C'era una volta l'Egitto, Nubia, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

BERENICE PANCRISIA

LA CITTA’ FANTASMA DEL DESERTO NUBIANO

Di Piero Cargnino

Ora l’Egitto era in pratica un impero, i suoi confini a sud comprendevano l’intera Nubia. L’Egitto imponeva ai suoi sudditi pesanti tributi che spesso erano rappresentati da pietre e metalli preziosi. Basti pensare che durante le fasi centrali del Nuovo Regno la Nubia consegnava 250 chilogrammi di oro all’anno al solo tempio di Karnak. L’economia egiziana era del tipo prevalentemente  agricolo quindi gli scambi con altri paesi avvenivano in natura, mezzo di scambio erano i prodotti della terra coi quali si acquistavano gli altri beni di cui l’Egitto necessitava, anche i tributi si pagavano in natura.

Ma con la XVIII dinastia si iniziò ad introdurre uno strumento che avrebbe agevolato gli scambi, lo strumento era il metallo, oro, argento o rame, il “deben”, che equivaleva a 91 grammi, ulteriormente suddiviso in 10 “kite”, ne sono stati rinvenuti molti il cui aspetto teriomorfo o con testa di bovino confermano che il sistema economico si basava sull’agricoltura. Ovvio che a parità di peso il valore mutava a seconda del metallo con cui era fabbricato il deben, come si sa il metallo più prezioso in Egitto era l’argento, di cui l’Egitto scarseggia, poi veniva l’oro e quindi il rame.

In egiziano antico l’oro in generale si chiamava “nub” (da cui il nome della Nubia) e gli egizi lo distinguevano secondo la provenienza, c’era “oro di Coptos”, “oro del paese di Ouaouat” e “oro del paese di Kush”. Pur non avendo lo stesso significato valutario di oggi, l’oro era molto apprezzato in Egitto in particolare per la sua lucentezza che veniva paragonata a quella del sole e quindi di Ra (dio del Sole) e si credeva che avesse poteri divini. Veniva associato alla vita eterna per la sua apparente indistruttibilità e si credeva che la pelle degli dei fosse d’oro.

L’oro in Egitto abbondava, in un messaggio a un faraone, un re orientale nel 1350 a.C. scriveva che: <<…….. in Egitto l’oro è come la polvere delle strade…….>>. In effetti, oltre a quello che arrivava dai tributi dei paesi sottomessi, in Egitto erano numerose le miniere d’oro, nel deserto, sud-orientale nello Wadi Hammamat e nello Wadi Abad, si trovavano ricche miniere.

Nel Museo Egizio di Torino è conservato il cosiddetto “Papiro delle miniere d’oro” consistente in una vera e propria mappa del Nuovo Regno delle miniere di Berenice Pancrisia in Nubia. Presumibilmente la mappa venne realizzata da una spedizione egizia e su di essa viene rappresenta una pista che attraversa molte miniere d’oro, tra queste quelle dello Wadi Hammamat; a questo proposito va però detto che nel Wadi Hammamat non sono state rinvenute le gallerie per l’estrazione dell’oro, come indicato nel papiro, ma solo cave di pietra e qualche miniera di pietre preziose.

Ma parliamo ora dell’antica città riscoperta dai fratelli Castiglioni, Berenice Pancrisia, un antico insediamento nel deserto nord-orientale del Sudan situato presso le miniere d’oro del Uadi Allaki nella Nubia dei Faraoni.

Il nome deriva dal greco panchrysos e significa “tutta d’oro”. Pare che il nome gli fu dato da Tolomeo II Filadelfo nel 271 a.C., in onore della madre Berenice I moglie di Tolomeo I Sotere, dopo averla ristrutturata ed ampliata dotandola anche di un porto. Una seconda ipotesi farebbe derivare il nome dal dio Pan, nome greco di Min,  divinità egizia del deserto. Pertanto il significato di Berenice Pancrisia sarebbe “Berenice città d’oro” o “del dio Pan”.

In realtà, il sito nubiano risale a moltissimo tempo prima della dinastia tolemaica ed era conosciuto come la città dei Beja. Durante il Medio Regno quasi sicuramente si chiamò Tjeb e, durante il Nuovo Regno, ebbe inizio l’attività di estrazione dell’oro che prima veniva raccolto nei ruscelli montani in superficie come oro alluvionale.

Conosciuta anche dagli arabi che agli inizi del IX secolo le cambiarono il nome in Allaki e in Ma’din ad-dahab, ossia miniera d’oro. Citazioni di Berenice Pancrisia ci provengono da Thutmosi III che fece incidere sul VI pilone del Tempio di Karnak i conteggi dei tributi in oro provenienti dalla regione di Wawat; Seti I che la cita su una mappa nel deserto di Wawat dove fece scavare pozzi d’acqua; Ramses II che fece incidere la via delle miniere su di una stele a Quban; oltre a ripristinare i pozzi scavati in precedenza da Seti I.

Anche Plinio il Vecchio ne parla nella sua “Naturalis Historia, libro VI”:

<<……Berenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est…….>>,

come lui anche Diodoro Siculo nel 30 a.C., nella sua “Biblioteca Storica” descrive un luogo nella Nubia  pieno di minerali e di miniere d’oro.

La fortezza principale

Restò conosciuta fino al XII secolo quando iniziò il declino, poiché estrarre oro, nel deserto, divenne eccessivamente costoso principalmente per carenza di acqua. I riferimenti alla “città d’oro” provenivano da scritti antichi quali ad esempio una citazione di Ibn Sa’id al-Andalusi che, nei primi anni del tredicesimo secolo d.C. scriveva:

<<…….la regione montuosa di Allaki è famosa per le miniere d’oro di alta qualità negli uidian (plur. di uadi)……>>.

Anche Al-Maqrizi scrisse:

<<…….Tutto il paese…….è pieno di miniere e, a misura che il terreno si eleva, l’oro è più puro e abbondante….>>.

La fortezza principale

In epoche successive si tornò a cercarla tra il Uadi Hammamat ed il Uadi el-Allaki; a Strasburgo è conservata una mappa islamica risalente a prima del’ 833 d.C. redatta dall’astronomo e geografo arabo Al-Khuwarizmi dove compare il nome di Ma’din ad-Dahab (miniera d’oro) forse proprio Berenice Pancrisia. Nel 1600 circa si perse l’ubicazione precisa e Berenice Pancrisia fu cancellata dalle carte geografiche.

Sul finire dell’Ottocento tra la gente del Cairo circolava il racconto di una città fantasma nel cuore del deserto, una strana città  dove il suo custode, un genio (il “ginn” degli arabi) non permetteva a chi la vedeva di vederla una seconda volta facendola sparire se chi l’aveva già vista si ripresentava. Una leggenda senz’altro, ma la città esisteva veramente, bastava trovarla.

Nel 1989, i fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni, con Luigi Balbo e Giancarlo Negro, intraprendono una spedizione alla ricerca delle miniere d’oro presso l’uadi el-Allaki, il letto ormai asciutto di un antico immissario del Nilo. Improvvisamente scorgono i resti di antiche costruzioni crollate con sullo sfondo due roccaforti.

Il sito si presenta come un antico nucleo abitativo attraversato da una strada con altre strade laterali che costeggiano diversi quartieri per circa due chilometri. La prima roccaforte pare un praesidium romano con tanto di corte, stanze, camminamento di ronda e torri ormai crollate. La seconda roccaforte, articolata su tre piani, evidenzia rifacimenti d’epoca islamica.

Le pareti della fortezza a tre piani

Intorno alla città resti di edifici, imponenti tombe, vaste necropoli e soprattutto un centinaio di miniere per l’estrazione dell’oro che, con i loro pozzi di aerazione, rendono ancor più aliena la superficie di questa terra. (Per ulteriori approfondimenti visitare il sito del museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it).

Vista aerea

La conferma che si trattava proprio di Berenice Pancrisia arrivò nel 1990 in una riunione alla quale parteciparono Jean Vercoutter, Sergio Donadoni, Annamaria Roveri Donadoni, Charles Bonnet, Isabella Caneva ed altri esperti della regione nubiana. La scoperta è stata considerata così importante da creare una nuova branca dell’archeologia: la Nubiologia.

