETTA DEI DUE CANI

Tra il 3300 e il 3000 a.C. le palette per cosmetici divennero oggetti rituali, scolpiti con immagini a bassorilievo su entrambi i lati.

La Paletta dei due cani misura 4,5 cm. x cm., fu rinvenuta a Hierakonpolis ed è oggi custodita all’ Ashmolean Museum di Oxford.

Come quella di Narmer, illustrata da Ivo Prezioso, è decorata con animali fantastici dotati di lunghi colli serpeggianti chiamati “serpopardi” che leccano il corpo di una gazzella e circondano la zona centrale in origine utilizzata per frantumare il cosmetico; la parte superiore dell’oggetto è incorniciata da due cani, uno dei quali mancante della testa, e due fori alla base del collo suggeriscono che sia stata riparata nell’antichità.

Sul retro differenti animali selvatici reali o mitologici (una coppia di leoni, un serpente, un leopardo, una iena, un grifone con ali a pettine, un canide dalla coda lunga che indossa una cintura e suona un flauto) occupano il lato sinistro della scena ed attaccano degli erbivori originari del Nord Africa.

LA PALETTA DEI QUATTRO CANI

Anche questa paletta aveva, probabilmente, un valore celebrativo, e forse era destinata a ricordare una caccia di successo; alcuni studiosi hanno voluto attribuirle un valore propiziatorio nell’ambito di riti finalizzati a garantire il successo durante una spedizione venatoria.

Essa è custodita al Louvre e presenta delle analogie con quella dei due cani, probabilmente più antica, perché su di essa sono raffigurati animali simili; sul retro è decorata con una palma affiancata sui due lati da due giraffe.

LA PALETTA DI MANSHIYAT EZZAT

Questa paletta scutiforme è in scisto, è alta cm. 27 – 30 e larga cm. 12; fu scoperta nel 2000 dal team diretto dall’archeologo Salem Gabr El Boghdadi nella necropoli di Manshiyat Ezzat, sita nel Delta, a nord – est del Cairo.

Oggetti come questi sono tipici del periodo predinastico e provengono di solito dall’Alto Egitto; il suo ritrovamento nel Delta in una tomba risalente all’epoca del re Den, quinto sovrano della I dinastia, ha indotto ad ipotizzare che venne ivi deposta circa 200 anni dopo la sua realizzazione.

Essa, mancante della parte superiore sinistra, era divisa in quattro frammenti ed è stata restaurata; il bordo sinistro è decorato con una gazzella inseguita da un cane da caccia, dietro il quale si trova un’altra gazzella, mentre il lato opposto è delimitato da una palma.

Al centro si trovano due serpopardi che si affrontano, analoghi a quelli raffigurati sulle palette di Narmer e di Hieracompoli (o “dei due cani”, detta anche “di Oxford”), che rappresentano probabilmente il conflitto tra Nord e Sud dell’Egitto, conclusosi con la riunificazione delle Due Terre, simboleggiata dai loro lunghi colli uniti a formare un tondo centrale (reminiscenza dell’incavo presente nelle palette più antiche, nel quale venivano diluite per l’applicazione le sostanze cosmetiche, abitualmente conservate allo stato solido).

Sotto i serpopardi si trova un animale con lunghe orecchie e una coda.

Per maggiori informazioni sul serpopardo e sul re Den, si veda sul nostro sito a questi link:

FONTI:

http://www.francescoraffaele.com/…/palettes/manshiyet.htm (dal quale è tratto anche il disegno)

https://web.archive.org/…/weekly.ahram…/2000/468/tr4.htm

http://guardians.net/sca/Monshaet_Ezzat.htm

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE VII, CONCLUSIONI

A cura di Ivo Prezioso

Vale la pena di riassumere brevemente quali furono le forze motrici che spinsero gli antichi abitanti d’Egitto ad organizzarsi in un vero e proprio stato unitario.

Il primo passo fu sicuramente l’integrazione di realtà rurali limitrofe in coalizioni politiche elementari, allo scopo di limitare le conseguenze di errori agricoli o cattivi raccolti e a rafforzare la cooperazione e la solidarietà sociale. La nascita di unità amministrative locali e dei relativi centri di culto ebbe come conseguenza la designazione di capi che garantissero un regolare scambio di merci e la coesione delle comunità. Vi fu sicuramente un periodo in cui conflitti ed alleanze si verificarono al fine di assicurarsi scambi commerciali con la Nubia ed il Medio Oriente. Ciò comportò una crescita di potere dei capi che sfociò in una serie di mutamenti politici, tra cui la nascita di piccoli stati e reami periferici, che, più tardi si sarebbero uniti in regni più vasti. Nel frattempo si delineava, con sempre maggior forza, un’ideologia religiosa legata a riti e pratiche funerarie.

Fino al 3500 a.C. circa lo sviluppo dell’Alto e Basso Egitto fu più o meno indipendente, allorché elementi tipici della Valle si diffusero anche nel Delta, prima affiancando e poi sostituendo quelli della cultura precedente. Non esistono prove di conflitti (per lo meno di vasta portata; più probabili quelli di natura locale) ed è possibile che la transizione sia avvenuta grazie ad alleanze politiche. Inoltre, l’abbassamento del livello del Nilo deve aver determinato un flusso di coloni dalla Valle, visto che il Delta offriva condizioni decisamente migliori all’agricoltura. Tutto ciò, quasi certamente, comportò un assimilazione di credenze religiose, tradizioni e convenzioni sociali che avevano sviluppato i popoli meridionali.

Ma, sicuramente, l’elemento più determinante e caratteristico che decise l’evoluzione politica in Egitto, fu la nascita dell’ideologia che considerava il sovrano diretto discendente di una stirpe divina. A differenza dei capi che venivano scelti per legami di parentela o per carisma, i re, dapprima identificati come divinità locali, finirono con l’essere considerati discendenti da divinità cosmiche (e non più locali). Lo stato egizio, quindi, non si reggeva su un patto tra uomini, ma su quello tra un re e il suo popolo. Il sovrano era garante del benessere e della protezione dei suoi sudditi e la fede in una sua discendenza divina determinò l’elaborazione di complessi cerimoniali cultuali e funerari, riti religiosi e pratiche estremamente caratterizzate, che oltre a determinare la nascita dello stato unitario continuarono ad essere elemento fondante e duraturo di questa splendida e irripetibile civiltà.

