Lungo le sponde del Nilo è fiorita una delle civiltà più sorprendenti della Storia dell’uomo.
Mentre tutti conoscono le famose Piramidi, l’autore racconta qui altri aspetti della potente spinta alla evoluzione delle conoscenze che muoveva gli Egizi 4500 anni fa.
L’occasione è fornita dalla nave del faraone Cheope, giunta integra fino a noi da quella lontana epoca, in cui doveva costituire un oggetto di meraviglia pari a quello che oggi può essere un’astronave.
“Le barche e le navi contengono nella loro costruzione uno dei migliori approcci alla mente dell’homo faber che un archeologo possa mai aspettarsi di trovare.”-“Boats and ships contain in their construction one of the best clues to the mind of homo faber than an archaeologist can ever expect to find.” (Da Thijs J. Maarleveld, 1995).
Lasciamo ora Abu Rawash e scendiamo in direzione sud ovest, dopo circa 8 chilometri ci ritroviamo nella piana di Giza. Spieghiamo ora perché invece di proseguire con le altre piramidi di Giza siamo andati a visitare quella di Djedefra. Come accennato nel precedente articolo alla morte di Cheope avrebbe dovuto succedergli il figlio primogenito predestinato Kawab ma questi premorì al padre per cui la lotta per la successione si svolse tra Chefren e Djedefra il quale prevalse e riuscì a salire al trono regnando, secondo alcuni per pochi anni ma, come abbiamo già visto, alcuni ritrovamenti ci inducono a pensare che il suo regno sia durato molto di più.
Alla sua morte, Chefren, con l’appoggio degli altri fratelli, tra cui Hardedef, e della madre, ricondusse il trono nella linea di discendenza principale escludendo da questa i figli del predecessore.
Col nome originale di Khafra e Hor Userib, Chefren regnò, secondo Manetone, (che nei suoi scritti lo chiama Shuphis II), per 66 anni. Erodoto e Diodoro Siculo gliene assegnano 56. Manetone non aggiunge altro ma Erodoto e Diodoro Siculo, che grecizzarono il suo nome Khafra in Chefren, asseriscono che fu un tiranno almeno quanto il padre Cheope, despota e megalomane che avrebbe fatto patire al popolo le stesse, sofferenze che fece patire Cheope in precedenza. Come si sa gli storici greci che scrissero la storia dell’Egitto descrivendo fatti accaduti duemila anni prima non danno molta affidabilità, utili le notizie che ci riportano ma come ogni storico che si rispetti dove queste vengono a mancare si ricorre alla fantasia. Sovrani che costruiscono monumenti così imponenti sicuramente stupirono i greci e gli stessi sacerdoti del Nuovo Regno per cui si crearono un’immagine forse un po distorta dei sovrani. Se a ciò aggiungiamo che durante il regno di Chefren era vietato esporre negli spazi aperti sculture diverse da quelle del sovrano, le quali erano quasi sempre scolpite in materiali pregiati, si può capire che i posteri non potevano che pensare ad un ipotetico carattere megalomane dei sovrani.
Sulla scia del padre Chefren scelse la piana di Giza per la sua piramide; non cercò di superare quella del padre in altezza ma scelse però un posto più in alto così che, come detto in precedenza, al turista appare più alta di quella di Cheope, proprio per il fatto che è stata costruita su uno zoccolo di roccia più alto circa 10 metri, apparirebbe ancora più alta se avesse ancora parte della cima e il pyramidion.
La piramide di Chefren in origine doveva essere alta 143,5 m, (oggi 136,4), con i lati lunghi 215,25 m ed una pendenza 53°10′, il suo volume è pari a 2.230.000 metri cubi circa. Lo zoccolo di roccia alto 10 metri ha rafforzato la stabilità dalla costruzione al punto che i primi corsi di pietra sono scavati direttamente nel fondo roccioso. La parte inferiore, fin oltre metà altezza si presenta composta da grandi blocchi grezzi, disposti in modo irregolare senza la precisione che abbiamo riscontrato in quella di Cheope. Il nucleo infatti si presenta molto meno curato, gli strati non sempre sono perfettamente orizzontali ed i massi non combaciano presentando delle fughe molto larghe spesso neppure corrette con della malta. La causa va forse ricercata nei vari movimenti sismici che si sono succeduti nei millenni causando lo spostamento dei blocchi. La piramide si doveva presentare con alcuni strati inferiori in granito rosa mentre la restante parte era in calcare.
Sulla sommità, per un breve tratto ha mantenuto la copertura originale in calcare bianco di Tura che originariamente ricopriva l’intera struttura, è mancante di parte della cima e priva del pyramidion.
Alla base è ancora presente parte del rivestimento di “pietra etiopica variegata”, (così come la definisce Erodoto), ovvero granito rosso e grigio di Assuan. A conferma di ciò grosse schegge di granito, che componevano lo zoccolo, sono state ritrovate alla base della piramide.
A differenza di quella di Cheope, l’interno della piramide di Chefren era conosciuto fin dall’antichità, fu visitata numerose volte in epoca cristiana ed anche musulmana, a tal proposito esiste una scritta interna, (in arabo), che nomina un certo Muhammad Ahmed, muratore in un tempo impossibile da definire.
Poi sopraggiunse l’oblio tanto che nel 1548 Jean Chesneau, scrittore e segretario dell’ambasciatore francese presso l’Impero Ottomano in Egitto, descriveva la piramide come impenetrabile. Da secoli circolavano leggende che raccontavano di fantasiosi tesori, Erodoto affermava che questa piramide non aveva alcuna stanza al suo interno, mentre Diodoro Siculo raccontava che le piramidi erano le tombe dei faraoni che però non erano ivi sepolti. Alcuni storici arabi gli attribuivano ben 30 camere contenenti armi misteriose, storici cristiani affermavano che vi fosse stato inumato il corpo di Adamo con un ricchissimo tesoro in oro, incenso e mirra. L’interesse suscitato in seguito alla campagna di Napoleone in Egitto, sulle costruzioni di Giza, era diventato ormai l’argomento principale in tutti i salotti europei e non solo, schiere di archeologi, e pseudo tali si precipitavano in Egitto in cerca di tesori prima ancora che di reperti.
Quando dico pseudo archeologi intendo esploratori e avventurieri il cui scopo primario era quello di arricchirsi vendendo i reperti trovati e, se del caso, trattenersi eventuali tesori. Tra questi spicca un italiano Giovanni Battista Bolzon, nato a Padova, (più noto come Belzoni), (1778 – 1823), ingegnere idraulico, è considerato un pioniere dell’archeologia.
Belzoni dapprima viaggiò in lungo e in largo per l’Egitto recuperando reperti per conto del British Museum. Come accennato vi era la convinzione che la piramide di Chefren fosse priva sia dell’ingresso che della camera mortuaria, in seguito agli inutili tentativi di accedervi; si pensava quindi che fosse un imponente e massiccio monumento impenetrabile.
Fu così che durante un suo viaggio in Egitto, dopo aver ricevuto in prestito il denaro necessario, Belzoni si lanciò nell’impresa di penetrare all’interno della piramide di Chefren. Dopo i numerosi tentativi già effettuati in precedenza da parte di molti archeologi, fu proprio Belzoni a riuscirci il 2 marzo 1818.
Dopo aver iniziato le sue ricerche, accampato in una tenda ai piedi della piramide, Belzoni assoldò numerosi fellahs che iniziarono a scavare sul lato nord. Come si vede nella prima foto in un disegno abbozzato di fine ottocento, la base della piramide si presentava avvolta per molti metri dalla sabbia che ostruiva gli ingressi dai quali si entrava in tempi antichi per cui Belzoni non poteva sapere se e dove esistesse l’ingresso.
Dopo aver rimosso una quantità di materiale si presentò una falla nella parete e qui scoprirono un corridoio che però si rivelò cieco. Dopo aver studiato a fondo l’ingresso della piramide di Cheope, Belzoni capì che l’ingresso non doveva essere al centro della piramide ma spostato di circa 30 metri verso est. Dopo pochi giorni, alla presenza del cavalier Ermenegildo Frediani, apparve ai loro occhi l’entrata tanto agognata.
Va detto che, forse dovuto ad un cambiamento nel progetto di costruzione, gli ingressi sono due, quello che viene considerato il più antico si trova a circa 30 metri a nord quasi al livello della base. L’altro si trova sempre nella parete nord a circa 12 metri dal suolo. Il primo, chiamato ingresso inferiore scende in profondità scavato interamente nel fondo roccioso, scende per alcuni metri poi diventa orizzontale per poi risalire dopo pochi metri fino ad inserirsi nel corridoio orizzontale dell’ingresso superiore.
Quasi a metà del tratto orizzontale, nella parete occidentale si trova un breve cunicolo che conduce in una piccola camera dove probabilmente veniva depositato il corredo funerario o, secondo alcuni conteneva il serdab del sovrano. L’ingresso superiore avviene attraverso un corridoio che scende verso il centro della piramide per 32 metri, tutti nel corpo della piramide ed è interamente rivestito con blocchi di granito rosa, raggiunta la base della piramide diventa orizzontale.
