Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DELLA SENTINELLA

“SPLENDIDO E’ DJEDKARA ISESI”

A cura di Piero Cargnino

A Menkauhor successe il figlio Djedkara Isesi. Sul fatto che fosse realmente il figlio esistono ancora forti dubbi, secondo alcuni i due sovrani erano fratelli, (figli di Niuserra), per altri invece sarebbero stati cugini, (figli di Neferefra di Niuserra). Qualunque sia stata la reale discendenza di Djedkara Isesi è però certo che il suo diritto al trono fu appoggiato e sostenuto con fermezza dalla sua sposa reale, questa è l’interpretazione che viene data basandosi sul significato di un grande complesso piramidale della sposa, degno di una regina, che vedremo in seguito. Djedkara Isesi, (Tancheres, Makara, Djed, Izozi, Horo Djedkhau), regnò intorno al 2380 a.C. per un periodo abbastanza lungo. Manetone gli attribuisce 44 anni mentre il Canone Reale di Torino riporta una durata di 28 anni, (38 secondo alcuni studiosi). Dai riscontri archeologici risulta che la data più alta corrisponderebbe alla ventitreesima conta del bestiame, poiché la prima conta avveniva l’anno dell’incoronazione considerato come primo anno, se le conte si sono tenute regolarmente ogni due anni, Djedkara Isesi dovrebbe aver governato per 44 anni.

Durante il suo regno assistiamo ad un ulteriore aumento del potere dei vari nomarchi a scapito del potere centrale, questo fatto è testimoniato dall’aumento nella sontuosità delle loro tombe mediante l’utilizzo di materiale sempre più pregiato e dal fatto che i loro nomi compaiono sempre più frequentemente. Per la sua piramide, che chiamò “Splendido è Djedkara”, scelse un altopiano di roccia, al quale si accede attraverso una rampa, a Saqqara sud. Gli arabi oggi la chiamano “Haram esh-Shawaf”, (Piramide della Sentinella).

Perring fu il primo a visitarla subito seguito da Lepsius ma fu solo nel 1880 che Gaston Maspero, sempre alla ricerca di “Testi delle piramidi”, penetrò nella sua piramide senza però raggiungere risultati di rilievo. Un’indagine archeologica sistematica venne effettuata però solo alla metà degli anni ’40 del XX secolo e fu accompagnata da una serie di circostanze sfortunate. Alexandre Varille con Abdel Salam Hussain effettuarono alcune ricerche che però dovettero interrompere bruscamente verso la fine degli anni ’40 con la perdita di tutta la documentazione di scavo. Un’avventura simile capitò pure a Fakhri agli inizi degli anni ’50. Verso metà degli anni ’80, l’archeologo egiziano Mahmud Abdel Rasek, iniziò la sua campagna di scavi partendo dalla rampa cerimoniale e dal tempio funerario. Dalle rovine del tempio funerario, non ancora studiato a fondo, apparve evidente l’impossibilità di effettuare uno studio archeologico approfondito a causa della devastazione subita e dell’incompletezza della documentazione. Veniamo ora alla sua piramide, in essa sono presenti importanti cambiamenti dal punto di vista concettuale che caratterizzeranno anche quelle dei suoi successori. La prima cosa che salta all’occhio è che, a differenza delle piramidi della IV dinastia, ed in parte anche della V, dove il megalitismo del nucleo spiccava, qui passa in secondo piano. Per la costruzione dei sei gradoni, alti fino a 7 metri di cui era composta, sono stati utilizzati piccoli ed irregolari pezzi di calcare cementati con malta argillosa.

Oggi di gradoni ne esistono solo più tre e la parte rimasta raggiunge un’altezza di circa 24 metri. Nonostante i saccheggiatori l’abbiano privata di gran parte del paramento di fine calcare bianco, la struttura si presenta in uno stato di conservazione eccellente in modo particolare sul lato nord. L’ingresso era situato sul lato nord ma non come per le precedenti piramidi, si trovava nel cortile sotto il pavimento della cappella votiva a circa 2,5 metri verso ovest dell’asse nord-sud forse coperto dal blocco che ancora oggi giace vicino all’entrata e che presenta una decorazione di stelle. Da qui si diparte un corridoio che, deviando anch’esso leggermente verso est, come quello delle altre piramidi viste in precedenza, scende finendo in un piccolo vestibolo, qui sono stati trovati resti di vasi in frantumi.

E’ molto probabile che in questo luogo si celebrassero i rituali funebri chiamati la “Frantumazione dei vasi rossi”. Passato il vestibolo si presentava subito una barriera composta da tre macigni a caduta di granito rosa, dopo di che il cunicolo proseguiva orizzontalmente ed alla fine si trovava l’ultima barriera di granito. Quindi si accedeva all’anticamera e da questa alla camera funeraria e, a differenza delle precedenti piramidi, ad una terza camera con tre nicchie, probabilmente con funzione di deposito che presentava un soffitto piatto. Il soffitto dell’anticamera e della camera funeraria era formato, come per le altre piramidi di Abusir, da una capriata composta da tre strati sovrapposti di possenti blocchi di calcare. L’interno è, come sempre, completamente devastato, non permettendo una ricostruzione della pianta originaria. Tra le macerie sono stati rinvenuti frammenti del sarcofago completamente distrutto e di vasi canopi.

Scavando tra il cumulo di detriti sono emersi i resti di una mummia appartenente ad un uomo di circa 50 anni. Stante che i saccheggiatori non hanno rimosso le barriere di granito ma le hanno aggirate scavando angusti cunicoli si potrebbe presumere che la mummia sia appartenuta allo stesso Djedkara Isesi il quale sarebbe salito al trono abbastanza giovane e quindi abbia raggiunto un’età avanzata.

Ovviamente queste congetture sono tutte da verificare in funzione del torbido periodo che intercorse tra il regno di Niuserra e quello di Djedkara Isesi. La circostanza che anche Djedkara Isesi, (come il suo predecessore Menkauhor), non costruì un tempio solare porta ad ipotizzare che dopo Niuserra si siano verificati mutamenti importanti nella teologia solare o, comunque, nella politica religiosa della dinastia facendo si che il culto di Ra sia andato via via perdendo importanza, pur senza scomparire del tutto, (il nome del sovrano contiene ancora la particella Ra). Una citazione di questo sovrano la troviamo su un frammento di vaso di alabastro, rinvenuto a Biblo nella tomba del cancelliere del re Baurdjeded, che dichiara di aver riportato, per ordine di Djedkara Isesi, un danzatore nano da Punt.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Djed Medu, Blog di egittologia, articolo di Mattia Mancini pubblicato il 12 gennaio 2018
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Web, “I Faraoni” By Luckvior
  • Wilkinson Richard H., “The Complete Temples of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, New York, 2000)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE ACEFALA

DIVINI SONO I LUOGHI DI MENKAUHOR

Di Piero Cargnino

Durante la spedizione del 1843, Lepsius dedicò una parte del suo tempo ad esaminare una piramide molto degradata classificarla nella sua lista come “piramide n. XXIX” alla quale attribuì il nome di “piramide acefala” in quanto interamente mancante della sua parte superiore. Dopo averla esaminata frettolosamente la ritenne di scarso interesse per cui l’abbandonò. Nel 1881 fu visitata anche da Gaston Maspero durante la sua ricerca dei “Testi delle piramidi” ma dopo aver esaminato brevemente le rovine desistette. Nel 1930 l’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth avviò degli scavi che però interruppe dopo poco tempo. Comunque Firth rinvenne dei frammenti di granito rosa e addirittura il coperchio di un sarcofago in granito grigio fra la rovine della fossa che doveva essere la camera funeraria. Firth, pur non disponendo di prove sicure, ipotizzò che fosse appartenuta ad un certo Iti, forse uno dei faraoni fittizi che potrebbero aver avuto un’apparizione nella fase finale dell’Antico Regno. La Piramide venne nuovamente ricoperta dalle sabbie e fece perdere le sue tracce. Durante i lavori di studio del tempio funerario di Teti negli anni ‘60 del novecento, Lauer e Leclant gli dedicarono una parte del loro tempo e, dopo un esame tipologico della muratura e di altri dettagli, conclusero che la piramide dovesse appartenere a Menkauhor.

