Luoghi

IL POZZO DI OSIRIDE

Di Patrizia Burlini

Forse non tutti sanno che nella piana di Giza, vicino alle piramidi, esiste un luogo misterioso. Si tratta del “pozzo di Osiride”, un ipogeo che, al terzo livello di profondità, presenta un plinto centrale (che, in questo caso, sorregge un sarcofago vuoto, con la copertura spostata) circondato dall’acqua, con, attorno, una serie di nicchie e cunicoli scavati nella roccia. Si tratta della tomba di Cheope di cui parla Erodoto?

Pianta in cui si vede la posizione del Pozzo

Lo storico Erodoto (libro II, paragrafo 124- http://ilcrepuscolo.altervista.org/php5/index.php?title=Biblioteca:Erodoto%2C_Le_Storie%2C_Libro_II ) che visitò l’Egitto nel V sec. BCE, scrisse:

“Ogni trimestre lavoravano a turno centomila uomini. E il popolo si logorò dieci anni per costruire la strada sulla quale venivano trascinate le pietre. Un’opera che è a parer mio, non di troppo inferiore alla piramide: giacché la sua lunghezza è di cinque stadi, la larghezza di dieci orge, l’altezza della scarpata raggiunge, dove tocca il massimo, le otto orge. La strada è fatta di pietra levigata e con figure incise. Occorsero dunque per essa, e per le camere sotterranee nella collina su cui sorgono le piramidi, quei dieci anni. Il Re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale”

Erodoto parla quindi di una tomba circondata dall’acqua.

L’ingresso del “pozzo”

Il pozzo è stato aperto al pubblico nel 2017. È visitabile su prenotazione, al costo di USD 2000 o 3000 per un paio d’ore di “prenotazione” del pozzo.

Secondo Zahi Hawass, fu nel 1945 che l’archeologo egiziano Abdel Moneim Abu Bakr venne a sapere che le guide turistiche di Giza nuotavano e attingevano acqua in un pozzo sotterraneo vicino alle piramidi.

Individuò il pozzo sotto la strada rialzata di Khafre (Chefren) ma non lo esplorò e in seguito l’innalzamento del livello delle acque impedì ulteriori esplorazioni.

In realtà, Hawass “ dimentica” di dire che già nel 1933/34 Selim Hassan descrisse il pozzo nella sua relazione di scavo a Giza e ne esplorò due livelli, fino a 14 mt di profondità, raggiungendo il terzo livello senza poterlo esplorare, dato che era allagato.

Ricostruzione 3D del pozzo

Hawass dimentica anche che nel 1992 il regista Boris Said era già entrato nel pozzo grazie alle indicazioni di una guardia. Nel 1995, Said era entrato in joint venture con Joseph Schor che aveva un permesso per delle ispezioni georadar a Giza. Le foto del pozzo erano state già pubblicate nel website di Said…

Comunque, negli anni ‘90 Zahi Hawass, allora Direttore Generale delle Piramidi di Giza, avviò le difficili operazioni di drenaggio del pozzo, ma fu solo nell’estate del 1999 che presentò ufficialmente il progetto e comunicò al mondo la “sua” scoperta (che in realtà scoperta non era essendo già nota da decenni). A lui comunque va il merito delle ulteriori esplorazioni e del drenaggio del pozzo che ha consentito di raggiungere ed esplorare il terzo livello.

Sezione del pozzo – Zahi Hawass

I livelli del pozzo, anche se è più corretto parlare di struttura articolata con più pozzi, profonda 30 mt, sono infatti tre:

– il primo, pozzo A e livello 1, a 9 mt, con una grande camera ventilata trovata vuota

La scala che scende nel pozzo. Credit: Hidden Inca Tours

– Il secondo, pozzo B e livello 2, a 13 mt, con una camera con 6 nicchie laterali in cui sono stati rinvenuti 3 sarcofagi, in basalto e granito, con resti di scheletri umani e vari oggetti databili alla XXVI dinastia

Uno dei sarcofagi del secondo livello, databili alla XXVI Dinastia, secondo Hawass. All’interno sono stati trovati resti di ossa. Foto credit: lah.ru.

– Il terzo, pozzo C e livello 3, a circa 33 mt, rappresenta il livello più interessante. Vi si trova un sarcofago di basalto nero Lungo 2 metri e largo 1 metro circondato dall’acqua. Al suo interno furono trovati i resti di uno scheletro; il coperchio era a terra, sul pavimento. Furono trovati resti di amuleti e oggetti databili anche alla VI Dinastia

Il terzo livello
Il misterioso sarcofago del terzo livello. Credit: 1999, Homare Uematsu

Il terzo livello é composto da una camera di forma quadrata di circa 9 m x 9 m, al cui centro si trova un basamento ricavato dalla roccia che presenta ai quattro lati i resti di quattro colonne. Fra il basamento e le pareti della camera esiste una sorta di trincea, riempita di acqua cristallina, che è interrotta solo in corrispondenza dell’innesto del pozzo C; secondo Hawass la trincea assume la forma della pianta di un’abitazione, ossia il geroglifico ‘pr’, così come avviene all’Osireion di Seti I ad Abydos (considerata la tomba simbolica del dio Osiride).

Il terzo livello, dove si nota l’acqua limpida (priva di pesci)

Sulla base degli amuleti e cocci ritrovati, Hawass ritiene che il complesso sia stato dapprima scavato durante l’Antico Regno (VI Dinastia), riutilizzato nel Nuovo Regno quando il culto di Osiride ridivenne importante a Giza, e infine utilizzato per sepolture nel Tardo Regno.

Un’alcova del secondo livello con resti d’ossa e pezzi di coccio

Secondo Hawass il pozzo di Osiride potrebbe identificarsi con la tomba sotterranea circondata da acqua, menzionata da Erodoto, il quale riteneva si trattasse della tomba di Khufu (Cheope). Hawass ritiene invece che il complesso rappresenti la tomba simbolica del dio Osiride, vista la conformazione della camera I al livello 3 che richiama quella dell’Osireion di Abydos. Inoltre, l’acqua attorno alla sepoltura è probabilmente collegata al ruolo di Osiride come Dio della vegetazione e della resurrezione e alla sua identificazione con il suo creatore, che appare sulle terre primordiali circondate dal Nun.

A riprova di questo ci sarebbe il nome stesso attribuito alla piana di Giza nel Nuovo Regno: “pr Wsir nb R3-st3w“, “casa di Osiride, signore di Rostau”, dove Rostau (trascritto anche Rastaw), può tradursi come “cimitero” o “gallerie sotterranee”, e spesso è riferito specificamente a Giza: dunque “casa di Osiride, signore delle gallerie sotterranee”.

Così come per il Serapeum, le domande su questo misterioso pozzo sono molte:

  • Qual è l’epoca effettiva di costruzione?
  • Che significato ha?
  • Com’è stato possibile calare in quei cunicoli dei sarcofagi così pesanti?
  • Da dove proviene l’acqua che, secondo alcune informazioni che ho letto, tutte da verificare, sarebbe salata? Proviene dal lago di Meride?
  • Esistono dei corridoi che collegano la strada rialzata di Khafre alle piramidi e al pozzo?

Domande che non hanno al momento risposta, anche se lo stesso Hawass non nega la probabilità che nel sottosuolo di Giza vi siano molti ambienti e passaggi sotterranei ancora da scoprire, pur non ammettendo di aver trovato altro.

Di seguito trovate un link di un video che mostra il pozzo e vari approfondimenti:

http://www.gizapyramids.org/pdf…/hawass_fs_oconnor.pdf

https://www.giza-legacy.ch/the-osiris-tomb/

https://curiosmos.com/unwritten-mystery-what-was-hidden…/

https://www.saggiasibilla.com/…/03/pozzo-di-osiride/amp/

https://ilmodellocelestedigiza.wordpress.com/…/luci-e…/

https://hiddenincatours.com/what-is-the-osiris-shaft-in…/

https://techzelle.com/osiris-shaft/

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta

LA STATUARIA DELLA IV DINASTIA

Di Grazia Musso

Abydos, IV Dinastia
Avorio; altezza cm 7, larghezza cm 2,5
Museo Egizio del Cairo, JE 36143

Nell’epoca delle piramidi il panorama della statuaria è ormai completato, adesso si possono riconoscere varie tipologie, molto più ricche rispetto a quelle della III Dinastia.

Innanzi tutto possiamo distinguere le statue con un nome da quelle anonime: le prime hanno un nome evidenziato da una chiara iscrizione o, nel caso di alcune statue divine dal loro aspetto, furono create per riposare nell’intimità dei Templi e tombe, sia esposte in cortili o cappelle, con funzioni culturali, sia nascoste nell’oscurità di naos o cripte , quando si tratta di statue funerarie.

La categoria delle statue anonime è quella raffigurante comuni persone, nobili o lavoranti impegnati in lavori quotidiani che esse simbolizzano.

Queste statue sono sempre destinate alla tomba, spesso usate come sostituzione o integrazione delle raffigurazioni parietali.

Queste statue hanno una maggiore libertà rispetto a quelle della prima categoria, questo deriva dal fatto che sono prodotte in laboratori reali che seguono i dettami del sovrano, standardizzati nei secoli, mentre le statue minori erano opera di laboratori indipendenti riservati al popolo con artigiani liberi di scegliere soggetto, schema e tecnica, seguendo la propria iniziativa personale.

Analizzando la statuaria maggiore bisogna tenere conto delle tecniche di lavorazione, a loro volta basate sui materiali : pietra dura o semidura ( Granito, porfido, diorite, basanite, quartzite, basato), legno, pietra tenera ( calcare e arenaria).

Va sottolineata una cosa di fondale importanza: la statuaria , per le sue particolari finalità religiose, è sempre collegata a degli ambienti architettonici.

Osservare, queste statue, al di fuori del loro contesto ne falsa il valore originario, dobbiamo tener viva nella nostra mente l’idea che ogni statua egizia va immaginata all’interno di templi o tombe, di cui è parte integrante.

Nella fotografia la statuetta, che raffigura Khufu, è la sola che si possa attribuire con certezza al sovrano.

In quest’opera eburnea del re, indossa la corona rossa del Basso Egitto, nella mano destra impugna il flagello reale.

È vestito di un semplice perizoma shendyt.

Sul lato destro del trono si legge il nome del re.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – DENTRO LA PIRAMIDE

Di Piero Cargnino

LE PRIME ESPLORAZIONI

Naturalmente le piramidi, ed in modo particolare quella di Cheope, non sono solo cumuli massicci di pietre, al loro interno sono presenti corridoi e camere che già di per se costituiscono mirabili opere di ingegneria e architettura. Sicuramente già nell’antichità la piramide di Cheope venne in qualche modo violata, nonostante la cosa si presentasse decisamente ardua, vista la complessità della costruzione e le misure adottate per evitare intrusioni. Per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide anche se dalla stessa veniva asportato il suo rivestimento esterno in calcare.

L’ingresso originale della Grande Piramide si trova sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra dalla linea mediana della facciata ed è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce. Tutto lascia supporre che nell’antichità questo non fosse visibile perché coperto dal rivestimento in calcare della piramide quindi nessuno sapeva della sua esistenza.

Da quanto afferma Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, si direbbe invece che la cosa fosse risaputa:

<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.

Ho detto che per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide, giungiamo quindi al periodo della dominazione araba in Egitto. Molti studiosi arabi medievali, tra cui Masudi, Idrisi, Latif e Al Maqrizi, si cimentarono nello studio di come poter penetrare all’interno della piramide nella convinzione che in essa fossero contenuti chissà quali tesori. Secondo il vescovo Cosma di Gerusalemme (vissuto intorno alla metà dell’VIII secolo d.C.) le piramidi erano i granai delle storie di Giuseppe citate nella Bibbia in Genesi 41. Anche se tale ipotesi non trovò gran seguito, per molti credenti la cosa era vera.

Da diversi scritti islamici e copti si apprende che intorno all’anno 820 d.C. il califfo abbaside Ahu Ja ‘Abd Allah al-Ma’Mun, (più noto come al-Mamun), grande intellettuale desideroso di conoscere, sempre alla ricerca della verità, ispirato dai racconti che si tramandavano dalla notte dei tempi circa enormi tesori che sarebbero stati contenuti all’interno delle piramidi, venne preso dalla smania di verificare se la cosa fosse vera violando la Grande Piramide di Cheope. Al-Mamun fu ispirato principalmente dal racconto della principessa Scheherazade che nella silloge favolistica islamica, “Le mille e una notte”, parlando delle piramidi d’Egitto racconta:

<<………Dicono gli antichi che nell’interno della piramide occidentale vi sono trenta ambienti di granito colorato, pieni di gemme preziose, di monete in quantità e di immagini singolari, strumenti ed armi magnifiche, le quali sono spalmate di unguenti composti con magia, in modo da non arrugginire fino al giorno del giudizio. Si trova nella piramide vetro pieghevole che non si rompe, ogni specie di droghe raffinate e di acque preparate, ed altre cose ancora. Nella piramide sono celate le cronache dei sacerdoti scritte su lastre di granito; ciascun sacerdote ha la sua lastra sulla quale sono iscritte le meraviglie della sua arte e le sue azioni. Sulle pareti vi sono immagini di persone, simili a idoli, che compiono con le mani i lavori di tutte le arti, e queste figure sono sedute su gradinate. Ciascuna piramide ha il suo tesoriere che la custodisce; detti custodi la preservano, attraverso i secoli, da ogni calamità che potrebbe accaderle……..>>.

A questo proposito lo scrittore e storiografo arabo Ibn Abd Hokm, (IX sec.), racconta che, raggiunta la piramide, al-Mamun, non conoscendone l’ingresso, si apprestò ad aprire una breccia nei blocchi di rivestimento, (che all’epoca erano ancora presenti), della parete nord della piramide.

Per realizzare l’impresa, al-Mamun radunò numerosi architetti e capomastri nella speranza, vana purtroppo, di riuscire a rintracciare, sotto lo strato di blocchi di calcare di copertura un ingresso. Ad un certo punto, irritato per non aver trovato nulla, decise di forzare la parete scavando nella roccia un tunnel nella speranza di riuscire a penetrare all’interno. Scelse il centro della facciata settentrionale, al livello del settimo filare di blocchi. Presto però si accorse che, scalpelli e mazzuoli sulla dura roccia non sortivano l’effetto sperato, allora, scrive Hokm:

<<…….Dapprima ammorbidiva la roccia con fuoco e aceto per poi proseguire nella roccia resa ormai friabile. Ci vollero due fabbri, che appuntirono i ferri e gli attrezzi con i quali forzarono l’ingresso e occorse una grande fatica per aprirlo…….>>.

Del fatto esiste anche la conferma dello storico mamelucco Al-Maqrizi, che scrive nel XV secolo, il cui testo, tradotto in francese da Urbain Bouriant, si intitola “Description topographique et historique de l’Egypte”:

<<……… Gli operai scaldavano con il fuoco i blocchi di pietra per poi raffreddarli all’istante rovesciandoci sopra aceto……..>>.

Dopo circa 30 metri di scavo, senza aver trovato nulla, nell’atto di desistere, all’improvviso sentirono un suono sordo provenire da oltre la  parete. Subito venne deviato l’asse di scavo in quella direzione e, dopo alcuni metri, sfociarono nel “Corridoio Discendente”, proprio nel punto dove finisce il terzo tappo di granito.

Da qui il califfo procedette, non senza incontrare altre difficoltà, ad esplorare tutto l’interno della piramide senza però trovare alcun tesoro. Non solo non trovò alcun tesoro ma non trovò proprio nulla tranne un sarcofago di granito rosso nella cosiddetta Camera del Re. Alcune leggende che si sono aggiunte nel tempo raccontano che al-Mamun, fece aprire il sarcofago, che al tempo possedeva ancora il coperchio (questo giustificherebbe l’angolo rotto), ma non vi trovò nulla, né il feretro né il corredo funerario.

Alcune fonti storiche citano un episodio che però non è verificabile, si dice che, avendo trovato vuoto il sarcofago, al-Mamun contrariato decise di portarsi via il coperchio che fece spezzare per poterlo far passare attraverso i cunicoli. Altre fonti contraddicono questa ipotesi asserendo che il sarcofago era già mancante del coperchio che non venne mai trovato. A questo punto al-Mamun, in un ultimo tentativo di trovare qualcosa fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza, ma non trovò nulla (di questi blocchi spostati parleremo quando giungeremo nella Camera del Re). Stando sempre alle leggende si racconta che al-Mamun, per calmare la rabbia dei suoi uomini che reclamavano la paga, abbia fatto trasportare nottetempo, in gran segreto, dentro la piramide un tesoro affinché gli operai lo ritrovassero il giorno dopo. Si nutrono molti dubbi sulla veridicità del racconto di Hokm, ma tuttavia, gonfiate o meno, sono le uniche notizie di cui disponiamo e, secondo molti studiosi, non tenerne conto per nulla sarebbe un grave errore.

Sia stato effettivamente al-Mamun o qualcun altro prima o dopo di lui ad aprire quel passaggio ha poca importanza, una cosa è certa, che da allora, con tutte le tecnologie moderne, per fare un confronto, siamo riusciti a scoprire ben poco di più. Una volta violata, della piramide, se ne perse l’interesse e alla fine del XIV secolo fu sostanzialmente trasformata in cava di calcare. Quello che si evince dai racconti non è confutabile, è scritto. Però a me sorgono alcuni dubbi su tutta la vicenda.

  1. In base a quale considerazione al-Mamun scelse di scavare proprio la parete nord che, guarda caso, è proprio quella dove si trova l’ingresso originario?.
  2. Perché scelse di scavare proprio all’altezza del settimo filare di blocchi che, guarda caso, si trova alla stessa altezza della congiunzione del corridoio ascendente col corridoio discendente in corrispondenza del punto in cui si trovano i tappi di granito?. Non sarebbe stato più agevole iniziare a scavare al livello della base?.
  3. Perché dopo circa 30 metri (appena aggirati i tappi di granito) lo scavo devia proprio verso il corridoio discendente?. I

l racconto di Al-Maqrizi afferma che gli scavatori sentirono un suono sordo oltre la parete e per questo deviarono l’asse di scavo. Permettetemi di dire che tutte queste combinazioni mi suonano strane, non è che per caso il califfo al-Mamun sapesse già benissimo dove scavare?

DENTRO LA PIRAMIDE

Dal momento che il califfo abbaside al-Mamun gentilmente, anche se in modo forse un tantino invasivo, ha provveduto ad aprirci la strada, penso che possiamo introdurci anche noi nella Grande Piramide per esplorare l’interno. Prima però vorrei soffermarmi su di un argomento che ritengo perlomeno curioso ma decisamente interessante. L’entrata originale della piramide, una maestosa opera megalitica costituita da un enorme ingresso sovrastato da possenti lastroni di calcare sovrapposti che formano una capriata dando un’impressione di eccezionale potenza e bellezza.

Invece il tutto è stato inspiegabilmente murato all’interno del profilo piramidale nascosto alla vista dai blocchi di rivestimento che ricoprivano interamente la facciata. Seppure non è utilizzabile, oggi è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce, alcuni ricercatori pensano che in antichità fosse dotato di una porta di pietra a cardini orizzontali. Ma se così fosse non se ne comprende l’utilità poiché l’ingresso fu bloccato dall’interno con tre grossi blocchi di granito.