Nelle immagini una carrellata di oggetti che offrono una panoramica riassuntiva dei periodi trattati.


Vaso gemino. Argilla marrone rossastro a grana fine con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Naqada I. Altezza cm. 18,2 larghezza cm. 25,2. Dono del Museo del Cairo. Torino, Museo Egizio.

Questo curioso oggetto è composto da due vasetti ovoidali gemelli, collegati da un ponte tubolare. I colli sono corti e svasati e gli orli estroflessi con labbri svasati. La decorazione comprende sia motivi geometrici, sia figurativi. I colli presentano una serie di linee verticali, mentre sulla spalla sono presenti motivi triangolari. La zona centrale è occupata da una scena figurata in cui si riconoscono cinque uomini armati di lancia che difendono sei capridi da un coccodrillo. Al di sotto vi sono decorazioni in forma di triangoli e motivi geometrici. La rappresentazione è già in parte organizzata secondo il caratteristico sistema di scomposizione e ricomposizione degli elementi secondo il criterio della “migliore visibilità”, come si osserva nella resa del profilo dei capridi con le corna poste su un piano parallelo al fondo del vaso, degli uomini con il tipico busto reso frontalmente e del coccodrillo per il quale l’antico artista propone la vista dall’alto.


Testa di mazza a disco. Diorite bianca e nera. Altezza cm. 2,4 Diametro cm. 8,8. Provenienza ignota. Naqada I. Londra, The British Museum. 

Questa testa di mazza a disco è tipica della cultura di Naqada I. Presenta un foro centrale per l’inserimento del manico. Spesso, i fori di questi manufatti risultano essere così stretti da far supporre che i manici non avessero la robustezza necessaria affinché gli oggetti potessero essere utilizzati come armi. Si è, quindi supposto che avessero un valore simbolico come segni di uno status particolare. Con la cultura Naqada II le mazze di questo tipo vennero sostituite da quelle piriformi


Amuleto. Avorio. Altezza cm. 3,9 Largezza cm. 8,8. Provenienza ignota. Acquisto Schiaparelli 1900-1901. Naqada I-II. Torino, Museo Egizio.

Amuleto a pendente con corpo piatto, lievemente ricurvo che reca ad una estremità un foro di sospensione. La parte opposta è lavorata con il motivo “a lira”, mentre quella centrale è decorata con una seghettatura sui bordi.


Vaso teriomorfo. Steatite nera. Altezza cm. 2,9, lunghezza cm. 6, larghezza cm. 4,5. Provenienza ignota. Naqada II. Londra, Petrie Museum.

Vaso teriomorfo costituito da un corpo globulare a cui è applicata una testa di maiale. L’orlo è ad anello con labbro arrotondato e la base è piana. All’altezza della spalla è presente una piccola ansa a nastro ricoperta di foglia d’oro.


Vasetto con anse. Calcare. Altezza cm 7,8 larghezza cm. 5,4. Provenienza ignota. Naqada III. Londra, The British Museum.

Vaso di raffinata fattura in calcare nummulitico dotato di due piccole anse tubolari. Il materiale utilizzato per questo recipiente, ricavato da una matrice calcarea ricca di elementi fossili, è piuttosto raro e, con tutta probabilità, venne scelto deliberatamente per la realizzazione di un oggetto particolare. Anche la forma quadrata del vasetto è insolita.

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE VI, I PRIMI SOVRANI, COMMERCI E RAPPORTI CON L’ESTERO

A cura di Ivo Prezioso

Come abbiamo già accennato, l’evoluzione della monarchia egizia fu conseguenza di unioni politiche e religiose intese a conciliare ed amalgamare tradizioni ed espressioni culturali provenienti da aree diverse. Era chiaro che l’unità politica del paese sarebbe stata agevolata dalla diffusione di un’ideologia comune e dalla parallela capacità del sovrano di garantire un flusso commerciale dei cui prodotti potessero beneficiare oltre alla corte anche gli alleati e i subordinati.

Si affermarono così alcuni nodi di interscambio come probabilmente Minshat Abu Omar, sul ramo pelusico del delta del Nilo, lungo la strada per la Palestina. Altra città sicuramente commerciale era Maadi, nel Delta orientale contraddistinta da un’area adibita a negozi e botteghe separata dal centro abitato, ove si trovava un fiorente centro manifatturiero, con artigiani specializzati nella metallurgia, nella fabbricazione di utensili litici e nella produzione di vasi in pietra e ceramica.