Gli stessi Maragioglio e Rinaldi osservarono che la fossa per il corridoio di accesso alla camera funeraria non rispettava l’asse nord-sud ma, come tipico delle piramidi della V dinastia, nel periodo fra Neferirkare e Djedkare, era deviata verso est. Circa l’attribuzione della piramide a Menkauhor concorda pure l’egittologo Zahi Hawass che nel 2008, dopo che il suo team ha rimosso un’enorme quantità di sabbia, ve n’erano ben 25 piedi a sovrastarla, ha annunciato il rinvenimento delle fondazioni della piramide: “Eravamo a conoscenza dell’esistenza di una sua piramide, denominata “Divini sono i luoghi di Menkauhor”…………ce lo raccontò Pepi I, col “decreto di Dahshur”, nel quale citò anche un tempio solare, “Orizzonte di Ra”. …….Sapevamo che il culto di questo Sovrano era praticato a Saqqara ancora durante il Nuovo Regno, cosa che gli riconosce un’importanza, che però attualmente ci torna oscura”. La piramide di Menkauhor la troviamo citata nel “Decreto di Dashur” emanato da Pepi I. Oggetti recanti il nome di questo sovrano sono stati rinvenuti nella regione di Dorak in Anatolia. Hawass afferma che le ragioni per cui viene attribuita a Menkauhor la “Piramide acefala” riguardano lo stile di costruzione tipico dell’epoca, inoltre è stato rinvenuto un sarcofago in granito grigio come quello degli altri re dello stesso periodo. Menkauhor fu il primo sovrano della V dinastia ad abbandonare la necropoli di Abusir, anche se in realtà un po di posto verso sud c’era ancora, per tornare nel settore nord dell’area di Saqqara. Forse fu la ricerca di nuove cave di pietra o forse la ragione fu un’altra.

Non è chiara la sua correlazione con i sovrani sepolti ad Abusir, secondo alcuni era figlio di Niuserre ma solo per testimonianze indirette provenienti da alcune decorazioni a rilievo presenti nel tempio funerario di Khentkaus II ed in parte dalla vicina tomba del principe Neserkauhor. Le fonti di cui disponiamo sono abbastanza concordi nell’attribuire a Menkauhor un regno di otto o nove anni. A tutt’oggi però non si sono trovate tracce del Tempio Solare e ciò induce a ritenere che dopo la morte di Niuserra si siano verificati mutamenti importanti nella teologia solare o, comunque, nella politica religiosa di Niuserra.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Rachet -”Dizionario Larousse della civiltà egizia”- Gremese Editore
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975)
Antico Regno, Piramidi

LE PIRAMIDI LEPSIUS XXIV E XXV AD ABUSIR

A cura di Piero Cargnino

Sapevate che diverse costruzioni antico-egizie in passato non vennero neppure considerate piramidi? Alcune perché praticamente i lavori furono appena avviati, altre perché erano solo più ammassi di rovine da essere scambiate per resti di mastabe. Va inoltre detto che non per tutte quelle che sono state ritenute piramidi è stato possibile risalire al proprietario. Lepsius intraprese una campagna apposta per censire tutte le piramidi e ci ha lasciato una lista che ancor oggi è oggetto di consultazione. Abbiamo già parlato in altre occasioni dell’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius e questa mi pare l’occasione di conoscerlo meglio. Lepsius, nacque a Naumburg, (Sassonia), nel 1810 e fu uno dei pionieri dell’egittologia. Laureato in archeologia a Lipsia, prese il dottorato con una ricerca sulle “tavole eugobine”. A Parigi frequentò le lezioni di Jean Letronne, uno dei primi allievi di Jean Francois Champollion, venne in Italia dove frequentò le lezioni di Rosellini a Pisa, ed infine fu titolare della cattedra di egittologia all’Università di Berlino oltre che direttore del Museo Egizio di Berlino. La sua opera maggiore sono i “Denkmäler aus Ägypten und Äthiopien” (1849-59). Nel 1842 Lepsius guidò una spedizione nel Basso Egitto dove esplorò tutte le piramidi esistenti. Compose una lista nella quale le numerò partendo da nord iniziando da Abu Rawash. In seguito venne dimostrato che alcune di queste strutture non erano vere piramidi, però tuttora la lista di Lepsius fornisce la base per la catalogazione delle piramidi egizie. Tra queste Lepsius notò, a poche decine di metri dalla piramide di Khentkaus II, due piccoli impianti piramidali, completamente in rovina, in assenza di elementi per essere più precisi, assegnò loro i numeri XXIV e XXV.

Nessuno si interessò più a questi piccoli complessi, neppure Borchardt, che sedici anni dopo esplorò il sito, le identificò come piramidi. Indagò brevemente la XXIV ma concluse che si trattasse di una mastaba, forse doppia. Le rovine non attrassero altri egittologi e passarono inosservate fino agli anni 80 quando il team ceco decise di studiarle. Ad un attento esame sulla piramide XXIV emerse che si trattava realmente di un complesso funerario composto da una piramide, un tempio funerario ed una piccola piramide cultuale. Il tutto versava in uno stato di completa devastazione, a causa dei ladri di pietre, cosa che però permetteva un esame approfondito della struttura interna e dell’opera muraria. Si rinvennero su numerosi massi graffiti di cantiere che riportavano il nome del visir Ptahshepses, da ciò si dedusse che la piramide venne costruita durante il regno del faraone Niuserra. Tra le rovine della camera funeraria vennero rinvenuti resti di un sarcofago di granito rosa ed una mummia molto deteriorata di una donna di età stimata sui 25 anni oltre ad altri frammenti del corredo funerario, strumenti in rame per il rituale dell’apertura della bocca e frammenti di vasi canopi in alabastro. Secondo le prime valutazioni si pensò che si trattasse della proprietaria della piramide della quale però non si conosce il nome. Stante l’assenza di dubbi circa la datazione all’epoca di Niuserra, si pensò, in un primo momento che si trattasse della sposa del faraone, la regina Reputnebu. Questo però venne messo in dubbio dopo l’esame antropologico dal quale si evidenziava che la mummia era stata sottoposta all’excerebrazione, la rimozione del cervello attraverso il setto nasale perforato, metodo che venne in uso solo dall’inizio del Medio Regno. Dati più significativi dovrebbero emergere dall’esame delle bende con tecniche moderne, soprattutto con l’analisi al radiocarbonio 14. Per quanto riguarda l’altra piramide numero XXV questa non è ancora stata indagata anche se si può dire con certezza che, entrambe la piramidi, viste nel loro complesso e tenuto conto della posizione del tempio addossato al lato orientale della piramide, conferma che si tratti di tombe di regine risalenti alla stessa epoca. Nulla si può ipotizzare su chi fossero e quale ruolo ricoprissero le due regine, forse la risposta a queste domande potrebbe trovarsi tra le rovine della piramide XXV che si spera venga studiata quanto prima.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Rachet – ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”- Gremese Editore, 1994
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Mario Tosi, ”Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI SHEPSESKARA

A cura di Piero Cargnino

Come già accennato nell’articolo precedente non c’è la certezza su chi fu il quarto o quinto faraone della V dinastia tra Neferefra e Shepseskara, vedremo in seguito se eventuali indizi riusciranno a fare chiarezza (ne dubito).