Questo magnifico ed imponente portale si trova, come detto, sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra della linea mediana della facciata. Se la piramide doveva presentare fin dall’inizio l’aspetto di una costruzione con le facce completamente lisce e splendenti, non si spiega perché i costruttori avrebbero sprecato tempo e fatica per creare un simile maestoso portale d’accesso per poi occultarlo alla vista appena terminato. Quel portale nascosto ha sempre suscitato un dubbio immane, non è che per caso sia l’entrata di una più antica costruzione, magari inizialmente a gradoni, poi trasformata in una piramide a facce lisce in un secondo momento? (la domanda non me la sono posta solo io ma molti studiosi). Chissà, comunque di li non si passa.

Scendiamo alcuni metri più sotto ed incontriamo l’accesso al cunicolo che scavò il califfo al-Mamun, (di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza). Entriamo ed avanziamo per una trentina di metri circa dopo di che il passaggio gira bruscamente a sinistra per scavalcare i massi che bloccano il cunicolo discendente, i massi sono di granito quindi gli operai arabi proseguirono il tunnel sopra di essi, attraverso la più morbida pietra calcarea, finché non raggiunsero il cunicolo ascendente. Da qui è possibile raggiungere anche il cunicolo discendente, il cui accesso è vietato ai visitatori.

La congiunzione tra il cunicolo discendente e quello ascendente, come già accennato, si trova all’incirca alla stessa altezza della galleria scavata da al-Mamun. Come accennato il cunicolo è sempre chiuso al pubblico ma noi facciamo finta di niente e ci entriamo virtualmente. Percorriamo quindi il cunicolo che si presenta alto 96 cm (attenti alla testa) e largo 1,04 metri, e scende con un angolo di circa 26°.

Dopo oltre 100 metri (di cui 28 attraverso le pietre della piramide e 77 nella base rocciosa), il passaggio prosegue in orizzontale per circa 9 metri fino a sbucare in una camera la cui funzione è del tutto misteriosa.

La “Camera Sotterranea” o Inferiore, (o Fossa) è la struttura più bassa della piramide. Questa si presenta di forma rettangolare, dalle dimensioni approssimative di 14 m di larghezza, 8,3 m di lunghezza e 4,3 m di altezza, ed è visibilmente solo abbozzata. Infatti questa non fu mai terminata e non presenta alcuno sbarramento protettivo all’ingresso. Non avrebbe mai potuto ospitare un sarcofago in pietra in quanto non sarebbe stato possibile farlo passare per lo stretto accesso.

Nella parete sud della camera  troviamo un pozzo profondo circa 3 m dal quale parte uno stretto cunicolo cieco (circa 75 × 78 cm), anch’esso solo abbozzato che prosegue in direzione sud per 16,4 metri. La camera presenta anche un pozzo scavato nel pavimento. Entrambi vennero scavati dagli archeologi Perring e Wyse, durante la loro campagna del 1837 alla ricerca di una stanza sepolcrale nascosta. Questo perché basavano le loro ricerche sulla testimonianza di Erodoto che, nel suo II libro delle “Storie”, riferito all’Egitto (124: 1), aveva scritto:

<<……..il Re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale……..il Nilo infatti attraverso un condotto artificiale circonda un isolotto dove pare che Cheope sia seppellito………>>.

Inutile dire che non è mai stato rinvenuto un eventuale canale che portasse le acque del Nilo fino all’eventuale camera citata da Erodoto. Nessuno sa come si spiega la presenza di questa camera, alcuni studiosi avanzano l’ipotesi secondo cui si tratterebbe dell’originale camera sepolcrale, ipogea, come quella di tutti gli altri faraoni prima e dopo Cheope in base al principio che “Il corpo alla terra perché dalla terra è stato creato”, se così non è per quale ragione il faraone avrebbe deciso di farsi seppellire più in alto nella Piramide?

L’egittologo Stadelmann è invece dell’opinione che questa camera sotterranea, ancorché incompiuta, dovesse rappresentare la caverna simbolica del dio dei morti Sokar, il cui luogo di culto più significativo e, forse, addirittura primitivo, era ubicato nell’odierna Giza. Secondo questa ipotesi il faraone deceduto si sarebbe unito simbolicamente a Sokar nella tomba. Altre ipotesi parlano di un diversivo per sviare i tombaroli o più semplicemente che si tratti di una realizzazione già presente prima della costruzione della piramide, magari la camera funeraria di una eventuale mastaba già esistente sulla quale si decise di costruire la piramide. Ma allora a questo punto sarebbe inspiegabile la realizzazione del cunicolo discendente che non avrebbe avuto alcuna utilità.

Torniamo indietro ed appena terminato il tratto orizzontale, alcuni metri oltre, sul soffitto incontriamo l’imbocco della cosiddetta “Tromba del Pozzo”, argomento che tratteremo nel prossimo articolo. Proseguiamo risalendo il cunicolo discendente fino allo sbocco della galleria di al-Mamun, qui ci troviamo a circa 28,2 m dall’ingresso originale dove si presenta un buco quadrato nel soffitto del passaggio discendente, in origine doveva essere nascosto da una lastra di pietra, li ha inizio il Cunicolo ascendente, lungo 39,9 metri, dalle dimensioni di 105 x 125 cm, con un’inclinazione pressoché simile a quella del cunicolo discendente, che prosegue fino all’inizio della “Grande Galleria”.

Come già detto, l’estremità inferiore di questo cunicolo è chiusa da tre enormi blocchi di granito, lunghi ognuno circa 1,5 m. che vanno a bloccare l’ingresso principale.

Ora ci troviamo in un punto particolare (cerchiato in bianco nell’ultima foto), da qui si dipartono tre passaggi. Restiamo sulla prosecuzione del cunicolo ascendente dove al termine troviamo la “Grande Galleria”, un’opera meravigliosa che vorrei paragonare ad una cattedrale medievale, che tratteremo in un capitolo apposito. Nell’angolo inferiore della Galleria una grata blocca l’accesso alla “Tromba del Pozzo”. Nella parte centrale della Grande Galleria incontriamo un’altra grata metallica che chiude l’ingresso al corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina, ma li ci andremo dopo.

LA TROMBA DEL POZZO E IL “GROTTO”

Proprio sotto l’angolo inferiore nord-ovest della Grande Galleria si trova un’apertura, un tempo coperta da una pietra, (oggi bloccata da una grata metallica), da cui si diparte un pozzo verticale, la cosiddetta “Tromba del Pozzo”. Non molti la conoscono perché pochi ne parlano tanto che in alcune rappresentazioni della piramide in sezione non viene neppure indicata.

Si tratta di un cunicolo quasi verticale rivestito da blocchi di calcare perfettamente squadrati. Va detto che questa è un’area della piramide che, più di qualunque altra, è stata trascurata da quasi tutti i ricercatori ed esploratori. Sono pochissime le persone che l’hanno visitata e la ragione è semplicissima, poiché si trova in una posizione praticamente inaccessibile, la discesa nel pozzo deve avvenire per forza con l’aiuto di qualcuno che da sopra regge una corda con la quale calarsi in sicurezza. La ragione per cui è trascurata sta anche nel fatto che molti esperti, pur non soffrendo di claustrofobia, vanno incontro a diversi problemi viste le ridotte dimensioni e la lunghezza del condotto, ed è proprio per la sua pericolosità che la discesa è stata effettuata da pochi. Tra quei pochi che l’hanno visitata, nel XIX secolo ci furono Caviglia, Vyse e Perring, ed infine Smith. Ma noi, che siamo temerari, proveremo ad infilarci dall’accesso ai piedi della Grande Galleria ed a calarci per tutto il percorso. (I claustrofobici e quelli che temono gli scorpioni non mi seguano).

Si scende in verticale per 7 metri, proseguendo, il tunnel scende obliquo, rozzamente scavato nel corpo della piramide per altri 11 metri. A questo punto si incontra la roccia viva ed il tunnel prosegue verticalmente per altri 4 metri fino a sbucare nel ”Grotto” (Grotta).

Il Pozzo, in questo punto, è costituito da 10 strati di blocchi di calcare squadrato grossolanamente, in fondo, sul lato meridionale, presenta un’apertura di 71 centimetri che fornisce una via d’accesso alla Grotta. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sezione della Tromba del Pozzo, alta 3 metri, esistesse già molti secoli prima della piramide e costituisse forse il pozzo per una precedente tomba, la Grotta appunto, come tale quindi sia del tutto indipendente dalla piramide stessa. Anche qui però viene da obiettare: se era preesistente alla piramide, per quale ragione venne collegata tramite un pozzo scavato nel corpo della piramide? Perché la tromba del pozzo prosegue fino ad incontrarsi col cunicolo discendente sicuramente costruito con la piramide? Se lo scopo, in un remoto passato era quello di collegare la Grotta alla Camera sotterranea perché finisce prima, proprio sul cunicolo discendente? Su questo non esistono ipotesi di chicchessia.

Attraversiamo l’apertura ed affacciamoci alla Grotta, in sostanza parrebbe una caverna naturale, secondo alcuni potrebbe trattarsi di un’oasi di terra preesistente nel mezzo della piana di roccia viva che venne poi inglobata nella piramide. La sua conformazione è decisamente strana e misteriosa. Si può descrivere come una caverna bassa di forma irregolare con il pavimento a tre livelli, solo al centro è abbastanza alta da permettere ad un uomo di rimanere eretto.

Non credo che esistano foto della Grotta, quello che possiamo vedere ci proviene dai disegni eseguiti da coloro che l’hanno visitata in passato. Inspiegabile la presenza di un blocco di granito delle dimensioni di 107 x 64 x 50,8 posto in bilico sul pavimento, vicino alla profonda buca centrale; il blocco è attraversato da un foro di 9 centimetri, forse utilizzato per rendere più facile calarlo nella stanza, ma a quale scopo, come mai così in bilico e come fa a starci?. Curioso il fatto che il soffitto, pur essendo compatto, non è composto di dura pietra ma di un agglomerato di piccole pietre, tipo ghiaia, sistemate in modo talmente approssimativo che è sufficiente grattare con le dita per estrarne intere manciate. Sorge spontanea la domanda: quale era la funzione di questa stanza?.

Come detto sopra lo studio della Grotta non è mai stato approfondito e sono poche e superficiali le notizie in proposito presenti nei vari trattati degli archeologi che l’hanno visitata. In sostanza la Grotta sarebbe, come molte altre caverne, considerata un luogo sacro, l’egittologo J. P. Lepre l’ha definita la “dimora degli Dei morti che assistettero il Creatore nel suo atto di creazione”. Come detto, molti studiosi stanno ancora cercando di stabilire per quale ragione è stata integrata nel già complesso sistema di cunicoli della Piramide.

Torniamo nella Tromba del Pozzo che dalla Grotta prosegue, scavato nella viva roccia per 31 metri obliqui, seguono 9 metri con una pendenza maggiore ed infine, dopo 3 metri con pendenza minore, il tunnel si collega al cunicolo discendente nella parte terminale prima che questi prosegua in orizzontale fino alla camera sotterranea (già trattata nel precedente articolo).

Alcuni studiosi sostengono che questo strano cunicolo verticale sia servito da via d’uscita per gli operai subito dopo aver bloccato il cunicolo ascendente, ipotesi rifiutata da molti perché ritenuta non sostenibile. Sarebbe assurdo pensare che alcuni operai siano rimasti all’interno della piramide, abbiano fatto precipitare i massi di granito che bloccano l’ingresso originale poi, completamente al buio, in mancanza d’aria, essendo tutto bloccato, si siano messi a scavare un simile pozzo per raggiungere il cunicolo discendente, risalendo il quale si sarebbero comunque trovati bloccati dai tappi di granito. Da non trascurare inoltre l’assoluta assenza del materiale di risulta dello scavo che si dovrebbe trovare in abbondanza. Altri sostengono che sia stata la via attraverso la quale i predoni hanno raggiunto le camere reali già in antichità, (da cui il nomignolo “passaggio dei ladri”), anche questa assurda ipotesi viene scartata, è impensabile che i saccheggiatori abbiano scavato un simile cunicolo che, combinazione si va a connettere alla Grande Galleria, lo stesso vale se fosse stato iniziato dall’alto verso il basso senza sapere dove sarebbe sbucato. Inoltre se fossero stati i ladri a scavarla anche in questo caso si sarebbero trovate le macerie, per cui il mistero rimane. Di sicuro questo pozzo non fu scoperto dagli operai del Califfo al-Mamun perché troppo impegnati nella battaglia contro i tappi di granito che bloccavano la galleria ascendente.

Senza aver appagato la nostra curiosità, portandoci appresso questo ennesimo mistero, risaliamo il pozzo e torniamo all’imbocco della Grande Galleria.

LA CAMERA DELLA REGINA

Ed eccoci di nuovo all’intersezione dei tre cunicoli, al centro ci troviamo di fronte ad una grata che chiude l’accesso al corridoio centrale, come ho già accennato la grata è quasi sempre chiusa in quanto l’accesso è solitamente inibito ai turisti anche se in alcuni casi viene permessa la visita. Noi, come sempre, facciamo finta di niente ed entriamo lo stesso.

Da qui imbocchiamo il cunicolo orizzontale che presenta una sezione approssimativamente quadra di 1,1 m di lato. Abbassiamo la testa per evitare bernoccoli e ci infiliamo; procediamo per circa 35 m per andare a visitare la cosiddetta “Camera della Regina”.

Per dovere di cronaca va detto che il nome “Camera della Regina” è considerato falso dagli egiziani visto che mai nessuna regina fu sepolta insieme al suo faraone (che forse non vi fu sepolto neppure lui). Infatti le regine, Hetepheres I, madre, Meretites e Henutsen, mogli di Cheope furono sepolte nelle loro tre piramidi minori che si trovano vicino alla grande piramide verso sud-est. Ma ora proseguiamo nel corridoio.

Un po’ prima dell’ingresso alla camera improvvisamente, senza una ragione apparente, il suolo si abbassa di circa 60 cm ed il passaggio diventa alto 1,73 metri, ci troviamo al livello del pavimento della Camera della Regina. Da scartare a priori la tesi di alcuni secondo cui, essendo il pavimento lastricato di blocchi di granito rosa, questi sarebbero stati asportati dai saccheggiatori di pietra. E’ già difficile pensare come avrebbero potuto entrare nella piramide per tutte le ragioni di cui abbiamo già parlato che pensare che si siano inoltrati fin lassù per rubare massi di granito rasenta l’assurdo (in ogni caso diciamo che tutto è possibile). Alcuni studiosi sostengono invece che si sia verificato un cambiamento nel progetto originario per cui gli architetti, o lo stesso Khufu, optarono per una camera funeraria più grande e più in alto (prendetela così).

E’ sorprendente il fatto che questa camera, oltre a trovarsi a metà strada tra le facce nord e sud della piramide occupi una posizione esattamente perpendicolare al vertice della piramide. Prego entriamo, la Camera  misura 5,75 x 5,23 metri, il soffitto è formato da enormi lastroni sistemati a V rovesciata con un’altezza al vertice di 6,23 metri. La camera, compreso il tetto, è costituita interamente in calcare. Il nome gli fu assegnato dai visitatori arabi anche se non esistono prove archeologiche che abbia mai contenuto una sepoltura.

La cosa che colpisce subito appena entrati si trova nella parete ad est, si tratta di una grande nicchia aggettante alta 4,67 metri della quale si ignora il significato, (potrebbe aver contenuto una statua ma nulla lo fa supporre).

Forse gli uomini di al-Mamun, pensando che la nicchia nascondesse un passaggio poi murato, scavarono nella parete di fondo e dopo poco si trovarono di fronte un cunicolo alto 84 cm e largo 100 cm che si fermava dopo soli 7 metri. Altri, o forse gli stessi, continuarono a scavare per ulteriori 7 metri ma poi, non trovando nulla si fermarono. Oggi il cunicolo è chiuso con una grata. La presenza della nicchia e del cunicolo rimangono un mistero, è stato ipotizzato che potesse avere un qualche significato simbolico-religioso.

Come per la Camera del Re, (che vedremo in seguito), anche nella Camera della Regina sono stati ritrovati due condotti di circa 20 x 20 cm che si estendono dalle pareti nord e sud e si fermano a delle porte di pietra, scoperte in epoca recente delle quali parleremo più dettagliatamente in seguito.

I due condotti simili, che si trovano nella Camera del Re, furono descritti già nel 1610 mentre non si conoscevano quelli della Camera della Regina. Nel 1872, Waynman Dixon e il suo amico, il dottor James Grant, decisero di verificare se condotti simili esistessero anche nella camera della Regina, dal momento che erano già presenti nella camera del re. Guardando una sezione della parete meridionale, notarono una crepa nel muro all’incirca nella stessa posizione in cui si trova il cunicolo della Camera del Re. Inserito un lungo filo nella fessura capirono che probabilmente dietro la lastra vi era il vuoto. Dixon assunse allora un falegname di nome Bill Grundy per tagliare la lastra del muro. Venne così scoperta l’esistenza di un canale che si snoda per quasi 3 metri all’interno della piramide, prima di curvare verso l’alto con un angolo di circa 39°. Perché questo condotto, mai terminato, è stato interrotto diversi centimetri all’interno del muro?. Dato che la camera superiore aveva due cunicoli simili, Dixon misurò la posizione, analoga al cunicolo appena scoperto, sulla parete nord e, come previsto, Grundy trovò l’apertura del cunicolo gemello. Venne acceso un fuoco all’interno della camera per scoprire dove sarebbe sbucato il fumo all’esterno, il fumo ristagnò nel condotto nord mentre salì da quello sud ma non fu visto uscire all’esterno della piramide.

A differenza di quelli della Camera del Re, i condotti della Camera della Regina non sfociano all’aperto ma ad un certo punto si interrompono. Come abbiamo già descritto nell’introduzione, Dixon scoprì in uno di questi condotti tre oggetti, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm. Mentre i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, del pezzo di legno di cedro si persero le tracce. Ritrovato nel 2019 venne sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, risultò che risaliva al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.

Il ricercatore bolognese Mario Pincherle (considerato “eretico” per le sue pubblicazioni su argomenti pseudoscientifici di paleotecnologia e archeologia misteriosa), nel 1972, fece un esperimento: inserì un fumogeno all’interno di un condotto della Camera della Regina. Il fumo generato fu in parte rigettato al di fuori del condotto e in parte risucchiato al suo interno. Con questo esperimento, Pincherle, volle dimostrare l’esistenza di nuovi passaggi segreti dove parte del fumo si sarebbe infilato.

Ci fermeremo ancora per un po’ nella Camera della Regina poiché sono ancora molte le curiosità che ci offre. Come abbiamo detto anche qui vennero rinvenuti dei condotti simili a quelli che si trovano nella camera del re e sono gli unici nei quali sono stati rinvenuti dei reperti.

Che funzione avessero questi stretti condotti è del tutto sconosciuta. Qualcuno avanzò l’ipotesi che si trattasse di condotti il cui compito era quello di portare aria all’interno delle camere, da cui il nome di “condotti di aerazione”. La cosa sarebbe accettabile per quanto riguarda la Camera del Re dove i condotti sfociano all’esterno della piramide, ma non può esserlo sicuramente per quelli della camera della regina perché, come abbiamo detto erano chiusi all’interno della camera, ma soprattutto perché, a differenza degli altri, questi non sbucano nemmeno all’esterno, pare che si fermino a circa 6 metri dalla superficie esterna della piramide.