Ad un certo punto si trova una barriera di granito rosa che, in epoca successiva venne aggirata dai saccheggiatori di tombe che scavarono alcuni cunicoli. Il cunicolo orizzontale prosegue al livello della base e dopo alcuni metri incontra il passaggio inferiore che si innesta in esso. Da qui il cunicolo prosegue fino a raggiungere la camera funeraria, completamente scavata nella pietra sotto il livello della base della piramide, ad eccezione delle capriate in calcare del soffitto che si trovano nel corpo della costruzione, la camera si trova in corrispondenza dell’asse verticale della piramide.
Belzoni e Frediani si calarono con l’aiuto di corde fino a raggiungere la camera che apparve subito del tutto disadorna e grezza, misura 14,15 x 5 metri con il soffitto a capriata, formato da 17 coppie di travi in pietra calcarea. Come detto le pareti si presentano grezze coperte da una specie di intonaco, secondo alcuni queste dovevano essere rivestite con blocchi di granito rosa probabilmente asportato dai saccheggiatori.
Subito, facendosi luce con delle torce, Belzoni cercò il sarcofago avendo come riferimento la disposizione di quello nella piramide di Khufu, ma in quel punto però non c’era nessun sarcofago. Continuando le ricerche riuscì poi a scorgerlo nell’angolo ad ovest semisepolto al livello del terreno e circondato da grossi blocchi di granito.
Il coperchio era spezzato e sollevato cosa che gli permise di vedere al suo interno dove si trovava un groviglio di ossa che si rivelarono poi appartenute ad un bovino. Belzoni esaminò l’intera stanza, che si presentava priva di iscrizioni, ad eccezione di una scritta in arabo, probabilmente risalente al 1200 circa, che attesterebbe un precedente ingresso nella piramide. Se iscrizioni non c’erano a questo ovviò subito Belzoni che, purtroppo come si usava al tempo, per la sua vanità di mostrare al mondo chi fosse, il “Gigante della Patagonia”, così era chiamato, decise di compiere quello che oggi noi definiremmo uno scempio, sulla parete meridionale della camera sepolcrale campeggia ed impera questa iscrizione: “Scoperta da G. Belzoni. 2. Mar. 1818”.
L’impresa di Belzoni venne celebrata dal governo britannico che coniò per l’occasione una medaglia con inciso in un lato il profilo di Belzoni mentre dall’altro il nome, la data e l’oggetto della sua notorietà, la piramide. Il destino volle però prendersi gioco di lui, forse per un madornale errore, la piramide raffigurata non era quella di Chefren, ma quella di suo padre Cheope.
Oggi i visitatori possono accedere all’interno della piramide attraverso l’ingresso che si trova a livello del suolo. Usciamo ora dalla piramide ed andiamo a visitare le varie pertinenze.
Come abbiamo potuto vedere l’interno della piramide di Chefren non è così complesso come quella di Cheope, vorrei solo far notare una cosa molto importante, se erano realmente tombe, Chefren rispettò il principio secondo cui il corpo del defunto <<…….appartiene alla terra, perché da essa è stato creato……..>>, mentre è l’anima che può salire in cielo, cosa che non fece Cheope.
Ora che siamo usciti dalla piramide facciamoci un giro per vedere le pertinenze. Il termine “pertinenze” può apparire riduttivo se si tiene conto della loro imponenza ma non ho trovato un termine diverso per definire gli edifici che contornano la piramide di Chefren. Vediamoli.
Sul lato sud, in asse con la Piramide, si incontrano i resti di una piccola piramide secondaria. Possiede un corridoio discendente che sbuca in una camera sotterranea a forma di T. Al suo interno furono rinvenuti frammenti di legno, perline di corniola, alcune ossa di animali e tappi d’argilla per vasi, non vi è alcuna traccia di sepoltura, nonostante tutto Maragioglio e Rinaldi conclusero che si trattasse della tomba di una delle mogli di Chefren. Ipotesi che Stadelmann non condivise affermando che si trattasse di una piramide cultuale.
Dalle esplorazioni di Petrie, effettuate all’esterno della cerchia muraria, emersero le rovine di un enorme edificio formato da 111 lunghi ambienti, Petrie, e con lui Holscher, ipotizzarono che si trattasse di un alloggiamento in grado di ospitare quattro o cinque mila uomini che lavoravano alla piramide. Recentemente Zahi Hawass e Mark Lehner hanno ipotizzato invece che si trattasse di un vero e proprio villaggio degli operai di cui abbiamo già parlato nella descrizione della necropoli di Giza.
Interessante il ritrovamento di numerosi gusci di molluschi all’interno che fanno pensare che durante la IV dinastia la piana di Giza non fosse ancora l’arido deserto che è oggi ma una sorta di savana con flora e fauna.
Nell’angolo a est della piramide, ma non addossato ad essa, si trova il Tempio funerario, o meglio ciò che ne resta di esso, la cui funzione era quella di permettere il culto del sovrano.
A riportarlo alla luce fu la missione tedesca di Ernst Von Sieglin che operò in loco dal 1909 al 1932. Oggi non restano che imponenti rovine dalle quali spicca un masso di oltre 400 tonnellate. L’accesso avveniva da est ed all’interno si trovavano stanze con colonne di granito rosa e, secondo Ricke, 12 statue alte 3,75 metri di Chefren assiso (secondo Lehner invece il sovrano era rappresentato in posizione stante), seguiva un cortile aperto pavimentato in alabastro con al centro un altare. A completamento si trovavano in fondo 5 camere-deposito dove si conservavano le offerte votive e le attrezzature da impiegare durante i riti.
Fuori dal Tempio sono state rinvenute le fosse di 5 barche solari, due sul lato nord e tre su quello a sud, tutte sono state saccheggiate già nell’antichità.
Dal Tempio partiva una Rampa Cerimoniale che, superando un dislivello di circa 46 metri scendeva per quasi 500 metri fino al Tempio a Valle. Della Rampa, il cui percorso è ancora oggi visibile, rimangono solo poche rovine.
Sono state avanzate numerose ipotesi su come doveva apparire la Rampa, si pensa che fosse un corridoio chiuso con il soffitto in calcare e le pareti ricoperte di rilievi ornamentali attinenti alla via che il sovrano doveva percorrere per prepararsi alla sua ascesa alla Duat. Probabilmente l’esterno era rivestito con blocchi di granito rosa, tutto il materiale è sparito e forse è stato utilizzato per erigere il Cairo. A questo punto però ritengo opportuno mettere in evidenza un fatto che deve farci pensare. Se osservate attentamente la prima foto noterete subito che la Rampa cerimoniale non scende perpendicolare alla faccia della piramide ma devia verso sud fino a raggiungere il Tempio di Valle. Ma perché la rampa non venne costruita secondo l’usanza scendendo dritta verso est? Non sono riuscito a trovare teorie di egittologi che ne parlino, la Rampa scende inclinata e questo è un dato di fatto. Ho fatto alcune ricerche nel campo delle teorie alternative, senza però finire nel campo della fantarcheologia e, parlo cioè di teorie che, magari con qualche forzatura, vengono supportate da studi ed indagini effettuate sul posto da parte di archeologi ed esperti nel campo della geologia. A questo punto ho riflettuto su un particolare della costruzione che mi è rimasto nella mente.
Osservando la facciata est della piramide si nota che in linea perpendicolare alla facciata stessa si trova la Sfinge. Ora viene da chiedersi perché i costruttori hanno deviato la Rampa per poi costruire la Sfinge in quel luogo? A rigor di logica la cosa non avrebbe senso, a meno che la Sfinge non esistesse già in quella posizione e di conseguenza dovette essere deviata la rampa. Mi riesce difficile pensare che il faraone abbia preferito costruirsi una statua così grande prima di costruirsi la sua tomba.
Si pensa che il luogo in cui sorge la Sfinge fungesse da cava di calcare per la costruzione della piramide di Cheope e, secondo alcuni, il prelievo del materiale sarebbe avvenuto risparmiando una collina centrale dalla quale sarebbe poi stata ricavata la statua. Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della Sfinge sarebbe da attribuire a Cheope e non a Chefren, La maggior parte degli egittologi non concorda e l’idea che prevale è che a costruirla sia stato Chefren. Come la maggior parte di voi sa, esistono molte altre teorie alternative che ritengono che la costruzione della Sfinge vada collocata in un periodo di molto antecedente, 10.200 a.C. secondo alcuni, 7.000-8.000 a.C. secondo altri ma questo è un problema che esamineremo quando parleremo della Sfinge.
Scendiamo ora per la strada normale e rechiamoci a visitare il Tempio della valle.
IL TEMPIO DELLA VALLE
Ora noi, comuni mortali rispettosi della sovranità antico egizia, non ci permettiamo di scendere dalla Rampa cerimoniale (anche perché non è che sia molto agevole) ma percorriamo la strada asfaltata che in parte la costeggia.
Superiamo la Sfinge che si trova sulla nostra destra e poco oltre ci dirigiamo verso sinistra ed arriviamo allo spiazzo dei Templi di Chefren e della Sfinge. Poniamoci ora di fronte al due templi, a destra si trova il Tempio della Sfinge, che vedremo in un altro articolo quando parleremo della Sfinge stessa, si trova oggi in pessime condizioni.
A sinistra verso sud, separato da uno stretto corridoio, troviamo il Tempio della Valle di Chefren, l’unico tempio della Valle ancora esistente in Egitto che si sia conservato e che ci è pervenuto in buono stato.