Fonti e bibliografia:

  • Museo Castiglioni, “Berenice Panchrysos: la città fantasma del deserto Nubiano”.
  • Sito del Museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it
  • Alfredo e Angelo Castiglioni, “Nubia, Magica terra millenaria”, Giunti editore, 2006
  • AA.VV.,  “VI Congresso Internazionale di Egittologia” – Atti – Vol. I, 1992
  • C. Ziegler, “L’Eldorado égyptien, in L’or des Pharaons”, Monaco, 2018
  • Tiziana Giuliani, “L’oro dei faraoni – 2500 anni di oreficeria nell’antico Egitto”, 2018
  • Nadia Vittori, “L’oro dei faraoni”, Mursia scuola, 1996)

Tutte le immagini fotografiche e i disegni di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. La pubblicazione da parte mia è stata autorizzata da “Archivio Angelo e Alfredo Castiglioni – Museo Castiglioni” in data 24/2/2022

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI I

Di Piero Cargnino

Alla morte di  Amenhotep I sale al trono Thutmosi (Ḏḥwty ms) che significa “Nato dal dio Thot”. Si pensa che sia stato un generale dell’esercito tebano. Non si sa a quale titolo salì al trono, forse non era neppure di stirpe reale, la madre Seniseneb viene citata solo come “Madre del Re”, potrebbe essere stata una moglie minore o una concubina di Amenhotep I. Secondo alcuni era il figlio di Ahmose Sipair, a sua volta figlio di Seqenenra Ta’o e quindi fratello di Ahmose I o, secondo altri addirittura figlio dello stesso Ahmose I.

In ogni caso venne nominato coreggente dal suo predecessore Ahmose I, ma la sua legittimazione al trono venne ancor più confermata per aver sposato la principessa Ahmose, la “Grande Sposa Reale” che vantava anche il titolo di “Sorella del Re” quindi di stirpe regale, a questo proposito alcuni fanno osservare che la regina non fu mai chiamata “figlia del re”.

Il primo figlio di Thutmose e della regina Ahmose fu Amenmos nato molto prima della sua salita al trono. I sovrani ebbero un altro figlio  Wadjmose, che premorì al padre, e due figlie, Hatshepsut e Nefrubity che però morì anch’essa ancora piccola.

Da una moglie minore nacque un altro figlio, Mutnofret che sposerà in seguito la sorella Hatshepsut e salirà al trono alla morte del padre come Thutmosi II.

Thutmosi I sarà il primo faraone “imperialista” del Nuovo Regno in quanto non si limiterà a governare entro i suoi confini ma darà inizio ad una espansione dell’influenza egizia sia a sud che nell’area palestinese. Non a caso il suo nome Horo era “Toro vittorioso” a sottolineare la volontà espansionistica che d’ora in poi segnerà la tendenza regale egizia.

Grazie alle già citate iscrizioni provenienti dalle tombe dei due soldati, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekebet, che già servirono sotto Ahmose I ed anche sotto Amenhotep I, conosciamo le prime imprese militari di Thutmosi. In seguito ad una rivolta in Nubia, il sovrano risalì il Nilo e, combattendo personalmente, uccise il re nubiano tornando poi a Tebe con il corpo del re nubiano appeso alla parte anteriore della sua nave.

Nel secondo anno del suo regno tornò al sud per sedare piccole rivolte che erano scoppiate in Nubia, su una delle cinque stele trovate di fronte all’isola di Tombos, a monte della terza cateratta, Thutmosi I fece registrare i confini meridionali del suo regno, anche se era ormai giunto alla quarta cateratta. Sulle stele il sovrano fece incidere l’elenco delle tribù vinte: “quelli con le trecce”, “quelli [con le guance] scarificate”, “i Nehesyu dal viso bruciato”, “quelli che vestono di pelli”, “quelli con i capelli crespi”.

Sulle stele fece inoltre incidere:

<< Egli ha ridotto i confini del mondo sotto il suo potere; la sua frontiera meridionale tocca i confini del Kush, quella settentrionale raggiunge l’acqua che scorre a ritroso, che si discende nel risalire >>,

questo perché le acque dell’Eufrate scorrono nel senso opposto a quello del Nilo. Quando i soldati tornarono in Egitto i loro racconti sull’Eufrate si diffusero subito presso il popolo:

<<…….. quell’acqua invertita che scorre a monte quando dovrebbe scorrere a valle……..>>,

da allora l’Eufrate diventò per l’Egitto il fiume con “l’acqua invertita”.

Thutmosi I fece inoltre costruire a Tombos una fortezza per ospitare un presidio militare. Conclusa vittoriosamente la guerra Thutmosi I divise la Nubia in cinque distretti a capo dei quali nominò dei governatori locali a lui fedeli. Al fine di agevolare altre eventuali risalite delle sue navi Thutmosi I ordinò che il canale, fatto costruire da Sesostris III della XII dinastia, presso la prima cataratta venisse ulteriormente scavato per renderlo più profondo. Testimonianza di ciò compare in due iscrizioni dove viene menzionato, nella prima:

<<………Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22, sotto la maestà del re dell’Alto e Basso Egitto, Aakheperre che è dato in vita. Sua Maestà ordinò di scavare questo canale dopo averlo trovato intasato di pietre [in modo che] nessuna [nave ci navigasse]……..>>.

Nella seconda:

<<……..Anno 3, primo mese della terza stagione, giorno 22. Sua Maestà ha navigato in questo canale nella vittoria e nella potenza del suo ritorno dal rovesciamento del miserabile Kush…….>>.

A questo punto il sovrano si rivolse a Levante, invase la Palestina e proseguì fino a Karkemish, che conquistò, dirigendosi fino all’Eufrate, quì fece erigere una stele che venne rinvenuta cinquanta anni dopo da Thutmosi III. A questo punto i principi siriani si sottomisero a Thutmosi, la cosa però durò poco, quando Thutmosi tornò in Egitto smisero di pagare i tributi e costruirono difese contro futuri attacchi. Ormai in possesso delle tecnologie necessarie, pare che Thutmosi abbia costituito un corpo scelto di truppe montate su carri da guerra.

Durante il suo regno vennero eseguiti grandi progetti di costruzione, fece ampliare il villaggio di Deir el-Medina oltre a costruire molti templi e tombe, numerosi blocchi di pietra iscritti con i suoi titoli sono presenti in parecchi luoghi in Egitto.

Di notevole importanza fu l’intervento al Tempio di Karnak ad eseguire il quale nominò l’architetto Ineni. Degna di nota è la sala ipostila tra i piloni quattro e cinque. Le colonne erano ricavate da legno di cedro intese a rappresentare una palude di papiro, simbolo egizio della creazione. Sui lati della sala si stagliavano grandi statue che portavano  alternativamente la corona dell’Alto Egitto e la corona del Basso Egitto.

All’interno della sala ipostila Hatshepsut fece erigere due dei suoi obelischi. Thutmose I fece costruire anche statue dell’Enneade ad Abydos, edifici ad Armant, Ombos, el-Hiba, Memphis ed Edfu, così come piccole espansioni di edifici in Nubia, a Semna, Buhen, Aniba e Quban.

L’architetto Ineni costruì la tomba di Thutmose I nella Valle dei Re, costruì anche il suo tempio  funerario a Deir el-Bahari che venne probabilmente abbattuto in seguito per far posto a quello della regina Hatshepsut.

Secondo Manetone Thutmosi I regnò 12 anni e 9 mesi, in questo caso pare credibile in quanto venne rinvenuto a Karnak un blocco di pietra sul quale compaiono due iscrizioni, con il cartiglio di Thutmosi, che portano la data dell’VIII e IX anno del suo regno.

Alla sua morte Thutmosi I fu sepolto nella tomba KV38 della quale l’architetto Ineni riferisce di aver provveduto, da solo, alla realizzazione della tomba del suo re, secondo gli studiosi si tratterebbe della tomba più antica della Valle dei Re. In un secondo tempo, sua figlia Hatshepsut, avrebbe traslato il suo corpo nella propria tomba, la KV20, costruita per lei, facendola ingrandire per poter ospitare entrambi i sarcofagi, il suo e quello del padre. Sarà poi il nipote, Thutmosi III, a traslare nuovamente la mummia di Thutmosi nella tomba KV38.

