Amarna, Mai cosa simile fu fatta, Statue

TESTA DI AKHENATON

Di Grazia Musso

Calcare, altezza cm 24,5
Tell el-Amarna
Museo Egizio del Cairo – JE 67921 a

Questa bella testa di Akhenaton, ritrovata ad Amarna durante i lavori per la costruzione di una strada in vista della visita di re Farud, appartiene allo stile più classico dell’arte amarniana, lontano da quell’espressionismo che caratterizza gran parte gran parte della produzione tebana nei primi anni del suo regno.

Il volto è sereno, ma fermo, attraversato da una evidente tensione spirituale.

La predilezione del sovrano per la corona azzurra, ideale completamento del suo profilo, si conferma anche in questa opera.

La testa, che fu donata al re Fuad, fini’ poi al Museo del Cairo poco prima della morte di questi.

La composta eleganza e fierezza dello sguardo tradiscono la ferma volontà del sovrano.

Fonte

  • I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
  • Foto B/N: Hans Ollermann
Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LA TOMBA DI RAMOSE

Di Grazia Musso

Ramose fu governatore di Tebe e visir alla corte di Amenhotep IV – Akhenaton.

Iniziò lo scavo della sua tomba a Tebe Ovest ( TT 55), oggi è una delle maggiori attrazioni della necropoli di Sheikh El Gurnah, poiché possiede dei rilievi che sono considerati i più belli dell’Egitto.

Due invitati di Ramose vivono eternamente negli splendidi ritratti che l’artista ha realizzato :entrambi gli ospiti indossano una parrucca con fini trecce e tengono un mazzo di fiori.
Sala ipostila parete di dud-est, lato sud

La tomba è incompiuta, i lavori furono abbandonati quando Akhenaton si trasferì ad Amarna.

Solo il cortile e la grande sala colonnato della tomba sono decorate, l’impatto è stupefacente: le pareti accanto all’ingresso e a sinistra mostrano la perfezione dello stile raffinato dell’epoca di Amenhotep III, nelle scene successive si assiste alla trasformazione: c’è un Amenhotep IV reso perfettamente secondo i canoni tradizionali, il nuovo stile irrompe ed è chiaro che il sovrano ha già diffuso le sue regole artistiche, che rompono ogni tradizione, le raffigurazioni della tomba tebana sono molto interessanti perché documentano il cambiamento stilistico dell’arte amarniana.

Vi sono scene di fattura “classica” e altre che mostrano i modi innovativi dell’arte amarniana.

Le raffigurazioni si trovano nella grande sala ipostila, sostenuta da quattro file di otto colonne ricavate dallo scavo della roccia.

La parete sud è decorata dai magnifici rilievi: eleganti, raffinati e dettagliati che ne fanno una delle vette più alte dell’arte egizia.

Lo stile è quello della fine del regno di Amenhotep III; I soggetti vanno dalle offerte agli dei alle scene di festa.

L’effetto del bianchissimo Calcare, in cui risaltano gli occhi delineati in nero la morbidezza del rilievo bassissimo e l’incresparsi della superficie nella res delle eleganti acconciature non può essere superato dalla. più ricercata pittura

La parete ovest non è in rilievo ma dipinta a vivaci colori perfettamente conservati che rappresentano raffigurazioni del funerale con prefiche e trasporto del corredo funerario.

Nell’antico Egitto le prefiche non mancavano in nessun funerale
Le donne piangente contrastano e si armonizzano con la lenta solennità della processione.

Raffigurazione del corteo funerario

Sulla parete nord si trovano delle scene che sono già nel primo stile amarniano: in particolare una scena che rappresenta la consegna dell’oro della ricompensa in cui alla finestra del palazzo la regina Nefertiti è in piedi e il sovrano si sporge per consegnare l’onorificenza al visir.

Sulla parete destra i rilievi non sono realizzati, è visibile il disegno, in nero contornato per la preparazione della scultura: vi si osservano gli emissari delle terre straniere che si in chinano al defunto e le offerte in presenza di ufficiali.

Una seconda sala ipostila è in cattivo stato e introduce alla nicchia di fondo.

Una lunga galleria sulla sinistra della prima sala ipostila, porta alla sala funeraria con annesse le piccole sale per la deposizione delle offerte funerarie, il tutto privo di decorazioni.

Fra le raffigurazioni della tomba di Ramose si trovano quelle del faraone Amenhotep IV/Akhenaton che riceve l’omaggio dei popoli stranieri e dei cortigiani. Qui vediamo questi ultimi che si in chinano.
Sono tratteggiate da una linea scura in rilievo: si tratta del lavoro preparatorio dopo il disegno iniziale e precedente alla lavorazione in basso rilievo. Sala ipostila, parete nord.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

STELE DI BAK

Di Grazia Musso

Quarzite, altezza cm 67
Berlino, Agyptisches Museum – N 1/63

Bak, capo scultore di Akhenaton, nella sua stele-Naos è raffigurato con accanto la moglie

Taheri.

Il corpo snello di lei, ricoperto da una lunga tunica trasparente, contrasta fortemente con la corporatura opulenta del marito.

Se la stele fu eseguita dallo stesso Bak, ci troveremmo di fronte al più antico autoritratto antico.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

STUDIO D’ARTISTA

Di Grazia Musso

Calcare, altezza cm 23,5, larghezza cm 22,3
Tell el-Amarna – Scavi dell’Egypt Exploration Society 1924
Museo Egizio del Cairo

Straordinario esempio di libertà espressiva, questo studio d’artista ritrovato negli scavi di Tell el-Amarna é la prova concreta del l’abilità tecnica e della creatività di cui erano capaci pittori e scultori egizi, quando erano liberati dal dovere di attenersi a un canone rigido.

Nel periodo di Amarna, essendosi infrante le regole tradizionali che avevano dettato da sempre iconografia e proporzioni della figura, si assiste più facilmente alla realizzazione di opere non convenzionali come questa, che riproduce una fanciulla nuda che addentra un’anatra.

Esibendo tutti i requisiti tipici dello stile amarniano, la giovane, probabilmente una principessa, dal cranio allungato e ventre sporgente, secondo la consueta iconografia riservata ai membri della famiglia reale, è colta in un atteggiamento, quello del pasto, fino ad allora ritenuto non degno di essere raffigurato in un documento ufficiale

Prima e dopo il regno di Akhenaton, nessuno fu mai ritratto nel gesto di assumere direttamente il cibo, soprattutto se appartenente alla ristretta cerchia della corte.

Le numerose scene che rappresentano il trapassato mentre prende possesso del così detto “pasto funerario”, inserite sulle pareti delle tombe fin dalle prime dinastie o sulle stele nelle diverse epoche, sono rappresentazioni simboliche di atti di vita quotidiana, utili per la rigenerazione post mortem e dunque realizzate a scopo magico.

In questo caso, invece, rompendo con la tradizione che permetteva la raffigurazione del momento che precede e segue l’assunzione del cibo si è voluto evidenziare un gesto comune a tutti, attribuendogli però un significato “rivoluzionario” per la società antico-egizia.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

IL BUSTO DI NEFERTITI

Di Franca Loi

A lungo dimenticata dalla storia, Nefertiti è ricomparsa in tutta la sua altera bellezza quando il suo busto (circa 1345 a.C.) fu scoperto tra le rovine della bottega di uno scultore, durante gli scavi ad Amarna, nel 1912. La preziosa opera, praticamente intatta, oggi si trova al Neues Museum di Berlino.

“La bella è giunta”: questo significa il nome di Nefertiti, la moglie del faraone Amenofi IV, poi divenuto Akhenaton; circa la sua origine nulla si sa di certo. Non sappiamo né quando né perché Akhenaton abbia sposato Nefertiti, ma, nella storia dell’Egitto, non esiste un’altra regina che abbia cooperato attivamente con il marito.

Ritratto di Nefertiti, visto da un’altra prospettiva.

In tutte le raffigurazioni amarniane è al fianco del re insieme alle loro figlie. Addirittura esistono sue immagini con pose o attributi propri dei faraoni: la si può vedere intenta ad abbattere i nemici, il che non ha precedenti neanche nelle rappresentazioni del faraone- donna Hatshepsut.

Ritratto di Nefertiti, visto da un’altra prospettiva.