Si tratta di un edificio nel quale avveniva il culto del re, dall’imbalsamazione alla cerimonia dell’apertura della bocca. A scoprirlo fu Auguste Mariette nel 1852 che erroneamente, in un primo momento, lo attribuì alla Sfinge, salvo poi ricredersi. Esso era collegato al Tempio Funerario di Chefren per mezzo della già citata Rampa cerimoniale lunga circa 500 mt. che superava il dislivello di 46 mt. per arrivare al Tempio Funerario situato accanto alla piramide sul lato est, di cui abbiamo già parlato.
Il Tempio della Valle in origine doveva avere l’aspetto di una mastaba a pianta quadrata di 45 mt. di lato per 13 di altezza. La cosa che lascia più impressionati sono le poderose mura, costruite con blocchi di calcare di Tura di enormi dimensioni per un volume di circa 55 metri cubi che sviluppano un peso di quasi 150 tonnellate. Ciascuna parete è poi rivestita all’interno con blocchi giganteschi di granito rosso di Assuan, del peso di circa 45 tonnellate ciascuno, perfettamente combacianti e privi di decorazioni, ad eccezione di alcuni geroglifici incisi (forse in tempi successivi) sui montanti delle porte, che lo rendono impressionante per il severo ed elegante aspetto.
Nella grande sala a forma di T rovesciata sono presenti 16 pilastri monoliti in granito rosso alti circa 4 metri che sorreggono imponenti architravi sempre monolitiche in granito. La pavimentazione in alabastro con le pareti in calcare rivestite di granito nero creavano uno spettacolare contrasto cromatico che colpiva ed impressionava il visitatore. In origine la sala conteneva 25 enormi statue di Chefren assiso ricavate da diorite verde del deserto nubiano, alabastro e grovacca.
Nella prima anticamera era stato ricavato un pozzo nel quale furono riposte le statue del sovrano allo scopo di preservarle dai profanatori e dai ladri. Auguste Mariette, nel 1859 scoprì il pozzo ma purtroppo solo una statua era intatta ed è oggi esposta al Museo del Cairo. Erano inoltre presenti altre camere con vari corridoi e vestiboli oltre ad ambienti atti a contenere forse altre barche solari.
Quando visitai il Tempio di Valle di Chefren lo feci a ragion veduta. Avevo già studiato la struttura dell’edificio tempo prima ed avevo maturato il desiderio di poter constatare di persona le notizie che avevo appreso anche perché pochi ne parlano e chi lo fa viene spesso tacciato di eresia o, nella migliore delle ipotesi di fantarcheologia. Lungi da me l’idea di avanzare ipotesi che non sarei in grado di sostenere in una discussione con gli esperti, ma dopo aver visitato personalmente il monumento posso dire qualche parola in più.
Nel Tempio ci troviamo di fronte ad una architettura ciclopica difficilmente riscontrata in altri luoghi. La perfetta armonia delle massicce colonne monolitiche di granito disposte seguendo un ordine quasi maniacale. La possente consistenza delle architravi che dovevano sostenere la copertura del Tempio e la perfetta esecuzione delle pareti con blocchi enormi di puro granito; confesso che rimasi incantato per parecchio ad osservare cotanta magnificenza.
Tornando agli studi e alle ricerche che avevo effettuato non mi ci volle molto per constatare ciò che avevo appreso, personalmente rimasi stupito dall’indifferenza dei turisti che, ignari di ciò che avevano di fronte, proseguivano tranquillamente nella loro visita senza che la guida richiamasse la loro attenzione su ciò che stavano osservando. Io avevo trovato quello che cercavo. Osservate le foto che ho scattato alle pareti, i massi non sono sistemati in modo regolare, alcune pietre hanno degli incastri particolari pur combaciando tra loro in modo perfetto. Tranne forse alcuni documentari, non ricordo di aver trovato informazioni ufficiali più dettagliate sull’argomento che trovo decisamente importante. Non credo esistano in Egitto altri edifici che presentino una metodologia di costruzione simile al Tempio di Chefren. Mi chiedo quale sia la ragione che giustifichi una simile disarmonia nella sistemazione dei blocchi in una parete che si presenta perfettamente piana. E non solo ma se osservate come sono stati ricavati alcuni angoli dove il blocco enorme è stato completamente scalpellato per formare un angolo retto.
Stiamo assistendo a quello che assomiglia ad un gioco di incastri eseguito su di una scala molto più grande. Perché i suoi costruttori hanno dovuto adattare i blocchi scolpendoli con più angoli ma perfettamente combacianti? Qual è la logica che ha indotto i costruttori ad adottare una tecnica così complicata e senz’altro più dispendiosa? Per me questo è il mistero del Tempio della valle.
E’ strano ma una tecnica simile, in tempi diversi, era molto usata nell’America precolombiana. Basta osservare le ciclopiche mura del Machu Picchu, quelle della città di Cusco e quelle della fortezza di Ollantaytambo, nell’America del sud, migliaia di chilometri oltre oceano. Qui i blocchi presentano forme irregolari ma sono stati fatti combaciare perfettamente nonostante non sia stata utilizzata alcun tipo di malta per legare i blocchi tra di loro al punto che non è possibile infilare nemmeno la lama di un coltello. Anche qui gli scavi archeologici e i ritrovamenti non hanno portato alla luce strumenti di lavoro adeguati a costruire simili opere.
Non avendo nulla da aggiungere, a questo punto mi fermo lasciando il seguito all’immaginazione di ciascuno di voi. A puro titolo di curiosità ci tengo a ricordare che nel piazzale antistante i Templi della Valle di Chefren e della Sfinge, il 17 novembre 1869 ci fu l’inaugurazione del Canale di Suez, per l’occasione Mehmed Emin Âli, Pasha ottomano in Egitto, organizzò una cerimonia solenne cui fu presente anche l’imperatrice Eugenia de Montijo, consorte di Napoleone III, ultima sovrana di Francia e per l’occasione risuonarono le note della Egyptischer Marsch, composta da Johann Strauss. Fu in quell’occasione che al teatro Kedivale del Cairo fu rappresentata la prima dell’Aida di Giuseppe Verdi.
Un’ultima curiosità per i turisti è assistere ad uno spettacolo dei “Dervisci Rotanti” eseguito nel piazzale di fronte ai due templi. In abito tradizionale e accompagnati da una partitura musicale, danzano mossi dal dolore per la separazione da Dio e dal desiderio ardente di ritrovarlo nell’estasi del ballo. “La danza dei Dervisci rotanti” è un rapimento irresistibile per gli occhi. La danza estatica dei Dervisci Sufi, porta i danzatori a volteggiare interrottamente per più di 45 minuti. Durante la danza i danzatori si spogliano di alcuni strati del loro abito, usanza che equivale al ripulire l’anima dai peccati. L’incanto ipnotico della danza dei dervisci è uno degli spettacoli più suggestivi e antichi a cui potete assistere nella città del Cairo.
Gardiner Alan, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Alberto Siliotti, “Viaggi in Egitto e in Nubia”, Geodia Edizioni Internazionali, 1999 Tiziana Giuliani, “2 marzo 1818: Giovanni Belzoni entra nella piramide di Chefren”, Mediterraneo Antico, (Web)
Peter Jànosi, “Le piramidi” – (Trad. M. Cupellaro), Ed. Il Mulino, 2006
Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
John Porter Brown, “The Derwishes, or Oriental Spiritualism”, Londra, 1868
Henry Corbin, “Storia della filosofia islamica”, Milano, Adelphi, 1989)
A Cheope avrebbe dovuto succedergli il primogenito Kawab figlio della regina Meritites I. Kawab sposò la propria sorella Hetepheres II ed i loro figli furono Duaenhor, Kaemsekhem e Mindjedef oltre alla futura regina Meresankh III. Ebbe modo di assumere i titoli di: “Officiante di Anubi, Sacerdote di Selkis, Figlio del Corpo del Re, Primogenito del Corpo del Re, Principe ereditario, “Conte”, Unico compagno d’amore, Visir”.
Come si può vedere non si fece mancare nulla; purtroppo per lui però non ebbe modo di goderne a lungo perché premorì al padre e fu sepolto in una grande mastaba doppia nella parte est della necropoli di Giza, si tratta della n. G7110 che appartiene alla moglie mentre lui si trovava nella n. G7120 dove in un rilievo sulla porta Kawab compare in piedi davanti a sua madre, sotto la scritta in geroglifico: << zȝ.s mr.s kȝ-wˤb, zȝt nṯr.s ḫrp jmȝt sšmt mrt-jt.s mwt.f mst n ḫwfw >> (“Suo figlio, il suo amato, Ka-wab, la figlia del suo dio, colei che è al comando degli affari del jmAt, Meritites, sua madre, che lo partorì a Khuf.”).
Il complesso delle due mastabe presenta quattro pozzi come parte integrante delle mastabe stesse. Il primo G7110A non è mai stato utilizzato. Il secondo G7110B, che in origine sarebbe stato previsto per Hetepheres II ma anche questo non fu mai utilizzato probabilmente perché alla morte di Kawab Hetepheres si risposò col di lui fratello Djedefre.
