Carter 008, JE60723. Legno stuccato e dipinto, altezza 30 cm
Questo è uno dei reperti più controversi della tomba. Il numero di catalogo di Carter (008) lo identifica come uno dei primi ritrovati nell’Anticamera (pensate che il cofanetto dipinto descritto qui https://www.facebook.com/…/permalink/1017283632408341/ – il primo ad uscire dalla tomba – ha il numero 021), eppure non fu fotografato da Burton nella sua posizione originale né descritto da Carter, che si limita a scrivere nella scheda dedicata:
“È stata rimossa dal magazzino n. 4 (nota: la tomba KV4 usata come magazzino ed occasionalmente come zona pranzo) da rappresentanti del governo egiziano e inviato al Cairo come prova della mia mancanza di integrità. Di conseguenza la testa si è molto danneggiata”.
In effetti, oltre a diverse sezioni dello stucco dipinto staccatisi, la testa presenta una profonda spaccatura sul lato sinistro, che purtroppo non possiamo sapere quando si sia verificata.
Il 30 settembre 1924, mentre Carter è in Inghilterra furibondo dopo una lite con il Ministero (che riguarda anche la “spartizione” dei reperti), arriva un’ispezione a sorpresa del Dipartimento delle Antichità alla tomba KV4. La guida Pierre Lacau in persona, con il suo vice Rex Engelbach ed alcuni funzionari egiziani. Tutto sembra in ordine, ma quando stanno per andarsene, Lacau fa aprire una cassa della Fortnum & Mason (specialisti nella fornitura di beni alimentari di lusso) etichettata come “vino rosso”. Una soffiata? All’interno trovano la testa. I funzionari egiziani accusano apertamente Carter di furto, mandano un telegramma al Primo Ministro Zaghlul. Si parla di negare ogni ulteriore concessione a Carter, di arrestarlo se tornasse in Egitto. Ma, inaspettatamente, proprio Lacau offre una via d’uscita. Chiede, tramite Engelbach e Winlock, “se non fosse per caso tra i reperti ritrovati sulla scala di ingresso, prima dell’apertura della tomba, e non ancora catalogato da Carter”. Carter, informato da Winlock con un telegramma criptato, ovviamente conferma. La cosa non ha nessun senso, la testa avrebbe potuto essere lì solo abbandonata dai ladri, che non avrebbero mai rubato un oggetto per loro senza valore, senza oro o gioielli. E la testa non era mai stata mostrata tra i primi reperti recuperati, quindi è una colossale bugia. Ma a tutti va bene questo escamotage, e nel clima di incertezza politica di quegli anni Carter rimarrà a guida della scoperta.
La testa in sé è un capolavoro di ebanisteria. Emerge da un fiore di ninfea (non loto! Vedi anche la voce “Ninfea” QUI) blu aperto e raffigura Tutankhamon da bambino. È scolpita in legno e coperta da un sottile strato di gesso dipinto. La testa è allungata all’indietro nel tipico canone estetico di Amarna. Il viso è ben modellato, con bocca e naso accuratamente delineati, e dipinto in rosso. La testa è rasata (la radice dei capelli è raffigurata con una vernice grigia). Gli occhi sono contornati da una linea blu scuro, come le sopracciglia. Le orecchie sono forate. Il gambo del fiore è dipinto di bianco e segnato orizzontalmente da cinque anelli concentrici. Il fiore è costituito dai sepali che separano sette petali interni.
La testa che emerge da un fiore di ninfea rappresenta il dio Nefertem (o Nefertum), che a sua volta emerge dalle acque primordiali rappresentate dalla base blu scuro smussata ai lati. Nefertem era il dio del sole nascente, un altro riferimento alla rinascita del Faraone.
La ninfea è stato usato nei ritratti reali fin dall’Antico Regno (Nefertem faceva parte della prima Triade menfita con Ptah e Sekhmet); il suo profumo era considerato un’essenza divina capace di placare l’ira degli dei – soprattutto la ninfea azzurra il cui profumo è il più delicato.
La simbologia legata al fiore di ninfea è complessa: la pianta affonda le radici sul fondo del Nilo e attraversa le acque del fiume come se fossero quelle dell’oceano primordiale, si apre al mattino (creazione) volgendosi verso est come a salutare il disco solare dopo il suo viaggio negli inferi e si chiude al tramonto (morte) diventando simbolo tangibile di resurrezione ciclica.
Nel 2015 fu oggetto di un curioso incidente: il suo espositore in plexiglas fu colpito da uno studente in gita scolastica ed abbattuto, fortunatamente senza ulteriori danni salvo un malore della guardia presente nella sala.
Fonti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute
La morte di Carnarvon non priva Carter solo del suo mecenate, ma anche del “grimaldello” per aprire molte porte. Già la consegna dei primi reperti al Museo Egizio nel giugno del ’23 diventa un’impresa. Per evitare danni durante il trasporto, Callender ha l’idea di usare un trasporto su binari. Per arrivare al Nilo, servono nove chilometri di binari; la Sovrintendenza ne manda meno di tre. Gli operai montano i binari arrivati, il convoglio fa un tratto poi smontano e rimontano i binari più avanti. Un lavoro pazzesco, sotto più di 40 gradi. Carter impazzisce di rabbia, ma una volta completato tutto senza danni, il resto del lavoro sembra una passeggiata un po’ a tutti. Il Times intanto dimezza il compenso per l’esclusiva a Carter, “tanto l’interesse diminuirà”. Come no.
Lo stesso Carter dichiara durante la pausa estiva (nella Valle si toccano i 60 gradi quell’anno) che “basteranno quattro settimane per arrivare alla mummia del Faraone”. Ci metterà due anni.
A inizio ottobre rientra in Egitto. Tre giorni dopo, ha già litigato con tutta la Sovrintendenza alle Antichità, con la stampa di mezzo mondo e con tutto il mondo politico egiziano su afflusso di turisti, esclusiva al Times e permessi di visita alle autorità. Soprattutto la questione della stampa e l’ovvia pretesa della Sovrintendenza di poter controllare quanto avveniva nella Valle portano ad una situazione di stallo.
Nella Valle si naviga a vista. I sacrari sono molto più fragili del previsto: la doratura si sta staccando dal legno ormai secco dopo più di tremila anni.
NOTA: i sacrari meritano una descrizione dettagliata; troppo spesso sono “trascurati” a favore delle bare o della maschera di Tutankhamon, ma sono oggetti meravigliosi, carichi di significati esoterici. Li vedremo prossimamente
Carter, Callender e due operai impegnati nello spostamento del tetto del primo sacrario, l’impresa forse più complicata della tomba
L’intera parete sud della camera del sarcofago viene smontata per poter lavorare e l’estrazione del primo sacrario risulta eccezionalmente complicato. Il primo sacrario è enorme, più di 5 metri per 3,35; lascia liberi meno di 70 centimetri per lato. Un ragazzino deve sgusciare sul tetto del sacrario per permettere l’aggancio di un piccolo paranco preparato da Callender allo scopo.
Emerge il drappo che copre il secondo sacrario. Nella foto ricolorata si vede bene il drappo di lino con le rosette di bronzo a copertura del secondo sacrario
La struttura di sostegno del drappo funebre ci fa capire la sua importanza
Tra il primo ed il secondo sacrario spunta una struttura in legno che sorregge un enorme drappo funebre decorato con rosette di bronzo; il cielo stellato sopra l’anima del Faraone defunto. È fragilissimo, e viene avvolto su un rullo e nuovamente riaperto all’esterno per tentarne il restauro.
Nel frattempo, Lacau è tra l’incudine del governo egiziano ed il martello di Carter. Prova allora a far allontanare spontaneamente Carter: in una sorta di moderno “mobbing” fa approvare al governo una serie di norme per cui la Sovrintendenza avrà il pieno potere sugli scavi di lì in avanti.