Della regina, da sempre celebrata per la sua bellezza, sono rimasti molti ritratti, uno in particolare, noto come “Busto di Nefertiti”, valorizza la bellezza e la finezza dei suoi tratti somatici. Fu scoperto a Tell el-Amarna il 6/12/1912 durante gli scavi della Società Orientale Tedesca sotto la direzione dell’archeologo Ludwig Bochardt. Il busto fu trovato nell’atelier dello scultore Thutomosis, pressoché intatto, tra le rovine di Akhetaton. A suo tempo Borchardt scrisse ” era come se i colori fossero appena stati applicati, lavoro assolutamente eccellente. Non serve descriverlo, bisogna vederlo”.

LA STORIA COMPLETA DELLA SUA SCOPERTA QUI

La scultura, alta 50 cm, è in pietra calcarea, rivestita da uno strato di gesso dipinto “che rende al meglio tutti i dettagli del volto”.

Il profilo ravvicinato della regina

La pupilla dell’occhio destro “è un intarsio di cristallo di rocca, con l’iride finemente incisa, rivestita di colore nero e fissata con cera d’api”. Manca la pupilla dell’occhio sinistro, questo farebbe pensare ad un’opera non terminata.

Caratteristica la corona dalla forma tronco-conica allungata. Il serpente Ureo, che si trovava sul lato anteriore della corona e’ andato perso.

Presentazione del busto di Nefertiti nel luogo del suo ritrovamento, ad Amarna, nel 1912. Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Berlino. Foto: BPK / Scala, Firenze

Il busto, forse, era solo un modello e sicuramente non era la parte di una statua intera, come sembra rivelare il taglio sotto le spalle della regina. Sembrerebbe perciò un prototipo del viso della sovrana da utilizzare per altre opere artistiche.

Prenome e nome della regina.

L’egittologo Rolf Krauss ha provato che il viso di Nefertiti, dall’armonia perfetta, venne creato seguendo rigorosi criteri artistici. “Lo studioso applicò al disegno del busto una griglia quadrettata con l’unità di misura dell’epoca, il pollice Egizio (1,875 cm): un po’ come facevano gli artisti prima di scolpire una statua per seguire le esatte proporzioni del corpo….. Krauss si è accorto che ogni particolare del volto di Nefertiti si trova su una linea o su un’intersezione di due linee della quadrettatura…… La sua perfezione parrebbe quindi legata a canoni estetici dell’epoca, anche se partiva indubbiamente da una base reale: Il vero volto della regina”.

Durante il periodo amarniano l’arte raggiunse livelli che non verranno mai superati in tutta la storia egizia.

Frammento di calcare con il nome di Nefertiti eccezionalmente all’interno di un cartiglio. Petrie Museum, Londra.

FONTE:

  • STORICA- NATIONAL GEOGRAPHIC
  • L’ARCA DI NOe’
  • ARTE SVELATA
  • ADORO
  • VANILLA MAGAZINE
  • WIKIPEDIA
Amarna, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI AKHENATON OFFERENTE

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 35
Tell el-Amarna – Scavi di L. Borchardt 1911
Museo Egizio del Cairo – JE 43580

Questa piccola scultura, che rappresenta il faraone Akhenaton in veste di offerente, può essere definita un vero e proprio oggetto di culto, trovandosi all’interno di una casa nel quartiere residenziale di Akhetaton, l’odierna Tell el-Amarna.

La funzione culturale di statuette come questa è ormai accertata: esse erano il sostituito magici dello stesso sovrano, indispensabile per la celebrazione dei riti connessi all’Aton.

La posizione assunta del sovrano in questa riproduzione, è piuttosto rigida e a gambe unite, che contrasta con le regole più elementari della scultura egizia, i cui canoni prevedevano che la figura maschile sia sempre incedente ( con la gamba sinistra avanzata) appare inconsueta e può spiegarsi solo con la solennità del gesto, un’offerta al dio Aton.

Il corpo del re è realizzato secondo modelli realistici, con il ventre sporgente, l’espressione del viso è seria, comprensiva del gesto altamente sacrale che si sta compiendo.

Il re indossa la corona azzurra, kheperesh, un copricapo da Parata, la cui funzione è anche connessa alla cerimonia dell’incoronazione reale.

Il foro sulla fronte doveva servire ad ospitare l’ureo.

La solennità del momento è sottolineata dal fatto che i piedi sono calzati da sandali, che gli egizi indossavano soltanto in occasioni particolari o nel corso di cerimonie religiose.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni Withe Star

Amarna, Mai cosa simile fu fatta

MASCHERA DI EPOCA AMARNIANA

Di Grazia Musso

Gesso, altezza cm 17
Tell el-Amarna
Scavi dell’Egypt Exploration Society
Museo Egizio del Cairo

Ritratto quasi “veristico” , o calco in forma di maschera di un personaggio maschile della corte di Amarna.

Questo reperto straordinario ha permesso, con altri esemplari simili oggi conservati a Berlino, di ricostruire fase dopo fase il processo creativo dello scultore.

Restituendo attraverso l’intensità plastica della scultura la tensione emotiva dell’uomo.

Questa maschera amarniana è il prodotto di un’arte matura, capace di infondere nuova linfa a un canone rigido, conservando e insieme innovando nel solco della sacralità più autentica.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Harem Faraonico

IL FIGLIO DEL KAP USERHAT

Di Luisa Bovitutti

Il figlio e le due figlie di Userhat (erase dai monaci copti, che potevano essere indotti in tentazione dai loro corpi aggraziati) che fanno offerte al padre ed alla madre, vestiti elegantemente e con un grande collare ; sotto la sedia di Mutnofret ci sono il suo specchio hathorico raffinato con la sua custodia a forma di cesto ed una scimmietta (forse l’animale domestico della donna), mentre sotto la sedia di Userhat c’è il suo astuccio con il materiale scrittorio. Le due figlie della coppia offrono al Ka del defunto un calice di vino ed un collare (il testo, infatti, recita: “Per il tuo Ka! Fai un giorno felice nel tuo bel luogo dell’eternità” e le braccia di una di loro ancora visibili sono disposte a rappresentare il ka). Dietro le ragazze si trova il figlio che porta un grande mazzo di fiori

Le uniche notizie sul figlio del kap Userhat si desumono dalle iscrizioni nella sua tomba; egli apparteneva probabilmente ad una buona famiglia ma non al gotha della nobiltà egizia, in quanto la sua ultima dimora, contraddistinta dalla sigla TT 56, si trova ai piedi della collina di Sheikh Abd el-Qurna, nella zona della necropoli riservata ai funzionari statali della classe medio alta, mentre i membri dell’alta aristocrazia, come ad esempio Kenamun, venivano sepolti più in alto, verso nord est, in vista di Deir el-Bahari.

La pianta della tomba

Egli dovette probabilmente il suo successo al fatto di essere stato educato nel kap di Amenhotep II, e per questo motivo il sovrano stesso o il suo successore Thutmose IV gli consentirono di avvalersi degli artigiani reali per la realizzazione della sua tomba, che pur non essendo stata completata ed avendo subito danni in alcune aree, presenta decorazioni pregevoli ed in ottimo stato anche se nel corso dell’epoca amarniana il nome di Amon e di Mut vennero in più punti scalpellati e solo in parte ripristinati dopo la restaurazione degli antichi culti e successivamente, i monaci copti lasciarono traccia del loro passaggio disegnando croci, scritte e strani omini.

La moglie di Userhat si chiamava Mutnofret e portava il titolo di “ornamento reale” per cui probabilmente era stata concubina del sovrano che l’aveva poi concessa in sposa al suo ex compagno di scuola (si trattava di un grande onore per entrambi i coniugi); la coppia ebbe due figlie, Henut-neferet, Signora di Corte, amata dal suo Signore, Lodata dal Buon Dio (ovvero il re), e Nebet-tawy.

Rilievo dell’architrave con l’immagine della moglie di Userhat che fa offerte floreali agli dei.

Nelle decorazioni parietali, affiancato in un’occasione dalle sorelle, viene anche menzionato un figlio maschio (“tuo figlio, che tu ami, il prete wab di Ptah”) ma non vi è traccia del nome.

La tomba di Userhat era nota fin dalla prima metà del XIX secolo, perché venne visitata da Lepsius e da Wilkinson, che copiò alcune iscrizioni; essa venne aperta nell’inverno del 1903-04 dal chimico ed archeologo britannico Robert Mond e fu restaurata più volte nel corso degli anni senza tuttavia che si tenesse traccia dei lavori effettuati; solo nel 1986 Christine Beinlich-Seeber e Abdel Ghaffar Schedid ne produssero una pubblicazione completa.

