Alabastro calcareo, altezza 256,5 cm Luxor The Luxor Museum of Ancient Egyptian – J. 155
Gruppo statuario di Amenofi III con il dio-coccodrillo Sobek
In corrispondenza con le feste-sed di Amenofi III, a partire dal suo trentesimo anno di regno, aumentarono notevolmente le raffigurazioni zoomorfa.
Questo gruppo statuario proviene da un tempio si Sobek a sud di Tebe, presso il quale si trovavano anche coccodrilli sacri.
Sobek è seduto su un seggio e indossa gli attributi regali: Corona, parrucca tripartita e la barba posticcia
Abbraccia, in segno di protezione, Amenofi III, la mano del dio inoltre porge il segno della vita ( ankh) al sovrano, concentrando così l’attenzione dell’osservatore sui tratti del re, che sono la parte più curata dell’intera opera.
Il faraone è raffigurato stante e di proporzioni più piccole rispetto al dio.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni a cura di Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Ossidiana, altezza cm 20, larghezza cm 15 Karnak, cortile della cachette, Scavi di G. Legrain 1905 Museo Egizio del Cairo
La statua completa doveva essere composta da parti separate assemblate con tenoni: tracce di questi si vedono sul retro della testa.
Della statua si conserva solo il volto femminile dai tratti estremamente raffinati, che rendono possibile l’attribuzione alla fase più matura dell’arte della XVIII Dinastia.
Le orbite e le sopracciglia sono cave, perché probabilmente dovevano accogliere riempimento in materiali diversi, come la pasta vitrea.
La perfezione del lavoro e il pregio dell’opera appaiono tanto più ammirevoli qualora si consideri che l’ossidiana è una pietra vulcanica estremamente dura da lavorare e assente nel territorio Egiano, infatti il minerale era importato dall’Etiopia o dall’Arabia centro-meridionale.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Legno di sicomoro dipinto Naos: altezza 62 cm, Statuina: altezza 38 cm Deir el-Medina, tomba di Satnem (n. 1379) Scavi dell’Istituto Francais d’Aechéologie Orientale (1933 – 1934) Museo Egizio del Cairo, JE 63646 A, B
La figura femminile in legno di sicomoro, sottile e elegante, rappresenta la dama Ibentina, moglie di Satnem, il proprietario della tomba in cui fu ritrovata.
All’interno era ancora contenuto il corredo funebre della coppia, ivi compresa una statuina di Satnem, anch’essa in legno, che fungeva da controparte a quella della moglie,.entrambe le piccole statue erano ricoperte di lino.
La donna è raffigurata stante con il braccio destro disteso lungo il corpo mentre il sinistro, intorno al quale è legata una piccola collana in faience, è ripiegato in vita.
I polsi sono ornato da gioielli.
Indossa una parrucca tripartita, con trecce legate con fasce e indossa una lunga veste aderente.
Il piccolo viso presenta grandi occhi a mandorla, un naso sottile e una bocca ben disegnata.
La statuina è incassata in una base di legno parallelepipeda, intorno alla quale è dipinta una formula d’offerta dedicata al dio Osiride, qui indicato come signore di Busiri e di Abido.
La piccola scultura è contenuta in un Naos di legno fornito di coperchio a incastro.
Il viso è la raffinatezza con cui è modellata permettono di datare la statuina al periodo di Hatshepsut o di Thutmosi III.
FONTE
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Pietra / granodiorite. Dimensioni: 192 x 64 x 133 cm Datazione:1479–1425 a.C. Periodo: Nuovo Regno (XVIII Dinastia) Regno: Tutmosi III Provenienza: Tebe, Karnak / tempio di Amon
Questa splendida testa, priva di iscrizioni, di poco inferiore alle dimensioni naturali, è ornata dal copricapo di stoffa nemes, molto calato sulla fronte, al cui centro si erge il serpente urèo; il volto è ovale con occhi, bocca e mento piuttosto piccoli, soprattutto se confrontati alle arcate sopracciliari e alle linee di cosmetico.
Questi tratti somatici (il naso è di restauro ottocentesco) si ritrovano identici in alcune statue a nome del sovrano Thutmosis III (1479- 1426 a.C.), succeduto al padre Thutmosis II.
Provenienza: Egitto: località ignota.
Collezione Universitaria
Datazione: Nuovo Regno
XVIII dinastia, regno di Thutmosis III (?) (1479 – 1426 a.C.)
Materiale: dolerite
Dimensione: altezza cm 23
Numero di inventario: KS 1800
FONTE:
MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA. Collezione egiziana.
Bronzo con tracce d’oro, altezza 20,5 cm. Provenienza sconosciuta, acquistata nel 1924 Philadelphia, the University of Pennsylvania, Museum of Archaeology and Anthropology E 14295
La statuetta è in materiale detto bronzo nero.
Sono presenti tracce d’oro sul nemes, e sul gonnellino.