Con i regni di Narmer Den, le relazioni commerciali con il Vicino Oriente dovettero raggiungere il culmine. Colonie egizie, infatti, furono stabilite in Palestina ove sono stati rinvenuti oggetti con il nome di Narmer. Analogamente in Egitto presso i siti di Kufur Nigm e Tell Ibrahim Auad, sono stati ritrovati prodotti tipicamente palestinesi (di rame, ad esempio) in associazione ad oggetti su cui compare il serekh dello stesso sovrano. L’evoluzione dello stato egizio fu concomitante allo sviluppo dei rapporti con il Vicino Oriente e altri paesi, tuttavia l’intensità dei contatti subì modifiche nel corso del tempo. All’inizio del Naqada II, cominciò l’importazione dalla Palestina di giare ad “anse ondulate” che furono poi imitate dagli stessi artigiani egizi nel corso del periodo Naqada IIc. I commerci con la Mesopotamia, spiegano invece la presenza dei sigilli cilindrici ed altri oggetti tipici di quella regione, come il motivo decorativo detto “a facciata di Palazzo”. Fu però probabilmente alla fine del Naqada, quando cominciarono ad emergere entità statali provincialiche i rapporti commerciali con l’estero furono posti sotto il diretto controllo della casa reale. Comunque, nonostante nella produzione di oggetti di epoca predinastica sono facilmente riscontrabili elementi di cultura mediorientale, è evidente che le caratteristiche fondamentali della civiltà egiziana erano già profondamente e indissolubilmente radicate nelle tradizioni locali. A partire dal Badariano, appare evidente una continuità culturale; manufatti del Naqada I II, ad esempio sono del tutto simili. Numerosi geroglifici possono senza dubbio essere ricondotti ad un’evoluzione delle decorazioni del vasellame e perfino nell’analisi dell’arte rupestre e dall’iconografia del Gerzeano, è possibile rintracciare una continuità nella religione egizia.Le prime culture nubiane, a sud di Ieraconpoli sembrano essersi evolute di pari passo con quelle egizie, nonostante l’enorme potenziale agricolo della Valle in Egitto ed il prevalere dell’allevamento sulla coltivazione in Nubia avessero determinato una notevole disparità economica tra le due regioni. Sicuramente le siccità e gli abbassamenti del livello del Nilo, alla fine del Naqada I, dovettero avere gravi ripercussioni sulla Nubia, ma, probabilmente, dettero un deciso impulso al processo di unificazione in Egitto. Intorno al 3300 a.C. i sovrani egiziani avevano sicuramente un potere maggiore rispetto ai corrispettivi nubiani e quelli della I Dinastia erano perfettamente in grado di sconfiggere i predoni e rintuzzare gli attacchi degli invasori, mantenendo l’ordine ai confini di un vastissimo territorio. Le spedizioni punitive avevano lo scopo di difendere i commerci e di avvalorare l’immagine di un sovrano potente e guerriero in grado di garantire la pace e l’ordine sottomettendo i nemici del paese.Un altro aspetto che va considerato è quello della fragilità dei legami tra Alto e Basso Egitto, ancora in essere all’epoca di Narmer. Probabilmente per questa ragione fu deciso di spostare la capitale più a nord, all’apice del Delta. Se ciò favorì un miglior controllo del Basso Egitto, è probabile che abbia, di converso, incoraggiato i nubiani ad attaccare il sud dell’Egitto, interrompendo il flusso delle merci in oro dal loro territorio e da altre zone ancora più a Sud. La pace con la Nubia, fu raggiunta sotto il successore Aha, che riportò una decisiva vittoria

Frammento di statuina di personaggio virile. Protodinastico, Dinastia 0, Horus Narmer, circa 3060-3000 a.C. Roccia sedimentaria striata. Altezza cm. 11,2. Lunghezza cm. 7,5. Larghezza cm. 4,1. Provenienza ignota. Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer Kunst.

Questo frammento di statua appartiene ad una figura maschile di piccolo formato e presenta una caratterizzazione anatomica estremamente precisa ed accurata delle varie parti del corpo. La costruzione rigorosamente simmetrica, sviluppata lungo l’asse verticale, con le braccia aderenti al corpo, le conferisce una grande compostezza formale. Nello stesso tempo, le venature della pietra le assicurano tensione e movimento. Il bordo frastagliato nella zona del collo suggerisce che l’uomo portasse una corta barba. Il personaggio indossa soltanto un astuccio penico, decorato da due linee verticali incise e trattenuto, appena sotto l’ombelico da una sottile cintura provvista di fibbia. Le estremità della cintura cadono ai lati dell’astuccio. Nella parte sinistra del torace è incisa, con linee poco visibili una “facciata di palazzo” appartenente ad un “serekh” (la cornice rettangolare che racchiude la titolatura regale).Vi è contenuta la raffigurazione di un pesce siluro, che corrisponde al nome di Horus Narmer. Questa statuetta risalirebbe perciò al regno del sovrano Narmer. Nella rappresentazione del “seguace di Horus”, sulla Tavolozza di Narmer, conservata al Museo del Cairo, il secondo vessillifero con le insegne del falco presenta il medesimo abbigliamento di questa statuetta. E’ quindi, la caratterizzazione degli attributi canonici dei rappresentanti del Basso Egitto. Tipologia, stile e iconografia, confermano, dunque, che il nome inciso sulla sul frammento deve essere letto come “Narmer” 

Nell’ambito dell’evoluzione artistica dell’antico Egitto il reperto segna il passaggio da una rappresentazione arcaica e astratta della figura umana, classica della statuaria egizia. Sotto il regno di questo sovrano, infatti, venne sviluppato un metodo di rappresentazione nuovo e completo della figura umana, i cui principi sarebbero stati validi per oltre tre millenni.


Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE V, LE DUE TERRE

A cura di Ivo Prezioso

I simboli reali erano diversi per L’Alto e il Basso Egitto.

Il primo era caratterizzato dalla Corona Bianca (Hedjet), il secondo dalla Corona Rossa (Deshret).

In seguito, ad unificazione avvenuta, furono fuse in un solo elemento (Sekhemty o Pschent), pur continuando ad essere rappresentate singolarmente, tutte le volte che si intendeva sottolineare la tipica dualità (Valle e Delta) che costituirà, per tutto il corso della civiltà, una caratteristica fondamentale del paese.

Nel Delta, gli elementi culturali alto-egiziani, vennero introdotti quasi sicuramente intorno al 3400 a.C. verso la fine del periodo Naqada II, come sembra dimostrare la presenza di elementi caratteristici della Valle nel predinastico recente. Questo impatto fu certamente di notevole portata. Infatti gli elementi distintivi della cultura maadiana, che comprendeva diversi insediamenti sviluppatisi tra Maadi e Buto, nella parte settentrionale del Delta, furono sostituiti da quelli del Naqada II. Pratiche funerarie e ceramiche chiaramente simili a tale cultura sono state riscontrate in particolare nel sito di Minshat Abu Omar, nel Delta orientale. Non ci sono tuttavia prove decisive per poter affermare che questi cambiamenti siano stati diretta conseguenza di eventi bellici. E’ più verosimile ipotizzare che lo sviluppo di ceramiche e di usanze funerarie tipiche del Naqada II, siano coincise con l’intensificarsi dei rapporti commerciali con la Mesopotamia e la Palestina. Probabilmente la nascita dello stato unitario non va ascritta ad un singolo evento bellico, ma piuttosto ad un lungo processo fatto di alleanze e diversi momenti di frammentazione e riunificazione. Comunque siano andate le cose, l’unificazione portò ad accogliere divinità di diversi regni e principati in un unico pensiero religioso focalizzato sulla presenza di un sovrano dotato di natura divina; quest’ultimo era considerato l’elemento di coesione tra il Basso Egitto (il Delta), rappresentato da Buto, e l’Alto Egitto (la Valle), da Ieraconpoli.