Anche per Shepseskara, Sisires, Izi, Horo Shekemkhau si sa poco o nulla, Manetone, questa volta d’accordo con il papiro di Torino, ci dice che ha regnato 7 anni, dal 2467 al 2460 a.C.. Il suo nome significa “Nobile è l’anima di Ra” continuando la tradizione della fede nel Dio-Sole egiziano. Di lui è stato trovato solamente uno scarabeo, non si conosce il luogo dove è stato sepolto e non sono state trovate le tombe dei suoi funzionari e dignitari di Corte, forse a causa dell’estrema brevità del suo regno al quale venne data poca importanza. I vari nomi che gli vengono attribuiti sono dovuti alle diverse fonti che ci parlano di un faraone che avrebbe regnato in quel periodo, lo troviamo menzionato come Shepseskara solo sulla Tavoletta di Saqqara, compilata in epoca ramesside, circa 1200 anni dopo la sua morte, alla voce n. 28, nella quale compare la successione dinastica Neferikare, Shepseskara, Neferefra. Non compare nella lista dei re di Abydos, nel Canone di Torino non è chiaramente leggibile il nome, poiché il papiro presenta una lacuna in quel punto, si legge solo la durata del regno pari a 7 anni. Per quanto riguarda il nostro Manetone non esistono certezze, Sesto Giulio Africano, che riportò le cronologie dei sovrani egizi opera Manetone ci parla di una successione che vedrebbe “Nefercheres, Sisires, Cheres” verso metà della V dinastia, questo andrebbe abbastanza d’accordo con la Tavoletta di Saqqara.

La tesi sostenuta da molti egittologi è che abbia regnato solo un anno salendo al trono dopo Neferirkare Kakai e che dopo gli sia succeduto suo nipote Neferefra. Sempre secondo Sesto Giulio Africano, Manetone attribuisce a Sisires sette anni di regno mentre altre fonti riportano che la cifra di Manetone sarebbe di nove anni. Ma negli anni ottanta l’egittologo ceco Miroslav Verner, che operava nel sito, alla luce di numerose impronte di sigilli, recanti il nome di Horo Shekemkhau “Colui le cui apparizioni sono potenti”, all’interno del tempio di Neferefra, <<……che non fu costruito “fino alla morte di Neferefra”…….>>, sostenne che Shepseskara abbia regnato dopo Neferefra, secondo Verner, inoltre, il suo regno non sarebbe durato più di un paio di mesi al massimo, tesi condivisa dall’egittologo francese Nicolas Grimal nel 1988. Per alcuni invece sarebbe Neferefra il quarto re, che però compare solo nella lista dei re di Saqqara, mentre Shepseskara sarebbe il quinto. Questa discordanza è da ricondurre probabilmente al periodo turbolento ed alle lotte dinastiche di quel periodo, comunque se Shepseskara ha veramente regnato fu solo per breve tempo, senz’altro ancora meno di Neferefra. Non intendo approfondire oltre, in questa sede, l’indagine genealogica dell’intera dinastia, mi rimetto alle conclusioni tratte dagli studiosi che operano in questo argomento dove nulla può essere dato per certo.

Presumibilmente Shepseskara potrebbe appartenere al medesimo ramo della famiglia reale di Sahure e Userkaf, se così fosse gli si potrebbe attribuire la seconda piramide incompiuta di Abusir, sorprendentemente scoperta negli anni ’80 dal team archeologico ceco. Ho detto piramide incompiuta, ma in effetti non fu neppure iniziata, il terreno desertico venne spianato per una superficie quadrata di circa 100 metri quadri ed al centro fu iniziato lo scavo di una fossa a forma di T. Questo fossato doveva consentire lavori simultanei durante la costruzione della piramide e sulle sue sottostrutture. Questa nuova tecnica di costruzione è stata adottata per tutte le piramidi della V dinastia ed è visibile direttamente nella Piramide di Neferefre, anch’essa lasciata incompiuta. Si può facilmente presumere che la costruzione di questo sito sia continuata solo per alcune settimane o solo per un mese. Dalle dimensioni della parte spianata si deduce che la piramide, una volta costruita, avrebbe raggiunto circa 73 metri di altezza e sarebbe stata la più grande ad Abusir, seconda solo a quella di Neferirkare Kakai. Analizzando alcuni frammenti di argilla, sui quali è riportato il nome di Shepeseskara, l’egittologo svizzero Peter Kaplony ha dedotto che l’antico nome della piramide si potesse ricostruire come “Rsj-Spss-k3-R’” ovvero “Resi-Shepseskara” con il significato di “Il risveglio di Shepseskara”. Affermazione che trova contrario Verner secondo il quale la lettura di alcuni segni e la loro interpretazione non rappresenterebbero il nome della piramide.

Non essendo in possesso di informazioni più precise su Shepseskara non è possibile neppure azzardare ipotesi circa la sua famiglia, moglie e figli. Secondo alcuni sarebbe stato figlio del faraone Sahure e di sua moglie, la regina Meretnebty. Quando nel 2008 venne riscoperta, da parte di Zahi Hawass, la piramide senza testa venne subito attribuita al faraone Menkauhor Kaiu sciogliendo i molti dubbi sull’appartenenza della piramide incompiuta di Abusir dando conferma all’ipotesi di Verner che questa possa essere appartenuta a Shepseskara. A questo punto furono molti gli egittologi che si convinsero della bontà dell’ipotesi di Verner, tra questi Darrell Baker ed Erik Hornung secondo cui il regno di Shepseskare fu davvero effimero. A tutt’oggi non si è neppure certi che Shepseskara abbia iniziato la costruzione di un tempio del Sole.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari, 2008
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI NEFEREFRA

A cura di Piero Cargnino

Da Saqqara saliamo verso nord di alcuni chilometri ed incontriamo il villaggio di Abusir (o Abu Sir) situato a sud-ovest del Cairo. Presso il villaggio si trova un’importante necropoli che prende il nome del villaggio stesso, fu la necropoli dei faraoni della V dinastia ma ospitò anche numerose tombe a mastaba dei nobili, tra queste si distingue per la sua imponenza la mastaba di Ptahshepses, recentemente è stata scoperta la tomba intatta di Neferinpu. Le sabbie del deserto hanno preservato sino a noi numerosi papiri, i primi furono ritrovati per caso durante scavi illegali nel 1893 nella vicina Abu Gurab ed in seguito ne furono scoperti numerosi altri presso la necropoli di Abusir. Purtroppo ridotti in frammenti, i “Papiri di Abusir”, come vennero chiamati, risalgono all’incirca al XXIV secolo a.C. all’epoca della V dinastia e sono tra i più antichi ad essere giunti sino a noi. Utilizzando le informazioni contenute nei primi papiri a metà degli anni settanta la missione ceca, guidata dall’egittologo Miroslav Verner, scavò il monumento funerario di Neferkhau dove, nei magazzini della parte nord-occidentale della struttura, rinvenne oltre 2000 frammenti di papiro. Documenti di vitale importanza, pare certo che questi fossero rilegati con copertine di pelle e contenuti in scatole di legno. Da essi sono state tratte importanti informazioni dettagliate su come veniva gestita una struttura mortuaria reale, in essi venivano riportati i turni per i sacerdoti, gli elenchi delle offerte, lettere e permessi.

Non mi dilungherò ulteriormente sulla storia dei papiri di Abusir rimandando gli interessati alla consultazione delle pubblicazioni specifiche, alcune delle quali sono citate nella bibliografia, per completezza aggiungo solo che, ricerche sempre più approfondite sono state effettuate negli anni settanta, oggi sono in corso ulteriori scavi da parte dell’Istituto di egittologia dell’Università di Waseda, lavori iniziati nel settembre del 1990. Ma veniamo alle piramidi, i primi esploratori ne rinvennero ben 14, purtroppo oggi rimangono solo più le rovine di quattro di esse, sono quelle di Nebkhau, Setibtawy, Userkhau ed una non meglio identificata, incompiuta che si pensa sia appartenuta a Neferefra (Neferkhau).

Neferefra, Cheres, Raneferef, Khaneferra, Horo Neferkhau è il quarto, (o quinto), faraone della V dinastia. Quasi del tutto sconosciuto, nonostante il suo nome sia citato, oltre che nelle liste dei re, in alcune tombe private, tra cui quelle di due sacerdoti addetti al suo culto funerario. Qualcosa in più si venne a sapere quando gli scavi effettuati dall’Università di Praga ad Abusir nel 1980-1986 portarono al ritrovamento dei citati “Papiri di Abusir”. La durata del suo regno è ancora oggetto di controversie, Manetone, come pure Sesto Africano gli attribuiscono 20 anni ma molti egittologi, basandosi sulla incompletezza dei suoi monumenti funerari, optano per assegnargli una durata decisamente inferiore. Stando agli archeologi, Neferefra fu probabilmente consorte, o figlio di Khentkaus II, quel poco che sappiamo riguardo al suo regno ci è stato restituito, come detto sopra, dalle sabbie del deserto grazie al ritrovamento dei “Papiri di Abusir”.