Il terzo pozzo G7120A conteneva la sepoltura di Kawab, sul posto è stato rinvenuto un sarcofago di granito rosso sul quale era iscritto il seguente testo ripartito in tre parti:
<< Un dono che il re dà e Anubi, primo della capanna divina, una sepoltura nella necropoli come possessore di uno stato ben fornito davanti al grande dio, officiante di Anubi, sacerdote di Selket, Kawab >>,
<< un dono che il re dà e Anubi, primo della capanna divina, una sepoltura nella necropoli nel cimitero occidentale, essendo invecchiato con grazia, il figlio del re del suo corpo, Kawab >>,
<< il figlio maggiore del re del suo corpo, officiante di Anubi, Kawab >>.
In linea di successione il trono spettò al secondogenito Djedefra, noto anche come Radjedef e Ratoises che regnò intorno al 2558 a.C. Come in ogni buona famiglia di regnanti nacquero dei dubbi che fosse stato lo stesso Djedefra a far assassinare il fratello (non si hanno notizie in proposito).
La durata del regno di Djedefra è controversa, il Papiro Regio di Torino gli attribuisce un regno di soli otto anni, ma sono stati trovati riferimenti al suo undicesimo censimento del bestiame, cosa che avveniva ogni due anni come sotto le dinastie precedenti, quindi il regno di Djedefra sarebbe durato almeno 22 anni, (11 nell’improbabile eventualità che il censimento fosse diventato annuale).
Come abbiamo detto, primogenito di Cheope e di una moglie secondaria, sposò la sorellastra Hetepheres II, forse per rafforzare il proprio diritto al trono. A quanto risulta sarebbe stato il primo sovrano ad introdurre il titolo di “Sa Ra”, (figlio di Ra).
Anche Djedefra pensò di farsi costruire una piramide che volle chiamare “Il Firmamento di Djedefra” ma per la costruzione scelse un altro luogo, mi sa che per seguire la dinastia del faraone Cheope ci toccherà ora spostarci di circa otto chilometri a nord-est della piana per raggiungere il sito di Abu Rawash, da considerarsi un ampliamento della necropoli di Giza.
Non sono chiare le ragioni per cui giunse ad optare per questa scelta, secondo alcuni fu per sottolineare la propria indipendenza e per porre la propria tomba più in alto, vicino al Sole, che il faraone adorava in modo particolare.
Il suo intento era quello di superare in grandezza e maestosità quella di suo padre Cheope e per distinguersi ancor più scelse un altro luogo. Infatti non molti sanno che forse la più bella, la più alta e splendente di tutte, che le eclissava per dimensioni, maestosità e ricchezza non si trovava a Giza ma ad Abu Rawash.
Il primo ad identificarla e indagarla fu l’egittologo ed antropologo britannico John Shae Perring nel 1840, in seguito Lepsius la inserì al secondo posto della sua lista. Nel 1880 venne esaminata da Flinders Petrie ma un vero studio sistematico avvenne solo nel 1901 ad opera del francese Emile Gaston Chassinat in seguito al ritrovamento di diverse statue danneggiate ed una grande quantità di blocchi calcarei e di granito di Assuan presenti sul sito. Ricerche più approfondite vennero effettuate nel 1960 da Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi. Stando al ritrovamento di sue statue spezzate, pare volontariamente, e di tentativi di abrasione del nome su alcuni monumenti, è stato ipotizzato che questo sovrano sia stato considerato un usurpatore e quindi condannato alla damnatio memoriae.
Chassinat ipotizzò che la sua piramide non fosse mai stata completata, o che addirittura fosse stata distrutta come segno di vendetta per l’uccisione del fratello Kwaf., ma tale affermazione viene contestata in quanto la piramide presenta un rivestimento in granito rosso, sienite, e quarzite rossa nei corsi inferiori, rivestimento che veniva eseguito solo a piramide ultimata. Tali supposizioni sembrerebbero inoltre smentite da alcuni graffiti presenti nelle fosse delle barche solari di Cheope che proverebbero che sia stato appunto Djedefra a celebrare i riti funebri per il sovrano scomparso, circostanza che sembrerebbe ipotizzare una successione regolare. Oggi la maggior parte degli archeologi, con in testa l’immancabile Zahi Hawass, affermano che non solo la piramide era stata completata, ma era addirittura la più alta di tutto il complesso di Giza e i materiali usati per edificarla erano di qualità più pregiata rispetto a quelli delle “sorelle”. In epoca romana sarebbe poi stata smantellata e la pietra riutilizzata per edificare altre opere al Cairo. Va detto inoltre che in seguito a studi più recenti, sono stati individuati pozzi e gallerie scavati da ladri di tombe, questo fa pensare che i ladri non avrebbero mai violato la piramide se questa non fosse stata finita e sigillata.
La piramide, grazie anche al fatto di essere edificata in cima ad una collina, sarebbe stata alta 154 metri, 7,62 in più della piramide di Cheope. Ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi, nonostante una variazione che impediva all’edificio di cadere. Fu usato granito rosso di Assuan, lo stesso utilizzato, in parte, per la piramide del padre Cheope, che arrivava da oltre 800 chilometri di distanza attraverso il Nilo. Secondo gli studiosi per edificare la piramide ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 persone (sarebbe interessante sapere su quali basi poggiano queste teorie). Ogni singolo masso pesava circa 25 tonnellate e si calcola che servissero 370 persone per sollevarlo. Nel complesso quindi sarebbe stata la più imponente piramide egizia mai costruita. Solidissima, enorme, destinata ad accogliere con tutti gli onori il faraone nel passaggio all’altra vita.
L’esterno manifestava tutta la maestosità del sovrano, la piramide era ricoperta da granito lucidato e da una lega di oro, argento e rame che al sole brillava, aumentando così l’impressione della grandezza e del potere del sovrano.
Nella parete nord c’è un residuo di un ingresso che conduce alla stanza in cui furono sepolti i morti. Durante gli scavi è stato riscontrato il ritrovamento di un frammento del sarcofago in granito rosa..
La camera funeraria è molto profonda e ampia. A far luce sul mistero della “quarta piramide di Giza”, come venne chiamata, è ora un gruppo di archeologi internazionali che da anni sta scavando minuziosamente ad Abu Rawash. rivelando particolari inediti anche sull’enigmatico faraone cui è dedicata. Le rovine della “Piramide Perduta” di Djedefra, ad Abu Rawash, (oggi sito militare ad accesso ristretto), non superano i dieci metri d’altezza; nel corso degli anni hanno dato origine a leggende e supposizioni, a partire dal suo stato considerato finora incompiuto.
Nel 1900 sono state trovate tre teste di pietra di quarzite del faraone e scavi più recenti hanno rivelato uno spazio vuoto per una barca. Oltre alla piramide di Djedefre, sono state trovate anche due piramidi più piccole, a sud-ovest della piramide quella della moglie di Djedefre, Chentatenka a sud-est di ignoto.
Fonti e bibliografia:
Simpson, William Kelly, “The Mastabas of Kawab, Khafkhufu I e II”, Boston: Museum of Fine Arts, 1978
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”. Bompiani, Milano, 2003
The Enigmatic Tekenu in Ancient Egyptian Funerary Ritual
By Jacqueline Engel, based on Greg Reeder’s research
Manifestations of the Tekenu
What or who is the Tekenu?
a human sacrifice?
an echo of a prehistoric corpse in a contracted position?
a container for spare body parts?
or was the sem-priest the tekenu in an initial manifestation?
It would appear that the key to the tekenu’s identification lies with his relationship to the “Opening of the Mouth” rite.
Earlier scholarship contains less than convincing interpretations of the figure as a human sacrifice or as an echo of a prehistoric corpse in a contracted position.
In his recent Idea into Image collection of essays, Swiss Egyptologist Eric Hornung sees in the tekenu not a real personage but rather merely a container for spare body parts.
He notes that during the mummification process the embalmers saved everything that came out of the corpse or had been in contact with it.
Select internal organs were embalmed and deposited in canopic jars, while other body tissues and matter were gathered up for separate burial.
Hornung writes,
“The body parts taken out of the corpse that were not placed in canopic jars were placed in an unusual-looking receptacle called a tekenu.”
His relationship to the “Opening of the Mouth” rite
Following the tekenu are four men accompanied by a kheri-heb priest, pulling a large shrine on a conventionally rendered sledge.
Behind the merger shrine walk seven men, at least two of whom are to be associated with the same ceremony, an ami-as and a sem or smer priest.
Tomb of Amenhemhat TT82 Green arrow= Tekenu Blue arrow Muu dancers Red = canopic chest (?)- (Osirisnet)
The kheri-heb (lector priest) presided over the “Opening of the Mouth” ceremony and his connection with the shrine depicted is explained in the super inscription, which says that the deceased has come to “see the tekenu being brought and the ointments (merhet] conducted to the top of the mountain” (that is, where the tomb is located).
Therefore, it would seem that the tekenu has some association with the shrine following him in the procession, which contains not the deceased’s canopic jars but ointments or oils.
These are very probably the seven holy oils used to perform the “Opening of the Mouth”.
The mysterious Tekenu is depicted as a curled up form, surrounded by a gray animal’s skin and resting on a sleigh dragged by four men. Other persons are partially obscured by Tekenu, but in fact they are behind him in the procession. The first carries two canes in his left hand folded against his chest.