La tomba KV20 era conosciuta fin dall’antichità e venne esaminata durante la spedizione napoleonica del 1799. Belzoni la visitò nel 1817 e più tardi James Burton iniziò a liberarla dai detriti ma dovette desistere perché le pareti non offrivano alcuna sicurezza oltre al fatto che la scarsità d’ossigeno ben presto spegneva le candele. Karl Richard Lepsius, nella sua campagna di scavi nel 1844-45, effettuò alcuni rilievi e stese una mappatura. Sarà solo nel 1903-04, dopo due anni di duro lavoro, che venne completamente liberata da Howard Carter, che lavorava per conto di Theodore Davis, il quale ebbe a dire

<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >>  ( Howard Carter).

All’interno Carter trovò vasi di pietra e ceramiche in frantumi, due vasi appartenuti alla regina Ahmose Nefertari, su uno era scritto “[lo fece] come monumento a suo padre”. Su alcuni pezzi di vasi stranamente compariva il nome reale di Hatshepsut, “Maatkare”, prima che lei stessa diventasse re.

All’interno della camera sepolcrale, Carter rinvenne due sarcofagi, quello di  Hatshepsut, splendidamente intagliato, “fu scoperto aperto senza alcun segno di un corpo, e con il coperchio che giaceva scartato sul pavimento” ed una cassa canopica di quarzite gialla abbinata, oggi custoditi al Museo Egizio del Cairo. L’altro sarcofago si trovava riverso su un lato ed il coperchio, intatto, era appoggiato al muro. Poiché Theodore M. Davis aveva sostenuto le spese per la campagna, il sarcofago gli venne dato in compenso e Davis lo donò al Museum of Fine Arts di Boston.

Sul sarcofago compare inciso il nome del “re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare Hatshepsut”. La regina però se ne fece fare uno nuovo per sé usando il primo per suo padre, Thutmose I. E’ evidente il lavoro degli scalpellini che, stuccata la scritta di Hatshepsut, reincisero nome e titoli di Thuthmose I.

In un testo inciso sul sarcofago compare la generosità di Hatshepsut verso suo padre:

<<…….lunga vita alla femmina di Horus…….Il re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkare, il figlio di Re, Hatshepsut-Khnemet-Amun! Possa vivere per sempre! Lo fece come monumento a suo padre che amava, il Buon Dio, Signore delle Due Terre, Aakheperkare, il figlio di Re, Thutmosis il giustificato…….>>.

Da alcuni indizi emersi dopo una attenta analisi del sarcofago di Thutmose I pare che, al momento della traslazione del feretro del sovrano, gli addetti si siano accorti che era troppo lungo per cui si rese necessario assottigliare le pareti del sarcofago.

La tomba KV38 fu violata durante la XX dinastia, il coperchio del sarcofago venne rotto e tutti i gioielli e gli oggetti della tomba furono rubati. Il sarcofago di Thutmose I venne in seguito riutilizzato da un faraone della XXI dinastia. La mummia di Thutmose I non è mai stata ritrovata, nella cachette di Deir el-Bahri, tra le varie mummie etichettate ve ne sono di prive di nome, Gaston Maspero, credeva che la mummia non etichettata 5283 fosse quella di Thutmose I e dopo successive indagini emerse che questa era effettivamente una mummia della XVIII dinastia.

La mummia è conservata presso il Museo Egizio del Cairo dove è stata ulteriormente studiata, finché nel 2007, Zahi Hawass ha annunciato che la mummia appartiene ad un uomo di 30 anni morto per una freccia al petto, secondo gli esperti non poteva essere il re Thutmose I.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Virgilio Ortega, “Egittomania – L’affascinante mondo dell’Antico Egitto II”, De Agostini, 1999
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Alessandro Bongioanni, “Luxor e la Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • AlegsaOnline.com
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IL FARAONE AMENHOTEP  I  (O AMENOPHIS I)

Di Piero Cargnino

Amenhotep (o Amenophis o Amenofi) era figlio di Ahmose I e di Ahmose Nefertari e successe al padre. In realtà non sarebbe stato lui l’erede designato ma il fratello maggiore Ahmose Ankh, secondo alcuni addirittura Ahmose Sipair (Pare che Ahmose Sipair fosse figlio di Seqenenra Ta’o).

Amenhotep sposò la sorella Ahmose Meritamon la quale poteva vantare i titoli di “Figlia del re”, “Sorella del re” e “Grande Sposa Reale”. Secondo alcuni ebbe un figlio, Amenhemat, che però morì molto giovane. (Alcune fonti però negano questa paternità).

Amenhotep divenne faraone ancora bambino ed in sua vece il trono venne retto dalla madre Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari). E’ possibile datare  con sufficiente precisione il suo regno (ed anche quelli dei prossimi successori) grazie a quanto riportato sul retro del “Papiro medico Ebers” dove viene citato che nel nono anno di regno  di Amenhotep si tenne la: <<…..festa dell’anno nuovo, terzo mese di Shemu, nono giorno, levarsi di Sodpu (Sirio)……>>.

Amenhotep I dette grande impulso all’attività edilizia soprattutto ricostruendo le città che furono alleate di Tebe durante le guerre contro gli Hyksos. A tale scopo vennero riattivate le cave del Gebel Silsila e di Serabit el-Khadim nel Sinai, inattive fin dalla XII dinastia.

Fu Amenhotep I ad iniziare la costruzione del villaggio di Deir el-Medina destinato agli operai impiegati nella maggior parte della produzione artistica che lavoravano alla realizzazione delle tombe per le sepolture dei futuri sovrani e nobili della necropoli di Tebe, ed in seguito nelle tombe reali nella Valle dei Re. Per questo lui e la madre Ahmes Nefertari divennero oggetto di divinizzazione e di culto nell’intero villaggio.

Le iscrizioni rinvenute nelle già citate tombe dei capi militari Ahmes figlio di Abana e di Ahmes Pennekhebet, che avevano già combattuto con il faraone Ahmose, ci forniscono informazioni circa le campagne militari intraprese da Amenhotep I verso la Nubia, non sono citate spedizioni in Asia.

In Nubia però  Amenhotep I ci andò giù pesante, agli egiziani non andava di certo a genio che i nubiani avessero approfittato del dominio Hyksos per aggredirli alle spalle e questa gliela fecero pagare cara. Amenhotep I avanzò con le sue truppe fino a Gebel Barkal, presso la quarta cateratta assumendo così il controllo delle piste carovaniere che da sud attraversavano il deserto. Ma non si fermò li, nel settimo anno di regno la Nubia era interamente sotto il controllo di un governatore tebano, il “figlio del re di Kush”, titolo che veniva assegnato ad un principe reale.

In una seconda campagna militare Amenhotep I riprese il controllo delle oasi del deserto reinserendole all’interno dello stato sotto il controllo di un “sovrintendente delle oasi”.

Fu durante il suo regno che venne scritta la versione definitiva del “Libro dell’Amduat”, uno dei più importanti testi funerari, che però troviamo in versione completa solo nelle tombe di Thutmose I (KV38), Thutmose III (KV34) e di Amenhotep II (KV35). Alcuni testi raccontano che Amenhotep I si sia associato al trono il figlio Amenemhat, ancora giovanissimo, poco prima che questi morisse.

Forse a causa della morte del figlio pare che nominò coreggente  una figura importante dell’esercito che poi gli succederà al trono, Thutmose, anche se non si sa se esistesse una relazione di parentela tra i due. Alcuni ipotizzano che Thutmose potrebbe esser figlio di Ahmose-Sipair, anch’egli deceduto.

Che vi sia stata un coreggenza tra Amenhotep I e Thutmose I parrebbe testimoniata dalla presenza, presso il terzo pilone del tempio di Karnak, di un cartiglio dove i due compaiono accanto su una barca rituale. Parliamo sempre al condizionale in quanto le evidenze archeologiche sono troppo scarse e non permettono una conclusione certa.

Amenhotep I regnò circa vent’anni ed alla sua morte, intorno al 1506 a.C., venne divinizzato e, come detto sopra, fu oggetto di culto, lui e la madre Ahmes Nefertari in modo particolare nel villaggio che fece costruire a Deir el-Medina. Sono molte le statue in cui è raffigurato anche se quasi tutte postume, gran parte di quelle che lo rappresentano sono idoli funerari funzionali al suo culto e provengono da epoche anche molto successive. Le statue a lui coeve sono scarse e da queste si può intravvedere che ricalcano fedelmente gli stilemi del Medio Regno, sarà poi nel prosieguo della XVIII dinastia che avverranno cambiamenti di stile che si possono riscontrare nelle statue di Mentuhotep II e di Sesostri II. 