Carter e Mace al lavoro per avvolgere il drappo funebre
All’inizio di gennaio si può finalmente rompere il sigillo del secondo sacrario: ne appare un terzo e poi un quarto. Su quest’ultimo il Prof. Newberry traduce una scritta che lascia tutti attoniti: “Ho visto il passato, conosco il futuro”.
Carter apre il secondo sacrario dopo aver tagliato il sigillo con un bisturi
Il quarto sacrario rivela il sarcofago in arenaria ed un braccio scolpito della dea Neith che sembra protendersi a voler proteggere il corpo del Faraone. La squadra si ferma, in riverente silenzio, e si prepara a smontare “a cipolla” i sacrari e tutti gli oggetti che vengono rinvenuti. È un colpo di fortuna, perché il coperchio del sarcofago è gravemente danneggiato, rotto in due probabilmente dall’imperizia degli antichi operai. Andare avanti avrebbe rischiato di compromettere tutto.
Il coperchio del sarcofago (con la linea di rottura al centro) è in granito, un materiale diverso dal sarcofago stesso, che è in arenaria. Alcuni studiosi hanno visto un parallelo con il sarcofago distrutto di Akhenaton, anch’esso con il coperchio in granito, a suggerire un “distacco” non ancora completato dal periodo di Amarna.
Mentre il lavoro nella tomba procede a ritmo incessante, con la preoccupazione di manovrare oggetti così preziosi e fragili in uno spazio così angusto, arriva la “bomba”: Lacau, oltre a ribadire il diritto della Sovrintendenza di controllare ogni aspetto del lavoro di scavo, dichiara “tutti gli oggetti ritrovati quale parte del Patrimonio Pubblico”. In parole povere, viene negata ogni spartizione degli oggetti ritrovati come previsto nella concessione originale di Lord Carnarvon. Viene minacciata l’esclusione di Carter dai lavori. Alle proteste di Carter, viene fuori un documento da lui firmato 8 anni prima per una concessione secondaria (rivelatasi infruttuosa), in cui veniva specificato che una “tomba inviolata” era da intendersi anche come
“una tomba violata nell’antichità ma che presentasse una collezione di oggetti in buone condizioni di rilevante interesse, come nel caso della tomba dei genitori della Regina Tiye”.
Per Carter è una pugnalata alle spalle. Per il Met Museum sfuma la possibilità di acquisire parte degli oggetti di Tut. Carter si rivolge in primis all’avvocato che cura gli interessi della vedova Carnarvon, poi mette in moto la comunità scientifica con una lettera firmata da Breasted, Gardiner, Newberry e Lythgoe (praticamente i quattro maggiori egittologi dell’epoca) riuscendo almeno a proseguire il lavoro in attesa di dipanare la questione.
A sinistra: lo schema disegnato da Carter della camera funeraria, con i sacrari, il sarcofago al centro e la posizione degli oggetti magici. A destra: la riproduzione dei sacrari in mostra a Parigi ci fornisce meglio l’idea delle loro dimensioni
Il 12 febbraio 1924 finalmente riesce a sollevare il coperchio del sarcofago di arenaria. Nello stupore dei presenti, sollevati i drappi in lino che lo coprivano, compare la prima bara in legno dorato. La tomba di Tutankhamon sta per rivelare i suoi tesori più preziosi, ma la tensione tra Carter e le autorità rimane altissima.
L’annuncio dell’apertura dei sacrari arriva su qualunque giornale del mondo, ma il Times ha il privilegio di pubblicare immagini “di prima mano”, compreso questo splendido disegno che mostra il sarcofago che emerge dai sacrari con le ali di Neith e Selqet a protezione del defunto
Il casus belli è la proibizione da parte del Ministro dei Lavori Pubblici egiziano, Morcos Bey, della visita da parte delle donne della tomba, comprese le mogli dei ricercatori all’opera. Carter denuncia pubblicamente la cosa e si rifiuta di portare avanti i lavori, ma il Ministro lo anticipa ed il 20 febbraio soldati armati entrano nella tomba riabbassando il coperchio del sarcofago che era rimasto inopinatamente sollevato, dichiarando nulla la concessione di Lord Carnarvon.
Inizia una battaglia legale, con Carter, il Met e i legali di Lady Carnarvon da una parte, e Lacau con il Ministro Morcos Bey dall’altra. Carter è costretto a firmare una rinuncia a qualunque oggetto proveniente dalla tomba, ma non basta.
Il 31 marzo la corte di Alessandria conferma la revoca della concessione. Subito dopo Lacau scopre in un’ispezione al laboratorio della tomba la testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui peggiorando ulteriormente le cose.
Il 12 aprile, due mesi dopo l’apertura del sarcofago, Howard Carter parte per un giro di conferenze negli Stati Uniti. Non sa nemmeno se gli sarà permesso tornare in Egitto, figuriamoci continuare i lavori nella Valle dei Re.
Tutankhamon rimane abbandonato nella tomba, tutti i maggiori egittologi si rifiutano di portare avanti il lavoro di Carter. Qualcosa verrà perso per sempre. Qualcuno dovrà cedere.
La fine della prima stagione di scavi della tomba di Tutankhamon non fu proprio “liscia” come lo immaginiamo: prima ancora che la tomba sia ri-sepolta per sicurezza, Carter e Lord Carnarvon litigano furiosamente. Lo raccontò in seguito Breasted, che parlò di toni “estremamente accesi” (tradotto dall’inglese di inizio secolo: hanno rischiato di mettersi le mani addosso ed hanno messo in dubbio l’onorabilità delle rispettive mamme).
Il motivo della lite ci è ignoto, ma come al solito ci viene in aiuto Carnarvon stesso, che due giorni dopo scrive a Carter e, scusandosi per il suo comportamento, fa riferimento a “quando Evelyn mi ha detto tutto”. Per molti è la conferma che Carter ed Evelyn avessero dei…progetti extra-archeologici. È possibile che Evelyn abbia raccontato al padre della sua infatuazione? E cosa avrà detto durante l’alterco a Carter?
La lettera di Carnarvon in cui “ho visto Evelyn e mi ha detto tutto”
Non lo sapremo mai. Carnarvon chiude la lettera chiedendo a Carter di incontrarsi da soli. Non succederà, non come Carnarvon vorrebbe.
Per tirare il fiato, Carnarvon ed Evelyn partono per Assuan, visitano Abu Simbel, poi tornano a Luxor. C’è un pranzo formale con Carter ed alcune autorità, poi riparte per il Cairo il 13 marzo.Il 18 marzo Evelyn scrive a Carter che suo padre sta male: la puntura di un insetto nella Valle si è infettata ed ha la febbre alta. Dopo qualche giorno di alti e bassi, il 26 la situazione precipita. Il 5 aprile, Lord Carnarvon muore, e contemporaneamente nasce la “maledizione di Tutankhamon”.
Lady Evelyn ad Abu Simbel, l’ultimo viaggio con suo padre
Nella situazione di esclusiva delle notizie sulla tomba data al “Times”, gli altri giornalisti prendono spunto da qualsiasi cosa per poter scrivere qualcosa di prima mano. E con la morte di Lord Carnarvon vanno a nozze.
Si narra che le luci al Cairo si spengano nel momento della morte del Conte, nonostante siano alimentate da 6 centrali elettriche diverse. Susie, la cagnetta di George Herbert, muore in Inghilterra poche ore dopo il suo padrone, e verrà seppellita con lui.
Il New York Times annuncia la morte di Lord Carnarvon come la “Vendetta” del Faraone
Susie, la cagnetta di Lord Carnarvon, morta praticamente in contemporanea con il suo padrone
Qualcuno si ricorda che il canarino portato da Carter ad inizio stagione è stato trovato morto da Callender mentre Carter era al Cairo a procurarsi i materiali. A detta di Callender, ha trovato un cobra nella gabbia che divorava l’uccellino (non sono mai riuscito a capire come fosse entrato nella gabbia, ma tant’è…).Associare il cobra del canarino all’ureo sulla fronte dei Faraoni è un attimo: lo spirito di Tutankhamon ha “punito” l’uccellino che aveva portato fortuna nello scoprire la tomba.