Essa è scavata nella roccia ed ha la forma tipica delle tombe della XVIII Dinastia; somiglia quindi ad un’abitazione, con un cortile aperto, un ampio ingresso, un corridoio e due stanze poste a forma di “T” rovesciata dove i congiunti portavano le offerte al defunto; le camere sepolcrali invece erano accessibili da uno o più pozzi ma sigillate e prive di decorazione.

Rilievo dell’architrave con l’immagine della moglie di Userhat che fa offerte floreali agli dei.

Fu edificata probabilmente a cavallo tra il regno di Amenhotep II, del quale presenta le caratteristiche stilistiche ed architettoniche, e quello di Thutmosis IV (il cui cartiglio è stato rinvenuto su di un mattone trovato in loco), per i dettagli dei gioielli e dell’abbigliamento e per il carattere delle scene, tipiche delle tombe tebane successive.

Alla metà della XVIII Dinastia, infatti, la decorazione di una tomba civile prevedeva scene di vita del defunto nella parte trasversale (il transetto), ed immagini relative alle esequie, alle offerte ed al passaggio nell’aldilà nel corridoio perpendicolare, e quella di Userhat non si discosta sotto questo profilo dalla tradizione.

L’ingresso della struttura è posto nella parete rocciosa dell’estremità meridionale del cortile ed è incorniciato da piedritti e da un’architrave scolpiti nella pietra naturale; sui primi sono incise formule di offerta ad Amon-Re, Re-Horakhty e Osiride, Anubi e Hathor mentre l’architrave raffigura Userhat e sua moglie davanti ad Osiride.

LA TOMBA: il transetto o anticamera

Entriamo ora nella tomba: per orientarvi meglio nella collocazione delle pitture, fate riferimento alla numerazione della piantina

La pianta della tomba con le indicazioni numeriche che consentono di meglio collocare le varie scene (Disegno: ©semataui.de/Klaus Adams basato su P&M)

Due gradini tagliati nella roccia conducono ad un transetto posto un metro sotto il livello del cortile, che mostra davanti ai due muretti di fondo due pozzi funerari rappresentati in pianta come dei quadrati con una X al centro.

I soffitti sono coloratissimi, mentre nelle immagini il nero si è ormai sbiadito e predominano il rosa ed il sabbia. Tutte le pareti sono sormontate da un fregio kheker, ad eccezione della parete posteriore della seconda camera. Una striscia non decorata separa le scene dal suolo.

Il soffitto dell’anticamera

Sulla parete nord, subito a sinistra dell’ingresso: si vedono Userhat, la moglie Mutnefert ed una figlia che fanno offerte a Osiride e ad Hathor, padrona dell’Occidente (2); di seguito tre registri mostrano la conta e la marchiatura del bestiame e altri due rappresentano Userhat che supervisiona la registrazione dei raccolti e la distribuzione del pane ai soldati (3).

Sulla parete a destra dell’ingresso i mandriani ispezionano i bovini e li “rovesciano” per marchiarli. La didascalia geroglifica di questa immagine recita: “Portando tutte le cose buone da questi mandriani allo scriba reale, vice araldo, Userhat”. Anche qui il pigmento nero è scomparso.
Mentre la truppa aspetta di ricevere il pane, gli ufficiali pranzano: essi hanno davanti a sé numerose pagnotte, e brocche contenenti vino e birra; un ragazzino li serve e li profuma.

Il lato corto del transetto a sinistra dell’ingresso (4) mostra l’immagine tradizionale di una falsa porta dipinta. Sopra di essa, due scene: a sinistra Userhat offre mazzi di fiori al suo superiore Iamunedjeh ed a sua moglie, a destra ad un’altra coppia non identificata. Ai lati della falsa porta vi sono scene che rappresentano il defunto che riceve offerte e viene purificato con l’acqua lustrale.

Il lato corto di sinistra dell’anticamera, che è decorato con l’immagine di una falsa porta, dipinta di rosso per imitare il pregiatissimo granito, circondata da scene di offerta
La parte superiore del lato corto dell’anticamera mostra una coppia di probabili parenti di Userhat seduti davanti a tavole d’offerta e a destra il loro figlio, in qualità di sacerdote sem, che esegue le offerte e le purificazioni tipiche del “Rituale dell’apertura della bocca”. Alla coppia viene presentato il “mazzo di fiori di Amon”, un’offerta che tradizionalmente veniva portata nelle tombe dei defunti in occasione della Bella festa della valle.

Sulla sinistra della parete sud, in faccia all’ingresso, quasi completamente distrutta, troviamo la rappresentazione della “Bella festa della valle” (5), che veniva celebrata fin dal Medio Regno e che era la più importante tra le feste dedicata agli Antenati, molto simile alla nostra ricorrenza del 2 novembre (ne parlerò in un post di prossima pubblicazione) .

Gli Egizi ritenevano che in questa cerimonia non solo i vivi ma anche i defunti facessero offerte ad Amon, ed infatti Userhat è rappresentato su ciascun lato dell’ingresso della sua tomba mentre fa libagioni e depone su di un braciere un’offerta alla statua del dio nascosta nel naos collocato sulla barca sacra che veniva portata in processione da Karnak a Deir el-Bahari.

Un’altra immagine mostra Userhat (forse già defunto) insieme alla moglie Mutnofret mentre riceve offerte dai figli (si tratta dell’immagine già proposta).

Dietro il figlio ci sono tre registri, il primo dei quali (dall’alto) mostra le due figlie della coppia, le cui immagini sono state vittime della censura copta, sedute davanti ad un tavolo di offerte che ricevono una coppa di vino da una ragazzina; anche qui, sotto la loro sedia c’è una scimmietta che sta mangiando una noce di cocco che ha rubato da un cesto davanti a sé.

La scimmietta golosa, chiaramente un animale di compagnia perché è legata alla gamba della sedia delle sue padroncine

Nel registro sottostante si vedono un gruppo di quattro musicisti, un suonatore di arpa ed un altro gruppo di tre musiciste parzialmente cancellate; la prima suona un flauto doppio mentre le altre due battono il tempo con le mani.

Gli ospiti sono rappresentati sotto di loro: tre donne, sedute a terra su di una stuoia, tendono le mani verso la mensa delle offerte; un’ancella ha una boccetta di olio profumato per ungere i commensali.

Dietro, a sinistra dei due sottoregistri inferiori e dopo un’ampia area danneggiata trovano posto gli ospiti maschi, seduti su alti sgabelli sotto una vite, simbolo di Osiride, e davanti a tavole di offerte.

Una lunga fila di servi, carichi di offerte, si dirige verso il secondo gruppo di invitati.

Sulla parete nord subito a destra dell’ingresso (6) il muro è diviso in due parti: una rappresenta Userhat che assolve ai suoi doveri nell’esercito (immagine piuttosto rara), l’altra è l’omaggio del defunto ad Amenhotep II (7).

Userhat, con i capelli stranamente rossi, offre una composizione di papiri, grappoli d’uva e mandragore ad Amenhotep II
Amenhotep II sotto il suo baldacchino riceve le offerte di Userhat

La parte dedicata all’esercito mostra l’immagine di due ambienti, separati da porte, che suggeriscono la presenza di un magazzino circondato da un recinto. A sinistra è rappresentato l’esterno, mentre a destra l’interno.

Userhat doveva provvedere alle razioni per le truppe, che erano costituite da derrate alimentari e beni di prima necessità; i tre registri superiori di sinistra mostrano i soldati con un sacco vuoto in mano che si portano al magazzino per ricevere il compenso; davanti all’ingresso ci sono due ufficiali, uno dei quali potrebbe essere Userhat, poiché due uomini si prostrano davanti a lui.

I soldati, controllati da due supervisori con un abbigliamento più elaborato e con una verga in mano, si mettevano in fila per per ritirare il loro compenso; essi hanno in mano i sacchi per portare con sè il pane e quant’altro ricevuto; due di essi si inchinano davanti ad un personaggio di rango elevato, probabilmente lo stesso Userhat.

I due registri inferiori di destra mostrano gli addetti che portano all’esterno i pani da distribuire, controllati da un supervisore armato di frusta, mentre i quattro registri superiori di destra mostrano degli ufficiali che mangiano.