La fase successiva dovette coinvolgere importanti distretti del Medio Egitto (le zone intorno a Shutub Abydo), probabilmente a seguito di pacifici negoziati o al più di una guerra di breve durata. Abydo finì per essere scelta come capitale di un vasto territorio che si estendeva dalla Nubia all’area centrale del Delta, data la sua posizione a metà strada tra Ieraconpoli e i territori del Nord. E’ verosimile supporre che proprio per questa ragione Abydo fu sede delle sepolture reali, per un periodo che va dalla I Dinastia alla fine della II e venne associata all’ancestrale culto del sovrano defunto come testimoniano le dimensioni, l’orientamento e i corredi dei recinti funerari. Sul finire del predinastico, centro di principale importanza nel Delta era Buto (Tell el Farain) chiamata anche Pe oppure Per Uadjet, considerata la capitale del Basso Egitto. Nella zona è stato rinvenuto un tempio risalente alla I Dinastia e gli scavi hanno restituito ceramiche, coni in argilla e manufatti che presentano caratteristiche simili a quelli relativi al periodo “F” di Amuq in Siria settentrionale e Mesopotamia. In particolare, i coni di argilla hanno notevole somiglianza con quelli utilizzati per la decorazione dei templi di Uruk (Mesopotamia). Le ceramiche di epoca più antica che ci hanno restituito Buto e altri siti del Delta come Tell Asuad e Tell Ibrahim Auad, è invece, da considerarsi di produzione locale.

Nel Delta erano ubicati anche altri importanti centri cultuali predinastici; tra questi uno fra quelli di maggior spicco era senz’altro Sais, che in epoca storica divenne meta di pellegrinaggi. Capoluogo del quinto nomo (sp3t, sepat in egiziano), un’unità amministrativa così chiamata con termine derivante dal greco, vi si venerava Neith, una divinità guerriera rappresentata con arco e frecce. Più tardi i Testi delle Piramidi parleranno di lei come “madre e nutrice” dei sovrani. Anche Busiri (in egizio Djedu o Per-Usir, “la casa di Osiride”) era un importantissimo centro religioso ed era associata ad Osiride, il primo sovrano-dio della mitologia. C’era poi On (Iwnw, in egizio), chiamata dai greci Heliopoli, che sorgeva ove oggi è insediato il quartiere cairota di Matareya, dove arano venerati sia Osiride che Atum e che sarebbe divenuta in seguito il più importante centro del culto del dio solare, Ra. I sacerdoti di Onerano acuti osservatori astronomici e si incaricavano di registrare il livello delle piene del Nilo. A loro, con tutta probabilità, è da attribuire l’elaborazione del concetto cosmogonico dell’Enneade: un’enclave di nove divinità costituita da otto coppie divine emanate da Atum. Quest’ultimo dopo essersi autogenerato, avrebbe creato, tramite lo sputo o attraverso l‘emissione di liquido seminale, Shu e Tefnut (l’aria e l’umidità), la prima coppia divina, da cui sarebbero nati Geb e Nut (la Terra e il cielo). Questi ultimi generarono quattro figli, Iside e Osiride, Seth e Nefti, che andarono a formare la terza e quarta coppia divina .La nascita di questa cosmogonia fu probabilmente un processo di sintesi resosi necessario al fine di giustificare una genealogia celeste dei sovrani egizi che includesse anche divinità che avevano culto in zone diverse del paese come ad esempio Seth, venerato a Naqada, nell’Alto Egitto, e Osiride adorato a Busiri, nel Delta. Il re, incarnazione di Horus, era simboleggiato dal falco. Secondo il mito Osiriaco, il riconoscimento di quest’ultimo come sovrano legittimo di tutto l’Egitto, fu il risultato di una disputa avvenuta tra Seth e il nipote Horus (generato dalla coppia Osiride-Iside) cui avrebbe posto termine l’intervento del Tribunale divino. Il verdetto fu favorevole ad Horus, che fu così legittimato a regnare sull’intero paese. Il re era quindi un’incarnazione della divinità e la sua presenza in terra fungeva da tramite tra gli dei e gli uomini: il suo benessere garantiva quello dei mortali. Era celebrato con un giubileo (Heb-Sed), in occasione del quale venivano approntate una sala del trono e una camera di vestizione in cui si rinnovava la cerimonia dell’incoronazione e si riaffermava la sovranità regale. Le strutture per i festeggiamenti erano dislocate attorno ad un cortile, su cui si affacciavano le cappelle delle varie divinità delle province (nomi) delle Due Terre. Il re lo percorreva di corsa per quattro volte come sovrano del Sud e quattro volte come sovrano del Nord. Il rito si celebrava, di norma al compimento del trentesimo anno di regno e poi a intervalli successivi di tre anni.

Frammento di testa di mazza cerimoniale piriforme, Naqada II – Dinastia 0. Calcare. Altezza cm. 20 diamentro cm. 19,6.

Provenienza Ieraconpoii. Londra, Petrie Museum.

Il frammento che possiamo vedere anche in un particolare nell’immagine superiore alla sua destra, reca scolpite sulla superficie e distribuite su due registri, scene tratte dal ciclo cerimoniale dello Heb-Sed, comprendente di solito, oltre all’effigie del sovrano in trono, anche la rappresentazione di riti di fondazione di edifici sacri. Nella fascia superiore distinguiamo quanto rimane di un corteo, mentre quella inferiore rappresenta una danza rituale maschile, i cui partecipanti sono caratterizzati da acconciature e vesti particolari. Il personaggio centrale sorregge un vaso.


Particolare da una testa di mazza Piriforme, Naqada II – Dinastia 0. Calcare. Altezza cm. 20, diametro, cm. 21.

Provenienza Ieraconpoli. Londra, Petrie Museum.

Della superficie decorata di questo reperto si è conservata solo una piccola porzione. Vi è raffigurato un re in trono sotto un baldacchino. E’ avvolto nel manto cerimoniale dello Heb-Sed dal quale fuoriesce una mano che impugna un emblema regale. Indossa la corona rossa del Basso Egitto.