Già diversi turisti europei, vestiti di tutto punto, erano svenuti all’uscita della tomba, oppressi dal caldo mal combattuto dal loro abbigliamento – ed erano nate le prime fantasie di una “maledizione”.
Alla morte di Carnarvon inizia il delirio. Le voci si rincorrono, si amplificano in una sorta di telefono senza fili. In prima fila c’è il New York Times, che ha mal digerito l’esclusiva concessa agli odiati rivali britannici, e che già aveva pubblicato la storia del canarino ucciso dalla vendetta di Tutankhamon. Si parla di una ferita che Lord Carnarvon si sarebbe procurato con una punta di freccia nella tomba, imbevuta di chissà quale veleno. Il giorno della morte di Carnarvon ha già pubblicato un articolo parlando di “vendetta” del Faraone.
Viene rispolverata una novella di Louisa May Alcott (l’autrice anche di “Piccole donne”) che nel 1869 aveva pubblicato “Persi nella piramide, ovvero la maledizione della mummia”, che ovviamente non c’entra nulla ma è molto suggestiva.
Sir Arthur Conan Doyle. Il suo interesse per l’occulto fornì materiale per i seguaci della “maledizione”
Marie Corelli (al secolo Mary MacKay), una popolarissima scrittrice inglese di inizio secolo e la cui fama era in declino, ritorna agli onori della cronaca pubblicando una presunta lettera in cui avrebbe avvertito Lord Carnarvon dei terribili veleni lasciati nelle tombe egizie. Anche Sir Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, getta benzina sul fuoco parlando di un “elementale” generato nella tomba dai riti funebri in onore del Faraone.
Carter riceve decine di lettere da stramboidi di varia natura. La più bella è sicuramente quella firmata da una certa Marta RI “La legittima Sovrana, Imperatrice, Regina d’Inghilterra, Gran Bretagna, Impero Britannico e dei nostri dominii, Regina della Terra, del Dominio Mondiale e del Potere”.
Carter viene informato che “mi oppongo coscienziosamente al tuo progetto di cercare le tombe dei re e delle regine egiziane che sono passate da questa vita alla loro vita spirituale” da tale Martha RI, nientepopodimeno che “La legittima Sovrana, Imperatrice, Regina d’Inghilterra, Gran Bretagna, Impero Britannico e dei nostri dominii, Regina della Terra, del Dominio Mondiale e del Potere”.
Una certa Margit Labouchere afferma di essere “la sola a sapere il segreto” ed intima che “nessuno è autorizzato ad aprire il sarcofago!”
Il clamore è tale che la prestigiosa rivista scientifica “The Lancet” pubblica un articolo in cui conclude che il Conte sia stato ucciso da una polmonite, conseguenza di un’erisipela da streptococco aggravata dalla sifilide che Lord Carnarvon aveva dalla giovinezza e dall’incidente in auto che lo aveva quasi ucciso anni prima. Non basta.
Sir Bruce Ingham, un amico di Carter, riceve in dono un fermacarte ricavato da una mano mummificata e qualche giorno dopo perde la casa in un incendio; ovviamente la colpa è di Tut. La leggenda vuole che la mano avesse un braccialetto con su scritto: “Maledetto sia chi muove il mio corpo. A lui verranno fuoco, acqua e pestilenza”. Un finanziere americano, George Gould visita la tomba e subito dopo contrae una polmonite, morendo il 16 maggio 1923.
Un professore canadese muore per un’insolazione il giorno dopo aver visitato la tomba. Un radiologo, invitato a raggiungere il Cairo per radiografare la mummia, muore prima di arrivare in Egitto per una malattia misteriosa. Muore il fratellastro di Carnarvon ed un onorevole britannico che aveva assistito all’apertura del sarcofago.
Il caso più curioso è quello di Richard Bethell, segretario di Carter, che muore probabilmente di infarto nel suo letto a 46 anni nel 1927. Alla notizia, il padre si getta dalla finestra dal settimo piano; il suo carro funebre investe un ragazzo durante il funerale. Cosa avesse Tutankhamon contro quel povero ragazzo non ci è dato di sapere.
Un reporter, sempre del NYT, riporta la scritta del mattone magico trovato alle zampe di Anubi
“Io sono colui che impedisce alla sabbia di soffocare la camera segreta, colui che respinge con la fiamma del deserto chi vorrebbe respingerlo. Io ho incendiato il deserto, ho confuso le strade. Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”)
ma ci aggiunge
“io ucciderò chiunque oltrepassi il sacro recinto del Re, che vive in eterno”
Peccato che se lo sia completamente inventato.
Chi non si ricorda de “La mummia”, con Boris Karloff a dare vita alle paure di una maledizione?
Che i componenti della squadra di Carter godano di buona salute non importa a nessuno. Il solo Mace, a furia di inalare sostanze chimiche, morirà qualche anno dopo per le conseguenze di una pleurite che aveva da molto prima della scoperta. Lo stesso Carter morirà solo 17 anni dopo la scoperta della tomba (e ricordiamoci che era andato in Egitto proprio per problemi di salute). Impazziscono invece gli studiosi del British Museum, che si vedono recapitare migliaia di oggetti egizi da parte di persone che non vogliono più avere nulla a che fare con l’Egitto.
Nel 1934 muore Lythgoe, il referente del Met Museum in Egitto a cui Carter si era rivolto per l’aiuto professionale, ed i centralini dell’ospedale in cui era ricoverato saltano in aria per tutte le chiamate relative alla “maledizione”. Winlock, esasperato, pubblica un “bollettino” sulla salute della squadra di Carter: solo Lord Carnarvon e Mace sono morti nei dodici anni successivi alla scoperta, con pandemie varie in mezzo compresa la Spagnola. Una maledizione davvero scarsa…
La smentita di Winlock sui “numerosi decessi”, pubblicata dopo la morte di Lythgoe
Il figlio di Carnarvon dichiara invece negli anni ’70 che “non sa se una maledizione esista, ma non entrerei nella tomba neanche per un milione di sterline”. Meno male che non ci crede… L’attuale Lady Carnarvon sostiene che la maschera d’oro del Faraone sia più sottile proprio nel punto in cui fu punto George Herbert.
Disponibile su Amazon Prime Video…ancora oggi l’argomento “tira”
Per quanto possa sembrare incredibile, si è arrivati ad uno studio retrospettivo pubblicato nel 2002 sul British Medical Journal, in cui è stato dimostrato che la sopravvivenza per chi avesse avuto a che fare direttamente con il sepolcro del Faraone dopo una presunta “esposizione” alla maledizione (apertura della tomba, apertura della camera del sarcofago, apertura del sarcofago interno) non è stata diversa rispetto agli altri occidentali che non avevano visitato la tomba stessa. Tanto per cambiare, l’unico elemento statisticamente significativo è risultato appartenere al “gentil sesso”: 38 anni di sopravvivenza contro i 21 dei maschietti – e a dare una grande mano a questa statistica è stata proprio Lady Evelyn, serenamente spirata a 78 anni. Ma anche Mr. Adamson, il fedele guardiano che ha dormito nei pressi o dentro la tomba per ben sette anni fino al completo svuotamento, è sopravvissuto 60 anni prima di morire nel suo letto.
A Carter, nell’aprile del ’23 tutto questo non importa. L’unica cosa che conta è che lui è solo. Lord Carnarvon è morto. Lady Evelyn ha condotto in patria la salma del padre e non tornerà mai più in Egitto. Carter le farà visita a maggio, annotando solo un laconico “Visto Lady E”. Evelyn sposerà a ottobre Bograve Beauchamp, un politico del Suffolk, ponendo fine ai sogni.
