Mostre

STATUINA DI TUERET

Di Grazia Musso

XIX Dinastia
Legno stuccato e dipinto
Altezza 40 cm
C. 526 collezione Drovetti

La ricca quantità di reperti provenienti dal villaggio di Deir el-Medina ha consentito di tracciare un quadro dettagliato sulla vita quotidiana degli artigiani che vi vissero durante il Nuovo Regno.

In particolare le scoperte effettuate, a partire dagli inizi del Novecento, nelle tombe della necropoli locale, hanno gettato luce su diversi aspetti della comunità :l’organizzazione del lavoro, i rapporti familiari, l’alimentazione, l’istruzione, le pratiche funerarie e religiose.

Per quanto riguarda le pratiche religiose, un peso dominante avevano nel villaggio i culti rivolti ad alcune divinità minori, tra le quali Tueret, una dea venerata sin dall’antico Regno.

In questa statuina lignea è raffigurata con le sue tipiche sembianze grottesche: muso e corpo di ippopotamo, coda di coccodrillo.

Tueret, il cui nome in Egiziano antico significa “la grande”, era legata sopratutto all’ambito domestico, essendo preposta alla protezione della casa, del sonno, dei bambini e delle madri, cosa che spiega il suo corpo gravido.

Come indica l’iscrizione alla base, questa statuina fu dedicata alla dea da uno scriba-disegnatore di Deir el-Medina di nome Parahotep e dai suoi due figli.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino

Fotografie dal libro e di Patrizia Burlini.

Kemet Djedu

IL PYRAMIDION DI RAMOSE – LE ISCRIZIONI

A cura del Docente Livio Secco

Il pyramidion custodito al Museo Egizio di Torino, è uno di quei reperti che affascinano, tra mille altri, i visitatori e gli appassionati di egittologia.

Il pyramidion è la cuspide di una una piramide oppure di un obelisco. È sempre monolitico ed è realizzato in pietre diverse a seconda dei periodi storici.

Non voglio qui dilungarmi più di tanto nella descrizione di questa meraviglia perché lo hanno già fatto la nostra Grazie Musso qui: https://laciviltaegizia.org/2023/01/04/il-pyramidion-di-ramose/ e Patrizia Burlini qui: https://laciviltaegizia.org/2023/01/04/ramose-un-pyramidion-le-stele-e-unadozione/scrivendo appunto della storia di Ramose e del suo pyramidion.

Io, perciò, non mi dilungo più di tanto e vorrei contribuire con il commento filologico del reperto.

La vocalizzazione in italiano la trovate sotto la riga dedicata alla traslitterazione.

IL LATO NORD

IL LATO SUD

IL LATO EST

IL LATO OVEST


Questo lavoro è un’esercitazione dei Laboratori di Filologia Egizia che organizzo annualmente.

Diversamente dai corsi nei quali si studia la lingua e la scrittura, i Laboratori prevedono la traduzione di reperti museali, di letteratura, di rilievi epigrafici oppure di pareti monumentali.

In questo modo gli allievi mettono a frutto le competenze acquisite dal corso grammaticale che, ovviamente, è frequentato per primo.

Ricordo che imparare la lingua egizia antica e la scrittura geroglifica non è più difficile che imparare una lingua moderna. Anzi, sicuramente è mia opinione, che sia più semplice del tedesco, del russo o dell’arabo. Inoltre, è questo lo affermo a chiarissime lettere, È UNA STUPENDA GINNASTICA INTELLETTUALE.

Per chi volesse cimentarsi allo studio ho pubblicato la mia grammatica divisa in tre parti che trovate ai link seguenti:

primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Io resto sempre disponibile per chiunque avesse quesiti filologici.

Kemet Djedu

LA STELE DI USERTATET – L’ISCRIZIONE

A cura del Docente Livio Secco

Io mi aggrego agli articoli sulla stele di Usertatet (https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/la-stele-di-usersatet/ e https://laciviltaegizia.org/2022/12/31/i-creatori-dellegitto-eterno/) per un commento filologico.