Gli addetti al magazzino sotto il controllo del supervisore portano all’esterno le pagnotte da distribuire alla truppa
La scena della distribuzione del pane nel suo complesso

I due registri inferiori di sinistra mostrano due barbieri che tagliano i capelli a due soldati chinati in avanti; quello di sinistra ha la parte inferiore della gamba sinistra atrofizzata; gli altri uomini, seduti a terra o su di una sedia aspettano il loro turno; due di essi si sono sistemati a riposare sotto un grande albero.

I soldati dal barbiere: il secondo personaggio da sinistra in basso è quello con la gamba menomata.

La parte dedicata all’omaggio di Userhat ad Amenhotep II mostra il defunto con una parrucca curiosamente rossa (forse perché il nero originale è andato perduto o forse perché davvero aveva i capelli di quel colore) e che porta doni al re ancora vivente, che sta seduto su di un trono sotto un’edicola.

Questi doni (egli tiene in mano una composizione di mandragore e di grappoli d’uva e ha deposto sul tavolo di fronte al Faraone fiori di loto ed un tralcio di vite carico di grappoli) simboleggiano le opere compiute nella sua vita terrena affinchè il sovrano possa apprezzarle ed intercedere perchè egli possa entrare nell’aldilà.

Su ogni lato del baldacchino vi sono due composizioni floreali di tre steli di papiro intorno ai quali sono legate corolle di fiori.

Sul lato corto del transetto a destra dell’ingresso (si trova una stele dipinta, ai due lati della quale compaiono tre registri: a sinistra portatori di offerte, flabelliferi e soldati, a destra uomini che portano rami ed offerte

il lato corto di destra dell’anticamera, danneggiato dalla creazione di una finestra, è decorato con una stele circondata da diverse scene di offerta.

Nella parte superiore della stele è raffigurato un disco solare alato con raffigurazioni di Osiride.

La stele del lato corto di destra dell’anticamera mostra Userhat che fa offerte a Osiride, sormontato da un disco solare alato al quale si attorcigliano due urei.

Sul pavimento si trova una piccola nicchia protetta da rete metallica all’interno della quale si trovano stampi per il pane in argilla che potrebbero essere appartenuti allo stesso Userhat.

Sulla destra della parete sud, in faccia all’ingresso (9, 10, 11) Userhat, rappresentato di grandi dimensioni, insieme alla moglie fa offerte ad Osiride: nei registri superiori compaiono quattro supporti (o forse bracieri) separati da quattro lattughe, sui quali vi sono un’anatra, dei pani e dell’uva. Cosce di bovini, un intero vitello, pollame, pane, verdure, ceste di frutta e mazzi di fiori sono collocati in un unico cumulo.

I due sottoregistri, in alto, contengono vasi e recipienti di varie forme per vino ed olio; Userhat in persona offre due bracieri, sui quali sono deposti un’anatra e del pane; davanti a lui un servo porta un piedistallo sul quale sono forse rappresentati trucioli di legno di incenso (una montagnetta di un materiale giallo).

Il resto della parete, fino alla parete ovest, è suddiviso in tre registri: in quello superiore tre sacerdoti wab avanzano verso la coppia della scena precedente con mazzi di fiori.
L’altra parte del registro appartiene ad una scena autonoma. Un sacerdote sem, gravemente martellato, purifica le offerte poste su un tavolino basso davanti a sé: oltre ai beni consueti e a due grandi vasi vi è anche un oggetto a forma di doppia falce, di cui non si conosce la natura.
I destinatari dell’offerta sono due uomini seduti su sedie basse appoggiate su una stuoia, sotto le quali c’è il materiale da scriba; forse sono parenti o colleghi di Userhat.
Il registro intermedio è di difficile interpretazione perchè manca il testo descrittivo: a destra vi sono due uomini con dei fiori in mano. Di fronte a loro cinque donne sedute e quattro in piedi. Tre di esse tengono un ragazzino sulle ginocchia: sono probabilmente le istitutrici dei figli di Userhat. L’ultima persona, a sinistra, è un piccolo servitore.

Il registro inferiore è interrotto da un’ampia area completamente distrutta e mostra servi che portano varie offerte, tra le quali un vitello, una capra o una piccola antilope, un’anatra.

A destra una coppia è seduta davanti a una tavola di offerte: forse sono i genitori di Userhat; alla loro sinistra ci sono tre persone seguite da un’altra coppia, forse lo stesso Userhat e sua moglie, ed altri personaggi dall’aspetto aristocratico, ma in assenza di testi, l’identità di questi personaggi resta misteriosa.
A sinistra solo un uomo, forse il defunto, siede davanti al tavolo delle offerte, su uno sgabello pieghevole. Dalla parte opposta del tavolo si vedono, adagiati su stuoie, vari cesti, anfore, ceste di pani e un’anatra.

Dietro di lui stanno un uomo ed un giovane, identificato dalla sua ciocca laterale, ed altri partecipanti alla festa, sia adulti che bambini, in processione. Tutti tengono la mano destra sulla spalla sinistra in segno di rispetto.

LE SCENE DI CACCIA E DI PRODUZIONE DEL VINO

La porta tra l’anticamera ed il corridoio che conduce alla cappella (12) è sormontata da una cornice a cavetto sul lato d’ingresso, dipinta a fasce verdi, azzurre, bianche e rosse, che poggia su una modanatura a toro.

L’architrave mostra due scene speculari, divise da una scritta augurale per Userhat: “Tutta la protezione, la vita, la stabilità, il potere, la salute […]”.

Ognuna di esse lo mostra in piedi all’estremità esterna, mentre con le mani alzate rende omaggio ad Osiride e ad Anubi, seduti davanti ad un tavolo di offerte.

I montanti sono decorati con tre colonne verticali di geroglifici in rilievo su fondo giallo, che chiariscono che tutte le offerte agli dei sono state fatte dal sovrano a beneficio del ka di Userhat.

La parete nord (la piccola parete laterale, a sinistra ed a destra entrando, nn. 13 e 16), comprende quattro registri sovrapposti le cui immagini costituiscono la prima parte di quelle che compaiono sulle lunghe pareti seguenti (est ed ovest).

Nel registro superiore e nei due registri centrali della parete nord a sinistra, compaiono degli uomini; alcuni studiosi li ritengono la scorta di Amenhotep II, mentre i tre del registro superiore che tengono in mano bastoni, faretra e arco e sono probabilmente servi che seguono il carro di Userhat.

Il registro più basso presenta tre figure femminili che completano la scena di offerta posta al di sotto della scena del carro.

Nel registro superiore della parete nord a destra si vedono cinque uomini che camminano sotto una costruzione nella quale ci sono diversi vasi; nel registro centrale due file di donne avanzano per unirsi alla processione sul lungo muro ovest. Una scena con giare è rappresentata anche nel registro inferiore.

La parete est (parete lunga a sinistra) è divisa in due registri; quello superiore è caratterizzato da scene di caccia con il carro nel deserto e di caccia e pesca nelle paludi.

La prima scena che si incontra sulla sinistra entrando (14) è quella che raffigura Userhat che caccia nel deserto, caratterizzato da rada vegetazione e dai colori marroni e bruni dominanti; egli è in piedi su un carro leggero analogo a quello di Kenamun, trainato da due cavalli in corsa, ha le redini avvolte intorno alla vita per avere le mani libere (nella realtà alla guida ci sarebbe stato un auriga), e sta per scoccare una freccia verso la sua preda; sulla schiena porta una faretra e sul carro si nota la custodia per i giavellotti, vuota.

Userhat sul suo carro, che insegue e abbatte gli animali del deserto che fuggono disordinatamente, calpestando i loro simili a terra, feriti o già morti.

Davanti a lui un gruppo eterogeneo di animali selvatici sta fuggendo disordinatamente in preda al panico dando un’impressione di grande caos: a terra vi sono già delle prede abbattute; le gazzelle, alcune delle quali sono già state colpite, scappano in tutte le direzioni. Sotto i cavalli sono rappresentate due lepri ferite e due iene in fuga; una di esse, già raggiunta dalle frecce, si gira, perdendo sangue dalla bocca aperta; una volpe ferita si nasconde in un cespuglio.