Il matrimonio di Lady Evelyn. Una frettolosa voglia di “chiudere” e dimenticare?
Da solo, senza il suo munifico protettore, sotto gli occhi di tutto il mondo, contro la burocrazia egiziana e con il compito più straordinario che un archeologo abbia mai dovuto affrontare.
Tutankhamon aveva lasciato nella storia solo una labile traccia, ma già nel XIX secolo gli egittologi erano in caccia della sua sepoltura, che si presumeva trovarsi nella Valle dei Re, dove erano state rinvenute una tazza di ceramica con il suo cartiglio ed una piccola fossa contenente frammenti di foglia d’oro col nome del re e della sua sposa Ankhesenamon.
Nel 1902 Theodore Monroe Davis, ricco uomo d’affari statunitense, ottenne la concessione per scavare nella Valle e cinque anni dopo Edward Russel Ayrton, che lavorava per conto del magnate americano rinvenne vicino all’ipogeo di Sethi I la tomba KV54, un semplice pozzo rettangolare profondo poco più di un metro nel quale si trovavano una dozzina di grandi giare sigillate contenenti ceramiche, piatti, sacchetti di natron, ossa animali, collari di fiori, cordame di papiro e stoffe di lino.
A sinistra il famoso lino e a destra un sigillo, entrambi recanti il cartiglio del Re
Davis poté tenere sei delle giare con il loro contenuto (che donò al Metropolitan Museum of Art di New York, dove sono esposte ancora oggi), perché i reperti furono considerati di scarso valore; uno dei lini, tuttavia, recava una scritta in ieratico ed un cartiglio di importanza fondamentale: Il buon dio, Signore delle Due Terre, Neb-kheperu-ra, amato da Min. Lino dell’anno 6.
Una giara, al centro una brocca e a destra un sacchetto di natron provenienti dal deposito
Davis, precipitoso, dichiarò alla stampa che il pozzo da lui rinvenuto era la tomba di Tutankhamon (Neb-kheperu-ra era il suo prenome), nel 1912 pubblicò un libro sulla scoperta, intitolato “Le tombe di Harmhabi (Horemheb) e Touatankhamanou (Tutankhamon)” e dichiarò che la Valle dei Re, dove peraltro aveva fatto importanti scoperte quali le tombe di Thutmosis IV, Thutmosis I e Hatshepsut e Yuya e Tuya, ormai non aveva più nulla da offrire sotto il profilo della ricerca egittologica.
In realtà il pozzo era un deposito nel quale erano stati riposti i materiali avanzati dopo il funerale di Tut e la chiusura della tomba, quindi i residui dell’imbalsamazione, le corone indossate dalle prefiche, i resti del banchetto funebre, i collari floreali.
Si è anche ipotizzato che antichi predatori avessero arraffato a caso questi materiali nella tomba (che in altre sepolture furono rinvenuti ordinatamente imballati in giare poste all’ingresso) e li avessero spostati nella KV54 per dividerseli con calma, portando via solo gli oli e le essenze preziose e lasciando in loco il resto, oppure ancora che fossero stati tolti dal corridoio d’ingresso della tomba dopo la prima effrazione e seppelliti nella KV54.
Fortunatamente Howard Carter non rinunciò al sogno di trovare la tomba, che si realizzò nel 1922.
Il giorno successivo all’incursione notturna della “Banda dei Quattro”, fervono i preparativi. Al mattino del 27 novembre Pecky Callender prepara l’allacciamento ed installa l’illuminazione elettrica. Non osano riempire il foro nella parete, Carter avrà l’idea di sottolinearlo invece come prova della violazione della tomba e favorire la spartizione dei reperti.
In realtà, la comunicazione inviata al Capo Ispettore sul contenuto del sito è stata mandata scientemente molto tardi il giorno prima; l’ineffabile Engelbach non vuole o non può muoversi in tempo e manda un Ispettore locale, Ibrahim Effendi, che viene abilmente circuito e non si accorge di nulla. L’ispezione evidenzia lo stato dell’Anticamera e dell’Annesso, e viene mostrato a Ibrahim Effendi che c’è casualmente un foro nella parete tra le due statue del Faraone “abbastanza grande da permettere il passaggio di un uomo”. Nel diario degli scavi Carter scrive:
“Evidentemente la tomba al di là (del muro) era stata violata – dai ladri! Chissà? Ma c’erano prove sufficienti a dire che qualcuno era entrato”.
Chissà chi era stato, effettivamente…
Viene organizzata un’apertura “ufficiale” della tomba per il 29 novembre, con tutte le autorità presenti. C’è anche la moglie dell’Alto Commissario Britannico per l’Egitto, Lady Allenby, e, bontà sua, anche Engelbach. Lacau arriva invece il 30 e si mostra entusiasta della tomba.
Iniziano i preparativi: serve un cancello in ferro per proteggere i tesori, procurarsi il materiale per proteggere e restaurare i reperti estratti, bende, cotone, materiale fotografico ed un’automobile. Carter si procura il tutto al Cairo e ne attende la consegna, mentre Lord Carnarvon ed Evelyn ripartono per l’Inghilterra per passare le festività di Natale in Patria.
L’auto utilizzata da Carter e Carnarvon per i loro spostamenti ed un insolito garage per parcheggiarla…
Nel frattempo Carter pensa febbrilmente. Non ha a disposizione personale qualificato per affrontare ciò che hanno visto nella tomba. Fa un elenco mentale: 1) Fotografare; 2) Descrivere; 3) Proteggere; 4) Restaurare; 5) Tradurre; 6) Trasportare. Sa di essere qualificato per descrivere ed in parte per proteggere, ma per il resto?
Carter fa una scelta estremamente intelligente: non vuole fare tutto da solo. Telegrafa allora ad Albert Lythgoe, il referente del Met Museum per gli scavi a Deir El Bahari che aveva ereditato lo staff di Davis: “Scoperta colossale, necessito ogni assistenza” e gli chiede “in prestito” Harry Burton per le fotografie. Lythgoe replica immediatamente l’8 Dicembre: “Solo troppo felice di aiutare in ogni modo possibile. La prego di chiamare Burton e qualsiasi altro membro del nostro staff”. La disponibilità di Lythgoe sembrerebbe un esempio di collaborazione scientifica disinteressata; in realtà grazie a Carter (che intasca la sua commissione) il Met ha già acquisito i 225 pezzi del “Tesoro delle 3 Principesse” e “punta” ad acquistare parte della spartizione che Carnarvon si aspetta da Lacau.
L’allampanato Henry Burton con i suoi preziosissimi “ferri del mestiere”. Burton utilizzava mezzi all’avanguardia per l’epoca, soprattutto una fotocamera Sinclair “Una” a banco ottico. Nelle fotocamere a banco ottico, due standarte (anteriore e posteriore) sono collegate da un soffietto che permette di correggere le distorsioni prospettiche (come gli obiettivi “Tilt&Shift” Canon moderni), una caratteristica importantissima nella fotografia architettonica. La standarta anteriore ospita l’obiettivo mentre quella posteriore mostra l’immagine capovolta su una lastra di vetro, davanti alla quale veniva poi inserita una seconda lastra di vetro ricoperta dal materiale fotosensibile
A sinistra: la Sinclair “Una” usata da Burton. A dir la verità ne possedeva una anche Lord Carnarvon, che però usava con risultati disastrosi, pare. Montava di solito un obiettivo Carl Zeiss da 13.5 mm f:4.5 e poteva accogliere lastre da 13×18 cm o le cosiddette “imperiali” da 4.5×6.5 pollici. La resa di negativi così grandi fu eccezionale nelle mani di Burton. A destra: una curiosità: questa è invece la Kodak Graflex appartenuta ad Howard Carter, dalla collezione Kodak al National Media Museum di Bradford. Usava lastre da 5×4 pollici ed aveva un signor otturatore già in grado di arrivare ad 1/1000”
Insieme a Burton, dalla spedizione del Met si unisce a Carter anche Arthur Mace, un archeologo che aveva lavorato con Petrie e che sarà il fido aiuto di Carter. La collaborazione di Lythgoe sarà anche politico/diplomatica, ma lo vedremo più avanti.