Vaso con decorazione in rilievo, epoca tardo-predinastica (circa 3.100 a.C.). Calcite. Altezza cm. 16,2 Diametro massimo cm. 9,3.

Provenienza ignota. Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer Kunst.

Questo vaso presenta una decorazione in rilievo su tutta la circonferenza. E’ suddiviso in due registri da una fascia decorata, in posizione mediana, che funge da base per una serie di nove uccelli rivolti verso destra che si susseguono lungo tutta la circonferenza. La loro rappresentazione è molto interessante, in quanto nella loro evoluzione diverranno simboli geroglifici,. Al di sopra degli uccelli sono raffigurate in posizione simmetrica due teste bovine viste frontalmente. Al di sotto della fascia sono presenti una linea a zig-zag formata da tre segmenti che diverrà il segno geroglifico per “Khaset” = deserto, terra straniera ed un oggetto allungato che riproduce una barca fortemente schematizzata che richiama la stessa rappresentazione osservata nella Tomba 100. L’intero corpo del vaso è attraversato da scanalature che si interrompono solo all’altezza della fascia orizzontale. I singoli elementi decorativi vanno interpretati come una primitiva rappresentazione del mondo. Le teste bovine in alto simboleggiano la dea celeste a forma di vacca che ritroveremo anche nella parte superiore della Tavolozza di Narmer. La base su cui poggiano gli uccelli rappresenta la terra fertile ed il numero nove (per gli egizi simboleggiante una pluralità di pluralità) l’intero mondo animale. Nel registro inferiore, come abbiamo visto, la linea a zig-zag indica le alture desertiche e la barca evoca il Nilo, con un preciso riferimento agli esseri umani. Cielo e terra, deserto , fiume e terra fertile sono gli elementi fondamentali della visione del mondo presso gli egizi e tale concezione si conserverà anche in seguito, in epoca dinastica.


Statua itifallica, Oxford, Ashmolean Museum. 

Calcare, altezza del frammento cm. 177.

Provenienza: Coptos. Fine Predinastico.

Questo tipo di statue fu ritrovato nel tempio di Min a Coptos. In quanto simbolo di fertilità, questa divinità è già rappresentata nell’atto di impugnare il fallo eretto e, pertanto la statua viene definita itifallica. Queste immagini diventeranno frequenti in epoca dinastica nella pittura e nel rilievo, riferite a Min e ad Amon-Min. Questi dei rappresentavano la fertilità cosmica, riferita alla continua rigenerazione dell’universo e dunque non solo al ciclo delle nuove nascite, ma alla creazione dell’intero cosmo. (Si confronti, in proposito il mito della creazione Eliopolitana che vede il demiurgo Atum generare l’universo attraverso lo sputo o l’emissione di liquido seminale).

Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto.

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE IV, LA FORMAZIONE DEGLI STATI

A cura di Ivo Prezioso

I corredi funerari dimostrano chiaramente che andavano sviluppandosi un’organizzazione sociale e un ordinamento gerarchico, controllati da una facoltosa e potente élite. Le grandi necropoli di centri come Ieraconpoli Naqada (risalenti al 3800 a.C. circa), sono, infatti, costituite da poche tombe contenenti corredi molto abbondanti. Col passare dei secoli le misure degli ipogei divennero sempre più importanti, fino a culminare nella costruzione delle piramidi monumentali. La Tomba 100 di Ieraconpoli, la cosiddetta Tomba dipinta, risalente più o meno al 3600 a.C., costituisce un validissimo esempio di ricca sepoltura, sicuramente appartenuta a qualche importante capo o addirittura a un monarca del periodo Naqada II.

Si è notato che, già a partire dal periodo Naqada I, alla classe dirigente veniva assegnato uno spazio separato all’interno della necropoli principale; col passare del tempo le furono addirittura destinate aree ben distinte, come dimostra la Necropoli “T” a Naqada. Altra testimonianza della presenza di funzioni amministrative relative alle prime società statali in formazione durante il periodo Naqada II, ci viene fornita dalle impronte di sigilli impresse sull’argilla posta a chiusura di recipienti e porte nella “città meridionale” a Naqada. Contemporaneamente vanno sempre più consolidandosi un’idea religiosa, una mitologia ed un insieme di riti che più tardi confluiranno in diverse “scuole teologiche”. La testimonianza di questo sviluppo ci è senz’altro fornita dalle consuetudini funerarie (seppellire i morti in determinate posizioni e accompagnati da ricchi corredi) e anche dall’iconografia. Divinità femminili dall’aspetto bovino, per esempio, erano collegate alla monarchia come testimonia la Tavolozza di Narmer o anche, al cielo, come dimostra un’altra Tavolozza rinvenuta a el-Gerza nella tomba 59, risalente al periodo Naqada II, che potrebbe essere la più antica rappresentazione nota della dea Hathor. Inoltre, le rappresentazioni di imbarcazioni, di grandi figure femminili con le braccia sollevate, piante, animali del deserto e segni indicanti l’acqua, appaiono collegate a credenze sull’esistenza di un mondo oltremondano e sulla fiducia in una rinascita. Sempre durante questo periodo, le rappresentazioni di santuari dimostrano che già esistevano centri cultuali e finanche una sorta di specialisti della religione che più tardi sarebbero andati a formare una vera e propria casta sacerdotale.

Verso la fine del predinastico cominciano a comparire le prime forme di scrittura che sono attestate ad Abydo. E’ lecito supporre che siano state determinate dall’esigenza di indicare oggetti appartenenti alla casa reale e affinché il nome del sovrano potesse essere letto in modo univoco e corretto, a causa della verosimile presenza di marcate differenze linguistiche e l’uso di vari dialetti. Rappresentazioni di scene belliche o di fortificazioni su tavolozze risalenti alla fine del predinastico indicano chiaramente che i conflitti armati tra i vari “principati” non dovevano essere una rarità. Mancano, al contempo, prove di invasioni straniere attraverso lo Uadi Hammamat o altrove.

Le differenze genetiche osservabili tra le antiche popolazioni egizie erano palesemente dovute alla differente origine dei vari gruppi che per primi si insediarono nella regione e che provenivano da Nord Africa, Mediterraneo, Medio Oriente, Nubia. Apparentemente, anche i componenti della élite cittadina paiono essere di etnie diverse, come sembrano indicare le analisi compiute sui resti umani esumati nella Necropoli “T” di Naqada.