Alcuni studiosi attribuiscono ai condotti una funzione rituale, Stadelmann suggerisce che si tratti di corridoi attraverso i quali il “Ba” (anima) del defunto poteva salire direttamente verso le stelle imperiture. (parere personale, per permettere al Ba di raggiungere l’aldilà sarebbe stata sufficiente una “falsa porta”, presente in tutte le mastabe, la cui realizzazione si sarebbe rivelata meno complicata e dispendiosa).

I suoi oppositori rifiutano questa teoria adducendo il fatto che in nessuna altra piramide, la camera sepolcrale è dotata di condotti simili, (ma tutta la piramide di Cheope è dissimile dalle altre!). Va evidenziato il fatto che, se davvero la piramide era una tomba, la sua costruzione sarà stata pianificata nei minimi dettagli. Il grande architetto Hemiunu avrà sicuramente previsto come sarebbe dovuto venire l’interno della piramide soprattutto dove doveva essere collocata la camera funeraria. E qui sorge un dubbio, se era previsto che la camera funeraria doveva essere costruita dove in effetti si trova, perché costruire un’altra camera più in basso? Per di più perché dotarla pure dei condotti di aerazione? Quale sarebbe il suo significato reale?

L’egittologo ceco, Miroslav Verner specializzato in storia e archeologia dell’Università di Praga, avanza l’ipotesi che, consapevole dell’immane impresa in cui si era impegnato, Hemiunu, perfettamente conscio delle enormi difficoltà e rischi cui andava incontro nell’intraprendere un’opera mai tentata prima, non abbia pensato che, nel caso di una prematura dipartita del sovrano, questi si sarebbe trovato privo di una tomba in cui giacere. Non è quindi da escludere l’ipotesi che questa camera avesse le funzioni di riserva, l’assenza di un sarcofago e del complicato meccanismo di chiusura si sarebbe potuto risolvere all’occorrenza, per Hemiunu non doveva costituire un problema. Volutamente la camera non sarebbe stata completata (vedi il pavimento mancante) anche se stranamente si sarebbe comunque proseguito nella costruzione dei condotti. Con il completamento della camera del re, con la messa in opera del tetto a doppio spiovente, i condotti della camera della regina vennero interrotti e chiusi.

Dalle esplorazioni effettuate con i vari robot (dei quali parleremo più avanti) è emerso che i condotti si interrompono circa allo stesso livello del vertice della capriata che sovrasta la camere di scarico della camera del re.

Nel 1872, Dixon e Grant trovarono i condotti sotto alcuni centimetri di pietra nella camera, il perché questi si interrompono prima di sbucare nella parete esterna della piramide è un mistero che forse non conosceremo mai. I condotti vennero per lungo tempo trascurati dagli studiosi per l’impossibilità di effettuare ulteriori ricerche date le ridotte dimensioni (20 x 20 cm) degli stessi.

Alcuni avanzano l’ipotesi che i condotti avrebbero svolto una funzione astronomica; nel 1982 Robert Bauval, ingegnere edile studioso di Egittologia, che abbiamo già incontrato in precedenza, durante una visita al museo del Cairo osservò una fotografia aerea della piana di Giza. Trovando curioso il disallineamento della piramide di Micerino rispetto alle altre due, approfondì i suoi studi che portò avanti con il giornalista e scrittore Graham Hancock. Nel libro pubblicato congiuntamente mettono in evidenza la corrispondenza della posizione disallineata della piramide di Micerino rispetto a quelle di Cheope e Chefren e la raffrontano a quella delle stelle della cintura di Orione.

L’egittologia ufficiale rifiuta l’ipotesi di Bauval e Hancock. Io mi fermo qui e rimando gli interessati alla lettura del libro (citato in bibliografia). Se proprio si vuole cercare un’eventuale corrispondenza con le stelle, questa la troviamo; se si traccia una linea ideale che segue il loro percorso, il condotto nord punta sulla stella Beta Ursae Minoris, quello sud punta sulla stella Sirio, sarà un caso oppure una cosa voluta? Questo non lo sapremo mai.

Arriviamo al 1993 quando, l’ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink, con la supervisione dell’archeologo Rainer Stadelmann, ottenne il permesso di poter esplorare i condotti con un piccolo robot che avrebbe dovuto risalire il condotto meridionale della camera della Regina. Gantembrink, affiancato da Ulrich Kapp del GAI e da due ispettori egiziani, introduce il suo piccolo robot, appositamente chiamato come il dio egizio Upuaut, “Colui che apre le strade”.

Nei primi anni 90, Rudolf Gantenbrink, con il Prof. Stadelmann, approfittando di tre sporadici cedimenti nella riottosità di Zahi Hawass, riuscì ad ottenere il permesso di condurre delle esplorazioni all’interno dei condotti della Camera della Regina utilizzando un apposito robot semovente assai simile al Sojourner, sceso su Marte con la missione della NASA Mars Pathfinder nel 1997. Per l’occasione Gantenbrink non scelse un nome a caso, chiamò il suo robot  “Upuaut”.

Upuaut era un dio della religione egizia il cui nome significa: “Colui che apre le strade” (nome volutamente appropriato). La divinità si presenta in forma di lupo ed era il dio patrono del XIII nomo, Licopoli. Anch’esso divinità funeraria, data la forma viene spesso scambiato con Anubi.

Sulle tracce degli studi di Hancock, Bauval e Lemesurier, l’ingegnere tedesco bavarese Rudolf Gantenbrink. supponeva che i cosiddetti “condotti di aerazione” presenti nella camera del re ed in quella della regina nella piramide di Cheope, fossero qualcosa di ben diverso da semplici canali di aerazione. Gantenbrink, nel marzo 1992, partì per una prima campagna di due settimane per realizzare un’ispezione video dei minuscoli condotti della camera della regina utilizzando il suo primo robot, appositamente costruito.

Purtroppo, una volta infilato nel condotto qualcosa non funzionò, il robot (che essendo il primo diventerà noto come il “Padre di Upuaut”) si blocca dopo aver percorso solo 9 metri in tutti e due i condotti rivelandosi incapace di proseguire. La telecamera installata dimostra che i cunicoli non sono simbolici ma proseguono correttamente.

Deluso, Gantenbrink torna in Germania e costruisce un nuovo robot che chiama, “Upuaut 1”, anch’esso monta una telecamera ed è dotato di un’asta laser per misurare le dimensioni del condotto. Due mesi dopo Upuaut 1 viene inviato per un tratto più lungo nei due condotti rilevando le misure dei giunti dei blocchi di calcare. Purtroppo anche stavolta sorsero alcuni problemi di funzionamento che impedirono per la seconda volta di completare la spedizione.

Nuovamente tornato in Germania, Gantenbrink dedicò tutto il 1992 alla messa appunto delle modifiche necessarie dopo di che tornò in Egitto e riprese la spedizione iniziata nel 1991. La seconda campagna inizia a marzo del 1993 con un nuovo robot, migliorato grazie all’esperienza maturata in precedenza, sempre costruito da  Gantenbrink chiamato per l’occasione “Upuaut 2”, al quale aggiunse un robottino di supporto detto “Rope Climber”.

Questa volta l’operazione viene seguita da una troupe televisiva per le riprese. Upuaut 2 sale per 19 metri nel condotto nord fino a scoprire una vecchia asta di metallo, introdotta e poi lasciata (o dimenticata) durante una spedizione del XIX secolo dall’esploratore Waynman Dixon, a questo punto l’ispezione venne interrotta.

L’operazione continua nel condotto sud incontrando numerosi ostacoli, grazie al Rope Climber viene misurato l’esatto angolo di salita. In un secondo tentativo nel condotto sud, Upuaut 2 prosegue per 53 metri, qui incontra un gradino di 6 centimetri che riesce a superare dopo alcuni giorni di tentativi. Dopo altri 12 metri il condotto appare improvvisamente bloccato da una lastra di pietra, questa presenta una parete completamente liscia con, ai due lati superiori due protuberanze, all’apparenza di bronzo o rame molto corrose, ciò fa pensare ad una porta con due maniglie.

La porta diventerà famosa nella letteratura popolare come “The Door”. Un altro tentativo venne fatto anche nel condotto nord ma poiché dopo 18 metri si presentò una curva venne deciso di interrompere l’esplorazione per non rischiare di incastrare il robot. L’esplorazione nei condotti della Camera della Regina venne quindi interrotta e successivamente, per ragioni che non conosciamo, non venne rinnovata a Gantembrink la concessione per effettuare ulteriori ricerche.

Passarono circa 10 anni prima che il dott. Hawass, (forse incoraggiato dai finanziamenti della National Geographic Society), autorizzasse una nuova missione. Questa volta non si trattava più di Gantembrink ed il protagonista era un nuovo robot, il “Pyramid Rover”.

Tutto si fermò per una decina di anni e più nessuno parlò dei condotti della Camera della Regina. Ad un certo punto si presentò la National Geographic Society (NGS), una delle più grandi istituzioni scientifiche ed educative no profit al mondo, alla quale Zahi Hawass (forse incoraggiato dai finanziamenti offerti), autorizzò una nuova missione. Questa comportava l’esplorazione dei condotti per mezzo di un robot di nuova concezione, il “Pyramid Rover” (costato sei mesi di lavoro e più di 250.000 dollari).

L’operazione ebbe luogo sotto la supervisione dell’immancabile Hawass e di Mark Lehener, direttore del “Giza Plateau Mapping Project” e venne trasmessa in diretta sul canale televisivo National Geographic il 17 settembre 2002. Penso che molti di voi l’avranno vista. Il Rover procedette facendo presa sia sul pavimento irregolare del cunicolo, sia sulla superficie del soffitto, ricorrendo a complessi algoritmi progettati per affrontare ogni ostacolo e mettendo a punto la giusta strategia per proseguire il cammino.

Il Rover era dotato di una intelligenza artificiale che gli permetteva di agire in totale autonomia. Alimentato per mezzo di un cavo che lo teneva fisicamente collegato al team di scienziati il “Piramid Rover” dispone di un corpo in alluminio e sette motori indipendenti che animano le varie parti strutturali di cui è composto permettendogli di adattare il suo lento cammino al percorso irregolare dello stretto cunicolo: ad ogni ostacolo il robot è in grado di mettere in atto la giusta strategia per proseguire il cammino in modo autonomo. Percorsi circa 50 metri alla velocità di 1,5 metri al minuto, supera lo scalino alto quasi 6 cm già riscontrato in precedenza dal robot Upuaut, proseguendo poi fino ad arrivare alla famosa Porta di Gantenbrink (di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente). Utilizzando un piccolo trapano di cui era dotato, eseguì un foro del diametro di pochi millimetri nella roccia calcarea, la punta del perforatore avanzò lentamente fino a trovarsi dall’altra parte della lastra.

Il mio spirito indagatore a questo punto si mette in moto. Perché venne inviato fin lassù un trapano dotato di una punta più o meno lunga per praticare un foro nella “Porta di Gantenbrink? Chi lo aveva detto che quella era una lastra sottile di calcare? Poteva benissimo essere un blocco massiccio. Considerando che il tutto avveniva “in diretta” sotto gli occhi del mondo, non è che per caso qualcuno sapeva già che oltre la lastra c’era il vuoto? Il Rover, ritrasse la punta perforante ed inserì con precisione chirurgica una micro-camera in fibra ottica capace di ruotare e zoomare sui particolari che si presentavano agli scienziati per la prima volta nella storia dopo oltre 4.500 anni.

La missione si rivelò un successo, ma al di là della porta non c’era nulla di tutto ciò che la fantasia degli studiosi più accreditati avevano fino ad allora supposto: nessuna camera sepolcrale, ne statue, ne oggetti, ne antiche raffigurazioni. Dietro la Porta di Gantenbrink, a pochi centimetri di distanza, se ne trova un’altra, molto simile alla prima ma sprovvista di manici di rame e fratturata in modo evidente. In altri termini nulla di sorprendente anche se Zahi Hawass attribuì alla missione un’importanza eccessiva, ritenendo la scoperta di altissimo valore scientifico.

Il 18 settembre 2002 l’operazione venne ripetuta nel condotto nord  dove si scoprì  una porta del tutto analoga alla precedente. A causa delle agitazioni che hanno coinvolto l’Egitto, come altri paesi arabi, tra il 2010 e il 2011, note come “primavera araba”, il progetto venne interrotto bruscamente poiché il Consiglio Supremo delle Antichità cancellò tutti i permessi per la ricerca.

Tornata la normalità, nel 2011 ha inizio un nuovo progetto che utilizza sempre un Piramid Rover chiamato “Djedi Scoutek UK” (Djedi come il nome del mago che Cheope avrebbe consultato quando progettava la sua piramide) ideato dall’ingegnere Rob Richardson della University of Leeds supportato dalla Dassault Systems francese. Il rover si avvaleva di una telecamera snodabile (micro snake-camera o camera serpente) in grado di documentare anche le pareti laterali del vano scoperto in precedenza.

Il Djedi Scoutek UK è penetrato nel condotto inserendo la sua “snake-camera” all’interno del foro praticato nella porta di Gantenbrink nel 2002 dal suo predecessore Pyramid Rover. Le prime immagini inviate dal robot hanno mostrato un minuscolo locale sulle cui pareti sono presenti numerosi segni realizzati con pittura rossa, secondo alcuni rozzi georoglifici (!).

Luca Miatello, un ricercatore indipendente specializzato nella matematica dell’antico Egitto, ha avanzato l’ipotesi che: “Le marcature siano segni numerici in ieratico. Secondo lui si leggono da destra a sinistra e significano 100, 20, 1. Secondo altri si tratterebbe di appunti di cantiere simili a quelli che vedremo nelle camere di scarico della camera del re, ovvero, segni tracciati dagli operai egizi durante la costruzione della piramide anche se pare che in questo caso si tratti effettivamente di caratteri ieratici. I costruttori semplicemente registrarono la lunghezza totale del cunicolo: 121 cubiti”.

Una domanda mi balza alla mente, ma se gli operai di cantiere usavano contrassegnare i massi come mai gli unici punti dove sono stati riscontrati questi segni si trovano in punti praticamente irraggiungibili? Per quanto riguarda la Camera della Regina a tutt’oggi non si conosce altro, non si sa perché sia stata costruita, non si conosce a cosa fosse adibita e soprattutto rimane il mistero del significato della nicchia e dei cunicoli ciechi; in molti pensano che abbia un qualche significato simbolico-religioso.

LA GRANDE GALLERIA E LA CAMERA DELLE SARACINESCHE

Ora che abbiamo visitato la Camera della Regina ripercorriamo il cunicolo orizzontale fino a raggiungere l’intersezione dei tre cunicoli. Quello che stiamo per vedere è forse l’opera più ardita e spettacolare dell’intera piramide, sollevate lo sguardo, quella che vi trovate di fronte è la “Grande Galleria”, qualcosa che neppure la miglior fotografia gli rende merito, il poterla ammirare per la prima volta non può che lasciarci esterrefatti, senza fiato.

Qui lo stretto cunicolo ascendente, si trasforma in una immensa opera di architettura che il solo pensare che risalga ad oltre 4500 anni fa e sia opera di questo meraviglioso popolo ci lascia allibiti. Pensare che gli antichi egizi l’abbiano costruita quando qui da noi in Europa si era da poco usciti dal neolitico ci fa sentire piccoli e non ci suggerisce nessun aggettivo adatto a definirla. L’impressione è quella di entrare in una di quelle cattedrali che vennero costruite in Europa durante il Medioevo nonostante questa sia larga poco più di 2 metri.

La cosiddetta “Grande Galleria” è alta 8,6 metri e lunga 46,68. Alla base è larga 2,06 metri, ma dopo 2,29 metri i giganteschi blocchi di granito di Assuan rientrano verso l’interno per 7,6 cm su ogni lato. Ci sono 7 di questi gradini aggettanti dopo i quali, alla sommità, la galleria è larga solo 1,04 metri.

Per coloro che non l’hanno ancora visitata ogni descrizione può apparire eccessiva. Quando vi entrai per la prima volta rimasi senza fiato, mi soffermai ad ammirare la precisione con la quale erano stati sistemati quegli enormi blocchi di granito pesanti fino a 70 tonnellate, perfettamente lisciati e combacianti, e per di più posati su un piano inclinato di 26° 31′. E’ già arduo immaginare come siano stati portati fin lassù ma vederli così inclinati riesce difficile immaginare gli accorgimenti che debbono essere stati presi dai costruttori per fermarli in quella posizione vista la ripida inclinazione che li porta ad esercitare un’enorme spinta sul corpo della piramide. La copertura è fatta di blocchi posati in modo leggermente più inclinato rispetto al pavimento, così da incastrare ogni blocco in un incavo ricavato nella sommità della galleria come un dente di un crick.

Il pavimento della Grande Galleria è formato da una rampa liscia centrale larga 1,04 metri, (come il soffitto), e da due rampe disposte su ciascun lato, larghe 51 cm. Ognuna di queste rampe presenta sul pavimento, vicino alla parete, alternate ad intervalli regolari, 27 aperture angolari a ciascuna delle quali corrisponde una nicchia nella parete laterale il cui uso è ignoto. Secondo Borchardt queste aperture servivano per fissare una struttura di travi e assi, si, ma per farci cosa? A tutt’oggi nessuno ha trovato una risposta alla domanda.

L’estremità inferiore della galleria, come accennato sopra, si presenta come un crocevia, infatti in questo punto termina il cunicolo ascendente mentre, sempre da qui, parte il cunicolo orizzontale che conduce alla cosiddetta Camera della Regina da cui arriviamo. In basso nell’angolo inferiore si trova l’apertura del pozzo che conduce al Grotto ed alla Camera sotterranea chiuso da una grata (del quale abbiamo già trattato).

Il perché sia stata costruita un’opera così imponente è, e rimane ancora, un mistero inspiegabile. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sia servita a trattenere i blocchi di granito che ostruiscono l’ingresso principale fino ad ultimazione dei lavori per poi liberarli in modo che scivolassero fino a bloccare l’ingresso. Cioè sarebbe a dire che per far scivolare tre massi di granito che andassero a bloccare l’ingresso della piramide, invece di un cunicolo di poco più di un metro di lato, gli architetti egizi hanno ecceduto in grandezza costruendone uno di 2 metri per 9 metri? Personalmente mi rifiuto di credere che un popolo, che sapeva bene quel che faceva, abbia fatto una cosa così assurda. Se poi il piano offriva anche la possibilità di far scorrere i blocchi di granito va bene, ma direi che è da escludere nel modo più assoluto che questo fosse il suo scopo.

Ma allora qual era lo scopo e l’utilità di costruire un’opera così mastodontica? Forse non lo sapremo mai. Secondo alcuni studiosi quest’opera rappresenterebbe una specie di “cattedrale” per le cerimonie funebri dove si celebravano riti religiosi quali l’”Apertura della bocca” o la “Pesatura del cuore”. Altra cosa poco credibile, sarebbe assurdo pensare che gli antichi egizi abbiano costruito un corridoio alto circa 9 metri, lungo poco meno di 50 metri e largo alla base 2 metri, con una pendenza di 26°, decisamente scomodo per celebrare riti o per porre al suo interno una ipotetica bilancia per la pesa del cuore (anche perché va considerato il fatto che i riti suddetti erano celebrati solo dagli dei). Alcuni studiosi affermano che sarebbe servita a contenere un sistema di contrappesi ed argani destinati al sollevamento dei blocchi più pesanti, cosa che convince ancor meno. Che senso avrebbe costruire un apparato del genere, composto da blocchi enormi, per sollevare altri blocchi enormi.