Alan Gardiner, amico personale di Lord Carnarvon, si occuperà saltuariamente delle traduzioni. È stato chiamato di corsa da Carnarvon dopo aver scambiato rotoli di tessuto nelle casse dell’Anticamera per papiri; in realtà in tutta la tomba non se ne troverà neanche uno, e l’attività di Gardiner sarà abbastanza limitata, ma l’accenno ai papiri nelle prime note scatenerà la solita ridda di ipotesi complottesche su presunte sparizioni e furti.
Dal Dipartimento delle Antichità arriva invece Alfred Lucas, un chimico che si era trasferito in Egitto per curare la tubercolosi ed “arruolato” sia per la conservazione degli oggetti sia per la sua passione per la medicina forense (veniva definito dall’Egyptian Gazette lo Sherlock Holmes egiziano, ed in effetti sarà lui ad accorgersi dell’effrazione “moderna”) in previsione di ritrovare una mummia intatta.
La “Banda di Carter”, da sinistra a destra: Arthur Callender, Arthur Mace, Harry Burton, Howard Carter, Alan Gardiner e Alfred Lucas
Il 27 Dicembre, dopo il lavoro preliminare, esce il primo oggetto dalla tomba. È una splendida cassa in legno trovata appoggiata per terra davanti al muro che conduce alla camera sepolcrale. Di lì in avanti, la squadra di Carter lavora come una macchina da guerra. Burton fotografa in situ, evidenziando la posizione di ogni oggetto, Carter descrive, Lucas provvede a “stabilizzare” i reperti, spesso con paraffina, Alan Gardiner traduce se necessario, Callender organizza il trasporto in sicurezza, di nuovo Burton fotografa i singoli oggetti e Mace con Lucas completa il primo restauro.
Mace e Lucas alle prese con uno dei cocchi di Tutankhamon. Fino all’apertura del terzo sarcofago ed all’esame della mummia fecero un lavoro superbo, in considerazione dei mezzi disponibili all’epoca.Pecky Callender davanti al suo regno: il deposito della KV15
Carter riesce a farsi affidare da Lacau la KV55 di Smenkhare/Akhenaton), vista la sua vicinanza alla tomba, come laboratorio fotografico per Burton (tanto, più danni di quelli di Davis non avrebbe potuto fare) e la KV15 come deposito e laboratorio di conservazione. Per paura dei ladri, appone anche alla KV15 un doppio cancello blindato. Il solito Weigall, avvelenato per essere stato escluso dalla squadra, dirà che “Carter ha blindato la sua scoperta meglio della Banca d’Inghilterra”.
L’autorizzazione di Lacau per l’utilizzo della tomba KV15 di Seti II come deposito ed ulteriore camera oscura per Burton
Lucas e Carter di fronte alla “Banca d’Inghilterra”, ossia al deposito della KV15 abbondantemente sprangata da Carter
I reperti escono uno dopo l’altro dalla tomba: durante l’estate vedremo con calma gli oggetti più significativi, che altrimenti verrebbero sviliti in questa narrazione.
Curiosi e giornalisti sciamano nella Valle e Carter ne è immensamente infastidito. Ogni volta che un oggetto esce dalla tomba è mitragliato dalle macchine fotografiche come se fosse una celebrità del neonato cinema. Carnarvon decide allora di firmare un contratto con il Times per l’esclusiva sulle notizie dietro un compenso di 5,000 sterline e il 75% del ricavato della vendita dei servizi ad altre testate. Sembra un bel colpo finanziario, sarà un terribile boomerang per il veleno che spargeranno gli “esclusi”, con il New York Times in testa.
Una delle innumerevoli foto della folla che ogni giorno aspettava al sole della Valle l’uscita di un pezzo per “rubarne” un’immagine
Carter accompagna personalmente uno dei cocchi da parata. Anche se, come si vede nelle foto, ogni pezzo aveva una scorta armata Carter amava accompagnare personalmente i più importanti per assicurarsi che non fossero danneggiati durante il trasporto – e forse si pavoneggiava comprensibilmente un po’…
A sinistra: uno dei telegrammi in cui fu discussa tra Carter e Carnarvon l’esclusiva dei diritti giornalistici al Times. C’era in ballo anche un’offerta per i diritti cinematografici, un’idea che piaceva immensamente a Carnarvon. A destra: Arthur Merton, il giornalista del Times che avrà il privilegio di raccontare in anteprima ed in esclusiva tutte le fasi della scoperta
L’atteggiamento irremovibile di Carter, che rifiuta anche le visite alla tomba autorizzate da Lacau, viene considerato un affronto alle autorità locali, un colonialismo che si scontra frontalmente con la nuova indipendenza politica dell’Egitto.
Il cosiddetto “manichino” fu volutamente lasciato scoperto da Carter nell’uscita dalla tomba ed il trasporto al deposito. Portato così da un caposquadra, sembrò che il Faraone in persona emergesse dalla tomba a raccogliere l’omaggio dei suoi sudditi.
Carter tira dritto per ora, e svuota l’Anticamera. A metà febbraio è pronto per l’apertura “ufficiale” della porta che conduce alla Camera del Sarcofago, un evento che diventa di risonanza mondiale. Il 16 febbraio ci sono tutti: ci sono Lacau, Engelbach e Ibrahim Effendi per il Servizio delle Antichità, le autorità locali e tutto lo staff di Carter, oltre ovviamente a Lord Carnarvon, che ride sotto i baffi sapendo già cosa c’è oltre la porta, ed Evelyn.
16 febbraio 1923: Carter e Carnarvon scoprono il “muro d’oro”, che emerge tra le due statue del Ka di Tutankhamon, lasciate in situ a bella posta per aumentare l’impatto visivo dell’evento
Piano piano Carter e Callender smontano dall’alto il muro. Dietro di esso, compare un altro muro, il muro d’oro del primo sacrario che lascia tutti attoniti. Da quel momento si scatena il caos: Carter scrive sul diario che “si deve arrendere ai visitatori”. Per dieci giorni illustri ospiti e tutti gli archeologi presenti in Egitto (alcuni con millantato credito) visitano la tomba. Il visitatore più illustre è la Regina del Belgio (che tornerà anche in marzo a visitare il laboratorio della KV15).
Il 26 febbraio Carter ricopre la tomba: il caldo impedisce di proseguire oltre. Continua invece il prezioso lavoro del laboratorio.
Lord Carnarvon ed Evelyn partono per Assuan per vedere il tempio di Ramses II, poi si sposteranno al Cairo, non prima di aver pianificato con Carter la successiva stagione di scavi.
George Herbert, V Conte di Carnarvon non sa che non rivedrà mai più la Valle dei Re.
Lo strano rumore si ripeté e, nel buio totale, strane forme sembrarono muoversi!
Poi, per un lungo periodo, regnò solo il silenzio… graffiante si rifece vivo il rumore… Questa volta si ripeté, un tamburellare sordo, solo a tratti interrotto per intervalli che si facevano via via più brevi…
Lo sciacallo restò nella sua immobile posizione, le orecchie ben tese ad individuarne la provenienza e, soprattutto, il motivo… poco distante, i cobra ergevano il capo ornato del temibile cappuccio, pronti a scattare contro l’intruso…
Strani suoni si susseguirono e, nel buio, sembrarono amplificarsi… alcuni sembravano voci, ma erano incomprensibili e giungevano da distanze infinite… poi un nuovo rumore raschiante, quindi un fruscio, il rumore di un essere strisciante che si insinua negli anfratti, uno scalpiccio confuso, voci che sembrano allarmate, eccitate… urla incomprensibili.