Qui di seguito ne do la pronuncia con la convenzione IPA:

1) nbt-ḥtp(t) sḏm nḥt nbt pt

[nebet-hetepet seʤem nehet nebet pet]

2) ir(w).(i)n wsr-stit mAa(t)-ḫrw

[iru.in user-setit maat-keru]

C'era una volta l'Egitto

GLI ULTIMI DUE SOVRANI EFFIMERI DELLA VI DINASTIA

Di Piero Cargnino

Come già più volte detto, per molti studiosi la VI dinastia, e con essa l’Antico Regno, si considera chiusa con Pepi II per quanto riguarda il potere centrale. Il Papiro Regio di Torino ne elenca ancora cinque oltre a due posti vuoti. Vediamoli nel dettaglio riportando quelle scarse notizie che possediamo.

MERENRE II DJEFAEMSAF

Secondo molti studiosi la VI dinastia si chiude con Pepi II, ciò è vero solo in parte. Sappiamo che dopo Pepi II salì al trono un figlio di Pepi II e della regina Neith, Merenra II (Merenra Djefaemsaf) il quale però non ha lasciato molto di se. A chiudere effettivamente la VI dinastia sarà poi la sua sorellastra Nitokerty, (Nitokris).

La fine della VI dinastia e con essa il tramonto dell’Antico Regno aleggiava già da tempo con la lenta, ma progressiva perdita di potere e autorità da parte del faraone a causa dell’aumentato potere dei nomarchi e del clero. Il decadimento dell’autorità centrale, ma soprattutto il regno straordinariamente lungo di Pepi II, avrebbe fatto si che l’erede al trono morisse prima del sovrano o che fosse giunto al trono in età avanzata e privo dell’energia necessaria a mantenere saldo il potere.

Con la morte di Pepi II al trono delle Due Terre salì suo figlio, Merenra II che si trovava già molto avanti negli anni a causa del lungo regno del padre. La durata del regno di questo sovrano, del quale  non si conosce praticamente nulla, fu sicuramente molto breve. Senza energia né una chiara visione politica, incapace di esercitare l’autorità di cui era investito e che tollerò la decadenza delle istituzioni e i disordini, favorì la tendenza centrifuga dei nomarchi dell’Alto Egitto che si rafforzò ulteriormente. La mancanza di interventi decisi, ove necessario, permise ai beduini del Sinai di riprendere le loro scorrerie nelle terre del Delta.

Secondo Erodoto Merenra II venne spodestato durante una congiura di palazzo organizzata da un gruppo di nobili forse guidati proprio dalla sorellastra dello stesso Merenra, Nitokerty, (Nitokris). Secondo archivi di età ramesside Merenra II regnò due anni, un mese e un giorno, anche se alcuni ricercatori gli assegnano un regno più lungo, dai sei ai dodici anni. Pare che la sua mummia si stata profanata già poco tempo dopo la sua morte. Il suo nome compare solo nella lista reale riportata sul Papiro Regio di Torino.

LA REGINA NITOKRIS

Fu la prima donna ufficialmente faraone ed assunse il potere verso il 2184 a.C.. Indubbiamente altre donne prima di lei esercitarono il potere supremo ma non vengono ricordate in nessuna lista reale. Al contrario della regina Khentkaus, della quale è stato ritrovato un monumento colossale, faraonico, ma non si ha notizia di alcun titolo esplicito, per Nitokris invece esiste la certezza del titolo reale ma ancora non è stato trovato alcun monumento.

Secondo Eratostene il nome Nitokris significava “Atena è vittoriosa” e non era lontano dalla realtà. In lingua egizia Nitokris significava “Neit-iqeret”, traducibile con “Neith eccellente”, (Neith è il modello egizio dell’Atena greca). Ancora una volta la dea Neith è la protettrice di una donna importante.

Di lei si conosce molto poco, non è menzionata in alcuna iscrizione originale dell’Egitto antico e non esistono monumenti col suo nome anche se alcuni studiosi ritengono che il suo nome corrisponda ad un nome, praticamente illeggibile, presente nella lista di Abydos. Secondo altri il suo nome potrebbe essere quello di “Nitokerty o Nitiqreti” che compare in un frammento del Papiro Regio di Torino, ascrivibile alla XIX dinastia, che sarebbe stato erroneamente collocato fra i re della VI dinastia. Sono state effettuate analisi microscopiche che confermerebbero trattarsi in realtà di una trascrizione imprecisa del nome Netjerkara, altrimenti chiamato Nitokerty Siptah, della VII dinastia presente nella lista di Abydos come successore di Merenra II. Altri egittologi propendono per il fatto che la regina Nitokris non sia mai esistita.