All’estremità superiore della galleria, sul lato destro, si trova un foro nel soffitto che, attraverso un breve tunnel raggiunge la Camera di scarico inferiore proprio sopra la Camera del Re, ma di questo ne parleremo in un prossimo articolo. In cima alla Grande Galleria è presente un gradone alto 90 cm superato il quale si entra in un cunicolo lungo circa 1 m e alto 111 cm che introduce alla cosiddetta “Camera delle Saracinesche” (o anticamera).

Si tratta di un vano abbastanza piccolo sulle cui pareti sono visibili quattro scanalature, molto probabilmente servivano per contenere delle grandi lastre di granito che, con un complicato sistema di corde venivano abbassate fino al pavimento chiudendo così definitivamente la Camera del Re. A tutt’oggi nessuno è in grado di spiegarne il funzionamento ammesso che la teoria delle saracinesche sia corretta.

Di queste ipotetiche lastre non è stato ritrovato nulla ad esclusione di alcuni piccoli frammenti di granito, trovati da Petrie nel 1881. Questa rimane un’ulteriore fonte di mistero, chi e come si sarebbe portato via quelle pesanti lastre di granito?.

Dalla Camera delle Saracinesche, attraverso un passaggio giungiamo finalmente nella Camera del Re

LA CAMERA DEL RE

Superata la Camera delle Saracinesche (senza sbattere la testa, mi raccomando), abbassiamoci per superare un breve budello alto meno di 1 metro ed entriamo nella Camera del Re. Per uno come me è stata una cosa fantastica, mi sono ritrovato in  una meravigliosa “scatola” interamente costruita di granito perfettamente levigato e splendente.

La Camera del Re è un’imponente stanza di 10,47 per 5,23 metri con un soffitto piatto alto circa 6 metri. L’intera camera, pavimento, pareti e soffitto sono stati realizzati con ciclopici blocchi di granito provenienti da Assuan. Il tutto è costruito con una precisione maniacale, perfettamente lisci, i blocchi combaciano in modo tale per cui è impossibile inserire tra loro un foglio di carta. Il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in 400 tonnellate. Il pavimento misura esattamente 10 per 20 cubiti il che fa supporre che l’unità di misura usata, il cubito, rapportata al metro, corrisponda a 0,524 metri e non agli 0,525 metri generalmente usata (ma queste sono quisquilie).

Ci siamo dentro, lo sguardo non sa più dove posarsi, l’impressione è quella di trovarsi in uno scrigno prezioso senza capire come ci siamo arrivati. Osservare l’interno della camera è addirittura impressionante, nel vuoto più assoluto spicca sul fondo un “sarcofago” monolitico in granito rosa, le sue dimensioni sono: 230 x 100 cm circa con un’altezza di circa 1 metro.

Mi avvicino lentamente con fare rispettoso, e come sarebbe possibile altrimenti. Non oso toccarlo mentre lo osservo nei dettagli, l’interno del sarcofago si presenta straordinariamente lisciato, mentre l’esterno è assai meno curato. La cosa che risulta molto strana è che se veramente la piramide è la tomba del faraone pare impossibile che ad un re come Cheope sia stato riservato un sarcofago incompleto, ancor più se si pensa che sono stati ritrovati sarcofagi perfettamente rifiniti dentro e fuori, risalenti allo stesso periodo.

Sorprende comunque la perfezione con la quale è stato costruito, basti pensare che oggi, per la sua durezza, tale materiale viene intagliato con abrasivi quali la polvere di diamante o di carburo di silicio detto carborundum, inutile sottolineare che all’epoca della costruzione del sarcofago il metallo più duro che gli egizi conoscevano era il bronzo (!). Diffidate di chi parla di ferro, quel poco che era conosciuto era ferro meteoritico e di difficile lavorazione, comunque, come ho già detto in precedenza, la durezza del ferro sul duro granito, mi si permetta l’espressione, ci fa un baffo, inoltre va detto che, forse, all’epoca di Cheope non era neppure conosciuto. Inoltre c’è da dire che svuotare un simile monolite con scalpelli senza provocare rotture o crepe nelle pareti è un’impresa che sfiora l’impossibile.

Un’altra sorprendente particolarità del sarcofago è che il volume della roccia che forma le pareti più il fondo, è pari al volume del vuoto dello stesso (coincidenza? Io non credo.). Il sarcofago presenta un angolo superiore rotto ed è privo del coperchio, (forse razziato in antichità o, come si racconta, da Al Mamun che non avendo trovato tesori spezzò il coperchio asportandone i pezzi). Forse non è mai esistito un coperchio (parere personale) perché questa scatola di granito non era un sarcofago.

Ma quanti di voi, visitando la Camera del Re, hanno notato che le dimensioni del sarcofago sono più grandi del condotto che introduce alla camera? A questo punto è evidente che deve essere stato introdotto già durante la costruzione della Piramide prima di procedere alla copertura della camera. Ma con la camera del Re non è finita qui; essa ci riserva ancora altri misteri.

Navigando tra biblioteche e web mi è capitato sotto mano un articolo che non avevo mai letto e personalmente non ricordo che l’argomento sia mai stato trattato nei vari documentari in televisione o da altri media. Nel pavimento della Camera del Re, sotto la parete Nord, proprio a fianco del sarcofago, fino ad alcuni anni fa erano presenti due grossi blocchi di granito che in passato dovevano far parte del pavimento.

Lo storico mamelucco Al-Maqrizi scrisse nel XV secolo che al-Mamun, contrariato dal non aver trovato tesori, nella convinzione che da qualche parte dovessero esserci, fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza ma, deluso, dopo poco desistette. Fino a poco tempo fa, subito accostata alla parete si trovava una grata di metallo che chiudeva una strana apertura praticata da chi e quando non ci è dato a sapere, (forse proprio quella citata da Al-Maqrizi ed attribuita ad al-Mamun).

Nel 1997, venne calata nella grata una piccola telecamera, le riprese mostrano un vano con  una parete chiusa con mattoni moderni. Perché?. Chi ha rizzato quella parete? Da alcune foto più recenti si nota che uno dei due blocchi è stato spostato sopra la grata.

Dal 2008 la grata non c’è più, i blocchi sono spariti ed il pavimento si presenta integro (probabilmente i blocchi sono stati utilizzati per chiudere l’apertura e ripristinare l’integrità dal pavimento). Poiché quanto detto sopra è documentato, sorge spontanea una domanda: perché il tutto è stato richiuso? Inutile chiedercelo tanto forse non lo sapremo mai ed il tutto entrerà nella lista dei misteri della piramide.

Come per la camera della Regina, anche quella del Re presenta due condotti, posizionati approssimativamente allo stesso livello e ad un’altezza di 91 cm dal pavimento. A differenza di quelli della Camera della Regina però questi condotti comunicano con l’esterno della piramide, inoltre erano già conosciuti in passato poiché sbucavano nella camera e furono descritti già nel 1610.

Anche per questi condotti non se ne conosce lo scopo, secondo alcuni rappresenterebbero degli allineamenti astronomici. Affermazione forse un po’ azzardata poiché uno di essi segue un percorso irregolare attraverso la struttura, e di conseguenza non si può parlare di allineamento diretto alle stelle. Per tutti e quattro i condotti, la struttura superiore ed entrambe le pareti sono stati ricavate da blocchi appositamente tagliati in modo da formare una sorta di canale di pietra, dopo di che posizionati capovolti mentre il pavimento dei canali è formato dal blocco sottostante. Il condotto settentrionale prosegue in orizzontale per circa 180 cm poi prende una serie di quattro curve, per evitare la Grande Galleria, pur mantenendo la sua angolazione verso l’alto abbastanza costante. Attualmente in uno dei condotti è stata installata una ventola per permettere all’aria di circolare nella camera eliminando l’umidità generata dalla presenza dei numerosi turisti. Ma la camera del Re, nel suo complesso, ci riserva altre sorprese che vedremo nel seguito.

LE CAMERE DI SCARICO

Parlando della Camera del Re abbiamo detto che il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in circa 400 tonnellate, ma non basta, sopra la Camera del Re sono stati realizzati cinque comparti chiamati “erroneamente” “Camere di scarico”.

La prima camera era nota fin dall’antichità per via del passaggio realizzato già dai costruttori che sale dalla Grande Galleria, le altre quattro furono esplorate tra il 1837 ed il 1838 dal colonnello Howard Vyse e da John Shae Perring, che, durante le loro campagne di esplorazioni scavarono dei tunnel verso l’alto. La scarsa sensibilità scientifica di quei periodi in cui la maggior parte di coloro che scavavano in Egitto erano per lo più esploratori e avventurieri in cerca di tesori, indusse i due ad aprirsi la strada facendo anche uso della dinamite (!). A ciascuna delle cinque “stanze” i vari esploratori assegnarono un nome. La prima camera, la più bassa, venne chiamata Camera Davidson, in onore a Nathaniel Davison che  nel 1765 vi entrò per primo, la seconda venne chiamata Camera Wellington, la terza Camera di Lady Arbuthnotr, la quarta Camera di Campbell. Il soffitto delle prime quattro camere, come quello della Camera del Re, è composto da enormi travi di granito, lisce nelle parti inferiori e laterali, perfettamente combacianti tra di loro, ma molto difformi nella parte superiore. Non offrendo alcuna visibilità le ciclopiche travi non sarebbero state rifinite nella parte superiore ma allora perché in quella inferiore si?.

La quinta camera posta in alto ha il soffitto a capriata formato da grandi massi disposti obliquamente. Come ho già accennato in precedenza, diversamente dal corpo della piramide, la Camera del Re, pavimento, pareti e soffitto e tutte le camere di scarico, compresa la capriata sono costruite interamente con blocchi di granito di Assuan di diverse misure.

Molti ritengono che queste camere bassissime avessero lo scopo di scaricare e ridistribuire l’enorme peso della massa di pietra sovrastante che verrebbe a gravare sul soffitto della Camera del Re. Ma non è così! Per questo ho scritto “erroneamente” chiamate Camere di Scarico. Se le leggi della fisica statica non sono un’opinione, in presenza di una capriata, la forza costituita dal peso sovrastante si distribuisce lungo gli elementi verticali che la sostengono e, in parte minore, verso l’esterno dove continua a degradare quando incontra altri elementi verticali. Pertanto appare evidente che l’intera struttura, esclusa la capriata, nulla ha a che fare con problemi di statica costruttiva e, quindi, non “scarica” assolutamente nulla. Ciascuna trave dei soffitti, disposta orizzontalmente, non avendo alcun ulteriore peso su tutta la sua lunghezza, scarica sulle pareti della camera soltanto il suo peso, (vedere l’azione delle forze sulla foto).

Se questa struttura è stata costruita così aveva certamente una ragione, questa però non va ricercata nell’ambito della fisica statica con cui nulla ha a che fare. Forse il suo è un significato simbolico, religioso o rituale. Chissà! Ora però ci soffermiamo ancora qualche istante nella camera del Re, non è tempo perso, ci troviamo in un’opera d’arte. Si racconta che durante la campagna d’Egitto Napoleone abbia passato la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1799, solo ed in gran segreto, all’interno della Camera del Re. Il mattino dopo quando uscì il suo volto aveva una strana espressione, quasi traumatizzata. I suoi assistenti gli chiesero se aveva visto qualcosa di strano ma il generale non ne volle parlare e non raccontò mai la sua avventura neppure sul letto di morte.

Una notte nella piramide, disteso all’interno del sarcofago, la passò anche l’ingegnere ricercatore Mario Pincherle che successivamente elaborò la teoria dello “Zed”. Anche altri studiosi, osservando la piramide in sezione, ritengono che il tutto, cioè la camera del Re, sovrastata dalle “Camere di Scarico”, costituirebbero l’esatta rappresentazione, in forma ciclopica, dello “Zed” (o Djed). Lo Zed era il più sacro simbolo dell’Antico Egitto che molte mummie portano al collo e che si ritrova disegnata in centinaia di tombe, la troviamo riprodotta nei gioielli antichi esposti in moltissimi musei.

Secondo Mario Pincherle, lo Zed: “E’ il simbolo dell’asse del mondo, della stabilità, dell’eternità, dell’essere opposto al divenire!”. Nella religione antico egizia, lo Zed (stabilità, presenza) rappresentava la spina dorsale di Osiride, dio dell’Oltretomba, nella quale scorreva il fluido vitale che simboleggiava appunto la stabilità (ddj in egizio da cui Djed). Lo Zed viene rappresentato con un geroglifico formato da un pilastro, che a volte lo troviamo anche in forma antropomorfa con in mano una verga o un bastone. Per gli antichi egizi lo Zed aveva una grande importanza nella simbologia sacra già fin dal neolitico ed era associato ad Osiride. Nelle rappresentazioni viene presentato di colore turchese considerato prezioso. Secondo Pincherle la torre Zed con il “sarcofago di Cheope” sarebbero una sorta di luogo in cui il tempo e lo spazio sembrano modificarsi per la diffusione di onde alfa verso i lobi frontali. Inutile aggiungere che la teoria viene accolta con molto scetticismo dagli studiosi accademici.

La teoria di Pincherle però non tiene conto di due particolari che, pensare che siano stati trascurati dai costruttori della piramide pare quantomeno strano. Primo: il pilastro Zed è sempre rappresentato con quattro sporgenze laterali, quello che sarebbe rappresentato dalle camere di scarico ne riporta cinque; secondo: la sommità dello Zed è sempre rappresentata piatta mentre nella piramide è sovrastato dalla capriata. Nel prossimo articolo vedremo quello che è emerso da una esplorazione approfondita delle camere.

Quale che sia lo scopo delle “Camere di scarico” penso che non lo sapremo mai, però già che ci siamo andiamo a farci un giro al loro interno, non sono molti quelli che ci sono andati e i misteri non sono ancora finiti.

Dallo stretto passaggio, realizzato già in antichità dai costruttori, entriamo  nella prima camera, quella subito sopra la Camera del Re, la Camera di Davison dove, come abbiamo detto, nel 1837 passò il maggiore generale Richard William Howard Vyse. In questa sala furono rinvenute delle scritte in rosso su un muro tra cui un cartiglio di forma allungata con il nome di un faraone. Con una buona dose di dinamite, Vise risalì la struttura scoprendo le altre camere.

Ad esclusione della prima sala, le altre quattro camere presentano su alcuni blocchi segni tracciati qua e là con vernice rossa che, sempre secondo Vise sarebbero stati lasciati dai lavoratori addetti alle cave. I cartigli vennero inviati al British Museum dove furono letti da un esperto di geroglifici come Samuel Birch che riscontrò la presenza del nome di Khufu, (Cheope) ma anche di quello di. Khnum-Khufu. Si decise così definitivamente di  attribuire la Grande Piramide al faraone Khnum-Khufu (Cheope per l’appunto). Secondo Vise, che li scoprì, questa sarebbe la prima testimonianza moderna che consente l’assegnazione univoca della piramide a questo faraone.

Su questo ritrovamento sono stati però sollevati dubbi da parte di molti archeologi i quali ritengono che, il poco professionale e screditato ricercatore, potesse avere disegnato lui stesso sulle pareti quei pochi sedicenti scritti con lo scopo di dare importanza e giustificazione alla sua disastrosa campagna di scavi. Poiché penso che i più appassionati della storia antico-egizia un po’ di malizia l’avranno già acquisita, credo che come me, si porranno il dilemma: quei “geroglifici” sono veri o sono un falso storico?. Sappiamo benissimo che il mondo abbonda di reperti antico-egizi falsi. Il dibattito continua anche se queste contestazioni sarebbero facilmente verificabili con un’analisi al carbonio 14 del pigmento rosso di detti geroglifici. Questa semplice analisi, però, sembra che non sia mai stata fatta (almeno ufficialmente).

Nonostante le dichiarazioni di Birch, va detto che, ad un più attento esame, gli stessi geroglifici hanno rivelato evidenti errori ortografici, insomma sono scorretti se confrontati con le leggi grammaticali dell’antica lingua egizia; da aggiungere poi che, il tipo di vernice rosso ocra col quale sono stati tracciati corrisponderebbe a quello usato dagli arabi nel periodo degli scavi di Vise.

“Personalmente” concordo con coloro che affermano trattarsi di un falso per diverse ragioni: primo, all’epoca di Cheope, scribi a parte, non credo proprio che esistesse un operaio in grado di capire i geroglifici e tanto meno di tracciarli nelle cave; secondo: se nella cava fossero stati tracciati da uno scriba non si giustificherebbero gli errori grammaticali; terzo: guarda caso con tutti i massi che compongono la piramide solo su quelli che si trovano nei posti più impensabili si trovano geroglifici, quelli nel condotto di aerazione della Camera della Regina (che deve ancora essere stabilito con certezza se si tratta proprio di geroglifici) e e quelli nelle camere di scarico di difficile accesso. Se era una pratica corrente marcare i blocchi se ne dovrebbero trovare anche su molti altri presenti nella piramide.

Va inoltre tenuto in considerazione che durante l’Antico Regno, ma anche per qualche tempo dopo, i geroglifici non erano fatti per essere letti, (da chi poi?). Prima di diventare oggetto di decorazione i geroglifici venivano tracciati nei posti dove nessuno li avrebbe mai visti, basti pensare ai “Testi delle Piramidi” che ornavano le tombe le quali poi venivano chiuse e nessuno li poteva ammirare. Pensiamo al significato del nome, gli egizi li chiamavano “medu netjer”, letteralmente “Parola del Dio” (o parola Sacra), con riferimento al dio Thot cui era attribuita l’invenzione della scrittura, ma sempre “parola” non “scritto”. Furono i greci che, scambiandoli per una forma di scrittura, li chiamarono erroneamente “hieroglyphikós”, parola composta dall’aggettivo “Sacro” e dal verbo “Incidere” con il significato di “segni sacri incisi”.

Ricordo sempre le parole del Prof. Alessandro Roccati, docente di egittologia all’Università di Torino:

<<…..nell’Antico Regno i geroglifici erano simboli sacri che non potevano essere per nessuna ragione tracciati a caso o letti da qualcuno, essi erano la “Parola” sacra, non la “scrittura”  tipica delle epoche posteriori……>>.

Per gli scritti amministrativi, contabili e diplomatici veniva usata una scrittura più adatta e veloce, lo ieratico. I saggi Egizi non comunicavano la loro sapienza per mezzo di caratteri scritti, (anche tenuto conto che nessuno avrebbe saputo leggerli), essi nei loro templi e nelle tombe dei sovrani disegnavano figure nei cui contorni era racchiuso il pensiero di ogni cosa. Per ultimo va detto che è perlomeno curioso che in queste camere venissero menzionati due Faraoni, Khufu e Khnum-Khufu. Come si suol dire…….il mistero rimane!

LA CAMERA SEGRETA

Adesso però muoviamoci perché ci troviamo ancora nell’ultima Camera di Scarico e sarà meglio approssimarci all’uscita. Scendiamo fino all’inizio della Grande Galleria, la percorriamo per tutta la sua lunghezza (attenti a non scivolare) e sbuchiamo all’imbocco dei tre cunicoli, quello discendente, quello orizzontale ed il pozzo. Percorriamo ancora alcuni metri nel corridoio discendente fino alla galleria di al-Mamun ed usciamo all’aperto. Ora che siamo fuori ci voltiamo ad osservare ancora una volta la maestosità della Grande Piramide. Adesso che abbiamo visitato tutto il visitabile penso che la Grande Piramide non abbia altro da offrirci se non i numerosi misteri che si porta dietro da millenni. Ma la conoscenza umana non accetta limiti e molti studiosi sono ancora in cerca di svelarne alcuni avvalendosi di una scienza e tecnologia che oggi fa grandi progressi offrendo sempre nuovi strumenti di indagine.