I guardiani, immobili nella loro posizione protocollare, non sembrarono dar segni di allarme, ed anzi continuarono, imperterriti, a presidiare il loro obbiettivo guardandosi l’un l’altro per quanto lo permetteva il buio. Poco discosti, l’ippopotamo, il leopardo e la leonessa annusarono l’aria che portava l’odore, mai dimenticato, dell’uomo.
…poi accadde… nel buio sembrò avanzare un sottile punto di luce e si scatenò il vento che fece danzare una sciarpa di lino ed alzò nell’aria una polvere sottile che riempiva i polmoni… il puntino di luce, pian piano, si ingrandì, come un lume che, nella notte, ti viene incontro, e i rumori si fecero più chiari anche se, in ogni caso, le voci continuavano pur sempre ad essere incomprensibili!
La luce si era, intanto, fatta ancor più vivida anche se il raggio era offuscato proprio dalla polvere poco prima sollevata dall’improvvisa folata di vento.
Qualcuno si stagliò contro il vivido chiarore per un attimo, qualcosa brillò in una mano lanciando una fredda lama di luce là dove la luce non poteva arrivare…
Brusio, voci nel buio, la cadenza di una interrogazione: “…cose meravigliose” fu la semplice risposta.
L’avventura più famosa dell’archeologia stava per cominciare[1]!
LA MALEDIZIONE
Eppure…: “La morte verrà su agili ali per chi profanerà il sonno del faraone” …una frase che di certo mette i brividi e che avrebbe ben dovuto mettere in guardia gli archeologi e chiunque fosse coinvolto nella scoperta del secolo. Ma per fortuna il suono di un violino, nel silenzio della Valle dei Re, ci fornisce un importante indizio sul chi potrebbe risolvere quest’appassionante giallo egittologico; da qualche parte, ne sono certo, avvolto in una nuvola di fumo della sua immancabile pipa e calzando il suo famoso “deerstalker” c’è Sherlock Holmes e vedrete che in poco tempo scoprirà chi ha scritto quella frase, sottolineando tutto con il suo…“Elementare Watson”.
Già! Due frasi ormai famose, la prima, vi diranno con inequivocabile certezza, era scritta su un muro della tomba del faraone fanciullo, Tutankhamon, mentre la seconda, con altrettanta inequivocabile certezza, è forse la più famosa della giallistica mondiale.
Eppure queste due frasi hanno decisamente una sola cosa in comune: NON sono mai esistite!
Se è vero, infatti, che in nessuno degli oltre cinquanta racconti di Sherlock Holmes questi pronunci la frase per cui è invece famoso, è altrettanto vero che la frase relativa alla maledizione di Tutankhamon non è mai stata scritta, né tantomeno letta o (per gli amanti dei complotti a tutti i costi) cancellata. Come vedremo più avanti, anche qualcos’altro legherà il “padre” dell’investigatore per eccellenza, alla tomba del bambino che, salito al trono all’età di forse nove anni con il nome di Tutankhaton, morirà a diciotto con quello di Tutankhamon[2].
Del resto, a costo di diventare antipatico a chi ama Sherlock Holmes, occorre sfatare anche un altro mito: non ha mai indossato un deerstalker, il famoso cappello a doppia falda tipico dei cacciatori di cervi inglesi. Può essere triste scoprire che, già allora, la pubblicità occulta era l’anima del commercio, ma fu una scelta del disegnatore che illustrava le storie del detective per lo “Strand Magazine” per… pubblicizzare il negozio di cappelli di un amico.
Ma torniamo a quel 4 novembre 1922 in cui l’archeologo Howard Carter, sovvenzionato dal Quinto Conte di Carnarvon, Lord George Edward Stanhope Molyneux Herbert, scopre quello che si rivelò essere il primo dei sedici gradini che lo avrebbero condotto alla più grande scoperta egittologica di sempre: la tomba KV62 del faraone Tutankhamon[3]. E anche in questo caso, siamo costretti a tornare sull’importanza della pubblicità come anima del commercio giacché, per quella scoperta eccezionale, il nobile sponsor britannico, anche per rifarsi, almeno in parte, delle spese sostenute in oltre sette anni di scavi, pensò bene di dare l’esclusiva di tutto quanto riguardava i lavori di scavo e recupero a un unico giornale, “The Times” di Londra, per la cifra, astronomica per l’epoca, di 5.000 sterline oltre il 75% di ogni introito derivante dalla vendita di notizie ad altri giornali.
E quando si dice “esclusiva”, visto peraltro il giro di danaro conseguente, s’intende proprio che nessuno, nemmeno il Governo egiziano, padrone di casa, poteva avere notizia alcuna se non… comprando proprio quel giornale[4]! Cosa che, come s’intuisce, in un’epoca in cui tutto dipendeva dalla carta stampata, creava da un lato suspense, ma dall’altro suscitò astio e gelosia nei confronti degli artefici della scoperta e dell’unico giornale in grado di aumentare le proprie tirature all’inverosimile. Si tenga presente, che i lavori di svuotamento della KV62, la tomba di Tutankhamon, durarono ben otto anni, fino al novembre 1930, e si avrà una buona idea di quale “guerra” si sviluppò attorno alla scoperta del secolo.
A farne le spese, più di tutti, erano proprio i cronisti che i giornali di tutto il mondo, sostenendo ingenti spese, avevano inviato sul posto per informare i propri lettori e che dovevano accontentarsi di poche briciole, assolutamente insufficienti a garantire loro non solo la permanenza sul posto, ma anche lo stesso posto di lavoro. Fiorì così una congerie di false notizie tra cui, appunto, la frase con cui abbiamo iniziato questo articolo che, in qualche modo, vide coinvolto proprio Sir Arthur Conan Doyle, medico, scrittore, ma anche famoso e convinto spiritista e occultista che, nel 1892, aveva scritto un romanzo breve dal titolo “Lot 249”, poi ribattezzato, proprio in concomitanza della scoperta, con il più attraente titolo di “Mummy number 249” in cui una mummia egizia, risvegliata magicamente dal suo sonno presso l’Università di Oxford, semina il terrore nella cittadina.
Per avere idea di quanto Conan Doyle fosse permeato di occultismo e spiritismo, si consideri che, in principio grande amico del “mago” ed escapologo Harry Houdini, giunse poi ad accusarlo di voler nascondere al mondo i suoi veri poteri sovrannaturali, giacché le sue strabilianti performance artistiche non potevano in assoluto essere solo frutto di trucchi di scena.
Il “padre” di Sherlock Holmes, peraltro, non era nuovo alla creazione di vere e proprie fake-news egittologiche: nel 1907, ad esempio, alla morte –per peritonite- dell’amico giornalista, del “Daily Express”, Bertram Fletcher Robinson, che stava svolgendo un’inchiesta sul coperchio di un sarcofago egizio ospitato dal British Museum di Londra (noto come “Unlucky Man” e inventariato con il n.ro EA22542), ne attribuì la causa a uno spirito elementare… intrappolato nel coperchio stesso. Per comprendere quale presa ebbe questa notizia sul mondo di allora, si consideri che nel 1912, dopo l’affondamento del Titanic, si sparse la voce che a bordo si trovasse proprio “Unlucky Man”. Il reperto si sarebbe salvato dal naufragio perché, caricato in una scialuppa di salvataggio la tragica notte dell’affondamento, sarebbe stato restituito alla Gran Bretagna non prima, s’intende, di aver contribuito all’affondamento di un’altra nave, la “Empress of Ireland” che lo stava riportando in patria.