Ricostruzione di una tomba di un egiziano di ceto non elevato risalente all’epoca protodinastica (Naqada II circa 3650- 3300 a.C.). Pur molto povere queste sepolture già rivelano la grande importanza che questo popolo dava all’aldilà: cibo per il lungo viaggio oltremondano, una camera per il riposo, unguenti, suppellettili .

Fonte: Egitto: l’Età dell’oro, a cura del prof. Maurizio Damiano.

La fotografia mostra i resti del muro della Tomba 100, di Ieraconpoli (circa 3600 a.C.) che è sotto vetro, in una piccola sala poco visitata del Museo del Cairo. Sfortunatamente gran parte del dipinto è andato distrutto (circa due terzi dell’intero muro), mostrando il mattone di fango sottostante.

Tavolozza di Gerza,

Il Cairo Museo Egizio. Scisto alt. 15cm. Naqada II (3650-3300 a.C. circa).

Questa tavolozza fu realmente impiegata per preparare il fard, come provano le traccedi malachite ancora presenti. Proviene dalla tomba 59 di Gerza (scavi di F.Petrie 1919) dove fu rinvenuta come offerta funeraria. Presenta una testa di vacca stilizzata e 5 stelle: la rappresentazione evocherebbe, dunque una dea celeste, come Hathor. In questo caso si tratterebbe della prima rappresentazione nota della dea bovina.

Fonte: Antico Egitto, Maurizio Damiano.

Giara da vino

Londra, Petrie Museum. Terracotta, Altezza cm. 24. Provenienza Tarkhn. Predinastico.

Grande giara dal corpo slanciato,su base stretta. Collo breve dotato di ampio labbro che si espande a disco. All’altezza della spalla sono presenti appigli concatenati in leggero rilievo, destinati probabilmente a rendere più agevole lo spostamento del vaso. Sotto le sporgenze è leggibile il nome Haty, cinto da un semplice “serekh” preceduto da un segno geroglifico raffigurante una mazza piriforme.


Età Predinastica, Immagini, Mummie

GINGER: UN OMICIDIO PREDINASTICO

Ricollegandosi alle sepolture predinastiche, i risultati di un’analisi condotta sulla mummia oggi custodita al British Museum di Londra e chiamata l’uomo di Gebelein (dal deserto sabbioso a circa 30 km da Luxor luogo del ritrovamento) o più affettuosamente Ginger per i suoi capelli rossicci.

Essa risale al periodo Naqada II ed è tra le più antiche mummie egiziane finora conosciute: dalle analisi delle ossa e dei denti è emerso che il cadavere apparteneva ad un uomo morto tra i 18 e i 21 anni; dalla visualizzazione in 3D di femori e tibie che era alto m. 1, 60; dalla TAC che aveva ancora in situ gli organi interni ed il cervello e tracce di cibo nello stomaco.

La TAC ha altresì evidenziato una strana incrinatura sulla scapola sinistra, chiaro indizio che Ginger venne ucciso con una pugnalata alle spalle.

Recenti analisi agli infrarossi hanno permesso di accertare inoltre che la macchia scura visibile sul braccio destro del cadavere è in realtà, l’immagine di un uro (un grande toro selvatico ormai estinto) e di una capra berbera, ricorrenti nell’arte predinastica, tatuati con un ago, tramite il quale il pigmento, probabilmente fuliggine, è stato inserito in profondità nel derma.

FONTI:

FOTO PRINCIPALE DI JACK 1956 – https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Bm-ginger.jpg.

Età Predinastica, Immagini, Mummie

SEPOLTURA PREDINASTICA

Le prime forme di sepoltura note per l’Egitto antico risalgono alla fase predinastica, quando era consuetudine seppellire i morti in semplici fosse scavate nella sabbia del deserto.

In quell’epoca i corpi non erano ancora sottoposti ai processi di imbalsamazione che si sarebbero sviluppati in seguito per salvaguardare la fisionomia e l’identità del defunto, ma grazie alla natura stessa del terreno e al clima secco i cadaveri andavano incontro a un naturale processo di mummificazione per essiccamento.

Nel museo torinese è stata ricostruita una antica sepoltura di questo tipo con il corpo in posizione rannicchiata, secondo l’usanza dell’epoca, attorniato dal suo semplice corredo funerario.Sin dall’epoca preistorica, infatti, era consuetudine dotare il defunto di cibo e di oggetti di uso quotidiano ritenuti utili per la vita post mortem che secondo il pensiero Egizio, era un’ ideale continuazione dell’esistenza terrena.

L’identità di questo uomo, morto circa cinquemila anni fa, ci è sconosciuta, ma per lui parlano, a distanza di tanto tempo, i poveri oggetti che lo accompagnano: un paio di sandali, alcuni contenitori in fibre vegetali, una sacca di cuoio, una serie di frecce e un boomerang destinati alla caccia.

Al momento della scoperta, sul cadavere vi erano ancora i resti di un “lenzuolo” e di una stuoia in fibre vegetali.

Museo Egizio di Torino( acquisto di E. Schiapparelli)

Fonte: I grandi musei – Il museo Egizio di Torino – Electra.

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE III, LO SVILUPPO DI CITTA’, ELITES E COMMERCIO

A cura di Ivo Prezioso

Pian piano, l’aggregazione di villaggi in una sorta di distretti cooperativi guidati da capi, fu soppiantata da alleanze di più vasta estensione territoriale, governate da re che garantivano la coesione fra le comunità – fisicamente anche piuttosto distanti – attraverso la celebrazione di riti e l’offerta di doni ai rispettivi notabili e amministratori. In Alto Egitto appare evidente che i rituali dovevano essere di particolare importanza e si manifestavano attraverso l’osservanza di precise indicazioni religiose legate all’idea di una vita oltremondana.