Transformation in the skin (Meska)
In time an animal sacrifice came to be substituted for a human one and, in memory of the latter, a man or “mannequin” (the tekenu) had to pass through the skin of the sacrificial animal in a symbolic act of rebirth.
Djehutymes (Paroy) – TT 295. Two priests covered in a very tight girdle (shroud, or skin)with red horizontal stripes, except for the head. One is seated, the other stretched out on a kind of low bed, the legs of which bent towards the interior. This is a representation concerning the sem-priest during the Ritual of the Opening of the Mouth in two states, “sleeping” and “awake”. According to Budge, the sem- priest is first “asleep”, a state during which he sees his “father” (i.e. the deceased) in “all his manifestations”, then he awakens and tells of his visions. It is suggested lately that the sem-priest would act as the first Egyptian magician and that the whole of the scene would correspond – in a shaman-like manner – to a sort of trance during a pseudo sleep. This ritual could have a tie with the mysterious Tekenu.
Moret recognized that when the tekenu was in the skin (meska), he was undergoing a transformation.
His emergence from the skin- shroud was likened by the French Egyptologist to an infant’s exit from the womb; and thus, through this action by the tekenu, was the deceased automatically “born again.”
Sir Wallis Budge likewise wrote about the meska that by passing through:
“…the skin of a bull vicariously a man obtained the gift of new birth,either for himself of for the person he represented….’
Moret also be lieved that the tekenu disappeared, finally, from depictions of funeral rites in New Kingdom tombs because his symbolic performance was replaced by a simplified ritual enacted by a sem priest, who, like the tekenu, was associated with the “Opening of the Mouth” ceremony.
Relief representation in the 18th Dynasty Tomb of Renni at El Kab showing the tekenu as a shrouded man (face exposed) sitting upright (?) on a sledge pulled by two men (only one seen here).
Manifestations
Davies studied many of the tomb depictures of tekenus and classified them accordingly:
In eleven cases the tekenu is “…muffled from head to foot in a black wrapper….” -In seven cases he is “…shown in a kneeling posture, wrapped in a yellowish cloak, but with the head free. The hair is long, but the figure, including the face, is generally of an indefinite form and colour.“
In two cases the body is cloaked but the head and hand are free and
in one case the body is “…free of all encumbrance, and to all appearance crouching voluntarily on the sled.“
It is with this last example that the rarest and most revealing portrayal of the Tekenu emerges.
The tekenu in the Theban tomb of the fanbearer Montuhirkhepeshef from the time of Thutmose III (TT20)
Tomb of Rekhmire TT100 The Tekenu can appear either on a sled on the way to the tomb, or upon a seat which has feet tucked inwards (or a bed seen on its axis), as here (see xx-075, see bs-38608). It has a varied shape from a bag to a human representation curled up, perhaps a foetal position if we accept that it is seen from above. It is covered with a skin that here is white and forms a cocoon from which emerge only the head and hands (see Tassie). The nature of Tekenu is still debated. Increasingly, it is being thought (following Griffith) that it represents a sem-priest who will participate in the Ritual of Opening of the Mouth.
Tomb of Rekmire – TT 100
It is in the Tomb of Rekhmire (TT100) that answers begin to emerge regarding the role of the tekenu.
On the south wall of the tomb’s entry passage, he is shown lying on a couch with only his head and hand exposed.
The Tekenu can appear either on a sled on the way to the tomb, or upon a seat which has feet tucked inwards (or a bed seen on its axis), as here. It has a varied shape from a bag to a human representation curled up, perhaps a foetal position if we accept that it is seen from above. It is covered with a skin that here is white and forms a cocoon from which emerge only the head and hands (see Tassie). The nature of Tekenu is still debated. Increasingly, it is being thought (following Griffith) that it represents a sem-priest who will participate in the Ritual of Opening of the Mouth.
Above him is written “Bringing to (?) the city of (?) the skin (meska) as a tekenu, one who lies under it (the skin?) in the pool of Khepera (perhaps “pool of transformation”?). “
Budget believed that the meska was to be associated with the name of the Other world, so that the “city of the skin” may be understood as a reference to the deceased’s destination in the Afterlife.
Detail
Thus, when the tekenu reaches the “city of the skin” he is in the “pool of transformation” — that is to say, while physically wrapped.
Within the skin-shroud the tekenu is spiritually in a state of transformation, or undergoing a rebirth.
We are fortunate in Rekhmire’s tomb to witness the metamorphosis of Tekenu. On the image of the ritual of Opening of the mouth we may be witnessing the awakening of the sem- priest wrapped in his shroud after a trance (shamanic type according to some, such as Helck) that took him into the next world. This journey gives him that powers that now make him able to perform the ritual: the Tekenu is turned into a sem-priest…
On the north wall of the entry passage of Rekhmire’s tomb is an elaborate portrayal of the rites of the “Opening of the Mouth.”
Here a statue of the deceased is set upon a mound of sand, with ritual acts being performed before and directed at it- including purifications with water, fumigations with incense, presentation of magical oils and minerals, a symbolic striking of the statue, the ritual “opening” of the statue’s mouth with various instruments, and bloody animal-sacrifices, all of these being done for the benefit of the deceased in the Hereafter.
Of these various ceremonies, the one relevant to this discussion involves a sem priest who is depicted wrapped in a horizontally striped shroud (or skin) which envelopes his entire body, leaving only his head free.
Detail
The sem kneels upon a low couch, exactly like the one the tekenu occupies in an earlier scene in this same tomb. (Allowing for the convention of Egyptian artistic representation, he may, in fact, be lying on this piece of furniture in a contracted position, rather than kneeling in an upright one.) Standing in front of the sem is the ami-as priest, who calls out, “My father, my father, my father, my father,” to which the sem replies, “I have seen my father in all his manifestations.”
This same scene is depicted in other New Kingdom tombs, as well.
For instance, in the royal tomb of King Seti I the sem says to the ami-as priest, “One touched me when I was lying down asleep, one roused me and I awoke.”
Thus, as interpreted by Budge, the sem in his enveloping shroud is first “asleep,” during which state he sees his “father” (the deceased) in all of his many forms (“manifestations”), then he is awakened and reports his vision.
Was the sem priest a “shamanistic magician”?
Sem priest in the tomb of Rekhmire TT100
The sem- priest is the figure wrapped in a cloak and curled up on a seat which has curved legs, or a bed. This scene represents the sem- priest in two functions, “asleep” and “awake”. According to Budge, it is in the first “sleep” state during which he sees “in all its forms” the type of statue that must be made for “his father” (i.e. of the deceased) in all its forms”. In addition, he also sees invertebrates (insects and spiders). It has been suggested that the sem-priest would act as the first Egyptian magician and the entire scene would correspond – in an expected shamanic manner to a trance during a ‘false sleep’. This ritual could be linked with the mysterious Tekenu.
More recent scholarship has suggested that the sem priest was particular the earliest Egyptian magician, who
“functioned by shamanistic dream- trance and adopted the leopard-skin dress for animal transformation in the spirit world.”
This was concluded by German Egyptologist Wolfgang Helck, after he had examined certain “archaic features in the “Opening of the Mouth” ritual.
Thus, the so-called “sleep” of the sem was a state of dream-incubation or trance.
After being aroused by the ami-as priest, the sem donned the qeni, an archaic reed-vest meant to protect him during the next rite.
This was the act of “sculptors” or artisans striking a statue of the deceased, simulating thereby the murder of Osiris by Set, and perhaps with some association to the original carving of the statue.
Following this ritual, the sem removed the qeni and draped himself with the skin of a leopard or panther.
Wearing this vestment of his priestly office, he continued the “Opening of the Mouth” ceremonies.
The possibility that the sem priest was a “shamanistic magician” helps explain many of the questions associated with the role of the tekenu. The latter would not, then, have been supplanted by the sem, as Moret believed, for the sem was the tekenu in an initial manifestation.
Imitating the archaic burial by assumming a fetal position, he was veryously enveloped (head/hands uncovered and covered) in a skin shroud, and while so covered he entered, somehow, a deep, cataleptic, trance-like dream-state, his body thus seeming lifeless and formless, and even appearing as Hornung’s “shapeless, sack-like, black mass.
While in this trance-condition, the tekenu-sem located the deceased in the spirit world and recognized him, following which he was awakened from his trance by the voice of the ami-as priest calling out.
Thus, having visited the spirit world, the sem was imbued with powers which enabled him to perform the succeeding
The Theban Tomb 295 of Djehutiymes, Paroy.
Two priests covered in a very tight girdle (shroud, or skin), with red horizontal stripes, except for the head. One is seated, the other stretched out on a kind of low bed, the legs of which bent towards the interior. This is a representation concerning the sem-priest during the Ritual of the Opening of the Mouth in two states, “sleeping” and “awake”. According to Budge, the sem- priest is first “asleep”, a state during which he sees his “father” (i.e. the deceased) in “all his manifestations”, then he awakens and tells of his visions.
It is suggested lately that the sem-priest would act as the first Egyptian magician and that the whole of the scene would correspond – in a shaman-like manner – to a sort of trance during a pseudo sleep. This ritual could have a tie with the mysterious Tekenu.