Le iene e le lepri che fuggono quasi calpestate dagli zoccoli dei cavalli. La iena in basso è colpita a morte, e sta cadendo a terra, con il sangue che le esce dalla bocca; anche la lepre davanti a lei è stata raggiunta da una freccia.
La volpe morente cerca riparo nella misera vegetazione del deserto

Le scene della caccia e della pesca nella palude, anch’esse tipiche delle decorazioni tombali dall’Antico Regno fino ad Amenhotep II, sono solitamente speculari e separate in verticale da un’increspatura dell’acqua; il defunto naviga sul fiume nel quale nuotano varie specie di pesci ed è in piedi a gambe divaricate su di una barca di steli di papiro, nell’atto di scagliare un bastone da lancio o una fiocina, con la posizione tipica del sovrano che abbatte i nemici.

La scena della caccia nella palude con il bastone da lancio e con la fiocina. La fiocina è stata analizzata da Livio Secco, esperto oplologo, che ha spiegato che si tratta di uno strumento in legno che la proporzione con l’egizio stabilisce tra i due metri e i due e mezzo. E’ sottile e leggero. Un’arma più pesante avrebbe anche reso instabile il natante in seguito allo sbilanciamento del lancio. Peraltro è evidente che essa non è destinata ad essere lanciata. Userhat usa la mano destra come propulsore e la sinistra per indirizzare con precisione il colpo. Non è necessario nessun sistema di recupero perché Userhat appunto non lancerà mai il suo attrezzo con il rischio di perderlo o spezzarlo. Il legno è stato appositamente fessurato per ottenere le due punte, che sono poi state lavorate a fuoco per renderle dure in modo da non spezzarsi al primo impatto con il fondo del fiume. Alla base della divaricazione c’è una fasciatura in corda o tessuto per rendere la divaricazione con un valore preferito dal possessore. E’ possibile che fosse mobile e non fissa in modo da rendere la fiocina bipunta adattabile alla preda da pescare.

Nella tomba di Userhat il defunto, che si trova con la moglie e una delle figlie, mantiene l’atteggiamento tradizionale, ma il fiume è stato reso come una fascia orizzontale blu priva delle solite linee ondulate che rappresentano la corrente e le due scene sono una dietro l’altra, separate da una macchia di papiri (15).

Nella scena della caccia, in alto, a sinistra, si nota un po’ confusamente, un nido con due uccellini minacciati da un predatore, il cui peso piega lo stelo di papiro su cui si arrampica. Tre anatre volano sopra la macchia di papiri, mentre una quarta, colpita da un bastone da lancio, crolla a testa in giù.

La scena della pesca con la fiocina è del tutto simile a quella precedente: Userhat trafigge due pesci e un piccolo stormo di anatre spaventate si alza in volo e si dirige verso il cacciatore; l’increspatura dell’acqua di fronte alla barca rappresenta il fiume aperto, oltre la sponda paludosa .

Molti egittologi ritengono che questi dipinti parietali relativi alla caccia (anche quella all’ippopotamo, tema ricorrente nelle tombe dell’Antico regno) assumano un significato simbolico: queste prede, che vivono in ambienti non dominati dall’uomo, rappresentano le forze del caos e devono essere abbattuti perché Ma’at abbia il sopravvento ed il defunto possa entrare nell’Aldilà garantendosi la possibilità di rinascita.

I copti hanno aggiunto a queste scene degli animali molto strani, che alcuni interpretano come gatti; in realtà pare siano creature infernali (soprattutto quello sulla prima barca), aggiunte per contribuire a debellare le entità ostili rinforzando il valore apotropaico della scena.

La prima scena del registro inferiore deve essere letta da destra a sinistra, per cui partendo dal centro della parete.

Essa rappresenta la caccia agli uccelli nella palude tipica dell’Antico Regno, realizzata con una rete esagonale. Lo stagno verdastro (che in realtà rappresenta un’ampia distesa d’acqua) e la rete azzurra gettata su di esso sono mostrati in verticale ed i canneti sulle sue sponde sono rappresentati da poche piante; l’area è ricca di uccelli che volano nel cielo o si sono posati sulla rete.

La caccia con la rete alle anatre nelle aree paludose in riva al Nilo

Tre cacciatori sono nascosti nel canneto a sinistra e reggono la fune che permetterà loro di chiudere la trappola e di catturare i volatili; l’ultimo di loro si volta a guardare cosa sta accadendo alle sue spalle, dove ad Userhat ed a sua moglie viene offerto il bottino della pesca.

A sinistra si assiste alla presentazione al defunto ed alla moglie delle anatre catturate vive con la rete, come si apprende dal testo di accompagnamento; la coppia è assisa su di un’ampia sedia dall’alto schienale sotto la quale ci sono due vasi di forma diversa; davanti a loro c’è un grande tavolo pieno di offerte e due uomini presentano anatre e mazzi di papiro; altre tre anatre stanno su di un tavolino.

A destra della macchia di papiri si estendono immagini relative alla produzione del vino, associato al sangue di Osiride, ucciso e fatto a pezzi dal fratello Seth: i due piccoli sottoregistri sovrapposti, piuttosto danneggiati, mostrano i contadini che vendemmiano e ripongono i grappoli in ceste di vimini, quindi dei servi che pigiano l’uva in un grande tino aggrappandosi a funi decorate con fiori.

La vendemmia (a sinistra), l’uva raccolta nei cesti (al centro in alto), la pigiatura e il riempimento delle giare con il vino nuovo (al centro in basso).

Due uomini portano piccoli vasi con il vino che probabilmente viene travasato in una delle tre file di giare molto più grandi. In alto è inginocchiato uno scriba che prende nota del quantitativo d’uva lavorato, dal quale dovrà essere ricavata un giusta quantità di vino.

La descritta sequenza si completa con una rovinata immagine di Userhat che rende omaggio ad un’anonima dea serpente e con una piccola scena di pesca con una rete a strascico.

LE SCENE DELLA PROCESSIONE FUNEBRE E DEL PELLEGRINAGGIO AD ABYDOS

La parete ovest (parete lunga a destra) è divisa in vari registri: quelli superiori illustrano la processione funebre, quello inferiore il pellegrinaggio fluviale ad Abydos.

L’immagine della testa della processione, ora distrutta, si trovava all’estremità sinistra del registro superiore e rappresentava il sarcofago in piedi nel cortile della tomba durante il rito dell’apertura della bocca eseguito da un sacerdote sem assistito da un prete lettore (solo questi ultimi sono sopravvissuti ai millenni).

La cerimonia dell’apertura della bocca: il sacerdote sem (che indossa la pelle di leopardo) ha davanti a sè tutta la strumentazione necessaria per il compimento del rito; dietro di lui un sacerdote comune e le tre prefiche accovacciate.

Dietro di loro, incompiute, ci sono le prefiche, tre delle quali, accovacciate, con la mano sinistra si spargono della polvere sulla testa in segno di dolore e di lutto (17).

Il corteo funebre (18), che rappresenta un momento distinto e cronologicamente antecedente al rito descritto perché comprende ancora la slitta che traina la barca sacra sulla quale c’è un catafalco con il sarcofago e la mummia di Userhat, si sviluppa lungo il sentiero che conduceva alla sepoltura, da sinistra a destra lungo il registro superiore per poi proseguire da sinistra a destra lungo quello sottostante e, come già detto, sulla parete nord; sopra la processione e lungo il cammino si notano le piccole costruzioni che venivano costruite per deporvi le offerte.

Una parte del corteo funebre con i portatori di offerte; sopra e sotto gli uomini si notano le stazioni costruite lungo il cammino per deporre delle offerte; I servi portano offerte con un bilanciere, due bovini ed altri servi trascinano la slitta che sorregge tutto l’apparato contenente i resti mortali di Userhat.
I servi che trascinano la slitta sulla quale è posta la barca che ospita il catafalco all’interno del quale c’era il sarcofago con la mummia di Userhat, seguito da amici e parenti addolorati; nel registro inferiore un altro catafalco contenente i vasi canopi, e ancora sotto portatori di offerte e partecipanti al rito funebre.
Il gruppo completo delle prefiche, posto dietro i sacerdoti.

I servi raffigurati nel registro intermedio portano il ricco corredo funerario, nel quale si trovano anche un cavallo ed un carro smontato; le giare e le anfore all’estrema destra del registro forse erano una riserva di bevande per i partecipanti al corteo.