Davvero non ci riserva più nulla questa meravigliosa costruzione? Forse si, forse ci riserva ancora qualcosa che sarebbe emerso da studi recenti compiuti nell’ambito dello “Scan Pyramid Project”, di cui ho già accennato, lo studio, che prosegue ormai da due anni avvalendosi di tecniche innovative di rilevamento, non invasive, basate sulla fisica delle particelle. Viene portato avanti da un team di archeologi sotto la guida di Mehdi Tayoubi dell’Hip Institute di Parigi, e Kunihiro Morishima dell’Università di Nagoya, in Giappone. L’archeoastronomo e matematico italiano Giulio Magli del Politecnico di Milano, che ha seguito l’evolversi degli studi, ci spiega in cosa consiste lo “Scan Pyramid Project”:

<< Lo studio impiega una tecnica particolare chiamata muografia, che permette di “leggere” il cammino di particelle subatomiche (muoni) prodotte dall’interazione dei raggi cosmici provenienti dallo spazio con l’atmosfera terrestre. I muoni seguono traiettorie differenti quando si muovono nell’aria rispetto a quando attraversano le pietre, e dunque sono in grado di svelare la presenza di cavità all’interno di una massa >>.

E’ stata così riscontrata una cavità anomala che si estenderebbe per almeno 30 metri, al di sopra della Grande Galleria. La notizia ha alimentato la curiosità degli archeologi in modo particolare sul contenuto che potrebbe trovarsi nella stanza (se di stanza si tratta). In un primo momento fu avanzata l’ipotesi che la “nuova camera” svolgesse la funzione di alleggerimento del carico sopra la Grande Galleria, ipotesi subito abbandonata in quanto il soffitto della stessa, è già di per se atto a scaricare il peso sovrastante in quanto, come spiegato nei precedenti articoli, è costruito secondo la forma aggettante.

Nell’intento di fornire una spiegazione, Magli fa ricorso ai “Testi delle Piramidi” dove è riportato che, nel suo viaggio verso le stelle imperiture, il faraone doveva attraversare le “porte del cielo”:

<< ……..Sono aperte per te le porte del cielo esci come Horus, come lo sciacallo sul suo fianco, la cui forma supera i suoi nemici e il volto dello sciacallo oltre lui che si nasconde la sua forma……..>>,

(quali porte quelle trovate nei cunicoli?) per potersi sedere sul “Trono di ferro” prima di raggiungere la sua destinazione finale nell’aldilà.

Qui voglio fare una piccola precisazione: tutti parlano di “Trono di ferro” che sarebbe descritto nei “Testi delle Piramidi”, nelle mie ricerche ho trovato una traduzione dei testi delle piramidi effettuata dal Prof. Raymond Oliver Faulkner, egittologo britannico specializzato nella filologia egizia (assistente di Alan Gardiner) non certo l’ultimo arrivato. Nel suo libro “The ancient egyptian pyramid text” (Pag. 188) Faulkner riporta quella che dovrebbe essere la traduzione reale:

<<  Hmsi rk Hr xnD.k pw biA/ Sspn.k HD.k Ams.k/ sSm.k imw Nnw, wD.k mdw n nTr/ di-k Ax m Ax.f  >>.

<< Siediti dunque sopra il tuo trono di metallo/ prendi la tua mazza e il tuo scettro/possa tu guidare coloro che sono nel Nnw, comanda gli dei/ poni lo spirito nel suo spirito  >>. S

e la traduzione del prof. Faulkner è corretta (e per quel che mi riguarda non ho dubbi), vorrei capire perché tutti insistono nel dire ferro, (qualcuno mi può dire come si legge ferro in geroglifico?).

Per quanto riguarda il “Grande Vuoto”, come viene chiamata la camera dagli archeologi, dobbiamo attendere notizie più certe che al momento non siamo ancora in grado di prevedere quando arriveranno. Per quanto riguarda invece il presunto “Trono di ferro” al momento si tratta di pura congettura.

A questo proposito apro una parentesi e non vorrei sembrare pedante ma ci tengo a ricordare che il ferro conosciuto dagli egizi era meteoritico, ovvero ricavato dalle meteoriti ferrose cadute sulla Terra. Anche ammesso che ne avessero trovate a sufficienza va detto che gli Egizi nei loro forni non erano in grado di raggiungere la temperatura sufficiente a fondere il ferro (1538°). I loro forni potevano permettere, nella migliore delle ipotesi, di raggiungere la temperatura necessaria per forgiare il ferro (800°-900°). Inutile ripetere che per fare ciò sono necessari martelli robusti per modellarlo, non bastano pietre e meno che mai mazzuoli di legno. Rimane comunque un mistero la lama del famoso pugnale di Tutankamon.

Ma torniamo a noi, è stato suggerito che il condotto nord della Camera del Re potrebbe sbucare nel “Grande Vuoto”. Supponendo che la Grande Piramide fosse realmente la tomba del faraone Cheope, nella Camera del Re sarebbe stata sepolta la mummia del faraone all’interno del sarcofago mentre nella Camera della Regina, secondo la dott.ssa Kate Spence, potrebbero aver trovato posto gli ushabti del re. Il Ka di Cheope avrebbe potuto salire nel condotto a nord, fermarsi nel “Grande Vuoto” per sedersi sul “Trono di ferro” ed infine attraversare la vita ultraterrena. Mi piace sempre ricordare che il Ka del defunto non necessitava di condotti per raggiungere la Duat, tutte le tombe disponevano di “false porte” attraverso le quali il Ka poteva transitare.

Allo stato attuale, segnala Magli, “……..è infatti difficile dire con sicurezza che il canale nord sfoci proprio nella camera appena scoperta………”.

CHI? – COME? – QUANDO? – PERCHE’?

Ora che abbiamo visitato tutto quanto era possibile visitare nella Piramide di Cheope vorrei riproporre le quattro domande fondamentali, già poste all’inizio, che per me stanno alla base di tutto: chi ha costruito la Piramide? Come hanno fatto a costruirla? Quando è stata costruita? Perché hanno costruito un simile monumento? So che mi attirerò le contestazioni di quelli che conoscono già tutte le risposte ma io, che non le conosco, continuerò ad interpretare e, perché no, ad esporre la mia personale opinione sulle ipotesi che sono state fin qui avanzate.

Come ebbi modo di dire già in precedenza estenderei il discorso relativo alla costruzione delle piramidi fino a quella di Micerino. Perché? Perché sono le uniche che non ci dicono nulla, prive di iscrizioni tipiche delle piramidi successive (qualcuno obietterà che fino alla IV dinastia non era molto in uso decorare le tombe, e questo ci può stare), prive della benché minima traccia di sepoltura, nonostante alcune strane “scatole di pietra” all’interno (sarcofagi?) anch’essi privi di indicazioni, prive di tracce certe sulle quali fondare delle supposizioni e, stando alla realtà dei fatti, nulla ci permette di stabilire con certezza la data della loro costruzione. In poche parole non esiste alcuna prova (almeno per noi comuni mortali) che ci permette di fare affermazioni certe, solo ipotesi che vanno da quelle degli egittologi e studiosi accademici fino alle fantasie più sfrenate ed incredibili dei meno seri (certamente non spetta a me stabilire chi sono gli uni e chi sono gli altri).

Iniziamo dalla prima domanda: chi ha effettivamente costruito un’opera così grandiosa e dispendiosa di energie con costi enormi soprattutto per l’epoca a cui viene attribuita?. Malgrado le numerose ricerche e gli studi che da centinaia di anni sono stati compiuti, la scienza antica e moderna fino ad oggi non è stata in grado di dimostrare e tanto meno provare con assoluta certezza, (e ribadisco “assoluta certezza”), da chi venne costruita la Grande Piramide (soffermiamoci su questa). Gli studiosi ci dicono che si tratta della tomba del faraone Cheope, come abbiamo visto però, nulla ci dimostra l’esattezza di questa affermazione. Ad eccezione di alcuni segni simili a rozzi geroglifici visibili nelle cosiddette camere di scarico della piramide di Cheope di cui abbiamo parlato in precedenza (molto probabilmente falsi), non esiste la benché minima traccia che nella Grande Piramide sia mai stato sepolto qualcuno. Le ipotesi abbondano fino ad arrivare agli extra terrestri, passando per una ipotetica civiltà, vissuta molti anni prima, poi scomparsa forse a causa di qualche cataclisma o cos’altro. Restiamo sull’accademico, forse più semplicemente l’hanno proprio costruita gli egizi, a questo punto però dobbiamo rispondere alle successive domande.

Come? Come è stata costruita un’opera così grandiosa e strana da apparire impensabile per l’epoca in cui è stata costruita? Un’opera di fronte alla quale si troverebbero oggi in difficoltà fior di ingegneri e architetti se fossero chiamati a riprodurla. Sono stati fatti tentativi atti a dimostrare come è stato possibile costruire una piramide, ricordo che tempo fa un team giapponese provò a costruire una piramide alta 50 metri utilizzando massi simili, ricavati con il calcestruzzo, i risultati però furono deludenti e non corrisposero alle aspettative. Sono molti quelli che cercano di spiegare le tecniche che sarebbero state usate, in genere si tratta di studiosi specializzati in costruzioni, ingegneri e architetti con alle spalle anni di esperienza sicuramente più esperti degli archeologi nel loro campo. Non vorrei sembrare polemico ma non dimentichiamo che con tutte le cognizioni e l’esperienza maturata negli anni, oggi cadono ancora palazzi e ponti mentre le piramidi reggono (ma questo è un altro discorso). Non è mia intenzione dilungarmi oltre in questo campo per cui vi rimando alla miriade di testi di eminenti studiosi, alcuni dei quali ho citato nelle fonti e bibliografia (ho detto “eminenti studiosi” nella speranza che sappiate distinguere tra scienza e fantarcheologia).

Passiamo ora alla terza domanda, quando è stata costruita la Grande Piramide?. Anche a questo proposito ci sono intere biblioteche colme di libri di archeologi, egittologi, architetti ed ingegneri che hanno avanzato le loro ipotesi fondate su dati che ciascuno ritiene esaustivi. Se queste piramidi sono state realmente costruite all’epoca dei faraoni ai quali vengono attribuite, questa domanda può essere scartata, ma solo dopo aver risposto alle altre tre. Poiché nulla ci autorizza a pensare che sia proprio così allora cosa possiamo rispondere? Scesero gli alieni un tempo e costruirono loro stessi le piramidi o istruirono (ed aiutarono) gli egizi a farlo? Ho citato gli alieni, vedo già molti saltare sulla loro poltrona, tranquilli non ho alcuna intenzione di proporre questa ipotesi che personalmente ritengo improbabile.

Perché? Chiederà qualcuno. Ammesso che tutto è possibile, al momento nulla ce lo fa pensare. Altri propongono l’idea di una civiltà esistita molti anni prima (12.000 anni fa o più) che raggiunse un grado di sviluppo uguale se non addirittura superiore al nostro, poi estintasi inspiegabilmente. A questo proposito va detto che al mondo esistono innumerevoli testimonianze che potrebbero farci propendere per questa ipotesi. Personalmente debbo dire che il pensiero mi ha sfiorato e quanto meno incuriosito. Un amico (che non posso citare) sostiene che esisterebbero prove che lo confermerebbero. Ultima domanda, forse la più intrigante: Perché? Perché un popolo il cui pensiero più grande era quello di sopravvivere, decide di intraprendere una simile avventura? Per dare una tomba al suo sovrano considerato un Dio? Le tombe già esistevano ed erano anche complesse, le mastabe reali spiccavano per la loro magnificenza, e dove il corpo del sovrano veniva giustamente affidato alla terra. Nella Piramide di Cheope sappiamo che non è mai stata trovata traccia di sepoltura. Inoltre la struttura stessa della piramide, in modo particolare quella interna, così complessa e diversa dalle altre, ci induce a sollevare numerosi dubbi. Le sepolture, prima e dopo Cheope, venivano sempre fatte dagli Egizi nelle profondità, nelle viscere della Terra, mai ad un livello superiore del terreno che rappresentava l’orizzonte, la linea di separazione fra il Cielo e la Terra. <<…….Terra, inghiotti quello che è uscito da te…….>>, (dai testi delle piramidi). Perché mai dunque Cheope, e solo lui, avrebbe deciso di farsi seppellire lassù in alto? E se la Piramide non fosse una tomba? Ma se non era una tomba, allora cos’era? Mi piace a questo punto usare le parole del poeta: ”Ai posteri l’ardua sentenza”, già………ma i posteri siamo noi! A questo punto abbiamo concluso il discorso riferito alla Grande Piramide in quanto tale, ma la piramide era solo una parte del complesso funerario del faraone Cheope, certo la più importante, ora vedremo di farci un giro intorno ad essa per vedere cosa ci attende fuori.

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Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – LA COSTRUZIONE

Di Piero Cargnino

Per quale ragione Cheope abbandonò la necropoli reale di Dashur non ci è dato a sapere, probabilmente perché non vi era più spazio né per il grande complesso che aveva in mente di costruirsi né disponibilità sufficiente di calcare per la sua costruzione ma ancor più forse perché i suoi architetti avevano sondato il suolo presente a Dashur riscontrando che la struttura scistoargillosa del fondo avrebbe compromesso la stabilità della piramide. La scelta cadde dunque su Giza dove un grande sperone roccioso, costituito da roccia calcarea, dall’altopiano si affaccia sulla Valle del Nilo.

L’incombenza di curare la costruzione Cheope l’affidò al suo grande architetto Hemiunu, visir, architetto e sacerdote, di cui abbiamo già parlato nell’introduzione. Fu lui a scegliere la piana di Giza che offriva sia un sottofondo stabile, che una abbondante quantità di calcare di ottima qualità per la costruzione della piramide, che da quasi 5000 anni domina le propaggini rocciose del deserto libico.

Il sito si trova all’inizio del Deserto Occidentale e misura 1,5 per 2 km con un dislivello verso sud-ovest di circa 40 metri. Il suolo su cui poggia la piramide sovrasta di circa 40-50 metri il livello del Nilo in modo tale da offrire una maggiore imponenza all’edificio.

In origine la piana non era proprio piana, si presentava parecchio accidentata con una naturale pendenza di circa 5 gradi. Hemiunu fece dapprima spianare il sito prescelto e, grazie all’immenso lavoro di sbancamento degli operai egiziani, l’altopiano di Giza venne trasformato in una piana dal fondo roccioso e adatto a sopportare il peso che si sarebbe accumulato con la costruzione della piramide. Un simile intervento, con tutte le difficoltà che deve avere rappresentato per un popolo che non conosceva la ruota ne la carrucola, non può che stupirci almeno quanto la costruzione della piramide stessa.

Il sito venne spianato per fornire una superficie pressoché orizzontale; ma non completamente. Studi approfonditi hanno confermato che la piramide incorpori una collinetta di 10–15 m. di altezza dal livello di base perimetrale.

Se a questo aggiungiamo che al di sotto della piramide si trova una camera inferiore non ultimata, si è portati a credere che la piramide sia stata costruita sopra una più piccola piramide o una mastaba preesistenti.

Oggi le fondamenta della piramide presentano un dislivello di circa 2 centimetri, ma tenuto conto del catastrofico terremoto del 1301 a.C., si può tranquillamente pensare che in origine la piramide fosse perfettamente livellata. E veniamo ora alla Grande Piramide vera e propria. Per coloro che ancora non lo sapessero precisiamo che il termine “piramide” è un nome d’origine incerta, deriva dal greco pyramis che significa letteralmente “della forma del fuoco”, ovvero simile a quella della fiamma, larga alla base e terminante a punta, ed è un nome col quale i greci chiamavano un tipico dolce di farro e miele, di forma appuntita.

Secondo alcuni il nome deriverebbe invece dall’assonanza del termine greco con il nome egizio per-em-us, (ciò che va in alto), termine che compare nel Papiro matematico di Ahmes, meglio noto come il Papiro di Rhind, per indicare l’altezza della piramide.

Al contrario delle piramidi dei faraoni che seguirono Micerino, costruite con materiali più scadenti che non hanno resistito più di tanto al passare dei secoli, quelle precedenti, nonostante abbiano affrontato terremoti, e siano state oggetto di saccheggi e devastazioni di ogni tipo, addirittura ridotte a cave di pietra, ancora si presentano più o meno in tutta la loro magnificenza grazie all’uso del calcare al posto dei mattoni di fango del Nilo che saranno utilizzati successivamente anche perché più economici. Il celebre egittologo Mark Lehner ha individuato a circa 300 metri a sud-est della costruzione la cava dove venivano estratti i blocchi di calcare.

<< Questo è il disegno della più straordinaria creazione architettonica che io abbia mai visto e non credo che sia possibile superarla >>,

esclamò Johann Wolfgang von Goethe quando, nel 1787 a Roma, vide il disegno della Grande Piramide tracciato dal viaggiatore francese Louis Cassas. La Grande Piramide, la prima delle sette meraviglie del mondo antico e l’unica giunta fino a noi, un antico detto arabo recita:

“L’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi”.

E le piramidi sono ancora lì. Per ora!. Fin dall’antichità hanno affascinato numerosi autori storici quali Erodoto, Strabone, Diodoro, Plinio e molti altri.

<<……..è attraverso opere come queste che gli uomini ascendono agli dei, oppure gli dei vengono giù dagli uomini……..>>

affermò Filone di Bisanzio nel III secolo a.C. Ora sul fatto che fosse o meno la tomba di Cheope non intendo pronunciarmi, ma sentiamo cosa ne pensavano gli antichi storici, Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, racconta:

<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.

Diodoro Siculo, che si recò in Egitto intorno al 60 a.C., descrive le piramidi nel suo Bibliotheca Historica affermando che:

<<………. la più grande delle tre piramidi fu eretta in onore del secondo faraone della IV dinastia che alcuni hanno riportato come Cheops, Sufis o Khufu……….>>.

Con tutti i dubbi che ci possono essere, con tutte le obiezioni avanzate da molti, noi continueremo a chiamarla come viene chiamata da millenni, la Piramide di Cheope.

Come ci siamo chiesti nell’introduzione, in quanti anni fu costruita? Sappiamo dalle “Storie” di Erodoto di Alicarnasso, del quale però va detto che non è considerato una fonte del tutto affidabile per l’antico Egitto, che occorsero 10 anni per costruire la rampa processionale e 20 per costruire la piramide.

Plinio come Diodoro Siculo parlano di 20 anni. E’ interessante la testimonianza di Diodoro Siculo che afferma che la costruzione della piramide durò 20 anni ma aggiunge che il lavoro è stato possibile grazie all’uso di “terrapieni” che crescevano con la piramide agevolando così la messa in opera dei blocchi non avendo a disposizione macchine in grado di sollevare i blocchi di costruzione, l’idea non sarebbe da scartare.

Diodoro però esprime inoltre la sua perplessità sul fatto che, data l’imponenza che dovevano avere i “terrapieni”, non sia rimasta alcuna traccia del materiale usato per i terrapieni ne quello di risulta del lavoro di levigatura dei blocchi attorno alla piramide. Conclude con una bella espressione:

<<…….sembra che la piramide sia stata collocata in quel luogo, in mezzo alla sabbia, “dalla mano di un Dio”…….>>.