Dopo la sua morte, Amenhotep I fu ritenuto un dio che proferiva oracoli, le domande che gli venivano poste sono presenti su alcuni ostraka rinvenuti a Deir el-Medina ed il modo in cui sono formulate fanno pensare all’eventualità che, forse con un trucco dei sacerdoti, l’idolo desse cenni di assenso o di diniego. Era venerato sotto tre diversi aspetti divini: “Amenhotep della città”, “ Amenhotep amato da Amon” e “ Amenhotep del cortile esterno”.

Sulla sua sua sepoltura, in particolare per quanto riguarda l’ubicazione della sua tomba esistono alcune incertezze, una riguarda la KV39, nella Valle dei Re, l’altra la AN B situata nel “Cimitero degli Antef” a Dra Abu el-Naga, entrambe vengono attribuite ad Amenhotep I. Di quella di Dra Abu el-Naga, scoperta nel 1914 da Haward Carter, si pensa che avrebbe dovuto accogliere sua madre Ahmose Nefertari ma poiché la regina morì 3 o 5 anni dopo il figlio, sia stata ampliata ed adattata per il figlio.

La mummia di Amenhotep I, rinvenuta nel 1881, si trovava nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove, sotto il regno di Sheshonq I, i sacerdoti di Amon la fecero trasportare, con molte altre, per preservarle dai saccheggiatori ormai così numerosi nella Valle dei Re. La mummia si trova in ottimo stato di conservazione, le bende che la avvolgono sono ricoperte da uno strato di cartonnage di squisita fattura e valore artistico, è l’unica a non essere mai stata sbendata, era ancora così ben conservata che non la toccarono neppure i sacerdoti quando, durante la XXI dinastia, dopo averle portate nella cachette di Deir el-Bahari, restaurarono i bendaggi delle altre antiche mummie reali.

Non la sbendarono neppure gli studiosi anche se prima dell’utilizzo dei raggi X era normale farlo. Dal 3 aprile 2021 la mummia di Amenhotep I con le altre è stata trasferita al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana. 

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997  
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Claude Vandersleyen, “La statue d’Amènophis I (Turin 1372)”, Oriens Antiquus 19 (1980)
  • Sergio Donadoni, “Statue di statue”, Aegyptus 85 (2005)
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995 Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari 1990, ed. Rcs Milano 2004
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LA CACCIATA DEGLI HYKSOS (O L’ESODO?)

Di Piero Cargnino

Torniamo ora alla storia, con Ahmose inizia il Nuovo Regno ma se proseguissimo nel racconto della storia che segue senza fare alcune riflessioni trascureremmo forse una parte importante della storia stessa.

Il faraone Ahmose dunque vinse gli Hyksos, li cacciò dall’Egitto e li inseguì fin nel deserto del Negev. L’onta subita dagli egiziani, invasi da un paese straniero, rozzo, sporco e privo di quella civiltà che aveva fatto grande l’Egitto, forse era stata lavata. Abbiamo già esaminato in precedenza il fenomeno Hyksos sotto l’aspetto di invasori, ma siamo sicuri di non aver trascurato un altro fatto importante per la storia tutta, non solo egizia? Il periodo della dominazione degli Hyksos rimane più che mai un periodo oscuro per molteplici ragioni, sono molti i fattori ancora sconosciuti che hanno condizionato quel periodo della storia e sui quali sono state avanzate numerose ipotesi.

Gli Hyksos erano gli ebrei dell’Antico Testamento? Sin dall’antichità il periodo degli Hyksos è stato considerato da molti studiosi, e non solo, come il periodo della permanenza in Egitto degli Ebrei. Poiché penso si possa affermare in tutta tranquillità che gli Hyksos erano popoli di guerrieri, ben armati e ben equipaggiati, non credo che, almeno in un primo momento, potessero avere tra le loro file gli Habiru (il significato del termine è spiegato più avanti) che in quel periodo storico si trovavano probabilmente ancora allo stato di pastori nomadi e predoni nelle terre di Canaan.

Alla luce di quanto detto nei precedenti articoli, che riflettono solo una delle tante ipotesi circa l’invasione degli Hyksos in Egitto, personalmente escluderei che tra gli invasori fossero presenti gli Habiru, perlomeno non in numero significativo.

L’unico supporto di cui si dispone è la versione di Manetone, elaborata dallo storico giudeo del primo secolo, Giuseppe Flavio nella sua opera, più volte citata, “Contro Apione” nella quale asserisce di aver riportato “parola per parola” il racconto di Manetone. Nella prima edizione del secondo libro, Manetone definisce gli Hyksos come “pastori prigionieri” che diventano poi i “Re pastori” nelle due successive edizioni. In questo racconto, secondo Giuseppe Flavio, gli Hyksos furono realmente gli israeliti.

In un secondo racconto, che Giuseppe Flavio definisce però fittizio, Manetone racconta che, mentre gli Hyksos assunsero il dominio dell’Egitto senza battaglia,

<<……un grande gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunse in seguito ad Avaris dalla Palestina e ad essi fu consentito di stabilirsi in città dopo la partenza dei Re pastori…….>>.

Premesso che non credo affatto che gli egiziani abbiano permesso a 80 mila lebbrosi di stabilirsi ad Avaris appena liberata dagli Hyksos, ammesso che li abbiano lasciati entrare, cosa di cui dubito ancora di più, gli avranno assegnato un territorio ben lontano da loro, Gosen?

<<……tutte le anime della casa di Giacobbe che vennero in Egitto furono settanta…….dopo ciò vennero nel paese di Gosen……>> (Gen. 46:26-29).

Gli studiosi moderni, già poco propensi a dare completa fiducia a Manetone, non concordano con le citazioni di Giuseppe Flavio quando associa gli Hyksos agli israeliti. Secondo il racconto biblico, un certo Yusuf, (Giuseppe, figlio di Giacobbe), venduto dai fratelli, giunge come schiavo in Egitto, imprigionato e poi liberato perché interpreta il sogno del faraone, (le sette vacche grasse e le sette vacche magre), il faraone lo nomina Gran Visir (Gen. 41:40, 41)

<<………Tu sarai personalmente sopra la mia casa e tutto il mio popolo ti ubbidirà……….vedi io ti pongo sopra tutto il paese d’Egitto……..>>.

Passato un po’ di tempo Giuseppe fa venire in Egitto la tribù di Giacobbe suo padre al quale il faraone fa assegnare:

<<………il meglio del paese, il paese di Gosen………>>, (Gen. 47:6).

Quanto sopra, ad eccezione della Bibbia, non è documentato in nessuno scritto. La figura del biblico Giuseppe solleva molti dubbi tra gli studiosi che obiettano tra l’altro che mai un faraone egizio avrebbe elevato al rango di visir uno straniero, non egiziano, per di più asiatico. Se però si parte dal presupposto che Giuseppe sia giunto in Egitto durante il dominio degli Hyksos e si fosse integrato con il tempo, il fatto che a nominarlo visir sia stato un faraone Hyksos la cosa può apparire più accettabile.

Prescindendo dalla Bibbia, storici e professori di teologia si sono sempre chiesti come fosse possibile che in un paese come l’Egitto non sia mai stata fatta menzione di un personaggio come Giuseppe che, in qualità di Gran Visir, era l’uomo più potente dopo il faraone. E’ interessante sapere che:

<<……….la verdeggiante oasi del Fayyum, dove crescono rigogliosi fiori e frutti stupendi ……..il Fayyum va debitore di questo al canale lungo 334 km che conduce l’acqua del Nilo………il nome di questo antichissimo acquedotto, conosciuto non solo dai fellahin ma da tutto l’Egitto è “Bar Yusuf”, (canale di Giuseppe)………>>, (Werner Keller).

Si potrebbe obiettare che questo non è significativo, il nome Yusuf e un nome arabo, derivazione dall’ebraico Yoseph (Giuseppe) e come tale potrebbe essere stato assegnato molto dopo.