Proprio rifacendosi alla morte di Robinson, e allo “spirito elementare”intrappolato nel coperchio di “Unlucky Man”,Conan Doyle nel corso in un’intervista, unendo la sua alla voce di molti esoteristi e spiritisti, parlò espressamente di una maledizione che di certo esisteva per chi avesse profanato la tomba del faraone Tutankhamon. Fu così che, anche per le scarsissime notizie derivanti dalla scoperta, per i motivi sopra visti, proliferarono sulle prime pagine titoli cubitali sensazionalistici, su quattro colonne, sulla maledizione del faraone e nacque la frase con cui abbiamo iniziato questo articolo e che rimbalzò di colonna in colonna: “la morte verrà su agili ali per chi profanerà il sonno del faraone”.
Nacquero e proliferarono, di conseguenza, le notizie più tragiche sulla sorte stessa di coloro che avevano preso parte alla scoperta egittologica: morti misteriose, malattie incurabili, suicidi ed altre amenità simili che, per i corrispondenti “a secco” di notizie autentiche, facevano lievitare le vendite dei giornali per cui lavoravano e consentivano loro di salvare il proprio posto di lavoro.
Se si esclude Lord Carnarvon, il finanziatore della missione egittologica, morto (nel 1923) circa un anno dopo per un’infezione causata dall’aver infettato con il rasoio, radendosi, la puntura di un insetto (rammento che la penicillina sarà scoperta solo sei anni dopo, nel 1929), si può rapidamente escludere ogni magica maledizione millenaria considerando che delle ventisei persone presenti all’apertura della tomba KV62, solo sei morirono nei dieci anni successivi e che, mediamente, tutte vissero almeno 25 anni dopo la scoperta. Carter, quello che sarebbe dovuto essere il principale “colpevole” di aver violato il sonno del faraone, morì nel 1939 (17 anni dopo la scoperta), all’età di 65 anni, e il Dr. Douglas Derry, colui che più di tutti “profanò” il corpo di Tutankhamon, avendone fatto l’autopsia nel 1925, morirà alla veneranda età di 87 anni, nel 1969. A settantanove anni, invece, nel 1980, morirà Lady Evelyn figlia del Conte di Carnarvon che non solo fu presente alle operazioni di apertura della tomba, ma fu forse, in assoluto, la prima persona a essere entrata nella tomba ancora chiusa. Eh già… secondo alcune notizie diaristiche, infatti, pare che gli scopritori fossero così eccitati all’idea di entrare fisicamente prima dell’apertura ufficiale, da praticare un foro in basso su una parete attraverso cui poteva accedere solo un corpo molto minuto come, appunto, quello della giovanissima Lady Evelyn che, all’epoca, aveva 21 anni (il foro sarebbe poi stato mascherato con una larga cesta che si nota in tutte le foto d’epoca).
Sono sicuro che qualcuno sarà rimasto deluso da questo articolo, forse sperando in una maledizione più “classica”; con mummie sonnambolicamente aggirantesi per la città e fanciulle o, perché no, l’intero mondo in pericolo.
Si consolino, tuttavia, la storia dell’Antico Egitto è così vasta e misteriosa di per se, anche senza scomodare ufo e omini verdi, che ci sarà sempre un mito in cui credere… almeno fino a che non comparirà un guastafeste a dimostrare che si tratta solo di una delle tante fake-news.
Due foto di Harry Burton in cui si nota la cesta che avrebbe nascosto il foro praticato nella tamponatura della porta che, dall'”anticamera”, dava accesso alla “camera funeraria” e al resto della KV62. Harry Burton (1879-1940) fu il fotografo che, per otto anni, seguì le operazioni di svuotamento della KV62 fotografando tutte le suppellettili e tutto quanto era contenuto nella tomba. Per la prima volta lo scavo e la repertazione avvenne con metodo scientifico: ogni oggetto, dapprima disegnato e riportato su pianta, doveva risultare in almeno due foto nella sua posizione originale. Le fotografie di Burton, ancora oggi, sono considerate tra le migliori foto archeologiche di tutti i tempi.
[1]Volutamente non ho ritenuto opportuno “disturbare” questa introduzione con note per aumentarne l’effetto finale, mi pare doveroso, però, far ora notare che si fa riferimento ad oggetti che si trovavano all’interno della tomba KV62, della Valle dei Re, di Tutankhamon.
Così, lo sciacallo fa riferimento alla statua lignea di Anubi che, accucciato, sembrava quasi far la guardia alla tomba stessa; accanto a tale statua si trovava un tabernacolo la cui cornice superiore era costituita, appunto, da cobra con il cappuccio bene aperto ed anche il riferimento alla sciarpa di lino agitata dall’aria si richiama ad una effettiva striscia di tale tessuto che cingeva il collo dello sciacallo.
La porta della camera sepolcrale, inoltre, era fiancheggiata da due statue, a grandezza naturale, rappresentanti il sovrano defunto che regge un alto bastone.
Ippopotamo, leonessa e leopardo, infine, sono riferimenti ad altrettante sculture che ornavano tre letti funerari che si trovavano nell’ “Anticamera” della KV62 e che, verosimilmente, furono tra i primi oggetti che Carter scorse quando, alla luce di una debole torcia, diede la prima occhiata all’interno della tomba. In quell’occasione, era il novembre del 1922, alla domanda di Carnarvon sul cosa scorgesse, esclamò la frase passata alla storia: “Cose meravigliose”.
[2] E’ noto che il faraone Nefer-Kheperu-Ra Amenhotep, IV di questo nome, mutato il suo nome in quello di Akhenaton, instaurò il culto di Aton in luogo di quello del dio Amon, in una sorta di monoteismo (in realtà più giusto sarebbe parlare di enoteismo). Alla sua morte salì al trono Tutankhaton il cui nome, nella parte teofora,faceva riferimento al dio prescelto da Akhenaton. Dopo qualche anno di regno, in realtà sotto la guida di un comitato di reggenza, venne restaurato il culto degli antichi dei e il faraone variò il suo nome in quello dio Tutankhamon,
[3]attualmente la Valle dei Re ospita 65 tombe scoperte (dal 1922 e fino al 2005 la KV62 è stata l’ultima scoperta).
La numerazione, tuttavia, non ha nulla a che vedere con la progressione sul trono dei titolari; nel 1827, infatti, l’egittologo inglese John Gardner Wilkinson numerò le tombe all’epoca già scoperte da 1 a 22 seguendo l’ordine geografico da nord a sud. Solo da tale data in poi, ovvero dalla KV23, il numero corrisponde all’ordine di scoperta.
In alcuni casi la numerazione di alcune tombe della valle ovest è preceduta dalla sigla “WV”, ovvero West Valley, ma è bene tener presente che la numerazione fa comunque riferimento alla Valle dei Re e, a titolo di esempio, la tomba WV23 di Ay, corrisponde, di fatto, alla KV23.
[4] Si consideri che, per violenti dissapori con il Governo locale causati proprio da tale paradossale situazione, Carter fu costretto a lasciare gli scavi per un certo periodo – aprile 1924/gennaio 1925 -.
Bastone con impugnatura a forma di prigioniero Nubiano
A cura di Grazia Musso
Legno dorato, ebano e faience – Lunghezza 115 cm. Carter 48c.
Nella tomba sono stati trovati numerosi tipi di bastoni ( 130 in totale), elemento che ha indotto a credere che Tutankhamon necessitava di un sostegno per camminare.
Sono bastoni di vario genere: da passeggio, cerimoniali oppure quelli per combattere e uccidere i serpenti, erano utilizzati come vere e proprie armi.
I quattro bastoni della tipologia cui appartiene questo, ritraggono tutti dei nemici sconfitti: tre raffigurano dei prigionieri Nubiani legati, mentre il quarto ne ritrae due, uno asiatico e uno Nubiano. Nell’usare i bastoni il re stringeva la presa sulle immagini dei nemici, a simboleggiare la forza e il controlli esercitato su di essi.