Diodoro racconta che la piramide era ancora in ottime condizioni quando la vide ad eccezione della parte superiore che non presentava più il pyramidion ma una piattaforma di 6 cubiti (circa 3 metri). C

ome già accennato nell’introduzione, i 2.500.000 blocchi di roccia calcarea avrebbero dovuto essere sistemati in opera al ritmo di uno ogni 4 minuti circa, giorno e notte per tutti i 20 anni. Per la precisione si stima che di tutti i blocchi utilizzati nella costruzione il 90% circa di essi sia dell’ordine di 1 metro cubo, con peso variabile tra 800 e 1200 kg., l’8% da 1 a 3 metri cubi, pesanti 2,5 – 4 tonnellate.

Tutti questi blocchi sono di calcare mentre per la Camera del Re, le Camere di Scarico e la Grande Galleria sono stati impiegati enormi monoliti di granito del peso variabile da 25 fino ad oltre 80 tonnellate estratti dalle cave di  Assuan e trasportati via fiume e qui perfettamente lavorati e levigati.

Ma il grosso del lavoro consisteva nell’impilare i blocchi, le piramidi dovevano essere costruite a strati dal basso verso l’alto. Nessuno sa con certezza come questi blocchi venissero sollevati.

E’ doveroso fare un accenno a quanto emerso dopo i lavori eseguiti dal team di scienziati del progetto egiziano-internazionale ideato e guidato dall’Università del Cairo e dai francesi del HIP (Heritage Innovation Preservation) ScanPyramids. Il progetto mirava a scansionare le piramidi e rilevare eventuali anomalie termiche che avrebbero rivelato la presenza di vuoti e strutture interne sconosciute.

In effetti la scansionatura della piramide ha dato risultati sorprendenti, nella piramide esisterebbero numerosi “vuoti”. Le cavità che gli scienziati di ScanPyramids hanno rilevato dentro la Piramide di Cheope non sono una nuova scoperta secondo il famoso egittologo Zahi Hawass, ex Ministro delle Antichità. << La piramide è piena di buchi già noti, e comunque non è corretto parlare di nuovi passaggi o camere segrete, ma solo di anomalie o cavità…….>>.

Certo che se, come afferma Hawass, la piramide è piena di buchi viene spontaneo pensare che i blocchi non siano più 2.500.000, cosa che ridurrebbe i tempi di costruzione di non poco.

Ma ora torniamo al problema del reperimento, trasporto e sistemazione dei blocchi. Come detto sopra alcuni esperti ritengono che gli egiziani li trascinassero sulla sabbia facendoli scorrere su grossi tronchi di legno, o su slitte trainate da decine di persone, per poi salire lungo enormi rampe di sabbia per arrivare a sistemarli al loro posto. Le teorie delle rampe sono molte, vediamone alcune delle principali.

  1. La rampa diritta: consisteva in una lunga rampa che partendo dagli strati inferiori veniva completata, a mano a mano che il livello saliva, in altezza a di conseguenza in lunghezza. Con questo tipo di rampa si presenterebbe un problema non indifferente. La pendenza non avrebbe dovuto essere eccessiva, altrimenti le pur forti braccia umane non avrebbero potuto trascinare massi di quel peso, peggio se per lubrificare la pista veniva sparso limo viscido del Nilo, i massi avrebbero facilmente potuto scivolare verso il basso trascinando pure gli operai. Quindi la rampa avrebbe dovuto avere una leggera pendenza, gli esperti la calcolano intorno al 10% al massimo. Fatti due calcoli, con quella pendenza, per arrivare a 146 metri di altezza, la rampa avrebbe dovuto essere lunga oltre un miglio (poco meno di 2 chilometri), costruita con materiale robusto per sopportare il peso, il suo volume sarebbe stato almeno tre volte superiore a quello della piramide.
  2. Una rampa che si snodava poggiando su una faccia della piramide procedendo a zig zag per ridurre la pendenza (no comment).
  3. La rampa avvolgente che partendo dalla cava di pietra a sud-est proseguiva lungo i lati della piramide, in questo caso, oltre al volume enorme che avrebbe comportato bisogna considerare la complessità per gli operai nel curvare ad ogni angolo. 
  4. La rampa a spirale interna, questa prevedeva una rampa esterna per il primo 30% della piramide, quindi sarebbe proseguita con una rampa interna fatta di pietra che sarebbe servita per portare i blocchi ai livelli superiori, in questo caso il problema è più complesso e preferisco non addentrarmi.

Va precisato e non trascurato che l’impiego di rampe, siano esse diritte che avvolgenti deve aver creato un altro grosso problema, la successiva rimozione di tutto il materiale delle rampe il cui volume, come detto, non era certo trascurabile e del quale non esiste traccia.

Abbiamo parlato di rampe per mezzo delle quali gli operai potevano salire trascinando i blocchi di calcare. Su questo punto ci sarebbe ancora una riflessione da fare, immaginiamo che per trascinare blocchi da 1 a 4 ton, occorressero almeno dieci persone, ci troveremmo di fronte ad una processione di squadre che, a breve distanza l’una dall’altra, salgono la rampa con il loro blocco ma nel frattempo un’altra processione di squadre di operai che, dopo aver depositato il blocco devono scendere. Tenendo sempre presente il ritmo con il quale i blocchi dovevano essere sistemati al loro posto: uno ogni quattro minuti circa, dobbiamo immaginare che la rampa avrebbe dovuto avere una larghezza tale da permettere il traffico di andata e ritorno degli operai. Le rampe diventavano quindi ancora più massicce con un volume di materiale enorme per la loro costruzione, più salivano e più dovevano espandersi in lunghezza ed in larghezza. Se pensiamo che il materiale di cui erano formate le rampe era sabbia e ghiaia queste necessitavano di sponde rigide di materiale più robusto (pietre) per fare da argine.

Torniamo ai nostri operai che stanno trascinando i loro blocchi di calcare. Dopo aver trascinato i blocchi fin sotto la costruzione, ed eseguito le operazioni di rifinitura, gli operai dovevano sollevare e trascinare i blocchi in sito, spostarli fino a farli combaciare e se questi ancora non combaciavano alla perfezione procedere ad una ulteriore rifinitura, a questo punto devono necessariamente aver fatto ricorso ad un ingegnoso sistema di leve decisamente robuste, non a semplici pali di legno. Racconta Erodoto nelle sue “Storie”:

<<…..quando si giunse a tal punto della costruzione, le rimanenti pietre furono sollevate con macchine fatte di “legni corti” (!). Venivano sollevate da terra sul primo ordine, da dove venivano tratte su un altro ordine con un’altra macchina. Le macchine erano altrettante quanti erano gli ordini dei gradini……..>>.

E’ evidente che, la costruzione di una “macchina” in grado di sollevare massi di quel peso, fatta con “legni corti” (?), presenta non poche difficoltà, pensare poi di averne una per ogni ordine, già di per se, presuppone conoscenze e disponibilità di mezzi non indifferenti anche tenuto conto che in Egitto il legname da costruzione era un materiale del tutto assente e per procurarlo occorreva organizzare spedizioni in Libano.

Se pensiamo a tutti questi problemi da affrontare viene spontaneo chiedersi: ma in realtà quanto tempo ci volle per costruire la Grande Piramide? Stuart Kirkland Wier del Denver Museum of Natural History, sul “Cambridge Archaeological Journal”, (aprile 1996), ha ipotizzato che la piramide abbia richiesto circa 23 anni di lavoro, il che cambia poco rispetto a quanto affermato dagli storici greci. L’esecuzione dell’opera ci porta ad immaginare un immenso cantiere, anzi più di uno.

Le cave dovevano brulicare di operai, alcuni intenti a staccare i grandi massi dalle pareti della cava, altri a spezzare questi blocchi per renderli più maneggevoli,  altri ancora a procedere alla sgrossatura dei massi più piccoli ricavati dalla frantumazione di quelli più grandi. Intorno ferveva un lavorio di persone intente alla preparazione dei blocchi per il traino, squadre che partivano cariche ed altre che tornavano pronte a ripartire. Un altro grosso cantiere, sicuramente più di uno, doveva trovarsi nei pressi della piramide dove altre squadre di operai scalpellini rifinivano i blocchi secondo la forma necessaria per incastrarli gli uni con gli altri, di qui poi partivano le squadre che salivano le rampe.

C’è da chiedersi che tipo di organizzazione doveva essere in grado di coordinare il tutto. Occhio, stiamo parlando solo delle operazioni pratiche direttamente rivolte alla sistemazione dei blocchi. E’ stato stimato che, per la piramide di Cheope, fossero necessarie non meno di 20-25.000 persone che lavoravano in turni di lavoro alternati. A questo punto dobbiamo porci un altro problema importante, la logistica. La logistica doveva innanzitutto provvedere alla sistemazione dei blocchi in arrivo evitando grossi depositi che avrebbero intralciato il lavoro, fabbricare nuovi utensili da lavoro e riparare quelli rotti nel minor tempo possibile, coordinare il ricambio della turnazione delle squadre, ma non solo, gli operai dovevano anche mangiare, bere, riposarsi, fare i loro bisogni, squadre di medici dovevano essere pronte per ovviare ai numerosi infortuni che si saranno verificati, portatori o portatrici d’acqua rifornivano gli operai, donne, e forse anche uomini, dovevano confezionare quel poco di abbigliamento per tutti.

Ed a tutto questo doveva provvedere un’altra organizzazione non certo meno importante di quella della costruzione della piramide. Nelle campagne doveva svolgersi un febbrile lavoro di semine e raccolti, molte persone dovevano curare la preparazione del cibo per sfamare tutta quella gente, e sul fatto che questi venissero ben nutriti non ci sono dubbi, il corpo di un operaio doveva essere perfetto per poter svolgere il proprio duro lavoro (altro che schiavi malnutriti frustati e maltrattati). Un bel lavoro, che ne dite?.

Teniamo conto inoltre che la piramide non è un solido pieno, un mucchio di pietre perfettamente sistemate ma pur sempre solo un mucchio di pietre. Ma invece non è così, a complicare le cose va detto che, come si sa, la piramide di Cheope al suo interno cela un intricato sistema di cunicoli ascendenti e discendenti, la Grande Galleria, la camera della Regina e quella del Re dalle quali si dipartono obliquamente due “condotti di aerazione” per ciascuna camera, inoltre sulla camera del Re si innalzano le “camere di scarico”.

Di recente si è parlato dell’esistenza di un’ulteriore camera situata sopra alla Grande Galleria. Tenuto conto di quanto detto dal famoso egittologo Zahi Hawass, capo del progetto ScanPyramids per conto del Ministero egiziano delle Antichità, la Grande Piramide sarebbe piena di vuoti. Dieter Arnold, autore del libro ‘Building in Egypt: Pharaonic Stone Masonry’, ha menzionato degli spazi vuoti nella piramide dovuti alle tecniche di costruzione e questi si troverebbero sopra l’ingresso che porta al corridoio discendente e sopra tutti i passaggi, inclusa la Grande Galleria. Il team  del progetto ScanPyramids ha pubblicato un video sul lavoro svolto dove emergono chiare le due cavità scoperte nel 2016. Hawass ha aggiunto:

<< Pensiamo che il Ministro delle Antichità Khaled El-Enany abbia nominato questo comitato scientifico per riesaminare questo lavoro, perché è importante che questi dati vengano rivisti da una squadra che ha trascorso la propria vita lavorando all’interno e intorno alle piramidi >>. 

Abbiamo parlato dei costruttori della piramide, penso sia il caso di spendere due parole per quei poveri diavoli che ci hanno lavorato. Plinio e Diodoro Siculo concordano nell’affermare che per la costruzione occorsero non meno di 360.000 uomini che lavoravano a turno per 20 anni. Erodoto racconta che gli operai impiegati erano 100.000 che lavoravano con turni trimestrali. Oggi molti studiosi pensano che fossero necessarie non meno di 20-25.000 persone che lavoravano a turno.

Comunque sia, e mi ripeto, a costruire la piramide sono stati gli operai egiziani, da sfatare e considerare falso il fatto che a costruirla siano stati degli schiavi oltretutto maltrattati. La manodopera specializzata, in primis, lavorava tutto l’anno in piena libertà mentre la manovalanza era costituita dai fellàhin (contadini di bassa estrazione) che nel periodo dell’alluvione (luglio-settembre), e non solo, prestavano la loro opera a pagamento per il lavoro svolto. Ovvio che il lavoro era durissimo e pericoloso e la sicurezza era quello che era, la disciplina era massima e non bisognava sgarrare, il coordinamento di una massa simile di lavoratori, come già detto, doveva essere molto complessa e non ci si poteva permettere errori. Certo non ricevevano l’accredito sul conto corrente ma erano stipendiati con derrate alimentari, vestiario e quant’altro occorresse alla loro famiglia.

Ora che abbiamo precisato quanto doveroso nei confronti del popolo egizio, torniamo ad esaminare le difficoltà che sono state affrontate per portare a termine un lavoro così mastodontico. Il grosso del lavoro non si limita ai massi di 1 o 4 ton., se teniamo conto che la Grande Galleria, la camera del Re e le camere di scarico sono fatte con blocchi di granito il cui peso varia dalle 70 alle 80 ton. dobbiamo fermarci a riflettere. La costruzione comportava che tutti i vuoti interni della piramide crescessero con la piramide stessa, pertanto era necessario procedere all’allestimento delle varie camere e gallerie interne con i blocchi di granito in contemporanea con la posa in opera dei massi di calcare. Questo ci porta all’ovvia interpretazione che ciascun blocco di calcare necessitava sicuramente ancora di una ulteriore rifinitura in loco per potersi adattare perfettamente ai ciclopici blocchi di granito.

Se vogliamo fermarci a riflette un attimo e pensare ai blocchi da 40 fino a 70 tonnellate della “camera del re”, non possiamo fare a meno di constatare che le suddette operazioni appaiono ai limiti della fisica costruttiva. Una ponderata riflessione ci porterebbe a considerare che gli egizi, all’epoca del faraone Cheope, non sarebbero stati in grado di realizzare una simile costruzione perché non vi erano le condizioni tecniche e tecnologiche necessarie per costruire un’opera colossale di quel tipo in soli 20 anni ma forse anche in molti di più.

Il ricercatore indipendente, dott. Diego Baratono afferma, nella sua opera, che << per estrarre, lavorare, ruotare, capovolgere, spostare sulle slitte, trasportare verso la piramide, poi affrontare la rampa inclinata, arrivare alla quota prevista, posizionare con precisione millimetrica blocchi dal peso di 1 ton. fino a 4 ton,, il tutto senza l’ausilio nemmeno della più rudimentale carrucola, diventa un’operazione da sottoporre ad un attento studio di fattibilità >>.

Come abbiamo potuto constatare il lavoro si presentava assai complesso e non di facile esecuzione, ma la piramide c’è e qualcuno deve pur averla costruita. Per il momento accontentiamoci di prenderne atto limitandoci a considerare ciò che ci dicono gli egittologi accademici senza però trascurare di gettare un occhio anche alle teorie dei “piramidioti” (definizione leggermente offensiva comunque non mia), che spesso tanto idioti poi non lo sono. Adesso proviamo ad iniziare dal lavoro nelle cave dove venivano estratti e scolpiti i blocchi sia di calcare che di granito. Secondo alcuni studiosi le pietre necessarie per la costruzione sarebbero state ricavate utilizzando dei cunei di legno infissi in appositi fori e poi successivamente bagnati in continuazione in modo che dilatandosi spaccassero la roccia, possibile sia nel calcare che nel granito, questo è stato dimostrato.

Bene, a questo punto però si trovavano di fronte a degli enormi massi dalle forme più varie che necessitavano di essere ulteriormente ridotti. Massi che presentavano notevoli irregolarità per cui occorreva un duro lavoro di scalpellatura per ottenere dei massi sufficientemente squadrati, pressappoco delle dimensioni volute, circa un metro cubo. Questi poi venivano trasportati nel cantiere dove venivano perfettamente levigati in modo da poterli far combaciare con gli altri. E qui stiamo parlando di calcare, reperibile in tutta la piana di Giza (ad esclusione del calcare di Tura che si trova a circa 25 km di distanza), definito semiduro nella scala di Mohs (di grado 3-5).

Faccio una breve parentesi per chi non la conoscesse, la Scala di Mohs è un criterio empirico per la valutazione della durezza dei materiali e fu ideata dal mineralogista tedesco Friedrich Mohs nel 1812, in essa vengono elencati i minerali secondo il loro grado di durezza progressivamente da 1 a 10, il primo minerale della serie è il talco l’ultimo il diamante.

I massi di calcare, del peso variabile da 800 kg. a 4 ton. cadauno, costituiscono il 97% di tutto il materiale usato. Avendolo sperimentato personalmente vi garantisco che è già un’impresa lavorarlo con scalpelli di duro acciaio temprato, al vanadio o addirittura widia, percossi con mazzette di acciaio forgiato da 1,5 chilogrammi. Ricordiamo che, a quanto ci risulta dai reperti gli antichi egizi disponevano, al più, di scalpelli in bronzo, indurito addizionando arsenico allo stagno ed al rame, che percuotevano con i famosi mazzuoli di legno (!). Con tali attrezzi avrebbero sgrossato e lisciato due milioni e mezzo di blocchi di calcare.

Ma ora passiamo al granito il cui grado di durezza varia da 5 a 7 nella scala di Mohs; di granito sono fatti i massi più grossi pesanti dalle 20 alle 70-80 ton. perfettamente squadrati e levigati a tal punto che nelle interconnessioni tra un masso e l’altro non ci passa un foglio di carta.

Va ricordato che con l’enorme quantità di pietra lavorata in tutto l’Egitto, dalla preistoria ad oggi, da centinaia di migliaia di operai, gli attrezzi ritrovati, scalpelli e martelli, non sono poi così tanti come si potrebbe supporre ma soprattutto sono sempre e solo in rame o bronzo, per non parlare poi dei martelli che come detto erano in legno o tutt’al più in pietra.

Di ferro non se ne parla, come noto a tutti in Egitto il ferro era praticamente sconosciuto, so già che qualcuno è pronto a ribattere che non è vero perché la lama del famoso pugnale trovato nella tomba di Tutankhamon era di ferro, lo dicono tutti gli studiosi. Certo che era di ferro ma non di quello trovato nelle miniere come oggi, quello utilizzato per il pugnale era di ferro meteoritico, non certo abbondante in natura. Per chi è inesperto il ferro meteoritico è quello delle meteoriti cadute in Egitto come altrove, si distingue dal ferro comune in quanto consiste in una lega di ferro e nikel.

I minerali più comuni dai quali si può estrarre il ferro che tutti conosciamo, tramite lavorazioni specifiche, sono la pirite, l’ilmenite e la goethite. In natura si può trovare solo come ossido di ferro quali la magnetite e l’ematite. Sia il minerale che l’ossido di ferro, ancorché fossero stati in grado di trovarlo, gli egizi non avrebbero potuto lavorarlo in quanto non erano ancora in possesso della tecnologia necessaria a raggiungere, nei loro forni, temperature così alte da fonderlo (1538°). Quel poco ferro meteoritico che lavoravano veniva scaldato a temperature raggiungibili coi loro forni, 700-800 gradi, poi battuto, si ma con cosa? (mazzuoli di legno o con pietre dure?). Lascio a voi ogni considerazione.