“Opening of the Mouth” ritual for the deceased.
The tekenu was no more because he had been transformed into the sem.
Of course, this is only a possible explanation of the nature and role of the tekenu.
It is based on the rather large assumption that some modern sense can be made of the various and varying depictions of the tekenu, plus the assumption that the ancients themselves understood or agreed upon who or what was being portrayed.
Many questions remain unanswered. Were the representations of the tekenu in various funeralary contexts merely artistic or theological conventions, their meanings being less important than the actual portrayals?
The range of tekenu depictures from fully realized men to nonanthropomorphic sack-like objects may indicate that even the Egyptians were unsure of who/what they were dealing with.
There is a tendency to view ancient Egyptian funerary practices as monolithic in nature, when, in fact, competing theologies, priestly speculation and even simple artistic-preferences all contributed to rich and varied tomb decoration.
In the end, speculations like those presented here may not be much different than the speculations of the ancients.
One man’s bag may very well have been another man’s shaman.
Nicholas Reeves, Into the Mummy’s Tomb, The Real-Life Discovery of Tutankhamun’s treasures, Scholastic/Madison Press Book, 1992
Cercando tra alcuni titoli di Nicholas Reeves, mi sono imbattuta in questa pubblicazione davvero ben fatta. Destinata ad un pubblico di ragazzi, racconta in modo molto avvincente e coinvolgente la storia della scoperta della Tomba di Tutankhamon.
Scritto in un inglese semplice e chiaro, è ricco di immagini e composto solo da 64 pagine, quindi leggibile facilmente anche da lettori non madrelingua.
Le pagine sono ricche di immagini e didascalie e permettono di rivivere al meglio i magici momenti della scoperta della tomba. Consigliato anche ad un pubblico di adulti!
Ne approfitto per segnalarvi un sito dove poter acquistare libri usati anche in ottimo stato a basso prezzo (alle volte il costo maggiore é nella spedizione)
Non doveva mancare niente nella nuova vita del defunto. perciò oltre ai servi utili per la vita quotidiana, non potevano mancare quelli per il tempo libero e i momenti di svago o festa. Qui sono rappresentati due musici nani, categoria molto richiesta e apprezzata a quei tempi
“Servant statue” in calcare dalla tomba dell’Antico Regno del cortigiano Nykauinpu raffigurante musicisti. 5a dinastia 2477 a.C. Giza Egitto
Photographed at the Oriental Institute of the University of Chicago.
Chicago, Illinois.
SERVA CON VOLATILE
Presentata da Francesco Alba
Questa raffigurazione di una serva che porta una cesta con dei pezzi di carne sul capo e un volatile nella mano destra proviene dalla tomba di Meketre (Tebe, Sud Asasif), capo maggiordomo che cominciò la sua carriera durante il regno di Mentuhotep II, Undicesima Dinastia, per concluderla al principio della Dodicesima Dinastia.
La tomba di Meketre apparteneva al cancelliere di Mentuhotep e si trovava su una rupe sopra quella del suo maestro.
Era del tipo rupestre comune all’epoca con una ripida rampa di accesso che conduceva ad un ingresso monumentale e ad un lungo passaggio.
La tomba era stata saccheggiata più volte nel corso dei secoli e la decorazione pittorica dell’interno fu deliberatamente vandalizzata, ma una piccola camera sfuggì all’attenzione fino al 1919 quando fu scoperta da Herbert Winlock.
Conteneva venticinque modelli in legno raffiguranti ogni sorta di aspetti della vita di Meketre. Ci sono case modello insieme a granai e stalle per il bestiame, quindi Meketre sarebbe ben fornito di riparo e cibo. Quest’ultimo veniva preparato da modellini di birrerie, panetterie e macellerie. C’erano anche officine in cui falegnami e tessitori avrebbero fornito una fornitura permanente di manufatti.
MODELLO DI BARCA A VELA
Presentata da Jacqueline Engel
Medio regno, circa 1981–1975 a.C. In mostra al Met Fifth Avenue nella Galleria 105
Il colore verde dello scafo di questa barca, la sua prua verticale, la poppa ricurva all’indietro e i doppi remi di governo imitano gli elementi delle navi costituiti da fusti di papiro. Sono rappresentati anche gli ancoraggi dei foderi di cuoio che ricoprivano prua e poppa di tali barche.
Imbarcazioni di questo tipo particolare compaiono nelle rappresentazioni del “pellegrinaggio ad Abydos” che faceva parte del rito funerario egizio dal Medio Regno in poi.
Il carattere rituale di questo viaggio in barca è chiaramente dimostrato dal fatto che non il vivente Meketre ma una statua siede sotto il baldacchino accompagnato da un compagno (forse suo figlio), mentre i sacerdoti compiono riti di offerta davanti ad esso.
L’idea di base di un pellegrinaggio nel maggiore centro di culto del dio Osiride ad Abydos, dove si celebrava la morte e la risurrezione del dio, è comunque mantenuta dalla presenza di due barche: una che rema verso nord da Tebe ad Abydos (20.3.5 ), e un’altra (l’attuale barca) che sta appena intraprendendo il viaggio di ritorno la sua vela (mancante) viene issata dagli uomini al centro, mentre un solo marinaio la spinge fuori dall’argine con un’asta biforcuta.
BARCHE DI PESCATORI
Presentate da Jacqueline Engel
Due modellini di barche da pesca. Medio Regno, XI Dinastia (2050-1786 a.C.). Tomba di Meket-Re, a sud di Deir el-Bahri, Luxor. Legno dipinto. Inv.nr. JE 46715, Museo Egizio Cairo
LA CASA ED IL GIARDINO DI MEKET-RE
Presentata da Jacqueline Engel
Museo Egizio Cairo – JE 46721
Il portico aperto e il giardino, in cui crescono alberi di fico. La parte anteriore della casa, due file di colonne sostengono questo portico che ha un tetto piano con tre grondaie che sono abbastanza lunghe da permettere all’acqua piovana di cadere nella piscina sottostante. La piscina è rivestita di rame per rappresentare l’acqua vera.
Due porte e una finestra sono scolpite nella parete posteriore del modello per mostrare i dettagli interni di questa casa.
LA BOTTEGA DEL TESSITORE
Presentata da Jacqueline Engel
LA BOTTEGA DEL CARPENTIERE
Presentata da Jacqueline Engel
I SOLDATI DI MESETHI
Presentata da Jacqueline Engel
11a dinastia c.2134-1991 a.C. Luogo di origine: Asyut, tomba del principe Mesehti. Legno dipinto. Museo Egizio, Il Cairo
Modello in legno di una truppa di quaranta soldati dell’Antico Egitto che trasportano scudi e lance. Sin dall’Antico Regno, i testi ci dicono che nell’esercito egiziano i Nubiani combattevano fianco a fianco con gli egiziani. Nel Medio Regno troviamo i Nubiani rappresentati in formazione militare, come si vede qui su questo modello.
GLI ARCIERI NUBIANI
Presentata da Luisa Bovitutti
Altezza 55 cm., larghezza cm. 72.3, lunghezza cm. 193 (le misure si riferiscono al modellino nel suo complesso, misurato dalla base, e non al singolo soldato)
Anche gli arcieri nubiani sono quaranta e marciano a ranghi ordinati suddivisi in dieci file parallele; essi hanno la pelle nera, indossano una parrucca di riccioli scurissimi, cavigliere, collane ed un perizoma rosso o bianco che reca sul davanti una striscia di stoffa rossa decorata con rombi verdi o bianchi.
Ognuno di loro tiene in una mano l’arco e nell’altra un mazzo di frecce.
IL GRANAIO
Presentato da Patrizia Burlini
Modello di granaio con personaggi intenti a svuotare sacchi di cereali sotto il controllo di uno scriba che registra i quantitativi. Museo Egizio, Torino
Nr. inv.: S. 8651
Materiale: Legno, pittura
Dimensioni: 35 x 42 x 42 cm
Datazione: 1939–1875 a.C.
Periodo: Medio Regno
Dinastia: XII dinastia (inizio)
Provenienza: Assiut, rinvenuto con la statua di Djefahapi (S. 8650)
Acquisizione: Ernesto Schiaparelli
Foto in alto: mia; foto in basso: Museo egizio Torino
IL PASTORE MACILENTO
Presentato da Andrea Petta
E’ una delle più antiche che si conoscano, questa statua servente di un pastore che porta sulle spalle un agnellino legato.
E’ infatti in ceramica, non ancora in legno dipinto, ed ha la caratteristica di raffigurare un uomo emaciato, con le costole sporgenti ben visibili dal retro. Forse un anziano servitore “premiato” con la vicinanza al suo signore nell’aldilà.
Risale alla fine dell’Antico Regno, alla VI Dinastia, ed è conservata al National Museum of Scotland, a Edinburgo.
LA TESSITORIA
Presentato da Grazia Musso
Legno dipinto
Altezza cm 25
Lunghezza cm 93
Museo Egizio del Cairo JE 46723.
Il modello rappresenta un locale rettangolare dove ferve l’attività che vede impegnate, presso due telai orizzontali posti l’uno di fronte all’altro, figure femminili.