Rimane il fatto che Eusebio di Cesarea, riportando un testo di Manetone, racconta:

<< Una donna, Nitokris, regnò; aveva più coraggio degli uomini della sua epoca ed era la più bella di tutte le donne, bionda, con le gote rosa. Si dice che abbia fatto costruire la terza piramide >>.

Una bellezza similmente decantata ci porta agli altisonanti titoli delle regine dell’Antico Regno.

<<………..Grande nell’amore, dal bel viso incantevole, dal fascino sovrano, che soddisfa la divinità con la sua bellezza, dalla voce bellissima, colei il cui profumo riempie il palazzo, la Signora delle Due Terre ……….>>.

Una bellezza che supera quella della Regina d’Egitto, una bellezza che compete ad una Regina-Faraone. Sesto Giulio Africano, riportando una parte degli Aigyptiaka di Manetone, afferma che  Nitokris non solo sarebbe esistita ma addirittura sarebbe colei che fece costruire la “terza piramide” di Giza. Questa “terza piramide” viene identificata con quella di Micerino alla quale Nitokris prestò grande attenzione sino al punto da farla restaurare. Nulla di tutto ciò è provato.

Dove sia stata sepolta però rimane un mistero, una tradizione vuole che sia stata sepolta proprio nella “terza piramide” ed il suo corpo abbia riposato in un sarcofago di basalto blu.

Sulla sovrana circola una leggenda di epoca tarda, dovuta ad Erodoto, della quale però non esiste traccia nei documenti egizi. Secondo il racconto di Erodoto, Nitokris era la moglie di un re (Merenra II) che venne assassinato da dei cospiratori. Quest’atto spregevole però non permise loro di regnare; i cospiratori chiesero quindi, alla sventurata Nitocris di governare, in modo che la discendenza legittima non si interrompesse. La regina accettò e divenne quindi faraone, la sua sete di vendetta venne così agevolata dalla sua posizione di sovrana. Salita al trono Nitokris si apprestò a vendicare il marito e fratellastro, racconta Erodoto nelle sue “Storie”:

<< Successe al trono del fratello, re Merenra II, che fu assassinato. Per vendicarlo, insieme ai colpevoli, fu pronta a uccidere numerose persone innocenti >>.

Nitokris fece costruire una grande sala sotterranea ed appena ultimata la fece approntare ed offrì un sontuoso banchetto ai cospiratori per celebrare la loro vittoria. Nel bel mezzo del banchetto fece aprire un condotto che riversò acqua all’interno della camera fino a riempirla e i traditori morirono tutti annegati. In seguito Nitokris si suicidò chiudendosi in una camera dove c’erano numerosi bracieri e morì soffocata. Un drammatico racconto orientale privo però di qualsiasi fondamento storico. Con la morte di Nitokris termina ufficialmente la VI dinastia, termina anche l’età dell’oro dell’Antico Regno, dei grandi faraoni costruttori delle imponenti piramidi. Termina un lungo periodo di relativa tranquillità e si para all’orizzonte un periodo confuso di crisi istituzionale, quello che viene chiamato il “Primo Periodo Intermedio”.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico A. Arborio Mella – L’Egitto dei Faraoni – Mursia, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Christian Jacq, “Le donne dei faraoni”, Mondadori, Milano 1997
  • Giulio Farina, “Il papiro dei re”, Editore G. Bardi, Roma, 1938 W. S. Smith, “Il regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo periodo intermedio”, il Saggiatore, 1972
C'era una volta l'Egitto

LE PIRAMIDI DELLE REGINE DI PEPI II

Di Piero Cargnino

NEITH

Sicuramente era una caratteristica della famiglia dei Pepi quella di valorizzare le proprie mogli, ovviamente non tutte, ma almeno quelle che dovevano essergli più care.

Pepi II fu in un primo tempo ritenuto figlio di Pepi I in seguito al ritrovamento di vari sigilli reali della VI dinastia e blocchi di pietra (l’ultimo dei quali individuato nel Tempio funerario della regina Ankhesenpepi II, madre certa di Pepi II). Si pensa che la regina abbia sposato anche Merenre I, dopo la morte di Pepi I, questo emerge anche dall’elencazione dei titoli assegnati a Ankhesenpepi II: “Sposa del Re-della Piramide di Pepi I”, “Sposa del Re-della Piramide di Merenre”, “Madre del Re-della Piramide di Pepi II”. Pare dunque chiaro che Pepi II fosse figlio di Merenre I, quindi, nipote abiatico di Pepi I.