Per la cronaca il ferro naturale arrivò in Egitto portato dagli Ittiti che si imposero intorno al 1300 come nuova superpotenza della zona grazie a due innovazioni belliche fondamentali: le armi in ferro ed il cocchio da guerra. Non pensate però che sia finita li, sugli egizi, ed in particolar modo sulle loro colossali costruzioni, non finiremo mai di stupirci. Tornando al lavoro intorno alla piramide per mezzo delle rampe, non possiamo non pensare che trascinare fin lassù gli enormi blocchi di granito  per poi farli combaciare con quelli di calcare con precisione maniacale parrebbe inspiegabile.

I GEOPOLIMERI

Proviamo ad esaminare un’ipotesi che forse è balzata alla mente anche di alcuni di voi. Si tratta tutt’altro che di un’ipotesi da “piramidiota” ma bensì un’ipotesi che nella sua stranezza non è del tutto da scartare e che (personalmente) ritengo molto interessante. Lo scienziato francese Joseph Davidovits, studioso della scienza dei materiali, sulla fine degli anni 70, ha formulato l’ipotesi che i blocchi di calcare non siano di pietra scolpita ma di un composto di polimeri inorganici detti “geopolimeri”.

Formato da una miscela di allumino e silicati (sabbie silicee presenti nel deserto egiziano), soluzione alcalina (calce aerea) ed eventuali additivi, l’impasto genera una reazione chimica che lo fa indurire, a temperatura ambiente, simile a quella del calcestruzzo.

Secondo Davidovits il composto veniva poi “gettato” all’interno di appositi casseri (stampi costruiti in legno) riutilizzabili della forma dei massi. In questo modo, con l’utilizzo di numerosi casseri contemporaneamente, si sarebbero potuti realizzare numerosi blocchi tutti insieme lavorando in più punti della costruzione con un notevole risparmio di tempo e di lavoro; una cosa è trascinare blocchi pesanti su di una rampa, altro è trasportare ceste colme di impasto. Dopo alcuni giorni era possibile rimuovere i casseri e procedere oltre.

A puro titolo personale, possedendo una breve esperienza di edilizia, ed avendo lavorato al Servizio Elettrico Nazionale, posso dire che questa è in effetti la tecnica usata, più in grande, con casseri enormi e con il calcestruzzo, nella costruzione delle dighe di sbarramento per le centrali idroelettriche. Sono pertanto del parere che l’ipotesi sia interessante ancor più di quella delle rampe con la differenza che ridurrebbe notevolmente i tempi di costruzione con una fatica immensamente inferiore.

Michel Barsoum, scienziato e ricercatore americano di scienze dei materiali, sostenitore della tesi di Davidovits, utilizzando una microscopia elettronica a scansione su campioni di blocchi della piramide, ha scoperto che al loro interno sono contenuti composti minerali e bolle d’aria che non si dovrebbero trovare nel calcare naturale.  Penso sia inutile dire che il  Mainstream accademico non ha accettato il metodo di Davidovits nonostante oggi il composto di “geopolimeri” sia ormai diffuso. (Personalmente sto approfondendo l’argomento).

Durante un mio viaggio a Giza ho osservato direttamente da vicino la superficie dei massi della piramide e debbo confessare che l’ipotesi non mi pare poi così assurda. (opinione personale).

Ovvio che con questo metodo non si spiega comunque come vennero issati fin lassù gli enormi blocchi di granito da circa 80 ton. che formano la Grande Galleria, la Camera del Re e le Camere di scarico, questi sono veramente in duro granito ma riflettendoci possiamo dire che, comunque siano arrivati fin lassù i blocchi di granito, con la tecnica dei geopolimeri si trattava solo più di far aderire la malta ai blocchi.

Il vertice della piramide doveva consistere in un appariscente pyramidion che si  evidenziasse per la sua magnificenza. Il suo peso stato stimato sarebbe stato di circa 7 ton. di puro granito completamente rivestito d’oro così da essere visto da molto lontano per il riflesso dell’intensa luce del sole. Secondo alcuni studiosi invece la cima della piramide è sempre stata piatta e su di essa ci fosse un tempietto o qualcosa di comunque vistoso. Questo non lo sapremo mai.

LE TEORIE

Dopo aver analizzato le attrezzature, gli strumenti ed i mezzi di cui disponevano gli antichi egizi, a parer mio e di molti, del tutto inadeguati ad eseguire lavori del genere, ci si chiede, ma allora come hanno fatto a costruire un’opera così imponente? Non lo so! E il bello è che non lo sa nessuno. 

Teorie ce ne sono a iosa sia “maggiori” che “minori”. Abbiamo parlato delle rampe, dove, avvalendosi di slitte, rulli, leve, corde, palanchini e quant’altro gli operai avrebbero trascinato i grossi massi, ma, alla luce dei problemi che questo avrebbe comportato, non possiamo affermare con certezza che sia una di queste la soluzione. Altro elemento, la cui importanza è fondamentale, è appunto la lavorazione dei massi di calcare ma ancor più quelli di duro granito di cui ne abbiamo parlato nel precedente articolo.

Ci sono molte altre teorie definite “minori” se non addirittura “eretiche” o fantascientifiche. Le esamineremo evitando inutili commenti, che non porterebbero alcun giovamento, ma nel pieno rispetto di chi le ha formulate e nelle quali crede.

La prima è quella dello storico greco Erodoto di Alicarnasso, di cui abbiamo già parlato, che racconta dei “corti tronchi di legno” senza chiarire bene come questi venissero usati ne dove sarebbero stati reperiti.

L’architetto francese Jean-Pierre Houdin ha proposto una teoria che parla di rampe interne al corpo della piramide. Nel 2007 presentò una sua teoria realizzata con un sistema in 3D che usufruiva di un software della Dassault System per mezzo del quale giunse alla seguente conclusione:

<< In un primo momento sarebbe stata costruita una rampa esterna con la quale sarebbero stati completati i primi 43 metri. Da qui, la realizzazione di una seconda rampa all’interno della piramide, larga 1,8 metri e con una pendenza del 7%, avrebbe permesso il sollevamento dei blocchi sino in cima (?) >>.

Audace e intrigante nello stesso tempo, l’ipotesi di Houdin rimane non dimostrata, un egittologo dell’UCL (University College of London) l’ha definita “inverosimile e orribilmente complicata”. Secondo l’amico Arch. Marco Virginio Fiorini l’idea di base principale è quella di aver previsto la costruzione di una “piramide interna” più piccola da cui fare il tracciamento volumetrico senza il quale è impossibile costruire in modo regolare. Anche questa è una teoria interessante, personalmente la ritengo un tantino azzardata. Ci tengo a sottolineare che queste teorie possono anche dimostrare come si sia potuto procedere ma entrambe prescindono dal fattore tempo, non dimentichiamo che i blocchi sono sempre circa 2,5 ml.

Un breve accenno alle teorie cosiddette “eretiche” ma che spesso ci inducono a riflettere. Una di queste, proposta in numerose varianti, è quella di una civiltà precedente. Cito quella formulata da Michael A. Cremo il quale sostiene che gli esseri umani hanno vissuto sulla Terra per milioni di anni prima di noi. Nel suo libro “Archeologia proibita”, Cremo sostiene l’esistenza dell’uomo moderno sulla Terra da 30 a 40 milioni di anni fa (e questi si sarebbero estinti senza lasciarci nulla della loro presenza sulla Terra se non le piramidi?. Inutile dire che gli studiosi tradizionali hanno criticato le sue opinioni definendolo uno pseudoscienziato.

Ora passiamo dalle antiche civiltà scomparse agli extraterrestri, o alieni come preferite. Non mi dilungherò sull’argomento già sufficientemente trattato da scrittori e studiosi quali Alford, Sitchin, Bauval, Hancock, Wilson, Von Daniken ed altri i cui testi sono facilmente reperibili.

Torniamo ora alla Piramide che, con i suoi 230 metri circa per lato di base, forma un quadrato quasi perfetto, (la differenza è di pochi cm.), si innalza verso il cielo per 146 metri con un’inclinazione di 51° 50′ circa.

Le sue facce sono perfettamente allineate coi punti cardinali. In origine possedeva un rivestimento in calcare bianco che copriva tutte e quattro le facciate costituito da 115.000 pietre lucidissime, ciascuna del peso di circa 10 tonnellate. Il rivestimento in parte si staccò, molto probabilmente a causa del violento terremoto del 1301 a.C., il restante venne staccato dai cavatori di pietre, ed i blocchi vennero utilizzati per la costruzione di edifici del Cairo. 

Per quanto riguarda le facce della piramide, Maragioglio e Rinaldi hanno verificato che le 4 facce non sono piatte come ci si potrebbe aspettare, ma, ad un occhio attento, si presentano concave, cosa che era già stata evidenziata da Edgar P. Jacobs.

Secondo l’arch. Fiorini la concavità delle facce sarebbe stata volutamente creata per ragioni soprattutto statiche e, perché no, anche estetiche. Per quanto riguarda quelle statiche rimando alla lettura del suo libro, mentre per quelle estetiche c’è da dire che la concavità delle facce mette effettivamente in risalto gli spigoli. Questa tecnica permette di valorizzare la forma geometrica, evitare l’effetto spanciamento, che appesantirebbe tutta la costruzione oltre che a camuffare eventuali irregolarità delle facce.

Finora abbiamo parlato di altezza e lunghezza dei lati della piramide ma certamente qualche lettore un po’ più esperto si starà ponendo un’altra domanda, come veniva tracciato il piano della base? Un edificio di 146 metri deve poggiare su un piano perfetto, ma gli egizi non possedevano ancora le moderne livelle a bolla d’aria.

Questo no, ma gli architetti egizi, già più di 4000 anni prima che l’ingegnere, fisico e matematico fiammingo, Simon Stevin, nel 1585 dimostrasse la sua teoria, conosciuta oggi come la teoria dei “vasi comunicanti” secondo la quale un liquido contenuto in uno o più recipienti comunicanti fra loro (o in un unico recipiente), in presenza di gravità, si dispone perfettamente sullo stesso livello sempre in piano perfetto. Quindi, prima di iniziare il primo piano di massi sicuramente scavarono un canale tutt’intorno alla base della piramide e lo riempirono d’acqua. Utilizzando la superficie dell’acqua come riferimento diventava molto semplice tracciare il piano dell’edificio.

Un’altra cosa da tenere in conto è che gli egizi conoscevano già la squadra a 90 gradi ed il filo a piombo per sistemare in modo perfetto ciascun masso.

Il FILO A PIOMBO: è un filo con peso attaccato alla fine e serve per capire se un muro è dritto.

Ora affrontiamo un altro problema: chi ha lavorato alla costruzione della piramide? Il mito che alla costruzione fossero impiegati migliaia di schiavi è da sfatare, nato forse da una forzata interpretazione del racconto biblico. L’Egitto dell’Antico Regno non faceva guerre, gli scontri militari si limitavano a respingere i nomadi libici o nubiani, a parte qualche scaramuccia con i beduini del Sinai, non si ventilava alcun pericolo. Un popolo che non è in guerra difficilmente possiede schiavi, a meno che non riduca il suo popolo in schiavitù, cosa da escludere nel modo più assoluto in Egitto di quell’epoca.

Nel II libro delle sue “Storie”, Erodoto non cita mai la parola schiavi, ma descrive:

<<……….un lavoro estremamente duro da parte di lavoratori oppressi……..>>.

Personalmente trovo la parola “oppressi” eccessivamente dura, anche se ovviamente non venivano trattati coi guanti, certamente non venivano frustati o maltrattati, come ci fanno vedere i grandi film Hollywoodiani. E’ interessante apprendere che questi operai e artigiani erano talmente rispettati che quando uno di loro moriva sul lavoro (e non erano pochi) veniva seppellito con tutti gli onori nella enorme ed intricata necropoli vicino alla piramide. ma non solo, nella piana di Giza si è scoperto di recente il “Villaggio degli Artigiani”, i veri costruttori delle piramidi e della necropoli a loro dedicata.

Un problema ulteriore si presentava al sovrano quando decideva di farsi costruire una piramide, il costo. Questo doveva essere interamente affrontato dalle casse dello Stato (che poi era il faraone). Il costo era notevole, certo il faraone non doveva acquistare il materiale lapideo in quanto egli era il padrone assoluto, doveva però sobbarcarsi il costo di allestire una flotta di navi per eventuali spedizioni in Libano per procurarsi il legname necessario. Ma il costo più alto era quello della mano d’opera, gli operai bisognava mantenerli, dissetarli, procurare le vettovaglie necessarie per loro e le loro famiglie, compreso il vestiario e le calzature, insomma un costo al quale non era possibile sottrarsi. Qualcuno ancora potrebbe accennare, erroneamente, che furono gli schiavi a costruire la piramide, nel qual caso sarebbe stato opportuno provvedere alle loro necessità per mantenerli in forze per poter lavorare..

A questo proposito ricorriamo al nostro “informatore” greco (anche se poco affidabile), a proposito dei costi per la costruzione della piramide, Erodoto riporta un curioso aneddoto circa i costi astronomici sostenuti per la costruzione, racconta che venne a sapere dai sacerdoti che

<<………Cheope, ad un certo punto si trovò a corto di risorse per completare il suo monumento, siccome per Erodoto Cheope era un terribile tiranno, la sua perversa malvagità giunse a tal punto che mandata la figlia in un postribolo, le ordinò di esigere una certa somma di denaro per ogni sua prestazione sessuale, quanto esattamente non lo dissero; ed essa compì gli ordini del padre, ma ella era astuta e, poiché era nelle sue intenzioni lasciare anche lei personalmente un monumento, ad ognuno che veniva presso di lei chiedeva di donarle una pietra. Con queste pietre, narravano, fu costruita la piramide che sorge in mezzo alle tre, dinanzi alla grande piramide……..>>

(questa, provenendo da Erodoto, penso sia il caso di considerarla pura leggenda).

Prima di addentrarci all’interno della piramide di Cheope, cosa che faremo scrutando i minimi dettagli costruttivi ed esaminando anche le nuove teorie recentemente avanzate, ritengo indispensabile un approfondimento su un argomento che costituisce la mia quarta domanda, “perché”?

Le spiegazioni degli studiosi sul perché venne costruita la piramide di Cheope che, al di la di tutto quello che è stato scritto, potrebbe essere stata la prima ad essere costruita, forse molto più in la nel tempo di quanto crediamo (pensiero personale). Il perché lo trovo nel fatto che è unica nel suo genere, non tanto come edificio ma per la sua struttura interna. Le camere cosiddette del re e quella della regina non rispettano il principio secondo cui il corpo del defunto <<…….appartiene alla terra, perché da essa è stato creato……..>>, mentre è l’anima che può salire in cielo.

La piramide di Cheope è l’unica in cui le camere sepolcrali stanno molto al di sopra della terra.

Tornando al perché, storici ed archeologi non hanno risposte certe, la maggior parte di essi propende per considerarla la tomba di un re, ma sono diverse le teorie che vedono nelle sette piramidi, fino a quella di Micerino, un altro scopo; purtroppo le testimonianze a noi pervenute permettono solo di azzardare supposizioni.

La cosa che appare più enigmatica è che queste prime sette piramidi non presentano alcuna traccia di geroglifici, a parte alcune eccezioni alquanto dubbie, o di altro che ci possa indurre a trarre conclusioni. Per contro va detto che almeno per l’inizio della IV dinastia non si era ancora affermato l’uso di decorare le tombe.

Secondo l”archeologia ufficiale la Grande Piramide sarebbe stata costruita come tomba per il faraone Cheope, opinione basata sul ritrovamento di alcune scritte, in una specie di geroglifico, ritrovate nelle cosiddette “camere di scarico” dove pare leggersi il nome di Khufu, secondo i sostenitori del fatto che la piramide sia una tomba queste scritte sarebbero annotazioni di cantiere sugli enormi blocchi di granito delle camere di scarico, ma di questo argomento ne riparleremo quando arriveremo alle camere di scarico. Secondo altri studiosi, questa, come tutte le piramidi precedenti e quelle successive fino a quella di Micerino compresa, potrebbero rappresentare solo cenotafi in memoria dei faraoni. Ma potrebbero anche rappresentare altro!

Le teorie sono molte, un esempio di egittologia alternativa afferma che le tre piramidi di Giza siano una sorta di mappa stellare. L’idea è stata avanzata per la prima volta dall’ingegnere e scrittore britannico Robert Bauval, che una sera, guardando il cielo, si convinse di aver fatto una scoperta epocale: le tre piramidi di Giza si trovano disposte in modo da corrispondere perfettamente alle tre principali stelle della cintura di Orione.

Bauval si prefigge di rappresentare la correlazione tra le tre piramidi di Giza e la cintura di Orione, pubblica una foto fantastica che ha girato in lungo ed in largo e tutti ci credono ma in realtà la foto è completamente falsa, ben lavorata con Photoshop. Come si può verificare osservando le Piramidi nella foto, questa è scattata da Sud verso Nord mentre la parte superiore con le stelle è vista al contrario, da nord verso sud. Senza contare che, anche in condizioni di massima visibilità, le stelle della cintura non sono mai così luminose. Da notare, inoltre, che dalla prospettiva della foto la cintura di Orione risulterebbe decisamente più piccola. Voler collegare il disallineamento delle tre piramidi di Giza al disallineamento delle stelle della cintura di Orione mi pare un po’ forzato (parere personale).

Nei Testi delle Piramidi viene specificato che il faraone come figlio di Ra, quindi divino ed immortale, al momento del decesso saliva tra le stelle imperiture circumpolari per sedersi accanto al padre suo che sta nei cieli. Vi si afferma che il re defunto non è destinato all’aldilà occidentale di concezione osiriaca, come tutti gli uomini, ma gli è riservato un più alto e glorioso destino solare ad Oriente.

IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DELLA REGINA MERESANKH III

Di Grazia Musso

Titoli principali : Figlia del re, Sposa reale di Chefren

IV Dinastia

La Mastaba di Meresankh ( o Mersyankhl III) è una delle più belle della necropoli per la qualità dei bassorilievi che, in molte parti, hanno conservato una buona policromia.

Questa principessa, era figlia di Kawab e di Hetepheres II, entrambi figli di Cheope, e sposò in seguito il fratellastro Chefren.

La tomba comprende due stanze rettangolari disposte in senso nord – sud

Nella prima le pareti sono decorate prevalentemente con scene agricole , nautiche, di caccia e pesca, di preparazione degli alimenti e di artigianato.

Meresankh ed Hetepheres sono rappresentate mentre colgono fiori di loto e cacciano con le reti gli uccelli delle paludi.

Sulla piccola porzione della parete est, a sinistra della porta d’ingresso, i bassorilievi illustrano la fabbricazione delle statue.

In questo settore vi è una scena di grande interesse, che raffigura un artista chiamato “Rehay” intento a dipingere una statua della regina, mentre al suo fianco si trova lo scultore “Inkaf”, nell’atto di modellare una seconda statua di Meresankh : non sappiamo se questi due personaggi siano realmente i principali decoratori della tomba, ma è certo che si tratta della prima volta in cui gli artisti sono rappresentati con i loro nomi.

Nella contigua parete sud si osservano tre nicchie contenenti sei statue scolpite in alto rilievo, raffiguranti sei personaggi maschili non identificabili con precisione.