Per quanto riguarda la sua piramide incompiuta, questa venne ritenuta da Lepsius e De Morgan un edificio iniziato ed abbandonato anzitempo e mai utilizzato per lo scopo previsto, il seppellimento ed il culto di un faraone. Anche Borchardt, in un primo tempo, giunse alla medesima conclusione dopo aver esplorato l’interno. L’ingresso alla piramide, che venne chiamata “Divino di anima è Neferefra”, si trovava al centro della parete nord, appena sopra il livello del suolo. Di li si dipartiva un corridoio discendente che, dopo aver girato leggermente verso sud-est, terminava in un’anticamera. All’estremità inferiore era provvisto di un paramento in granito rosa sbarrato con altri blocchi dello stesso materiale. Al centro del corridoio si trovava un altro massiccio sbarramento in granito rosa con un sistema mai visto altrove, una specie di mandibole serrate tra di loro. L’anticamera come la camera funeraria erano sovrastate da un tetto a capriata fatto con grossi blocchi di calcare bianco. Purtroppo la forma incompiuta ed il facile accesso ha fatto si che già fin dall’antichità la piramide venisse utilizzata dai saccheggiatori come cava di pietra. Penetrati dall’alto i saccheggiatori approntarono una specie di laboratorio all’interno per tagliare le grosse pietre in parti più piccole e maneggiabili.

Dopo il primo saccheggio avvenuto probabilmente nel primo periodo intermedio, come per tutta l’area di Abusir, il saccheggio continuò per secoli, nel Nuovo Regno ed in epoca romana fino al XIX secolo. Agli archeologi non sono rimasti che piccoli reperti del corredo funerario. Alcuni pezzi del sarcofago in granito, frammenti di quattro canopi di alabastro, alcuni contenitori per offerte e, cosa più preziosa di tutte, resti di mummia del sovrano che si rivelarono appartenere ad un uomo di circa 20-25 anni. Anche il suo tempio solare, “Il cuore di Ra è nella gioia”, non è stato ancora identificato.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari, 2008
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DELLA REGINA KHENTKAUS II

A cura di Piero Cargnino

Nella storia dell’antico Egitto incontriamo alcune regine che furono loro stesse faraoni a tutti gli effetti, alcune a pieno titolo, altre solo come reggenti, solitamente in nome del loro figlio ancora fanciullo. Parliamo ora di un’altra regina reggente, si tratta della regina Khentkaus II, moglie di Neferirkara Kakai. Va detto che non poche regine scelsero di curare direttamente la costruzione della loro piramide, ma mentre la maggior parte si limitò ad una piramide accessoria a quella del marito, altre si fecero costruire un vero e proprio complesso funerario con tanto di tempio e piramide accessoria. Ed è esattamente ciò che fece la regina Khentkaus II che, come la sua omonima antenata, si fece costruire un suo proprio complesso piramidale mentre ancora regnava il marito ed il suo titolo era quello di “moglie del re” (hmt nswt).

Alla morte di Neferirkara Kakai la costruzione subì una interruzione che però dovette durare poco, per essere ripresa durante il regno di suo figlio Shepseskara. Alla ripresa dei lavori Khentkaus II poteva vantare il titolo di “madre del re” (mwt nswt). In questo periodo poco documentato non è possibile dire con certezza quale sia la genealogia dei sovrani che seguirono, si presume che, dopo i regni poco significativi di Shepseskara e Neferefra, il titolo di “madre del re” si riferisse al faraone Niuserra Ini suo figlio. Violata e saccheggiata già durante il Primo Periodo Intermedio la piramide fu riaperta all’epoca del Nuovo Regno ed il suo sarcofago venne riutilizzato per la sepoltura di un bambino, purtroppo sul finire del Nuovo Regno la tomba venne distrutta per riutilizzare le pietre per altre costruzioni. L’archeologo che più d’ogni altro lavorò ad Abusir è senza dubbio Ludwig Borchardt la cui esperienza e talento sono indiscutibili. Nonostante tutto anch’egli commise errori e dimenticanze che però sono lungi dallo sminuire le sue scoperte. Risulta infatti incomprensibile il fatto che non abbia considerato con maggiore attenzione le rovine di un grande edificio a sud della piramide di Neferirkara Kakai. Un piccolo saggio in realtà lo fece eseguire, salvo interromperlo dopo poco con la convinzione che si trattasse di una “mastaba doppia” alla quale dette poca importanza. Ad un più attento esame, la sua ubicazione con orientamento est-ovest, parve possibile che si trattasse di un complesso piramidale, si pensò subito alla moglie di Neferirkara Kakai, Khentkaus II. Questa supposizione trovò appoggio sul ritrovamento di un blocco di pietra, dimenticato da Perring, che indagava l’area della piramide di Neferirkara Kakai, un blocco sul quale era riportata la scritta in corsivo di colore rosso: “la regina madre Khentkaus”. La conferma arrivò intorno alla metà degli anni ’70 a seguito degli scavi della missione archeologica ceca che indagò il sito ritenendolo un complesso piramidale.

La piramide è formata da tre gradoni, costruita in modo semplice ed economico riutilizzando, per il nucleo, blocchi più piccoli e detriti risultanti dal cantiere della piramide di Neferirkara Kakai mentre blocchi di calcare bianco di qualità più elevata furono utilizzati per il paramento. Del piramidion, di granito grigio-nero è stato ritrovato un frammento ritenuto molto prezioso dal punto di vista architettonico-archeologico. La costruzione poco accurata e l’utilizzo di materiale di scarso valore hanno facilitato l’opera dei saccheggiatori nello smantellamento della piramide della quale oggi rimangono solo un mucchio di rovine alto circa 4 metri. La parte ipogea è molto semplice, l’ingresso si trova nella parete nord al livello del suolo, da qui discende un corridoio che dopo poco diventa orizzontale piegando leggermente a est. Una semplice barriera di granito si trova poco prima dello sbocco nella camera funeraria. Il soffitto del corridoio era formato da piccoli blocchi di calcare mentre il soffitto piatto della camera era costituito da massicci blocchi sempre di calcare. Tra i detriti presenti nella camera furono rinvenuti, oltre ad un frammento di sarcofago in granito rosa, residui di bende che dovevano avvolgere una mummia e cocci di vasi in pietra, forse facenti parte del corredo funerario. Sono stati rinvenuti alcuni segni e iscrizioni sull’opera muraria della piramide secondo cui parrebbe che, intorno al decimo anno di regno di Neferirkara Kakai, i lavori di costruzione siano stati sospesi, probabilmente a causa della morte prematura del sovrano.

Secondo un’altra iscrizione pare che la piramide, iniziata per la “sposa reale Khentkaus II” dopo la lunga interruzione sia stata completata per la “regina madre Khentkaus II”. Il complesso della regina Khentkaus II comprende il tempio funerario, eretto contro la parete orientale della piramide. Il tempio deve essere stato costruito in due tempi diversi, cosa deducibile esaminando il materiale usato. Per la prima parte è stato usato calcare mentre la seconda parte è solo in mattoni crudi. La prima parte appare più curata e comprende un cortile aperto con pilastri ed una sala cerimoniale che doveva contenere le statue della regina, da qui si accedeva all’aula sacrificale le cui pareti apparivano decorate con raffigurazioni a bassorilievo rappresentanti scene di un banchetto funebre, presentazione di doni da parte di una processione di donne, macellazione di animali sacrificali e l’incontro della regina coi suoi parenti. Su un pilastro compare la raffigurazione della regina che porta l’uraeus sulla fronte, simbolo riservato solo ai sovrani. Sorprendente un particolare che si riscontra per la prima volta nell’Antico Regno, all’interno del complesso di Khentkaus II compare una piccola piramide cultuale situata presso l’angolo sud-est della piramide maggiore. Anche qui incontestabili prove archeologiche attestano che la regina fu effettivamente sepolta nel suo complesso funerario e che il culto si sia protratto per lungo tempo. Sicuramente, dopo la morte del marito faraone, come già successo in precedenza per Khentkaus I, la regina dovette difendere con la propria autorità i diritti del figlio, erede al trono evidentemente ancora minorenne. Mentre per la prima non ci è dato a sapere di chi si trattava, per Khentkaus II con ogni probabilità si trattava di Niuserre.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Miroslav Verner, “Sons of the Sun. Rise and decline of the Fifth Dynasty.”, Prague: Charles University, 2015
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” Editori Laterza, Bari 2008
  • Miroslav Verner, “Abusir III: The Pyramid Complex of Khentkaus”, Czech Institute of Egyptology, Praha, 1995)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI NEFERIRKARA KAKAI