Ritornando a Manetone ed a quel “gruppo di 80 mila lebbrosi e malati giunti ad Avaris dalla Palestina” viene da pensare che forse non si trattava ne di lebbrosi ne di malati, ne tanto meno di 80 mila ma semplicemente di quei settanta Habiru, di cui parla la Bibbia, che per sfuggire anch’essi ad una probabile carestia, giunsero in Egitto tollerati dagli Hyksos. Habiru (anche Kabiru, Hapirù, Apiru, Habiri) è un termine di origine accadico babilonese con il quale, nel II millenio a.C., veniva identificato un popolo – non popolo, disperso tra i due fiumi dall’Eufrate al Nilo, nomadi ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta mercenari, sono ricordati in monumenti Egizi ed in tavolette mesopotamiche. Il termine Habiru viene da alcuni associato per assonanza all’antico “ibri” (ebrei) anche se parlare di assonanza tra nomi oggetto di traduzioni, spesso soggettive, non mi pare appropriato.

Va aggiunto inoltre che l’arrivo degli Habiru in Egitto non può che essere successivo a quello degli Hyksos, la Bibbia ci racconta che quando Giuseppe entrò nelle grazie del faraone questi: <<……lo fece montare sul secondo carro d’onore……>> (Gen. 41:43), ma prima dell’arrivo degli Hyksos gli egiziani non conoscevano il carro ne i cavalli. Se gli Ebrei arrivarono veramente in Egitto fu sicuramente in un secondo tempo.

Restando ciascuno con le proprie convinzioni circa l’arrivo e la cacciata degli Habiru (ebrei) dall’Egitto vediamo di analizzare una delle tante ipotesi circa l’Esodo (le altre le vedremo quando parleremo di Akheneton e poi di Ramses II). La cacciata degli Hyksos coinciderebbe con l’esodo? Questa ed altre domande hanno fatto scorrere fiumi d’inchiostro e le risposte degli studiosi sono molto controverse, prove concrete non ne esistono o quasi e la letteratura trova ampio spazio per far correre la fantasia.

Ad un certo punto la Bibbia racconta che:

<<……. Giuseppe morì e anche tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione……>> (Esodo 1:6).

Con la morte di Giuseppe e dei suoi figli la vita di coloro che stavano in Egitto non cambiò di molto. Il libro dell’Esodo ci presenta un quadro più che confortante per quelli che continuarono a vivere in Egitto.

<<………e i figli di Israele divennero fecondi e sciamavano……..continuarono a moltiplicarsi e a divenire potenti………>> (Es. 1:7),

finché non sorse un nuovo faraone che non aveva conosciuto Giuseppe. Il nuovo faraone, preoccupato perché gli  Habiru diventavano sempre più numerosi, li avrebbe ridotti in schiavitù per costruire Pitom e Pi-Ramses (Esodo 1:11), cosa che porrebbe quindi l’Esodo all’epoca di Ramses I o poco dopo.

Sono molte le indicazioni storico-archeologiche che contraddicono questa ipotesi, vediamole, Pitom, la “casa di Atum”, dal greco “Hοώων πόλις, era un’antica città egizia che si trovava nel Delta orientale del Nilo in quella zona detta dei Laghi Amari. Mentre Pi-Ramses venne costruita sotto Ramses I,  Pitom non la costruirono gli ebrei, la città venne costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I, non subì modifiche di alcun genere ne sotto Ramses I ne sotto il suo successore Seti I, venne solo ampliata, ma di poco, sotto Ramses II.

Torniamo ad Ahmose che scaccia gli Hyksos e con essi gli Habiru dall’Egitto, ma chi scaccia in realtà? Pensiamoci bene, come detto in precedenza, se gli ebrei giunsero in Egitto con gli Hyksos, o poco dopo, vi giunsero intorno al 1720-1750 a.C., e furono cacciati intorno al 1530 a.C., la loro permanenza fu quindi di 190 anni, non i 400 citati nella Bibbia (Gen. 15:13). Quasi due secoli di convivenza tra asiatici ed egiziani sicuramente influirono sulle reciproche relazioni, l’integrazione degli occupanti con gli autoctoni, matrimoni misti, relazioni di lavoro comune, amicizie, interessi, ecc. contribuirono certamente a creare un amalgama dal quale diventava difficile stabilire chi erano gli uni e chi gli altri. E’ una cosa che si è sempre verificata in ogni civiltà dove gli occupanti si sono fermati stabilmente. Quindi Ahmose scaccia tutti quelli che potevano essere identificati come nemici. I guerrieri, i comandanti, la corte ed i nobili più coinvolti, non credo però che abbia praticato una pulizia etnica anche perché, per le ragioni esposte sopra, sarebbe stato impossibile.

Dunque è lecito pensare che molti asiatici,  ormai integrati, siano rimasti in Egitto. E’ ragionevole pensare che quelli del popolo che erano stati maggiormente “collaborazionisti” degli Hyksos anziché essere espulsi siano stati ridotti in schiavitù e costretti ai lavori forzati ma il resto del popolo non venne toccato. A questo punto si può pensare che un gruppo sparuto di coloro che furono espulsi, non certo quanti dice la Bibbia:

<<……..i figli d’Israele partivano da Rameses per Succot in numero di seicentomila uomini……..>> (Es. 12:37),

unito da qualche particolare interesse, magari anche religioso, sotto la guida di un capo, che si potrebbe configurare con il biblico Mosè, si sia diretto verso sud entrando nella penisola del Sinai, un territorio quasi del tutto desertico e tremendamente inospitale, quale ragione li spinse a dirigersi in quel deserto rimane un mistero. Quello che non si dice è, che se leggiamo bene la Bibbia, troviamo che gli eventuali seguaci di Giuseppe e Giacobbe non furono mai monoteisti puri, in Egitto onoravano una moltitudine di dei e questo ce lo conferma la Bibbia stessa:

<<……..e ora temete Yahweh e servitelo senza difetto…….e rimuovete gli dei che i vostri antenati servirono dall’altra parte del fiume e in Egitto…….>>. (Gios. 24:14).

Gli ebrei non adoravano il dio di Abramo, dalla lettura della Bibbia apprendiamo che si parla sempre del dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, non viene mai fatta menzione che il popolo fosse coinvolto in modo diretto. Sicuramente molti di loro avevano adottato gli dei egizi, tra questi uno in particolare Aton, il Sole che loro probabilmente chiamarono Adonai (forma plurale di Adon) o “Elohim”. Siamo soliti abbinare il dio Aton con il faraone Akhenaton anche se già in precedenza il culto di Aton era assurto a maggior livello. Ma di questo parleremo più avanti.

Le ipotesi circa l’esodo sono molte, passiamo ad un’altra.

Alcuni studiosi affermano che l’esodo in se potrebbe non essere avvenuto nel modo tradizionalmente inteso ma potrebbe riferirsi, secondo l’orientalista Mario Liverani, a quello che è stato chiamato “codice motorio”, infatti, l’espressione “esodo” (shè’t) e altre forme (vasha “uscire”), rientrano in tale definizione, ovvero all’uso di metafore legate al movimento usate per indicare il mutamento di appartenenza politica di una determinata regione o etnia da un dominio ad un altro o alla libertà. Al di là della cacciata degli Hyksos, per gli ebrei “uscire dall’Egitto” potrebbe aver semplicemente significato la “fine della dominazione egiziana sulla Palestina”, cosa effettivamente avvenuta nel passaggio dal Tardo Bronzo, quando la Palestina era sotto il dominio egiziano, e la prima età del ferro, quando, con l’invasione dei “Popoli del Mare”, i grandi imperi caddero in crisi e la Palestina raggiunse l’autonomia. Il termine “codice motorio” perse il suo significato verso la fine dell’VIII secolo a.C. quando la pratica assira di deportare i popoli vinti si diffuse presso altri popoli.