I portatori di offerte con il cavallo ed il carro smontato

Nel registro inferiore è dipinto il pellegrinaggio ad Abydos; già si è detto che raffigurare nella tomba questa forma di devozione equivaleva ad averla effettuata in vita e quindi ad acquisirne i meriti; qui è la mummia di Userhat, deposta nel sarcofago collocato su di un catafalco bianco ad essere rappresentata mentre raggiunge la sacra località con una barca, scortata da altre quattro imbarcazioni, due davanti e due dietro.

La barca centrale, più piccola, ospita il catafalco di Userhat

Le navi hanno cabine di legno decorate sui lati sulle quali stanno seduti dei passeggeri, e a prua, sopra una piattaforma, circondata da tavole, stanno l’addetto allo scandaglio ed il pilota che segnala al timoniere collocato a poppa le sue istruzioni.

La barca posta alla sinistra di quella di Userhat, con i vogatori intenti a remare, e sulla prua l’addetto allo scandaglio (che non si vede più) ed il pilota.
Le due barche poste alla destra di quella di Userhat, dalla polena a forma di testa leonina, del tutto sconosciuta in altre rappresentazioni.

La barca posta dietro quella con il defunto mostra i rematori in azione, il che conferma (oltre all’assenza di una vela) che sta scendendo il Nilo contro corrente da Tebe verso Abydos (18).

La parete sud (19) presenta al centro una nicchia contenente i resti delle statue della coppia, completamente distrutte nel corso dei secoli; sopravvivono solo il busto di Mutneferet e la sua mano sinistra che tiene un bouquet di fiori.

FONTI relative a tutti i post su Userhat e la sua tomba:

C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

DA SEHETEPKARA ANTEF  IV A SOBEKHOTEP VI

Di Piero Cargnino

SEHETEPKARA ANTEF  IV

Sehetepkara Antef  IV (Colui che rende felice il Ka di Ra) forse diciassettesimo (?) sovrano della XIII dinastia secondo il Canone Reale. Di lui non si sa praticamente nulla nonostante siano state rintracciate testimonianze archeologiche, infatti compare anche nella lista reale di Karnak oltre che sul basamento di una statua rinvenuta a Medinet Madi, oggi al Museo del Cairo. Con un altro nome compare su un cilindro rinvenuto dall’egittologo Flinders Petrie nella forma che compare nella foto 3.  

……IB-SETH

Il Canone Reale, assai deteriorato in quel punto, di questo sovrano presenta solo una parte del nome, “…..Ib-Seth”. Dovrebbe trattarsi del diciottesimo (?) sovrano della XIII dinastia. Questo sovrano è citato solamente nel Canone Reale.

Alcuni egittologi ritengono che potrebbe trattarsi dello stesso Sehetepkara Antef  IV (di cui sopra) poiché sul basamento della statua citata, dopo il prenomen ed il nomen di Antef IV si trova scritto “……ib-ra Seth”.

Di un altro parere è Jurgen von Beckerat secondo il quale questo sovrano sarebbe da mettere in relazione con il nome “Aaqeni(u)” (il coraggioso animale) che si trova su una lista di sacerdoti di Menfi (fig. 5).

Secondo Beckerat il nome in origine andrebbe letto come “Seth è coraggioso” mutato in seguito alla caratterizzazione malvagia assunta dalla divinità. Interessante l’associazione del nome del dio Seth, venerato un tempo nel Basso Egitto, che tornerà in auge durante la dominazione Hyksos.

SETH SOBEKHOTEP III (SEKHEMRASEWADJTAWY)

Conosciuto tramite il Canone Reale che lo considera il ventesimo (?) sovrano della XIII dinastia. Gli studiosi pensano che questo sovrano, di cui disponiamo di diverse notizie, non provenisse dalla stirpe reale in quanto i nomi dei suoi genitori, che compaiono in numerose iscrizioni, Mentuhotep e Yauheyebu, sono privi di titolatura.

Sobekhotep III era un adoratore di Satet, dea protettrice delle acque del Nilo, è rappresentato in una stele (fig. 9), il foro nella stele è stato praticato molto tempo dopo quando questa è stata utilizzata come mola, oggi si trova al Brooklin Museum.

Sobekhotep compare inoltre su un monumento dell’isola di Sehel con il padre Mentuhotep. Si sa che ebbe due mogli, Senebhenas, conosciuta principalmente da una stele in pietra nello Wadi el-Hol dove compare con tutti i suoi titoli tra cui quelli di “Signora di tutte le terre”, “moglie del Re” e “unita alla corona bianca”; sta ritta in piedi dietro la regina-madre Jewhetibew.

Su di una stele proveniente  da Koptos, conservata al Museo del Louvre, sono rappresentate le due figlie, Dedetanqet e Iuhetibu Fendy, il nome di quest’ultima è scritto in un cartiglio, è la seconda volta nella storia egiziana che la figlia di un re riceve questo onore (fig. 11).

Il Canone Reale gli assegna solo quattro anni e due o quattro mesi di regno nonostante siano molte le testimonianze che farebbero pensare ad un regno più lungo. Iscrizioni sono state rinvenute nel tempio di Montu a Madu (odierna Nag el-Madamud) nel 5° distretto dell’Alto Egitto, una cappella si trova a El Kab mentre un altare con il suo nome è stato trovato a Sehel.

Sono stati rinvenuti anche numerosi sigilli a forma di scarabeo provenienti da un “ufficiale della tavola del sovrano” (Sobekhotep) generato “dall’ufficiale della tavola del sovrano” (Mentuhotep) probabilmente appartenuti allo stesso Sobekhotep III.

Pare che Sobekhotep III sia stato il precursore di un gruppo di sovrani della XIII dinastia dei quali esistono documenti storici. A testimoniarlo, oltre ai molti sigilli, si sono conservati molti monumenti privati databili a questo periodo. Si può ipotizzare che in quel periodo quasi tutto l’Egitto, ad eccezione del sesto distretto del Basso Egitto, fosse governato da questi re godendo quindi di un periodo di relativa tranquillità. Nel Papiro di Brooklyn è riportato un elenco di servi della corte, la cosa interessante è che tra questi compaiono 45 nomi di chiara provenienza asiatica, ciò proverebbe che in Egitto erano già presenti numerosi asiatici ancor prima dell’arrivo degli Hyksos. 

DEDUMOSE I (KHONSUEMUASET)

Dedumose I, anch’egli fu un sovrano effimero noto perché il suo nome compare su di una stele trovata a Edfu nel 1908 appartenente al “figlio del re” e comandante Khonsuemuaset, non è possibile però stabilire se il titolo figlio del re sia reale o solamente onorifico. Su altri reperti compare solo il suo nomen “Dedumose” che però risulta difficile stabilire se si riferisce a lui o ad un altro sovrano con lo stesso nomen Dedumose II; non è neppure facile sapere chi dei due sia l’ultimo sovrano parzialmente leggibile tra quelli elencati dal Canone Reale nella colonna 7.

Dedumose I regnò comunque solo sull’Alto Egitto da Tebe e non si sa se in contemporanea con altri sovrano locali forse tributari degli Hyksos. Secondo alcuni egittologi questo sovrano potrebbe essere il “Tutimaios” al quale Manetone, nella versione riportata da Giuseppe Flavio nel suo “Contro Apione”, attribuisce la caduta del regno nelle mani degli Hyksos. Racconta Manetone:

<<…….Tutimaios. Durante il suo regno, per cause a me ignote, l’ira del Signore si abbatté su di noi; e all’improvviso dalle regioni dell’Oriente un’oscura razza d’invasori si mise in marcia contro il nostro paese sicura della vittoria. Con la sola forza numerica e senza colpo ferire s’impradronirono facilmente delle nostre terre; e avendo sopraffatto i reggitori del paese, bruciarono spietatamente le nostre città, rasero al suolo i templi degli dèi e rivolsero la loro crudeltà contro gli abitanti, massacrandone alcuni, riducendo in schiavitù le mogli ed i figli degli altri. Finalmente elessero re uno dei loro di nome Salitis. Egli pose la sua capitale a Menfi esigendo tributi dell’Alto e Basso Egitto e sempre lasciando dietro di sé guarnigioni nei posti più favorevoli…….>>.

Non è chiara la posizione di questo faraone nella sequenza dei sovrani della XIII dinastia, dapprima si ritenne che avesse regnato sul finire della dinastia ma di recente alcuni pensano che potrebbe aver regnato nella XVI dinastia, questo accade per la confusione tra Dedumose I e Dedumose II inquadrato sicuramente nella XVI dinastia.   