È possibile che in origine queste parti fossero rivestite del prezioso materiale.
Gli occhi e le sopracciglia, lavorati ad intarsi o con pietre, probabilmente erano profilati in metallo.
Le braccia sono andate perdute, ma dalla posizione si intuisce che erano proteste per offrire recipienti a una divinità.
Manufatti di questo tipo facevano parte degli arredi dei Templi, utilizzati dai sacerdoti per rituali e cerimonie.
Sulla statuetta non sono presenti iscrizioni che rendano possibile l’identificazione, ma la foggia degli indumenti, la forma del corpo e i lineamenti indicano che si tratta di un sovrano.
Granito nero, altezza 60 cm Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di G. Legrain (1907) Museo Egizio del Cairo, JE 36923 (CG 42116)
Senenmut, consigliere e architetto della regina Hatshepsut, è qui raffigurato mentre tiene in grembo la principessa Neferura, della quale era precettore.
È seduto su un alto seggio di forma quadrangolare e tiene una gamba piegata in modo da fornire un appoggio per il dorso della bambina, seduta sulle sue ginocchia.
Senenmut porta una lunga parrucca che lascia scoperte le orecchie e indossa un corto gonnellino.
Con la mano destra tiene le ginocchia di Neferura, mentre con la sinistra le cinge le spalle.
La piccola ha la tipica acconciatura dell’infanzia: una lunga treccia che le ricade sulla spalla, porta un ureo regale sulla fronte, ed è avvolta in un manto da cui fuoriesce la mano che porta il dito alla bocca.
Sul gonnellino di Senenmut è incisa una colonna di geroglifici che reca il nome e il titolo di “Maggiordomo della principessa Neferura” a lui attribuito.
Attorno al basamento sono iscritti altri titoli di Senenmut tra i quali “Soprintendente ai granai, alle terre e al bestiame del Dominio di Amon”.
L’ANALISI FILOLOGICA DELLE ISCRIZIONI DA PARTE DI LIVIO SECCO QUI
Senenmut era il responsabile dei lavori architettonici intrapresi dalla regina Hatshepsut e in quanto tale seguì la costruzione del suo tempio a Deir el-Bahari, al cui interno si è fatto ritrarre più volte, dietro le porte delle cappelle, contravvenendo alla tradizione egizia precedente che attribuiva scarsa importanza al creatore dell’opera artistica.
Ci sono giunte ben venticinque statue che lo ritraggono in maniera originale e anticonvenzionale, come in questo caso.
Senenmut ebbe dalla sua regina l’onore di farsi costruire, oltre a una tomba a Qurna, come molti altri funzionari del Nuovo Regno, anche una tomba nella cerchia del tempio di Deir el-Bahari, dove si trova un esempio molto celebre di soffitto astronomico.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo del Cairo – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Calcare dipinto, altezza 59,5 cm, lunghezza 105 cm Deir el-Bahari, Tempio funerario di Hatshepsut Museo Egizio del Cairo – JE 53113
Il corpo leonino ha una postura regolare: le zampe anteriori sono proteste in avanti e le posteriori parzialmente coperte dalla coda che si avvolge intorno alla coscia destra.
La testa, coperta come di consueto dal nemes, presenta un’ampia criniera con riccioli incisi, che termina con un codino sul dorso; è inoltre completata da una barba posticcia e da una corona di crine che circonda il viso dai tratti femminili della regina.
Il volto di Hatshepsut, a causa del l’ampia criniera, appare piccolo e molto raffinato.
La femminilità dei lineamenti é in parte contrastata dalla scelta dei colori che richiamano la natura divina di ogni faraone: il giallo-oro e il blu lapislazzuli.
Sul petto, sotto la barba, si legge un’iscrizione verticale protetta dal simbolo del cielo, che scende fin sulla base, tra le zampe anteriori :
“Maatkara , il nome di incoronazione, amata da Amon, dotata di vita eternamente”.
Della regina si sono conservate numerose sfingi di pietra di varie dimensioni, molte delle quali provengono da tempio di Deir el-Bahari.
Un viale di sfingi di notevoli dimensioni fiancheggiava la rampa che dalla stazione intermedia conduceva all’entrata del tempio.
Questa sfinge doveva invece far parte di un gruppo di sfingi più piccole disposte lungo i viali processionali interni al tempio stesso e in alcune nicchie della terrazza superiore.
Fonte
Tesoro egizi del Museo del Cairo – Rosanna Pirelli – Edizioni White Star
Granito rosa, altezza 152 cm. (C. 1375) Collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino
Amenofi II, figlio e successore del grande Thutmosi III, è rappresentato come offerente in questa statua della collezione Drovetti provenienti dalla zona tebana.
Il faraone è Inginocchiato nell’atto di porgere alla divinità due vasi globulari contenenti vino, secondo una consuetudine documentata anche dai rilievi parietali dove i sovrani compaiono spesso come officianti di riti religiosi che comportano la presentazione di doni e offerte agli dei.