Fonte:
Tesori Egizi nella collezione del museo del Cairo – A cura di F. Tiradritti, fotografie di Araldo De Luca – edizione White Star
LA STALLA ED IL MACELLO
Presentati da Luisa Bovitutti
Nella stalla il bestiame veniva messo all’ingrasso: quattro buoi mangiano da un trogolo in una delle due stanze, ed altri due vengono nutriti dagli stallieri che prelevano il cibo da un mucchio di foraggio e da un sacco di grano nell’altro locale. Accanto alla porta d’ingresso siede un sorvegliante con un bastone in mano.
In seguito gli animali venivano macellati in apposite strutture, nelle quali la carne veniva poi lavorata: nel modellino si notano due macellai che stanno tagliando la gola a due buoi, le cui zampe sono state legate insieme, mentre altri due ne raccolgono il sangue che verrà poi cotto dagli altri due uomini che nell’angolo stanno alimentando il fuoco.
Un altro servo sta spiumando un’oca, mentre un sorvegliante con in mano un bastoni sovrintende alle operazioni. Su di un piccolo portico superiore sono appesi pezzi di carne arrostiti.
Nelle immagini: in alto la stalla; in basso il macello
La processione degli offerenti è un modellino che spesso si trova nelle tombe del Medio regno in quanto i personaggi portano al defunto tutto ciò che gli serve per il rito di sepoltura e per il sostentamento nell’Aldilà.
Qui ne pubblicherò tre, custoditi in vari musei del mondo.
1) Nella tomba di Djehutynakht, oltre alla splendida “Processione di Bersha” che ha pubblicato Patrizia e che si distingue per la pregevolissima fattura è stato trovato anche quest’altro modellino, meno raffinato come fattura ma ugualmente molto vivace e ricco di particolari (anch’esso al MFA di Boston).
Questa processione è composta da soli uomini ed è guidata da un sacerdote, seguito da uno scriba che tiene sotto il braccio la sua lavagna e la tavolozza con i colori ed i calami per scrivere.
Gli altri personaggi recano offerte di vario genere: una giara (forse contenente il vino per la cerimonia), pile di pani tondi, una forma di formaggio (?) un bauletto, un cesto, una larga ciotola, un altro cesto con contenitori di birra.
2) Analogo modellino fa parte del corredo funebre di Meketre: esso comprende due uomini e due donne, probabilmente i figli del defunto, che camminano lungo una via gialla che rappresenta la strada nel deserto che conduce alla tomba.
Il primo uomo, forse un sacerdote, porta un grande vaso per libagioni ed un incensiere da usare nel rituale di offerta; il secondo tiene in equilibrio sulla testa delle stoffe di lino accuratamente piegate che sarebbero servite per riempire lo spazio tra la mummia e le pareti ed il coperchio del sarcofago.
Entrambe le donne portano cesti contenenti due recipienti di birra, pani simili a baguettes e pani piatti e quadrati, e con una mano tengono un’anatra per le ali. Esso si trova al MET di New York
3) L’ultimo modellino è custodito al Neues Museum di Berlino e risale alla XII dinastia; non ho notizie ulteriori su di esso, ma lo trovo simpatico perché tra le offerte c’è anche una gazzella.
Life along the Nile: three egyptians of ancient Thebes, in The Metropolitan Museum of art., Bulletin summer 2002
I PRODUTTORI DI BIRRA
Presentati da Luisa Bovitutti
Grazie alle raffigurazioni ed ai modellini trovati nelle tombe oggi conosciamo le modalità di produzione di pane e birra.
Ho cercato altri modellini, deposti nel corredo funerario affinché garantissero ai defunti pane e birra, componenti essenziali dell’alimentazione degli antichi Egizi; si tratta di reperti risalenti all’antico regno in quanto realizzati in pietra e non in legno, salvo forse il secondo qui sotto, datato alla VI dinastia.
La birra, che si riteneva inventata da Osiride, veniva somministrata alle puerpere per aumentare la produzione di latte ed anche ai neonati (naturalmente diluita con miele ed acqua o a bassa gradazione) se la madre non poteva allattarli.
I bambini venivano abituati a consumarla con un rito di iniziazione nel quale si facevano sacrifici al dio Thot e si regalava loro una piccola anfora il cui contenuto corrispondeva alla dose massima quotidiana permessa e che dopo la morte veniva deposta nella loro tomba.
A questo proposito piuttosto simpatica è la figuretta del bimbo che aspetta accovacciato davanti alla madre che ella abbia finito di preparare la birra.
In medicina era usata come ingrediente in molteplici preparazioni curative documentate nel Papiro Ebers e veniva corrisposta agli operai come parte del salario (gli operai che lavoravano alla costruzione delle piramidi di Giza ne ricevevano ben dieci pinte giornaliere ciascuno) ed al Faraone come tributo.
Essa aveva anche un uso rituale: ad esempio si beveva nelle feste in onore della Dea Tefnut e le donne incinte la offrivano alla dea Renetet, che avrebbe provvisto di abbondante latte le nutrici;
Nel 1996 un team di birrai scozzesi e di egittologi dell’Università di Cambridge ha prodotto secondo la “ricetta dei faraoni” (liberamente ricostruita sulla base delle poche conoscenze archeologiche disponibili), mille bottiglie di una birra che sono state vendute da Harrods a Londra, per il prezzo di 50 sterline l’una (75 la bottiglia da mezzo litro), con l’accattivante nome di Tutankhamon Ale ed un’originale confezione celebrativa (si veda nella foto in basso a destra).
Analogo esperimento finalizzato a ricreare la birra faraonica è stato condotto da Ronen Hazan e Michael Klutstein dell’Università ebraica di Gerusalemme, con il contributo di esperti di un’azienda vinicola israeliana, i quali hanno riportato in vita le colonie di lievito sopravvissute nelle giare di terracotta di varie epoche e provenienze che avevano contenuto la birra.
L’analisi di questi lieviti ha permesso di accertare che essi sono simili a quelli utilizzati nelle tradizionali birre africane e lo sono rimasti nel corso di tutta la storia egizia da Narmer in poi; la birra “antica” ricreata con quei lieviti, valutata da degustatori professionisti israeliani, è stata giudicata di alta qualità e sicura per il consumo.
La barca nel suo complesso (non si vede il timoniere, nascosto dietro la tenda).
Quando Meketre usciva in navigazione sul Nilo la sua “nave ammiraglia” veniva accompagnata da alcune barche, come quella del modellino sotto illustrato, a bordo delle quali venivano preparati il pane, la birra e le vivande per il pranzo (con buona pace delle norme in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro).
Il marinaio con lo scandaglio per verificare la profondità del tratto di fiume navigato.
La barca si spostava grazie alla forza dei rematori (quattro e destra e quattro a sinistra); a prua un marinaio con uno scandaglio si accertava che il fondale fosse sufficiente a consentire una navigazione sicura mentre a poppa trovava posto il timoniere.
Il timoniere
Il personale addetto alla cucina è costituito da cinque servi: accanto al pennone due donne stanno macinando il grano per fare la farina, che viene poi trasformata in pagnotte da due birrai che stanno sotto il tendone; un uomo sta lavorando in un tino i datteri che uniti al pane ed all’acqua dopo la fermentazione daranno origine alla birra. Dietro le donne un braciere che probabilmente veniva usato per arrostire la carne, e davanti a loro un uomo sorveglia una stufa sulla quale sta cuocendo una pentola, forse di zuppa.
Le due file di quattro rematori, le due donne che macinano il grano, l’uomo che schiaccia i datteri e l’altro sorveglia la stufa sulla quale si trova una pentola con la zuppa.
Conservato al Museo Egizio di Torino nel reparto “magazzino” questo simpatico scriba intento al lavoro.
LA PRODUZIONE DI PANE E BIRRA
Presentata da Grazia Musso
Primo periodo intermedio – Legno dipinto (Lunghezza 46 cm) Scavi di E. Schiaparelli ad Assiur S 8652- Museo Egizio di Torino
Assiut, l’antica Licopoli capitale del XIII Nomos dell’Alto Egitto, ha restituito una straordinaria varietà di materiale, databile al Primo Periodo Intermedio
Dalle tombe sono venuti alla luce corredi funebri composti da sarcofagi, statue lignee, strumenti di lavoro, e modellini di lavoratori.
Questo modellino raffigura con grande realismo una scena di produzione di pane e birra, due componenti basilari nella dieta di ogni Egizio.
Fonte
I grandi musei: Il Museo Egizio di Torino, Electa
LA PORTATRICE DI OFFERTE
Presentata da Grazia Musso
Tebe Ovest, Tomba di Meketra (TT280) – XI Dinastia
Legno dipinto, Altezza cm 123, Larghezza cm 17. Museo Egizio del Cairo, JE 46725
Questa statuina di servitore, piuttosto grande e di ottima fattura, proviene dalla tomba di Meketra.
Può essere interpretata come la personificazione di un podere che reca le proprie offerte.
Sul capo porta un cesto intrecciato con quattro contenitori terracotta chiusi da coperchi conici.
Nella mano destra reca un’anatra.
Questa raffigurazione simbolica è nota grazie alle lunghe schiere di portatori funebri delle decorazioni parietali dipinte o a bassorilievo dell’Antico Regno.
La snella figura femminile Indossa un lungo abito elegante ed è adorata da preziosi gioielli.