NEFERHOTEP I (KHASEKHEMRE)

Khasekhemre Neferhotep è un sovrano della XIII dinastia originario di una famiglia di Tebe non nobile, proveniente dall’esercito. Gli egittologi Ryholt e Baker sono del parere che abbia usurpato il trono al suo predecessore Sobekhotep III. Secondo i due egittologi Neferhotep sarebbe il ventiseiesimo (o ventisettesimo) faraone della XIII dinastia, di parere contrario sono Franke e von Beckerath i quali lo ritengono il ventiduesimo.

Neferhotep compare nella colonna 7 alla venticinquesima fila nel Canone Reale di Torino che gli assegna un regno di 11 anni e nella trentaquattresima posizione nella lista dei re di Karnak. Pare che si possa definire uno dei migliori sovrani della XIII Dinastia. Secondo alcuni sarebbe contemporaneo del re Zimri-Lim di Mari e di Hammurabi di Babilonia.

Conosciuto principalmente per una stele da Abydos che lo rappresenta in forma osiriaca e viene definito come “istruito dagli dei all’inizio di tempo”. Neferhotep ebbe due figli, Haankhef e Kemi, dalla sua sposa  Senebsen ed un terzo, Wahneferhotep ma nulla si sa della madre. Nonostante ciò nominò il fratello Sihathor come coreggente che gli succederà al trono ed alla morte di entrambi sarà un altro loro fratello a regnare, Sobekhotep IV.

Neferhotep è conosciuto per un gran numero di reperti ritrovati un po ovunque, a partire dal nord da Biblos e poi fino alle fortezze di Buhen e Maigissa oltre alla Nubia a sud dell’Alto Egitto. Nel Basso Egitto è conosciuto per uno scarabeo proveniente da el-Yahudiya. Il suo nome compare inoltre su più di 60 sigilli a forma di scarabei, 2 sigilli cilindrici, su di una statua da Elefantina. Sulle rocce dello Wadi el Shatt el Rigal, sull’isola di Sehel, a Konosso ed a Philae numerose iscrizioni riportano anche i nomi dei membri della sua famiglia e di due suoi servitori, il “conoscente reale Nebankh” ed il “tesoriere Senebi”.

Al Museo Archeologico di Bologna è conservata una stupenda statuetta in microgabro o dolerite di Neferhotep. Il faraone è seduto su un seggio cubico dallo schienale appena accennato, tiene le mani appoggiate alle cosce e le gambe leggermente divaricate. Il gonnellino plissettato di tipo arcaico (shendit) e il copricapo in tessuto di lino (nemes), con l’ureo sulla fronte, permettono di identificarlo quale sovrano d’Egitto, così come i cartigli con i primi due nomi della sua titolatura incisi sul trono, ai lati delle gambe. Le iscrizioni che confermano che il sovrano è: “Il dio buono, il Signore delle Due Terre, Neferhotep, amato di Sobek di Shedet, Horo che risiede in Shedet” portano a credere che questa provenga dal tempio del dio coccodrillo Sobek di Shedet, l’attuale Medinet el Fayyum.

Nel giugno del 2005 è stata ritrovata a Karnak nel tempio di Amon una statua raffigurante Neferhotep. Si pensa che Neferhotep abbia regnato su gran parte dell’Egitto ad eccezione del sesto distretto del Basso Egitto dove probabilmente regnava a Xois un re della XIV dinastia. Fuori dalla sua giurisdizione doveva trovarsi anche la regione di Avaris occupata da popoli di origine asiatica che a breve avrebbero costituito la XV dinastia Hyksos. Non si conoscono le circostanze in cui morì Neferhotep e ufficialmente la sua tomba non è ancora stata individuata con certezza pur nella convinzione che si trovi ad Abydos.

L’egittologo Josef W. Wegner, dell’Università della Pennsylvania, dal 2013 sta scavando la necropoli reale, ai piedi di una collina naturale nota agli antichi egizi come la montagna di Anubi, accanto al complesso di Sesostris III della XII dinastia. Gli scavi hanno fatto emergere due grandi tombe, forse piramidi della XIII dinastia, ed oltre otto tombe reali, appartenute probabilmente alla dinastia di Abydos; una di queste, la S10 si ritiene sia appartenuta a Khaneferre Sobekhotep fratello di Khâsekhemrê Neferhotep, Wegner ha suggerito che la vicina grande tomba anonima S9 potrebbe essere appartenuta a quest’ultimo.

SIHATHOR

Dopo undici anni di regno Neferhotep lasciò la Valle del Nilo per salire alla duat, il Canone Reale riporta quale suo successore il fratello Sihathor. E’ probabile però che quest’ultimo sia stato solo coreggente per pochi mesi di Neferhotep, di lui mancano totalmente ogni tipo di notizia, è probabile che sia deceduto prima del fratello. Sull’isola di Sehel compaiono due iscrizioni che mostrando Neferhotep I, Sihathor e Sobekhotep IV, secondo alcuni potrebbe significare che i tre fratelli abbiano regnato insieme per un breve periodo anche se in entrambe le liste Sihathor sia dichiarato morto. 

SOBEKHOTEP IV

Il vero successore di Neferhotep I fu il di lui fratello minore Sobekhotep IV che pare abbia regnato almeno per otto anni, questo è il suo più alto anno di regno che compare su di una stele rinvenuta ad Edfu. Il suo sesto anno di regno è attestato dalle iscrizioni trovate su quattro stele a Wadi el-Hudi, nell’Egitto più meridionale,  che parlano di una spedizione alle miniere di ametista ordinata da  Sobekhotep IV.

Una prova della successione verrebbe da un’iscrizione nello Wadi Hammamat dove compaiono insieme i cartigli di Neferhotep I e Sobekhotep IV vicino l’uno all’altro. Secondo alcuni questa sarebbe una prova che ci fu una coreggenza tra i due, secondo altri, compreso Ryholt, l’iscrizione sarebbe solo opera di Sobekhotep IV che avrebbe così voluto onorare il suo fratello deceduto. Il suo nome compare anche nelle cave dello Uadi el-Hudi e dello Uadi Hammamat, da ciò si potrebbe dedurre che il sovrano abbia intrapreso una notevole attività edilizia. Lo stesso Sobekhotep IV, su di una stele oggi conservata al Museo Egizio del Cairo (cat. JE 51911), dopo aver ricordato la sua provenienza, Tebe, presenta un elenco dei restauri e degli abbellimenti a vari templi da lui fatti eseguire a Tebe e nella capitale Ity Tawy.

Si nota che nelle tombe private, risalenti al suo regno, molte riportano altisonanti titoli militari, questo starebbe a dimostrare che Sobekhotep IV prestava un’attenzione particolare al suo esercito vista l’aumentata pressione esercitata dagli Hyksos stanziati nel Delta del Nilo. Una conferma dell’instabilità ai confini con i territori governati dagli Hyksos parrebbe venire dal fatto che, alla morte del sovrano (1720 a.C.), il primo re della XVI dinastia assunse i titoli regali.

Secondo gli egittologi Moeller, Marouard e Ayers la XV dinastia (Hyksos) era già in esistenza entro la metà del periodo della XIII dinastia poiché Khyan controllava una parte dell’Egitto settentrionale nello stesso momento in cui Sobekhotep IV governava il resto dell’Egitto come faraone della XIII dinastia. Indipendentemente da quale teoria sia vera, la XIV dinastia o la XV dinastia controllavano già il Delta al tempo di Sobekhotep IV.

Per quanto riguarda i regnanti della XVI dinastia alcuni li ritengono vassalli degli invasori al punto da chiamarli “Piccoli Hyksos” in contrapposizione agli occupanti asiatici della  XV dinastia chiamati “Grandi Hyksos”. Manetone afferma:

<< La XVI dinastia furono ancora Re–pastori [cioè hyksos], 32 di numero: essi regnarono per 518 anni >> (Manetone, Aegyptiaca, Fr. 45).

Josef W. Wegner dell’Università della Pennsylvania rinvenne ad Abydos un’enorme tomba che nominava un faraone Sobekhotep, in un primo momento questa venne attribuita al faraone Sekhemre Khutawy Sobekhotep I, ma, ad un più attento esame dello stile della sepoltura si optò per assegnarla al faraone Sobekhotep IV. All’interno della tomba era contenuto un enorme sarcofago di granito rosa del peso di circa 60 tonnellate, secondo il Ministro delle Antichità egiziano, Mohamed Ibrahim, il proprietario sarebbe identificato con il faraone Sobekhotep IV.