A questo punto però decido di fermarmi in quanto non vorrei farmi interprete di una o dell’altra ipotesi né confermare o smentire supposizioni di studiosi immensamente più competenti di me. Voglio solo citare il Prof. Francesco Lamendola che nel suo articolo del 2009 sul sito di “Arianna editrice” circa i fatti relativi all’esodo scrive:

<< Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo…….. noi non sappiamo quando sarebbe avvenuto. Non è che ignoriamo il momento preciso: ignoriamo tutto; ignoriamo i nomi dei faraoni che vi sarebbero stati coinvolti; ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti; ignoriamo perfino se davvero vi era un popolo ebreo in Egitto, e, a maggior ragione, se esso vi fosse tenuto in condizioni di schiavitù. >>. Secondo Lamendola, quando si parla dell’antico Israele bisognerebbe tenere lo stesso atteggiamento spassionato e obiettivo di quando si parla di altri popoli evitando di mescolare il piano teologico con quello storico, <<……..ciò eviterebbe di fare della cattiva storia e, soprattutto, della pessima teologia………>>. 

Fonti e bibliografia:

  • Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
  • Francesco Lamendola, “Ci sono troppe cose che non quadrano nel racconto biblico dell’Esodo”, art. del 2009 sul sito di “Arianna editrice”
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Gianpiero Lovelli, “L’Esodo degli Ebrei: mito o evento storico?” Su “Storie di Storia” 16 marzo 2017
  • Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Alessandro De Angelis e Andrea Di Leonardo, “Exodus. Dagli Hyksos a Mosè: analisi storica sull’Esodo biblico”, Altera Veritas, 2016
  • Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
  • Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
  • Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”. Torino: Ananke, 2006
  • Marco Crestani, “Hyksos, un mistero svelato”, In Storia, (rivista on line), 2009
  • Israel Finkelstein, Neil A. Silberman. “Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito”, Carocci, 2002)
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA REGINA AHMOSE NEFERTARI  (O AHMES NEFERTARI)

Di Piero Cargnino

Abbiamo parlato di Ahmose I, mi pare quindi doveroso a questo punto fare una breve digressione dal discorso principale per parlare di una delle donne più influenti della XVIII dinastia, la regina Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari), la Grande Sposa Reale di Ahmose I, entrambi figli di Seqenenra Ta’o e della  Grande Sposa Reale Iahhotep (o Ahhotep I).

La coppia reale ebbe cinque  figli i cui nomi denunciano una scarsa fantasia da parte dei genitori, tre maschi: Ahmose Ankh, rappresentato con la madre su una stele trovata a Karnak, Ahmose Siamon la cui mummia è stata ritrovata nella cachette di Deir el-Bahari, Amenofi che succederà al padre sul trono, e due femmine: Ahmose Meritamon che sposerà il fraello  Amenofi I divenendo la “Grande Sposa Reale”, Ahmose Sitamon che verrà anche lei trovata nella cachette di Deir el-Bahari.

Non è certo se fossero anche figli di Ahmose I e di Ahmose Nefertari  il principe Ramose la cui statua si trova oggi al Museo di Liverpool e Mutnofret che andrà sposa a Thutmose I.

La regina Ahmes Nefertari poteva vantare numerosi titoli nobiliari: “Principessa ereditaria”, “Grande di Grazia”, “Grande di lodi”, “Madre del re”, “grande sposa reale”, “Sposa del dio”, “Unita alla Corona bianca”, “figlia del re”, “Sposa del dio”, “figlia del re” ed in seguito acquisì anche quello di “Dea di Resurrezione”. Tutti questi titoli davano alla regina un ruolo di primaria importanza nell’ambito della religione.

Quando nel suo diciottesimo (o ventiduesimo) anno di regno, Ahmose assunse anche la carica di “Secondo Profeta di Amon”, dotò la propria moglie  Ahmes Nefertari di terre, beni e amministratori che la seguivano; In un secondo tempo conferì la carica alla regina attribuendole anche il titolo di “Divina Sposa di Amon” e di “Divina Cantatrice di Amon”. Non si può certo dire che Ahmose I non amasse la moglie.

Con tutti quei titoli che poteva vantare  Ahmes Nefertari era divenuta la  responsabile di tutte le proprietà templari e dei relativi tesori, botteghe e amministrazioni. Creò le “Divine Spose di Amon” dotandole di un immenso patrimonio in terre, granai, scribi, artigiani, contadini compresi gli amministratori. Su di una stele dove si commemora l’investitura della regina a “Secondo Profeta di Amon” essa compare in compagnia del fratello suo e di suo marito, il principe Ahmose Sipair che però morì prima di salire al trono.

Alla morte di Ahmose I svolse il ruolo di reggente per il figlio Amenofi I, il suo nome compare su molti monumenti a Sais e a Tura. Quando si spense, un anno dopo il figlio Amenofi I (secondo alcuni cinque anni dopo), venne divinizzata e adorata a Tebe e a Deir el-Medina e fu oggetto di tributo speciale da parte degli operai che vivevano nel villaggio. Il culto della regina Ahmose Nefertari continuò fino all’inizio del I millennio a.C., basti pensare che la regina, chiamata “Signora del Cielo e dell’Occidente”, compare dipinta in oltre 50 tombe private e 80 monumenti. Venne, con ogni probabilità sepolta nella necropoli di Dra Abu el-Naga dove fu trovato anche un suo tempio funerario.

Forse anche la sua mummia venne inumata nella cachette di Deir el-Bahari dove nel 1881 fu trovata una mummia senza nome che non presentava particolari dettagli identificativi, questa venne attribuita ad Ahmose Nefertari anche se la sua identità è molto dibattuta. Nel 1885 l’egittologo Emile Brugsch la sbendò ma il fetore che emanava era tale per cui Brugsch la fece nuovamente inumare sotto il Museo del Cairo. Alcuni anni dopo venne esaminata dall’anatomista G. Elliot Smith, le cui conclusioni furono che si trattava di una donna sulla settantina, alta 1 metro e 61 centimetri, quasi calva e mancante di una mano, sicuramente asportata dai profanatori per recuperare gli anelli. Esaminata a fondo si può dire che, anche qualora non si tratti di Ahmose Nefertari, si tratta ugualmente di una nobildonna del suo periodo.

Fonti e bibliografia:

  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 2005  
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AHMOSE E LA CACCIATA DEGLI HYKSOS

Di Piero Cargnino

Raggiunta la maggiore età, Ahmose sale al trono divenendo a tutti gli effetti il primo faraone della XVIII dinastia.

Pur essendo uno dei faraoni più importanti, di lui conosciamo ben poco e quello che conosciamo ci è pervenuto dalle iscrizioni presenti nelle tombe di due suoi soldati, probabilmente generali del suo esercito, Ahmes figlio di Abana e Ahmes Pennekhebet.

Intorno alla sua figura regna una certa confusione creata da Giuseppe Flavio il quale traducendo Manetone riferisce che a cacciare gli Hyksos fu un re di nome Misphragmuthosis salvo poi trasformarne il nome in Tethmosis inducendo erroneamente a pensare alla figura di Thutmose.

Manetone gli assegna 25 anni di regno che paiono confermati da un graffito rinvenuto nelle cave di Maasara che riporta il 22° anno di Ahmose.

Salito al trono, dopo la reggenza della madre, Ahmose riprese subito le ostilità e col suo esercito marciò su Avaris dove in luogo di Apophis ora governava il sovrano Hyksos Khamudi. Khamudi è l’unico sovrano della XV dinastia a comparire nel Canone Reale, alla riga 10 colonna 20, di lui sono noti anche due sigilli scarabei, entrambi provenienti da Gerico.

Un altro sigillo, forse proveniente da Byblos, porta un’incisione che parrebbe “Khamudi”. Di parere contrario Kim Ryholt secondo il quale l’incisione va letta “Kandy” riferito ad un re sconosciuto.

Dalle iscrizioni ritrovate nelle tombe sopra citate, si apprende che Ahmose si scagliò subito contro Menfi ed Eliopoli che riconquistò senza quasi combattere. Poi puntò a nord verso Avaris, qui non fu necessario porvi l’assedio in quanto gli occupanti si arresero senza che ci fossero combattimenti.

La presa di Avaris sarebbe avvenuta intorno all’undicesimo anno di regna di Khamudi (circa 1530 a.C.). Ma questo ad Ahmose non era sufficiente, il grave insulto all’onore e all’integrità dell’Egitto dovuto all’occupazione Hyksos bruciava troppo e l’unico modo per il completo riscatto, e per evitarne il ripetersi in futuro, richiedeva di estendere il controllo da parte dell’Egitto sugli asiatici del nord e dell’est.