Il corpo del bastone è in legno dorato, mentre i dettagli sono in ebano. Per tutta la lunghezza sono incisi motivi a rosette, piume e spume di pesce alternati fra loro.
La base, o puntale, è un fiore di papiro in faience con il cartiglio di Tutankhamon. Il Nubiano che decora l’impugnatura è ritratto come un prigioniero dalle braccia legate dietro alla schiena all’altezza dei gomiti; il modo in cui è stato inserito nella struttura del bastone gli conferisce per l’eternità una posizione a testa in giù. Il capo, le braccia e i piedi sono intagliati a parte nell’ebano .È riconoscibile come Nubiano sulla base delle sue caratteristiche somatiche : occhi grandi infossati, naso largo e piatto , labbra carnose, dei fitti capelli ricci e dell’abbigliamento, che consiste in una tunica a maniche corte, una veste che arriva al polpaccio, e degli orecchini a cerchio in oro.
Fonte : Tutankamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Gli altri nemici del Re
A cura di Luisa Bovitutti
Afferrando il bastone, il re teneva in pugno i nemici, che apparivano capovolti e resi inoffensivi: ciò simboleggiava la loro sottomissione al sovrano.
L’altra estremità dei bastoni reca una copertura papiriforme blu, incisa con il cartiglio del re nella sua parte inferiore; alcuni studiosi pensano che il bastone dovesse essere impugnato da quella parte, per evitare che il nome del sovrano toccasse a terra, dove, invece, dovevano stare i nemici, schiacciati ad ogni passo.
Una di queste impugnature è costituita dalle figure di un asiatico e di un nubiano, contrapposte e scolpite in modo estremamente dettagliato. L’asiatico ha i capelli lunghi e lisci, indossa abiti decorati con nastri e con motivi circolari e floreali, e ha le mani, il viso ed i piedi realizzati in avorio per rendere il colore chiaro della pelle. L’africano invece ha volto ed arti in ebano, per simulare la sua pelle scura; ha capelli corti e ricci, indossa un indumento pieghettato e nastri multicolori.
Un’altra rappresenta un libico, un’altra ancora credo un siriano.
Legno dorato e lamina d’oro – Lunghezza 27 cm, larghezza 15 cm. Carter 27ic, d
Nella tomba furono trovati due portaspecchi: uno a forma di ankh e uno a forma di Heh.
Gli specchi erano utilizzati per finalità pratiche, per applicare il trucco, ma avevano anche un particolare valore simbolico in quanto alludevano alla resurrezione e alla vita eterna.
Lo specchio a la forma del dio Heh che tiene dei rami dentellati di palma appoggiati su girini e anelli shen. Dalle estremità dei rami di palma pendono i cartigli con i nomi del re.
Sopra la testa del dio, la parte superiore che fungeva da protezione, alla parte tonda dello specchio reca inciso il nome di trono del faraone.
Intorno c’è una cornice decorata a spirali, un motivo importato dalla Siria o dal mondo Egeo.
All’interno del portaspecchio il corpo del dio è cavo, per contenere il manico dello specchio.
Museo Egizio del Cairo
Fonte :Tutankamon, I tesori della tomba g Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.
Oro, pasta vitrea, faience, pietre semipreziose, ossidiana. Diadema – diametro massimo 19,9 cm; fasce: lunghezza massima 31,5 cm; ureo: lunghezza 28,5 cm; avvoltoio: altezza 4 cm. Carter 256,4,o – diadema; Carter 256r – ureo; Carter 256s – avvoltoio
L’ureo flessibile era stato cucito, insieme a un avvoltoio d’oro, su un copricapo in lino del tipo khat o nemes, avvolto intorno alla testa della mummia di Tutankhamon con l’ausilio di una fascia in oro.
Il corpo dell’ureo è composto da 12 segmenti in oro separati fra loro e incorniciati, su entrambi i lati, da file di perline legate fra loro da un cordino; tale struttura consentiva al corpi e alla coda di potersi piegare sopra la testa del faraone.
Il “cappuccio” del cobra, in oro intarsiato con cornalina e pasta vitrea blu scuro, era fissato ai segmenti del corpo tramite fili in oro fatti passare attraverso piccoli occhielli. La testa del serpente è in pasta vitrea blu, con occhi in ossidiana.
Il diadema che doveva essere indossato sopra una parrucca, è stato trovato sulla mummia nella sua posizione originaria, sopra la cuffia di perline che ne copriva il capo.
Di sicuro e stato fatto appositamente per il sovrano: è costituito da una fascia frontale in oro puro e intarsiato di pasta vitrea turchese e lapislazzuli e decorata con cerchi in pasta vitrea color cornalina, ciascuno dei quali ha un punto d’oro al centro.
Sul retro è chiuso da una fibbia simmetrica a forma di fiocco, composta da un disco solare in calcedonio con ai lati fiori di papiro intarsiati in malachite.
Dalla fascia frontale pendono 4 “bande” in oro: 2 vicino alla fibbia e una su ciascuno dei lati, sono decorate in maniera simile alla fascia frontale e 2 di esse hanno degli urei sollevati.
Il disegno di Howard Carter degli urei sulle bande laterali
L’ureo e l’avvoltoio sono stati trovati avvolti nelle bende della mummia sopra i fianchi, forse per evitare che potessero essere danneggiati, visto che non c’era più spazio sotto la Maschera d’oro.
La testa di avvoltoio separata dal diadema, come è stata ritrovata
Alcuni forellini sul retro consentivano di appenderlo alla fascia frontale del diadema, una volta posizionati, il corpo e la coda dell’ureo si estendevano al centro del capo del re, così che il diadema ne assumesse la forma.
La testa dell’ ureo è in faience color blu scuro, mentre la parte alta del corpo è completamente intarsiata con dettagli incisi nell’oro.
La testa dell’avvoltoio è in oro, mentre gli occhi sono intarsiati di ossidiana.
I due animali rappresentano le dee protettrice dell’Alto e Basso Egitto.
Fonte: Tutankhamon, I tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
Legno e lamina d’oro – Lunghezza 105,5 cm – Carter 242.
Il ventaglio in legno dorato con la scena di caccia allo struzzo ha una decorazione a rilievo con dettagli incisi che narra di un viaggio intrapreso da Tutankhamon nel deserto orientale, a caccia di giovani struzzi.
Su un lato della “palma” c’è la scena di caccia vera e propria: il re guida il carro tirato da due stalloni, il cui movimento in avanti è reso secondo la cosiddetta posizione del “galoppo volante”, a fianco di essi corre il cane del sovrano.
Dietro il carro si trova un simbolo ankh antropomorfo che regge un ventaglio del tutto identico a quelli qui raffigurati e fornisce così a Tutankhamon il “respiro della vita”. Il faraone indossa la veste da caccia, costituita da un gonnellino plissettato che arriva al ginocchio, un corsetto, un ampio collare, la polsiera tipica degli arcieri e la corta parrucca “Nubiana”.
Il re conduce il carro con le redini avvolte intorno ai polsi, in modo di avere le mani libere per impugnare l’arco. Davanti ai cavalli sono raffigurati due giovani struzzi i fuga, colpiti dalle frecce del re, uno di essi è a terra, mentre l’altro tenta ancora la fuga.
L’iscrizione che accompagna la scena identifica il sovrano come “Il buon dio, Nebkeperure, che ha vita eterna come Ra” e “Signore della Forza“.
Sull’altro lato della “palma” è raffigurato il trionfale viaggio del cacciatore verso casa. In questo caso i cavalli procedono lentamente e conducono il re al suo palazzo. Due uomini trasportano gli struzzi abbattuti, mentre il re tiene sotto braccio un ciuffo delle loro piume.
Fonte:
Tutankhamon, il tesoro della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.