A cura di Piero Cargnino

Stando al racconto del papiro Westcar, siamo giunti all’ultimo “Figlio del Sole”, Neferirkara Kakai, (Nephercheres, Radjedef, Horo Userkhau), terzo faraone della V dinastia. Regnò intorno al 2500-2350 a.C. ma circa la durata effettiva del suo regno permangono molti dubbi, La pietra di Palermo cita cinque conte del bestiame, per cui sarebbero dieci anni, Manetone gliene assegna venti che però, visto che i suoi templi risultano incompleti, viene da pensare ad un periodo inferiore, nel Canone di Torino il suo nome non è ben definito.

Di lui non si sa molto, anche se si considera leggenda quanto raccontato nel papiro Westcar, Neferirkara Kakai e Sahura Nebkhau, di certo furono i faraoni che, dopo Redjedef decisero di adottare nuovamente il titolo di “Figlio di Ra” nel protocollo reale rendendo fissa la particella Ra nel nome, e fu Neferirkara Kakai ad introdurre l’uso di un secondo cartiglio con il nome proprio del sovrano. Durante il suo regno si rafforza la potenza delle grandi famiglie di corte, un esempio ampiamente documentato è il matrimonio della principessa Neferhetepes con il capo degli acconciatori Ti. Neferirkara concesse pure l’esenzione dal pagamento delle tasse ai templi, atto che creò un pericoloso precedente che produrrà in seguito gravi effetti.

Si sa, grazie ai papiri di Abusir, (che citerò in seguito), che fece costruire dall’architetto e visir Washptah, importante funzionario regale, il suo tempio solare che aveva chiamato col nome di “Luogo del cuore di Ra”, di questo però non è ancora stata trovata traccia. Neferikara volle anche per se una piramide che fece costruire sempre ad Abusir dove troneggiava sopra tutta la necropoli. Gli venne assegnato il nome di “Kakai è l’anima Ba” e doveva essere la più alta fra tutte quelle costruite nella V Dinastia trovandosi, tra l’altro, in un sito a 330 metri sul livello della Valle del Nilo. La struttura del suo complesso funerario fa pensare che la piramide non fu mai terminata, probabilmente per la breve durata del suo regno, e la metà inferiore della rampa sopraelevata venne poi adattata da Niuserra per la sua opera.

La piramide oggi è ridotta ad un cumulo di pietre che, con i suoi residui 50 metri di altezza, (in origine doveva raggiungere i 72 metri), svetta alta sulla Necropoli di Abusir, di lei si nota la presenza per l’impressionante struttura a gradoni del suo nucleo. Il progetto iniziale prevedeva una piramide a gradoni, una scelta inconsueta dato che l’era delle piramidi a gradoni era da tempo abbandonata. La prima costruzione conteneva sei gradoni di blocchi di pietra di alta qualità accuratamente posizionati che raggiungevano un’altezza di 52 metri. Il gradone inferiore era formato da blocchi di calcare abbastanza ben rifiniti ed era alto il doppio degli altri gradoni. Un rivestimento sempre di fine calcare bianco era già stato applicato alla struttura, ma appena completato il lavoro sul primo gradone, la piramide fu ridisegnata per formare una “vera piramide”. Questa fu quindi racchiusa in una seconda piramide a gradoni con alterazioni intese a convertirla in una vera piramide. L’intera struttura è stata quindi estesa verso l’esterno di circa 10 m e gli sono stati aggiunti altri due gradoni in altezza. Questo progetto di espansione fu condotto in modo molto approssimativo con piccoli blocchi di pietra destinati a essere incassati nel granito rosso. Tuttavia, la morte prematura del faraone ha fermato il progetto dopo che erano stati completati solo i livelli più bassi dell’involucro lasciando il lavoro che avrebbe dovuto essere poi completato dai suoi successori. Ne risultò una struttura a base quadrata di 105 metri per lato e, se il progetto fosse stato completato, avrebbe raggiunto i 72 metri di altezza con un’inclinazione di circa 54°. I restanti lavori complementari sono stati eseguiti in fretta, utilizzando materiale da costruzione scadente e più economico. Pertanto il monumento di Neferirkara mancava di diversi elementi di base di un complesso piramidale, il tempio della valle, la strada rialzata e una piramide di culto.

E stato ritrovato un piccolo insediamento di case di mattoni di fango a sud del monumento ove gli addetti al culto della sepoltura potevano svolgere le loro attività quotidiane, al posto della classica città piramidale vicino al tempio della valle. Nel 1838 l’egittologo John Shae Perring sgomberò l’ingresso di questa e di altre due piramidi. Una parte del rivestimento è ancora visibile sul lato nord dove Perring scavò tra le rovine per accedere all’ingresso della piramide. Cinque anni più tardi Lepsius catalogò la piramide di Neferirkara col n. XXI.

L’ingresso alla sottostruttura della piramide si trova vicino al centro della parete nord a circa 2 metri dal livello del suolo. Da qui parte un corridoio discendente di 1,87 metri di altezza e 1,27 di larghezza, che termina a una profondità di circa 2,5 metri sotto il livello del terreno dove diventa orizzontale e dopo poco sbuca in una specie di vestibolo cui fa subito seguito una barriera con macigno a caduta. Il corridoio presenta dei rinforzi in granito all’inizio ed alla fine. Da qui il corridoio prosegue cambiando direzione per ben due volte ma sempre verso est sbucando infine in un’anticamera che è sfalsata rispetto alla camera funeraria. Il tetto del corridoio è piatto mentre l’anticamera e la camera funeraria presentano un soffitto a capriata composto da tre strati sovrapposti di enormi lastroni di pietra, oggi ne sono rimasti solo più due. Entrambe le stanze sono orientate lungo un asse est-ovest, hanno la stessa larghezza ma l’anticamera è un po più corta. La spoliazione da parte dei saccheggiatori è stata così grave che oggi non è più possibile ricostruire l’aspetto originario con certezza. Le ricerche di Perring e di Borchardt, per quanto è stato possibile, non hanno portato al ritrovamento di nessun sarcofago, ne mummia e ne resti del corredo funerario.

Un ultimo dato interessante è che nel 1893, comparvero sul mercato illegale dei frammenti di papiri che furono acquistati da egittologi e musei, i papiri consistevano in manoscritti riguardanti Userkhau (altro nome di Neferirkara Kakai). Ludwig Borchardt, in seguito, identificò il luogo dei ritrovamenti nel vicino tempio piramidale di Neferirkara Kakai. I papiri consistono in documenti amministrativi dell’Antico Regno che risalgono approssimativamente alla V dinastia, il che li pone, anche se sono frammentari, tra i più antichi ad essere sopravvissuti fino ad oggi. In seguito furono scoperti numerosi altri frammenti di papiro che forniscono informazioni dettagliate circa la gestione di un tempio funerario reale. Vengono citati i doveri dei sacerdoti, inventari dell’equipaggiamento del tempio ed una lista delle offerte giornaliere ai due templi del sole di Abu Gorab, a nord di Abusir, oltre che lettere e permessi.