KHAIBAU

A questo punto non abbiamo neppure l’ausilio del Canone Reale che al termine linea 6.6 riporta la dizione, in inchiostro rosso, “6 anni vuoti”, a colmare questa lacuna si potrebbe pensare di inserire il sovrano Khaibau. Il nome di questo sovrano lo troviamo attestato da numerosi reperti archeologici come il Nilometro di Semnae oltre che su reperti provenienti da Bubasti e da Kerma. Nessun’altra notizia ci è nota.

(KHAHOTEPRA)

Sto trattando un periodo un po torbido della straordinaria storia egizia, un periodo dove l’antico Egitto pare perdersi in rivoli di governatori indipendenti a causa della caduta del potere centrale. Le ragioni di questa caduta sono praticamente ignote anche se imputabili al potere in mano ad effimeri personaggi che mi spiace definire faraoni. Ma l’Antico Egitto è pieno di risorse, i grandi faraoni torneranno più grandi e potenti di prima. Per il momento non ci resta che seguire le vicissitudini di questo infausto periodo per l’Egitto.

SEKHEMRA NEFERKAU (UPUAUTEMSAF)

Questo sovrano, che non compare in alcuna lista reale, ci è noto solo attraverso il ritrovamento di una stele proveniente da Abydos ora conservata al British Museum e da un graffito rinvenuto nella tomba privata del principe Amenhemat a Beni Hasan dove compare col nome di “Sekhemreneferkhau”. Secondo alcuni si riferirebbe a Upuautemsaf della dinastia di Abydos o della tarda XVI dinastia. Il nome di questo sovrano si troverebbe forse nelle colonne 6 e 7 delle righe perse del Canone Reale.   

SOBEKHOTEP V  MERHOTEPRE (KHAIHOTEPRA)

Sobekhotep V, forse figlio di Sobekhotep IV compare nel Canone Reale nella posizione 7.1 come Khaihotepra e nella posizione 46 nella lista della Sala degli Antenati di Karnak. Il suo nome è inoltre riportato sul basamento di una statua che si trova nel Museo Egizio di Berlino, su di una stele trovata nello Wady Hammamat e in una incisione rinvenuta sull’isola di Sehel. Alcuni suppongono che si tratti del faraone il cui regno coincida col definitivo strappo con Avaris dove le genti asiatiche e semite erano ormai in grado di dare vita ad uno, o più regni, che in seguito verranno identificati come “Piccoli Hyksos” della XVI dinastia.

WAHIBRA IAIB

Nel Canone Reale Wahibra Iaib lo troviamo nella posizione 7.2 con un regno discretamente lungo, 10 anni, 8 mesi, 28 giorni, una precisione da lasciare perplessi in questo periodo caratterizzato da regni per la maggior parte brevi. Oltre che nel Canone Reale troviamo il nome di Wahibra Iaib su di una stele proveniente da Tebe, oggi al British Museum (reg. n. 1348), sul coperchio di un vaso da El-Lahum e su alcuni scarabei uno dei quali sembrerebbe provenire da Biblos. Conosciamo il nome della sua sposa principale la regina Wahibra che secondo alcuni potrebbe essere Khaesnebu.

SANKHENRE SEWADJTU

Questo sovrano è conosciuto solo dal Canone Reale di Torino nella colonna 7 5, potrebbe essere il  trentaquattresimo faraone della XIII dinastia ma non è certo, oltre che nel Canone Reale, secondo Kim Ryholt, potrebbe corrispondere al Seuadjetra, citato nella Sala degli Antenati a Karnak, dove però la mancanza di ordine cronologico nella lista rende difficile l’identificazione corretta dei sovrani. Sappiamo che regnò a Memphis per un periodo di 3 anni e 2 o 4 mesi su una piccola porzione dell’Egitto forse in contemporanea ad altri dinasti appartenenti alle dinastie XIV e XVI. A riprova dell’incertezza che regna tra gli egittologi riguardo questo sovrano sta il fatto che secondo Darell Baker, Sankhenre Sewadjtu sarebbe il trentaquattresimo della dinastia, secondo Kim Ryholt sarebbe il trentacinquesimo mentre per Jurgen von Beckerath è il ventinovesimo.

SOBEKHOTEP VI  (KHAHOTEPRA)

Difficile è l’identificazione di questo sovrano in quanto sono stati rinvenuti documenti che lo collegano al prenomen Merhotepra, il fatto però è che allo stesso prenomen sono collegati due diversi nomen, Sobekhotep (VI) e Inay (o Ini). Dallo  stile degli scarabei trovati e dal fatto che il Canone Reale non cita due sovrani con il prenomen “Merhotepra”, Molti studiosi sono concordi nel ritenere che si tratti dello stesso sovrano. Kim Ryholt ritiene invece che Sobekhotep VI andrebbe collocato dopo Sobekhotep IV, questo perché nel Canone manca una riga dopo il nome del IV,  mentre Merhotepra Inav sarebbe successo a Menerferra Ay. Il Merhotepra citato nel Canone Reale dovrebbe aver regnato 4 anni, 8 mesi e 29 giorni.

Il nome Merhotepra significa “Colui che è in pace con lei e la ama”, probabilmente riferito alla sua sposa, la regina Khaenoub o Nubhotepti, mentre Sobekhotep significa “Sobek è felice”. Tra i pochi oggetti attribuibili a  Sobekhotep VI ci sono un sigillo scarabeo proveniente da Abydos ed uno scarabeo recante il prenome Khahotepra che è stato rinvenuto in una tomba a Gerico, questo porterebbe a credere che al tempo di questo sovrano esistessero dei rapporti con il Medio Oriente. Su di una bellissima statua in granodiorite, conservata al Museo del Cairo, è riportato il cartiglio “Sobekhotep”, su questa però esistono dubbi se debba essere attribuita a Sobekhotep VI o Sobekhotep V. La stessa cosa per una statuetta che lo rappresenta inginocchiato trovata forse a Kerma la quale è ugualmente di difficile attribuzione ad uno dei due sovrani

Fonti e bibliografia:

  • Flinders Petrie, “Scarabs and Cylinders with Names: Illustrated by the Egyptian Collection in University College, London”, Jepson Press, 2013
  • Sergio Donadoni, “La religione egiziana”, in “Storia delle religioni. Le religioni antiche”, Laterza, Roma-Bari 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, Torino 2004
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Pascal Vernus e Jean Yoyotte, “Dizionario dei Faraoni”, Edizioni Arkeios, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Kim Ryholt, “La situazione politica in Egitto durante il secondo periodo intermedio”, Istituto Carsten Niebuhr, Copenhagen: Museum Tusculanum Press, 1997
  • Miguel J. Canora, Amigos de la Egiptologia, “Il papiro Boulaq 18”, Web, art. di giugno 2008 Amigos de la egiptologia, “Boletin informativo, anno VI, numero LIX, giugno 2008
Amarna, Mai cosa simile fu fatta

LE DUE PRINCIPESSE

Di Grazia Musso

Da Amarna, Palazzo Reale – Pittura su intonaco
Altezza cm 30
Oxford, Ashmolean Museum,. 1893, 1 – 41 (267)

L’arte di Amarna riflette il faraone stesso.

La gestualità delle due principesse esprime una grandissima emotività, che spazia dalla tenerezza alla dolcezza.

La spontaneità dei loro gesti rende la scena reale e comune e attenua l’impatto visivo prodotto dai corpi deformato ad immagine del padre.

La mano e il polso della principessa di destra, piegati all’estremo, formano la sagoma di un cigno che sfiora con grande delicatezza il mento della sorella a sinistra, che esterna il suo affetto appoggiando la sua mano sulla schiena della sorella.

Purtroppo rimangono pochi dipinti di questo periodo ed è evidentemente limitativo e difficile un’interpretazione più vasta.

La bellezza dei corpi delle principesse non tende ad un ideale femminile antico, essi contengono una grande vivacità ed esprimono un amore semplice e tenero verso la vita.

Fonte

Indagine sulla Pittura Egizia – Vakérie Humbert, Cristiano D’aglio – Edizioni Kemet