Cacciati gli occupanti di Avaris, e “tutti” gli Hyksos presenti in Egitto, Ahmose passò il confine inseguendo le altre guarnigioni in rotta. (Ho scritto “tutti” tra virgolette, la ragione la vedremo in un momento successivo). Ultima roccaforte nella quale si rinchiusero gli Hyksos fu l’antica città di Sharuhen nel deserto del Negev. Dopo un assedio durato tre anni, l’esercito di Ahmose conquistò la città e la fece radere al suolo. L’intento di controllare l’area siro-palestinese per bloccare eventuali tentativi di nuove infiltrazioni da parte di genti semite, portò l’Egitto a scontri con i regni Mitanni ed Ittita.

Nella città di Avaris Ahmose fece costruire diversi palazzi la cui decorazione pittorica, ritrovata frammentata, si presenta stranamente eseguita con tecnica e colori  del tutto estranei alla tradizione egiziana, ricordano quelli del palazzo di Cnosso. Ma per completare l’opera occorreva anche dare una lezione ai nubiani che con gli Hyksos si erano alleati contro l’Egitto riconquistando la Nubia. Senza ulteriori indugi Ahmose si rivolse a sud ed in breve si riprese la Nubia.

La riunificazione dell’Egitto era ora completa ma per mantenerla sicura dovette ricorrere a sedare le ribellioni nel regno di Kush dove, in seguito a tre campagne militari, raggiunse l’isola di Sai, tra la seconda e la terza cateratta, delle quali assunse il controllo nominando un governatore con il titolo di “Figlio del re di Kush”, carica ricoperta da un principe reale. Pare inoltre che verso la fine del suo regno abbia inviato una spedizione punitiva anche in Fenicia.

Con Ahmose, il cui potere passa ora da “re-dio” a “re-generale”, si accentuò il contrasto interno con il clero il cui “Primo Profeta di Amon” aspirava ad assumere “de facto” il controllo dello Stato ma questo sarà un problema che vedremo in seguito.

Inizia con Ahmose I il Nuovo Regno che durerà circa 500 anni e comprenderà la dinastie dalla XVIII alla XX, secondo Manetone, e sarà il momento della massima espansione dell’influenza egizia tanto da indurre spesso a chiamarlo impero. Periodo nel quale assisteremo alla più grande riforma religiosa mai riscontrata in Egitto ad opera del faraone eretico Akhenaton, ma questa è storia che affronteremo in seguito.

Ahmose si fece edificare una “piramide” ad Abido, l’ho messa tra virgolette in quanto non si tratta di una vera piramide bensì di un cenotafio che, nonostante presenti un lato di circa 53 metri ed un’altezza, in origine, di circa 40 metri, è stata realizzata con sabbia e detriti litici poi ricoperti con pietra calcarea per renderla più stabile. Non contiene alcuna camera funeraria o corridoi a conferma della sua natura di semplice cenotafio. Oggi si presenta come una collina di detriti alta una decina di metri.

Il sarcofago di Ahmose, contenente la sua mummia, venne ritrovato nella famosa cachette di Deir el-Bahari dove fu nascosta con molte altre per preservarle dalle violazioni, oggi sono conservati al Museo di Luxor. L’esame della mummia ha rivelato che il sovrano deve essere deceduto fra i trenta ed i quaranta anni.

Come abbiamo detto sopra Ahmose cacciò gli Hyksos dall’Egitto, (tutti?), questo lo andremo a vedere nel seguito analizzando come l’evento viene trattato dagli studiosi cercando di districarci fra le numerose, e spesso contrastanti, ipotesi che in proposito sono state avanzate.

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
  • Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

LA GRANDE SALA IPOSTILA

Di Franca Loi

Tempio di karnak: ricostruzione della grande sala i postila.
Questo modello è conservato presso il Metropolitan Museum of Art di New York

Seti I, il secondo faraone della XIX dinastia, era figlio di Ramesse I e padre di Ramesse II che volle associarsi al trono.

Bassorilievo dipinto raffigurante Seti I
Cartiglio di Seti I

Giunto al potere riorganizzò l’esercito e fronteggiò rivolte scoppiate in Siria e Palestina. Dopo diverse campagne, una delle quali lo vide impegnato ad affrontare i libici che sbaragliò, partì alla ricerca del vero nemico, gli ittiti. A Qadesh, dove ebbe luogo lo scontro, Seti riuscì ad avere ragione dei ribelli: tornò in patria con prigionieri Ittiti. Fu stipulato un trattato rimasto ignoto, di questo si accennera’ in un successivo trattato del 1268. La sua politica fu rivolta al recupero di gran parte dell’Impero lasciato da Tutmosi III; una volta rafforzate le frontiere aprì miniere,cave e pozzi.

Seti I vittorioso in battaglia rilievo di calcare.
Dettaglio del muraglione esterno della grande sala ipostila

Pago dei successi ottenuti si dedicò al restauro di tutti i templi dal Delta alla Nubia (la sua iscrizione “restaurato da Seti” compare un po’ dappertutto) e alla grande sala ipostila del tempio di Karnak progettata dal padre.

Il tempio di Karnak, dopo le piramidi, è il più imponente edificio costruito in Egitto, le sue proporzioni gigantesche esprimono la potenza di Ammone e del suo clero e nel contempo la grandezza dei faraoni del Nuovo Regno.

Ricostruzione della parte centrale della grande sala i postila a karnak.
(Ricostruzione di Chipiez)
La grande sala ipostila ha una pianta basilicale con una navata centrale sorretta da alte colonne con capitelli di papiri aperti perché questo spazio riceve la luce del sole attraverso graticci e navate con capitelli chiusi perché rimangono perennemente in ombra. Questa pianta basilicale è una innovazione della XIX dinastia che traduce in architettura il simbolismo della creazione. La stanza rappresentava cosi la palude primordiale dalla quale emerge una foresta di papiri o di loto stilizzata dalle colonne che sono quindi in stato vegetativo nelle parti buie della stanza e fioriscono nella navata centrale inondata di luce.

” tutto ciò che avevo visto a Tebe, che avevo ammirato con entusiasmo sulla riva sinistra, mi parve miserabile al confronto delle concezioni gigantesche che mi circondavano…….. nessun popolo antico o moderno ha concepito l’arte dell’architettura in scala così sublime, così vasta e grandiosa come fecero gli antichi egiziani, essi concepivano da uomini alti 100 piedi (Champollion).”

La grande sala i postila, costruita dal faraone Seti I e completata da Ramses II, è formata da 134 colonne, vicine tra di loro, decorate con capitelli a forma di papiro che creano la sensazione di vera e propria foresta di pietra rievocante la primordiale foresta di papiri.

A nord del tempio, sul muraglione esterno, Seti fece incidere rilievi che sono un inno alle sue imprese: le scene guerresche rappresentate “uniscono alle lodi del coraggio personale del re molte notizie di genuino carattere storico”.

Particolari della grande sala ipostila

Le enormi colonne della grande sala ipostila

Sarà il figlio Ramesse II ad ampliare abbellire e completare la grande sala i postila che oggi ai nostri occhi appare “una vera foresta di pietra con 134 enormi colonne di cui quelle centrali sono più alte delle altre… per la sua immensa concezione architettonica la sala i postila si può considerare la prima vera cattedrale del mondo… l’immensa foresta di colonne che rappresentava il papireto della creazione, non è fatta a misura d’uomo ma Divina”.

Il tempio di Amon-Ra nel complesso di Karnak, come apparve alla spedizione napoleonica del 1789

FONTE:

ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA

L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA

LA CIVILTÀ EGIZIA ALAN GARDINER-EINAUDI

WIKIPEDIA

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno

STATUA DI SETHI I come portastendardo

Di Grazia Musso

Scisto, altezza cm 22
Da Abydos
Museo Egizio del Cairo – CG 751

Con l’ascesa al trono di Sethi I, si conclude quel processo di controriforma innescato come reazione al periodo di Amarna.

In un clima tutto improntato al ritorno al passato, la statuaria e, in generale, tutte le manifestazioni artistiche traggono la loro aspirazione da modelli del periodo thurmoside, rifiutando così apertamente tutte le tendenze che avevano contribuito a rendere così fervido e innovativo il momento culturale compreso tra il regno di Amenofi III e quello degli immediati successori di Akhenaton.