La spedizione guidata da Miroslav Verner, a metà degli anni settanta, utilizzando le informazioni riportate nel primo papiro di Abusir, riuscì a trovare il monumento funerario di Neferirkara recuperando ancora oltre 2000 frammenti di papiro. Per quanto ne so, (fino al 2009), la piramide non è visitabile, l’ingresso della piramide è chiuso da una cancellata e intorno (purtroppo) ci sono grandi cumuli di spazzatura.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press, 1961
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996)
  • Disegni di L. Jori
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI SAHURA NEBKHAU

A cura di Piero Cargnino

Alla morte di Userkaf salì al trono il figlio Shaura Nebkhau che, secondo la leggenda della quale abbiamo già parlato, era il secondo dei Figli del Sole anche se in realtà pare fosse figlio di Userkaf e della regina Khentaus II. Secondo altri egittologi invece era figlio di Shepseskaf, (ultimo faraone della IV dinastia), e di Khentkaus I figlia di Micerino, quindi cugino di Userkaf. Regnò intorno al 2490 a.C., il suo regno, secondo Manetone, sarebbe durato 28 anni, dal Papiro Regio di Torino risulta che regnò circa 14 anni mentre la Pietra di Palermo cita il suo settimo censimento del bestiame che, essendo biennale, sarebbero almeno 14 anni.

Le notizie riguardanti gli avvenimenti del suo regno, come per molti altri sovrani, sono scarse e spesso lacunose, ad esse si aggiungono le varie interpretazioni degli studiosi, spesso discordanti, pertanto nessun dato è da considerarsi realmente corretto. Sempre la Pietra di Palermo racconta che intraprese missioni commerciali nella Terra del Turchese, (in Sinai presso le cave dello Uadi Maghara), dove è stato rinvenuto un graffito in ricordo di una spedizione per pacificare i nomadi locali, e nella terra di Punt. Sono state inoltre ritrovate iscrizioni su di una stele, che porta il nome di Nebkhau, nelle cave di diorite presso Abu Simbel, cosa che dimostrerebbe una forma di controllo sulla Bassa Nubia. Dalle rappresentazioni del tempio funerario della sua piramide ad Abusir si ha notizia di spedizioni contro i Libi e contro i Beduini del nordest, mentre rappresentazioni di navi d’alto mare sembrano attestare rapporti con la Siria-Palestina.

Anche Sahura fu grande devoto del dio Ra e, come il suo predecessore, fece costruire un tempio solare al quale assegnò il nome di “Possedimento di Ra”. Del tempio però non sono state ancora trovate tracce. Per la sua sepoltura scelse un luogo vicino al tempio solare di Userkaf, suo predecessore, creando così una necropoli dinastica nella parte settentrionale della città di Menfi, Abusir. Quì Sahura si fece costruire la sua piramide, e come lui anche i suoi successori diretti fino a Djedkara Isesi, ottavo faraone della V dinastia, che scelse un nuovo sito a sud di Saqqara.Non sappiamo perché Sahura scelse un posto così sperduto, tra le varie ipotesi emerge quella di Kaiser secondo cui la ragione è che questo era il luogo più a sud dal quale era possibile scorgere la cima dorata dell’obelisco di Ra ad Eliopoli. Sahura chiamò la sua piramide “L’anima di Sahura risplende”. Oggi purtroppo risplende un po meno a causa del pessimo stato di conservazione, il complesso monumentale è ancora distinguibile dalle rovine rimaste e presenta una serie completa di strutture diverse, tipiche delle fondamenta funerarie reali dell’Antico Regno. Sono ancora visibili i rilievi che decoravano il tempio a valle, il tempio funerario e le pareti della rampa processionale. Impressionante la varietà dei materiali usati per costruire il tempio, alabastro e basalto per i pavimenti, granito rosso per i piedistalli oltre a fine calcare di Tura. Le prime indagini molto superficiali del complesso monumentale di Sahura vennero effettuate dall’archeologo John Shae Perring che fu anche il primo a penetrare nelle camere ipogee della piramide, seguito poco dopo, dalla spedizione di Lepsius. Indagò pure successivamente Jean Jacques Marie de Morgan senza però approfondire più di tanto.

Dopo circa mezzo secolo di disinteresse ebbe luogo, a cura di Ludwig Borchardt, un’indagine approfondita dell’intero complesso funerario. Durante le campagne dal 1902 al 1908 venne effettuato un attento esame dell’intero complesso del quale, Borchardt pubblicò un’opera in due volumi “Das Grabdenkmal des Königs Sahurā”, (Il monumento funerario di re Sahura), che a tutt’oggi è ancora considerata l’opera più valida sul complesso di Sahura. Borchardt liberò dalla sabbia una gran parte delle colonne e parte degli architravi del tempio funerario. Numerosi reperti vennero divisi tra la Germania e l’Egitto, in Germania però non vennero esposti per mancanza di spazio, solo nel 1980 ne fu esposta una parte nel Palazzo di Charlottenburg a Berlino Ovest. Nel sito di Abusir lavorarono pure Rinaldi e Maragioglio senza però che emergessero nuovi dati significativi. Quando, nel 1994 il sito di Abusir venne aperto al turismo internazionale, fu possibile, grazie ad un esame più attento, fare una scoperta sorprendente nella parte inferiore della rampa processionale rialzata, cosa che era sfuggita a Borchardt, vennero rinvenuti una serie di blocchi decorati con rilievi straordinari dal punto di vista artistico. La piramide di Sahure poggia su una bassa altura al limite del deserto a circa 20 metri sopra la valle del Nilo. Non sono mai state fatte indagini approfondite ma, per analogia con alcune mastabe vicine, si può affermare che la piramide non fu eretta direttamente sulla roccia ma su una piattaforma di almeno due strati di spessi blocchi di calcare. Leggermente più piccola di quella di Userkaf, misura 78,75 metri di lato, (150 cubiti reali), e, con una pendenza di 50°11′ raggiungeva un’altezza di circa 47 metri. Ad un occhio attento, poiché la visuale rimane nascosta dal tempio funerario adiacente, la piramide denuncia un errore di misura dei costruttori, l’angolo sud-est è spostato a est di 1,58 metri per cui la base non risulta perfettamente quadrata. Il nucleo della piramide era costituito da sei gradoni di calcare poco pregiato. Su di essi poggiava il paramento di grandi blocchi di fine calcare bianco ben lavorati. L’ingresso si trova sotto la superficie della parete nord e dopo un breve corridoio discendente si giunge ad un piccolo vestibolo e subito uno sbarramento a caduta con blocchi di granito rosa. Segue un corridoio in lieve salita che diventa orizzontale in prossimità dell’ingresso all’anticamera. Il corridoio presenta altri tre sbarramenti con blocchi di granito rosa. L’anticamera è posta esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide e la camera funeraria si trova un po più ad ovest. La devastazione causata dai saccheggiatori è tale per cui non è più possibile ricostruire la disposizione originaria. Il soffitto a capriata è formato da tre strati, via via crescenti, di enormi blocchi di calcare. All’interno della camera funeraria, Perring trovò alcuni frammenti di basalto che ritenne dovessero appartenere al sarcofago. L’utilizzo sistematico come cava di pietra pregiata, lasciando sul posto quella di qualità inferiore ha destabilizzato l’intera struttura fino al punto che l’equilibrio delle forze non fu più garantito. I soffitti dei corridoi sotterranei e delle stanze quindi crollarono. Terremoti, verificatisi in tempi successivi, hanno finito per demolire quello che era stato risparmiato. La struttura è diventata quindi inaccessibile a causa di ulteriori terremoti avvenuti in epoca recente che hanno finito di demolire quello che era stato risparmiato. L’accesso era comunque ancora possibile fino al secolo scorso.

Fonti e bibliografia:

  • Ludwig Borchardt, “Il monumento funerario di re Sahura”, Lipsia, 1913
  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Marco Chioffi e Giuliana Rigamonti, “I racconti di Re Kheope”, Duat, 2005
  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press, 1961
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari, 2008
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996)
Antico Regno, Piramidi

IL COMPLESSO FUNERARIO DI USERKAF

A cura di Piero Cargnino

Anche se a tutti gli effetti Userkaf appartiene alla discendenza di Cheope, (ramo secondario), Manetone lo pone a capostipite di una nuova dinastia, la V. Prendiamola così, ormai conosciamo bene Manetone, ma nonostante i suoi svarioni ci è tornato molto utile per ricostruire alla meglio la storia egizia grazie anche ai numerosi paralleli che riusciamo a fare con le altre fonti.