L’espressione più specifica di tali credenze era senza dubbio legata alle pratiche funerarie come, ad esempio, la sepoltura delle salme in determinate posizioni e la collocazione di beni nelle tombe. Di solito i defunti venivano adagiati in posizione raccolta, in tombe di forma ovale, col capo rivolto a sud ed il viso ad est. Le differenze nelle dimensioni delle tombe, la diffusione di quelle di forma rettangolare (talvolta dotate di sovrastrutture) e variazioni nella posizione dei cadaveri che ricorrono nei periodi Naqada I e II, riflettono evidentemente sia diversità di tipo locale che lo sviluppo di una stratificazione sociale. Le offerte funerarie che rispecchiavano uno status importante erano per lo più costituite da prodotti provenienti da luoghi al di fuori della Valle del Nilo come, ad esempio tavolozze in ardesia, grani di steatite, utensili in rame e gioielli in oro, turchese e svariate pietre dure e minerali giunti dalla Nubia, Palestina, Siria, Anatolia e dai deserti circostanti. Intorno al 3600 si affermano centri di notevole importanza per il commercio. A nord il sito di Maadi era particolarmente attivo per gli scambi con il Medio Oriente, mentre a sud Ieraconpoli, ricopriva lo stesso ruolo nei traffici con la Nubia. 

Naqada era legata al commercio dell’oro, come indica il nome del suo tempio Nwbt (derivante dalla parola egizia nbw, che significa appunto “oro”). La vicinanza di templi o nodi commerciali (le due istituzioni erano probabilmente collegate), favorì lo sviluppo delle prime città come Naqada, Ieraconpoli, Maad e Buto. Questi centri attiravano artisti altamente specializzati che producevano beni di lusso e oggetti di culto. Capi, sovrani e persone preposte al culto (solo più tardi, in epoca dinastica, avrebbero costituito una vera e propria casta sacerdotale), abitavano nelle città, favorendo lo sviluppo di centri di potere e di controllo sull’orizzonte essenzialmente agricolo dell’Egitto predinastico.

Ieraconpoli (Nekhen)

Questi sono i resti della città e, in particolare, del tumulo del tempio del sito dinastico di Nekhen, in seguito chiamato Hierakonpolis dai greci.
Da questa località provengono moltissimi reperti, tra cui: la statua in rame a grandezza naturale del 2200 a.C. del faraone Pepi della VI dinastia, ora nel Museo Egizio del Cairo, la testa di Horus in oro del 2300 a.C., due statue di pietra del faraone Khasekhemwy della seconda dinastia, circa 2700 a.C., (che fu probabilmente il padre del primo costruttore di piramidi Djoser) e i resti del recinto cerimoniale alto 9 metri con elementi architettonici in granito.
Il sito dinastico è completato dall’insieme di quelli pre-dinastici interconnessi che si estendono per oltre 4 km attraverso il basso deserto. Qui sono stati rinvenuti, tra gli altri reperti: la tavolozza di Narmer, (circa 3100 a.C.), una statua a grandezza naturale (3000 a.C.) di un sacerdote del tempio di Horus, una delle prime tombe pre-dinastiche dipinte, la Tomba 100, risalente al 3600 a.C., il primo tempio in legno dell’Egitto risalente al 3400 a.C., i primi birrifici industriali dell’Egitto risalenti al 3600 a.C., le prime mummie pre-dinastiche risalenti al 3600 a.C.

 Ieraconpoli (Nekhen)

Il cosiddetto “Forte di Ieraconpoli” a Kom el-Ahmar, edificio in mattoni crudi del quale non è chiara la destinazione, databile al regno di Khasekhemuy (II Dinastia).

Fonte: “L’Egitto come stato unitario”, Fekri A. Hassan.

Ieraconpoli (Nekhen)

Tomba I (Elite Cemetery, località 6) con rivestimento in mattoni crudi. Sono visibili i buchi dei pali che sostenevano il tetto. 

Fonte: “Ieraconpoli”, Barbara Adams.

Naqada

Recinto in mattoni crudi di una tomba predinastica. Il sito archeologico di Naqada si trova a circa tre chilometri a nord-ovest dell’attuale villaggio. Risalente al periodo pre-dinastico era un enorme insediamento che mantenne la sua importanza durante le epoche successive a causa della sua vicinanza alle miniere d’oro nelle montagne del Mar Rosso. Famosa per i suoi siti archeologici, che datano a partire dal 4400 a.C. circa, i suoi reperti hanno praticamente permesso la datazione dell’intera sua cultura in tutto l’Egitto. 

Fonte: “L’Egitto come stato unitario”, Fekri A. Hassan.

Naqada, 

Tomba reale (ricostruzione). Appartenente alla I Dinastia e tradizionalmente nota come “Tomba di Menes”. Fu ispezionata dal De Morgan nel 1896. Al suo interno furono rinvenuti vasi in terracotta con sigilli di Aha e della regina Neithotep. La sovrastruttura presenta pareti a “facciata di palazzo” che caratterizzano anche le tombe monumentali di Saqqara. Come le altre tombe del sito non presentava accessi , ma il suo interno era diviso in magazzini: quattro centrali disposti ai due lati della camera sepolcrale, circondati da altri sedici più piccoli ed isolati tra loro. Qui il De Morgan trovò un ricchissimo corredo funebre costituito in parte da manufatti del tipo Naqada III: giare cilindriche , palette rettangolari in ardesia, basi di vasi con fori triangolari; altri, invece, dello stesso tipo di quelli delle tombe di Saqqara e cioè vasi in pietra, piedi di mobili in avorio a forma di zampe di bovini, targhette sempre in avorio a nome di Neithotep e, infine frammenti di oggetti in ebano. 

Fonti: per l’immagine, Wikhipedia. Per la descrizione: “Naqada”di Rosanna Pirelli.