Come accennato nel precedente articolo andremo ora a visitare le piramidi minori delle mogli di Pepi II. Anche questo faraone volle costruire, per almeno tre delle sue mogli, non delle semplici piramidi ma dei veri e propri complessi piramidali corredati ciascuno da un tempio funerario e da una cinta muraria.

Il più antico dei tre complessi è quello della regina Neith sorella di Merenre. Forse figlia di Pepi I e della regina Ankhesenpepi I, in questo caso risulterebbe sorellastra e cugina di suo marito Pepi II, il nome Neith gli venne assegnato in onore dell’omonima dea della guerra, della caccia e della tessitura.

Neith fu una delle mogli principali di Pepi II e forse madre di Merenre II, Una leggenda racconta che sarebbe stata anche la madre dell’enigmatica regina Nitocris. La regina, in quanto principessa, poteva vantare numerosi titoli quali: “Figlia del Re”, “Prima Figlia del Re del Suo Corpo”, “Prima Figlia del Re del Suo Corpo di Mennefer Meryra”, “Principessa ereditaria”. In quanto sposa del faraone potè aggiungerne altri: “Sposa del Re”, “Amata Sposa del Re di Menankh-Neferkara”, “Grande di lodi”, “Grande dello Scettro-Hetes”, “Colei Che vede Horus e Seth”, “Attendente di Horus”, “Consorte e Amata delle Due Signore” (le dee Nekhbet e Uadjet), “Compagna di Horus”. Come Madre del Re significa che suo figlio divenne faraone.

Delle tre piramidi delle mogli di Pepi II, quella di Neith è la più grande. Il suo complesso funerario è ubicato nell’angolo nord-ovest della piramide di Pepi II, include un piccolo tempio funerario e una piramide accessoria. La piramide è formata da un nucleo di tre gradoni in tutto simile a quello della piramide reale. All’entrata del complesso si trovavano due obelischi completamente coperti di iscrizioni.

L’ingresso si trovava nel pavimento del cortile a metà della parete settentrionale della piramide. Anche qui un corridoio discendente terminava in uno sbarramento in blocchi di granito rosa per poi proseguire in orizzontale. Questo presentava un ulteriore sbarramento prima dell’ingresso alla camera funeraria posta in corrispondenza dell’asse verticale della piramide.

La camera funeraria aveva il soffitto piatto decorato con stelle, la parete del sarcofago era splendidamente decorata a facciata di palazzo mentre le altre tre pareti erano ricoperte con i “Testi delle piramidi”.

Come abbiamo avuto modo di dire in altra occasione, si tratta di una rarità trovare i Testi della piramidi nella camera sepolcrale di una regina in quanto erano prerogativa del sovrano, in assoluto la prima regina a fregiarsene fu la madre di Pepi II, la regina Ankhesenpepi II. Il sarcofago, in granito rosso, conteneva al suo interno alcuni resti della mummia della regina e la cassa con i vasi canopi. Ovviamente la tomba fu profanata fin dal passato e la mummia disfatta per recuperare i preziosi amuleti in essa contenuti, i pochi resti ritrovati furono conservati un tempo presso la Facoltà di Medicina di Kasr el-Aini. Nella camera furono rinvenuti inoltre numerosi frammenti di vasi in alabastro e diorite appartenenti al corredo funerario della regina. Un piccolo serdab si trovava ad est della camera.

Durante i suoi scavi l’egittologo Gustave Jéquier scoprì, in una fossa poco profonda all’angolo sud-est della piramide, sedici modelli lignei di imbarcazioni, sepolte fra la piramide di Neith e quella accessoria. Un ritrovamento eccezionale per quantità, varietà e stato di conservazione. Le barche, facenti parte del corredo della regina, erano legate al culto funerario ed all’idea del viaggio che il defunto doveva compiere per raggiungere l’aldilà.