Negli articoli precedenti ho già accennato ai torbidi che sono sorti con gli ultimi sovrani della IV dinastia, torbidi e confusione che hanno segnato il passaggio dalla IV alla V dinastia così come abbiamo parlato delle ipotesi sulle origini di questo faraone. Un’ipotesi leggendaria sulle sue origini ci viene raccontata dal famoso Papiro Westcar (del quale ne abbiamo già parlato) risalente alla XVI o XVII dinastia, acquistato in Egitto nel 1824 dal viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar, (da qui il nome), affidato in seguito all’egittologo Lepsius, ed oggi conservato al Museo di Berlino.

Il Papiro contiene un ciclo di cinque storie raccontate alla corte del faraone Khufu, (2589-2566 a.C.), dai suoi figli. Una di queste leggende che si riferisce all’origine divina dei primi tre sovrani della V dinastia, dice che a Cheope fu predetto, che la moglie di un sacerdote di Ra, Redgdet, sarebbe stata fecondata da Ra in persona, e avrebbe generato tre gemelli destinati a regnare sull’Egitto.

Questi tre gemelli, “Figli del Sole”, sarebbero i primi tre faraoni della V dinastia, Userkaf, Sahura e Neferirkare Kakai. Redgdet, secondo gli egittologi, sarebbe in realtà uno pseudonimo attribuito alla principessa Khentkaus I, figlia di Menkaure e moglie di Shapseskaf, di lei abbiamo già ampiamente parlato in un articolo a parte. Pare sia stata pure la moglie di Userkaf e madre dei successivi due faraoni della V dinastia. L’ipotesi più probabile è che Userkaf sia nato dalla principessa Neferhetepes e quindi nipote della regina Hatepheres II e di Djedefre, discendente del ramo secondario della famiglia di Cheope. I figli del dio Sole Ra, con l’intento di omaggiare il padre divino, introdussero l’elemento “Ra” nel loro nome ad eccezione di Userkaf, del quale non è chiaro perché ne sia privo, ma una cosa è certa, con lui nasce la tradizione di costruire il grande “Tempio del Sole” che si suppone copiato dal tempio di Ra-Atum ad Eliopoli. Il suo fu un regno breve, sette anni, durante i quali avviò numerosi viaggi nelle nazioni vicine, allacciò importanti relazioni di carattere commerciale, soprattutto con il mondo Egeo, che si rivelarono molto vantaggiose per il paese.

Userkaf è famoso per il suo tempio vicino ad Abu Ghorab, a sud di Heliopolis, la città dedicata a Ra e Atum, incarnazioni del Dio solare e luogo d’origine della famiglia reale. Forse già pago di aver costruito un magnifico tempio solare e, perché no, per risparmiare le risorse del paese e il tempo a disposizione, Userkaf non dovette dare troppa importanza alla sua piramide visto lo stato in cui fu ritrovata, in completa rovina per esser stato usato come cava di pietra e come cimitero nel Periodo saitico. Lo stato in cui si trova oggi la sua piramide si rispecchia nel nome con il quale viene chiamata in arabo: “el-Haram el-Makherbiskh” ovvero: “la piramide in rovina”. Egli decise di staccarsi dai luoghi tipici della IV dinastia. Forse a seguito di un calcolo ben ponderato dal punto di vista politico e dinastico, scelse un sito molto vicino alla piramide a gradoni di Djoser, a Saqqara, li fece costruire la sua piramide che chiamò: “Puri sono i luoghi, (cultuali), di Userkaf”.

Il complesso comprende tre piramidi, la sua, alta 49 metri con una inclinazione di 53° e una base di 73 x 73 metri circa, poi due piramidi molto più piccole, quella della regina, che si trova a sud, fuori dalla cinta muraria, e quella cultuale, della quale si sono mantenuti solo i due gradini più bassi del nucleo, situata, contrariamente a quanto in uso, nell’angolo sud-ovest all’interno del perimetro della piramide maggiore. Nel mezzo delle tre sorgeva il tempio con a fianco una piccola cappella per le offerte. Per la sua piramide Userkaf fece uso di grandi blocchi di comune calcare, solo per il paramento utilizzò il fine calcare bianco di Tura. Dai resti di un’iscrizione geroglifica scoperta su frammenti di paramento si deduce che anch’essa fu oggetto di restauro in epoche successive, forse all’epoca di Khamuaset.

A differenza delle precedenti piramidi della IV dinastia il cui ingresso si trovava nella parete nord, quello di Userkaf si trova nel pavimento del cortile di fronte. Attraverso un corridoio, prima discendente, poi orizzontale si accede alle camere ipogee. Circa a metà del corridoio orizzontale si trova una barriera composta da un unico masso a caduta di granito rosa. Più avanti, nella parete sinistra, si apre un breve passaggio che conduce in una camera con pianta che ricorda vagamente una T probabilmente usata come magazzino per il corredo funerario. Tornando al corridoio orizzontale questo prosegue per alcuni metri terminando in una anticamera posta esattamente sull’asse verticale della piramide. In questo punto ci troviamo a circa 10 metri sotto la base della piramide ed un passaggio mette in comunicazione l’anticamera con la camera sepolcrale. Entrambe le camere hanno le pareti rivestite di fine calcare bianco ed il tetto a capriata sempre di calcare. L’anticamera misura circa 4 x 3 metri mentre la camera è lunga circa il doppio. Vennero rinvenuti al suo interno i resti di un sarcofago in basalto, vuoto e senza alcun ornamento lievemente incassato nel pavimento, (alcuni citano uno splendido sarcofago in basalto ma non so su quali basi). Gli interni di tutte le camere, come quelle di Cheope, sono privi di qualsiasi tipo di decorazioni. E’ necessario precisare che, questa breve, ed un po approssimativa descrizione degli interni è tratta dagli appunti dell’egittologo statunitense John Shae Perring che è stato l’unico archeologo che la esplorò negli anni 30 del XIX secolo. Da allora l’ingresso è bloccato a causa di un crollo, situazione ulteriormente peggiorata dopo il terremoto dell’ottobre 1991.

LA PIRAMIDE SATELLITE E QUELLA DELLA REGINA NEFERHETEPES

Come di consueto anche il faraone Userkaf si fece costruire una piramide satellite quale luogo di culto. La piramide satellite era destinata ad accogliere il Ka del faraone defunto, all’interno probabilmente si trovava una statua del Ka di Userkaf.

La piramide si presenta con un angolo di 53° e la sua posizione, all’interno del complesso funerario, nell’angolo sudorientale, è piuttosto insolita. I blocchi che compongono il nucleo della piramide risultano tagliati grossolanamente, come quelli della  piramide principale, e disposti su due strati, un tempo dovevano essere rivestiti di fine calcare di Tura che ormai è scomparso a causa dei ladri di pietre. Il nucleo quindi, costruito con pietra di scarsa qualità e rimasto esposto agli agenti atmosferici per cui è degradato rapidamente, oggi sono visibili solo le rovine dei due strati più bassi della piramide. La base ha la forma di una T, un corridoio discendente sbuca nella camera sotterranea il cui tetto è a forma di V rovesciata.

Userkaf non fu da meno dei suoi predecessori per cui fece predisporre, intorno al suo complesso, un cimitero per ospitare le tombe dei suoi famigliari, ma soprattutto fece costruire un piccolo complesso piramidale separato per la sua regina prediletta Neferhetepes lungo un asse est-ovest. Neferhetepes era la madre di Sahure, successore del padre, e, con tutta probabilità era anche la madre di Meretnebty che andò sposa al fratello Sahure. I suoi titoli più importanti erano: “Madre del re dell’Alto e Basso Egitto” e “Figlia del dio”. Neferhetepes era già conosciuta in precedenza grazie ad un rilievo presente su una pietra nella tomba di Persen sacerdote e ufficiale dell’esercito. Altri rilievi che la rappresentano come madre di Sahure si trovano presso la strada rialzata della piramide di Sahure.