Casa seminterrata con forno adiacente

Planimetria e ricostruzione di Michael Hoffmann. Ricerche interdisciplinari iniziate nel 1967 dallo studioso americano, oggi scomparso, Walter Fairservis e proseguite nel 1961,1981 e 1987, hanno permesso di ricostruire una pianta generale delle strutture protodinastiche, seguendo lo sviluppo di un complesso di edifici che parte da un largo ingresso in mattoni crudi decorato ad aggetti e rientranze. Alle indagini ha partecipato nel 1978 un’equipe specializzata negli studi sul predinastico diretta da Michael Hoffman, anch’egli scomparso. La ricognizione è oggi portata avanti dai nuovi direttori James Mills, Barbara Adams, e Renée Friedman. Nel 1978, lavorando al grande insediamento predinastico, Hoffman rinvenne i resti bruciati di una casa rettangolare seminterrata di 4×3,5m., facente parte di un complesso di edifici che mostravano evidenze di fasi cronologiche diverse. Le basse pareti in mattoni crudi, che dovevano probabilmente essere ricoperte da una cannicciata dipinta, affondano in trincee in cui sono state rinvenute tracce di un focolare domestico e buchi per pali, che dovevano essere il supporto per un portico aperto su un lato. Nelle vicinanze, i resti di un forno costituito da otto cavità con alari in ceramica a far da sostegno a grossi vasi e che fu senza dubbio la causa dell’incendio che distrusse l’edificio. La datazione della casa, ottenuta in base al C14, ha dato come risultato 3.435+/- 125 a.C., corrispondente all’epoca di transizione dall’amratiano al gerzeano (Naqada I-II), che vide una notevole espansione demografica ed un considerevole impulso alle attività umane.

Fonte: Barbara Adams, Ieraconpoli.

Età Predinastica

NABTA PLAYA

A cura di Luisa Bovitutti

Nabta Playa si trova nelle vicinanze del Wadi Kabbaniya, a circa 100 km a ovest di Abu Simbel, sulle rive di uno specchio d’acqua poco profondo ormai prosciugatosi.

Il sito venne scoperto nel 1973 dalla guida beduina di nome Eide Mariff, che portò sul luogo l’archeologo americano Fred Wendorf con il quale aveva lavorato sin dagli anni ’60.Le ricerche che in seguito il Prof. Wendorf condusse in team con l’archeologo polacco Romuald Schild si protrassero per anni e permisero di affermare che i primi stanziamenti nell’area risalgono al 9.000 a. C. e che essa venne popolata a fasi alterne, legate alle mutazioni climatiche ed al periodico ritorno delle piogge monsoniche che favorivano la creazione di laghi stagionali.

I primi Nabta Playani erano cacciatori – raccoglitori seminomadi che non praticavano l’agricoltura, non conoscevano la ceramica e vivevano in un villaggio costituito da capanne ovali o circolari dotate di focolare, fosse di stoccaggio e pozzi.

Verso la fine del neolitico, probabilmente in concomitanza con un periodo di aridità, si sviluppò una società più complessa; quelle popolazioni continuavano ad essere nomadi ed a cibarsi di ciò che la terra offriva spontaneamente, ma cominciarono ad addomesticare e ad allevare capre ed uri ed a seminare all’inizio di ogni stagione umida alcuni specie vegetali, trattenendosi lungo le rive del lago fino al raccolto. Accanto a manufatti in selce, punte in osso e piccole ciotole sono stati infatti rinvenuti moltissimi semi di sorgo e di miglio, tuberi, legumi e frutta. Con il passare del tempo i bovini divennero una parte centrale della cultura di Nabta Playa ed il culto loro riservato secondo alcuni è da ritenersi precursore di quello della dea egizia Hathor: la maggior parte delle camere sotterranee poste sotto ai dieci tumuli di arenaria che sorgono in loco, nella zona definita “Valle dei sacrifici”, infatti, conteneva mucchi di ossa appartenenti a bovini, capre e pecore; in un altro fu rinvenuta un’enorme pietra pesante tre tonnellate vagamente sbozzata a forma di mucca risalente al 7.000 a. C.; nell’ipogeo di quello più grande (otto metri di diametro ed un metro di altezza), circondato da una cornice di argilla e coperto da assi di tamerice è stato rinvenuto lo scheletro di una giovane mucca sacrificata circa 7.400 anni orsono.

A Nabta Playa sono stati rinvenuti anche piccoli complessi monumentali in pietra costruiti sulla cima di grandi rocce a forma di fungo naturalmente formatisi per l’erosione e varie costruzioni megalitiche risalenti al periodo 4.800 a. C. – 3.600 a. C., la più nota ed antica delle quali, detta “Circolo calendariale” è stata ora trasferita al museo nubiano di Assuan per difenderla dall’assalto dei turisti. Essa è costituita da un cerchio e da due file verticali di pietre poste all’interno di esso (una specie di Stonhengen più antica di 2.000 anni); una di queste file è rivolta a nord mentre l’altra -posta a sessanta gradi- indicava il punto dove annualmente il Sole si sarebbe trovato al solstizio d’estate e permetteva quindi di calcolare la stagione delle piogge che iniziava proprio in quel periodo.

Secondo Wendorf, questi ritrovamenti inducono a ritenere che i Nabta Playani adorassero una o più divinità e che la località fosse un centro cerimoniale d´importanza regionale, in cui gruppi nomadi e semi-nomadi si riunivano in occasione del solstizio d´estate per celebrare riti religiosi e matrimoni e fare piccoli commerci, per poi stabilirvisi. Molti studiosi, tra i quali l’archeologo J. Mc Kim Malville e gli stessi Schild e Wendorf, ritengono che questo popolo abbia avuto un ruolo nel processo di formazione della Civiltà Egizia: in seguito alla desertificazione della zona dovuta ad uno spostamento del monsone ed alla conseguente cessazione delle piogge, essi potrebbero essere emigrati verso est alla ricerca di aree più ospitali, stabilendosi sulle rive del Nilo a nord della Prima Cataratta dove vivevano già altre popolazioni, introducendo l’uso delle costruzioni in pietra orientate con i pianeti e le stelle e l’allevamento del bestiame, stimolando lo sviluppo dell’economia di sussistenza, della tecnologia e della complessità sociale.

Nelle immagini, il circolo calendariale, l’orientamento delle pietre, lo scheletro della mucca, una macina per i cereali e frammenti di terracotta provenienti dal sito e oggi custoditi al British Museum di Londra.

Fonti:

Barca N., Alle origini della civiltà egizia, in Antikitera.net, 2006

Wendorf. F, Schild R., “Nabta Playa and Its Role in Northeastern African Prehistory” from the Journal of Anthropological Archaeology 17, 97–123 (1998)

Eric Betz, in www.discovermagazine.com, June 21, 2020

Mystery of Nabta Playa, in https://civilizationslost.wordpress.com/2017/05/02