Alcune delle acquisizioni del periodo amarniano erano però riuscite a filtrare e si erano mantenute nonostante il desiderio dell’autorità costituita (stato e clero) di far apparire che nulla fosse accaduto nel ventennio antecedente il regno di Tutankhamon.

L’effetto di vibrazione di certe opere amarniane si ritrova negli elaborati abbigliamenti del primo periodo ramesside, che mostrano un raffinato gioco di plisettatura che crea una movimentata alternsnza tra luce e ombra.

È il caso di questa statua di Sethy I, nella quale il complicato annodarsi del vestito, sotto il torace a destra, costituisce il centro delle pieghe che si irradiano verso l’esterno della figura, con un movimento centifrugo che non ha nulla da invidiare alle sculture di epoca amarniana, nonostante la resa muscolare sia più sobria.

L”effetto luministico dell’abito è controbilanciato da quello della parrucca, sulle cui trecce si sviluppano delle nervature discendenti.

Abbigliamento e parrucca formano una preziosa cornice al volto, che ha forme piene e i cui tratti riproducono l’effige idealizzato di Sety I.

Nonostante il naso arcuato e il taglio della bocca richiamino la statutaria thurmoside, gli occhi sono racchiusi da palpebre pesanti, reminescenze della tradizione post-amarniana.

La scultura proviene da Abido, località dove l’attività di Sethy I fu più intensa.

Ad Abido, Sethy I, fece erigere un tempio e un cenotafio dedicati al dio Osiride, per legittimare l’ascesa al trono d’Egitto della propria casata.

Originariamente, la statua doveva raffigurare il sovrano incedente con le braccia distese lungo i fianchi.

Il braccio sinistro sosteneva uno stendardo di cui è andata perduta l’estremità superiore, impedendo così di identificare la divinità raffiguratavi

Fonte

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

L’OSIREION

Di Grazia Musso

I cenotafi ( dal greco kenotafion “tomba vuota”), ossia simulacri di tomba, erano utilizzati correntemente fin dalle prime dinastie dai faraoni egizi, che potevano avere più mastabe o piramidi, di cui una sola era la vera sepoltura, mentre gli altri erano monumenti funerari.

Tale usanza si basava sul simbolismo egizio, per cui si riteneva che la parola, l’immagine o il simulacro potessero sostituire l’oggetto reale.

Così i cenotafi furono usati perché i faraoni potessero essere presenti, con la sepoltura, tanto al nord quanto al sud, oppure ad Abydos, presso Osiris.

Lo scopo era essere accanto al dio, per assicurarsi la sopravvivenza nell’aldilà e la resurrezione.

Il cenotafio di Sethy I o Osireion si trova alle spalle del tempio di Sethy I dietro e in asse col tempio, ma vi si accede da nord.

Il monumento è la rappresentazione architettonica di una concezione cosmoligico-religiosa e rappresenta il tumulto primordiale ove nacque il mondo, circondato dalle acque primeve; è dunque costituita da una sorta di collina artificiale (una sala) circondata dall’acqua e da due file di cinque pilastri monolitici in granito rosa su cui appoggiavano gli architrave, la parte centrale era a cielo aperto.

Vi si legge la simbologia della collina, su cui probabilmente veniva seminato l’orzo, la cui nascita simboleggia a la resurrezione di Osiris.

E, rappresentando il cenotafio del dio, un’altra sala ha la forma di un sarcofago e un soffitto astronomico a profilo curvo con la dea Nut, il cammino del sole e il levarsi delle stelle.

Ricostruzione dell’Osireion

Fonti

Dizionario Enciclopedico dell’ Antico Egitto e delle civiltà nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

I TEMPLI RAMESSIDI AD ABYDOS

Di Grazia Musso

La XIX Dinastia si contraddistinte per un’intensa attività costruttiva.

In tutto il territorio egizio furono restaurati o ricostruiti gli edifici si culto che erano stati abbandonati o distrutti durante il periodo amarniano.

Nell’epoca ramesside Tebe continuò a essere il principale centro di culto del dio Amon – Ra.

Durante il breve regno del fondatore della XIX Dinastia, Ramses I, l’attività edilizia si espresse sopratutto nel compimento della sua sepoltura nella Valle dei Re e, a Karnak, nel vestibolo del secondo pilone, che allora costituiva l’ingresso principale del tempio di Amon-Ra.

Il figlio di Ramesse I, Sethy I avviò la costruzione del tempio ad Abydos che rappresenta uno dei monumenti più belli dell’antico Egitto, grazie al suo stato di conservazione, agli splendidi rilievi e ai restauri che li hanno riportato all’antico splendore.

Pianta del tempio di Sethy I

Il monumento fu voluto da Sety I per ragioni religiose ma soprattutto politiche: la sua costruzione era infatti intesa nella delicata politica di riequilibrio dei poteri religiosi portata avanti già da Ramses I e poi continuata dallo stesso Sethy I, al clero di Amon venivano adesso contrapposte altre divinità per scongiurare il pericolo dell’egemonia religiosa realizzatasi nella Dinastia precedente ; inoltre, costruendo il tempio di Abydos, il re si associava al culto di Osiri e, così facendo, egli perpetua a la legittimità della sua Dinastia.

Il monumento non venne portato a termine sotto Sethy ma sotto il figlio Ramses II, che completo’ la sala ipostila e aggiunse un pilone e due cortili, essi precedono due sale ipostila e i sette santuari dedicati alla triade di Abydos, ossia Osiris, Isis e Horus, e alle divinità dei tre maggiori centri politici o religiosi del Paese : Amon di Tebe, Ptah di Menfi, Ra-Horakhty di Eliopolis, il settimo santuario era dedicato allo stesso Sethy I divinizzato.

I resti dei magnifici rilievi sono visibili sulle pareti di mura superstiti nei cortili.

Questi sono i pilastri che si trovano di fronte all’ingresso attuale del tempio di Sethy I.
Un tempo questo era il fondo del primo cortile, poi alla struttura di Sethy I, il figlio Ramses II aggiunse un pilone e un cortile completando l’edificio del padre.
Oggi di questa parte esterna rimangono pochi resti, e quindi questa fila di pilastri appare come la Facciata attuale, che precede due sale ipostile e i sette santuari.
Sui pilastri è raffigurato Ramses II, abbracciato da varie divinità.

L’odierna facciata è data dal portico di fondo del secondo cortile, con una fila di dodici pilastri, quadrati ornati da scene con delle divinità e Ramses II su tutte le facce.

Il muro di fondo della seconda corte si trovano sette varchi per la sala ipostila, corrispondenti ai sette santuari, di cui quattro sono stati chiusi da Ramses II e decorati con rilievi del culto reso al padre.

Le due sale ipostile possiedono, rispettivamente due o tre file trasversali di dodici colonne papiroformi a umbrella chiusa.

Sul fondo della seconda sala ipostila si trovano gli ingressi dei sette santuari affiancati, che con ogni probabilità contenevano le barche sacre, ad eccezione di quello di Sethy I.

Nella seconda sala ipostila si trovano i rilievi meglio conservati che raffigurano le varie cerimonie che il re doveva celebrare.

La parete di fondo del santuario di Osiris, il terzo da destra, dà accesso alla parte terminale del tempio, dove sono situati due sale a dieci colonne e quattro colonne, e due serie di tre piccoli santuari.

In questa fotografia è raffigurato Sethy I, che riceve la vita, il simbolo ankh, dal dio Ra – Harakhty, una delle incarnazioni del sole degli orizzonti.
La divinità porge l’ankh alle narici del sovrano perché egli possa respirare l’essenza divina e ricevere la vita eterna.
Abydos, dal tempio di Sethy I, cappella di Ra-Harkhty.

Tornando alla seconda sala ipostila alla cui estremità sinistra si trova l’ingresso a un’ala laterale.

In questa parte è da notare, in un corridoio con il soffitto decorato a stelle, il rilievo in cui Sety I offre l’incenso ai cartiglio dei 76 faraoni scelti fra quelli che dall’origine della storia regnarono sull’Egitto: si tratta della “Tavola di Abydos”, una lista reale di notevole importanza per la cronologia d’Egitto

Dietro il tempio si trova l’importante cenotafio del re: l’Osireion, una straordinaria rappresentanza architettonica di una concezione cosmologico-religiosa collegata alla collina primordiale e a Osiris.

( prossimo intervento l’Osireion)

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konenann