IPUT II

Iput II, forse figlia di Merenre I, fu sorellastra e moglie di Pepi II. Data la sua appartenenza alla famiglia reale poteva fregiarsi dei titoli di “Figlia del Re” e “Prima figlia del Re” ai quali si aggiungeva quello di “Principessa ereditaria”. Divenuta regina moglie di Pepi II aggiunse i titoli di “Sposa del Re”, “Sposa del Re, sua amata”, “Amata sposa del Re Pepi Neferkara Menankh” e “Colei che vede Horus e Seth” (non dovrei averne dimenticato nessuno) infatti, stranamente, fra tutti i suoi titoli salta all’occhio un fatto curioso, mancava il titolo di “Regina madre”.

Durante la VI dinastia tutte le spose reali, anche se i loro figli non diventarono mai faraoni, ottennero una piramide per tomba con il proprio tempio sulle pareti del quale spiccavano i nomi ed i titoli della regina. Il complesso funerario di Iput II, che doveva ricalcare quella di Neith, comprendeva una piramide ed un Tempio sepolcrale annesso, eretto su un pozzo a forma di L nei pressi della piramide di Pepi II. Si accedeva attraverso una porta in granito rosa con ai lati due obelischi sempre di granito rosa sui quali erano riportati il nome e i titoli della regina.

Osservando il complesso oggi purtroppo ci si trova in presenza di un ammasso di macerie riconoscibile solo per le dimensioni limitate ed una parte del paramento della camera funeraria costruito con materiale di pessima qualità. La camera sepolcrale si presenta anch’essa con le pareti interamente ricoperte dai Testi delle piramidi mentre il sarcofago, forse realizzato in granito rosa, non è mai stato ritrovato.

Il sito venne scavato all’inizio del XX secolo dall’archeologo svizzero Gustave Jéquier. Gli scavi interessarono anche il tempio funerario dove venne rinvenuto un sarcofago di granito che risultò essere appartenuto ad un’altra moglie di Pepi II, la regina  Ankhesenpepi III, la cosa suscitò molti interrogativi, primo fra tutti rimane il mistero se questa regina sia stata sepolta già in origine nel complesso di Iput II o se il suo sarcofago venne qui trasportato durante i torbidi del Primo Periodo Intermedio. Il coperchio del sarcofago mostrava tracce di un’iscrizione che sul momento apparvero illeggibili. Ricoverato al Museo del Cairo (JE 65908) venne per lungo tempo dimenticato. In epoca più recente gli archeologi Michel Baud e Vasil Dobrev sono tornati ad esaminare l’iscrizione sul reperto. Con l’utilizzo di una sofisticata tecnica fotografica sono riusciti a ricostruire parzialmente l’iscrizione. La sua traduzione si è rivelata particolarmente difficile e dubbia, ma una parziale decifrazione è stata compiuta con successo. Ancorché tutt’ora incerta, la decifrazione ha permesso di stabilire che Usekara regnò effettivamente all’inizio della VI dinastia,  la durata del suo regno fu di circa quattro anni, ma che il suo nome fu poi cancellato dai monumenti a causa di una damnatio memoriae all’epoca del faraone Pepi I.

UDJEBTEN

La terza moglie, per la quale Pepi II fece costruire un complesso funerario, fu la regina Udjebten la quale sicuramente rivestì un ruolo meno importante di altre, infatti gli venne riservato un complesso un po’ più piccolo dotato comunque di una piramide, un tempio funerario ed una piccola piramide cultuale.

Anche per lei non si lesinò certo nell’assegnargli titoli nobiliari, poteva vantare di essere “Colei che vede Horus e Seth”, “Grande dello Scettro-Hetes”, “Sposa del Re”, “Amata Sposa di Menankh Neferkara”, “Attendente di Horus”, “Consorte dell’Amato dalle Due Signore” (le dee Nekhbet e Uadjer). Anche per lei non compare mai il titolo di “Figlia del Re”, usuale per le figlie del faraone, ma semplicemente “Principessa ereditaria”. Se ne deduce pertanto che, pur appartenendo alla famiglia reale, non fu una sorella o sorellastra di Pepi II come Neith e Iput II.

Il complesso funerario della regina Udjebten includeva la piramide principale, un tempietto mortuario e una annessa piramide accessoria finalizzata al culto circondato da muri perimetrali. La struttura della sua piramide era in tutto simile a quella delle altre due piramidi delle regine. Lo stato di devastazione in cui la rinvenne Jéquier era tale che addirittura risultò difficile riconoscere il nucleo centrale. Tuttavia Jéquier riuscì a trovare un blocco del paramento che venne riconosciuto come quello su cui poggiava il Pyramidion. Grazie ad una circostanza fortunata scoprì nel tempio funerario un’iscrizione che attestava che il pyramidion in origine era rivestito con lastre di oro.