Sopra la veste aderente indossa una reticella di perle cilindriche rosse e turchese, il bordo inferiore dell’abito e le bretelle risaltano per i colori e i motivi decorativi.
I modellini del Medio Regno sono vivacissimi gruppi che raffigurano persone al lavoro e che “fotografano” istanti di vita quotidiana, dei quali abbiamo sempre ammirato il dato estetico senza soffermarci a riflettere sul loro significato.
Donna che cuoce pani negli appositi stampi, da Giza, tomba G 2415 – V dinastia – regno di Niuserra – ora al MFA di Boston. La donna indossa solo un gonnellino e siede con un ginocchio a terra e l’altro in alto; sta accendendo il fuoco con un’asta in una mano e solleva l’altra per proteggersi dal bagliore. Un fazzoletto protegge i suoi capelli dalla farina. Davanti a lei ci sono vasi di ceramica grossolana nei quali si poneva la pagnotta da cuocere, e che venivano poi messi sotto la cenere.
Essi compaiono alla fine della IV Dinastia, quando si diffuse l’abitudine di inserire statuette nei serdab e nelle camere funerarie; inizialmente esse erano in calcare e gli archeologi le chiamarono “statue serventi” perché erano destinate a servire il defunto ed a provvedere ai suoi bisogni nell’Aldilà.
Donna che macina grano. Tiene un sacco di grano tra le ginocchia e lo macina poco alla volta con la mola, davanti alla quale si raccoglie la farina – V dinastia – ora al Museo Archeologico Nazionale, Firenze
Dopo la metà della V dinastia e nella VI i nomarchi ed i notabili del Medio Egitto cominciarono a far deporre nelle proprie tombe modellini realizzati soprattutto in legno (materiale meno costoso e più facile da lavorare, che permetteva la realizzazione di maggiori dettagli), che venivano intonacati e poi dipinti.
Birraio – primo periodo intermedio – da Dara (Medio Egitto), mastaba 3, camera 10 – ora al Louvre – E 25212 ; Dara n°178
Con il passare del tempo comparvero anche gruppi composti da più personaggi, talvolta dotati di piccoli utensili di pietra, che riproducevano in forma tridimensionale i rilievi rappresentati sulle pareti della tomba e che avevano le medesime finalità: la preparazione di alimenti, la macellazione dei bovini, la caccia e la pesca, la coltivazione della terra, uomini e donne che portano offerte o suonano, imbarcazioni destinate alla navigazione fluviale.
Vasaio che lavora al tornio – V dinastia – Penn Museum Filadelfia
Essi erano realizzati in modo semplice ed erano anonimi, in quanto non volevano rappresentare l’individuo al lavoro, né, tanto meno, il defunto (le cui statue erano molto più grandi e raffinate) ma solo l’attività che sarebbe stata svolta nell’interesse di quest’ultimo.
Macellaio – Giza, tomba di Ny-Kau-Inpu – V dinastia – Oriental Institute Museum – Chicago
Fino alla fine del Primo Periodo Intermedio i modellini raffiguravano soprattutto scene legate alla produzione di cibo, al trasporto e alla servitù, ed erano costituiti da due o più figure collocate su di una base che componevano una scena.
Statuetta di musicista, da Giza, V dinastia, Oriental Institute Museum, University of Chicago
Dal Medio Regno furono realizzate scene con più personaggi ed ambientazioni elaborate, riferite anche ad attività artigianali o ludiche; inoltre aumentò il numero di modelli che venivano deposti nella tomba (da quattro, massimo dieci, a venti, trenta ed anche più) e mutò la collocazione in quanto venivano deposti nella cappella, nelle nicchie e nei pozzi del pavimento o nella camera funeraria, orientati verso i punti cardinali.
Donna che macina il grano – da Giza, dal serdab della tomba G 2415 – V dinastia, regno di Niuserre – oggi al MFA di Boston – La donna indossa un panno sopra i capelli per proteggerli dalla farina. La macinatura era un processo faticoso; diverse manciate di grano venivano collocate su una macina di pietra con una superficie leggermente curva e lasciata un poco ruvida nella sua parte superiore. Una pietra a forma di mattarello con una curva per adattarsi alla superficie di macinazione veniva fatta rotolare avanti e indietro dal mugnaio che si poneva in ginocchio davanti ad essa; la farina ottenuta si raccoglieva ad un’estremità della macina.
Verso la fine della XII dinastia le offerte funerarie prevedevano ancora i modellini di nave, ma le scene di artigianato e di produzione alimentare cominciarono ad essere sostituite dalle prime versioni di ushabtys, le note figurine mummiformi destinate a servire nell’Aldilà per conto del defunto.
Donna che macina il grano – da Sakkara – V dinastia – ora al museo egizio del Cairo
I più noti modellini sopravvissuti fino a noi sono quelli provenienti dalla tomba di Meketre (TT280), un importante funzionario di Montuhotep II, oggi conservati al Museo Egizio del Cairo e al Metropolitan Museum of Art di New York, quelli rinvenuti nell’immensa tomba del governatore locale Djehutynakht e di sua moglie a Dayr al-Barshā (10A) ed oggi al MFA di Boston ed i soldati di Mesethi, nomarca del nomo dell’Alto Egitto con capitale Asyut all’inizio del Medio Regno, oggi al Museo del Cairo.
Statuetta di musicista, da Giza, V dinastia, Oriental Institute Museum, University of Chicago
I primi modellini ad essere scoperti invece sono stati quelli rinvenuti a Meir, nella sepoltura dell’alto dignitario e cancelliere del re Nj-Ankh-Pepy-Kem (A1) ed oggi al Museo del Cairo; la collezione comprende venti esemplari, ognuno dei quali rappresenta uno o due lavoratori impegnati nella preparazione del cibo, portatori di offerte e due barche.
Un fornaio sta preparando la pasta e le piccole forme da cuocere – Antico regno – Louvre
Nebetempet, figlia di Ny-Kau-Inpu, che macina il grano – Giza, tomba di Ny-Kau-Inpu – V dinastia – Oriental Institute Museum – Chicago Questa è una delle poche statuette serventi che reca inscritto il nome.
Servitore macina il grano – VI dinastia – Staatliches Museum Agyptischer Kunst (Museo Statale di Arte Egizia), Monaco di Baviera, Germania.
CELEGON M., STATUE, GRUPPI E PSEUDOGRUPPI, La statuaria dell’Antico Regno
ROTH A. M., The Meaning of Menial Labor: “Servant Statues” in Old Kingdom Serdabs, in Journal of the American Research Center in Egypt, Vol. 39 (2002), pp. 103-121 a questo link: http://www.jstor.org/stable/40001151
Statua di Ankhwa, terza dinastia c. 2650 a.C. Granito rosa, altezza 65,5 cm. Provenienza sconosciuta probabilmente da Saqqara. Pervenuta al British Museum (inv. EA 1717) tramite la terza collezione Salt nel 1835.
La scultura a tutto tondo di personaggi non reali è piuttosto rara nell’Antico Egitto prima della Quarta dinastia, ma vi sono alcuni eccezionali esemplari risalenti alla Terza dinastia tra i quali la notevole statua in granito rosa di Ankhwa, conosciuto anche come Bedjmose.
La statua lo rappresenta seduto, con addosso una parrucca ed un corto gonnellino sul quale sono scolpiti i suoi nomi ed i suoi titoli “conoscente del re” e “costruttore di navi”.
La rappresentazione del suo corpo è tipica di queste prime sculture: la figura è leggermente tozza, con la schiena un po’ curva, la testa piuttosto grande dai lineamenti rozzi, le gambe e i piedi massicci. Anche il sedile è tipico di queste statue arcaiche, con i supporti a “U” rovesciata visibili su tre lati.
Ankhwa tiene in mano, appoggiata sulla spalla, un’ascia, senza dubbio simbolo della sua professione, cosa alquanto rara nella statuaria antico egiziana. In questo periodo gli scultori stavano sperimentando nuove forme e modelli, prima di arrivare a quel canone di forme e soggetti che sarà caratteristico della statuaria egiziana già dalla dinastia successiva.
Questa statua, come le poche altre pervenute a noi dalla Terza dinastia, mostra anche come gli artigiani egiziani, che fin dal predinastico e dalle prime dinastie avevano perfezionato le tecniche per produrre splendidi vasi in pietra, avevano esteso la loro abilità nel lavorare la pietra, anche pietre dure come il granito, con la produzione di oggetti di maggiore dimensione come le statue.
Il fatto che Ankhwa abbia avuto accesso al prezioso granito, probabilmente proveniente da Assuan, e ad artigiani in grado di realizzare una statua così importante, mostra come egli fosse non solo uno dei tanti conoscenti del re o un semplice costruttore di navi, bensì un personaggio importante alla corte che godeva ampiamente del favore reale. Infatti oggetti simili erano in genere prodotti dai laboratori reali e costituivano molto spesso doni del sovrano. Se anche non fosse stato così solo il favore del sovrano gli avrebbe consentito di disporre delle risorse necessarie alla realizzazione della statua e della tomba nella quale la stessa era conservata. Questo dono del re assicurò ad Ankhwa l’immortalità dal momento che tanto la statua che le sue iscrizioni avrebbero ospitato il suo spirito nel caso il suo corpo andasse perduto.