La piramide della regina Neferhetepes è oggi irriconoscibile, interamente rovinata e ridotta ad un piccolo cumulo di macerie. Fu scoperta da Cecil Mallaby Firth nel 1928 durante una delle sue prime campagne di scavi, dopo averla studiata per un anno intero propose di assegnarne la proprietà alla regina Neferhetepes. Fu però solo nel 1943, in seguito alla scoperta della pietra incisa trovata nella tomba di Persen, citata sopra, che si ebbe la conferma. La pietra oggi si trova presso il Museo egiziano di Berlino. Ulteriori elementi che confermano la proprietà della piramide alla regina Neferhetepes vennero scoperti da Audran Labrousse nel 1979 durante gli scavi nelle rovine del tempio. La piramide della regina in origine doveva avere una pendenza di circa 52° e presenta la stessa tecnica di costruzione della piramide principale di Userkaf e di quella della piramide cultuale. La piramide è stata utilizzata come cava di pietre per anni ed oggi si presenta appena distinguibile dai dintorni e le sue camere interne, raggiungibili attraverso un passaggio discendente che porta alla camera funeraria anch’essa a forma di T con un tetto di lastroni di calcare a capriata. 

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Marco Chioffi e Giuliana Rigamonti, “I racconti di Re Kheope”, Duat, 2005
  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997)
  • Cecil Mallaby Firth, Gunn Battiscombe,  “Teti Pyramid Cemeteries”, Cairo, 1926
  • Audran Labrousse, Jean-Philippe Lauer,”Les complexes funéraires d’Ouserkaf et de Néferhétepès”, Le Caire: Institut français d’archéologie orientale, 2000

Antico Regno, Piramidi

LA QUARTA PIRAMIDE DI GIZA

LA TOMBA DELLA REGINA KHENTKAUS I

A cura di Piero Cargnino

Visto che ci siamo facciamo ancora un giretto nell’immensa necropoli di Giza. Qui, per gli appassionati della storia egizia antica, ci sarebbe da passare una vita intera (e molti lo hanno fatto). Noi, in questi miei scritti, non abbiamo tutto questo tempo, il mio impegno è quello di trattare tutte le piramidi egizie per cui non mi soffermerò oltre. Prima però di lasciare Giza vorrei parlarvi di una piramide singolare, quando la scoprì, nell’immensa distesa sabbiosa, vicino al tempio a valle di Micerino, l’egittologo John Shae Perring la definì la quarta piramide di Giza. trattandosi di una tomba a due gradini risalente alla IV dinastia. Diversamente la pensava Richard Lepsius che la annoverò tra le tombe private. Holscher e Reisner la ritennero invece la piramide incompiuta di Shepseskaf, ma le indagini più accurate condotte da Selim Hassan nel 1932 permisero di attribuirla effettivamente alla regina madre Khentkaus I vissuta a cavallo della IV e V dinastia.

Ma chi era in effetti Khentkaus I? Si presume fosse figlia di Micerino, (molte prove supportano il concetto anche se ancora vengono sollevati dubbi), sposa di Shepseskaf, prima, poi di Userkaf, (fondatore della V dinastia). Come moglie di Userkaf gli viene attribuita la maternità di Sahure e Neferirkare Kakai, anche se una sepoltura così imponente ci porta a supporre che il personaggio abbia avuto un’importanza superiore a quello di una regina sposa. Secondo Miroslsv Verner, è probabile che Khentkaus sia stata per un breve periodo, reggente al trono per l’altro figlio Tampthis. Secondo Manetone, Menkaure e Thampthis regnarono nella quarta dinastia, ma essendo Khentkaus I la madre di Sahure è di fatto legata anche alla V dinastia. A lei veniva attribuito il titolo di “mwt nswt bity nswt bity”, che Ventikiev tradusse con “La madre dei due re dell’Alto e Basso Egitto”. Vista però l’imponenza del complesso funerario, con tanto di città piramidale, secondo l’egittologo tedesco Hermann Junker questo andava attribuito sicuramente ad un personaggio molto più importante, suggerì quindi che il titolo andava letto come “il re dell’Alto e Basso Egitto e la madre del re dell’Alto e del Basso Egitto”. Sono state avanzate molte altre ipotesi ma io mi fermerei qui, per chi fosse interessato ad approfondire esistono numerose pubblicazioni in proposito.

Torniamo dunque alla piramide, questa pare costruita in due fasi coincidenti con i suoi due gradini. Nella prima fase, attorno ad un blocco quasi quadrato di roccia, residuo di cava dove vennero estratte le pietre per le altre piramidi, venne costruita la tomba per ospitare il corpo della regina Khentkaus I, successivamente fu rivestita di bianco calcare di Tura. La seconda fase, consistette in un ampliamento mediante la costruzione di una grande struttura in pietra calcarea sopra al blocco esistente, Verner suggerisce che nell’intenzione degli architetti ci fosse l’idea di trasformare la tomba in una piramide, idea poi abbandonata per problemi di stabilità delle fondamenta. Tanto per non farsi mancare niente, il suo complesso funerario comprende la piramide, un tempio della valle, una città piramidale, un serbatoio d’acqua e granai, il tutto è stato catalogato da Lepsius come LG100. Sul lato sud-ovest della piramide, è stata rinvenuta una fossa di circa 30 metri di lunghezza e 4 di profondità, tagliata interamente nella roccia, trova posto la sua barca solare, il riferimento potrebbe essere alla barca notturna, detta “Mesketet”, del dio sole Ra. A questo punto si può ipotizzare l’esistenza anche di un’altra fossa con la barca diurna, detta “Mandet”. L’insieme delle due barche veniva chiamato “Maaty” ed era riferito alla Maat, il principio dell’ordine cosmico. Al momento non mi risulta che sia mai stata cercata. La sovrastruttura della piramide è costituita da due gradoni con una pianta quadrata orientata nord-sud, le pareti sono arricchite da nicchie, ad imitazione di false porte. Alla piramide si accedeva attraverso una maestosa porta in granito rosa, che riportava la titolatura ed il nome di Khentkaus I, da qui un passaggio scende dal pavimento della cappella interna e conduce alla camera funeraria. Le pareti della cappella erano coperte di rilievi che oggi si presentano molto danneggiati. Il cunicolo, che scende al di sotto della struttura della piramide, conduce anch’esso, dopo 5,6 metri alla camera funeraria, entrambi sono rivestiti di granito rosa. La camera, che come dimensioni ricorda quella di Shepseskaf a Saqqara, doveva contenere un sarcofago di alabastro del quale sono stati ritrovati pezzi nella sabbia che riempiva la camera. E’ stato rinvenuto anche un piccolo scarabeo di calcare marrone attribuibile però alla XII dinastia, cosa che fa pensare ad un eventuale riutilizzo della tomba in epoca successiva. La città piramidale si trova ad est della piramide e comprende parecchie strade che separano gruppi di case tutte provviste di granai. Costruite in mattoni crudi, probabilmente ospitavano i sacerdoti e i servitori del complesso piramidale. Attraverso una strada rialzata si giungeva al tempio della valle che si trova nei pressi di quello di Micerino quasi a rimarcare una stretta relazione del sovrano con la regina Khentkaus I. Il tempio della valle, simile a quello di Micerino, era costruito in mattoni crudi rifiniti con calcare bianco e alabastro. L’ingresso si trova sul lato nord e dava accesso ad un vestibolo il cui tetto era sostenuto da quattro colonne. Al suo interno sono stati ritrovati resti di una statua di re ed il corpo di una statua di sfinge. Non ho trovato notizie circa la possibilità di visite da parte dei turisti.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano-Appia, “Egitto e Nubia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995
  • Verner Miroslav. “Ulteriori pensieri sul problema di Khentkaus.”, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Aidan Dodson e Dyan Hilton, “Le famiglie reali complete dell’antico Egitto”, 2004
  • Miroslav Verner, “Il complesso piramidale di Khentkaus”, Praha, 1995
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Vol.I – Ed. Ananke, 1012
  • Hassan Selim, “Scavi a Giza (1932-33)”, Il Cairo: Facoltà di Lettere dell’Università egiziana. 1943
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini – Novara 1993