I due vasi, che il faraone tiene saldamente in pugno, riproducono a livello scultoreo un tipo di recipiente tradizionalmente usato, sin dall’epoca menfita, per le offerte agli dei, contenenti non solamente vino, ma anche latte e acqua.
Amenofi II è raffigurato con i simboli della regalità : il copricapo nemes, l’ureo e la barba posticcia.
Il nome di questo faraone è legato sopratutto a un nuovo modo di mostrarsi agli occhi dei sudditi, apparendo come un sovrano forte, sportivo e amante della caccia.
La sua tomba nella Valle dei Re, scoperta dal francese Victor Loret nel 1808, ha restituito, oltre al corpo del sovrano, anche le mummie di altri faraoni e regine del Nuovo Regno, lì nascoste dai sacerdoti tebani della XXI Dinastia, per essere al sicuro dai sempre frequenti furti che avevano luogo nella necropoli tebana a opera di antichi tombaroli.
Pietra / granodiorite. Dimensioni: 192 x 64 x 133 cm Datazione:1479–1425 a.C. Periodo: Nuovo Regno (XVIII Dinastia) Regno: Tutmosi III Provenienza: Tebe, Karnak / tempio di Amon
THUTMOSI III fu uno dei maggiori sovrani dell’Egitto e tra i più grandi conquistatori e strateghi della antichità. Come altri sovrani del Nuovo Regno intraprese un’ intensa attività di costruttore come testimoniano edifici sacri, obelischi e statue.
Sistemazione nel Museo Egizio di Torino
La statuaria sotto THUTMOSI III “non poteva che ricalcare quella di Hatshepsut, sia perché gli artisti erano i medesimi, sia perché i regni, almeno nei primi ventuno anni, furono contemporanei. Tuttavia le statue del re si distinguono per il particolare profilo, dal naso leggermente aquilino, in un volto dolce, trattato dagli artisti con la morbidezza delle linee, con quel tanto di idealizzazione dovuto all’eterna giovinezza che appare negli splendidi ritratti”.
La scultura è composta da numerosi frammenti riuniti e raffigura il faraone seduto con le mani appoggiate sulle ginocchia.
La statua qui raffigurata è considerata una delle più belle sculture dell’intera arte egizia.
Tutmosi III è rappresentato con i simboli della regalità:
“indossa il gonnellino shendyt, il copricapo di stoffa detto nemes, e il cobra (l’ureo) sulla fronte.
Sui lati del trono è il sema-tauy, un segno composto dalle due piante dell’Alto e Basso Egitto, il loto e il papiro, intrecciate con il geroglifico sema, “unire”, raffigurante polmoni e trachea
Fra le gambe si vede la coda di toro fissata alla cintura dietro, simbolo della sua potenza virile. Sui lati del trono è il sema-tauy, un segno composto dalle due piante dell’Alto e Basso Egitto, il loto e il papiro, intrecciate con il geroglifico sema, “unire”, raffigurante polmoni e trachea8. Sotto i piedi del sovrano sono i Nove Archi, che rappresentano i nemici dell’Egitto. Questi simboli significano che il faraone garantisce l’unità delle Due Terre (l’Egitto) e le protegge contro i popoli stranieri.”
Sotto i piedi del sovrano sono i Nove Archi, che rappresentano i nemici dell’Egitto.
Granito, Altezza 82 cm Collezione Drovetti Museo Egizio di Torino C. 836
Nell’antico Egitto ebbe grande importanza il culto degli animali sacri, associati a diverse divinità del pantheon locale.
Gatti, coccodrilli, falchi, ibis, tori, sciacalli, arieti erano non solo soggetto di venerazione, ma spesso destinatari di vaste necropoli dove i loro corpi, accuratamente imbalsamati, venivano sepolti.
Il legame tra la divinità e il proprio animale sacro era sottolineato da particolari rappresentazioni ibride in cui il dio appariva in genere raffigurato con il corpo umano e la testa dell’animale ritenuto essere la sua personificazione.
L’ariete era associato al culto di Amon-Ra, una delle principali divinità d’Egitto, adorato nel tempio tebano di Karnak.
Questa bella statua raffigura il dio in forma completamente animale, come era venerato sopratutto in Nubia, mentre protegge, tra le zampe anteriori, una piccola immagine di Amenofi III, il faraone che fece realizzare l’opera, insieme ad altre simili, per ornare il viale d’accesso al suo tempio nubiano di Soleb.
Alcuni secoli dopo, durante la XXV Dinastia, la statua fu trasportata per volontà del sovrano Taharqa nel complesso templare di Karnak, in segno di omaggio per il grande dio tebano
È qui che la scultura venne recuperata, entrando a far parte della collezione Drovetti e del Museo Egizio di Torino.
Fonte:
I grandi Musei: Il Museo Egizio di Torino – Electra