Tra le cose trovate c’era un enorme blocco di basalto che faceva parte della saracinesca di sbarramento. Ancorché neppure Udjebten vantasse il titolo di “Regina madre”, durante gli scavi Jéquier scoprì un frammento dell’iscrizione di un decreto che tutelava il culto della regina. Dai miseri resti della camera funeraria è emerso che le pareti erano ricoperte con i testi delle piramidi di cui sono rimasti 84 frammenti

Fonti e bibliografia:

  • Mark Lehner, ”The Complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson, 2008
  • Miroslav Verner,, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1998
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza,  Bari, 2008
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Milano, Bompiani, 2003
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egizi”, Milano, TEA, 1988
  • David Henige, “How long did Pepy II reign?”, in GM, 2009  Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989
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Hierakonpolis mask

By Jacqueline Engel

This is Egypt’s earliest known mask.

Made in pottery with the eyes and mouth cut out, it is curved to fit over the head and could be attached behind the ears by passing a string through holes.

It was probably used in funerary rituals – either as a mask for the deceased or to be worn by the person performing the ritual.

Naqada II, about 3650-3300 BC, Hierakonpolis

(Elite Cemetery KH6), pottery, JE 99152

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False door of Ikhat

By Jacqueline Engel

False door of Ikhat, royal acquaintance, wife of Nikaure

This false door comes from the tomb of Nikaure, chief secretary judge and chief of the administration of the palace and chief of the envoys.

The tomb also contains the chapels of his wife Ikhat, who was a priestess of Hathor.

She is represented in the middle niche with her name and titles.

5th Dynasty (King Neferirkare Kakai),

about 2446-2438 BC,

Saqqara limestone, CG 1414

Egyptian Museum Caïro.

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Seated statue of King Neferefre

By Jacqueline Engel

This statue was found broken in several fragments in 1984-85 among the remains of the pyramid temple of the king at Abusir.

The king is represented sitting on a throne and wearing a short wig, but the uraeus cobra, most likely crafted in a different material, is missing.

The falcon-god Horus spreads his wings in a protective gesture behind the king’s head.

5th Dynasty (King Neferefre), about 2431-2420 BC, Abusir, (pyramid complex of King Neferefre, mortuary temple),

limestone, pigment.

Egyptian Museum Caïro

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Triads of King Menkaura

By Jacqueline Engel

Triads of King Menkaure, the goddess Hathor and the Theban-nome god/ the Jackal-nome goddess/ the Bat-nome goddess.

King Menkaure built the third pyramid at Giza plateau.

This was smaller than Khufu and Khafre’s pyramids but partly cased with granite, transported all the way from Aswan.

These triad statues come from his valley temple and show the king standing between two female figures.

The goddess Hathor, on his right, is crowned with the sun disc between the two cow’s horns.

Holding hands with Hathor.

To Menkaure’s left are personifications of different nomes (provinces) of Egypt, with their symbols written above the head.

The king, wearing the white crown of Upper Egypt and the shendyt-kilt, wished to enjoy resurrection and fertility from Hathor and endless offerings from the nomes.

The four triads of Menkaure when discovered at Giza in 1908. Photograph by George Andrew Reisner. Harvard University-Boston Museum of Fine Arts Expedition.
The fourth triad is in Boston.

4th Dynasty (King Menkaure, about 2490-2472 BC, Giza (pyramid complex of Merikaure, valley temple) grywacke.

(Text Egyptian Museum Caïro)

Egyptian Museum Caïro

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Merimde head

By Jacqueline Engel

This clay head is one of the earliest known representations of a human from ancient Egypt. Traces of colour show that it was once painted.

The holes on the chin and on the top of the head may have originally held hair and a beard.

The hole in the bottom probably attached the head to a piece of wood so that it could be used in rituals.

The head comes from Merimde Beni Salama, the earliest human settlement in Egypt.

It is one of the few Neolithic sites known in the Egyptian Delta, dating to around 5500-4000 BC.

Neolithic.

Merimde Beni Salama,

painted pottery JE97472

Egyptian Museum Caïro

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