Sul lato nord si notano due pilastri quadrangolari, al di là dei quali vi è un prolungamento della prima sala: qui, nella parte rocciosa è intagliata una vasta nicchia in cui sono state scolpite in alto rilievo dieci grandi statue di dimensioni decrescente da destra a sinistra, raffiguranti personaggi femminili : in assenza di iscrizioni individuabili, si presume che queste statue raffigurano la defunta, sua madre Hetepheres, la figlia Sjepseskau e le altre figlie di Meresankh

La parte ovest, nella cui parte sud vi è anche una stele falsa porta incompiuta, comincia con due ampie aperture con la contigua sala delle offerte: qui, al tema dell’agricoltura si affianca. quello del banchetto funebre con cantanti e musici ( parete nord), mentre sulla parete ovest vi sono ancora altre due nicchie contenenti due statue ciascuna, raffiguranti probabilmente Meresankh e sua madre Hetepheres, che fiancheggiano una seconda stele falsa porta.

In questa stanza si trova anche il pozzo che conduce alla camera funeraria, situata a una profondità di circa 5 metri, dove nel 1927 Reisner trovò il sarcofago in granito nero con la mummia della regina, che venne trasferito Museo del Cairo.

Fonte

Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – edizioni White Star

Fotografie

Egitto nel cuore e nella mente

Egypt Cradle of Civilization

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – LA PIRAMIDE

Di Piero Cargnino

Può sembrare strano iniziare un articolo con ben quattro domande ma cosa c’è di non strano nell’antica civiltà egizia. Generalmente queste domande me le pongo ogni volta che si parla della  Grande Piramide di Cheope anche se, a mio avviso, riguardano tutte le piramidi precedenti, già a partire da quella a gradoni di Djoser ed a quelle successive fino a quella di Micerino.

<< Chi?, Come?, Quando?, Perché? >>.

  1. Chi?. Chi l’ha costruita? Le teorie accademiche concordano che a costruirla furono gli antichi egizi.
  2. Come? Come è stata costruita? E qui di teorie ce ne sono molte ma prove certe nessuna.
  3. Quando? Quando, in che epoca venne costruita?. Le teorie ufficiali, assegnandola a Cheope, dicono nel 2560 a.C. In realtà non esiste alcun riferimento storico o archeologico che lo confermi, soprattutto per le piramidi di Giza, Sfinge compresa. Per contro alcuni studiosi asseriscono che la costruzione risalga a 12.500 anni fa senza però fornire indicazioni certe.
  4. Perché? Perché costruire un  monumento così complesso? La risposta parrebbe semplice, ne esistevano già altre sei per cui non ci sarebbe nulla di strano.

Esaminando la complessità di questa costruzione appare più che mai evidente che poco abbia in comune con le precedenti, se precedenti erano! E con quelle che seguirono.

Il perché della loro costruzione per gran parte degli studiosi è molto semplice, la piramide venne costruita come sepolcro del faraone Cheope. La speranza nella continuazione della vita nell’aldilà, la “Duat” per gli egizi, era tale per cui la ricerca dell’immortalità costituiva per i faraoni il punto focale della loro stessa esistenza. Fin dalle prime dinastie si radicalizzò il concetto che il faraone rappresentava sulla terra Horus il figlio del dio Ra ed era l’unico intermediario tra gli uomini e le divinità, un Dio che era sceso sulla terra per ritornare in cielo dopo la morte. Come tale a lui era riservata la vita eterna che si sarebbe svolta appunto nella Duat alla quale, dopo la sua morte terrena, il sovrano avrebbe avuto accesso. Con la IV dinastia questo concetto divenne così ossessivo per cui la tomba che ospitava il corpo di un Dio doveva essere imponente. Questa credenza, inculcata nella mentalità di quel popolo, ha permesso la costruzione di queste opere meravigliose destinate a durare all’infinito.

Ma qui il problema si complica, erano veramente le tombe dei faraoni? Almeno fino a quella di Micerino nulla lo conferma, non ci sono iscrizioni, sculture, o qualunque altra cosa che lo faccia pensare. Allora cercheremo, per quanto ci è possibile, di capire che, se non erano tombe, cos’erano?

Ho voluto dedicarmi a questa ricerca approfondita riguardo alla Grande Piramide per cercare di capire qualcosa di più allargando la visuale soprattutto su ciò che spesso viene ritenuto meno importante o troppo complicato per un pubblico di soli appassionati. Non credo che sia possibile avanzare con assoluta certezza risposte a quelle domande perché credo che in effetti non esistono risposte certe, solo supposizioni, certamente supportate da anni di studi e ricerche effettuate in loco da parte dei più famosi egittologi, ma prive di riscontri evidenti e dimostrabili (opinione personale). Come accennato nell’introduzione, quello che racconterò proviene dalle numerose fonti che ho consultato e non solo da quelle “ufficiali” ma anche quelle considerate “eretiche”, e sono molte, che non concordano con quelle accademiche. Trovandoci in un ambiente così misterioso ho pensato che valesse la pena considerare anche quelle che possono risultare decisamente improponibili. Ho approfondito le mie ricerche consultando anche i molti autori e scienziati che parlano di civiltà che sarebbero esistite in un tempo assai remoto e che avrebbero raggiunto un livello tecnologico almeno pari, se non superiore, a quello attuale, e non ho neppure trascurato coloro che avanzano l’ipotesi che le piramidi le abbiano costruite gli alieni, anche se con molto scetticismo. Per quanto mi riguarda limiterò la mia esposizione alle  teorie cosiddette accademiche, ne abbiamo già fin donde, le molteplici difformità che caratterizzano le teorie ufficiali ci offrono un quadro di quanto sia complessa la materia e quanto poco si conosca.

Gli egittologi ritengono che la costruzione di quella che è la più straordinaria, la più grande, misteriosa e, nella sua architettura unica, piramide sia stata costruita, come le altre piramidi dagli stessi egiziani con l’intento di fornire una  tomba per il faraone Khnum-Khufu (Cheope), secondo re della IV dinastia.

Tenendo buona questa notizia possiamo affermare che la costruzione della piramide sarebbe avvenuta all’incirca intorno al 2560 a.C. A questo punto va precisato che molti studiosi non concordano sul fatto che la piramide svolgesse le funzioni di tomba, e quindi meno che mai di Cheope (personalmente nutro anch’io dubbi in proposito).

La teoria ufficiale racconta che, dopo il fallimento di Meidum e “pare” quello della piramide romboidale di Dashur, causati dalla scarsa tenuta del terreno su cui poggiavano le piramidi, il faraone Snefru ci riprovò per la terza volta, sempre a  Dashur, dove riuscì a farsi erigere la prima piramide a facce piane, la piramide Rossa. Cheope non seguì le orme del padre ma, come fece lui in precedenza, scelse un altro luogo per costruire la sua necropoli.

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – INTRODUZIONE

Di Piero Cargnino

INTRODUZIONE

Sono anni che svolgo ricerche sulla Grande Piramide avvalendomi delle fonti più autorevoli che sono riuscito a reperire cercando soprattutto di superare le difficoltà nella traduzione dei testi. Molti sono quelli ancora non tradotti dall’inglese, francese, tedesco ed altre lingue; per cui ringrazio amici e studiosi ai quali ho chiesto collaborazione per le traduzioni.

Raccontare la Grande Piramide di Cheope per quanto possibile nei minimi dettagli non è cosa da poco. Premesso che questa non è una piramide come tutte le altre, questa è, sotto tutti gli aspetti, “La Piramide”. Su di essa si sono concentrati, e si concentrano tutt’ora gli studi di egittologi, architetti, ingegneri che cercano di spiegare come sono state costruite le piramidi: materiali impiegati, forza lavoro, tempi di esecuzione, simbologia e utilizzo. Si passa dalla storia alla religione e, perché no alla fantascienza.

Mi sono proposto di affrontare questo argomento con spirito astratto, quella che voglio descrivere la chiamerei “Storia controversa della Grande Piramide”, controversa perché non mi limiterò alla descrizione accademica rigidamente tradizionale ma tralasciando, per ovvie ragioni, la fantascienza e gli alieni o altre ipotesi che al momento esulano da una visione scientifica, affronterò da tutti i punti di vista quei particolari che troppo spesso vengono trattati in modo superficiale se non addirittura evitati fornendo risposte spesso non convincenti. Non ho trascurato quella che viene comunemente chiamata archeologia eretica perché ritengo che confutare certe teorie senza conoscerle sia del tutto sbagliato. Tutto quello che mi è stato possibile rintracciare, attingendo alle numerose fonti disponibili, l’ho raccolto in una ventina di articoli che vi proporrò in sequenza. Gli appassionati che avranno voglia e pazienza di leggerli potranno avanzare delle osservazioni che saranno ben accette, oltre a costituire materia per eventuali discussioni ed approfondimenti.  Da parte mia cercherò, per quanto mi è possibile di rispondere ad eventuali osservazioni, precisando sempre la fonte utilizzata ma, soprattutto, segnalando sempre dove e cosa è frutto di una mia personale interpretazione.

In questa introduzione vorrei solo mettere in evidenza alcune problematiche di carattere generale che non riguardano esclusivamente la piramide di Cheope ma le piramidi in generale. No, no, non preoccupatevi, non vi tedierò proponendovi l’ennesima teoria sulla costruzione delle Piramidi, mica penserete che un piccolo appassionato autodidatta, come me possa entrare in competizione con le più eccelse menti, egittologi, ingegneri, architetti e storici che hanno passato una vita a studiare sui libri e sul posto e quindi possiedono una visione più ampia delle problematiche che investono per intero tutta la storia della civiltà egizia. Molte ed interessanti sono le teorie che sono state proposte anche se, non mi stancherò mai di rimarcare che, in assenza di notizie certe e documentate, rimangono sempre e solo teorie. Basta scegliere quella che più vi aggrada, ce ne sono per tutti i gusti, più o meno condivisibili, ma nessuna in grado di spiegare con certezza (pensiero personale) come gli antichi egizi siano riusciti a realizzare questo monumento che per me rimane unico nel suo genere.

Sono stati fatti esperimenti, prove e dimostrazioni di fattibilità a supporto di certe teorie, ma io penso che dimostrare oggi che una determinata opera è possibile non significa che lo sia stata in passato. Alcuni studiosi hanno definito certe teorie “prioritarie”, perché trattano un contesto, a loro parere  più realistico, e certe altre “minori” perché meno realistiche, ripeto, io sono del parere che in assenza di prove certe e documentate non esistano teorie prioritarie né minori, ma solo teorie.

Ma ora veniamo al dunque, siamo arrivati alla più grande, complessa e misteriosa piramide egiziana, l’ultima superstite delle sette meraviglie del mondo antico, la Grande Piramide della Piana di Giza. Il faraone Khnum-Khufu (ellenizzato in Cheope) è comunemente ritenuto il committente anche se nulla lo conferma e molti altri aspetti del suo regno sono scarsamente documentati.

Se studiamo la piramide seguendo la cronologia ufficiale, partendo da quella a gradoni di Djoser, ci troviamo di fronte alla settima costruzione di questo tipo, inutile dire che su questo punto gia incontriamo l’opposizione di numerosi altri studiosi che la pensano diversamente. Questi vengono spesso definiti “piramidioti”, qualcuno può rientrare in questa definizione ma allargarla a tutti non lo ritengo corretto né rispettoso, molti di questi “eretici” hanno compiuto seri studi che, un poco di umiltà da parte dei sapienti nel considerare le loro proposte, non guasterebbe.

Alcuni studiosi fanno risalire la costruzione della Grande Piramide a 12.500 anni fa, anche qui però è tutto da dimostrare. Secondo la teoria ufficiale la Grande Piramide venne realizzata nel 2560 a.C. ad opera dell’architetto Hemiunu, figlio del principe Nefermaat e della moglie Itet, nipote di Snefru e quindi imparentato con Cheope.

A riguardo della datazione della Grande Piramide non va trascurato un episodio molto importante. Nel 1872, l’ingegnere Waynman Dixon stava esplorando l’interno della piramide, più precisamente la Camera della Regina, in uno dei condotti di aerazione scoprì quelli che sono gli unici tre oggetti trovati nella piramide, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm.

Dixon li portò in Inghilterra dove vennero esaminati e considerati di inestimabile valore perché sono gli unici oggetti trovati nella Grande Piramide, ad essi venne dato il nome di “Reliquie di Dixon”. Quindi i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, mentre il pezzo di legno di cedro si erano perse le tracce. Nel 2001 venne rinvenuto un documento nel quale si diceva che il reperto era stato donato da Dixon al suo collaboratore, il medico scozzese James Grant. Da qui pare che la figlia di Grant, nel 1946, lo abbia donato  all’Università di Aberdeen, in Scozia. Verso la fine del 2019, mentre esaminava oggetti della collezione del Museo dell’Università di Aberdeen, in Scozia, uno dei curatori del museo, Abeer Eladany, originario dell’Egitto, si trova tra le mani una scatola di sigari sulla quale era raffigurata la vecchia bandiera egiziana, dopo averla aperta al suo interno trovò dei piccoli pezzi di legno. Subito controllò i registri del museo dai quali emerse che si trattava di uno degli oggetti di Dixon trovati nella Grande Piramide, ciò che restava del pezzo di legno di cedro.

Nel 2020, all’Università di Aberdeen, il reperto è stato sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, ciò che ne è emerso ha lasciato stupefatti, con tutte le approssimazioni possibili, il pezzo di legno di cedro risale al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.

La Grande Piramide risalirebbe quindi ad un periodo addirittura antecedente al “Periodo Protodinastico”, che si fa partire dal 3100 a.C.. Anche qui penso sia inutile dire che la questione è tutt’ora aperta e, nonostante la mancanza di qualsivoglia altro indizio, la Grande Piramide continua ad essere attribuita al faraone Khnum-Khufu (Cheope).

Khnum-Khufu (Khnum mi Protegge), probabile figlio di Snefru e della regina Hetepheres I, presenta già un enigma sull’uso del suo nomen che viene citato in due differenti versioni: Khufu (“Mi Protegge”) che di per se non ha una connessione religiosa non riferendosi ad alcuna divinità in particolare; Khnum-Khufu dal quale traspare esplicitamente l’attaccamento del sovrano al dio Khnum, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, il dio vasaio che modella al tornio le creature alle quali dona la vita; con la moglie Satet e la figlia Anuqet forma la “Triade di Elefantina”.

Khnum-Khufu è noto con diversi nomi: Manetone lo cita come Suphis, nella versione greca (Erodoto e Diodoro Siculo) viene citato come Cheope mentre Flavio Giuseppe lo chiama Sofe. In epoche più tarde, nelle leggende mistiche, gli arabi lo chiamarono Saurid o Salhuk.

Per quanto riguarda la durata del suo regno non esistono notizie coeve certe, le fonti che ne parlano sono quelle di epoca tarda, il Canone di Torino, risalente alla XIX dinastia, forse durante il regno di Ramesse II, gli attribuisce 23 anni di regno, secondo Manetone invece ne avrebbe regnati 63 mentre per Erodoto 50.

Le cifre indicate da Manetone e da Erodoto sono considerate da alcuni studiosi esagerazioni o errate interpretazioni di fonti più antiche. Notizie risalenti all’epoca di Cheope provengono da un “serekht” che riporta il suo nome, inciso all’interno di un petroglifo, in esso compare il resoconto di un viaggio del sovrano: <<……viaggio mefat nell’anno dopo la tredicesima conta del bestiame, sotto Hor-Mejedu (Cheope)…….>>.

La seconda fonte, molto controversa e dibattuta di cui tratteremo in seguito, è quella che si riferisce alle iscrizioni, alquanto dubbie, trovate nelle camere di scarico sopra alla camera del re all’interno della piramide. I geroglifici che ivi compaiono sarebbero note di cantiere scritte da una squadra di lavoratori chiamata “Amici di Khufu” che fa riferimento al diciassettesimo censimento del bestiame.

Di recente sono stati rinvenuti diversi frammenti di papiro nello Wadi el-Jarf che raccontano dell’esistenza di un porto nello Wadi dove avrebbe attraccato una flotta di navi con un ingente carico di turchese e minerali preziosi: <<……..(nell’) anno dopo la tredicesima conta del bestiame sotto Hor-Mejedu……..>>. A questo punto si ritiene che Cheope abbia regnato almeno ventisei o ventisette anni. Alcuni egittologi quali: Schneider, Haase e Stadelmann hanno sollevato il dubbio se il Canone di Torino, che attribuisce a Cheope ventitré anni di regno, intenda ventitré anni di calendario o la ventitreesima conta del bestiame, nel qual caso il faraone avrebbe regnato per 46 anni.

Se teniamo conto che gli storici antichi, da Manetone a Erodoto, da Diodoro Siculo a Plinio il Vecchio, concordano nell’affermare che per la costruzione della piramide occorsero vent’anni, viene spontaneo pensare che Cheope potrebbe averne regnati almeno una quarantina.

Pare che il primo studioso ad interessarsi alla piramide sia stato Erodoto di Alicarnasso, il “Padre della Storia” secondo Cicerone, il quale soggiornò quattro mesi in Egitto intorno al 450 a.C., durante questo periodo passato con i sacerdoti egizi raccolse il materiale per le sue “Storie”.

Adesso passiamo ad esaminare la Grande Piramide. I massi di calcare venivano prelevati nelle cave che si  trovavano relativamente vicino al cantiere mentre il granito veniva estratto ad  Assuan, che si trova a oltre 800 km. da Giza, Questi massi dovevano essere cavati, lavorati e trasportati fin sul posto per poi essere rifiniti e collocati in sito.

Sorvolo per il momento sui metodi di trasporto, navi, slitte, ecc. che avremo occasione di esaminare più avanti, per recarmi prima nelle cave del duro granito. Siamo nelle cave di Assuan dove i faraoni estraevano il prezioso granito grigio e rosa con il quale hanno costruito templi, obelischi, statue e dove vennero prelevati i monoliti per le piramidi. Da queste cave gli operai egizi estraevano enormi blocchi di granito, pare dimostrato che per staccare i blocchi venissero praticati dei fori nei quali venivano introdotti cunei di legno, questi venivano continuamente bagnati per far si che dilatandosi provocassero la rottura ed il distacco dei blocchi. Questi erano blocchi enormi e dalle forme più svariate, pertanto necessitavano di una prima sbozzatura, poi venivano caricati su grandi navi (chiatte) e, seguendo il corso del Nilo, trasportati in loco. Nel cantiere della piramide i massi arrivavano sotto forma di semilavorati e pertanto necessitavano sicuramente di essere ancora lavorati per renderli lisci e perfettamente combacianti, cosa che sarebbe stata impossibile da fare nelle cave.

Dopo il processo di finitura occorreva sollevarli per posarli in opera. Sorvolo su questo punto perché sono talmente tante le teorie avanzate dagli studiosi che sarebbe un compito improbo trattarle tutte, ripeto che a tutt’oggi, a mio parere, sono tutte teorie che spesso non tengono nel dovuto conto il fattore tempo. Come abbiamo detto sopra per la costruzione della Grande Piramide sono occorsi 20 anni, un tempo abbastanza plausibile se raffrontato alla vita del faraone. Ma a questo punto nasce il dilemma più importante.

<< Poiché si calcola che siano circa 2.500.000 i blocchi di roccia calcarea che compongono la piramide, pesanti da 2,5 a 4 ton. ciascuno, (tralasciamo per ora gli enormi blocchi di granito), significa che si sarebbe dovuto sistemare almeno un blocco ogni 4 minuti circa >>.

Ma questo è un discorso che affronteremo più avanti. A questo punto chiuderei l’introduzione per addentrarci nel vivo dell’argomento